mercoledì 9 aprile 2014

Malati di deja-vu cronico


Come è noto la sensazione di aver già vissuto un certo evento prende il nome di deja-vu. Ma fino a oggi si pensava che potesse riferirsi solo a brevissimi istanti, secondi. Ora invece si scopre che c’è anche chi soffre di déjà–vu cronico. Ovvero di "flash temporali" che possono durare anche un’intera giornata. Il fenomeno è stato analizzato per la prima volta da un team di studiosi dell’Institute of Psychological Sciences dell’University of Leeds su due individui: il primo affetto da demenza, il secondo, da una patologia del lobo temporale. In entrambi i casi si è avuto a che fare con soggetti che avevano rifiutato degli incontri perché arciconvinti di averli già avuti. “Un signore non voleva venire in clinica a farsi visitare perché sosteneva di esserci già stato, anche se era impossibile", ha rivelato Chris Moulin a capo della ricerca. Secondo gli scienziati la comprensione dell’esistenza del déjà–vu cronico può aiutare a risolvere alcune patologie mentali. “Finora abbiamo completato la storia naturale di questo fenomeno, abbiamo sviluppato un test diagnostico e le corrette domande cliniche da porre ai pazienti. Il prossimo passo sarà ovviamente trovare dei trattamenti efficaci contro questa patologia invalidante”. Il termine déjà-vu (letteralmente “già visto”) venne introdotto dallo psicologo F. L. Arnauld nel 1896. Contrariamente a quello che si può pensare, sono esperienze molto diffuse. Un sondaggio Gallup del 1991 ha mostrato che il 56% degli americani adulti ha provato tale esperienza. La psicoanalisi spiega il fenomeno del déja-vu in termini di inconscio. In pratica riaffiorerebbero alla coscienza dei ricordi o pensieri repressi. Il soggetto avrebbe realmente vissuto l’esperienza in questione ma, anziché un ricordo cosciente, riaffiorerebbe soltanto una vaga sensazione di familiarità. 

sabato 5 aprile 2014

L'intelligenza dei corvi (o di un bimbo di 7 anni)


Gli manca solo la parola. E' la classica frase che accompagna il commento su un cane che vive insieme al suo padrone da anni, in un rapporto simbiotico che sembra non presentare differenze con quello che si instaura, per esempio, con un coniuge o un figlio. E non è del tutto errata se è vero che, di norma, l'intelligenza di un quattro zampe è riconducibile a quella di un bimbo di due anni; piccolo, certo, ma già in grado di provare sentimenti e riconoscere fatti e persone. In realtà, c'è un animale ancora più intelligente, che di rado coinvolge il nostro immaginario: il corvo della Nuova Calidonia (Corvus moneduloides), già noto per essere l'unica specie non appartenente ai primati in grado di utilizzare strumenti e oggetti per ottenere benefici. La ricerca pubblicata pochi giorni fa su PLOS ONE dice che l'uccello è in grado di "ragionare" su una serie di cilindri contenenti acqua, sulla cui superficie giacciono larve di insetto, di cui il volatile è ghiotto. Si è, infatti, visto che l'animale intuisce la necessità di dover alzare il livello del liquido per poter giungere a cibarsi della leccornia. E che per compiere l'operazione non sceglie a caso fra i vari strumenti che gli sono messi a disposizione, ma utilizza quelli più pesanti, dei sassolini per esempio, capaci di occupare parte del volume del liquido e incrementare, quindi, il livello all'interno del contenitore. Gli esperti ritengono che una simile prerogativa sia assimilabile a quella di un bambino di età compresa fra i 5 e i 7 anni. Sara Jelbert dell'Università di Auckland è convinta dell'arguzia dei corvi della Nuova Caledonia e parla senza mezzi termini di "risultati sorprendenti". E aggiunge che l'intelletto animale è un mondo ancora tutto da esplorare, e che molto probabilmente fino ad oggi abbiamo sottostimato le potenzialità intellettive delle specie che ci circondano. Comprese quelle con cui, come nel caso del corvo, raramente veniamo in contatto. Anche perché evitiamo appositamente di farlo. Esempio classico, i topi. Ne stiamo vivamente alla larga, eppure posseggono un intelletto sopraffino. Un sistema di comunicazione molto efficiente, appannaggio delle specie più evolute, e una rigida gerarchia, con figure che capeggiano e altre che soccombono alla famiglia. Non mancano casi di mobbing, in cui un esemplare viene volutamente tenuto lontano dalla "comunità", in certi casi fino a farlo perire di stenti. Se c'è da abbuffarsi di un formaggino, sono capaci di tutto: centrare un canestro, contare monetine, e addirittura scivolare su un mini skateboard. Poco conosciute anche le performance del cosiddetto "cervellone degli abissi". Il polpo, al di là della sua innata capacità di cambiare colore per sfuggire ai predatori e di autoripararsi un tentacolo ferito, è in grado di aprire bottiglie e barattoli contenenti gamberetti, trovare la via giusta per uscire da un labirinto, svitare una valvola idraulica (senza però accorgersi che lo svuotamento di una bacino decreterebbe la sua condanna a morte). Lo scettro della massima intelligenza animale, però, spetta ai mammiferi più progrediti, specie come gli elefanti, le scimmie, i delfini. Recentemente s'è visto che i pachidermi sono in grado di provare sentimenti tipicamente umani come l'empatia, la pietà, la solidarietà. Fra le scimmie, scimpanzé e gorilla, sono i più dotati, arrivando a sviluppare un'intelligenza analoga a quella di un bimbo di 4-5 anni, similmente a ciò che accade nei delfini, capaci perfino di esprimersi romanticamente, organizzarsi per il futuro, e aiutare persone in difficoltà. 

martedì 1 aprile 2014

Consolide agratesi


Una bellissima colonia di consolida maggiore (Symphytum tuberosum) è spuntata a pochi metri da casa mia, in un fazzoletto di terra circondato da auto parcheggiate; credo sia la prima volta che accade, poiché da anni tengo d'occhio il prato in esame e i fiori che ogni primavera vi spuntano. E' una pianta vigorosa, superba, piena di vita. Riconoscibile per i fiorellini giallo pallidi e per le foglie pelose e picciolate. Originaria dell'Europa meridionale, sta bene all'ombra, in terreni umidi… 

Eni cyberspaziale


La prima impressione che si ha indossando gli occhiali forniti dai tecnici dell'Eni e varcando la soglia della cosiddetta "aula Cave", in funzione da pochi mesi, è quella di vivere una sorta di esperienza extracorporea, in cui si ha a che fare con un mondo "vivo e pulsante", ma assolutamente virtuale. Proprio come accade nel cinema o in certi romanzi di fantascienza. E come hanno nei decenni auspicato figure passate alla storia come Jaron Lanier, inventore del termine "virtual reality" e William Gibson, coniatore di "cyberspazio". Ci si muove in un'area di circa sette metri quadrati, circondati da cinque pareti (di cui quattro retroproiettate), interagendo con strutture fisicamente percepibili, ma del tutto inesistenti; grazie anche a speciali pantofole che registrano i movimenti, permettendo di vivere in 3d, e analizzare nei dettagli una strada, un albero, un parcheggio, e a software studiati appositamente per conferire il massimo realismo alla scena. E' uno dei risultati più interessanti ottenuti dall'Eni, all'indomani dello stanziamento di 90 milioni di euro per implementare una nuova classe di professionisti, perfettamente al passo coi tempi e le esigenze del mercato; che sappia destreggiarsi non solo dal punto di vista teorico, ma anche pratico. «Si tratta di un’affascinante e divertente immersione nella realtà virtuale, che stimola e facilita l’apprendimento e costituisce una fase propedeutica alla reale azione sugli strumenti di controllo degli impianti industriali», spiega Gianluigi Castelli, Vice President ICT di Eni. L'aula Cave è un luogo di esercizio, uno spazio virtuale "immersivo" e stereoscopico, che consente di interfacciarsi con scenari simulati che riproducono ambienti reali, stuzzicando i sensi, in particolare la vista. Piattaforme petrolifere, trasporto di greggio, colonne di distillazione, pozzi di perforazione, benzinai, prenderanno vita tramite schermi retroproiettati, consentendo agli ingegneri di comprendere dinamiche meccaniche altrimenti impossibili da decifrare, se non sul posto di lavoro, spesso lontanissimo da casa. «Lo scenario visualizzato nella Cave», continua Castelli, «viene costantemente ricostruito dinamicamente in funzione della posizione e del movimento della persona all’interno dell’ambiente, creando una vera e propria sensazione di immersività». I primi a usufruire di questo servizio saranno i neo progettisti e gli operatori degli impianti delle società del gruppo, con corsi in cui l'attività pratica occuperà un ruolo prioritario. Ma potranno utilizzarla anche figure già rodate, intente allo sviluppo di progetti innovativi, e alla preparazione di nuovi materiali o prodotti. L'esperienza Eni è l'ennesimo traguardo raggiunto nel campo della realtà virtuale, che sempre più spesso è impiegata in ambito industriale, dalla medicina, all'ingegneria navale, dall'industria miliare, alla microbiologia. Non è dunque lontano il giorno in cui, come dice Morpheus, capitano della città di Zion, nel film Matrix, "non sapremo più distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà". 

I rifornimenti del futuro: 

Una stazione di servizio iper-tecnologica, dove fermarsi a fare benzina in modo rapido e sicuro: è la prima simulazione realizzata con successo nell'aula Cave. Fra pochi anni potrebbe già essere operativa, a San Donato Milanese e a Roma. Si tratta di un'area di rifornimento dotata di numerosi strumenti hitech, pensati per rendere agevole ogni operazione svolta dal benzinaio. Per arrivare a questo risultato i tecnici dell'Eni hanno percorso in lungo e in largo l'Italia nel 2013, evidenziando gli aspetti meno simpatici legati alle stazioni di servizio tradizionali, tipo quello di dover spendere parecchio tempo prima di rifornirsi, perché manca l'addetto alle pompe o il bancomat non funziona. La stazione di servizio del futuro funzionerà grazie all'energia pulita. Si otterrà da una serie di pannelli fotovoltaici posti sul tetto della struttura, disposti in modo esagonale per ottimizzare gli spazi (proprio come fanno le api quando costruiscono un alveare o i fiocchi di neve quando si formano). Altra energia deriverà dalle pale eoliche, poste nelle vicinanze dell'area di rifornimento e da "tappeti hitech", in grado di "assorbire" e trasformare l'energia cinetica dei veicoli. Grande importanza avranno i bracci robotici che si sostituiranno agli arti del benzinaio, e consentiranno di riempire il serbatoio senza scendere dall'auto. Il pagamento sarà semplificato dall'impiego di un'app connessa alla carta di credito (e dunque di uno smartphone) che permetterà passaggi di denaro senza dover utilizzare i contanti o il bancomat. Il servizio si baserà su sistemi di riconoscimento tramite cellulare, lettura della targa e chip che permetteranno al cliente di muoversi verso la pompa di benzina libera più adatta alla sua tipologia di macchina.

venerdì 28 marzo 2014

L'(in)utilità della tonsillectomia


L’operazione alle tonsille? È da compiersi solo quando è strettamente necessario (quando cioè può essere in pericolo la vita del paziente), mentre negli altri casi se ne può fare tranquillamente a meno: degli esperti dell’ospedale pediatrico Wilhelmina di Utrecht hanno infatti provato che a distanza di tempo chi ha subito l’intervento ha la stessa probabilità di ammalarsi di nuovo alla gola di chi non è mai stato operato. La ricerca è stata pubblicata sull’edizione on – line del British Medical Journal. I medici olandesi hanno coinvolto nei loro studi 300 piccoli di età compresa fra i 2 e gli 8 anni: tutti caratterizzati da frequenti episodi di tonsille ingrossate o adenoidi. Metà di essi sono stati sottoposti a intervento chirurgico, mentre l’altra metà ha seguito altre indicazioni terapeutiche. Infine si è visto che solo nei sei mesi successivi all’operazione i piccoli privi di tonsille erano più immuni da episodi febbrili e da infezioni alla gola o alle alte vie respiratorie, mentre in seguito a tale periodo tra i due gruppi non sono state riscontrate differenze. In Italia sono 71 mila i bambini che ogni anno vengono operati di tonsille, in certi casi evidentemente senza una reale necessità. In pratica gli studi di Utrecht affermano che l’adenotonsillectomia debba essere effettuata solo in situazioni di reale emergenza, nella quali il rischio che vengano compromesse altre zone dell’organismo come il nervo acustico o i reni è molto alto. Si devono quindi togliere le tonsille quando un bimbo viene colpito da 5 o 6 tonsilliti in un anno, o nel momento in cui possono essere talmente voluminose da determinare difficoltà di respirazione attraverso il naso (dispnea) o di ingestione di cibi (disfagia). Mentre in un adulto si interviene quando gli episodi recidivanti rasentano la cronicità o si hanno altre complicazioni come le apnee notturne, o delle gravi crisi di alitosi dovute alle “placche biancastre” sulla superficie tonsillare. 

Al posto del pap-test


Si chiama test Hpv e promette di ridurre del 60-70% il rischio d'ammalarsi di tumore al collo dell'utero. L'hanno reso noto i tecnici della Food and Drug Administration americana, dopo avere visionato numerosi studi, fra cui quelli effettuati presso il Centro Prevenzione Oncologica delle Molinette di Torino. La malattia che provoca ogni anno mille vittime solo in Italia, viene di norma prevenuta con il pap-test, che verrà gradualmente sostituito dal nuovo trovato della medicina. Di cosa si tratta? E' un esame che mira a prelevare una piccola quantità di cellule dal collo dell'utero per poi verificare l'eventuale presenza di Dna del Papillomavirus, responsabile della patologia. Ci si avvale di sonde molecolari predisposte per evidenziare particolari infezioni cellulari, individuando le varianti del virus e la relativa pericolosità oncogena. Pochi minuti e il test è risolto, senza dover patire alcun dolore. «Fa piacere pensare che anche gli americani abbiano deciso di adottare una raccomandazione simile a quella italiana, che prevede l'esclusivo impiego del test Hpv, ricorrendo al tradizionale pap-test solo se si individua il virus», ci racconta Guglielmo Ronco, epidemiologo presso il Centro di Prevenzione Oncologica della Città della Salute e delle Scienze di Torino. «E ci rende ancora più orgogliosi sapere che, in Italia, queste indicazioni si stanno già mettendo in pratica in diverse regioni, come il Piemonte, dove entro quattro anni dovremmo riuscire a coinvolgere tutte le donne». La fine (e quindi l'inizio) di un'epoca? Forse, ma è più probabile che i due test si faranno compagnia per un po’, considerato che laddove non arriverà uno, potrà giungere l'altro (anche perché il pap-test può mettere in luce l'attività patogena di altri organismi, come i funghi, per cui l'avveniristico e super specializzato test non è tarato). Del resto è sempre stato così, tranne i rari casi in cui si è avuto a che fare con prodotti "farmaceutici" che poi la scienza ha giudicato assolutamente nocivi per la salute; come nel caso delle creme radioattive o bibite a base di soda atomica, che venivano somministrate come caramelle alle vitamine, procurando danni irreversibili. Diversa la situazione riguardante l'elettroshock, controversa pratica medica basata sull'applicazione a livello cerebrale di una corrente elettrica. Sperimentato per anni, a partire dagli anni Trenta, negli ultimi decenni è riservato solo ai casi più gravi di depressione, quando non si riescono a ottenere risultati apprezzabili con i farmaci tradizionali. Completamente abbandonata, invece, la lobotomia, con la recisione delle connessioni nervose situate nella corteccia prefrontale. Lo scopo era curare mali come la schizofrenia e il disturbo bipolare: gli ultimi interventi sono stati effettuati in Francia e Inghilterra a metà degli anni Ottanta. E' stata sostituita da tecniche molto meno invasive ed eticamente "corrette". Sul fronte farmaci hanno subito un grosso ridimensionamento i barbiturici, che possono provocare coma e perdita di coscienza a dosi vicine a quelle terapeutiche. Il loro posto è stato preso dalle benzodiazepine, molto più tollerabili. Si continuano, però, a eseguire i salassi, benché la loro inefficacia sia stata confermata su più fronti. Tuttavia patologie legate al sangue come l'emocromatosi o e la policitemia si avvalgono ancora di questa tecnica, così come veniva effettuata in passato per curare, per esempio, l'ipertensione (che oggi viene tranquillamente tenuta a bada da medicinali come i sartani o gli ace-inibitori). Con gli antibiotici, infine, è sparita completamente la proposta di curare molte malattie con la cosiddetta "terapia fagica". Consinteva nell'utilizzo di virus particolari in grado di attaccare e annullare l'azione batterica. Solo negli ultimi anni sta tornando alla ribalta delle cronache, per via dell'ipotesi di poterla riutilizzare nei casi sempre più frequenti di resistenza agli antibiotici. 

domenica 23 marzo 2014

Fra moglie e marito non mettere... il termostato


Esiste una normativa europea che suggerisce il "clima" ideale che dovrebbe sussistere fra le mura domestiche per garantire un ambiente sano e riscaldato ad hoc. Indica per il soggiorno una temperatura che non dovrebbe mai superare i 20 gradi e per le camere i 16-17 gradi. In realtà sono parametri che rimangono tali solo sulla carta perché, di fatto, ognuno in casa propria fa ciò che vuole, pensando soprattutto al proprio benessere "sensoriale". C'è però un piccolo particolare: uomini e donne percepiscono freddo, caldo e umidità, in maniera diversa. E se all'uomo va soprattutto la casa "fresca", la donna preferisce quella bella calda. Risultato: durante la stagione invernale gli scontri in famiglia, relativamente al comando del termostato, sono all'ordine del giorno. Un recente studio condotto da Green Age, community inglese specializzata in soluzioni per il risparmio energetico, lo conferma: almeno una coppia su quattro fa le bizze perché non c'è corrispondenza fra le esigenze "termodinamiche" nei due sessi. «Per l'essere umano è fondamentale sapere creare un ambiente caldo e confortevole», spiega Mike Tipton, della Portsmouth University, in Inghilterra, «ma la fisiologia nei due sessi è differente: la pelle femminile è molto più sensibile alle variazioni termiche e la circolazione periferica più veloce». E c'è la tipica attitudine maschile ereditata da millenni di evoluzione di voler proteggere la famiglia salvaguardando innanzitutto il proprio patrimonio, che finirebbe ridimensionato con i termosifoni al massimo. Laddove, dunque, non si vuol rischiare di mandare all'aria un rapporto per un motivo tanto banale, ci si limita a entrare in azione quando il partner lascia la casa per sbrigare le proprie faccende. Appena il marito esce, la moglie assale il termostato spronando la caldaia a darsi da fare un po’ di più; analogamente, quando è la donna ad assentarsi, l'uomo s'avventa sull'interruttore termico rincorrendo il tanto agognato refrigerio. Il 44% delle donne lo fa anche se il capofamiglia è in casa, ma senza farsi notare; idem l'uomo, che, nel 42% dei casi, ben nascosto dalla consorte, comanda la caldaia a proprio piacimento. Dati non lontani da un sondaggio condotto dall'azienda di termostati Honeywell, secondo la quale le bisbocce fra moglie e marito sul comando del termostato riguardano quattro coppie su dieci, con un paio di litigi al giorno. E in ufficio è peggio, perché, certo, fra colleghi la convivenza è ancora più complicata. L'Oms dice che nell'ambiente di lavoro la temperatura deve essere compresa fra 18 e 24 gradi, tranne i casi in cui si è costretti a un'attività fisica continua, dove si può scendere fino a 13 gradi senza che il corpo ne risenti. Ma se proprio si deve scegliere fra il caldo e il freddo, meglio quest'ultimo: secondo Lucy Kellaway del Financial Times, le temperature troppo alte distraggono dal lavoro e in ogni caso i brividi possono essere vinti coprendosi di più. Attenzione anche all'aria condizionata. Spararla a mille, in estate, non è mai saggio poiché la differenza fra la temperatura esterna e quella interna non dovrebbe mai superare i 7 gradi. I rischi li conosciamo bene; e l'ennesimo litigio con il vicino di scrivania potrebbe essere il meno grave.

venerdì 14 marzo 2014

Bitcoin e altre "genialiate" avvolte dal mistero


La mente di un grande genio o il frutto della collaborazione di più figure all'interno d'organizzazioni scientifiche dai "confini" indefiniti? E' la domanda che in molti si pongono quando ci si trova dinanzi a invenzioni così straordinarie da mutare il corso degli eventi.  L'ultimo caso eclatante riguarda Bitcoin, la cosiddetta moneta del futuro, la criptomoneta, "sorta" dal nulla nel 2009 con l'intento di offrire un'alternativa alla tradizionale attività bancaria. Come? Fornendo ai suoi clienti la possibilità di compiere qualunque azione in modo semplice e diretto, più di quanto non accada, per esempio, con la carta di credito; svincolati da ogni governo o "sistema centrale". I bitcoins, in pratica, sono l'equivalente del contante in internet. Tutto è più facile, tutto è più veloce. Ma per arrivare a questo risultato c'è voluta una mente geniale. Perché il meccanismo di base del suo funzionamento non si può proprio dire alla portata di tutti. Si avvale, infatti, di un database che registra ogni transizione e di un sistema crittografico per controllare la creazione e il trasferimento di moneta. Ci si scambia il denaro usufruendo d'indirizzi anonimi contrassegnati da 33 caratteri. Difficilissimo per una sola persona mettere in piedi un castello di queste proporzioni. Eppure pare che dietro a questa incredibile invenzione ci sia un solo uomo: un fisico di 64 anni, con 6 figli, discendente di un samurai e residente nei dintorni di Los Angeles; colui che si celerebbe dietro al fantomatico pseudonimo di Satoshi Nakamoto, con il quale è stato depositato il brevetto di Bitcoin quasi sei anni fa. Parola di Newsweek che ha pubblicato in questi giorni una lunga inchiesta sull'ipotetico padre del nuovo sistema economico. C'è però un piccolo particolare: il diretto interessato smentisce. Come smentirono Michael Clear, dottore in crittografia al Trinity College di Dublino e Vili Lehdonvirta, economista finlandese, tartassati prima di lui. Impossibile, dunque, venirne a capo. Il mistero continua e non è detto che potrà essere davvero risolto nei prossimi tempi. E' dimostrato dal fatto che nel corso della storia altre sensazionali invenzioni furono caratterizzate da padri altrettanto misteriosi, rimasti tali fino a oggi. Antikythera è l'esempio più antico ed emblematico. Ancora oggi ci si chiede chi possa avere avuto la capacità di dare vita a un calcolatore meccanico cento anni prima della nascita di Cristo, in grado di prevedere il moto dei cinque pianeti conosciuti, segnalare gli equinozi, i giorni della settimana e le date dei giochi olimpici. Funzionava tramite una ventina di ruote dentate che s'incastravano fra loro alla perfezione, consentendo perfino la ricostruzione del moto della luna in rapporto al sole, un calcolo reso possibile solo dalla consapevolezza che il nostro satellite compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari. L'elenco di invenzioni più o meno antiche ancora avvolte nell'oblio è infinito e riguarda, per esempio, la torre di Wardenclyffe per la trasmissione senza fili, ideata da Tesla, ma mai utilizzata; la macchina della pioggia, di Luigi Ighina, pseudoscienziato del Novecento, strumento basato sull'azione di una gigantesca elica puntata verso il cielo e alimentata da polvere di alluminio; la famosa pistola Colt, simbolo dell'epopea western, ideata da un sardo nel 1833. Per restare, invece, al passo coi tempi, nebulosa rimane la nascita di internet che, certo, non può essere ricondotta a un solo genio, ma verosimilmente all'incontro di più menti avvenuta almeno cinquant'anni fa. Ne parlarono per la prima volta nel 1962 due ricercatori del MIT di Boston, benché qualcosa di concreto si vide solo nel 1969, con il progetto Arpanet, ideato per poter collegare fra loro quattro computer dislocati in zone diverse degli USA. Facebook è molto meno misterioso, poiché si sa bene il nome dell'unico inventore, il geniale Mark Zuckerberg, tuttavia anche qui non mancano le zone d'ombra. Secondo il social network cinese L99, infatti, l'informatico statunitense avrebbe copiato dal sito orientale la caratteristica timeline introdotta nel 2011, per rendere più accattivante la sua piattaforma. 

martedì 11 marzo 2014

Un'isola chiamata Crimea


Russia e Ucraina si stanno scontrando per avere la meglio su un'area geografica ben nota all'immaginario storico, perché legata a numerosi conflitti fra popolazioni diverse. Del resto la penisola di Crimea sorge su un posto invidiabile, un ponte sul Mar Nero dal quale è possibile tenere d'occhio parte dei Balcani e del Caucaso, dove anche le materie prime non scarseggiano. E pensare che si sta parlando, in pratica, di un microcosmo ambientale legato alla giurisdizione di Kiev, da un briciolo di terra non più largo di otto chilometri, pieno di acquitrini e volatili in cerca di cibo, l'istmo di Perekop. Lo conferma l'azione svolta pochi giorni fa dalle unità del Berkut, le forze militari antisommossa della polizia che hanno assunto il controllo del perduto lembo terrestre per bloccare l'accesso alle forze armate ucraine. Fa, dunque, un certo effetto pensare che fra non molto di questo ponte naturale oggetto di discordie e azioni di guerriglia potrà rimanere un lontano ricordo. E' quanto emerge da uno studio effettuato da ricercatori ucraini del Centro idrometrico della Crimea. Non vanno tanto per il sottile: «Nel giro di pochi anni la Crimea potrà trasformarsi in un'isola a tutti gli effetti, rimanendo completamente isolata dal continente». Il motivo? Il clima, o meglio, l'effetto serra. E' ormai ben noto a tutti il progressivo incremento delle temperature su scala globale, ma non altrettanto il fatto che alcune terre potrebbero sparire dall'oggi al domani per le bizzarrie del mare, che, in gergo tecnico, "trasgredisce" rubando chilometri alle terre emerse. E' l'eterno moto di regressione e trasgressione che i mari affrontano quando il clima varia: gli episodi più significativi si sono avuti con l'alternanza delle fasi geologiche di gelo e disgelo, e non hanno risparmiato anche luoghi a noi molto vicini come la Sardegna o l'Isola d'Elba. La prima era collegata alla Corsica e la seconda alla terraferma. Basta osservare una mappa geologica del Quaternario per verificare che, a causa dell'abbassamento dei mari, molte terre oggi coperte dal Tirreno, erano un tempo abitate da uomini e animali; in Sicilia, per esempio, l'uomo arrivò 27mila anni fa grazie all'emersione della cosiddetta "sella sommersa dello Stretto di Messina". Ciò che è accaduto in Italia migliaia di anni fa, con la fine della glaciazione wurmiana, potrebbe oggi verificarsi in Crimea, dove negli ultimi anni il livello del Mar Nero è cresciuto per via dell'effetto serra. I dati parlano di quaranta centimetri in pochi anni. «Di questo passo basteranno altri cinquanta centimetri per separare completamente la Crimea dell'Ucraina». Nicolai Kulbida, capo del Centro sovvenzionato da Kiev, si riferisce in particolare alla zona del Sivas, nella parte orientale della penisola, un sistema di baie noto anche col nome di "mare marcio" (per via dello sgradevole odore emanato dai fondali durante la bella stagione). Meno precipitosi gli esperti dell'Accademia delle scienze di Crimea, che però non minimizzano il problema, sostenendo che il pericolo è reale e che si dovrebbe soprattutto valutare lo stato delle infrastrutture, strade e ferrovie. L'alternativa è la costruzione di nuovi ponti, come quello che potrà sorgere fra non molto sullo stretto di Kerc. L'ha confermato anche Dmitry Medvedev, due giorni fa. 

sabato 8 marzo 2014

Largo alle mamme over 40


Per la prima volta il numero di primipare con più di quarant'anni supera quello delle neomamme under 18. Accade in Inghilterra e Galles, dove nel 2012 sono state registrate 28.714 gravidanze portate a termine da donne che avevano passato la quarta decade, contro i 27.834 concepimenti di ragazze non ancora maggiorenni. Una sola fondamentale differenza: nelle donne più mature le gravidanze sono state spesso programmate, al contrario di ciò che è avvenuto nelle giovanissime primipare, dove la cicogna è arrivata quasi sempre come un fulmine a ciel sereno. Lo dimostrano i dati legati agli aborti: il 28% delle donne over quaranta che rimane incinta, opta per l'interruzione della gravidanza, parametro che cresce fino al 49% nel caso delle under 18. Fino a venti anni fa la situazione era differente, e le donne più mature che affrontavano la gravidanza erano il 50% in meno di quelle di oggi: nel 2012 ci sono state 14 gravidanze ogni cento abitanti per le donne oltre i 40 anni, mentre nel 1990 si era fermi al 6,6%. La ricerca inglese parafrasa perfettamente la situazione dei paesi industrializzati, dove il ritardo delle gravidanze è un fattore conclamato. L'Italia stessa è fra le nazioni, dove si diventa genitori più tardi (più di quanto non accada, per esempio, in Francia o negli Stati Uniti). Le mamme over 40 nel 2010 sono state il 6,4%. L'età media della maternità ruota, dunque, intorno ai 31 anni. I motivi di questa tendenza sono facilmente intuibili: le attività delle donne di oggi sono profondamente cambiate rispetto a quelle di un tempo, e l'instabilità economica a livello mondiale induce a muoversi con più cautela. «Sono vari i motivi che portano a ritardare la gravidanza, quasi sempre oltre il trentesimo anno di età», dicono gli esperti dell'Office for National Statistics; «la maggiore scolarizzazione, il costo eccessivo degli immobili e la difficoltà a mettere su casa, la sfiducia nel matrimonio, la crisi incombente». E la carriera. Rispetto a qualche decennio fa, le donne vogliono, infatti, aspettare a diventare mamma, desiderando dedicarsi innanzitutto al lavoro. Accade frequentemente nell'ambito dello spettacolo, dove si è convinti che le migliori "cartucce" possano essere sparate solo in giovane età, obbligatoriamente liberi da qualunque condizionamento famigliare. Lo dimostra l'alto numero di neo mamme vip che affrontano la gravidanza anche quando la fisiologia inizia a nicchiare. Halle Berry ha avuto la sua prima figlia, Nahla, a 42 anni; Alessandra Martines è diventata mamma di Hugo nel 2012, alla "veneranda" età di 49 anni (il papà è il ventinovenne Cyril Descours). E si possono riportare anche gli esempi di Carmen Russo, genitore a 53 anni, e Gianna Nannini, che ha assaporato le bellezze (e fatiche) della maternità nel 2010, a 54 anni suonati. La ricerca suggerisce che ci sia la tendenza ad andare contro natura, posticipando il più possibile una prerogativa umana tarata per chi ha un'età perlomeno inferiore ai trentacinque anni. Ciò dipende dal fatto che le possibilità di concepimento con l'avanzare degli anni decrescono: a 23 anni ogni ovulazione ha il 26% di probabilità di trasformarsi in gravidanza; a 39 anni il dato si dimezza e a 40 anni si scivola al 10%. Anche se ci sono studiosi come Jean M. Twenge, docente di psicologia alla San Diego University, convinto che la possibilità di rimanere incinta per le over 35 non sia poi così diversa rispetto alle donne di età compresa fra i 27 e i 34 anni. Tuttavia non mancano i rischi per chi diventa mamma troppo tardi. L'aborto spontaneo è più frequente. Accade nel 12% dei casi sotto i 40 anni, dai 43 in poi si raddoppia. La primipara gode spesso di buona salute a 40 anni, ma complicazioni come la gestosi sono più difficili da gestire. Il bimbo può certo nascere sanissimo. Ma potrebbero insorgere problemi dovuti al fatto che una donna over 40 ha meno energie di una trentenne o ventenne; e anche dal punto di vista relazionale le incomprensioni per l'eccessiva differenza di età potrebbero ripercuotersi negativamente sugli equilibri familiari.