venerdì 5 luglio 2019

Vespe, api e calabroni. Come difendersi dalle loro punture



Arriva l’estate e così gli strilli di donne (ma anche di molti uomini) che saltano per il volo ravvicinato di qualche “oggetto” non identificato, ascrivibile al vasto mondo degli esapodi. Ma non è sempre la stessa cosa e nella maggior parte dei casi basta stare immobili per evitare punture fastidiose. Ecco un vademecum per reagire garbatamente a ogni tu per tu con un imenottero (o un sirfide)…

I sirfidi, in realtà, non sono imenotteri, ma ditteri. Sono simili alle mosche e imitano i colori degli imenotteri per tenere lontani i predatori. Sono del tutto innocui.

Ci si spaventa per le api, ma sono insetti mansueti. Se non vengono provocate se ne stanno nel loro brodo. Si possono infatti osservare svolazzare di corolla in corolla senza correre alcun rischio. 

Simile il comportamento dei bombi, tassonomicamente riconducibili al mondo delle api. Si fanno i fatti loro, ma è meglio non molestarli: non hanno il pungiglione seghettato e se importunati possono pungere più volte.

Più delicato il mondo delle vespe. Che sono più aggressive delle api e si riconoscono per i colori più vivaci e l’addome sottile. In rari casi pungono anche per passatempo; da qui la necessità di tenerle a debita distanza. Amano tutto ciò che è dolce.

I calabroni sono delle vespe oversize. E un calabrone può fare davvero male. Incontrandolo è consigliato muoversi con cautela. Ucciderlo può essere controproducente: i suoi ferormoni, infatti, potrebbero attrarne altri. Occhio agli allergici.

La vespa vasaio terrorizza grandi e piccini, ma è più tranquilla degli altri vespidi. Si riconosce perché il suo addome è davvero filiforme. Ha comportamento più simile a quello delle api. Si chiama così perché realizza nidi che assomigliano a piccoli vasi.

Infine, l’ape legnaiola, meno comune degli altri insetti visti. Viene anche soprannominata “calabrone nero”. Ma non ha nulla del calabrone, e non è per niente aggressiva.

giovedì 2 maggio 2019

Nueva Vida: la scoperta delle più grandi caverne bergamasche

Il meccanismo chimico è lo stesso: prendi un po’ di acqua con disciolta una sostanza acida e versala su una superficie calcarea e vedrai la roccia andare in frantumi. Nel Carso avviene quotidianamente. Foibe e doline sono l’esempio classico di questa azione erosiva dell’acqua. Ma non sono solo le affascinanti colline al di là di Trieste; anche la catena prealpina è contrassegnata da questo tipo di roccia, e dunque da fenomeni legati al carsismo. Il Resegone e le Grigne sono pieni di guglie e grotte derivanti da processi simili di alterazione rocciosa. E anche un po’ più in là verso il cosiddetto Sebino occidentale, un’area di circa cento chilometri quadrati compresa tra il lago di Iseo e il lago di Endine, in valle Cavallina. Dove gli speleologi stanno facendo luce su uno dei sistemi carsici sotterranei più imponenti del Belpaese. “Per via di uno spiffero d’aria scoperto a Fonteno, un paese della bergamasca di nemmeno mille abitanti”, dice Maurizio Greppi, presidente dell’associazione Progetto Sebino. “Lo abbiamo battezzato abisso Bueno Fonteno, in segno benaugurale, dopo esserci resi conto di una voragine che sprofondava nel sottosuolo, apparentemente senza fondo”. Alla scoperta dell’abisso Bueno Fonteno è seguita quella di Nueva Vida. Altra girandola negli inferi. Il 1 settembre 2013 la prova del collegamento fra i due complessi: “Da mesi ipotizzavamo un passaggio fra le grotte”, dice Greppi. “Così siamo entrati da Nueva Vida per poi affacciarci, dopo una entusiasmante esplorazione, su uno degli ambienti più pittoreschi di Bueno Fonteno, il salone Portobello”. È un’immensa stanza sotterranea potenzialmente capace di ospitare un palazzo di venti piani. Non l’unica sorpresa emersa da questo incredibile mondo situato nelle viscere del Sebino Occidentale, con profondità massime che superano i cinquecento metri. Gli speleologi hanno individuato gallerie mastodontiche, dove un camion o un bus non avrebbero problemi a passare. Pozzi profondi 170 metri, impossibili da illuminare con le comuni torce. E impensabili collegamenti con le sorgenti carsiche che circondano l’area, talvolta utilizzate per il rifornimento di acqua potabile. Sorpresa, infine, per il collegamento idrogeologico con l’Acquasparsa di Grone, altro piccolo centro in provincia di Bergamo, identificato solo poche settimane fa. Complessivamente sono una trentina i chilometri di caverne esplorati e mappati. “Da una parte traguardi che ci fanno sussultare”, afferma Greppi, “dall’altra la consapevolezza di conoscere solo una minima parte della realtà carsica sotto esame”. L’acqua analizzata nelle grotte è tendenzialmente alcalina (con un pH maggiore di 7), per via dell’alta concentrazione di carbonati. La temperatura media è intorno ai 9,7 gradi centigradi. L’ambiente – supponendo lunghe permanenze - è incompatibile con la vita di un essere umano, ma non con quella di molti invertebrati. Gli zoologi hanno classificato coleotteri, collemboli e millepiedi. I crostacei vivono dove l’acqua è più profonda: gli appartenenti al genere monolistra assomigliano ai porcellini di terra e sono lunghi pochi millimetri. Abbondanti i nematodi, vermicelli a loro agio nelle zone più fangose e potenti predatori di altre specie analoghe. Il futuro? La scoperta potrebbe avere ripercussioni importanti, di natura economica e sociale. Nelle grotte italiane, di fatto, scorre una quantità di acqua sufficiente a soddisfare il doppio del fabbisogno idrico di ciascuno di noi. Acqua di buona qualità. “Ma dobbiamo fare ancora chiarezza su molti aspetti”, dice Greppi, “capire quanta acqua scorre nel cuore del complesso carsico, come si muove e con quali dinamiche. Da qui si potrà eventualmente partire per implementare la rete acquedottistica”. Ragionando anche sulle problematiche concernenti l’effetto serra. Oggi estese aree della Sicilia e del sud Italia sono semi aride, e fra non molto il processo di desertificazione potrà riguardare anche le regioni settentrionali. “Ecco perché è necessario investire nella ricerca”, continua Greppi, “puntando sulle competenze e la passione degli speleologi”. E non solo. Impegnati nell’approfondimento delle caratteristiche geodinamiche dell’area carsica del Sebino, ci sono, infatti, altri due importanti enti: “Il Lions Club Val Calepio e Valle Cavallina e la società che gestisce il servizio idrico integrato in provincia di Bergamo, Uniacque Spa; entrambi hanno raccolto la sfida di sostenere in maniera concreta le ricerche”. Così è stato battezzato “100 km di Abissi”, un pionieristico progetto di ricerca che si prefigge di stimare con buona approssimazione, nel giro di qualche anno, un vero e proprio bilancio idrico dell’area carsica, avvalendosi della consulenza del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pavia. “È quantomeno riduttivo, se non anacronistico continuare a considerare le grotte principalmente come delle attrazioni turistiche”, conclude Greppi. “Se sussistono le condizioni e i presupposti, ben vengano, ma senza mai scordarsi che le grotte vanno considerate in primis per quello che realmente sono: gli impianti idraulici delle nostre montagne”.

A un passo dalla fusione nucleare (sulla Terra)

Difficile prevedere come varierà la popolazione a livello mondiale, ma è certo che se aumenterà sarà fondamentale essere in grado di sviluppare nuove forme di energia per soddisfare le esigenze di tutti. Carbone e petrolio stanno finendo e le rinnovabili fanno fatica a decollare. Ecco perché l’attenzione degli scienziati è rivolta all’ipotesi di fare avvenire sul nostro pianeta, quel che accade normalmente nel cuore delle stelle. La fusione nucleare è un processo che consente la produzione di immani quantitativi di energia ma avviene solo a temperature elevatissime. Appunto, nel cuore di una stella, dove si arriva ai milioni di gradi centigradi. L’alternativa sono centri di produzione energetica come l’Iter francese (da International Thermonuclear Experimental Reactor) che promette di arrivare a tanto entro il 2030. Oggi, però, abbiamo già ottenuto un bellissimo risultato: un processo energetico di fusione nucleare che si è protratto per cento secondi. Non in Francia, dove Iter vedrà la luce, ma in Cina, a Hefei, città a est del Paese. “Perché il costo del progetto è esorbitante”, dice Bernard Bigot, direttore generale di Iter, “e non può prescindere dalla collaborazione duratura e proficua fra molti paesi”. In Cina è già da un po’ che si effettuano esperimenti per poter avviare la fusione nucleare in Europa. È infatti in azione il reattore sperimentare East (Experimental Advanced Superconducting Tokamak), una sorta di “sole artificiale”, tarato per raggiungere temperature estreme, impossibili da sostenere per le dinamiche terrestri. Lo scorso novembre il primo importante step: con il raggiungimento di una temperatura di cento milioni di gradi. Ora il traguardo di essere riusciti a prolungare questa condizione per più di un minuto e mezzo. Record, e grandi prospettive per il futuro: “Con questa macchina straordinaria, speriamo di contribuire in modo determinante allo sviluppo del primo impianto per l’energia nucleare derivante dalla fusione”, racconta Song Yuntao, fra i leader del progetto East. Siamo solo all’inizio. Perché, costi a parte, la finalità è quella di arrivare a 150 milioni di gradi per un tempo indefinitivamente lungo. Sennò l’energia non arriva. Ma è questa, senza dubbio, la strada da seguire. E per il 2025 potremmo davvero essere a buon punto; in Cina, ma anche nel reattore di Saint-Paul-lès-Durance. In Francia si arriverebbe così a imitare quel che accade normalmente negli astri, e che non ha nulla a che vedere con la fissione nucleare, se non per il coinvolgimento di specifiche realtà atomiche. Con la fusione si mira, di fatto, a fondere i nuclei dell’elemento più leggero, l’idrogeno, per ottenere atomi di elio, neutrini e soprattutto energia. Mentre la fissione opera al contrario, coinvolgendo atomi molto pesanti che vengono bombardati producendo energia. Le stelle funzionano con la fusione e quando avranno bruciato tutto l’idrogeno finiranno per fondere gli elementi via via più pesanti, fino al ferro, forse. La nostra stella ci offre l’esempio più esplicito, dove ogni secondo 600 milioni di tonnellate di idrogeno vengono trasformate in 596 milioni di tonnellate di elio: e come predicò Einstein per il rapporto massa/energia si avrebbero pertanto quattro tonnellate di massa tradotte in energia pura. Perché la fusione nucleare? Perché è molto più sicura e redditizia della fissione. Non si correrebbero rischi come quelli di Chernobyl; e in caso di malfunzionamento della centrale il processo si esaurirebbe da solo, senza impattare sull’ambiente. Non ci sarebbero gas serra, né produzione di pericolose scorie radioattive. Fra pochi anni la risposta definitiva che potrebbe rivoluzionare il cammino del genere umano.

martedì 19 marzo 2019

Pronti al primo viaggio nel tempo?



Con il concetto di entropia spieghiamo il senso dell’universo ma anche della quotidianità. Se un uovo cade per terra frammentandosi in mille pezzi, sappiamo che non può tornare allo stato originario; suggerisce che ogni cosa tende al cosiddetto “disordine”, questa è l’entropia. Ma presuppone un altro parametro chiave: il tempo. Unidirezionale. Il tempo passa e non torna più, così come l’entropia determina il disordine di un sistema che non può più essere ripristinato. Sono concetti di natura fisica e chimica, ancora avvolti da molti dubbi; ma con una certezza: la nozione di tempo non è come l’abbiamo sempre immaginata. Ecco il succo del lavoro compiuto da un team di scienziati russi, in Svizzera; capaci di far tornare “indietro” il tempo, di una frazione infinitesimale, ma del tutto realistica. Hanno preso in considerazione l’attività degli elettroni e l’hanno sostituita con i qubit, vale a dire l’informazione quantistica, basata sui quanti per memorizzare ed elaborare dati: i quanti sono “pacchetti di energia” che spiegano la variazione di posizione degli elettroni ogni volta che vengono in contatto con particelle come i fotoni della luce; i fotoni eccitano l’elettrone che sale a un livello energetico superiore, per poi tornare allo stato iniziale, perdendo energia. Per capirci meglio, immaginiamo un tavolo da biliardo, prima dell’inizio di una partita, con il caratteristico triangolo di bocce situato dalla parte opposta rispetto al giocatore che partirà per primo. Questo è il punto zero elaborato dagli scienziati facendo funzionare un computer quantistico. Nella fase due il qubit perde la sua stabilità variando la sua posizione rispetto allo spazio (come accade con gli elettroni), riconducibile al momento in cui la palla colpisce il triangolo sparpagliando tutte le sfere. Dal livello zero si passa all’uno. Ora, sappiamo dalle leggi dell’entropia, che tendendo al disordine, non si può più tornare indietro. E invece nello step successivo si passa allo stadio iniziale, rispristinando (sempre metaforicamente) la geometria delle biglie. Il test ha evidenziato che i qubit tornavano allo stato iniziale nell’85% dei casi. Andrey Lebedev lavora all’ETH Dipartimento di fisica di Zurigo, in Svizzera. È qui che ha condotto i suoi esperimenti. Mettendo in luce qualcosa su cui si sta indagando da tempo, con un test effettivamente accattivante; ma che nulla ha a che vedere con la reale possibilità di viaggiare nel tempo. Nulla a che vedere con lo scienziato pazzo di Ritorno al futuro, o con le odissee interstellari di Star Trek. Siamo ancora nel campo delle probabilità scientifiche; e delle enigmatiche “perversioni” che caratterizzano l’infinitamente piccolo; in contrapposizione all’infinitamente grande dettato dalla relatività. E proprio Einstein sosteneva l’ambiguità del tempo, perché in funzione del punto di vista dell’osservatore: la paradigmatica storiella del gemello che parte per un viaggio nello spazio, torna a casa e scopre il fratello molto più vecchio di lui, è eloquente. Il tempo è passato per uno, ma non per l’altro. Poi è arrivato Schrodinger a stabilire che un gatto in una scatola può essere sia vivo che morto: contemporaneamente. Questo nuovo esperimento che parafrasa la meccanica quantistica, non fa altro che riconfermare l’inesattezza del nostro pensiero collettivo; il tempo è un concetto arbitrario che dipende strettamente dalla nostra percezione della realtà. Molto probabilmente assai lontana dalla verità. 

giovedì 31 gennaio 2019

La nascita del sesto continente

Alfred Wegener rese nota la sua teoria nel 1912; rivelando al mondo che i continenti non sono immobili, ma si muovono costantemente, sollecitati da forze provenienti dal sottosuolo. Morì senza la soddisfazione di vedere la sua teoria confermata dall’intellighenzia scientifica, tuttavia, ancora oggi, è grazie ai suoi studi che comprendiamo fenomeni come quello verificatesi recentemente a pochi chilometri a nord di Nairobi; costa orientale africana. Una famiglia riunita per cena, e all’improvviso qualcosa che si smuove sotto i loro piedi. Pochi istanti e i commensali si trovano separati in casa da una voragine profonda quindici metri e larga una ventina di metri. Non ci sono feriti, ma i loro occhi sono a dir poco confusi: la casa è stata sventrata e non hanno la più pallida idea di quel che sia successo. Lo spirito di Alfred Weneger e i geologi sì: la frattura è il risultato di un meccanismo geologico in atto da una trentina di milioni di anni e che andrà avanti per altrettanti anni prima di trasformare l’Africa in una realtà continentale completamente diversa da quella odierna. Il riferimento è alle placche tettoniche, zolle rigide della crosta terrestre che interagiscono fra di loro, scontrandosi o allontanandosi. Sono otto quelle principali, e in corrispondenza di quella africana, c’è quella somala che si sta allontanando da quella madre. Un movimento costante, che prelude alla formazione di un nuovo oceano, analogo a quello Atlantico. Il cuore della Terra ribolle e il calore si espande in superficie tramite movimenti convettivi, a loro volta alimentati dal nucleo; dove le temperature arrivano a 4mila gradi centigradi. L’apoteosi del dinamismo terrestre, evidente proprio in questo punto del Continente Nero, dove possono consolidarsi quadri tettonici con la formazione improvvisa di voragini nel sottosuolo, anche in assenza di attività sismica. Benché le cose, in quest’ultimo frangente, non siano andate esattamente così. La voragine in realtà c’era già, ma era nascosta da spessi strati di materiale vulcanico, proveniente probabilmente dalle eruzioni del vicino Longonot, stratovulcano a sud est del Lago Naivasha. Le fessurazioni del terreno sono state riempite negli anni da ceneri e lapilli, tanto da omogeneizzare la superficie del suolo; che, tuttavia, è rimasta suscettibile alle forti precipitazioni. Può infatti bastare un periodo di piogge intense per riportare in evidenza il problema, attraverso processi di erosione: l’acqua percola gli anfratti rocciosi, rimettendo in luce spaccature formatesi milioni di anni fa. Non a caso la Rift Valley, che segna l’Africa per 3.500 chilometri, coinvolgendo Somalia, Etiopia, Kenya e Tanzania, esiste da prima che l’uomo potesse fare la sua comparsa sulla Terra. Che per pura coincidenza mosse i primi passi proprio in questa area del pianeta. Sono ancora note le gesta del paleantropologo Donald Johanson e della sua equipe quando al suono di Lucy in the sky with diamonds, (celebre canzone dei Beatles), venne scoperta la mamma di tutti noi: una femmina di Australopithecus afarensis, vissuta in Etiopia 3,2 milioni di anni da. Da lei è probabilmente partito il ramo evolutivo che ha dato origine prima all’Homo habilis, poi all’erectus, all’heidelbergensis e quindi al Cro-Magnon, la nostra specie. Dove visse Lucy, la terra si sta letteralmente spaccando in due, preambolo alla formazione di un nuovo continente. Sarà quello che si svilupperà fra 30-40 milioni di anni, e che finirà per spingersi verso l’India, modificando in modo irreversibile i connotati dell’oceano Indiano. Le placche, di fatto, possono essere di due tipi: divergenti e convergenti. In questo caso l’azione contempla quelle divergenti. Allontanandosi, Africa continentale e placca somala, determinano un affossamento, che finirà per ospitare una dorsale oceanica; in pratica, una catena montuosa sottomarina da cui fuoriesce magma, determinando la formazione di nuova crosta. Antitesi alla zona di subduzione (come quella che sorge in corrispondenza della Fossa delle Marianne, il punto oceanico più profondo del globo); dove la crosta terrestre viene invece riciclata, per via di processi geologici che portano all’approfondimento di masse rocciose che finiscono per rientrare nel ciclo litogenetico. Del resto è noto che la Terra non è mai stata uguale a sé stessa e che dalla notte dei tempi cambia le sue caratteristiche geografiche. A 290 milioni di anni fa risale la Pangea, il super continente che interessò la Terra prima di spezzarsi in Gondwana e Laurasia e gettare le basi per la realtà attuale. Ma ancor prima, un miliardo di anni fa, ci fu Rodinia, un'altra imponente massa continentale, che segnò le sorti del mondo per quattrocento milioni di anni. Dunque la grande frattura africana emersa in questi giorni, riconducibile alla Rift Valley, non fa che confermare questa tendenza del pianeta a creare super continenti che poi si separano per dare origine a masse più piccole, in un perenne gioco di forze e frizioni manovrate dal nucleo e dal mantello. E domani? Sarà lo stesso. Pangea Ultima sarà infatti il nuovo supercontinente che si formerà fra 250 milioni di anni quando Africa e Sud America si saranno allontanate così tanto da indurre allo scontro Nord America e Asia, sancendo la nascita di un nuovo immenso oceano.

L’inversione del campo magnetico
Cambia la posizione dei continenti, ma anche le caratteristiche del campo magnetico terrestre. Si sta progressivamente indebolendo e fra non molto potrebbe invertirsi. La notizia gira da un po’ di tempo, ma in questi giorni, a circa 3mila metri di profondità, sotto l’Africa meridionale, è stato registrato un grave calo della sua potenza. Gli esperti dell’Università di Rochester indicano un’area – l’African Large Low Shear Velocity Province – caratterizzata da rocce dense che starebbero influenzando la concentrazione del ferro fuso presente nel cuore del pianeta; alla base della forza espressa dalla magnetosfera. Nel passato ci sono già state inversioni del campo magnetico terrestre, ma l’evento di oggi potrebbe provocare più problemi, per la presenza dell’uomo. Si temono infatti le particelle provenienti dal vento solare, potenzialmente letali per ogni vivente. 

I misteri del nucleo terrestre
Finora non è stato possibile studiare direttamente il cuore del pianeta. Le trivellazioni non superano i dieci chilometri di profondità e dunque la geologia interna del pianeta si può solo ipotizzare. La parte più esterna è rappresentata dalla crosta terrestre, più sottile a livello oceanico, e più spessa in corrispondenza delle aree continentali. In questa sede convergono le celle convettive che partono dal mantello e permettono il continuo movimento delle zolle. Il mantello è diviso in esterno e interno e arriva a 2.900 chilometri di profondità. Il resto, fino a 6.370 chilometri, è appannaggio del nucleo terrestre. Si pensa che il nucleo esterno sia di natura liquida, quello interno di natura solida. Le ultime ricerche condotte dai geofisici della Case Western Reserve University parlano di eccezionali quantità di ferro, dove le temperature superano i 5mila gradi centigradi.

Le zolle stagnanti
A proposito di placche continentali, giunge una notizia dall’Università della California, dove gli studiosi hanno messo in luce la realtà delle cosiddette “placche stagnanti”. Il riferimento è a zolle rocciose che in seguito alla subduzione, anziché guadagnare gli strati più profondi del pianeta, rimangono come “sospese” fra mantello e crosta terrestre. Le analisi indicano la presenza di aree mantellari poco viscose che, in pratica, impedirebbero alle rocce soprastanti di approfondirsi ulteriormente. Un fenomeno che avverrebbe in milioni di anni e che probabilmente, col tempo, potrebbe rimettere in gioco le zolle stagnanti, che verranno disintegrate dal calore terrestre. Intanto prendiamo atto del fatto che la tettonica a zolle decantata da Wegener è in realtà molto più complessa di quello che si pensava. 

giovedì 27 dicembre 2018

Etna, Stromboli, Marsili. Che succede?

Che la geologia italiana sia piuttosto bizzarra, è ormai noto anche ai non addetti ai lavori. Ma era da tempo che non si verificavano così tanti episodi contemporaneamente: terremoto, eruzione dell’Etna, attività dello Stromboli. Cosa sta succedendo? Sfatiamo subito un vocio che si fa insistente nelle ultime ore: il nesso fra i tre episodi non esiste, o meglio, esiste solo per le prime due situazioni, mentre lo Stromboli è un mondo a sé. Anche se, nell’insieme, rappresentano una delle aree sismologicamente più attive del pianeta.  Legate al progressivo scontro che sta avvenendo fra la placca euroasiatica e quella africana. Per ciò che riguarda l’Etna, sotto osservazione è una faglia conosciuta, e da tempo monitorata: la faglia di Fiandaca. Quando l’energia sprigionata dalle viscere della Terra parte da lì, sismologi e vulcanologi rizzano le antenne. Non per incutere paure inutili, ma perché si sa che in quel punto le masse rocciose sono in continuo assestamento. Il rimando è al 1984, quando un evento sismico provocò un morto a Zafferana Etnea. Oggi, però, il timore è che questi sussulti possano anticipare l’apertura di nuove bocche a quote minori, rispetto al cratere principale. L’Etna ribolle da sempre, ma nel 1984 si susseguirono due forti scosse, una del settimo e una dell’ottavo grado della scala Mercalli; e provocarono ingenti danni; con la distruzione pressoché totale della frazione di Fleri, piccolo centro a ventidue chilometri da Catania. Non è l’unica faglia che gracchia sotto il più grande vulcano d’Europa. Ce ne sono numerose. La faglia Pernicana a Nord e il cosiddetto “sistema delle Timpe” a Sud, rappresentano i punti nevralgici del quadro tettonico siciliano. Gli studiosi fanno inoltre notare che, in media, ogni quindici anni, si verificano gravi danni intorno all’area del vulcano, gravissimi ogni trenta. Esiste, dunque, una certa ciclicità, che risponde ad accumuli standardizzati di energia nel sottosuolo, che a ondate periodiche, vengono rilasciate in superficie. Questa volta l’ipocentro è stato registrato ad appena un chilometro di profondità. Com’è tipico dei terremoti vulcano-tettonici, legati alla risalita di magma dal cuore del pianeta. Fenomeni iniziati qualche giorno fa. Preceduti, appunto, da un lungo sciame sismico. E poi la frattura eruttiva nella zona del cratere sud-est, con deflagrazioni e conseguente innalzamento di una vasta nube di cenere. Manifestazioni geologiche che, in ogni caso, non sono direttamente collegate con lo Stromboli e tantomeno con la frana sottomarina del vulcano Krakatoa, dall’altra parte del mondo; che ha causato decine di vittime in Indonesia il 22 dicembre. Del resto lo Stromboli ha una natura completamente diversa dall’Etna. Si trova in una zona geotettonica differente, ed è caratterizzato da un vulcanismo di tipo stromboliano; tipicamente esplosivo, vagamente simile a quello del Vesuvio, mentre l’Etna è di tipo effusivo ed è più facile da gestire (per via di magmi più basici). Il vulcano delle Eolie ha ripreso la sua attività con lancio di lapilli, e lo stato di allerta è passato dal verde al giallo. Anche in questo caso, c’è un po’ di preoccupazione, ma la situazione è sotto controllo. L’eruzione sta avvenendo in corrispondenza della base meridionale, dove si è aperto un nuovo cratere. Non ha relazione con l’Etna. Piuttosto potrebbe averle con il più vicino Marsili. Poco conosciuto, la sua bocca principale si trova a circa quattrocento metri sotto il livello del mare. In pieno Tirreno. Gli studiosi lo conoscono da meno di cento anni, ma sanno che dallo scorso anno la sua attività sismica si è riaccesa. I terremoti sono diventati più frequenti, e spaventa l’idea di un’eruzione sottomarina potenzialmente in grado di sviluppare uno tsunami in grado di raggiungere le coste nazionali in meno di mezzora.

mercoledì 26 dicembre 2018

Tsunami in Indonesia: ecco i motivi

Il riferimento è a una delle aree sismiche più sensibili del pianeta: quella che mette in comunicazione Sumatra con l’isola di Giava. Qui la piattaforma della Sonda, una sorta di prolungamento dell’Asia continentale, si scontra con la placca del Pacifico, formando e distruggendo nuova crosta terrestre. Secondo un principio consolidato che spiega la genesi dei continenti, maturato dallo scienziato tedesco Alfred Wegener nel 1912. In particolare, il vulcano battezzato Anak Krakatau (figlio del Krakatoa), è quel che rimane di una gigantesca esplosione vulcanica avvenuta nel 1883; e che causò un boato udibile fino a 5mila chilometri di distanza, generando uno tsunami con onde alte quaranta metri, in grado di raggiungere la velocità di 300 chilometri all’ora. L’episodio di ieri è stato meno imponente, ma comunque catastrofico. Con onde alte venti metri e probabili frane sottomarine. Non si spiegherebbe altrimenti il silenzio dei sismografi che inizialmente avevano suggerito un generico innalzamento del livello marino, riconducibile a un comune evento mareale. E invece non è stato così. Non ci sono ancora conferme, ma di fronte a un simile aumento del livello delle acque, il problema potrebbe essere imputabile proprio a movimenti rocciosi sottomarini, non registrati dai sismografi. O addirittura potrebbe essere stata la combinazione simultanea di entrambi i fenomeni, alta marea e frana sottomarina, affiancati da una condizione atmosferica favorevole al movimento delle acque verso la terraferma. La tesi della frana sottomarina è sposata anche dagli scienziati della Sapienza di Roma; che riferiscono di un caso simile registrato nel 2002 alle pendici dello Stromboli, nel Tirreno, con onde alte dieci metri; provocato appunto dal collasso di materiale roccioso. Parrebbe, in compenso, escluso l’evento sismico. Gegar Prasetya, cofondatore del Tsunami Research Center, in Indonesia, asserisce che sabato non ci sia stato alcun terremoto, e che dunque l’unico responsabile dell’evento naturale potrebbe essere il vulcano Anak Krakatau. “L’eruzione deve avere reso instabile i pendii del vulcano, e probabilmente un fianco della montagna è crollato su se stesso”, dice Prasetya. E non si esclude che eventi del genere possano essersi verificati nel passato recente, quando le coste non erano ancora occupate da abitazioni. Controverso il parere di Rudi Suhendar, responsabile dell’Agenzia geologica dell’Indonesia. Secondo lo scienziato non c’entrano né il terremoto, né il vulcano, ma solo le condizioni metereologiche. Si appella al fatto che negli ultimi giorni sia caduta nel sud est asiatico molta pioggia, che potrebbe avere in qualche modo innescato l’onda anomala. In queste ore, proprio a causa del maltempo, stanno proseguendo con fatica le ricerche, per dare un senso a questo nuovo episodio catastrofico in una zona già pesantemente martoriata dalle bizzarrie della natura. Rimando non solo al clamoroso boato di fine Ottocento, ma anche a continui fenomeni tellurici ed eruttivi che contraddistinguono il vulcano dagli anni Cinquanta a oggi. Si stima che la montagna cresca di tredici centimetri alla settimana; confermando il grande dinamismo della crosta sottostante. Influenzata dai movimenti del mantello, che comunicano con l’esterno attraverso moti convettivi, che spingono verso l’alto il magma. Dal 2007 si può dire che il vulcano non stia fermo un attimo. Liberando in continuazione gas, ceneri e lapilli. Da tempo gli scienziati suggeriscono di mantenersi ad almeno tre chilometri di distanza dal vulcano. Ieri, l’ultima drammatica sentenza dell’Anak Krakatau.

Vespe, api e calabroni. Come difendersi dalle loro punture

Arriva l’estate e così gli strilli di donne (ma anche di molti uomini) che saltano per il volo ravvicinato di qualche “oggetto” non id...