Con la coscienza a posto


Stato di veglia e consapevolezza. È in questi termini che va affrontato il difficile compito di chiarire se un cervello sia o meno in stato vegetativo. Poiché un cervello può essere sveglio, ma non consapevole, così come sveglio e consapevole, oppure né sveglio e né consapevole. Parlare di semi-incoscienza rischia, dunque, di essere fuorviante, partendo dal presupposto che ancora oggi non si ha un quadro preciso del concetto di “coscienza”. Detto ciò si è visto che alcune persone definite in stato vegetativo – vale a dire sveglie ma non consapevoli - sono in realtà parzialmente consapevoli. È un dato di notevole importanza, tenuto conto del fatto che costoro hanno, almeno in teoria, molte più chance di ripresa rispetto agli altri. Oggi per verificare lo stato di coscienza di un individuo ci si avvale di due opportunità. La prima è quella di rivolgere banalmente al paziente traumatizzato delle domande: se il malato risponde è evidente che la sua coscienza è integra. In caso contrario è necessario approfondire la diagnosi usufruendo di un macchinario specifico: la risonanza magnetica. È uno strumento in grado di “fotografare” il cervello per capire se e come funziona. Il problema principale è riferito alla sua scarsa maneggevolezza e al suo alto costo. «Quasi tutti gli ospedali la posseggono», rivela Stefano Cappa, professore di neuropsicologia presso l'Università Vita Salute del San Raffaele di Milano, «ma il vero problema è riuscire a interpretare correttamente i dati provenienti dalle analisi. Sono tutt'altro che semplici da decifrare, necessitano di un'adeguata competenza, molto più approfondita di quella richiesta, per esempio, dallo studio di un ginocchio». Ora, però, si sta facendo largo un nuovo mezzo, molto semplice da utilizzare e potenzialmente in grado di dare buone risposte sull'attività cerebrale. È stato approntato dai tecnici del Coma Science Group dell'Università di Liegi, in collaborazione con i ricercatori della London University of Western Ontario e della Cambridge University; e si basa sul fatto che, se un paziente non risponde alle domande, potrebbe non essere per incoscienza, ma perché le lesioni subite non gli consentono di parlare o esprimersi gestualmente. «Nel nostro nuovo test, chiediamo ai pazienti di muovere la mano o il piede, ma non ci affidiamo più alla risposta muscolare», si legge sull'ultimo numero della rivista The Lancet, «misuriamo direttamente l'attività della corteccia motoria usando l'elettroencefalografia (EEG), un metodo più economico, utilizzabile in tutti i centri ospedalieri». 


Ma come si è arrivati a stabilire che alcune persone in stato vegetativo sono in realtà parzialmente coscienti? Uno degli studi più interessanti è stato da poco diffuso dalle pagine del New England Journal of Medicine. Si riferisce a una serie di test compiuti su 54 persone vittime di lesioni cerebrali traumatiche, meningiti, encefaliti o danni per per anossia, 23 in stato vegetativo e 31 in uno stato giudicato di “minima coscienza”. La risonanza magnetica ha consentito di scoprire che quattro pazienti in coma vegetativo erano in realtà parzialmente consapevoli. Un caso particolare ha destato l'attenzione dei medici: quello di un ragazzo di 22 anni che in seguito a un incidente era stato dichiarato in stato vegetativo. In realtà s'è visto che poteva confermare il nome del padre e rispondere a cinque domande corrette su sei. L'iter seguito, invece, dagli studiosi belgi e angloamericani per comprendere la potenzialità dell'elettroencefalografia, ha coinvolto sedici pazienti in coma vegetativo e dodici soggetti sani. È emerso che tre (il 19%) dei sedici ammalati presentava una risposta positiva al test, provando che lo stato mentale era diverso da quello sospettato e che il nuovo protocollo di intervento, quindi, poteva essere giudicato attendibile. «In molti casi lo stato vegetativo è mal diagnosticato», raccontano gli scienziati sulla prestigiosa rivista medica. «Con ciò proponiamo un innovativo mezzo che consenta di analizzare il vero stato mentale dei pazienti con gravi traumi cerebrali». Nonostante questo importante traguardo, però, gli scienziati invitano alla cautela. Non tutte le persone in coma vegetativo possono essere ritenute semi-consapevoli e alcune non lo diverranno mai. Ciò si verifica solo in una minima percentuale di casi, e più che altro si riferisce a chi ha subito lesioni cerebrali traumatiche. Lo stesso, pertanto, non accade in chi ha accusato stati di anossia. «Il problema è, dunque, quello di non alimentare false speranze nei pazienti giudicati in coma vegetativo», spiega Cappa. «Il traguardo ottenuto dai belgi e dagli angloamericani è sicuramente interessante, ma più che un punto di arrivo, intende essere un punto di partenza. Da qui, infatti, si potrà partire per capire al meglio la fisiologia di cervelli gravemente compromessi». Il risultato ottenuto riporta, in ogni caso, l'attenzione su uno dei misteri più grandi della neurologia umana: la coscienza.  Con lo stato vegetativo si parla, dunque, di incoscienza, ma di fatto, ancora nessuno è stato in grado di definire il vero significato di questo termine, né il punto in cui la coscienza possa trovarsi. Un piccolo aiuto, però, viene da una ricerca pubblicata recentemente sul New Scientist, dalla quale emerge che non esisterebbe un solo punto dell'area cerebrale preposto ad accoglierla, bensì l'intero cervello coopererebbe per conferirle un'identità. 


Il neuroscienziato Raphaël Gaillard dell'INSERM di Gif sur Yvette, in Francia, ha condotto i suoi studi su dieci pazienti malati di epilessia, resistenti ai farmaci, e per questo in trattamento con 176 elettrodi impiantati nel cervello. Con un monitor ha mostrato una serie di parole “mascherate” e non mascherate - emotivamente disturbanti come “uccidere” o neutre come “cugino” - misurando contemporaneamente i cambiamenti dell'attività cerebrale e il livello di consapevolezza della visione di tali lemmi. In questo modo è stato possibile risalire a quattro risposte elettrofisiologiche fra loro convergenti e complementari, innescatesi 300 millisecondi dopo la percezione dello stimolo. S'è, dunque, verificato che un'informazione proveniente dall'esterno diviene cosciente nel momento in cui entra in gioco un'intera area neuronale, riconducibile alla corteccia visiva primaria, e non un solo punto del cervello. Inoltre s'è riscontrata una spiccata reciprocità fra diversi angoli cerebrali: per esempio è emerso che l'attività del lobo occipitale può causare l'attività nel lobo frontale. «Questo lavoro suggerisce che una più matura concezione del processo di coscienza dovrebbe considerare, invece di un unico marcatore, uno schema di attivazione distribuito e coerente dell'attività cerebrale», spiega Lionel Naccache, neurofisiologo presso l'Hospital Pitié-Salpetriére. È il risultato che in molti si aspettavano, riflettendo sul fatto che la coscienza non può essere circoscritta a un ambito specifico della massa cerebrale, ma va colta in un contesto molto più ampio che abbraccia diversi distretti dell'organo cerebrale. La coscienza, pertanto, non ha una sede. «È più una questione di dinamica, per nulla assimilabile a un' attività locale», dice Gaillard, spalleggiato dal collega Barnard J. Baars dell'Istituto di Neuroscienze di San Diego, in California, che da sempre cavalca questa tesi. «Sono entusiasta di questi risultati», ha felicemente rivelato, «perché offrono la prima prova diretta di una teoria che considero da molti anni». In realtà questa opinione non è condivisa da tutti gli scienziati. Il biologo Christof Koch, del California Institute of Technology, per esempio, parla dell'“alta specificità di certe aree” cerebrali, riferendosi al fatto che, per esempio, in seguito a determinati traumi, alcune persone non sono più in grado di versarsi il tè, attraversare la strada, o dare un significato corretto agli oggetti distribuiti nello spazio. Ascrive, pertanto, la “sua” coscienza ad aree ben precise del cervello come corteccia e talamo. Benché, in ultima analisi, arrivi a sostenere che, per una completa funzionalità della stessa, si debba ricorrere a un'«integrazione delle regioni disseminate nel cervello». Sicché finisce col rimettersi in gioco e dare adito alla provocazione del traduttore Silvio Ferraresi che, presentando un libro di Koch, è arrivato a supporre che in fondo le due famiglie di pensiero, potrebbero essere molto più simili di quanto non si creda: partono da presupposti diversi, per giungere allo stesso risultato.

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