venerdì 9 settembre 2016

Artemisie e dintorni

Continua la ricerca dedicata alle specie vegetali presenti sul territorio agratese. Girando per i campi in questi giorni ho potuto soffermarmi su due artemisie e sulla bardana. Le artemisie si trovano un po' ovunque, la bardana, invece, l'ho individuata solo al margine dei campi di mais fra Agrate e Omate.

Arctium lappa 
Artemisia vulgaris
Artemisia artemisiifolia

martedì 6 settembre 2016

Ritorno a Jurassic Park


Non è più bello, né più grande di molti altri dinosauri. E' solo più famoso, ma proprio per questo motivo continua a essere vivo nell'immaginario collettivo di grandi e piccini; anche grazie a film di successo come Jurassic Park. E a chiunque si chieda un parere sul mondo del Cretaceo o giù di lì, la risposta è quasi sempre la stessa: Tirannosauro rex. Ecco perché ha fatto scalpore la notizia della scoperta, pochi giorni fa, di un teschio di Tirannosauro integra: un ritrovamento che permetterà agli scienziati di fare luce sulle caratteristiche anatomiche dell'animale e del suo ruolo ecologico. «E ci consentirà di studiarne l'alimentazione, strettamente legata al contesto ambientale», precisa Jack Hormer, a capo degli scavi in corso in questo angolo statunitense. Il T rex era probabilmente al vertice della catena alimentare, nutrendosi di animali erbivori come gli adrosauri o i triceratopi; benché ci siano studi che lo riconducono alla necrofagia, basata sul consumo di carcasse.

La scoperta è avvenuta in Usa, nella cosiddetta Formazione Hell Creek, un'area geologica che attraversa Montana, Wyoming e Dakota, particolarmente ricca di fossili; colonizzata in tempi protostorici da tribù come i Blackfoot e gli Shoshone. All'epoca era una gigantesca isola chiamata Laramidia, che divideva in due parti l'attuale continente nordamericano. Le prime analisi condotte dagli scienziati del Burke Museum di Seattle, parlano di un animale vissuto 66 milioni di anni fa; un'età critica. Siamo alla fine del Cretaceo superiore, nel Maastrichtiano, per la precisione; alla fine di questo "piano" cronostratigrafico ha luogo una delle più grandi catastrofi della storia terrestre: l'estinzione del Cretaceo-Terziario, con la scomparsa - si presume a causa di un meteorite precipitato nello Yucatan, in Messico - del 70% delle specie viventi. Il teschio dell'animale misura un metro e venti di lunghezza, a fronte dei 4-5 metri di altezza e 12-13 metri di lunghezza dello scheletro completo. Rispecchia il T rex tipico, anche se, l'esemplare ritrovato, testimonia un individuo che ha vissuto meno degli anni raggiunti in media dai suoi simili, trenta anni; si tratta, infatti, di un adulto che al momento della morte aveva circa quindici anni.

E sono quindici anche i teschi di T rex ritrovati fino a oggi in buone condizioni; cinquanta i resti fossili complessivi, in alcuni casi addirittura contrassegnati dalla presenza di tessuti molli e proteine, che potrebbero dare importanti informazioni sul dna della specie. E' il caso del rinvenimento, nel 2005, ancora nel Montana, di un T rex a opera di Mary Schweitzer, una paleontologa del Museo di Scienze Naturali del North Carolina. La comunità scientifica sbigottì, poiché le parti molli sono le prime a essere degradate dai batteri; e pare impossibile che possano resistere per milioni di anni. Sull'argomento non c'è ancora una risposta convincente, ma si pensa che in casi rari si possa innescare un particolare processo chimico, mediato da particelle ferrose che avrebbero il potere di impedire la decomposizione di alcune molecole organiche.

Siamo ancora lontani, in ogni caso, dall'ipotesi di ricreare da un fossile un esemplare di T rex, come accade nel film di Spielberg. Anche se molti appassionati di paleontologia non demordono; affidandosi con l'immaginazione a notizie come questa e ad articoli come quello apparso recentemente su Nature che indica l'isolamento, da parte di un team di ricercatori inglesi, di materiale sanguigno da un reperto risalente a 75 milioni di anni fa. Non c'è scritto però che per ridare vita a un dinosauro di questo genere occorre il nucleo di una cellula di T rex; una cellula uovo della specie; e un laboratorio super attrezzato. Di cui, di fatto, non abbiamo nulla. 

giovedì 1 settembre 2016

A caccia di E.T.


"Telefono casa", Spielberg, 1982. Protagonista un omino stranissimo proveniente da chissà quale lontana galassia, che comprese al volo l'unico sistema per mettersi in contatto con mamma e papà, chiedendogli di tornare a prenderlo: lanciare un messaggio che potesse viaggiare a grandissima velocità. Torna in auge la frase del simpatico alieno all'indomani di una scoperta che lascia attoniti gli stessi scienziati: un'onda proveniente da una distanza di 95 anni luce, dalla costellazione di Ercole, fra i più grandi raggruppamenti stellari visibili dalla Terra. Di cosa si tratta?
E' ancora un mistero, del quale si discuterà il 27 settembre nel corso di una conferenza di astronomi organizzata a Guadalajara, in Messico. Si riferisce a un messaggio unico nel suo genere, captato nel maggio 2015 da un telescopio russo ai piedi del Caucaso; che dopo un anno di ricerche non dà ancora risposte. Si sa da dove e partito, ma non chi l'ha spedito. Gli scienziati vanno per ipotesi, non escludendo nessuna possibilità. Anche quella più enigmatica: gli alieni.

Il raggio è in realtà un'onda elettromagnetica, vale a dire una forma di propagazione dell'energia decantata per la prima volta da James Maxwell nell'Ottocento. Arriva dallo spazio e può dire molte cose. Ma in questo caso il tracciato dell'onda mostra un'impennata ingiustificata, come se, davvero, qualcuno avesse diramato volutamente energia nella nostra direzione. Chi?
C'è chi azzarda tirando in ballo la scala di Kardasev, ideata dall'astronomo russo Nikolaj Kardasev per classificare le ipotetiche civiltà dello spazio. Gli astronomi ritengono che per spedire un'onda elettromagnetica come quella registrata in Russia lo scorso anno, occorra una civiltà progredita. Più della nostra; di almeno 300 anni. Significa che noi saremo in grado di fare altrettanto non prima del 2350. Ma se così fosse perché adesso tace? Perché dal maggio del 2015 non ha più dato segnali?

Intanto c'è chi rema contro e prosaicamente coinvolge realtà più consone al mondo della fisica e dell'astronomia. Si chiamano quasar e sono corpi celesti davvero bizzarri, mai compresi fino in fondo. La loro caratteristica è quella di emettere tutti i tipi di radiazione; raggi gamma, x, infrarossi, onde radio e ultravioletti, da distanze di miliardi di anni luce dal nostro pianeta. Ecco il motivo del misterioso segnale russo. Ma non tutti sono convinti e rimandano a un altro fenomeno analogo avvenuto nel 1977.
Il 15 agosto è Jerry R. Ehman dell'Università dell'Ohio a codificare un segnale di 72 secondi, che non si è più ripetuto. «Wow!» esclamò, e questo è il nome con cui viene ricordato ancora oggi. E proprio quest'anno, Antonio Paris, professore presso il St. Petersburg College, in Florida, è tornato sull'argomento rivelando che  non ci fu nessuna anomalia, ma semplicemente un potente  rilascio di idrogeno dovuto al passaggio di due comete, all'epoca indecifrabili. Secondo Paris, contestato da molti membri dell'intellighenzia scientifica, ne avremo la prova con il futuro transito delle due comete previsto per il 2017 e il 2018. 

Non finisce qui. E se qualcuno desidera continuare a immaginare un futuro e non troppo lontano incontro con ET, ha motivo di farlo per via di un'altra importante scoperta avvenuta pochi giorni fa: un pianeta terrestre nell'orbita della nostra stella più vicina, Proxima Centauri, ad appena 4,2 anni luce da noi. Terrestre vuole dire che ha una superficie solida, e può ospitare l'acqua, e dunque la vita. Restano da capire le qualità atmosferiche. Perché se fossimo in grado di stimare una buona presenza di ossigeno e azoto, saremmo a cavallo.

Insomma, il giorno in cui verremo a contatto con civiltà extraterrestri sembra sempre più vicino. La pensa così anche Ellen Stofan, scienziata della Nasa, che senza entrare nel merito dei misteriosi messaggi intercettati non ha dubbi sul futuro: «Avremo forti indicazioni della vita oltre la Terra entro il 2025, e penso che ne avremo la prova definitiva entro 20 o 30 anni». 

martedì 30 agosto 2016

La nuova corsa allo spazio


Fece da contraltare alla Guerra Fredda: la corsa allo spazio. E se il primo risultato fu a favore dei russi, con la messa in orbita del primo satellite artificiale (1957), sappiamo bene chi arrivò per primo sulla Luna (1969). Poi la sfida alle profondità del cosmo si è un po' affievolita o, meglio, è continuata, ma senza l'agonismo sfrenato dei tempi d'oro. Fino a oggi, che, nuovi attriti geopolitici (Siria, Ucraina) stanno mettendo ancora una volta in contrasto Usa ed ex Unione Sovietica. E come da copione, ecco riproporsi la corsa all'immensità dei cieli. Come stanno le cose? L'ingegneria spaziale ha fatto passi da gigante, conquistando mete impensabili negli anni Settanta (al tempo delle missioni Apollo): siamo atterrati su una cometa, abbiamo scoperto centinaia e centinaia di pianeti extrasolari, passato al setaccio Marte, fotografato Plutone. Ma proprio perché si è già scoperto molto, sembrerebbe che l'attenzione dei centri aerospaziali di America e Russia, sia ora indirizzata a qualcosa di più ludico: il turismo spaziale. 
E come alla fine degli anni Cinquanta, in testa, sembra esserci la Russia. Le date lasciano il tempo che trovano, ma una c'è già: 2020. E così la destinazione: Luna. Ma non sarà un novello Neil Armstrong a telefonare a casa dopo aver fotografato dal vivo i cristalli di regolite, bensì una persona comune; per modo di dire, perché per poter imitare i cosmonauti delle missioni Apollo occorrerà sborsare 150 milioni di dollari (132 milioni di euro). E' il costo necessario per salire a bordo di una navicella Soyuz modificata, e andare a venire dal nostro luminoso satellite. Non è previsto l'allunaggio (considerato al momento troppo pericoloso e dispendioso), tuttavia l'iniziativa è quella di permettere a "chiunque" di  sorvolare a una distanza super ravvicinata la Luna, come fecero gli astronauti della missione Apollo 8, un anno prima della conquista ufficiale del satellite.
La società russa in pole è la RKK Energia, battezzata nel 1946 in onore dell'astronauta Sergej Korolev. Otto le persone che godranno del primo vero viaggio spaziale. Quattro quelle già in lizza. E un'ipotetica quinta assai nota: James Cameron. C'è d'aspettarsi di tutto dal regista americano che, al di là delle belle lezioni cinematografiche offerte da Titanic e Avatar, ha già dato prova della passione per le missioni estreme, come quella che l'ha visto impegnato a bordo di Challenger Deep, per raggiungere il punto più profondo dell'oceano, la Fossa delle Marianne. E gli Usa?
Non stanno certo dormendo in piedi. Anzi. Non è da escludere un sorpasso all'ultimo, come accadde quasi cinquant'anni fa con la corsa al primo allunaggio umano. In questo caso gli occhi dei media sono rivolti a un nome altrettanto in voga: Jeff Bezos, fondatore di Amazon e della Blue Origin. Bezos è addirittura l'indomani: il 2018. La promessa riguarda un volo attorno alla Terra, dalle profondità siderali, dove il nostro pianeta appare come una magnifica sfera blu. I test sperimentali sono previsti per l'anno prossimo. Il primo volo con a bordo turisti spaziali, appunto, per l'anno successivo. Non vale tanto quanto la promessa russa, ma è difficile stimare chi saprà fare di meglio. Peraltro gli Usa non si fermano a Bezos, ci sono anche Elon Musk e Richard Branson. Il primo, fondatore di PayPal, punta ad accompagnare i turisti spaziali sulla Stazione Internazionale già dal 2017; e i primi astronauti su Marte, nel 2024. Branson, della Virgin, vola un po' più basso, ma promette per 250mila dollari di far girare intorno alla Terra da 100 km entro la fine del 2017.
Cina permettendo. Era, infatti, fuori dai giochi nel dopoguerra, ma per il futuro della corsa allo spazio potrebbe entrare a gamba tesa e beffare tutti. Il programma cinese propone voli low cost a 70mila euro per un viaggio spaziale di cinque minuti oltre l'atmosfera. E la conquista del Pianeta rosso entro il 2033. Date approssimative, ma i primi ad allunare dopo 37 anni sono stati proprio i cinesi nel 2013. Usa e Russia sono avvertiti. 

lunedì 29 agosto 2016

Pabbio, la specie "nascosta"

Da sempre la confondo con la coda di topo. Finalmente sono riuscito a risolvere l'arcano mistero: non si tratta di una Phleum pratense, ma di una Setaria viridis. E' sparsa per tutto il territorio.




sabato 27 agosto 2016

La geologia di Amatrice


L'Italia è uno dei paesi sismologicamente più attivi del mondo. Motivo per cui i terremoti avvengono con frequenza ed è impossibile prevedere quando avverrà il prossimo. La scienza può solo soffermarsi sulle zone più sensibili, ma non creare i presupposti per sventare pericoli futuri. La zona dove è avvenuto l'ultimo grave episodio sismico rientra in questo quadro. Cosa sta succedendo sotto i piedi di chi abita fra Lazio, Abruzzo e Marche? Il riferimento è a un'area geologicamente giovane; gli Appennini, infatti, a differenza di molti altri contesti montuosi (comprese le Alpi che hanno già cento milioni di anni), rappresentano una catena formatesi di recente e, dunque, ancora nel pieno della sua evoluzione. Sotto il corrugamento appenninico risiedono zone di accumulo energetico (dette faglie) che percorrono quasi tutta l'Italia da sud a nord; e soggette a forze che provocano "tira e molla" delle rocce che a lungo andare possono determinare gravi scosse sismiche. Questo il succo della questione. Perché proprio in centro Italia? Perché è lì che, in particolare, gli Appennini stanno diventando "grandi": "Lo testimoniano i dati satellitari", ci spiega Giuliano Milana, sismologo dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, "che mostrano uno spostamento della fascia appenninica e adriatica verso nord-est con una velocità di circa 2-3 mm/anno". Per la verità non è solo il cuore dell'Italia, ma anche il settentrione. "Nell'Appennino centro-settentrionale abbiamo terremoti cosiddetti distensivi, ed esempi sono gli eventi di Colfiorito del 26 settembre 1997 e di L'Aquila del 6 aprile 2009. Al contrario, abbiamo terremoti compressivi nella zona marchigiana". E' il risultato di uno studio pubblicato su Lithosphere, rivista della Geological Society of America: racconta nei dettagli la dinamica appenninica, soffermandosi sul processo di sollevamento di una parte della catena montuosa, proprio in corrispondenza di Umbria, Marche e Lazio. Eventi isolati e sporadici? Non proprio. E', infatti, la risposta a un processo geodinamico più complesso che coinvolge anche Adria. E' una piccola placca litosferica confinante con la grande placca africana e con quella euroasiatica. Si è staccata dalla prima nel Cretaceo (da 140 a 70 milioni di anni fa), scontrandosi con la seconda in epoca recente. Così sono nate le Alpi. Si muove verso nord-est con una leggera rotazione antioraria e rappresenta un'area molto instabile dal punto di vista geologico. Ecco perché è continuamente segnata dai terremoti e perché in futuro il mare Adriatico si trasformerà in un lago. E' anche il motivo per cui i terremoti disastrosi in Italia stanno aumentando? Non è così. I terremoti avvengono con una certa periodicità, ma gli episodi sismici non sono in crescita. Le scosse di discreta intensità avvengono in media ogni sei o sette anni (in Italia). E la statistica anche in questo caso è stata rispettata. Per essere precisi sono quasi quarant'anni che non avvengono terremoti con un'intensità superiore ai sette gradi della scala Richter, come quelli che hanno colpito in passato l'Irpinia (con quasi tremila vittime), Avezzano (32mila), e Messina (82mila). Il Futuro? Non esiste in termini sismologici. Si è provato in tutti i modi a stimare la possibilità di un evento sismico di un certo rilievo; con il radon, i satelliti, lo studio delle scosse premonitrici; ma in tutti i casi i risultati sono stati ben al di sotto delle aspettative. L'unica soluzione per evitare altri disastri come quello generato dall'ultimo terremoto in centro Italia, riguarda il potenziamento delle infrastrutture con la messa in sicurezza degli edifici più vecchi e l'utilizzo di strategie antisismiche per quelli di nuova generazione. E' noto infatti che la stessa potente scossa in luoghi diversi della Terra può determinare un numero grandissimo di vittime, così come nessuna, proprio in base a una oculata scelta architettonica.

lunedì 22 agosto 2016

Riflessioni antropologiche da una spiaggia friulana


Sotto gli ombrelloni non siamo tutti uguali, si sa. C'è quello che discute di politica, chi sta solo in ammollo, il tipo che legge senza sosta... e c'è chi, per imperscrutabili dinamiche del fato, sceglie di destreggiarsi in antropologia; e potrebbe, forse, avere fra le visioni più originali della spiaggia, soffermandosi su particolarità che ai più sfuggono.  Di cosa si tratta? L'uomo porta da sempre dentro sé i semi del suo passato; e nonostante l'affinamento dell'hitech e del bon ton, rimane comunque ancorato ad aspetti che rimandano ad epoche ancestrali, corroborate dai nostri antichi progenitori, e mai del tutto scomparse. La signora dell'ombrellone vicino all'antropologo si chiama Luigia; ha già ottanta anni, portati benissimo. Il suo passatempo preferito è pettegolare. Sa tutto di tutti quelli che la circondano nel raggio di un chilometro. Potrebbe scrivere un bellissimo libro di storie, e invece va avanti a pettegolare. Perché il pettegolezzo, oggi ricondotto a una fenomenologia perlomeno contraddittoria, è stato una delle armi più importanti per l’evoluzione umana. Senza il pettegolezzo potremmo dire che l'uomo non sarebbe dov'è. Il gossip, infatti, nasce per le necessità di sapere cosa fanno gli altri, e in questo modo adottare lo stratagemma più valido per poter fronteggiare le vicissitudini dell'esistenza. Le donne si incontravano e pettegolavano; poi, nel proprio clan, facevano tesoro delle informazioni apprese, preparando un nuovo piatto, ricamando un nuovo vestito, o suggerendo al proprio piccolo di non comportarsi in un certo modo perché potrebbe essere pericoloso. La Luigia della spiaggia perpetua un comportamento assunto dalla nostra specie migliaia di anni fa e senza saperlo si fa portavoce di una bellissima lezione comportamentale. Non finisce qui. A un certo punto la donna è affiancata da un ragazzotto robusto e riccioluto. Scopriamo che si chiama Marco, è il nipote, e avrà su per giù una ventina d'anni. Le sussurra qualcosa e così la Luigia con amorevolezza si mette a spalmargli la crema solare sulla schiena. E' una scena molto bella, perfino poetica, ma anche qui, l'antropologia batte ciglio. E rimanda addirittura a prima dell'avvento del genere Homo. Siamo in Africa, milioni di anni fa. Nella gola di Olduvai uno dei passatempi preferiti dalle forme australopitecine è spulciarsi. Lo fanno ancora oggi le scimmie. Per ore accarezzano il famigliare liberandolo dagli artropodi, ma dandogli anche sicurezza e affetto. E' lo stesso gesto compiuto dalla signora Luigia, che ancora una volta conferisce valore all'indissolubile legame che ci amalgama al nostro passato e giustifica la premura della cosiddetta cura parentale, prerogativa dei mammiferi. Ma in spiaggia non c'è solo la Luigia a darci lezioni evoluzionistiche. Ci sono anche un mucchio di bimbi scalmanati. Hanno tantissimi giochi a loro disposizione: secchielli, palette, racchette, palline e palloni... eppure, se li interroghi, diranno che c'è un solo piacere eccelso: cacciare gli animali. E così, contravvenendo al buon senso di rispettare sempre e comunque la natura, si mettono a catturare pesciolini, granchietti e molluschi. Loro non lo sanno, ma anche in questo caso, obbediscono a un criterio comportamentale consolidatesi milioni di anni fa, quando il nostro albero evolutivo abiurò il mondo dei raccoglitori per benedire quello dei cacciatori. Noi tutti abbiamo ancora questo istinto di cacciare, anche se abbiamo i supermercati a portata di mano. Inutile dilungarsi sulla sfilza di signorotti armati di ami e supercanne che affollano il pontile e pescano senza averne bisogno, se non per contemplare un'appetenza diversa, dall’imprescindibile valore atavico. Infine arriva la sera. E la Luigia, con il nipote, un’amica del nipote e alcuni pescatori, ordinano un piatto a base di carne di maiale. Arrivano tonnellate di costine che è impossibile gustare affidandosi ai principi della buona educazione. Si usano le mani. Nessuno si scandalizza. Ma non è solo l’uso delle mani. È anche la voracità perversa con cui si addenta la polpa, scarnificando senza alcuna grazia la costola dell’ex animale. Ebbene, di nuovo il quadro sociale è ascrivibile a un contesto che va oltre la nostra quotidianità. Si mangia proprio come mangiavano i neandertaliani che per 200mila anni hanno abitato la gelida Europa. Se poi ci fosse il fuoco tutti ce ne renderemmo conto. Nei falò bruciano ancora i sogni e le emozioni dei nostri antichi progenitori; ecco perché ogni volta che ne accendiamo uno non ci stancheremmo mai di fissarlo, incantati dalla sua ineffabile magia. 

martedì 5 luglio 2016

Alla corte di Jupiter


Il più grande pianeta del sistema solare: ora lo possiamo vedere da vicino grazie a Juno. La navicella della Nasa, lanciata nel 2011 da Cape Canaveral, è arrivata a destinazione, e in questo momento sta girando intorno all'orbita del gigante gassoso. Ci rimarrà fino al mese di febbraio del 2018, dandoci la possibilità di studiare molti aspetti ancora parzialmente sconosciuti del corpo celeste: composizione dell'atmosfera, massa, attività del campo magnetico e di quello gravitazionale. La navicella ha raggiunto il suo obiettivo sfruttando una serie di pannelli solari al posto dei tradizionali RTG (generatori termoelettrici a radioisotopi), impiegati fin dall'esplorazione lunare. Come per le missioni analoghe ci si è basati sul cosiddetto effetto fionda, che sfrutta la forza gravitazionale dei pianeti per acquistare velocità e muoversi più rapidamente verso l'obiettivo, cercando di consumare meno energia possibile. La missione parla anche italiano perché a bordo di Juno c'è lo spettrometro a infrarossi Jiram, finanziato dall'Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e il Ka-Band Translator, da un progetto dell'Università La Sapienza di Roma: verranno impiegati per la mappatura di Giove e per lo studio della gravità. C'è anche una placca in alluminio che riporta il manoscritto di Galielo Galilei con il quale descrisse per la prima volta le lune gioviane. Le altre apparecchiature comprendono un radiometro, per studiare le zone più profonde dell'atmosfera di Giove; e il Fluxgate Magnetometer, per fare luce sulle dinamiche del nucleo del pianeta, di cui praticamente non si sa nulla. Già in altre occasioni un mezzo umano s'è trovato dalle parti di Giove; ma è questa la prima volta che arriva a 4mila km dalla superficie dopo un viaggio di 3,5 miliardi di km. Venti metri di larghezza per quasi cinque di altezza; un colosso che proverà anche ad avvicinarsi ai famosi vortici dell'atmosfera gioviana. Cosa che prima non era mai stata fatta. Le sonde Pioneer giunsero a Giove negli anni Settanta. Grazie a esse potemmo avere importanti delucidazioni sulle fasce di Van Allen (particelle cariche di plasma trattenute dal campo magnetico del pianeta), e sulla famosa "macchia rossa", fra le tempeste più potenti di Giove, che dura da almeno trecento anni, potenzialmente capace di inghiottire due o tre pianeti come il nostro. Ulysses, sonda realizzata dalla collaborazione fra l'Agenzia Spaziale Europea e la Nasa, sorvolò il quinto pianeta del sistema solare a circa 400mila chilometri di distanza. Era il 1992. Non arrivarono foto, ma informazioni sulle aurore boreali e la magnetosfera. Nel 1995 fu la volta della sonda Galileo che orbitò intorno al pianeta per sette anni dandoci ragguagli in merito all'attività vulcanica di Io (uno dei satelliti di Giove), all'ipotesi di un oceano sotto la superficie ghiacciata di Europa, e alla presenza di anelli che circondano il corpo celeste. Nel 2000 la sonda Cassini-Huygens, destinata a raggiungere Saturno nel 2004, spedì 26mila fotografie, consentendoci di studiare nei dettagli la turbolenta circolazione atmosferica. Ora tocca a Juno. E non sarà finita qui. C'è ancora Europa Jupiter System Mission, con l'entrata in azione di due sonde dell'Esa e della Nasa, che raggiungeranno Giove e i suoi satelliti nel 2026. 

venerdì 1 luglio 2016

Le macchine del futuro


In futuro guideremo macchine completamente automatiche: a bordo, si pigia un pulsante, poi faranno tutto loro. E' una promessa che è già realtà, e che un domani potrà essere consuetudine, ma non si sono fatti i conti con un aspetto fondamentale: l'auto resta pur sempre un oggetto meccanico e per quanto perfettamente tarato per una guida sicura, non potrà mai sostituire la sensibilità e la consapevolezza umana, tali da far sì che un mezzo possa realmente andare dove decidiamo di dirigerlo. Ecco perché pochi giorni fa, a bordo di una macchina avveniristica, è avvenuto il primo incidente mortale: un ex militare dei corpi speciali Navy Seal, il quarantenne Joshua Brown, si è infilato sotto il rimorchio di un tir e per lui non c'è stato più scampo. Colpevole la sua Tesla Model che non ha saputo distinguere il colore bianco del camion, da quello del cielo; e una serie di coincidenze sfortunate, fra cui quella relativa all'altezza della base del rimorchio, perfettamente compatibile con quella del muso della supercar. Da qui sono partite tutta una serie di considerazioni, che, se da una parte puntano a incentivare ulteriormente l'impiego di queste vetture, dall'altro sollevano interrogativi per i quali le risposte ancora latitano. L'incidente avvenuto su un'autostrada della Florida, dalle parti di Williston, sottolinea l'incompatibilità fra la volontà umana e quella dell'autovettura. Il militare viaggiava tranquillo per la sua strada, in modalità autopilot; ma non ha potuto fare nulla quando l'auto non ha azionato il freno. La casa automobilistica statunitense salvaguarda la sua proposta dicendo che solo in questo modo sarà possibile diminuire gli incidenti sulle strade. Confortata dalle statistiche: il sinistro costato la vita a Brown è il primo dopo 130 milioni di miglia affrontate a bordo di una macchina "intelligente"; contro i 94 milioni di miglia legati agli incidenti mortali alla guida delle auto tradizionali. Andando avanti di questo passo, secondo gli esperti della Tesla, le cose non potranno che migliorare (e sono dello stesso parere anche Google e altri simpatizzanti del self driving). Ma i dubbi permangono. Perché di pari passo con la sofisticazione delle auto del futuro, incombono problemi di natura etica. Si parla infatti di codice della morte, per designare una competenza che potrà presto essere appannaggio di auto analoghe. Alle automobili, in caso di emergenza, sarà conferita la capacità di scegliere dove andare a sbattere, e quindi di decidere chi salvare fra un autista e, per esempio, un gruppo di pedoni o un ciclista. Da un mero calcolo matematico potrebbero dunque stabilire il destino di un uomo, dotate esclusivamente di un'"intelligenza" artificiale. Non è il massimo. Ecco perché ci sono centri che stanno già studiando la "moralità" delle macchine del futuro e altri valutando quanto potranno essere realmente apprezzati mezzi programmati per sacrificare il conducente; benché l'istinto umano sia quello di rischiare la vita pur di non investire qualcuno. Sarà anche per questi dilemmi che la Nhtsa, l'ente governativo americano per la sicurezza stradale, ha aperto un'inchiesta per fare luce sull'incidente avvenuto in Florida. 25mila veicoli smart verranno sottoposti a ulteriori verifiche: «L'incidente», dicono i responsabili dell'istituzione statunitense, «richiede un esame della progettazione e delle performance di ogni aiuto alla guida in uso al momento dello schianto». Intanto i titoli in Borsa della casa costruttrice sono crollati, con una perdita superiore al 3%. E così la fiducia in un mezzo dotato di una tecnologia ancora in via di sviluppo e non del tutto affidabile. Rimane stabile solo il prezzo base delle Tesla: 66mila dollari. 

venerdì 17 giugno 2016

Polo Sud, operazione salvataggio


Robert Falcon Scott alla fine non poté far altro che alzare bandiera bianca e arrendersi al gelo tremendo del Polo Sud. Era arrivato secondo alla meta, il punto più meridionale della Terra conquistato da Amundsen, e ormai non c'era più nulla da fare: finiti i viveri e le forze e davanti a sé ancora troppa strada per raggiungere il campo base. Scott e i suoi uomini furono trovati privi di vita poco tempo dopo da una missione inglese andata in loro soccorso. Su un foglio l'esploratore britannico aveva scritto: «Fossimo sopravissuti avrei avuto una storia da raccontare sull'ardimento, la resistenza e il coraggio, che avrebbe commosso il cuore di ogni persona». Erano i primi giorni di gennaio del 1912. Fosse stato oggi, Scott e i suoi uomini sarebbero tornati a casa sani e salvi. Eppure il Polo Sud continua a fare paura. E lo dimostra un'incredibile missione che sta avvenendo in queste ore: il salvataggio di un ricercatore gravemente malato (di cui per motivi di privacy non si possono conoscere le generalità), ospite della base americana Amundsen Scott South Pole. Ci vivono una quarantina di persone, dedite allo studio del clima estremo e della volta celeste, con il contributo di due supertelescopi. Due aerei bimotore Twin Otter sono decollati da Calgary, in Canada, il 14 giugno. Entrambi giungeranno alla base inglese di Rothera, alla "periferia" dell'Antartide; poi solo uno proseguirà fino a quella americana, atteso per il 19 giugno. L'operazione è considerata la più pericolosa nella storia dell'uomo nell'ambito delle missioni per salvare la vita di una persona. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che l'inverno australe al Polo contempla temperature fino a -83 gradi centigradi e il buio perenne; peraltro la base sorge a quasi tremila metri di quota, dove atterrare non sarà uno scherzo. L'aereo canadese destinato all'ultimo approdo utilizzerà gli sci, scivolando avvolto dalle tenebre su una pista che non potrà definirsi tale, essendo una semplice distesa di ghiaccio compatto. E poi c'è tutto il viaggio di ritorno, che come insegna l'esperienza nei climi più rigidi (vedi le principali missioni in alta montagna) è talvolta più ostico di quello dell'andata. Ecco perché da febbraio a ottobre nessun aereo supera certe latitudini. In altre occasioni c'erano stati salvataggi simili, ma condotti durante la bella stagione, che al Polo Sud va da ottobre a febbraio; per esempio nel 2001 e nel 2003. Ma oggi è tutto diverso. All'Amundsen Scott South Pole chi sta male viene curato da un medico che però non può fare miracoli; se non connettersi con un computer col mondo per avere qualche dritta. Qui, invece, serve più di un medico e c'è, dunque, un solo modo per salvare il malato: riportarlo a casa. Come nella trama del noto film Salvate il soldato Ryan. A tal punto la questione assume sfaccettature di natura filosofica e morale. Qual è la molla che porta più persone a rischiare la vita per una soltanto? Si arriva a questi traguardi perché è insito nella natura umana. Tutti, in sostanza, nasciamo altruisti, con la volontà intrinseca di rischiare per gli altri; il problema è che spesso le condizioni sociali, i contesti ambientali, l'educazione ricevuta, compromettono questa attitudine. Gli antropologi sociali e gli psicologi parlano di empatia, ossia la capacità di sapersi mettere nei panni di un'altra persona; di rivivere i suoi patimenti e le sue difficoltà. Ma la verità è molto più prosaica. Dietro a tutto ciò infatti si cela un unico incontrovertibile scopo: creare i presupposti perché la nostra specie possa sopravvivere nel tempo. Certo, nessuno andando a salvare qualcuno ragiona in questi termini; tuttavia la spinta che porta a compiere missioni limite come questa, va al di là del semplice amor del prossimo: è una sorta di programmazione biologica per andare avanti, la stessa che ha consentito alle forme australopitecine di trasformarsi in habilis, e agli habilis di diventare erectus. Insomma, l'anticamera dell'umanità.