venerdì 19 settembre 2014

Voglie indipendentiste


Galizia, Alsazia, Moravia, Occitania. Sono solo alcune delle realtà geografiche che, parafrasando il movimento indipendentista scozzese, potrebbero un domani trasformarsi in entità completamente autonome. Lo rivela una curiosa mappa elaborata dall'Alleanza Libera Europea, partito politico europeo a favore delle cosiddette "nazioni senza Stato". Per certi versi rimanda ad altre epoche storiche, come quella a cavallo del Trecento, quando l'Europa era un'accozzaglia di stati e staterelli in continuo mutamento sociale e politico. Nell'originale mappa la Germania unita è irriconoscibile. C'è, infatti, di mezzo la Baviera, regione storica a nord delle Alpi, con un'estensione che supera i 70mila chilometri quadrati, il territorio tedesco più esteso. Ha una popolazione di oltre dodici milioni di abitanti, e usi e costumi peculiari. Il nazionalismo bavarese è sempre stato molto forte, anche perché la regione ha mantenuto la sua autonomia fino alla fine dell'Ottocento. L'Alsazia, a ovest, è invece da sempre terra di grandi scontri culturali fra Germania e Francia. Lo stesso accade in Lorena. Calda la situazione anche in alcuni territori facenti capo a Parigi; in Bretagna, in particolare, una persona su cinque è palesemente a favore dell'indipendenza. La stessa voglia d'indipendentismo si respira in Italia. Il Veneto, riconducibile alla storica Repubblica di Venezia, è un concetto storico-geografico che sopravvive dal nono secolo, a seguito dei cambiamenti avvenuti durante l'impero bizantino. Scalpitano anche la Savoia, la Sardegna e il Sud Tirolo. Altrettanto leggendario il movimento indipendentista basco. Di fatto, i cosiddetti Paesi Baschi, rappresentano una comunità autonoma della Spagna le cui tradizioni affondano addirittura alle prime incursioni dell'uomo moderno in Europa. Ma la situazione è caotica anche in Galizia e in Andalusia. La prima regione si trova a nord-ovest della penisola iberica e conta quasi tre milioni di abitanti; l'Andalusia, ancora più popolosa, sfiora i dieci milioni di abitanti e fa forza sulla sua cultura "cosmopolita", figlia di un background sociale che rimanda ai romani, agli arabi e ai cartaginesi. Politici e sociologi ritengono che il desiderio d'indipendentismo sia anche figlio della crisi economica che sta attanagliando il Vecchio continente. La speranza delle tante "nazioni senza Stato" si basa, infatti, sulla convinzione che l'autonomia possa essere l'unica strada percorribile per fare rifiorire le economie locali, grazie a politiche specifiche incentrate sui singoli territori.  


venerdì 5 settembre 2014

A proposito di "natura"


Da un po’ di settimane ho il piacere di scrivere per una delle più belle riviste italiane dedicate alla natura. Qui potete leggere i miei articoli: 

I miei articoli sul blog di Natura

giovedì 28 agosto 2014

Quando è lui il primo a dire "ti amo"


L'emotività è donna, si sa, tanto è vero che ogni smanceria viene prima di tutto ricondotta all'universo femminile. Eppure non è sempre così, specialmente quando c'è da pronunciare la più importante frase del genere umano: ti amo. Stando, infatti, a una ricerca pubblicata su Journal of Personality and Social Psychology, la fatidica confidenza è soprattutto appannaggio dell'uomo. Si stima che nel 62% dei casi, all'inizio di una relazione, è il maschio per primo a dire "ti amo". E di solito arriva a farsi avanti tre mesi dopo l'incontro inaugurale. La donna, al contrario, è più cauta. Pare più titubante, e finisce col rivelare il proprio amore al partner almeno cinque mesi dopo il primo appuntamento. Per le donne la "delicatezza" maschile è sovente il subdolo tentativo di portarne a letto un'altra; per gli uomini è invece un reale sentimento, che deve essere espresso il più in fretta possibile, prima che la nuova conquista prenda altre strade. Chi ha ragione? In parte entrambi. Ma il meccanismo comportamentale che determina questo risultato è tutt'altro che scontato, e sconfina nel mondo dell'antropologia e dell'evoluzione umana. Donne e uomini, di fatto, non cercano esattamente la stessa cosa quando decidono di frequentarsi. La donna punta alla persona giusta perché vuole mettere al mondo dei figli che poi vanno necessariamente accuditi, seguiti, cresciuti; individuo che deve rispondere a requisiti speciali, talvolta lontani dai desideri maschili, e difficili da mettere correttamente a fuoco. Per una scelta oculata, quindi, ha bisogno di tempo. La donna vuole ponderare con precisione il partner al quale rivelare il proprio amore, perché da lui dovrà e vorrà dipendere per portare avanti una famiglia. Per l'uomo la scelta è differente, e obbedisce a un istinto riproduttivo più marcato, non rigorosamente legato alle cure parentali. Certo, il discorso, riflette gli albori della civiltà, quando i concetti di famiglia e clan spesso si fondevano fra loro, tuttavia alcune attitudini comportamentali permangono nell'uomo moderno e sono le stesse che contraddistinguevano i nostri lontanissimi antenati. Infine i ricercatori hanno messo in luce il momento preferito dai due sessi per sentirsi dire "ti amo". Per gli uomini è prima di avere un rapporto intimo, perché inevitabilmente legato alla consapevolezza di essere riuscito nella conquista e all'ipotesi di un felice futuro sessuale. Per la donna, invece, è preferibile sentirselo dire dopo essere andati a letto insieme, perché conferma la validità di un sentimento sincero, non finalizzato a una storia da una notte. Quel che conta, in ogni caso, è che non ci si fermi alla "prima volta", ma si vada oltre. Secondo gli studiosi, infatti, è importante per la solidità della coppia esprimere apertamente i propri sentimenti, prerogativa che, in questo caso, aumenta l'autostima, la fiducia nel rapporto, e aiuta a condividere le gioie (e i dolori) della quotidianità.  

lunedì 25 agosto 2014

Il robot transformer


Immaginiamo un foglio di carta a due dimensioni, che grazie a un po' di fantasia, possiamo trasformare in una barchetta o in un aereo  tridimensionali. Il concetto è lo stesso, ma non riguarda uno strato di cellulosa, bensì una struttura hitech in grado di assumere le sembianze di un "essere" a quattro zampe, pensiamo a un granchio, capace di camminare, girare, e potenzialmente compiere svariati compiti. Un "foglio" dotato di mente propria, che in quattro minuti si autoassembla e non ha bisogno di aiuti esterni per entrare in azione. E' questo l'ultimo avveniristico robot prodotto dalla collaborazione fra scienziati di Harvard e del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston. Si tratta, in pratica, di un robot transformer a tutti gli effetti, così spesso decantato dai fumetti o dai libri di fantascienza;  per la prima volta realizzato in un laboratorio scientifico. Potrà essere disponibile fra qualche anno, a un costo irrisorio, se paragonato ad altri prodotti di questo genere:  gli scienziati dicono, infatti, che per realizzare il primo prototipo sono bastati cento dollari di materiale altamente tecnologico ed elettrico. Più prosaica l'assimilazione a un "origami meccanico" (in riferimento alla caratteristica arte orientale), dotato di un "cervello elettrico", due motori e comunissime batterie per il rifornimento energetico.  Il suo segreto? Essere caratterizzato da un polimero "a memoria di forma", predisposto per fornire alla struttura base il comando per l'auto-assemblaggio, e la trasformazione finale in un marchingegno robotico le cui ripercussioni in campo industriale potrebbero essere molteplici. "Partiamo dall'idea di rendere i robot il più possibile veloci ed economici", spiega Sam Felton, a capo del progetto, "e un modo per giungere a questo risultato è, appunto, affidarci a strutture analoghe a un foglio di carta, in grado di trasformarsi da solo in corpi tridimensionali". Il primo robot transfomer nasce, in realtà, per scopi militari, ma non sono esclusi perfezionamenti futuri che potrebbero, per esempio, facilitare l'esplorazione spaziale. Entra in funzione tramite la variazione di parametri climatici esterni, come, per esempio, la temperatura. Aumenta il caldo e in pochi minuti la sua "bidimensionalità" viene sostituita da quattro zampette che cominciano a brancolare qua e là, fino a raggiungere i 5,4 centimetri al secondo di velocità. Proprio come fa un granchio o un qualunque aracnide (benché dotati di otto zampe). Lo spunto è stato preso da un gioco chiamato Dinks Shrinky (inventato nel 1973), in grado di cambiare colore e ridurre le proprie forme del 50% se sottoposte a un innalzamento di temperatura. Un solo strato hitech potrebbe apparire banale, ma se si immagina una risma di "fogli" di questo tipo, non è difficile intuire gli incredibili scenari che potrebbero derivare dal suo impiego; primo fra tutti un esercito di micro robot in grado di scandagliare la superficie di un corpo celeste, o un'area di interesse energetico. Con i robot transformer si può pensare alla realizzazione di satelliti di nuova generazione, e facilitare i campi di esplorazione e le operazioni di salvataggio. Ma anche oggetti in grado di assumere le sembianze di altri animali (pensiamo a un cigno), per poi volare. Notizie in più si potranno sapere fra qualche settimana, quando, nel corso di una conferenza di robotica che si terrà a Taiwan si riparlerà del primo robot transformer, ma anche di nuovi "gadget hitech", come il cubo auto-pieghevole di soli cinque millimetri di lunghezza e il bruco robot. 

Il futuro della robotica 

Il progetto SAPHARI - acronimo di Safe and Autonomous Physical Human-Aware Robot Interaction - ha come scopo la progettazione di un automa in grado di interagire con l'uomo, di comprenderne i movimenti, di collaborare senza mai interferire dal punto di vista spaziale, una macchina capace di vivere insieme agli umani nel segno della sicurezza.

Alla Cornell University, in Usa, i ricercatori stanno lavorando su macchine che possano, come gli esseri umani, imparare da ciò che osservano e dall'esperienza quotidiana. Hanno creato, per esempio, un sistema che identifica le attività sulla base dei movimenti delle persone e che, una volta installato in un macchinario che svolge funzioni di "badante", potrebbe aiutare la persona che ha in affido offrendole da bere o spazzolandolgi i denti. 

In futuro potremmo anche rilassarci su un robot divano e, prima di accomodarci a tavola, ordinargli di trasformarsi in sedia. Presso il laboratorio di biorobotica del Politecnico federale di Losanna ci si occupa, infatti, dei cosiddetti robot modulari – dei Roombots –  che potrebbero permettere di trasformare questa utopia in realtà.

Calorie italiane


Da tempo non se ne parla più come di una semplice malattia, ma di una epidemia a tutti gli effetti. L’obesità, infatti, rappresenta percentuali tanto grandi da essere paragonata ai peggiori flagelli dell’umanità. L’Oms prevede che, per il 2030, gli obesi in Italia saranno il 70% della popolazione; con picchi del 90% in Irlanda e dell’80% in Spagna. In realtà l’obesità è in gran parte dovuta ad abitudini quotidiane che potrebbero essere facilmente contrastate, se solo si facesse un po’ più di attenzione, per esempio, a quello che si mangia. Com’è noto, infatti, gran parte dei chili di troppo è la conseguenza di un accumulo spropositato di calorie. Lo si dice da sempre e oggi ne abbiamo un’ulteriore conferma, grazie a uno studio diffuso dal sito Evoke.ie. L’analisi mette in relazione la quantità di calorie consumate abitualmente da ogni persona nell’arco delle 24 ore, con il singolo paese di appartenenza. Si scopre così che gli Usa, emblema dell’obesità, (dove già oggi almeno un terzo della popolazione soffre di sovrappeso), sono anche i primi in classifica: ogni persona assume, infatti, 3.770 calorie al giorno. Al secondo posto, con 3.760 calorie, c’è l’Austria e al terzo, con 3.660 calorie, l’Italia. Seguono Israele, Irlanda e Gran Bretagna, e chiudono l’India con 2.300 calorie e la Repubblica Democratica del Congo, staccatissima, con 1.590 calorie (che probabilmente parafrasa un po’ tutta la realtà delle nazioni meno sviluppate). L’unico, paese, quest’ultimo, a rientrare nei parametri delineati dai medici di tutto il mondo, secondo i quali gli uomini non dovrebbero accumulare più 2.400 calorie al giorno, e le donne non dovrebbero andare oltre le 2mila calorie. Gli italiani pagano, probabilmente, l’abitudine a nutrirsi con alimenti come la pasta, la pizza e il pane; gli americani, il vizio di abbuffarsi di hamburger. E la famosa dieta mediterranea? Non sempre viene rispettata a dovere, per questo il conteggio delle calorie cresce. Si punta correttamente su pane e prodotti cerealicoli, ma spesso (per non dire sempre) si eccede. Il pane andrebbe consumato una o due volte al dì, mentre andrebbero aumentate le dosi di pesce, frutta, verdura, a discapito di carne e dolci; torte, brioche e merendine, non sono contemplati nella dieta mediterranea, se non sottoforma di crostate di frutta. Si esagera anche con birra, maionese, patatine, che mal s'accordano con il tradizionale cibo mediterraneo. Del resto non si è nemmeno consci del fatto che l’accumulo e il consumo di calorie rispetta un delicato equilibrio, derivante dall’alimentazione, ma anche dalla quantità e dalla tipologia di movimento affrontati ogni dì. Basterebbe poco, infatti, per bruciare calorie inopportunamente ingerite, come accade magari in ambito lavorativo, quando la fretta porta a cibarsi in modo sbrigativo e irragionevole (in posti dove spesso, rispetto ai piatti preparati in ambito casalingo, l’apporto calorico triplica). Duecento calorie, per esempio, si possono eliminare in fretta: ballando per 37minuti, giocando a golf per un’ora, lavorando in giardino o lavando la macchina per 40 minuti, o correndo su e giù per le scale per due minuti e mezzo. E non sempre è necessario compiere esercizi fisici tradizionali. Ogni azione, infatti, permette di bruciare calorie. Anche baciarsi. Se lo si fa per un minuto, se ne vanno un paio. Fondamentale, però, valutare quel che si mangia, sapendo che ogni alimento ha un contenuto calorico specifico, e che in risposta a singole porzioni esistono vere e proprie “bombe” che farebbero male a chiunque. Va considerato, dunque, il rapporto fra il peso dell’alimento consumato e le calorie che fornisce. 588 grammi di broccoli forniscono, per esempio, duecento calorie; ma lo stesso accade con appena 51 grammi di quelle caramelline morbide e colorate che se si inizia con una, non si finisce più. 740 grammi di peperoni danno lo stesso numero di calorie di un cheesburger, ma in proporzione l’apporto nutrizionale è maggiore. E così via. Ma se ci si applica un po’ i risultati non tardano a venire. E si possono già ottenere delle perfette silhouette togliendo dalla dieta tradizionale 400-600 calorie al giorno, vale a dire 3-4mila calorie alla settimana. Non sono solo i chili di troppo a diminuire, ma anche il rischio di ammalarsi di qualunque morbo, in particolare di natura cardiovascolare.

lunedì 14 luglio 2014

La frutta che fa male


La raccomandazione dei medici è sempre la stessa: soprattutto d'estate è meglio consumare più frutta e verdura possibile, per mantenere il corpo idratato e assimilare importanti sostanze nutritive. Quel che, però, anche gli addetti ai lavori considerano solo in parte, è che non tutti i vegetali offrono lo stesso apporto dietetico. E che, dunque, alcuni di essi fanno molto bene, altri benino, e alcuni, addirittura, potrebbero provocare qualche problema. L'argomento è stato affrontato in modo specifico dagli esperti della William Paterson University di Wayne, nel New Jersey, in Usa; che hanno stilato una vera e propria classifica dei vegetali più benefici per la nostra salute, in base a un punteggio di “densità nutritiva”, riferito a concentrazioni di proteine, fibre, calcio, ferro, potassio, zinco e vitamine. 47 gli alimenti presi in considerazione, 41 quelli finiti nella cosiddetta “Powerhouse Fruits and Vegetables”, convalidata dall'autorevole Centers for Disease Control and Prevention (CDC). “Uno studio in funzione dei consumatori che potranno conoscere meglio le proprietà nutrizionali dei vegetali consumati abitualmente”, racconta Jennifer Di Noia, la professoressa a capo della ricerca. Al primo posto risulta un alimento non proprio diffusissimo sulle nostre tavole: il crescione (punteggio pieno: 100). Delle sue eccellenti proprietà se ne parla fin dall'antichità, tanto da essere soprannominato “l'insalata che guarisce”. Appartiene a una delle famiglie botaniche più indicate per il benessere umano, quella delle brassicacee, comprendente anche numerose varietà di cavolo e cavolfiore. Posseggono proprietà antiemorragiche, antiossidanti, depurative; regolarizzano il ciclo mestruale, tengono lontane le malattie da raffreddamento e, per via dell'alta presenza di isotiocianati, combattono l'accumulo di sostanze cancerogene. Il crescione si consuma in insalata o nella minestra, affiancato spesso ad altre verdure (per contenere il suo forte sapore), e assicura un eccezionale apporto vitaminico e di sali minerali. Depura ed è afrodisiaco. Il cavolo cinese occupa il secondo posto (91,99). Detto anche “cavolo di Pechino”, è ricco di vitamina C ed A, acido folico e potassio. Il suo apporto calorico è bassissimo ed è quindi consigliato a chi vuole perdere peso. Nelle prime posizioni compaiono anche gli spinaci (86,43), la cicoria 73,36), il prezzemolo (65,59), la lattuga (63,48), e la senape (61,39). Più in fondo nella classifica ci sono, invece, alimenti come la fragola (17,59), la zucca (33,82) e il pompelmo (11,64). Quest'ultimo può essere controindicato per chi assume farmaci anticoncezionali o per tenere a bada l'accumulo di grassi nel sangue. I suoi principi attivi, infatti, interferiscono con quelli contenuti nei medicinali, annullando l'azione benefica della sostanza farmaceutica. La zucca, invece, può creare problemi ai bimbi allergici. Simile il discorso per le fragole, prodotto sconsigliato anche a chi è soggetto a ulcere, gastriti e coliti. Rimangono fuori dalla super-lista alimenti insospettabili come il mirtillo, il mandarino e perfino l'aglio e la cipolla, notoriamente legati al concetto di “buona alimentazione”. In realtà non significa che facciano male, ma semplicemente che la loro densità nutritiva - vale a dire il giusto equilibrio fra vitamine, minerali, e altri principi attivi essenziali – non è pari a quella di altri prodotti vegetali; e che quindi hanno uno spettro di azione benefico meno ampio. Tuttavia possono essere caratterizzati da sostanze particolari che altri alimenti non hanno, ed essere pertanto indicati per contrastare malattie specifiche. È il caso del mirtillo nero che indubbiamente fa molto bene a chi soffre di problemi di natura venosa. Grazie ai tannini e ai glucosidi antocianici che hanno il potere di rafforzare il tessuto connettivo che sostiene i vasi sanguigni. Questo tipo di frutta è importante anche per prevenire disturbi renali e l'accumulo dei pericolosi radicali liberi, derivanti dalle principali attività metaboliche dell'organismo.

venerdì 4 luglio 2014

Matrimoni in via di estinzione


La metà dei ventenni di oggi non si sposerà mai. Le coppie, infatti, sono sempre più propense a convivere che non a convolare a nozze. Il fenomeno coinvolge tutti i paesi industrializzati. La ricerca condotta in Inghilterra dalla Marriage Foundation rivela che il 47% delle donne e il 48% degli uomini che oggi hanno vent'anni, non varcheranno mai le porte di una chiesa o di un municipio per siglare ufficialmente la loro unione. Per i quarantenni le cose vanno un po’ meglio, ma sono ben lontani dai numeri che riguardavano le passate generazioni, in particolare i nati fra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni Sessanta (con l'87% degli uomini e il 92% delle donne con la fede al dito). Si stima infatti che chi ha oggi 40 anni si sposerà nel 61% dei casi, se maschio, e nel 68%, se femmina (metà, in realtà, sono già sposati). I numeri indicano chiaramente che il matrimonio è un aspetto della società destinato a scomparire o perlomeno a trasformarsi in qualcosa di obsoleto. Un dato su tutti: 44 anni fa i venticinquenni sposati erano il 60% degli uomini e l'80% delle donne; oggi sono solo il 10% delle venticinquenni e il 5% degli uomini della stessa età. Perfino in Italia, paese cattolico per eccellenza, il sacramento ha subito negli ultimi anni un grave declino. Nel periodo fra il 2008 e il 2012 c'è stato un calo dei matrimoni del 91%. I dati Istat confermano che nel 2008 ci sono stati in Italia 34.137 matrimoni, contro i 32.555 del 2012. E in gran parte si parla di matrimoni misti, 20.764, nel 2012. Harry Benson, a capo della ricerca, non ne fa una questione religiosa, né morale, ma puramente sociale: «Il matrimonio offre un modello di famiglia ideale al quale ispirarsi per una crescita sana delle nuove generazioni». Ma perché ci si sposa sempre meno? In primo luogo perché il lavoro non offre più le garanzie del passato. Cassintegrazione, disoccupazione, contratti a progetto, sono, in fondo, un modo diverso per sottolineare che non esistono più i presupposti per mettere su famiglia; perché il matrimonio costa. E se non va bene, costa ancora di più. E' il pensiero che avanzano gli esperti dell'Istat, aggiungendo che in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, il fenomeno non può che incrementare. La precarietà delle famiglie, e il mondo giovanile devastato dalla mancanza di lavoro, fa sì che l'ipotetica data di matrimonio sia spostata sempre più in là, fino a perdersi nei meandri delle tante cose prospettate per la propria esistenza, che in realtà non si realizzeranno mai. Chi è fortunato si sposa comunque, ma con molti più capelli grigi dei neosposi della passata generazione. Il matrimonio ha inoltre perso il valore di un tempo. Oggi non ci si sposa più perché ci si deve sposare, ma perché ci si vuole sposare. Dunque sono sempre meno le persone che coscientemente affrontano l'idea di affiancare per "la vita" un partner, influenzati dal fatto che divorzi e separazioni sono ormai all'ordine del giorno. Un futuro, quindi, senza più matrimoni? Forse. In realtà c'è anche chi pensa che avverrà il fenomeno contrario, con una ripresa delle unioni civili e religiose. L'Huffington Post ha, infatti, pubblicato recentemente uno studio nel quale spiega che in Usa il 40% delle persone ritiene il sacramento un aspetto sociale antiquato e superato; ma aggiunge che esiste almeno un 61% di statunitensi che spera vivamente un giorno di poter convolare a nozze. 

venerdì 20 giugno 2014

Gialli risolti con l'analisi del Dna


Di sicuro una ventina di anni fa non sarebbe stato possibile giungere alla soluzione del giallo di Yara, tuttavia dopo 18mila analisi del Dna e oltre tre anni di ricerche viene da chiedersi se non si sarebbe potuto procedere più velocemente. Difficile rispondere a questa domanda, per il semplice fatto che nessuno, a parte gli addetti ai lavori, conosce il significato preciso di un'analisi del Dna, e in che modo quest'ultima possa portare a risolvere un caso di questa portata. «In realtà, andare più in fretta di così, con i mezzi che abbiamo, non sarebbe stato possibile», spiega Ilaria Boschi, genetista forense dell'Università Cattolica di Roma, «e tantomeno pensare di procedere senza il coinvolgimento delle tante persone "esaminate"». Le cose sarebbero potute evolvere diversamente se fosse esistita una banca genetica contenente il profilo del Dna di tutti noi, di ogni abitante della bergamasca, della Lombardia e quindi dell'Italia intera. Ma come ben sappiamo una schedatura genetica di ogni cittadino del Belpaese non è mai stata fatta e allo stato delle cose non è nemmeno prevista. «Perché, di fatto, se anche fosse disponibile, creerebbe altri problemi, soprattutto di natura etica», prosegue Boschi. Possedere, infatti, la scheda del Dna di una persona significa in sostanza sapere tutto di lei, della sua famiglia, delle sue caratteristiche biologiche, della sua tendenza a sviluppare determinate malattie.  «Per ora, fortunatamente, è un discorso del tutto utopico», puntualizza la genetista. Con la genetica non si scherza, e ancora non esistono "protocolli" tali da capire fin dove è lecito o non lecito arrivare. Eppure ci sono già esperimenti di questo tipo avviati in alcune parti del mondo. Gli Emirati Arabi è stato il primo paese a prendere seriamente in considerazione l'idea di schedare geneticamente tutti i suoi cittadini. Che significa ricavare un po’ di saliva da ognuno di essi, per poi codificare singolarmente una specifica parte del genoma, una sorta di firma genetica diversa per ogni essere umano, da spedire al database del Ministro degli Interni. Una decina di anni e il gioco è fatto. Sembra facile, ma non lo è. Se così fosse la privacy andrebbe a farsi benedire. Ne sanno qualcosa gli islandesi che, dopo una serie di analisi non solo genetiche, si sono visti figurare fra gli archivi di una nota casa farmaceutica; che gongola, sapendo di poter giungere a importanti risultati in campo medico, violando, però, di fatto, l'"intimità" di ignari individui. Ma in molti non sono stati a guardare e si sono rivolti alla Corte suprema, vincendo la causa. Più sottile il discorso riferito al crimine. Da anni ormai chi finisce in prigione viene schedato. Lo ha stabilito il Trattato di Prum nel 2005. In Inghilterra sono schedate tre milioni di persone, in Francia mezzo milione. In Germania la schedatura di 500mila criminali ha consentito la soluzione di 18mila delitti. In Usa i sospetti criminali vengono geneticamente "registrati" da vent'anni, compresi quelli che poi si dimostrano innocenti. Hanno iniziato gli agenti dell'FBI, ma adesso la procedura è gestita anche dalle polizie locali. L'argomento è stato affrontato poco tempo fa anche dal New York Times; che parla addirittura di "consegne" di Dna in cambio di un patteggiamento della pena. Fanalino di coda, l'Italia, che ha istituito la Banca dati nazionale del Dna presso il Ministero dell'Interno, finalizzata all'archivio delle schede di condannati e indagati, «ma dove le schedature non sono ancora partite», dice Boschi. Se tutto va bene il servizio partirà dal 2015. E potremmo andare avanti all'infinito, ma il caso di Yara è un mondo a sé. Di fatto, grazie all'analisi del Dna, oggi l'assassino della giovane ginnasta scomparsa da Brembate Sopra il 26 novembre 2010, ha un nome. Un intricato caso giudiziario che con un archivio genetico "globale" si sarebbe potuto risolvere rapidamente e che invece s'è protratto per oltre tre anni; dal momento in cui è stato rinvenuto sugli indumenti di Yara il Dna del presunto assassino, l'ormai paradossalmente famoso Ignoto1. Da qui si è passati a Damiano Guerinoni, frequentatore di discoteche, poi ai suoi tre cugini e al loro padre, Giuseppe Guerinoni, al 99,99999987% padre dell'omicida, deceduto nel 1999. I passi successivi sono stati rocamboleschi, con il coinvolgimento di tutte le presunte persone venute a contatto con quest'ultimo, ex guidatore di autobus; puntando gli occhi soprattutto sulle ragazzi madri. Alla fine si è arrivati a Ester Arzufi, con un corredo genetico perfettamente assimilabile a quello della madre di Ignoto1. Il cerchio si chiude e con la scusa di un banale controllo del livello di alcol nel sangue viene definitivamente fatta luce sull'assassino di Yara: un 44enne, padre di tre figli, da tutti considerato un tipo con la faccia da bravo ragazzo. 

domenica 15 giugno 2014

Fra San Fermo e Urignano

Due belle specie viste di recente: la prima, a San Fermo, la seconda, a Urignano

Orchis pallens  
Aegopodium podagraria