venerdì 20 gennaio 2017

La slavina del giorno dopo


L'impossibilità di governare e prevedere la natura. E così la neve accompagnata da un interminabile sciame sismico, ha reso il centro Italia un luogo invivibile. Difficile intuire i prossimi fenomeni, benché si possa fare affidamento su una stagione fredda che va verso la fine, portando con sé il rischio di nuove precipitazioni che renderebbero ulteriormente complicata la situazione. Il dibattito coinvolge geologi e meteorologi, in queste ore presi d'assalto per capire come sia potuta accadere la tragedia dell'hotel ai piedi del Gran Sasso e come si potranno scongiurare altri episodi del genere. Da una parte l'invito a lasciare le case per fuggire al terremoto, dall'altra quello di rintanarsi nelle proprie dimore in attesa che la neve si sciolga. Ma intanto incombe un fenomeno sui cui nessuno aveva ancora concentrato l'attenzione: la slavina provocata dai movimenti tellurici. 

In questo caso tutte le raccomandazioni non servono. E allora che fare? «Informare correttamente e preventivamente», ci racconta Alessio Grosso, meteorologo di Meteolive.it, «cosa che non è stata fatta in questi giorni». E' stato sottovalutato il problema, e non si è dato modo agli abitanti del centro Italia di correre ai ripari. Lo diciamo da almeno una settimana: ci sarà una depressione che porterà nevicate abbondanti e temperature al di sotto dello zero. Era necessario diffondere capillarmente la notizia nei telegiornali nazionali, a ogni edizione, anche se non riguardava le grandi città. Su Roma e Milano sarebbe stato diverso».

Si è infatti verificato un fenomeno meteo spesso ricorrente e prevedibile sul medio Adriatico: una corrente fredda proveniente da nord est che non lascia scampo, che ha interagito con l'aria mite ed umida mediterranea. Con essa la neve è assicurata. Gli esperti lo annunciavano da giorni. E così è stato. E' stata risparmiata solo l'Emilia Romagna, ma le altre regioni, come previsto, sono affondate nella neve, compreso l'hotel Rigopiano. «La tempesta perfetta», l'hanno soprannominata gli studiosi, ma che poteva essere gestita meglio. L'hotel che è stato distrutto dalla slavina si trova in una zona strategica, protetta da un bosco fitto, che contrasta la discesa della neve; ma non l'energia sprigionata da faglie profonde dieci chilometri e in subbuglio da mesi. Dunque era fondamentale valutare simultaneamente i due fenomeni naturali.

«Di fronte a situazioni così particolari si può lavorare in un solo modo: liberare anzitempo le strade di accesso ai luoghi più remoti, sommersi dalla neve; dando modo agli abitanti di muoversi prima che il manto bianco sommerga tutto», continua Grosso; «in condizioni normali la neve poteva essere tenuta a bada dagli alberi, ma non su un terreno costantemente attraversato da scosse sismiche e contrassegnato da strutture turistiche risalenti agli anni Sessanta, pur ristrutturate». Si è certi, peraltro, che la montagna vicina non abbia avuto la possibilità di scaricare adeguatamente la tanta neve caduta; sfavorita da un pendio non eccessivamente ripido, dove invece solitamente il "ricambio" nevoso è quasi quotidiano e impedisce la formazione di una spessa coltre nevosa. Insomma, tutto è andato per il peggio. E per evitarlo sarebbe bastato muoversi in anticipo, anche con una migliore campagna di informazione mediatica. E domani?

«Sappiamo che cresceranno le temperature, ma anche che fra qualche giorno ci saranno delle piogge», conclude Grosso. «Con esse potrebbero verificarsi due problemi altrettanto rischiosi: le alluvioni lampo o le valanghe di neve fradicia, fra le più pericolose». Nessun allarmismo, solo un monito a valutare attentamente le bizzarrie del clima, per non rischiare di farci cogliere ancora una volta impreparati. 

La terra torna a tremare in centro Italia


Tre scosse superiori ai cinque gradi della scala Richter, la più forte di magnitudo 5,5; di nuovo il centro Italia, Amatrice (dove è crollato il campanile di Sant'Agostino), i paesi a cavallo fra Lazio, Abruzzo e Marche; ma le scosse si sono fatte sentire anche a Roma, Firenze e Napoli. E con la neve di questi giorni la situazione è drammatica. Il cuore dell'Italia si spacca in due. Cosa sta succedendo? Perché dal 24 agosto 2016 si verificano continui terremoti? Gli Appennini stanno tremando. Per due motivi. Un processo di stiramento legato a faglie che si stanno allontanando; e un altro riguardante la spinta effettuata dalla placca africana, che incide su quella euroasiatica, determinando un processo di subduzione, con distruzione di nuova crosta.

«L’area interessata dai terremoti di ieri fa parte di una zona sismica ben nota, caratterizzata da un’elevata pericolosità e da eventi sismici occorsi anche in epoca storica», ci spiega Fabio Bonali, ricercatore dell'Università di Milano. «Questi terremoti si verificano a causa del regime tettonico distensivo che interessa l’Appennino centrale, le cui sorgenti sismogenetiche raggiungono una lunghezza complessiva di 20-30 chilometri, con direzione parallela alla catena montuosa e sono in grado di generare terremoti con forte magnitudo».

Il dinamismo tellurico in queste aree è, pertanto, costantemente attivo; e in effetti il timore è che il fenomeno sismico non sia finito qui. Impossibile prevedere le nuove scosse, ma è verosimile supporre che potranno essercene delle altre, anche d'intensità elevata. La Protezione civile afferma che «la sequenza è la stessa del 24 agosto». Da quella data, infatti, ci sono state almeno 45mila scosse. Perlopiù non percepite dall'uomo. Tuttavia vengono registrate dai sismografi e indicano, appunto, una situazione geologica tutt'altro che risolta.

«E’ normale che dopo un forte evento sismico seguano delle repliche», continua Bonali. «Il problema è che le repliche possono talvolta essere di magnitudo maggiore rispetto alla prima scossa; proprio perché il regime tettonico rimane invariato; ma possono essere legate alla rottura di altre aree della stessa faglia o al riadattamento della crosta terrestre che ha subito la deformazione sismica. In alcuni casi, peraltro, la deformazione indotta da un terremoto può favorire la riattivazione di una faglia vicina».

Anche l'ipocentro e l'epicentro delle nuove scosse sono analoghi a quelli del terremoto di agosto. Il primo riguarda l'area in cui viene sprigionata l'energia accumulata in un particolare punto della crosta terrestre; il secondo indica uno dei luoghi di arrivo delle onde sismiche: è qui che i movimenti ondulatori e sussultori provocano i danni peggiori.

«La distribuzione degli epicentri e degli ipocentri, localizzati dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV, riguarda un’area geografica lunga circa 10-15 km e larga circa 5-6 km», conclude Bonali. «In questo caso suggerisce che sia stata coinvolta una faglia appartenente al sistema di faglie dei Monti della Laga (fra le province dell'Aquila, Ascoli Piceno e Rieti). Il settore più settentrionale si è attivato con il terremoto del 24 agosto. E in particolare, gli eventi più forti sono avvenuti a una profondità di circa dieci chilometri, similmente a quanto avvenuto per il terremoto di Amatrice».

lunedì 16 gennaio 2017

La storia degli indiani


Cristoforo Colombo scoprì l'America ma non ebbe mai la percezione di avere individuato un nuovo continente. La ebbe Amerigo Vespucci, che, dopo varie ricognizioni al di là dell'Atlantico, per primo coniò l'espressione "Mondus Novus". E' a questo punto che qualcuno cominciò a chiedersi: come fanno a esserci qui degli uomini, se siamo noi i primi a metterci piede? Fu l'inizio del riepilogo della storia della nostra specie, iniziata centotrentamila anni fa in Africa. Solo oggi, però, possiamo sistematicamente rispondere alla domanda che si erano posti i primi esploratori del Nuovo Mondo: l'America fu abitata per la prima volta dall'uomo sedicimila anni fa. E' il resoconto di uno studio effettuato in Virginia, negli Usa. Dove alcuni archeologi hanno recuperato manufatti risalenti alla fine del Pleistocene, assimilabili all'industria del Magdaleniano; la cultura che dominò l'Europa fra 18mila e 10mila anni fa. Sono tempi di grandi trasformazioni, che portano l'uomo ad assistere alla fine dell'ultima grande glaciazione, la Wurm, e all'inizio di un periodo caldo che prosegue ancora oggi; e che ha consentito lo sviluppo dell'agricoltura e dell'allevamento.

Il termine si rifà a una località francese, Abri de la Madeleine, in Dordogna, dove sono state ritrovate molte tracce dell'uomo preistorico: arpioni, punte di lance, propulsori, bastoni lavorati, e grotte finemente decorate. Ebbene, i resti del primo uomo che mise piede in America sono simili a questi ritrovamenti; benché Dennis Stanford della National Museum of Natural History dello Smithsonian Institution continui a parlare di "convergenze evolutive" e non di vere e proprie "connessioni". Con ciò gli scienziati ritengono che la nostra specie abbia conquistato l'America tre o quattromila anni prima di quanto ritenuto fino a oggi, facendo tesoro delle esperienze vissute in Eurasia da antichi progenitori. Contemporaneamente sono emerse analogie per ciò che riguarda il corredo genetico dei paleoamericani e i discendenti dell'Homo di Cro-Magnon, arrivato in Europa 40mila anni fa; e portatore di un particolare marcatore genetico, l'M173. Le analisi sono avvenute sui resti ossei di un siberiano vissuto 24mila anni fa; che hanno evidenziato i suoi legami con gli euroasiatici occidentali (Europa e Medio oriente) e gli indiani d'America. Significa che i vari Sioux, Cheyenne, Navaho, non sono figli esclusivi di antichi popoli dell'Asia orientale, ma anche d'individui imparentati con i nostri avi. Da dove arrivavano?

Ci fu un tempo una terra chiamata Beringia, situata fra l'Alaska e la Siberia, ricoperta da muschi e piccoli arbusti. Un istmo, ampio qualche decina di chilometri, che emergeva periodicamente durante le fasi glaciali. Rimaneva scoperto, perché un vento tiepido spirava costantemente da sud, impendendo ai ghiacci di avere il sopravvento. La conferma di questa intima relazione fra le estremità americane e quelle asiatiche è indicata dalla presenza di fossili animali, quasi identici su entrambi i fronti. Qui viveva una popolazione che bruciava le sterpaglie per ravvivare il fuoco; e che si nutriva di erbe e piccoli mammiferi. Le cose cambiarono con la fine della glaciazione wurmiana. Molte specie animali si estinsero e i progenitori dei paleoindiani non trovarono più cibo. Fu la molla che li indusse a guardare verso est, verso l'America. 

Dalla Beringia si insediarono lungo il corso dello Yukon, immenso fiume che separa la Columbia Britannica dal Mare di Bering. Caleb Vance Haynes, archeologo dell'University of Arizona (ancora attivo nonostante l'età, è del 1928), ha per primo tracciato il cammino dei paleoamericani, arrivando a ipotizzare che, lo scioglimento dei ghiacci del Nord America, avvenne in punti precisi; consentendo all'uomo di seguire un lungo corridoio privo di impedimenti verso sud. Dal corso dello Yukon finirono per fiancheggiare quello del Meckenzie, per poi raggiungere i confini dell'attuale Pennsylvania. La parte nord era ancora coperta dai ghiacci, ma quella a sud, rappresentò il posto ideale dove prosperare; c'erano distese erbose e foreste e soprattutto moltissimi animali da cacciare: alci, caribù, mammut e mastodonti. Qui sorse quella che gli scienziati indicano come cultura pre-Clovis, che precedette la Clovis, ufficialmente ritenuta la prima "industria" dei paleoamericani.

Siti riconducibili a questa epoca sono stati individuati a Meadowcroft Rockshelter, in Pennsylvania; a Cactus Hill, in Virginia; e a Topper, in Carolina del Sud. Così i paleoindiani conquistarono tutta l'America del nord e subito dopo quella centrale e meridionale. La cultura Clovis fiorì 13mila anni fa. Gli archeologi la differenziano dalle altre, per via dei ritrovamenti avvenuti negli anni Trenta nella località omonima in New Messico. Il riferimento è soprattutto a punte di lancia rastremate, ricavate dalla lavorazione bifacciale di rocce particolari. Assimilabili, non a caso, a quelle del Magdaleniano europeo.


La fine della cultura di Clovis
A un certo punto della cultura di Clovis non si è più saputo nulla. Il motivo? Per alcuni scienziati fu la conseguenza di un impatto meteorico nel Nord America, simile a quello avvenuto nel 1908 in Siberia, a Tunguska. Il fenomeno avrebbe alterato il clima causando una diminuzione drastica della popolazione umana. Avrebbero patito lo stesso destino, i grandi animali del continente americano, la cosiddetta megafauna: orsi, cammelli, mammut. Vari studi propendono per questa teoria rifacendosi al Dryas recente, periodo di freddo compreso fra 12.800 e 11.500 anni fa, con una temperatura media globale più bassa della norma di cinque gradi. Ma sono altrettante le tesi contrarie. L'ultima arriva dalla Royal Holloway University, in Inghilterra, secondo la quale non esistono crateri che possano attestare un impatto con un corpo extraterrestre; inoltre non c'è sincronia fra la sparizione delle varie specie che prosperarono nel Pleistocene.

I nativi americani
Dopo avere conquistato il Nord America, l'uomo si è spostato sempre più a sud, alla ricerca di un clima più mite, e di migliori fonti alimentari. Nella zona artica rimasero gli antenati degli attuali inuit e yupik, noti come eschimesi. In Oregon e nel Montana abitarono tribù pacifiche come i Nasi Forati e i Palouse. In California, i Pomo e i Maidu, dediti alla caccia e alla raccolta. Nelle grandi pianure, cuore degli attuali Stati Uniti, vissero le tribù più note all'immaginario collettivo come i Comanche, i Sioux, i Cheyenne e gli Arapaho. In centro America, invece, si svilupparono vere e proprie civiltà. In Messico fiorirono i maya, gli olmechi e gli aztechi. La convivenza con gli europei arrivati dopo Colombo fu tutt'altro che pacifica. Si stima che in cinquecento anni, fra guerre e malattie, perirono milioni di nativi americani.

Gli indigeni di oggi
Figli dei primi americani sono anche tribù che non hanno mai avuto contatto con l'uomo moderno. E' il caso di alcuni indios fotografati per la prima volta nel 2011, al confine fra Brasile e Perù. Gli uomini sorpresi dall'elicottero hanno volto al cielo le loro frecce in difesa del proprio territorio. José Carlos Meirelles, esperto di problemi indigeni e a capo della missione organizzata da Survival International, parla di un'area ricca di legname, petrolio e minerali. In Brasile sopravvivono 240 tribù per un totale di un milione di persone che vivono di pesca, raccolta e caccia. Molte quelle a rischio di estinzione. Gli akuntsu sono rimasti in cinque e gli awa arrivano a quattrocento unità. L'etnia più folta è quella dei tikuna, con 40mila rappresentanti distribuiti fra Brasile, Colombia e Perù.

lunedì 9 gennaio 2017

Mammiferi preistorici: due nuove specie


Scoperti in Canada i resti fossili di due mammiferi vissuti nell'Eocene, 52 milioni di anni fa. Secondo gli studiosi della British Columbia appartengono a due specie mai viste prima d'ora, riconducibili alle famiglie dei ricci e dei tapiri. 

Il primo resto fossile, battezzato Silvacola acares, era simile agli erinaceini attuali, ma era più piccolo e non superava i 5-6 centimetri. La seconda specie individuata è riferibile al genere Heptodon, e ha similitudini con gli attuali tapiri. Entrambi vivevano in un ambiente caldo e umido, analogo a quello delle foreste pluviali. 

Durante la prima fase dell'Eocene, infatti, il clima in Canada era molto diverso da quello odierno, e il suo territorio era abitato da animali che oggi troveremmo solo a latitudini più basse. 

sabato 31 dicembre 2016

La notte di San Silvestro durerà un secondo in più


Impossibile rendercene conto, ma siamo in costante movimento, anche quando crediamo di essere immobili: nello stesso istante, infatti, ruotiamo intorno all’asse terrestre, al Sole e a un braccio della Via Lattea. Ma questo eccezionale dinamismo cosmico è tutt’altro che stabile: nel tempo, le distanze fra i corpi celesti e le forze attrattive che regolano le interazioni fra stelle e pianeti, cambiano. Significa che non siamo mai nello stesso punto dell’universo e che, in pratica, ogni giorno è leggermente diverso da un altro. Ecco perché non esiste un orologio in grado di misurare perfettamente il trascorrere del tempo. È un piccolo paradosso: esistono, infatti, gli orologi atomici, ma sono troppo precisi e di tanto in tanto devono essere sincronizzati con il reale cammino della Terra. L’ultima sincronizzazione avrà luogo questa notte; ed è il motivo per cui l’imminente Capodanno durerà un secondo in più rispetto agli altri.

La Terra, poco dopo la sua formazione, ruotava intorno al suo asse molto più velocemente di oggi; derivò dalla nebulosa che dette origine anche al Sole, poco più di 4,5 miliardi di anni fa. Il giorno durava molto meno. Oggi dura sempre di più; da un secolo a questa parte, 1,7 millisecondi in più. Non cambia nulla, ma racconta molto della natura che ci circonda. La Terra varia la corsa intorno al proprio asse, in base alla distanza della Luna e alla forza attrattiva esercitata dal nostro satellite. La Luna si allontana sempre più dalla Terra, di circa quattro centimetri ogni anno, e contemporaneamente spinge meno la “trottola” terrestre. Un fenomeno conclamato a livello cosmologico, che si verifica al contrario su quei satelliti che ruotano in senso antiorario, e anziché allontanarsi dal pianeta di riferimento, si avvicinano; è il caso che lega, per esempio, Tritone a Nettuno.

L’attività satellitare non è l’unico fattore a influire sulla rotazione terrestre. Anche in seguito ai movimenti dei ghiacciai o a fenomeni orogenetici particolarmente intensi gli orari sballano. D’altra parte può accadere che la rotazione aumenti la sua velocità momentaneamente per via dell’attività tellurica (terremoti); il forte sisma che sconvolse l’Indonesia nel 2004 provocò un’accelerazione di tre microsecondi. Come si fa, dunque, a calcolare esattamente il tempo? Si ricorre al cosiddetto secondo intercalare, leap second, tenendo conto che ogni cinquecento giorni si accumula un secondo di discrepanza fra il tempo registrato dagli orologi atomici e quello dettato dalla rotazione; e che per secondo si definisce una specifica vibrazione dell’atomo di cesio, resa nota nel corso della 13esima conferenza generale dei Pesi e delle Misure, tenutasi nel 1967. L’aggiustamento è periodicamente proposto dall’International Earth Rotation and Reference Systems Service, diviso fra la sede di Parigi e quella di Washington.

L’ultimo secondo è stato aggiunto il 30 giugno 2015; procedura attuata ventisei volte dal 1972 a oggi. Non ci sono stati cambiamenti dal 1999 al 2005. E i computer? Anch’essi si aggiorneranno. Google si adeguerà spalmando i vari millisecondi del ritardo in un arco di venti ore. Così ogni secondo risulterà più lungo di 13,9 microsecondi e permetterà di completare  l’allineamento. Appuntamento, dunque, per questa notte, in cui il brindisi avverrà come sempre allo scoccare della mezzanotte, ma all’una ci sarà l’introduzione ufficiale del secondo intercalare. Un’ora dopo il momento critico, per via del meridiano di Greenwich, la longitudine zero da cui si cominciano a contare le ore.  

giovedì 22 dicembre 2016

La temperatura dei buchi neri


È stata misurata per la prima volta la temperatura di un buco nero; in particolare le nubi di polvere che oscurano il “corpo celeste” al centro della galassia NGC 1068 e che hanno la forma di un “krapfen”: la galassia si trova a circa 60 milioni di anni luce dalla Terra ed è il prototipo di una classe di galassie attive la cui fonte di energia si pensa possa essere un buco nero supermassiccio corrispondente a 100 milioni di masse solari. 

Gli scienziati hanno visto che la temperatura all’interno della nube arriva a 700 gradi centigradi a causa dell’intensa radiazione proveniente dall’interno del buco nero, mentre le parti esterne giungono a 50°C. Walter Jaffe e colleghi dell’Osservatorio di Leiden, Olanda, sono giunti a queste conclusioni servendosi dei dati ricavati dall’attività del Very Large Telescope Interferometer dell’European Southern Observatory in Cile. 

I buchi neri sono il risultato dell’esplosione di stelle molto più grandi del sole, il cui nucleo centrale subisce delle pressioni così elevate che nemmeno la luce è in grado di sfuggirgli. Gli atomi che lo compongono vengono addirittura stritolati e fusi insieme lasciando in “vita” solo un fluido di neutroni supercompatto. 

lunedì 12 dicembre 2016

Animali daltonici


Curiosità animali che non smettono di stupire. Come la capacità di alcuni di mimetizzarsi e cambiare colore. Accade per esempio nelle seppie e nei polipi. Tuttavia proprio queste creature perfettamente calibrate per giocare con i colori, non sono in grado di distinguerli. Seppie e calamari infatti non percepiscono le tinte cromatiche. Gli studi di recente condotti dalla National Academy Science, dimostrano che molti molluschi possiedono solo una proteina preposta al discernimento dei colori. Da ciò è facilmente intuibile che, rispetto per esempio ai mammiferi, abbiano un apparato visivo molto più semplificato e limitato. Come vedono? 

Probabilmente in bianco e nero. Ma mettono a fuoco le diverse lunghezze d'onda della luce, riuscendo comunque a sopravvivere, a difendersi e a nutrirsi. E' una sorta di daltonismo, fenomeno tipico della specie umana, ma evidentemente presente anche in molti animali. Molte altre specie infatti non percepiscono i colori. Partendo dal presupposto che la funzionalità di coni e bastoncelli, e quindi la risposta della retina alla luce, è differente da specie a specie. E' lo stesso motivo per cui alcuni animali, pur vedendo meno colori, sanno cavarsela benissimo durante le ore notturne. I cani, per esempio, non vedono il rosso e il verde; ma distinguono bene il viola, il giallo e il blu. Anche i gatti non percepiscono il rosso, ma il blu e il verde. E gli uccelli e i rettili? 

Ci sono dei rapaci con la vista acutissima; mentre le tartarughe sono un po' più "miopi". Certo, la gamma di colori può essere molto limitata. Ma hanno senz'altro una marcia in più di noi: la capacità di filtrare gli ultravioletti; cosa che l'uomo può fare solo con opportuni filtri. Dunque, più si avanza nello studio della fisiologia oculare, più si scopre che non esiste uno standard (né una vista più valida di un'altra), ma solo tante valide strategie per sopravvivere secondo le proprie caratteristiche anatomiche e le relazioni con l'ambiente. 

Addio Rosetta


Una grande avventura, ingegneristica e spaziale. Così può essere riassunta la storia di Rosetta, la prima navicella in grado di avvicinarsi a una cometa, atterrare, e "esalare" il suo ultimo respiro su una palla di ghiaccio cosmica, dopo mesi e mesi di lavoro. La sonda spaziale ha ufficialmente terminato le sue operazioni il 30 settembre. Rosetta e il lander Philae "accometato" il 12 novembre 2014 hanno permesso di studiare da vicino la cometa 67P/Churyumov Gerasimenko, scoperta nel 1969 dallo scienziato ucraino Klim Ivanovic Curjumov, oggi al soldo dell'Osservatorio astronomico di Kiev. Le comete continuano a essere oggetti misteriosi dell'universo, ma grazie a Rosetta è stato possibile svelare alcuni segreti della loro natura. Partendo dalle caratteristiche rocciose. 

La 67P è infatti risultata uniforme nella sua costituzione interna, con un rapporto polvere/ghiaccio da 0,4 a 2,6. Significa, come già si sospettava, che il cuore della cometa è un mix fra queste due realtà della materia, spesso combinate in modo equilibrato. Sembrerebbero riconducibili alle condriti carbonacee, le principali meteoriti che colpiscono la Terra; indicate dalla presenza di acqua, materiale organico, talvolta amminoacidi. Anche 67P ha dunque mostrato tracce di composti organici, sedici in totale. Sono state riscontrate molecole a base di azoto (lo stesso elemento che compone una parte preponderante del DNA), suggerendo che la teoria della panspermia (l'origine della vita dallo spazio) debba essere presa ancor più in considerazione. Del resto sono stati individuati composti come l'acetone, noto ai chimici come dimetilchetone (per via della presenza di un doppio legame con l'ossigeno e due gruppi metilici) e l'acetamide, un minerale di origine organica basato sulla combinazione fra azoto e carbonio. La superficie è più eterogenea. 

Ricca di ciottoli di diverse dimensioni, e strutture che riflettono la luce; benché le comete rimangano fra gli oggetti più scuri del cosmo. Sono esempi riconducibili a potenti processi erosivi e all'azione del vento solare. La missione Rosetta ha infine consentito di risalire alla temperatura della cometa, intorno ai -183°C. Le scoperte future? Difficile prevederle, ma è certo che Rosetta ha risolto solo in parte i dubbi su queste bizzarrie del cosmo. Il senso dell'ellitticità delle orbite delle comete è ancora da chiarire, così come il loro legame con la nebulosa primordiale che ha originato il sistema solare oltre 4 miliardi e mezzo di anni fa. 

Le gambe di Nefertari


Mesi fa fu l’ipotesi di una camera segreta a ridosso della tomba di Tutankhamon, il faraone bambino; da qualche settimana la notizia di probabili stanze “immacolate” nella Grande Piramide di Giza. E oggi, a conferma di un’attenzione mai sopita nei confronti del magico mondo egizio, una nuova sorprendente scoperta: i resti della regina Nefertari. Era una potente sovrana della diciannovesima dinastia, moglie di Ramesse II, detto il Grande, vissuto più di mille anni prima di Cristo. Ebbe un grande impatto durante il regno, imparò a leggere e a scrivere, e contribuì al dialogo con vari sovrani dell’epoca. Su Plos One, fra le più prestigiose riviste scientifiche, la ricerca condotta da un team di archeologi coordinati dall’Università britannica di York. 

Hanno preso in considerazione i resti di una mummia rinvenuti nella tomba di Nefertari, nel 1904, dall’italiano Ernesto Schiaparelli, conservate in una teca nel Museo Egizio di Torino. Sono due gambe mummificate, sottoposte a una serie di analisi chimiche e antropologiche, compresa una datazione con il carbonio 14. Il frammento più lungo arriva a trenta centimetri, e si compone di una parte scheletrica riconducibile a femore, tibia e rotula. I test hanno confermato la presenza di lesioni tipicamente assimilabili ad artrite e osteoartrosi. È stato possibile studiare dei tessuti vascolari, rappresentati da arterie parzialmente interessate da processi arteriosclerotici: evidentemente anche la “sana” cucina di un tempo non era così in linea con il mantenimento di un buon livello di trigliceridi e colesterolo nel sangue. 

Sono ossa sottili, che senz'altro non appartennero a un operaio che lavorava tutto il giorno all'aperto, ma a un membro di alto rango. Gli esperti spiegano che ci sono molte possibilità che si tratti dei resti della famosa regina, ma non possono esserne certi al 100%: manca infatti il Dna. Quello recuperato da un centimetro quadrato di pelle era troppo degradato per fornire dei risultati convincenti. E in ogni caso mancherebbe la comparazione col profilo dei parenti più stretti (che non sono mai stati identificati). Senza questa firma genetica, dunque, non è possibile cantare vittoria. 

La percentuale è ferma al 75%, un numero comunque rivelante. Coincidono anche tutti i parametri storici. Presenta, in particolare, le caratteristiche delle tecniche di mummificazione osservate dagli imbalsamatori durante il regno di Ramesse II. È intuibile l’utilizzo di bende peculiari e di grassi animali. I resti permettono, peraltro, di stimare la presunta anatomia della regina al momento della morte: una donna di quaranta cinquanta anni, alta 1,65 metri. La grande sposa reale (uno dei tanti soprannomi che le affibbiarono) finì nella tomba che poi venne battezzata QV66. Si trova nella Valle delle Regine ed è fra le più belle tombe egizie che siano mai state scoperte. 

Fu trafugata nell’antichità, ma oggetti e suppellettili ritenuti di poco valore furono abbandonati. È così che, insieme alle gambe del reperto mummificato, sono giunti a noi dei sandali di ottima fattura e trentaquattro figurine di legno con inciso il nome della regina, destinate a fornirle materiale realizzato a mano per accompagnarla nel viaggio nell’aldilà. Frank Ruhli, dell’University of Zurich conclude dicendo che “non possiamo del tutto dimostrare che questi siano i resti della grande regina, ma ogni dato propende per questa tesi; sarebbe stato diverso se le analisi avessero rivelato la mummia di un bimbo o di una persona, comunque, più giovane". 

mercoledì 30 novembre 2016

Perché il sesso ha vinto?


Il primo a fare sesso fu un pesce vissuto quattrocento milioni di anni fa: un placoderme che si aggirava minaccioso fra i fondali sabbiosi del Devoniano, protetto da una potente corazza e fornito di denti affilatissimi. Il maschio era caratterizzato da una protusione ossea che gli consentiva di raggiungere la femmina e veicolare il seme. Oggi la maggior parte dei pesci adotta una riproduzione esterna, con deposizione delle uova e successiva fecondazione. Ma all'epoca l'evoluzione tentò una strada nuova; che non venne percorsa fino in fondo: i placodermi, infatti, si estinsero e oggi solo gli squali possono dire di avere qualcosa in comune con questi antichi animali, benché contraddistinti da un'anatomia diversa. Eppure il sesso s'è rivelato il presupposto ideale per sopravvivere e consentire a una specie di progredire. Di fatto tutti i mammiferi si riproducono così. Oggi, dunque, l'argomento viene analizzato dal punto di vista comportamentale, psicologico, sociale, ma si trascura quasi sempre il quesito più importante: perché il sesso ha vinto?

Per rispondere a questa domanda è necessario sapere che attraverso il sesso avviene un fenomeno che, nelle altre forme di riproduzione, non è contemplato: si ha infatti lo scambio di materiale genetico fra la femmina e il maschio. Accade all'interno del "crossing over", una fase della divisione cellulare, in campo scientifico, meiosi. Indica che i cromosomi maschili e femminili s'incontrano nel cuore della cellula germinale (spermatozoo e cellula uovo) e, sovrapponendosi, portano allo sviluppo di un nuovo complesso ereditario che contraddistinguerà il corredo genetico del futuro nascituro. Una rivoluzione in campo biologico, perché solo in questo modo si assicura un requisito fondamentale per la sopravvivenza di una specie: un alto indice di variabilità genetica.

Con essa, infatti, una specie è in grado di affrontare le avversità e le difficoltà ambientali con maggiore abilità. E può opporsi al processo contrario di deriva genetica, che predispone a un impoverimento cromosomico, anticamera dell'estinzione. Un Dna che cambia nel tempo, non solo a causa delle mutazioni (ciò che avviene nelle specie meno sviluppate), offre a un raggruppamento tassonomico la possibilità di resistere a lungo. E' la prerogativa dello sviluppo e dell'evoluzione; senza questa conquista, la selezione naturale avrebbe agito in modo diverso, e oggi non potremmo contare sull'incredibile varietà biologica che ci circonda. Ecco perché il sesso occupa un posto tanto importante nella storia di un uomo o di una donna, al pari del cibo, dell'acqua e dell'aria; siamo esplicitamente tarati per farlo, senza, però, sapere che dietro alla nostra attitudine comportamentale si cela, in realtà, una finalità ben più pragmatica: lo scambio di geni.

Non finisce qui. Sappiamo, infatti, quel che comporta una relazione sessuale; un'intesa chimica fra due persone, che può (in certi casi) trasformarsi in una relazione affettiva, alla base del più nobile sentimento umano: l'amore. Grazie al sesso, dunque, i nostri antenati hanno appreso l'arte di amare, il proprio partner, ma soprattutto i propri figli. Di fatto lo scopo è questo: mettere al mondo delle creature e poi accudirle. Non sarebbe possibile senza una tensione emotiva nei loro confronti. I pesci non badano alla cura della prole, nemmeno gli anfibi, ma qualcosa comincia a cambiare quando si giunge agli uccelli e, invariabilmente, ai mammiferi. L'evoluzione ha compiuto un lavoro certosino. Dalla necessità di un crossing over si è giunti a un coinvolgimento fisiologico sempre più complesso, che è andato di pari passo con l'incremento dell'intelligenza e del livello di organizzazione sociale. Certo, l'evoluzione proseguirà imperterrita per la sua strada, e allora la nuova domanda sarà: il sesso nel futuro avrà ancora senso di esistere? 

Difficilissimo rispondere. Ma qualche ragionamento ci sta. Partendo da una considerazione già ponderata da vari centri di ricerca, fra cui quello gestito da Henry Greely, della Stanford University; secondo il quale entro una trentina d'anni il sesso non avrà relazione con il concepimento. In pratica i figli si faranno ancora, ma in laboratorio, e il sesso diverrà una pratica di puro soddisfacimento fisico (magari con un robot). Ma se fosse veramente così, si potrebbe immaginare il destino della fecondazione sessuata, che abdicherà a favore di una proposta evoluzionistica lontana da qualunque idea razionale. Risponderà al tempo, qualcosa che l'uomo non ha ancora imparato a valutare oggettivamente: per raggiungere un traguardo del genere, infatti, non ci vorranno secoli, né millenni. Solo fra qualche milione di anni sarà possibile rispondere a questa domanda; ma probabilmente non sarà la nostra specie a farlo. 

Il culto sessuale
L'importanza del sesso nella storia della nostra specie è enfatizzata anche dall'arte. Fin dall'antichità, infatti, uomo e donna venivano esaltati soprattutto dal punto di vista sessuale. Nelle donne si dà ampio spazio ai seni, ai fianchi e alle natiche; il monte di Venere è una priorità. Negli uomini prevale la muscolatura, sinonimo di virilità. Ma è anche il pretesto per raccontare un mondo sconosciuto. Perché i progenitori che per primi si cimentarono con il disegno e la scultura, vivevano in un contesto ambientale difficile: era in corso l'ultima glaciazione, la wurmiana, che riguardò mezza Europa fino a 12mila anni fa. In pratica erano poche le occasioni per poter osservare il partner completamente nudo, ed era solo grazie alle forme d'arte che si poteva correre con l'immaginazione. E dunque affinare l'innata tendenza dell'uomo a riprodursi.   

Sesso e memoria
Perché non è solo un generico miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche di una persona. Chi fa sesso sta anche meglio per ciò che riguarda l'attitudine a ricordare. Nel cervello questa funzione è assolta dall'ippocampo. E coinvolta è perlopiù la memoria a lungo termine. Uno studio effettuato in Maryland, Usa, e diffuso dal sito Atlantic, racconta l'esperienza condotta sui topi; in cui si è visto che l'attività sessuale è direttamente proporzionale all'incremento di neuroni legati alla memorizzazione. Non solo. A beneficiarne sarebbe anche la sfera cognitiva. In pratica si diventa più intelligenti. Anche se non è del tutto chiaro il legame fra sesso e quoziente intellettivo. L'unico dato certo è che gli adolescenti più brillanti sono anche quelli che ritardano di più la prima esperienza intima.

Il piacere negli animali
Non è vero che se ne servono solo per soddisfare un'innata tendenza a procreare. Stando, infatti, a una ricerca diffusa dalla Bbc, anche nel loro caso la componente legata al puro piacere fisico è verosimile. Lo studio è stato effettuato su un gruppo di scimmie da esperti del Department of Anthropology UCLA, in Usa. Sono state selezionate femmine lontane dal periodo di ovulazione, e dunque non propense alla riproduzione. Tuttavia s'è visto che anche in questo caso la relazione fisica fra maschi e femmine rimane costante, e la rincorsa al piacere parrebbe l'unica spiegazione plausibile. Non tutte le scimmie si comportano allo stesso modo. Particolarmente sensibili all'attività sessuale sono i cappuccini, altrimenti detti cebi, diffusi dall'Honduras al Paraguay e i macachi, di casa fra l'Afghanistan e il Giappone.