giovedì 25 maggio 2017

Genocidio armeno: la verità "scientifica"


L'aspetto più desolante è che si continui a combattere a suon di numeri, come se da un giorno all'altro potesse saltare fuori un vero vincitore, in grado di dimostrare di avere ucciso meno persone. La combutta s'è inasprita dopo la dichiarazione del Papa, che si riferisce al genocidio armeno come "la prima grande tragedia del secolo". La risposta di Ankara non si è fatta aspettare: otto milioni di indiani d'America, gli italiani in Libia, i francesi in Algeria… Insomma, i cristiani, che predicherebbero bene, ma razzolerebbero male. Fu il Parlamento europeo a ufficializzare il termine "genocidio" nel 1987, invitando fin da allora la Turchia ad ammettere le proprie colpe.

Non spetta certo a un giornale di natura occuparsi di casi diplomatici come questo, che peraltro non fanno che destabilizzare il già precario equilibrio fra occidente e oriente; tuttavia è proprio dall'incompetenza a livello "scientifico" che spesso i fatti di cronaca rischiano di essere filtrati in modo impreciso, compromettendo la possibilità di dialogo. Quando insorgono attriti di natura politica e sociale, si ha a che fare con retroscena culturali, storici e antropologici, che vengono trascurati, e che se fossero analizzati adeguatamente potrebbero portare a vedere le cose da un nuovo punto di vista, facilitando la disanima. I genocidi hanno costellato la parabola umana, inutile nasconderlo, ma è controproducente che si continui ad avere un approccio pressappochista agli orrori della storia. Per capire in che modo si è consumato il lungo conflitto turco-armeno è dunque necessario valutare una serie di aspetti sociali che rimandano agli albori della civiltà.

La Turchia, questo è il succo della questione; la sua geografia. Non è un caso che venga anche definita la culla della civiltà. Qui, di fatto, nasce l'Europa e il mondo di oggi. Qui si sono alternati persiani, macedoni, parti, bizantini, e prima ancora i discendenti dei primi uomini moderni. Da qui sono partiti gli antenati degli azerbaigiani, dei cumani ungheresi, dei tuvani russi e cinesi e di decine di altre popolazioni. La Turchia costituì il ponte ideale per la prima conquista dei Balcani e del Caucaso. Se la giocarono gli antichissimi abitanti dell'Anatolia e i rappresentanti della cosiddetta cultura Kurgan, che corrisposero alla diffusione del paradigma indoeuropeo, padre di tutti noi. Ecco perché la Turchia è ancora oggi di difficile comprensione dal punto di vista globale e perché i dissapori fra i diversi substrati etnologici non capitolano definitivamente.

E' difficile parlare di popolazioni turche, perché non esiste una sola popolazione, ma un potpourri di matrici etniche. Attualmente il melting pop turco è rappresentata da oltre settanta milioni di persone, ma gran parte di esse sono di origine greca, curda, ebrea, bulgara; c'è il popolo dei laz, turco-georgiano e dei circassi, proveniente dalla Russa meridionale. Senza contare che ogni giorno lavorano e vivono regolarmente all'ombra delle moschee di Istanbul 100mila armeni. La domanda, dunque, è la seguente:perché cento anni fa Mustafa Kemal Ataturk, primo presidente della Turchia, se la prese proprio con gli armeni?

La risposta è (relativamente) semplice: gli armeni erano sostenuti dal governo russo che fin dalla seconda metà dell'Ottocento voleva "spillare" territori agli ottomani e magari riuscire anche a imporre la propria legge sul governo della ridente capitale del Bosforo. Peraltro gli antichi coloni della Frigia (di cui sono figli gli abitanti facenti capo a Erevan) erano i progenitori del grande Regno d'Armenia che dalle acque del Mar Caspio scivolava fino a quelle del Mediterraneo. Gli armeni erano ovunque.

I turchi coinvolsero i curdi nella battaglia contro quelli che cominciarono a essere considerati come degli intrusi, e con la nascita dei Giovani Turchi (movimento politico della fine del diciannovesimo secolo, guidato da Ismail Enver, pronto a allearsi con i tedeschi), poco prima del primo conflitto mondiale, il disastro ebbe inizio. Risultato: un milione e mezzo di morti (anche se le ultime stime degli storici si fermano a 800mila). E' difficile, dunque, capire dove finisce e dove inizia il concetto di genocidio. Il problema verte sulla sistematicità dell'operazione di sterminio.

Nell'Olocausto hitleriano è evidente il tentativo di sterminare gli ebrei, in questo caso, secondo il governo turco, no. E lo proverebbe il fatto che numerosi armeni presenti a Istanbul al momento della deportazione oltre i confini anatolici, non subirono violenze. Ecco perché Erdogan, dodicesimo presidente della Turchia, è contrario alla posizione del Papa, che sposa la tesi comunemente accettata da tutti del primo vero genocidio della storia. Stati Uniti compresi. Il confronto prosegue in questi giorni con l'Europarlamento che parla chiaro: no al negazionismo. Ma intanto i turchi non mollano e l'hackeraggio ordito da un gruppo di cyber professionisti ai danni della Santa sede, potrebbe essere solo l'inizio di un nuovo paradossale scontro fra est e ovest.

martedì 16 maggio 2017

Come vincere il mal d'amore


«Il cervello è come un gatto addormentato. Il sistema può scatenarsi nel giro di pochi minuti. La maggior parte di noi continua a innamorarsi, anche tre o quattro volte nella vita». Sono le parole di Helen Fisher, antropologa e studiosa del comportamento presso l'Indiana University, negli Stati Uniti. Significa che periodicamente siamo destinati a provare sentimenti come la passione, l'infatuazione, la rabbia e la delusione per una storia finita; indipendentemente dalle nostre volontà. Ma c'è un nuovo studio che chiarisce i meccanismi del cuore, suggerendo che ognuno di noi, con opportuni esercizi, può modificare i sentimenti in modo da fare durare di più l'amore o, al contrario, nel caso di un rapporto difficile, di farlo finire il più in fretta possibile. E' l'esperienza maturata dai ricercatori Sandra Langeslag della University of Missouri-St. Louis, in Usa, e Jan van Strien della Rotterdam University, in Olanda. 

Hanno coinvolto quaranta persone in un test; metà nel pieno di una storia d'amore, l'altra al termine di una relazione. Sono state sottoposti alla visione di trenta foto dei rispettivi partner o ex. E quel che è emerso induce gli scienziati a credere che sia realmente possibile "regolare l'amore". Come? Con la tecnica della "rivalutazione". Vuol dire imparare a ragionare solo sugli aspetti positivi di un rapporto. Può sembrare banale ma le analisi delle onde cerebrali mettono in luce un netto miglioramento dell'umore in seguito alla "up-regolation", appunto, il pensiero positivo, in contrasto con la "down-regolation". «Non è un'illusione», dice Langeslag, «il sentimento d'amore può crescere o diminuire in base alla capacità di concentrazione e al riferimento a piacevoli sensazioni amorose». E le prospettive sono quelle di curare ogni tipo di emozione: «Siamo potenzialmente in grado di influenzare qualunque sentimento», racconta Holly Parker, docente di psicologia della Harvard University. 

Sono considerazioni importanti se si pensa che la mente di un innamorato frustrato è simile a quello di una persona sofferente di crisi ossessive compulsive; in entrambi i casi, infatti, il cervello presenta scarse quantità di proteine necessarie al trasposto della serotonina, ormone fondamentale per il benessere della mente. Non a caso c'è chi sostiene che le pene del cuore possano essere contrastate con farmaci che normalmente vengono assunti da chi soffre di sintomi nevrotici. O medicamenti più blandi, ma comunque con qualche effetto collaterale. Come quello recentemente ottenuto da esperti dell'Università di Graz, in Austria, da un albero che cresce in Costa d'Avorio, indicato per chi soffre di "stress romantico". La pillola d'amore punta sull'azione dei principi attivi contenuti nella Griffonia simplicifolia, perlopiù vitamine, E, B, e B6. C'è anche molto triptofano, amminoacido (molecola base delle proteine), un precursore della serotonina, e dunque perfettamente calibrato per alleviare i dispiaceri. A questa stregua, però, i farmaci potrebbero essere evitati. 

Basterebbe, infatti, il pensiero. Un pensiero di un certo tipo, nel quale crede anche James Gross, professore della Stanford University: «Con i dovuti esercizi chiunque può essere in grado di cambiare radicalmente il modo di vedere le cose; modificando la risposta emotiva nelle relazioni sociali». Strada percorsa anche da Sigmund Freud, padre della psicanalisi, il quale sosteneva che la mente può controllare molte emozioni, non solo legate all'ansia e alla paura. E' su questi aspetti, peraltro, che si concentra la terapia cognitivo-comportamentale, tarata per vincere le nevrosi, ma non in modo esplicito i contraccolpi suscitati da un amore non corrisposto; o non equilibrato. O peggio, alla base di comportamenti aggressivi come lo stalking. Langeslag, infine, rimanda alle relazioni che funzionano, ma che con l'"up-regolation" potrebbero andare meglio; durando in ogni caso più di quanto non accadrebbe elucubrando negativamente. Perché le spine possono insorgere anche infatuandosi di qualcuno, ricambiati; accusando sensazioni ansiogene, angoscianti, di stress. 

Quel che succede anche nelle storie altalenanti, dove l'affettuosità rischia talvolta di essere sostituita dalla cosiddetta "affezione ansiogena" che potrebbe infine portare alla "affezione repulsiva", anticamera della separazione. Oggi le indicazioni di Langeslag confermano l'importanza di un approccio più approfondito alle storie romantiche. Che rispetto ai decenni passati sembrano molto più fragili. L'Università di Pavia ha condotto uno studio dicendo che l'amore in una coppia si esaurisce, in media, dopo un anno. Focus, la proteina NGF, Nerve Growth Factor, responsabile della tipica eccitazione che subentra durante le prime fasi dell'innamoramento. Si è visto che dodici mesi dopo il primo appuntamento i suoi livelli crollano. Ma non tutto è perduto. L'innamoramento se ne va, ma può subentrare un sentimento d'affetto meno eccitante, ma più stabile, che con i suggerimenti forniti dalla Langeslag potrebbe (forse) trasformarsi nel sogno di tutti: l'amore eterno.  

I danni fisici
Storie finite e dolori che si trascinano. Il mal d'amore, però, non è solo un problema dell'anima, ma anche del corpo. Ne sono convinti gli studiosi dell'American Heart Association che hanno evidenziato una serie di conseguenze tipiche di chi si è appena lasciato; e che ricadono sotto un nominativo specifico da poco introdotto in campo medico: la cardimiopatia di Tako-tsubo. Detta anche sindrome del cuore spezzato contempla non solo problemi di natura cardiovascolare, ma anche insonnia, aumento del cortisolo (ormone dello stress), indebolimento del sistema immunitario e del cuoio capelluto, inappetenza. Le sensazioni amorose stimolano le stesse aree legate all'assunzione di sostanze stupefacenti, per cui la fine di una storia può anche essere assimilata a una condizione di grave astinenza.

Amori senili
Il paese invecchia, l'età media si allunga e… anche l'amore. Gli amori senili sono sempre più frequenti, con storie di cuore che cominciano oltre i 65 anni di età. Una felice notizia perché i primi studi sull'argomento affermano che gli over 65 innamorati sono quelli che vivono più a lungo e stanno meglio in salute. Per i gerontologi italiani l'innamoramento è pertanto un "esercizio" pari a quello fisico e utile quanto l'attenzione che andrebbe riservata a tavola. Le statistiche confermano questa tendenza. Un recente sondaggio condotto su over 70 ha evidenziato che l'attività sessuale può essere soddisfacente, con un paio di rapporti ogni due mesi. Anche la psiche ne beneficia. Tutte le coppie con una relazione stabile e rapporti periodici si definiscono felici e serene.

La filosofia del sentimento
Alain de Botton, scrittore svizzero, ne è convinto: l'amore si cura anche con la filosofia. Partendo dal presupposto che il sentimento è parte integrante dell'esistenza e che non si dovrebbero osservare solo i momenti idilliaci o quelli più disastrosi; ma occorrerebbe soffermarsi sulla gran parte del tempo dedicato a una relazione che di solito non riguarda né la fase iniziale "euforica", né quella "drammatica" finale. «E' fondamentale sapere esplorare la via di mezzo fra le giornate di sole e il tutto grigio», dice de Botton, battezzato non a caso il filosofo dei sentimenti. Occorre guardare a una storia d'amore come si contempla un viaggio che ha un inevitabile inizio e (teoricamente) un termine. Così è possibile dare un senso "filosofico" alle bizzarrie del cuore che, per quanto possano regalare i momenti più memorabili di un'esistenza, non dovrebbero mai mostrare il lato più oscuro. 

lunedì 1 maggio 2017

Il paradiso di Chernobyl


Non un ossimoro, ma quel che si sta, di fatto, concretizzando nei dintorni della località bielorussa dove nel 1986 è avvenuto il più grave disastro nucleare della storia dell'uomo. Qui un team di ricercatori dell'Università della Georgia, in Usa, ha evidenziato un indice di biodiversità molto elevato, legato alla sopravvivenza e alla convivenza di specie animali che in altri posti la competitività e la morsa antropica non rendono possibili. Cervi, lupi, volpi, alci, cinghiali, sono i protagonisti di un macrocosmo ambientale che sta prendendo forma in una delle zone più inquinate del pianeta, dove il livello radioattivo continua a rimanere superiore alla media. Gli animali prosperano e si riproducono con grande facilità perché la mancanza dell'uomo rende la loro vita meno pericolosa: non esistono barriere architettoniche, le strade sono liberamente percorribili, e non c'è il rischio di finire impallinati. Insomma, un vero e proprio paradiso terrestre. Com'è possibile? 

Nessuno lo sa. Su Current Biology emerge la potenza quantitativa e qualitativa di molte specie di mammiferi. E la cosa che stupisce di più è che gli animali non risentirebbero delle radiazioni. Cozza con uno studio effettuato tempo fa sui funghi, dove si diceva che la crescita di saccaromiceti e deuteromiceti ha subito negli ultimi trent'anni uno sviluppo abnorme. Gli animali invece stanno bene. Anzi benone. Addirittura la popolazione di lupi risulta sette volte superiore a quella di altre località "più sane". Jim Smith, a capo dello studio, colpisce per la sua prosaicità: «Se dovessimo ponderare su largo spettro l'impatto ambientale di Chernobyl potremmo dire che l'incidente non ha fatto gravi danni». 

Certo, c'è del sarcasmo in queste parole, tuttavia è evidente che sul lungo termine le popolazioni animali più progredite non hanno subito la devastazione patita da altre specie o dall'uomo stesso che è completamente scomparso dall'area in esame. E dunque gli animali hanno beneficiato anche di questo aspetto, sfruttando le case abbandonate che sono state utilizzate come ripari di super lusso. «In pratica la zona di Chernobyl contro ogni aspettative si è trasformata in una specie di riserva naturale». 

giovedì 27 aprile 2017

Il lungo sonno del ghiro


Il ghiro è un piccolo animale appartenente al gruppo dei roditori. E' particolarmente noto all'uomo perché da sempre è chiamato in causa quando si vuole prendere in giro una persona perennemente assonnata, il classico "dormiglione"; in termini, quindi, vagamente dispregiativi. In realtà il ghiro è un animale intelligente, furbo e rapido, spesso scambiato per uno scoiattolo, un tempo addirittura cacciato per preparare succulenti pranzetti. Gli scienziati dell'Università di Vienna lo studiano con attenzione, per comprendere una fra le sue prerogative biologiche più importanti: il letargo. Il ghiro, infatti, riposa fino a 6-7 mesi all'anno, periodo che gli consente di "ricaricare le batterie" e soprattutto fare fronte alle rigidissime temperature invernali. Non è un sonno costante e ininterrotto, ma caratterizzato da brevi risvegli necessari a mangiucchiare qualcosa. 

Il vero risveglio avviene in primavera, poco prima della stazione riproduttiva. In quest'ultima ricerca gli esperti hanno, in particolare, potuto appurare che la qualità del letargo è direttamente proporzionale alla lunghezza della vita. Hanno, infatti, verificato che il lungo sonno della stagione fredda è in grado di influenzare la lunghezza dei telomeri, regioni terminali dei cromosomi, da sempre considerati un buon indice di misurazione della longevità. Importanti sarebbero anche i livelli di temperatura percepiti dall'animale durante il periodo estivo. Conclusioni che potrebbero giovare perfino all'uomo, riferendosi a individui che per diversi motivi sono obbligati a vivere in condizioni "termiche" particolari.  

mercoledì 26 aprile 2017

L'antico corso del Po


E' un processo che va avanti da millenni: lo spostamento verso nord del corso del Po. L'11 novembre 1570 fu la data che spinse la foce del fiume quaranta chilometri più in là, raggiungendo i confini di Chioggia e del veneziano. Complice un terremoto di magnitudo 5,4 che sconvolse il ferrarese e che oggi scopriamo essere legato agli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012, avvenuti in Emilia. Le scosse di cinque anni fa determinarono un sollevamento di dodici centimetri dell'area epicentrale, e un abbassamento del suolo di un paio di centimetri nella vicina zona di Finale Emilia. L'11 novembre del 1570, analogamente, il terremoto causò un innalzamento di quindici centimetri del livello del terreno, e con esso il più importante fiume italiano cambiò per sempre faccia. Fino alla metà del Cinquecento gran parte delle acque provenienti dal Monviso sfociavano dalle parti del porto etrusco di Spina, a nord di Marina di Ravenna. Un piccolo ramo, invece, si dirigeva verso il settentrione, sciogliendosi nelle acque di Venezia. Risaliva al XII secolo e fu tale in seguito alla Rotta di Ficarolo, gigantesca alluvione che si protrasse per anni, allagando molte aree della pianura padana.

Nel 1570, l'ultimo tratto del fiume, sposò il nuovo alveo, abbandonando definitivamente il ferrarese e i meandri dell'antica foce. La città subì gravi perdite economiche. Non fu più centro portuale e le merci in transito fra l'Adriatico e l'entroterra padano trovarono altre strade. Ancora oggi è possibile risalire alle origini del vecchio Po. Il paleoalveo dei Barchessoni indica che lì in tempo passava il fiume. Siamo nel comune di Mirandola, in provincia di Modena, dove sono riconoscibili spianate terrose di colore più chiaro (gli antichi argini) rispetto a quelle adiacenti più scure (il vecchio letto del fiume). Il fenomeno è ben visibile con una ricognizione aerea a una decina di chilometri più a sud dell'attuale corso fluviale. I resti dei vecchi tracciati del fiume sono riconoscibili anche in altre località: Viadana, Sabbioneta, Poviglio.  

Gli archivi ci raccontano che il terremoto del 1570 causò parecchi danni; e almeno il 40% degli edifici del ferrarese non resistette alle scosse. Per la popolazione fu la giusta punizione divina per un territorio mal governato dagli estensi. Ma alla fine le colpe ricaddero perlopiù sugli ebrei. I marrani erano ebrei sefarditi in fuga dalla penisola iberica, dove il cattolicesimo si era messo a dargli la caccia. Era nell'aria: nel 1556 venticinque marrani erano stati arsi vivi in piazza ad Ancona. Erano mal visti da tempo e con il terremoto fu chiaro a tutti che fossero loro i veri colpevoli del disastro ambientale. Comunque una storia relativamente recente. Altri studi sono riusciti a ricostruire il corso del grande fiume italico dal calabriano (piano geologico del Pleistocene iniziato oltre un milione di anni fa) a oggi; puntualizzando soprattutto sull'ultimo glaciale, il wurmiano, fra centomila e diecimila anni fa. Il livello dei mari era inferiore all'attuale di centodieci metri. E il Po percorreva un tratto più lungo: da Piacenza scivolava verso Mirandola, Molinello e Cervia. 

La stessa situazione s'instaurò durante le glaciazioni succedutesi da 800mila anni a questa parte. Poi le cose cambiarono con l'arrivo dell'uomo; che ha progressivamente inciso sul suo corso, con opere di rafforzamento degli argini, che in certe aree geografiche raggiungono vari metri di altezza. Di fatto le alluvioni del Po erano frequentissime e devastanti. I dati storici rimandano la prima alluvione ufficiale al 204 a.C.. Da allora sono stati contati quasi centocinquanta fenomeni distruttivi. Nel 589 si ebbe la Rotta della Cucca, una piena che portò a una modifica importante dell'idrografia di tutta la pianura padano-veneta. Nel 1330 un'alluvione nel Polesine e nel mantovano causò 10mila vittime. L'ultimo evento importante si è verificato nel 2000. A ottobre si ebbe la seconda piena più importante del ventesimo secolo: ci furono ventitré morti, undici dispersi e 40mila sfollati.

Il contesto geotettonico riguarda, dunque, una zona particolarmente suscettibile agli eventi tellurici. Si sa, infatti, che fra il ferrarese e il mantovano si sono verificati terremoti disastrosi nel 1356, 1561, 1761. Gli studi condotti da esperti dell'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS) di Trieste hanno evidenziato che le faglie coinvolte nel 2012 e quella del 1570 sono allineate e che ancora oggi potrebbero essere interessate da fenomeni tettonici. Quella più antica si trova sepolta da strati di depositi alluvionali a una quindicina di chilometri a nord di Ferrara. E da sempre è coinvolta nei movimenti che riguardano il progressivo innalzamento degli Appennini; che concerne anche gli ultimi fenomeni sismici verificatesi in centro Italia nel 2016, coinvolgendo la Valle del Tronto, i Monti Sibillini e i Monti della Laga. Alla base c'è la sempiterna spinta della placca africana, su quella euroasiatica. Le ultime analisi condotte dal Rinus Wortel, geofisico dell'Università di Utrecht, in Olanda, asseriscono che è in corso un processo di subduzione che sta portando il nostro continente a "scivolare" sotto quello africano: strategia che consente al pianeta di "riciclare" la crosta terrestre, contemporaneamente all'azione delle dorsali oceaniche che producono nuovi strati litologici. 

La lezione di Mario Soldati
Cibo, natura e letteratura; così può essere riassunto il succo del lavoro svolto da Mario Soldati nel 1957. Lo scrittore italiano inventò il primo reportage enogastronomico, muovendosi dalle sorgenti del fiume più lungo d'Italia, alla foce. "Alla ricerca dei cibi genuini; viaggio nella valle del Po" andò in onda dal 3 dicembre sulla Rai, con le musiche di Nino Rota. Ora l'avventura sta per essere intrapresa di nuovo da un gruppo di giovani ferraresi, fra giornalisti, fotografi e cineoperatori. Partiranno dalla foce del fiume il 25 aprile 2017 e per due settimane studieranno il suo corso, soffermandosi sui cambiamenti avvenuti negli ultimi sessanta anni e intervistando i tanti italiani che vivono lungo le sue sponde.

Il nuovo parco
Il primo tratto sperimentale del Parco Fluviale del Po è stato inaugurato. Per chi desidera scoprire alcuni fra gli angoli più belli del fiume, potrà da oggi scegliere fra percorsi pedonali, strade ciclabili, aule didattiche, aree di picnic, e porticcioli per le canoe. I percorsi attrezzati permettono di osservare il Po da ovest a est, inoltrandosi nel Bosco della Lite e nel Bosco delle Fate o seguendo il sentiero dell'Upupa; il tutto in corrispondenza dei comuni di Villanova sull'Arda, Polesine-Zibello e Roccabianca. Il parco sperimentale è frutto del lavoro condotto dal Gruppo Unipol e da Legambiente, che mira al recupero delle aree degradate del nostro Paese. «Crediamo nella capacità dei territori di tutelare e di produrre bellezza», dichiara Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, «di costruire processi di qualità che migliorano quanto di meglio c'è in Italia».

La pantera del Po
Un fossile trovato da un pensionato e consegnato al Museo paleoantropologico di San Daniele Po, consente di stimare la realtà ambientale dell'antica valle Padana. Un osso lungo una ventina di centimetri, e Renato Bandera, che da anni scandaglia con la sua canoa il grande fiume, pensa ai macabri resti di un uomo. Poi la sorpresa. Un paleontologo dell'Università di Parma intuisce che possa essere ricondotto allo scheletro di un felino; e ne ha conferma confrontandosi con Martin Sabol, dell'Università di Bratislava. La rivista Quaternary International svela infine l'arcano il mistero: sono i resti di un esemplare di Panthera pardus, un leopardo che viveva in Pianura Padana 200mila anni fa. All'epoca, infatti, il territorio bagnato dalle acque del fiume, era simile a una savana africana, ed era abitato da ippopotami, elefanti, rinoceronti e appunto… feroci pantere.  

lunedì 17 aprile 2017

Animali arrampicatori


Il migliore scalatore nel regno animale? È la capra di montagna (Oreamnos americanus), simile, in realtà, al nostro camoscio. Lo studio condotto in una remota regione a cavallo fra Stati Uniti e Canada ha messo in luce le straordinarie caratteristiche di questo animale, capace di arrampicarsi su pareti a strapiombo, senza pericolo di sbilanciarsi e cadere. Il suo segreto risiede in un potente apparato muscolare e in un baricentro basso che gli consente di mantenere la stabilità anche su i pendii più ripidi. Su internet sono disponibili vari video che evidenziano questa straordinaria attitudine delle capre delle Montagne Rocciose. Gli stessi Ryan Lewinson e Darren Stefanyshyn dell’University of Calgary si sono avvalsi di queste registrazioni per ricavare nove fotogrammi da analizzare dal punto di vista anatomico e fisiologico.

Hanno osservato con particolare attenzione il movimento delle zampe, perfettamente calibrate per l’arrampicata. Le gambe posteriori, in particolare, sono quelle che permettono di spingere l’animale verso l’alto, agendo come un propulsore. Ma intervengono anche i muscoli del collo e delle spalle, con fibre allungate e molto resistenti. “Non è detto che sia così in tutti gli animali”, specificano Lewinon e Stefanyshyn, “gli esemplari più anziani, infatti, potrebbero avere adottato un sistema diverso per vincere le salite più irte”. L’attitudine alla scalata è caratteristica anche di altri mammiferi delle alte quote; compresi i nostri stambecchi. La Capra ibex è letteralmente in grado di sfidare la forza di gravità; come ha recentemente dimostrato sulla diga di Cingino, in Piemonte, a due passi dalla Svizzera. Gli animali hanno superato una pendenza estrema, che nessun uomo sarebbe in grado di sostenere, se non imbracati a corde e moschettoni.

Anche le capre del Nord Africa compiono missioni "estreme". In Marocco si arrampicano su alberi alti dieci metri per raggiungere il cibo preferito, un frutto particolarmente dolce, tipico dell'Argania spinosa. Fra i mammiferi anche i felini mostrano propensione all'arrampicata. Basti pensare all'agilità con cui i gatti "scalano" un albero, o i leopardi si addormentano su una pianta di acacia. 

giovedì 13 aprile 2017

Erbario: due geraniacee

Due geraniacee nello stesso posto, un'aiuola selvatica in via Bixio…

Geranium pyrenaicum
Erodium manescavii

mercoledì 29 marzo 2017

La simbologia del pesce


Si avvicina Pasqua e sta arrivando il primo di aprile. Due considerazioni temporali che rimandano a un importante simbolo dell'immaginario collettivo: il pesce. Perché in quasi tutte le popolazioni c'è un riferimento antropologico a questo animale? La risposta non è scontata e non può prescindere dall'ambiente in cui il pesce nasce, cresce e muore: l'acqua. E l'acqua simboleggia l'inconscio, vale a dire la parte più recondita degli uomini, che Jung ricondusse a una collettività sovraumana che si sposa con il cosmo. «Scoprire di avere in sé la natura del pesce significa trovarsi di fronte a un profondissimo strato dell'anima», dice lo psicanalista svizzero Ernst Aeppli, discepolo della scuola junghiana.

Iesous Christos Theou Hyios Soter significa Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore; prendiamo le iniziali della prima e dell'ultima parola, le prime due lettere della seconda e della terza, il secondo carattere della quarta: si ottiene Ichthys che, in greco, indica proprio "pesce". L'acrostico spiega, dunque, l'inequivocabile relazione fra gli abitanti delle acque e la religione cristiana, ma ci sono teorie alternative. Una indica la fonte battesimale, ancestralmente detta "peschiera"; dove i cristiani venivano battezzati e metaforicamente assimilati ai pesci;  e "pesciculi" era il nome con cui si designavano le persone che si convertivano al Vangelo. La stilizzazione dell'animale servì ai primi seguaci di Cristo per riconoscersi, officiare i culti, e convincersi del proprio ruolo sociale: quello di "pescatori di uomini".

In realtà il pesce è sempre stato un animale "mistico". A partire dagli scritti biblici. Se ci si pensa, la strategia intrapresa da Dio per ridare ordine alla natura umana, fu il diluvio universale che, guarda caso, risparmiò proprio i pesci. E c'è la storia di Giona, profeta ebraico vissuto a cavallo fra il IX e l'VIII secolo prima di Cristo. Finì nel ventre di un "grosso pesce" dove sopravvisse per tre giorni e tre notti pregando Dio; che ascoltò il suo dolore e alla fine impose al pesce di liberarlo. Tre giorni di oblio, come tre giorni furono quelli che anticiparono la resurrezione di Gesù. La vicenda è riportata anche dal Corano nel quale si dice che "se Giona non fosse stato uno di quelli che glorificano Dio, sarebbe rimasto nel ventre del grosso pesce fino al giorno della resurrezione". Eppure il pesce va oltre i dogmi del Nuovo e dell'Antico Testamento e delle sure coraniche. E incontra moltissime altre culture. Negli assirobabilonesi c'era Oannes, figura mitologica metà uomo e metà pesce; i polmoni gli permettevano di vivere di giorno sulla terraferma; le branchie di riconquistare il mare di Eritrea, dove trascorreva le ore notturne.  

Nella "Storia di Babilonia" narrata da Beroso trecento anni prima della venuta di Gesù, Oannes è colui che insegnò agli uomini l'importanza della scienza, dell'arte e della letteratura. In Egitto il pesce era un simbolo ambiguo. L'anguilla era considerata sacra a Eliopoli, città dell'antico Regno, oggi periferia del Cairo; e il pesce persico era divinizzato nel culto legato a Neith, dea della caccia e della guerra. Tuttavia gli animali delle acque erano anche temuti per via del loro silenzio, associato al timore che potessero compiere azioni meschine. Come quella che procurò l'amputazione del fallo al dio Osiride, a opera di un abitatore degli abissi, dopo la morte della divinità provocata da Seth, il dio del caos. E non è un caso che lo studio psicanalitico associ ancora oggi il pesce al pene.

Il culto simbolico di questo animale è vivo anche in oriente ed estremo oriente. In India la mitologia riferisce che il dio Vishnu assunse le somiglianze di un pesce per salvare dal diluvio universale Manu, considerato il padre di tutti gli uomini. In Cina le specie ittiche concernano il piacere sessuale, la felicità e l'abbondanza dei raccolti. In Giappone, il coraggio; e il 5 maggio è usanza appendere fuori delle porte delle case fotografie di carpe che esprimono coraggio e resistenza.

E in Italia? A parte la simbologia teologica, il pesce è anche legato a fenomeni di costume. Una persona ingenua e un po' credulona viene detta "pesce", perché ci casca sempre. Un adolescente è "né carne, né pesce". L'occhio da pesce lesso indica una persona in imbarazzo; e a un individuo a disagio gli si dice che "sembra un pesce fuor d'acqua". E c'è infine il famosissimo pesce di aprile, che fin dalle scuole elementari ci decantano senza saperne bene le origini. Ebbene questa storia risale al Cinquecento, con il passaggio dal calendario giuliano a quello gregoriano. Cambiò il modo di calibrare il tempo e le stagioni e dunque il Capodanno che tradizionalmente cadeva fra il 25 marzo e il 1 aprile, venne spostato alla fine di dicembre. Non tutti però adottarono il nuovo metodo di misura e continuarono a festeggiare l'Ultimo in corrispondenza dell'equinozio di primavera. Divennero però presto motivo di burle e prese in giro. Chi al passo con i tempi, infatti, iniziò a confezionare dei regali destinati ai fedeli del calendario giuliano, in realtà scherzi belli e buoni che ancora oggi adottiamo per celebrare il risveglio della natura dopo il lungo inverno.



Altri simboli
Durante i primi anni della chiesa non era permesso raffigurare Gesù o la Madonna e per questo motivo i simboli ebbero il sopravvento. A parte il pesce, altre simbologie concorsero all'affermazione della nuova religione. Ci fu per esempio la sigla JHS, in greco antico, Gesù. Comparve nel terzo secolo dopo Cristo. Nel medioevo cambia il suo significato in Jesus Hominum Salvator (Gesù Salvatore degli uomini). La colomba indicava purezza e mitezza ed era associata al battesimo (ché durante il sacramento officiato a Gesù a opera di Giovanni Battista, un uccello scese dal cielo per glorificare l'evento). Oggi è ancora utilizzata, ma rapportata soprattutto allo spirito santo o a raffigurazioni della Trinità.

La croce
In compenso il simbolo cristiano per antonomasia è anche appannaggio di culture che nulla hanno a che vedere con il culto di Gesù. Segni crociati rimandano addirittura all'età della Pietra. La croce celtica spiega la mitologia norrena e la figura di Odino, creatore del mondo e di tutte le cose; poi adottata per secoli da tutto il politeismo nord europeo. In Egitto c'è il simbolo dell'ankh, in pratica una croce contrassegnata da un cerchio nella parte superiore. Veniva anche detta chiave della vita. E nelle raffigurazioni è sempre in mano a qualche divinità. Nel medioevo diviene il simbolo del rame. Oggi la utilizzano alcune associazioni esoteriche. E c'è la croce a foglia d'albero utilizzata dai Maya, nello Yucatan; riferita a un albero cosmico e alla capacità di sapere leggere il proprio destino.

L'equinozio
La simbologia è cara anche al passaggio dall'inverno alla primavera. L'equinozio si verifica quando i raggi del sole cadono perpendicolari lungo la linea dell'equatore. Accade solo in due momenti dell'anno perché il piano orbitale non coincide con l'inclinazione dell'asse terrestre. Il giorno e la notte, quindi, hanno la stessa durata. Si riferisce alla fine del buio e freddo inverno, simbolo della morte; mentre la primavera indica la rinascita. Le mitologie di tutto il mondo raccontano del momento di festa più importante dell'anno, nel quale molti riti venivano osservati per garantire un buon anno di raccolti, ma anche per esorcizzare l'eterna paura dell'aldilà. Si pensa che la prima festa di primavera sia avvenuta quasi 5mila anni fa in Egitto. 

giovedì 23 marzo 2017

L'origine degli etruschi


Un popolo misterioso, che ha contribuito alla storia culturale e artistica dell'Italia. Sono gli Etruschi, dei quali si continua a parlare senza sapere quale sia la loro vera origine. Erodoto sosteneva che provenissero da est; dalla Turchia; forse dalle coste di Smirne. Da qui avrebbero navigato per il Mediterraneo, passando per le isole greche, per la Sicilia, e poi approdando in centro Italia, dove vivevano popolazioni autoctone come gli Umbri; descritti da Plinio il Vecchio come una delle etnie più antiche dello Stivale. Per altri autori non sono anatolici ma greci, che abitavano l'Arcadia, storica regione ellenica, sfiorando i confini con la Tracia. Qual è la verità? Di certo la loro arte, gli usi e i costumi che li contraddistinsero, rimandano a una cultura orientale, che ebbe contatti con quella greca. Oggi il rebus, grazie all'impegno di un team di studiosi italiani, parrebbe vicino alla soluzione; tramite l'ingegneria genetica. Il riferimento è agli abitanti della Toscana e ai bovini domestici che vengono allevati nel centro Italia da duemila anni. Gli esperti hanno messo in luce una curiosa circostanza: sia i toscani che i bovidi appartenenti alle razze Chianina e Maremmana, presenterebbero tratti in comune con i genomi mediorientali. Le analisi cromosomiche - oggi sempre più raffinate e precise - permettono infatti di evidenziare la variabilità genetica delle specie prese in esame; delineata da "marcatori" (differenze a livello di singoli geni) che indicano mutazioni accorse nel tempo in una popolazione, sulla base dei suoi spostamenti geografici. Che cosa è emerso?

La razza Chianina e quella Maremmana sono contraddistinte da un corredo genetico molto più variabile rispetto a quello delle altre razze italiane, più omogenee. Dimostra che gli antenati di questi animali potrebbero avere viaggiato più degli altri bovidi, mutando maggiormente e adattandosi di volta in volta al nuovo ambiente conquistato. Lo stesso accade con i toscani. Il loro Dna è più eterogeneo. Un paio di anni fa dei genetisti di Torino l'hanno ufficializzato: il Dna dei toscani è simile a quello dei turchi. Murlo è il piccolo centro che fu preso d'esempio, selezionando quasi cento persone, da generazioni presenti nel territorio senese. Dunque, è accettabile supporre che secoli or sono, animali e uomini, possano avere viaggiato insieme da est alla conquista dell'Italia centrale. Da dove esattamente? Dalla Turchia, via mare, se è vera la tesi di Erodoto; dalla Grecia, via terra, se è attendibile quella degli altri storici. Ma il discorso, alla fine, non cambia. E il riferimento, appunto, è al movimento di antiche popolazioni umane, in compagnia dei loro animali allevati per la prima volta 8mila anni prima di Cristo. E', peraltro, a ridosso dell'Anatolia che sono avvenuti i primi addomesticamenti. Il Bos taurus primigenius è l'antenato selvatico di tutte le mucche presenti oggi sulla Terra, che viveva nel Caucaso meridionale e in Mesopotamia. In Iran, in particolare, presso i Monti Zagros, sono state rinvenute tracce di queste prime relazioni "simbiotiche" fra uomo e animali. Di poco precedenti la domesticazione della capra, della pecora e del maiale; mentre il cavallo verrà allevato per la prima volta in Kazakistan 6mila anni fa.

Marco Pellecchia, dell'Università Cattolica di Piacenza, spiega che si è giunti a questi risultati grazie all'impiego della tecnica genetica approntata per la prima volta da Kary Mullis nel 1968; il brillante e controverso professore dell'Università della California di Berkeley, vincitore del premio Nobel per la chimica nel 1993, ed ex cultore dell'Lsd. Assumendo l'acido lisergico, Mullis stesso ritiene di avere messo a punto la cosiddetta "Reazione a catena della polimerasi" (PCR, dall'inglese "Polymerase Chain Reaction"); grazie alla quale, da una ventina d'anni a questa parte, vengono risolti molti crimini. Con essa è infatti possibile amplificare piccoli frammenti di Dna per poterli studiare nei dettagli, evidenziando i tratti soggetti a mutazioni. Partendo dal presupposto che esistono due tipi di Dna: quello nucleare e quello mitocondriale. Nel secondo caso è più facile condurre gli esperimenti, perché è presente in piccole quantità in organuli tipici della cellula, detti mitocondri, normalmente legati all'attività respiratoria. Il Dna mitocondriale è attivo in tutte le cellule; serve a produrre proteine specifiche, ma deriva esclusivamente dal corredo genetico materno. Il motivo risiede nel fatto che, durante l'incontro fra lo spermatozoo e la cellula uovo, i mitocondri del seme maschile non riescono a penetrare il gamete femminile e perdono la loro autonomia. E va precisato che il Dna mitocondriale è contraddistinto da un maggior numero di mutazioni rispetto a quello nucleare, aspetto fondamentale da tenere in considerazione se si vuole ricostruire correttamente il cammino di popolazioni sfuggenti come gli Etruschi. 

Una civiltà al femminile
Il ruolo della donna etrusca, infatti, era completamente diverso da quello delle civiltà successive, compresa quella dei romani. L'elemento femminile godeva di grande prestigio ed era molto valorizzato nella società. Le donne potevano possedere beni e dare il proprio nome alla discendenza, senza dovere dipendere dal maschio. Anche la morale era più permissiva e il sesso non era vissuto come tabù; circostanza che portò i greci a diffamarli, introducendo nel proprio vocabolario il termine "etrusca", per definire una prostituta. Le cose cambieranno con l'influsso ricevuto dai popoli indoeuropei, in primis Kurgan e Achei, caratterizzati da un'attitudine patriarcale; favorita da comportamenti bellicosi e violenti, in antitesi alla grazia femminile.

L'insediamento etrusco
Dove andare a trovare tracce degli Etruschi? Per esempio a Forcello di Bagnolo San Vito. E' il principiale insediamento etrusco-padano del VI sec. a.C., il più importante rintracciabile a nord del Po. Fu abitato per circa duecento anni, fino all'arrivo dei Celti in Italia settentrionale, nel 388 a.C. Il sito si trova a pochi chilometri da Mantova, ed era circondato dalle acque del Mincio. Non a caso. Il fiume, infatti, offriva risorse idriche e alimentari, e consentiva di tenere lontani eventuali invasori. Forcello è di grande interesse anche perché fino agli anni Settanta non se ne sapeva nulla. Gli scavi sono iniziati ufficialmente fra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, e hanno portato alla luce oggetti provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo, ma anche da Golasecca, l'avamposto celtico più importante del periodo etrusco.

Lingua e calendario
Il mistero degli Etruschi trova conferma in una lingua mai compresa sufficientemente. I resti indicano 13mila documenti epigrafici datati fra il VII e il I secolo a.C. che rimandano a una cultura non indoeuropea. Ma non tutti la pensano così. Ci sono studiosi convinti che sia riconducibile al luvio, idioma utilizzato dagli Ittiti, in Anatolia. Si scriveva da destra a sinistra, come accadeva per molte altre lingue diffuse nel Mediterraneo nell'antichità. Altrettanto ponderate le tesi che assimilano l'etrusco al lidio, una lingua in voga nell'isola di Lemno, sorta prima dell'epopea ellenica. Anche il calendario etrusco presenta delle singolarità: l'anno iniziava a metà febbraio e il giorno veniva calcolato seguendo i movimenti della luna.

martedì 14 marzo 2017

La "strana" dieta dei cervi


Dolce, gentile e carino come Bambi, il famoso cervo dalla coda bianca della Walt Disney. Ma oggi questa immagine pura e immacolata potrà subire un contraccolpo se è vero quanto dicono alcuni scienziati del Northern Prairie Wildlife Research Centre in North Dakota, Usa: l'animale, per recuperare rapidamente ed efficacemente proteine, si accanisce su indifesi pulcini e li divora senza pietà. E' la conferma che non sempre i cervi si accontentano di "pietanze" vegetali, soprattutto quando devono far fronte a richieste alimentari supplementari. 

I test sono stati effettuati con una telecamera posizionata in punti strategici del territorio abitato dagli ungulati, nelle vicinanze di nidi di volatili lasciati incustoditi. Così è stato possibile filmare l'atipico comportamento dei cervi che, secondo i ricercatori, potrebbe riguardare molte altre specie, come per esempio gli alci. Altre registrazioni hanno messo in luce l'attitudine dei cervidi di puntare alle uova di gallo cedrone o di altri comuni uccelli della fauna statunitense; mentre sull'isola scozzese di Rum sono stati avvistati ungulati nutrirsi di uccelli marini. 

«Sono animali erbivori», spiegano gli scienziati, «ma di tanto in tanto amano sfamarsi con qualcosa di "strano"». Un motivo potrebbe anche essere legato alla necessità di assumere calcio in grandi quantità, cosa che non accadrebbe sfamandosi solo di vegetali. D'altra parte tutti i tradizionali erbivori non disdegnano la carne, a partire dalle mucche dei nostri allevamenti che, se capita, sono ben liete di farsi una bella scorpacciata a base di girini.