giovedì 31 marzo 2016

La conferma delle onde gravitazionali


Delle numerose frasi a effetto ricondotte a Einstein, ne sarà vera una su cento. Ma è indubbio che il grande scienziato ha consegnato all'umanità una teoria straordinaria: l'energia corrisponde alla massa di un corpo moltiplicata per la velocità della luce elevata al quadrato. Senza essere dei fisici chiunque può comprendere la portata dell'enunciato: vuol dire che un corpo sparato a folle velocità a un tratto si trasforma in energia pura. Per avere la conferma di una tesi tanto azzardata si dovette aspettare l'eclisse del 29 maggio 1919. Alla fine Einstein divenne Einstein proprio perché predisse con successo che la gravità fosse in grado di attrarre non solo corpi dotati di una certa massa, ma anche la luce. Ebbene, sono passati da allora 97 anni. E proprio oggi abbiamo di nuovo il piacere di convalidare il paradigma einsteniano: grazie alle cosiddette onde gravitazionali, individuate per la prima volta il 14 settembre 2015.
Sono vibrazioni che si propagano nello spazio, provenienti da sorgenti lontanissime come buchi neri, supernove o pulsar. Più precisamente arrivano da masse in accelerazione, come due stelle che ruotano intorno allo stesso centro di massa. La scoperta ci presenta una visione nuova del cosmo. Lo studio delle onde gravitazionali potrebbe, infatti, aiutare a comprendere com'è nato l'universo, e dare un senso (anche se siamo ancora molto lontani) alla cosiddetta "gravità quantistica" che tenta di unificare il modello standard delle particelle fondamentali alla relatività generale einsteniana. «Le onde gravitazionali trasportano intatta l'informazione del fenomeno che le ha prodotte e per questo ora abbiamo uno strumento molto potente per studiare l'universo, sia da un punto di vista astrofisico che cosmologico», ci spiega Pia Astone, primo ricercatore dell'INFN di Roma. «La rivelazione ha portato con sé un'altra scoperta importante, quella della fusione di due buchi neri. E', dunque, molto probabile che continueremo ad avere delle sorprese ed è possibile che arriveremo a sapere qualcosa in più sull'universo primordiale».
Lawrence Krauss, cosmologo dell'Università dell'Arizona, con un tweet aveva anticipato al mondo l'importante scoperta. Le onde gravitazionali possono modificare lo spazio-tempo. E' la prova che la velocità della luce, la forza di gravità e la geometria del cronotopo sono unità sinergiche e complementari. La forza di gravità, in particolare, può essere intesa come una curvatura dello spazio-tempo, provocata dalle masse che la riguardano. Difficile semplificare, ma potremmo riferirci a un foglio di carta sul quale lasciamo cadere delle biglie. La gravità subita dai corpi sferici produce un avvallamento del foglio, idealmente assimilabile alla dimensione spazio-temporale.
Ligo, acronimo di Laser Interferometer Gravitational-Wave Observastory, è il protagonista. E' un interferometro, strumento in grado di studiare gli effetti di composizione delle onde, in questo caso finalizzato alla comprensione di quelle gravitazionali; che risultano particolarmente difficili da analizzare perché molto più deboli di quelle elettromagnetiche o nucleari. Ligo, battezzato dal California Institute of Technology e dal Mit di Boston, funziona dal 2004. Consiste in un lungo tunnel a forma di L, caratterizzato alle estremità da due specchi capaci di rivelare, con l'ausilio di raggi laser, le onde gravitazionali. La missione è stata portata a termine grazie alla captazione di onde gravitazionali derivanti da due giganteschi buchi neri, dopo un viaggio di centinaia di milioni di anni luce.

Perché sono così importanti le onde gravitazionali? Perché a differenza di molte altre onde non vengono "catturate" dallo spazio, dandoci l'opportunità di indagare fenomeni astronomici riferibili agli arbori dell'universo. L'argomento è caldo e in continua evoluzione. Virgo è un altro interferometro progettato per individuare le onde gravitazionali. Sorge nei pressi di Pisa e consta di due bracci lunghi tre chilometri calibrati per rispondere al "suono" di questi misteriosi messaggi spaziali. E in futuro ci sarà anche Lisa (Laser Interferometer Space Antenna): un interferometro costituito da tre satelliti distanti fra loro un milione di chilometri in orbita intorno al sole. 

martedì 9 febbraio 2016

LA SESTA ESTINZIONE DI MASSA



Con il termine estinzione di massa si intende la scomparsa in un breve periodo di tempo di un numero eccezionale di specie animali e vegetali. Studiando la storia geologica e biologica della Terra sappiamo che dalla nascita del primo organismo vivente si sono avute complessivamente cinque estinzioni di massa, dette famigliarmente dai ricercatori "big five". L'ultima è quella che quasi tutti noi conosciamo e si riferisce alla fine del Cretaceo, con la sparizione repentina del 76% delle specie viventi, fra cui i famosi dinosauri. Avvenne circa 64 milioni di anni fa. Alla luce di ciò preoccupa notevolmente uno studio pubblicato di recente su Nature che indica la possibilità di una sesta estinzione di massa entro il 2200. La causa? L'uomo. Sotto accusa c'è infatti l'uso indiscriminato del territorio, l'inquinamento, la pesca selvaggia, il cambiamento climatico dovuto alla presenza eccessiva di gas serra nell'atmosfera, frutto di operazioni industriali sconsiderate. Nature non parla a caso e fornisce dati concreti. L'attività antropica incide sulla biodiversità con un impatto mille volte superiore a quello riconducibile alle grandi estinzioni di massa. In grave pericolo gli anfibi, destinati a sparire in gran numero entro il 2200: del 41% rimarrà solo un ricordo. Il 25% dei mammiferi e il 13% degli uccelli potrebbero seguire la stessa sorte. Attualmente si stimano quasi 2mila specie di anfibi sull'orlo dell'estinzione, 993 insetti, 1.199 mammiferi, 1.373 uccelli. Per alcune specie può essere questione di anni, per non dire mesi. Esempi eclatanti si riferiscono al leopardo dell'Amur, detto anche leopardo della Manciuria. Abita le regioni nord orientali della Cina e alcune aree della penisola coreana. E' fra i mammiferi più a rischio, essendone rimasti solo trentaquattro esemplari allo stato selvatico. L'axolotl, detta anche salamandra messicana, è in pericolo dal 1800, da quando l'uomo ha iniziato pesantemente a usurpare il suo habitat. E' molto interessante dal punto di vista biologico, perché compie l'intero ciclo vitale allo stadio larvale. A febbraio di quest'anno la National Autonomous University ha lanciato l'allarme, sostenendo che l'animale è sparito quasi ovunque. Discorso simile per il lupo rosso, fra i pochi mammiferi sopravissuti alla glaciazione wurmiana: allo stato brado resistono solo cento esemplari reintrodotti in America negli anni Ottanta, quando il canide era stato definito ufficialmente estinto. Per quanto riguarda l'Italia si teme il destino di animali come la lontra, già sparita dalle regioni centrali del Belpaese e il capovaccaio, piccolo avvoltoio dell'Europa meridionale, ridotto sul nostro territorio a una decina di coppie. E si potrebbe andare avanti all'infinito. Nature punta dunque il dito sulla nostra specie che per i propri interessi "violenta" ampie aree naturali appannaggio di specie in condizioni già critiche: «La biodiversità a livello globale sta drasticamente peggiorando», racconta Derek Tittensor, ecologista marino del United Nations Enviroment Programme World Conservation Monitoring Centre di Cambridge. Soluzioni? Avanti di questo passo non ce ne sono. E' infatti necessaria una forte presa di posizioni da parte di enti governativi, sociali e ambientali, che si prodighino concretamente per la salvaguardia delle specie a rischio. Le politiche di conservazione potrebbero arginare i rischi, ma non risolverli del tutto. C'è altresì la possibilità che l'uomo abbia raggiunto una sorta di punto di non ritorno, tale per cui si può migliorare qualcosa, ma non risolvere completamente i tanti problemi legati all'ambiente e a quella che si prospetta, appunto, la sesta estinzione di massa. Attualmente il tasso annuale di estinzione delle specie viventi è compreso fra lo 0,01% e lo 0,7% . Un numero, purtroppo, ancora troppo alto. Che desta ancora più preoccupazione se si pensa che negli ultimi 35 anni la popolazione mondiale è raddoppiata. A discapito di molte specie di invertebrati (farfalle, ragni, vermi), calati complessivamente del 45% e vertebrati che, dal 1500 a oggi, sono rappresentati da 320 specie in meno. 

giovedì 7 gennaio 2016

I segreti della bomba H

All'indomani del disastro nord coreano, oggi ne parlo su Il Giornale... per tutti gli altri articoli di scienze rimando a La Rivista della Natura, con cui collaboro da più di un anno:




lunedì 2 novembre 2015

SOS elefanti in cattività


Obesità, sterilità e disturbi cardiovascolari. Sono i malanni di cui soffrono gli elefanti sparsi per gli zoo del pianeta. Lo rivela uno studio condotto dagli esperti dell'University of Alabama, in Usa. Gli scienziati ritengono che, a lungo andare, questi problemi potrebbero ripercuotersi negativamente sulla sopravvivenza della specie in cattività. Un aspetto di cui tenere conto, se si pensa che gli esemplari che vivono in libertà, sono costantemente a rischio per via delle attività di bracconaggio. I ricercatori sono giunti a questi risultati dopo aver riscontrato proboscidati con percentuali di grasso particolarmente elevate, in relazione ad alterazioni del ciclo di ovulazione nelle femmine. E' la prova che i chili di troppo potrebbero danneggiare i processi legati all'accoppiamento. La notizia è diramata dal Lincoln Park di Chicago, dove le statistiche hanno già dimostrato un forte calo dei parti: in media in un anno ci dovrebbero essere sette nascite, ma da un po’ di tempo non si arriva a tre. Ma il fenomeno si sta verificando un po’ in tutti i centri zoologici del pianeta, dove gli animali sono protetti in spazi troppo piccoli per le loro necessità biologiche. Da una parte c'è il problema relativo alla somministrazione inadeguata di cibo, dall'altra preoccupa la mancanza di movimento patita dagli animali in cattività, che si ripercuote pesantemente sul metabolismo. C'è, dunque, il pericolo che, in una cinquantina d'anni, i proboscidati degli zoo potranno sparire completamente.   

mercoledì 30 settembre 2015

Google ordina il computer atomico


Comunicare nello spazio e sulla terra in modo da non essere mai intercettati e poter quindi consegnare senza problemi un messaggio segreto: è il sogno di ogni governo, di tutti i servizi di intelligence, e, in fondo, di ognuno di noi, abituati a scambiarci informazioni via mail o tramite Facebook con il timore di essere "scoperti". O volendo dare voce all'immaginazione, potremmo azzardare di più, pensando a una realtà aliena che ci attacca e che alla fine perde la sfida con i terrestri, perché dotati di un sistema di "messaggistica" impossibile da decifrare. Attualmente, però, tutto ciò è un'utopia. Perché la comunicazione tradizionale attuale si basa sulle onde radio e la fibra, messaggi che possono essere "letti" e "manipolati". In pratica se qualcuno spedisce un dato criptato secondo il sistema attuale, può essere scoperto perché c'è chi può individuare la "chiave di lettura". Da oggi però le cose potrebbero cambiare grazie all'invenzione di un futuristico sistema di comunicazione basato sull'impiego dei fotoni. Sono le particelle elementari della luce. Cos'hanno di diverso dagli altri messaggeri? Non possono essere intercettati e quindi "rubati". Se non distruggendoli. Non è facile comprenderlo perché presuppone conoscenze avanzate di fisica, che fra le altre cose concerne il famoso paradosso di Schroedinger, tale per cui un gatto è allo stesso tempo vivo e morto.
Ma proprio in questi giorni un team di scienziati italiani ha reso noto di essere riuscito a comunicare tramite la luce. «E' una prima assoluta nel mondo'», ha detto il presidente dell'Asi, Roberto Battiston. Trasmissioni dati quantistiche erano state finora tentate a Terra, ma su distanze dieci volte inferiori».
Alcune informazioni sono state "impacchettate" sottoforma di raggi quantizzati e spedite verso il satellite Lares, lanciato nello spazio nel 2012; da qui hanno poi raggiunto di nuovo la superficie terrestre, portando con sé i dati che servivano al test. E' il successo ottenuto dai ricercatori del Centro di Geodesia spaziale di Matera dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi), in collaborazione con gli esperti dell'Università di Padova. Il messaggio quantistico inviato nello spazio ha viaggiato per 1.700 chilometri. Un record. Prima si era arrivati a 144 chilometri. Non è la prima volta in assoluto che si arriva a una comunicazione a livello quantistico. Precedentemente il fenomeno era stato ottenuto fra le Isole Canarie di La Palma e Tenerife, coinvolgendo gli strumenti dell'Optical Ground Station dell'Esa. Anche in questo caso è stato possibile appurare lo scambio di informazioni fra due fotoni sottoforma di qubit (assimilabili ai classici bit).Interessa tanto questa notizia, perché è in corso una vera e propria gara per riuscire a elaborare il primo sistema di comunicazione quantistica ufficiale. In questo modo ci si potrebbe avvantaggiare dell'ipotesi di poter usufruire per la prima volta di messaggi impossibili da codificare. Che si muovono a grandissima velocità. Non è solo una questione legata alla possibilità di impiego in campo militare perché da qui si aprono nuove sfide; tipo quella di poter creare il primo centro di comunicazione quantistica spaziale. Compito che in un futuro non tanto lontano potrà essere assolto per esempio della stazione spaziale internazionale. E da qui si può partire per lo scenario più fantascientifico: il teletrasporto. Perché se è vero che oggi siamo riusciti a spedire dei minimessaggi quantistici, un domani c'è chi spera di poter inviare corpi e oggetti da una parte all'altra del pianeta. O dove solo la più fervida immaginazione può suggerire; come nei bellissimi esempi offerti da film come Star Trek e Stargate. 

Acqua marziana


C'è acqua su Marte? Chissà quante volte avremo sentito pronunciare questa domanda in ambito scientifico. Ora arriva la risposta ufficiale: sì. L'ha annunciato ieri pomeriggio la Nasa, durante una conferenza stampa che parlava di "importante svolta" per quanto riguarda lo studio del Pianeta rosso. E arriva poche settimane dopo lo scoop relativo a 452b, l'esopianeta che promette di avere molte caratteristiche in comune con la Terra (lo sapremo con certezza nei prossimi mesi/anni) e di possedere quindi i requisiti per ospitare la vita. La scoperta è avvenuta grazie all'azione della sonda americana Mro (Mars Reconnaissance Orbiter) lanciata nel 2005. «Abbiamo la prima prova dell'esistenza di un ciclo dell'acqua su Marte», dice Enrico Flamini, coordinatore dell'Agenzia spaziale italiana (Asi). Significa che ci possono essere anche processi di evaporazione e forse precipitazioni. Non sempre, ma nei periodi più caldi (su Marte la temperatura arriva al massimo a 20-25 gradi all'equatore, ma le minime raggiungono senza problemi i -130 gradi). Durante l'estate marziana, in pratica.
In questi frangenti si formerebbero dei ruscelletti di acqua salmastra che scorrerebbero per periodi più o meno lunghi lasciando inequivocabili "segni" sulla superficie. Nulla a che vedere con i "canali" di Schiaparelli, ma pur sempre metri di terriccio bagnato che potrebbero rivoluzionare le nostre conoscenze sul quarto pianeta del sistema solare. Ne parlò per la prima volta nel 2011 Lujendra Ojha, del Georgia Institute of Technology di Atlanta, dopo avere identificato strane formazioni geologiche imparentate con quelle terrestri limitrofe a minuscole strisce d'acqua. Intuì la presenza di sali che fuoriescono dalle viscere del pianeta sottoforma di perclorato di magnesio e perclorato di sodio. E che l'acqua allo stato liquido, grazie a questi "intrusi", può trovarsi sotto il tradizionale punto di liquefazione (zero gradi). Difficile dire da dove provenga. Forse da depositi glaciali (ma non è esclusa anche l'origine atmosferica). 
Sul Pianeta rosso si è sempre saputo dell'esistenza dell'acqua allo stato solido, vale a dire sottoforma di ghiaccio. Ma è questa la prima volta che si parla di fiumiciattoli, dove il liquido più importante per ogni organismo vivente scorrerebbe liberamente all'interno di minuscoli e periodici alvei. Cosa significa comprendere che su Marte c'è acqua allo stato liquido? Significa tutto, per la vita che potrebbe esserci e per le possibilità che avrà l'uomo di conquistare il Pianeta rosso (se riuscirà a difendersi dai raggi ultravioletti e dalle basse temperature). «Per la sostenibilità degli uomini questa scoperta avrà conseguenze enormi», rivela Doug McCuistion, del Nasa Mars Exploration Program. Perché uno degli enigmi fondamentali legati alla probabilità di sopravvivenza della nostra specie su Marte dipende proprio da questo parametro.Il nostro corpo non può prescindere dall'acqua, lo stesso vale per le piante e tutti gli altri animali; se si escludono specie particolari come i tardigradi - animali microscopici - che resisterebbero senza liquidi per periodi lunghissimi. I vegetali potrebbero compiere la fotosintesi clorofilliana e liberare ossigeno nell'aria rendendo ulteriormente ricca l'atmosfera marziana. E dunque l'ipotesi della vita sul Pianeta rosso nel passato potrebbe ora apparire del tutto attendibile. Da tempo si parla di microrganismi che non siamo ancora stati in grado di identificare. Il meteorite marziano ALH rinvenuto in Antartide nel 1984 suggerì la presenza di batteri allo stato fossile, poi rivelatesi delle semplici strutture minerarie. Ma ora cambia tutto. Perché prevedibilmente in un rivolo marziano i batteri potrebbero davvero sguazzare beati. 

venerdì 18 settembre 2015

Il nuovo Homo


Fino a venti anni fa era tutto molto più semplice. Si partiva da una specie di scimmione, l'Australopithecus, e in un paio di step - Homo habilis e Homo erectus - si arrivava alla nostra specie, l'Homo sapiens sapiens. Facilissimo. Oggi, però, grazie ai progressi della scienza, le cose sono precipitate, e quelle che erano appena quattro specie antenate dell'uomo moderno sono diventate una ventina. Potremmo farcene una ragione, ma il punto è che non passa anno senza che i quotidiani di mezzo mondo, spulciando qualche rivista scientifica, non tirino fuori per l'ennesima volta, l'inequivocabile titolo: scoperta una nuova specie umana. Fino a quando tutto ciò sarà credibile? E soprattutto, avanti di questo passo quanti prozii dovremo contare per comprendere appieno il nostro cammino evolutivo?
Domande che sorgono spontanee all'indomani della notizia diffusa dall'University of Witswaterstrand di Johannesburg, in SudAfrica, e dal National Geographic. Di cosa si tratta? Dei resti di una quindicina di ominini (raggruppamento tassonomico comprendente noi e gli scimpanzé) vissuti fra i due e i due milioni e mezzo di anni fa. In SudAfrica, a una cinquantina di chilometri da Johannesburg. Erano di bassa statura, magrolini, non pesavano più di cinquanta chilogrammi, ma i tratti scimmieschi non erano così preponderanti come nelle cosiddette forme australopitecine (il vero e proprio anello di congiunzione fra noi e le scimmie). Erano più intelligenti degli Australopithecus. Benché possedessero un cervello piccolo, grande quanto un'arancia, la loro attitudine a seppellire i corpi mostra la tendenza al ragionamento, e a regalare un degno riposo ai propri cari, consuetudine nota solo alla nostra specie (e ai neandertaliani). Il luogo del ritrovamento è riconducibile a una specie di piccolo cimitero arcaico, separato dalle zone adiacenti e caratterizzato da resti di individui morti presumibilmente per cause naturali.
Alla luce di questi risultati i ricercatori non hanno tardato a riportare l'ipotesi di una nuova specie che fa sempre più rumore del rinvenimento di un "banale" Homo habilis o di un Australopithecus afarensis, entrambi conosciuti da parecchi anni. Ecco dunque il suo nome: Homo naledi (attenzione al rigore scientifico, va maiuscolo il genere, minuscolo la specie). La vera notizia però è un'altra. Ci vorrà del tempo per stabilire se Homo naledi - stella nascente in lingua sotho - è davvero un altro germoglio evolutivo, ma nessuno può negare che proprio in questo frangente sia stato scoperto in un colpo solo il più alto numero di resti appartenenti al genere Homo. In paleoantropologia si urla al miracolo quando salta fuori una nuova falange, un pezzo femore, un occipitale, figuriamoci quando si scoprono le tracce di ben quindici individui, per un totale di 1.500 frammenti ossei. La scoperta è sensazionale. «Homo naledi è già la specie fossile meglio conosciuta nella linea evolutiva dell'uomo», dice Lee Berger, della National Geographic Society, divenuto famoso nel 2010, dopo il rinvenimento dell'Australopithecus sediba, altra "leggendaria" new entry nell'elenco delle specie che ci precedettero.Il SudAfrica. Ecco l'altra vera notizia. Fino a pochi anni fa si pensava che la culla evolutiva dell'uomo fosse riconducibile alla cosiddetta Rift Valley, a cavallo fra Kenya e Tanzania. E' qui che trovarono Lucy, l'Australopithecus afarensis, nonché il più antico antenato dei gorilla, il Chororapithecus abyssinicus. Con le ultime scoperte, invece, il baricentro evolutivo si sta spostando sempre più verso sud, e il SudAfrica pare in pole position nella classifica delle nazioni che ci dettero i natali. Senza andare troppo in là nel tempo, è di pochi mesi fa il rinvenimento nelle grotte di Sterkfontein di un'altra specie battezzata Australopithecus prometheus. Certo, era molto più antica dell'ultima ritrovata, ma è curioso notare che probabilmente visse in contemporanea a Lucy, la mamma di tutti noi. E il futuro della ricerca in campo paleoantropologico parte ancora da qui. «Ci sono centinaia per non dire migliaia di resti da studiare», chiude Berger. E le grotte di Sterkfontein hanno ancora parecchi misteri da svelare. 

giovedì 10 settembre 2015

L'altra Terra


E' dalla metà degli anni novanta che cerchiamo pianeti al di fuori del sistema solare. Da allora ne abbiamo scoperti migliaia. Ieri però, per la prima volta, è stata ufficializzata l'individuazione di un corpo celeste delle dimensioni della Terra ubicato nella cosiddetta "habitable zone". Di cosa si tratta? Di un'area ben precisa occupata da un certo pianeta in rotazione attorno a una stella, dove possono sussistere le condizioni climatiche per lo sviluppo della vita. Dove non c'è troppo freddo, n'è troppo caldo; dove l'acqua può scorrere liberamente creando i presupposti per la formazione di quei mattoncini della vita chiamati amminoacidi e l'atmosfera imprigionare gli elementi necessari a processi naturali come la fotosintesi. La notizia è stata diramata dalla Nasa ieri sera alle 18.00, auspicando la seria possibilità di identificare un mondo in tutto e per tutto simile alla Terra.
«E' una cosa che le persone hanno sognato per migliaia di anni», rivelano i tecnici dell'ente spaziale statunitense. Vari disegnatori si sono già messi all'opera cercando di immaginare quali possano essere le potenziali caratteristiche della Terra bis. Sembra di vedere un fumetto di fantascienza degli anni sessanta, ma questa volta non è solo frutto della fantasia umana, bensì di dati certi, recuperati grazie al lavoro di Kepler, un super telescopio lanciato nel 2009 per fare luce sui misteri degli esopianeti. Nelle grafiche compaiono montagne caratterizzate da affascinanti cime e torrenti che scorrono alle loro pendici, creando meandri e canyon. La verità è che non è ancora possibile affermare con sicurezza che si tratti di un pianeta roccioso, tuttavia le prime analisi propendono per questa tesi; fondamentale per sperare nella presenza della vita. Per arrivare a questa certezza sarà necessario valorizzare massa e densità dell'oggetto celeste.
Il nuovo pianeta è stato battezzato Kepler 452b. E' un corpo situato a 1.440 anni luce dal nostro sistema solare, nella costellazione del Cigno. La stella da cui dipende è un po’ più luminosa del sole, ma le sue dimensioni sono molto simili a quelle terrestri. E' anche un po’ più "maturo" del nostro pianeta. Si stima che abbia sei miliardi di anni, contro i 4,5 miliardi della Terra. Può significare molte cose. In primis che la vita possa essersi sviluppata prendendosi tutto il tempo necessario. «Ha trascorso miliardi di anni intorno alla sua stella», dice Jon Jenkins, che coordina i dati provenienti da Kepler, «potrebbe avere ospitato la vita in passato, e ospitarla tuttora». Altri dati riguardano il periodo di rivoluzione del pianeta, il tempo che impiega a girare intorno al corpo madre: 385 giorni, contro i 365 giorni terrestri. E c'è poi la distanza fra i due corpi che è pressoché identica a quella che separa il sole dalla Terra, vale a dire 150 milioni di chilometri. Significa che potrebbe esistere un perfetto bilancio energetico fra le due realtà cosmiche, altro parametro chiave a favore dello sviluppo delle molecole organiche.Dunque l'avventura di Kepler prosegue per conoscere nel dettaglio le altre caratteristiche di Kepler 452b, forte del fatto che il pianeta individuato non è l'unico ad avere certe caratteristiche. La scrematura dei dati provenienti da uno dei più potenti telescopi mai progettati dall'uomo, rivela l'esistenza di altri undici corpi a cui dare un nome e un significato. Non è escluso che ce ne possa essere qualcun altro simile a Kepler 452b, se non addirittura qualcosa di ancora più vicino alla Terra. Già quattro anni fa Kepler fece sobbalzare gli esperti della Nasa, dopo aver tradotto i segnali provenienti da Kepler 22b. Altro pianeta interessante, sempre nella costellazione del Cigno, ma con caratteristiche intermedie fra un pianeta roccioso e un gigante gassoso. Le analisi hanno evidenziato una realtà cosmica molto più grande della Terra, ma con una temperatura superficiale prevedibilmente compresa fra -11 gradi e 22 gradi centigradi; né più né meno il divario termico stagionale riscontrabile in moltissime località terrestri. 

Kepler 452b, dieci domande per saperne di più, con la collaborazione di Isabella Pagano, ricercatrice di astrofisica dell'Osservatorio di Catania e coordinatrice nazionale per l'Italia del progetto Plato dell'Esa.

1. Davvero Kepler 452b è un'altra Terra?
E' un paragone forzato, ma rende bene l'idea. La certezza è che il telescopio Kepler ha "fotografato" un pianeta caratterizzato da dimensioni molto simili a quelle terrestri. Per poter parlare di una Terra bis è però necessario conoscere la massa del corpo e poi risalire alla sua consistenza, che può essere rocciosa o gassosa. In questo momento non esistono ancora i mezzi per farlo, per via dell'eccessiva distanza.

2. Cosa distingue Kepler 452b da tutti gli altri pianeti scoperti finora?
Orbita intorno a una stella molto simile al sole e la distanza che lo separa da essa è uguale a quella che ci distanzia dalla nostra. E' dunque situato in quella che viene chiamata "habitable zone", una zona abitabile, ma non necessariamente abitata. Anche Venere e Marte risiedono in una zona simile ma, per quelle che sono attualmente le nostre conoscenze, non presentano tracce di vita.

3. Quali sono le possibilità che sul pianeta appena scoperto ci sia vita?
La vita è più probabile lì che in altre parti del cosmo, ma non si hanno certezze. Ci sono aspetti che possono indurre all'ottimismo. Il fatto che l'irraggiamento e il calore possano essere simili a quelli terrestri, sono prove a conforto della vita. E in sei miliardi di anni avrebbe avuto tutto il tempo per svilupparsi.

4. Come potremmo immaginarci gli abitanti di Kepler 452b?
Forse sono simili a noi. Se avessimo numeri relativi alla massa e alla gravità potremmo azzardare di più. Così è difficile entrare nei dettagli, anche usando l'immaginazione. Magari hanno dieci occhi o venti gambe. Potrebbe anche essere un mondo abitato esclusivamente da microrganismi o specie che non riusciamo nemmeno a ipotizzare.  

5. E' immaginabile che nell'universo esista una civiltà superiore alla nostra?
Le statistiche dicono di sì. Solo nella nostra galassia ci sono cento miliardi di stelle e moltissime come il sole. Se consideriamo che praticamente ogni stella ha dei pianeti, le probabilità sono elevatissime. Esiste un calcolo probabilistico che stima la possibilità di 600mila civiltà tecnologiche.

6. Cosa significa 1.440 anni luce di distanza?
Significa che la luce ha lasciato Kepler 452b 1.440 anni fa. Quando da noi stava finendo l'epopea dell'impero romano. Se l'uomo volesse dunque raggiungere Kepler 452b impiegherebbe 1.440 anni viaggiando alla velocità della luce, cosa per ora impossibile, se non in qualche episodio di Star Trek.

7. Come si fa a capire che ha sei miliardi di anni?
Si utilizzano metodi diversi. Si studia per esempio la rotazione di una stella su se stessa. Una stella giovane ruota molto velocemente. E' più lenta se è vecchia. Il sole ruota su se stesso in trenta giorni, e infatti è una stella a metà del suo cammino. Alcune giovani impiegano due o tre giorni. Si studiano anche le cosiddette righe del litio, un elemento strettamente connesso ad astri appena formati.

8. Come si svolge la ricerca di nuovi pianeti?
Ci sono vari sistemi. Il più usato analizza il percorso di un pianeta che transita davanti a una stella, determinando un indebolimento della luce dell'astro. Così si è fatto con il telescopio Kepler.

9. Qual è il futuro dell'esoplanetologia?
In questo momento facciamo già molte più cose rispetto al passato. Siamo in grado di verificare la massa di alcuni pianeti, di studiarne la composizione atmosferica e addirittura di predire la colorazione del cielo. E' accaduto, per esempio, con GJ3470, un altro esopianeta, molto più vicino di Kepler 452b, a soli 100 anni luce da noi.

10. Quanto c'è ancora da scoprire sull'universo?

In realtà sappiamo poco o niente di materia oscura, energia oscura, teoria delle stringhe, multiversi. L'uomo deve ancora comprendere i meccanismi di formazione dei sistemi planetari, cosa determini la loro evoluzione e le condizioni perché la vita possa svilupparsi.

venerdì 24 luglio 2015

Kepler scopre la Terra bis

Ieri Plutone, oggi Kepler 452b. E l'uomo vola sempre più in alto. E l'astronomia è sempre più cool (e da prima pagina)... 


mercoledì 22 luglio 2015

I segreti di Plutone


Si trova a 4.500 milioni di chilometri dal sole e sulla sua superficie la temperatura oscilla costantemente fra i -230 e i -210 gradi centigradi. Gli orbitano intorno cinque piccole "biglie" rocciose, la più nota delle quali prende il nome dal famoso traghettatore dell'Ade, Caronte. Sono questi i numeri più significativi del nono corpo del sistema solare, un tempo giudicato un pianeta a tutti gli effetti, declassato nel 2006 a pianeta nano. Di Plutone, però, si è sempre saputo pochissimo per via dell'enorme distanza dal "cuore" del sistema solare e per le sue minuscole dimensioni, inferiori perfino a quelle della Luna. Fino a ieri. Oggi, infatti, sono arrivate le prime immagini del pianeta nano, grazie alla sonda statunitense New Horizons che è giunta ad appena 12mila 500 chilometri dalla superficie del corpo celeste, sì e no la distanza che separa il Nord Africa dal Nord Europa; un'inezia in termini astronomici.
«Possiamo finalmente studiare la geologia di Plutone», rivela Curt Niebur, della Nasa, «soffermandoci sulle aree più intriganti dell'oggetto celeste, come quella della "coda della balena"». E' una zona particolarmente scura della superficie, che potrebbe suggerire una geologia peculiare e un dinamismo roccioso tutt'altro che scontato. Non è solo questo punto a incuriosire, ma anche un ampio territorio che richiama le fattezze di un cuore. Si sviluppa per circa 2mila chilometri, è di colore biancastro, e al momento è impossibile spiegarne l'esatta natura.
«Il pianeta presenta superfici molto diverse fra loro», conferma John Grunsfeld, astronauta della Nasa, sostenuto da Amanda Zangari, ricercatrice del Southwest Research Institute, che arriva addirittura a ipotizzare che in un punto sia possibile "ricostruire" i lineamenti di Pluto, il cane della Disney. Forse un altro esempio di prosopagnosia, l'attitudine umana a vedere volti dove non ci sono. Più prosaico il parere di Charles Krauthammer, Premio Pulitzer del Washington Post, secondo il quale «nonostante i recenti fallimenti della razza umana, c'è ancora l'ambizione di raggiungere i più grandi obiettivi».
A capo del progetto ci sono i tecnici della Johns Hopkins University di Laurel, nel Maryland, che ieri hanno potuto alzare le mani al cielo dopo nove anni di attesa. Tanto è infatti il tempo che separa il traguardo di oggi, dalla partenza della sonda avvenuta il 19 gennaio del 2006. Un vero miracolo dell'ingegneria spaziale, in grado di percorrere 14 chilometri al secondo. E' stata lanciata il 19 gennaio del 2006 dalla base di Cape Canaveral, con a bordo le ceneri dello scopritore di Plutone, Clyde W. Tombaugh. E da domani inizierà a spedire informazioni alla Terra. Cosa interessa di Plutone?
La sua superficie, di cui si può già intuire qualcosa, ma anche la sua atmosfera, che si suppone sia rappresentata perlopiù da monossido di carbonio, azoto e metano. Si verificherebbe peraltro un fenomeno particolare, l'opposto di quel che accade su Venere (e sulla Terra), una sorta di effetto serra al contrario. Così si giustificherebbero le bassissime temperature, dovute a repentine trasformazioni dallo stato solido a quello gassoso.Si intende anche capire qualcosa di più della relazione che intercorre fra Plutone e Caronte, una specie di sistema planetario binario, dovuto a uno scontro avvenuto 4,5 miliardi di anni fa con un corpo della fascia di Kuiper; similmente a ciò che accadde fra la Terra e la Luna. E dopo questo traguardo New Horizons si spingerà verso i confini più estremi del sistema solare, oltre la stessa fascia di Kuiper, puntando gli occhi sul mistero della nube di Oort, da dove provengono le comete. «Non vedo l'ora di conoscere le numerose informazioni che avremo a disposizione fra poco tempo», dice il grande astrofisico Stephen Hawking, «grazie alla storica missione New Horizons».