PADRONI DEL CIELO

Taxi spaziale
Battezzato Dragon si candida a essere il primo taxi spaziale della storia dell'uomo. Si tratta, infatti, del primo veicolo spaziale di tipo commerciale. Il lancio inaugurale, senza equipaggio, è avvenuto il 19 maggio. Sviluppato dalla SpaceX, una compagnia di Hawtorne, in California, in collaborazione con la NASA, si ripromette di trasportare avanti e indietro dalla Stazione spaziale internazionale fino a sette astronauti. Molti esperti parlano di un ritorno agli anni Sessanta. Osservandolo, infatti, ricorda una capsula simile a quelle utilizzate per il Programma Apollo; Dragon, peraltro, impiegherà per raggiungere il cosmo - come è già accaduto per le missioni lunari – un razzo. Il Falcon 9 è un gigante di 54 metri, con un diametro di quattro metri. I test effettuati fino a oggi sono andati a gonfie vele; il primo è avvenuto il 4 giugno 2010, l'ultimo pochi giorni fa. Si tratta di una nuova generazione di razzi, dotati di due stadi, entrambi funzionanti con motori Merlin, prodotti dalla stessa casa spaziale. Ancora una volta, dunque, l'attenzione è riposta sulla potenza di razzi-vettori in grado di lanciare a chilometri e chilometri di distanza dalla Terra navicelle, capsule e satelliti. Ma come si è arrivati a questo traguardo? La storia dei primi “razzi” risale all'antichità. Detto anche Erone il Vecchio, Erone di Alessandria era un genio matematico. Si occupò di molti argomenti comprese le leggi di riflessione, lo studio dell'area dei triangoli e la stereometrica. Ma il suo nome è soprattutto legato all'utilizzo dei razzi. Erone inventò, infatti, la cosiddetta eolipila, una sfera metallica riempita d'acqua che, opportunamente riscaldata, “sputava” vapore da due bracci esterni, mettendosi in movimento: può essere considerata l'antenata delle macchine a vapore, ma non meno dei razzi che oggi tutti conosciamo. Da qui occorre fare un salto di più di mille anni, e numerosi chilometri, per arrivare alla Cina dell'Undicesimo secolo, dove vengono impiegati pseudo razzi per festeggiare con i fuochi d'artificio. È, in realtà, una pratica che affonda le sue radici ad almeno 300 anni prima di Cristo, per via dell'utilizzo di una particolare polvere nera, realizzata con una miscela esplosiva a base di potassio, carbone e zolfo. Ma in questo periodo si pensa anche all'impiego di simili prodotti per combattere gli odiati mongoli, confinanti con le regioni cinesi. Il primo attacco cinese è del 1232 e viene sferrato contro la città di Kai-Fung-Fu. I razzi, in ambito bellico, compaiono, dunque, molto prima di pistole e fucili che abbisognano di elaborazioni siderurgiche estremamente avanzate, paradossalmente non necessarie per sparare in cielo un super-proiettile. I cinesi rimangono all'avanguardia per anni, inventando imprese assurde; come quella relativa a un fantomatico funzionario cinese di nome Wan-Hoo che avrebbe provato a conquistare la Luna ancorato a una sedia di vimini fissata a 47 razzi. La leggenda prosegue dicendo che nessuno poté dire se Wan-Hoo sia mai allunato (anche se i dubbi sono più che leciti), ma di certo il suo volto non lo vide più nessuno. Nel 1420 studia le dinamiche dei razzi l'italiano Giovanni da Fontana. In piena epoca rinascimentale, descrive razzi caratteristici dalle forme più strane, comprese quelle di pesce e di colomba; ma per il primo vero trattato dedicato a questo argomento occorre attendere il 1591 con la pubblicazione del tedesco Johann Schmidlap, a Norimberga. Nel 1650 prosegue su questa strada un esperto di artiglieria polacco, Kazimierz Siemienowic, che pubblica una serie di disegni riproducenti vari razzi. E nel 1696 è la volta dell'inglese Robert Anderson, che dà alle stampe due nuovi trattati, parlando per la prima volta di propellenti e calcoli matematici concernenti la fisica dei lanci. Poco dopo si cimenta nella stessa disciplina il francese Amedee Frezier, spiegando nei dettagli le regole e gli stratagemmi per fabbricare fuochi d'artificio a scopo ricreativo e cerimoniale. I razzi conquistano l'Europa, dove vengono visti come un'invenzione straordinaria, appannaggio di scienziati geniali e pazzi costruttori. Lo scopo iniziale è quello di intrattenere la borghesia, durante banchetti e altri appuntamenti d'elitè. È del resto difficile pensare di proporli per altri fini, visto che la “mira” dei primi razzi lascia piuttosto a desiderare: si sa da dove partono, ma quasi mai dove atterrano. Sicché si inizia a pensare di utilizzarli in campo bellico solo a partire dal Settecento. I primi a basare le loro azioni guerrafondaie su questo tipo di arma sono gli indiani, che cercano in tutti i modi di liberarsi del dominio inglese. Ma più che razzi paiono rudimentali armi riempite da polvere da sparo; vengono raccolte a questo scopo le canne di bambù che crescono rigogliose nel continente asiatico. È dunque grazie a questa esperienza che gli inglesi comprendono il valore dei razzi e decidono di approfondire la materia. Apre le danze William Congreve, politico e scienziato inglese del Settecento, che sviluppa nuovi razzi da impiegare contro i francesi. Li testa fra il 1805 e il 1806 cercando di sconfiggere la flotta nemica a Boulogne-sur-Mer. I razzi di Congreve pesano quattordici chili e sono caratterizzati da gittate di oltre tre chilometri di distanza, rese tali da “aste direzionali” lunghe fino a quattro metri. Con William Hale, un altro inventore anglosassone, nel 1846 si ottengono razzi molto più precisi. I suoi studi partono da dove s'era fermato Congreve, cercando di concentrarsi soprattutto sulle aste e la possibilità di direzionare i razzi in punti specifici. Collauda con successo i suoi prodotti nel corso della guerra contro il Messico, attuata dagli americani fra il 1846 e il 1848. Col Diciannovesimo secolo i razzi approdano in tutto il mondo, sollecitati anche dalla narrativa che sempre più spesso fa riferimento alla conquista dello spazio. Celeberrima è l'opera di Jules Verne del 1865, intitolata Dalla terra alla luna. Ma la prima idea di equipaggio umano nello spazio appartiene a Edward Everett Hale, autore statunitense dell'Ottocento, che intitola la sua opera The Brick Moon. Spetta, però, al russo Konstantian Tsiolokovsky gettare le basi per la missilistica moderna, considerando, per la prima volta, i razzi in qualità di vettori per volare nello spazio. Pubblica i suoi primi documenti nel 1903, proponendo l'utilizzo di propellenti liquidi. È lo stesso anno del primo volo su un aeroplano dei fratelli Wright. Per molti è un pazzo visionario, ma le sue teorie rivoluzionano il mondo dei razzi. Sulla sua linea prosegue Robert Goddard, altro pioniere della missilistica moderna. Ha sedici anni quando si innamora di un classico della letteratura come La guerra dei mondi di H.G. Wells e dell'ipotesi di tradurre in pratica storie e situazioni immaginate dagli scrittori. Nel 1914 progetta dei motori per razzi appoggiato dalla Smithsonian Institution. Dal 1919 inizia a parlare di poter conquistare la Luna. Nel 1926 introduce le basi per l'esplorazione spaziale lanciando il primo razzo a combustibile liquido, ad Auburn, nel Massachusetts. 2,5 secondi di volo, 14 metri di altezza, 184 metri di distanza, sono in numeri dell'exploit che, però, non desta alcun interesse all'intellighenzia dell'epoca. Anzi. C'è chi, addirittura, ironizza sulla sua opera dicendo che “un razzo lunare manca l'obiettivo di appena 238799 miglia e mezzo”. Ma a lui le critiche non interessano e prosegue i suoi studi in totale solitudine nel deserto di Roswell, all'epoca ben lontano da qualunque mania ufologica, finché il suo genio non viene compreso da Wernher von Braun, di cui, proprio quest'anno, ricorre il centenario della nascita. Nato a Wirsitz nel 1912 si avvicina al mondo dei razzi durante gli studi universitari a Berlino e diventando membro della Società dei voli spaziali. Conosce Hermann Oberth che gli indica la strada da seguire per i primi esperimenti personali che trovano sfogo nel 1934 con il lancio di due missili in grado di percorrere due chilometri e mezzo di “strada”. In seguito diviene una delle figure più importanti della Germania nazista, entrando a far parte del Partito nel 1937 e diventando ufficiale delle SS nel 1940. Battezza il suo primo razzo V-2 Rocket, dando vita a una famiglia leggendaria di razzi. Sono gli stessi che vengono utilizzati per combattere gli inglesi. Finita la guerra von Braun si consegna agli americani, incalzato dall'operazione segreta Paperclip, gestita dall'Office of Strategic Services, per reclutare tutti gli ingegneri tedeschi che hanno contribuito alla nascita dell'arsenale hitleriano. Von Braun e altri 126 colleghi finiscono a Fort Bliss, nel Texas. Vivono in condizioni precarie e disagevoli, sorvegliati a vista, ma possono continuare a lavorare per elaborare razzi sempre più efficienti. Con questi presupposti nasce il primo missile americano balistico con raggio di azione medio, denominato Redstone, in grado di trasportare una bomba di circa 3mila chilogrammi per 320 chilometri. È molto simile al V-2 Rocket. Il 20 agosto 1953 avviene il primo lancio ufficiale, l'ultimo il 30 novembre 1965. Complessivamente cavalcano i cieli americani cinquantasei razzi, ma non tutti i lanci vanno a buon fine. Va, invece, a gonfie vele il lancio del primo satellite orbitale americano, Explorer 1. La missione vede la luce il 31 gennaio 1958, dalla base americana di Cape Canaveral, in Florida, benché sia tardi per tenere testa ai russi che hanno già bissato l'impresa con Sputnik 1 e 2. In più i sovietici ragionano sul perfezionamento dell'R-1, razzo molto simile al V-2 Rocket, che consente di effettuare ricerche in campo meteorologico e climatologico. Ma gli americani non stanno a guardare e volgono le loro attenzioni al Jupiter-C, in pratica una sorta di Redstone modificato e migliorato. Sviluppato dall'Army Balistic Missile Agency, è studiato per voli sub-orbitali ed è caratterizzato da tre stadi, di cui, gli ultimi due superiori, funzionanti a combustibile solido. Viene lanciato verticalmente, poi, con l'attivazione del secondo stadio, il razzo si inclina di 40 gradi, proseguendo obliquamente verso l'obiettivo prefisso. Da qui nascono le basi per la realizzazione di Juno I, lungo 21,20 metri e pesante 29.060 chilogrammi, ideale per la messa in orbita di satelliti artificiali. Anche quest'ultimo porta la firma di Wernher von Braun. È, di fatto, un razzo a tre stadi, con l'aggiunta di un quarto stadio costituito da un razzo Sergeant a propellente solido; il Sergeant veniva utilizzato singolarmente come missile superficie-superficie durante le operazioni militari statunitensi dei primi anni Sessanta. Il successivo viene battezzato Juno II, ed impiega come primo stadio un razzo Jupiter, derivante dal V-2 Rocket. L'ultimo lancio di un Juno I è del 24 maggio 1961: l'esplorazione spaziale è ormai alle porte e la NASA ha appena tre anni di vita. Ma non sono gli americani a lanciare il primo uomo nel cosmo, bensì i russi, che ancora una volta surclassano i rivali, ricalcando l'exploit del primo lancio satellitare. Yuri Gagarin è figlio di un falegname e di una contadina, ma fin dall'infanzia mostra uno spiccato interesse per le materie scientifiche. Si iscrive a un aero-club nel 1955, prima di frequentare le prime scuole di aviazione in Ucraina. Tre anni dopo è pronto per il cosmo. È il 12 aprile 1961, quando Yuri, a bordo della navicella Vostok 1, decolla per un volo a 250 chilometri di altezza e a 27.400 chilometri di velocità. Per raggiungere lo spazio Gagarin utilizza il razzo vettore R-7, progettato negli anni Cinquanta e testato per la prima volta presso il cosmodromo di Bajkonur. Alto 34 metri, con tre metri di diametro e un peso di 280 tonnellate, deriva dal razzo che ha lanciato in orbita il 4 ottobre 1957, lo Sputnik 1. È a due stadi, con motori funzionanti a ossigeno e cherosene, in grado di imprimere un'accelerazione di gravità di 3G e in meno di dieci minuti spedire un uomo nello spazio. Gagarin si scioglie e comunica al mondo che “la Terra è blu, meravigliosa e incredibile”. Contrapposto al programma sovietico, in USA, c'è il progetto Mercury, anche in questo caso volto, quindi, alla navigazione spaziale in presenza di astronauti. Viene varato nel 1958 per chiudersi cinque anni dopo, raggiunti i traguardi prefissati. Con la missione Mercury-Redstone 3 del 5 maggio 1961 e la capsula Freedom 7, Alan Shepard è il primo americano a volare nello spazio. Con Mercury-Atlas 6 e la capsula Friendship 7, il 20 febbraio del '61, gli statunitensi compiono, invece, il primo giro orbitale: protagonista, John Glenn, ex marine e reduce della guerra di Corea, che vola per quasi cinque ore. A seguire volano altri americani, fra cui Scott Carpenter, Walter Schirra e Gordon Cooper. Subito dopo il primo volo nello spazio si fa, dunque, largo un nuovo obiettivo: la conquista di mondi lontani, a cominciare dalla Luna. Inizia così l'era del mitico Saturn V (tanto mitico da divenire anche il titolo di una canzone di successo degli Inspiral Carpets, storica band di brit-pop inglese). Nasce la Saturn Vehicle Evaluation Committee. E c'è ancora lo zampino di von Braun, che si occupa del Saturn V dal 1957. Il nuovo programma spaziale subisce un'accelerata in seguito a un discorso promulgato dal presidente americano John Fitzgerald Kennedy che propone di raggiungere la Luna entro la fine degli anni Sessanta. Occorre un mezzo per lanciare verso il satellite una navicella guidata da astronauti, e non c'è niente di meglio che utilizzare un razzo di questa portata. Ci si arriva, però, per gradi, passando per Saturn I, Saturn IB e Saturn INT-21. Alla fine l'ha vinta il Saturn V, razzo multi-stadio a combustibile liquido, alto 110 metri e largo dieci, con una massa totale superiore a 3mila tonnellate. Un vero colosso. I test danno ottimi risultati: volano tredici mezzi di questo tipo, confortando l'idea che, finalmente, la Luna può essere vinta dall'uomo. Il 9 novembre 1967 parte un Saturn V con una navicella priva di equipaggio, l'Apollo 4. È il preludio alle prime missioni lunari, inaugurate con l'Apollo 8 e al lancio della stazione spaziale Skylab. Il primo allunaggio avviene, dunque, con la missione Apollo 11, coinvolgendo figure ormai leggendarie della storia dell'uomo: Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin. L'Apollo 11 viene lanciato nello spazio a “bordo” di un Saturn V decollato dal Kennedy Space Center il 16 luglio 1969. Il primo stadio lavora per due minuti e 30 secondi. Porta il mezzo a 61 chilometri di quota, viaggiando a 8.600 chilometri orari. In seguito si stacca il primo modulo che precipita nell'oceano Atlantico, a circa 560 chilometri dalla base di partenza. Di questo “frammento” non si sa nulla fino al marzo di quest'anno, quando Jeff Bezos, fondatore di Amazon.com afferma di averlo individuato con un sonar a circa 4mila metri di profondità, in un punto a est della Florida. Segue la fase due, della durata di sei minuti, con il razzo che raggiunge i 185 chilometri di quota, muovendosi a 24.600 chilometri all'ora. Si stacca il secondo stadio, che precipita a 4.200 chilometri dalla base di lancio, e si accende il terzo, stabilendosi nella zona orbitale detta “parcheggio”. Qui, la capsula spaziale e il terzo modulo, compiono due giri e mezzo intorno alla Terra, dando modo agli astronauti di controllare che tutto stia avvenendo secondo i piani e procedere con la fase detta Trans Lunar Injection (TLI): è la manovra propulsiva che permette il distaccamento del terzo modulo dall'Apollo per il raggiungimento della superficie lunare. Il Saturn V chiude così la sua avventura più prestigiosa, prima della pensione ufficiale sopraggiunta nel 1973. Corrispettivo russo del Saturn V è l'N1, più leggero e più potente di quello statunitense. Ma i 14 test effettuati non vanno a buon fine, predisponendo l'abbandono del progetto. Il 12 aprile 1981 – esattamente venti anni dopo il volo di Gagarin - inizia così l'era degli Space Shuttle. In questo frangente entrano in gioco i Solid Rocket Booster, abbreviati con l'acronimo SRB. Sono i razzi che forniscono l'83% della spinta alla navicella spaziale durante la fase di decollo. Sono potentissimi, arrivando a produrre 1,8 volte la spinta del propulsore F-1 caratterizzante i razzi Saturn V. Grazie alla loro azione lo Space Shuttle può raggiungere i 45 chilometri di quota, determinando l'entrata in azione del serbatoio esterno che consente il proseguo del viaggio e le successive manovre di distaccamento dell'orbiter, il “cuore” della navicella; intanto i due razzi tornano a terra tramite l'attivazione di paracaduti. In Russia, invece, si dà vita al Programma Sojuz, col quale vengono allestiti nuovi razzi derivanti dai Voskhod, a loro volta figli dei Vostok, in pratica dei razzi R-7, tipo quello utilizzato da Gagarin per il suo primo volo spaziale. Si pensava di abbandonare il programma nel 2011, in favore delle navette Kliper, ma tutt'oggi le Sojuz continuano a muoversi nello spazio con successo, essendo le uniche a fare la spola fra la Terra e la Stazione spaziale internazionale. Con l'epopea dello Space Shuttle e della Sojuz si ha il collaudo di altre forme di razzi, lunghi quasi cinquanta metri con un diametro di 3,8 metri e una massa di 210mila chilogrammi. La loro funzione è finalizzata alla messa in orbita di uno o più satelliti, per un peso complessivo di 1850 chilogrammi. Il Programma Ariane, supervisionato dall'ESA, viene siglato alla fine degli anni Settanta. Il primo lancio, Ariane I, è del 24 dicembre 1979. Nel 1985 un Ariane I consente l'avvio della missione Giotto, proposta per studiare da vicino la cometa di Halley, che transita dalla Terra ogni 76 anni. L'ultimo episodio della saga Ariane concerne un lanciatore ideato inizialmente per “alimentare” il mini Shuttle europeo Hermes. Ma accantonato il progetto, l'Ariane V diviene un razzo a tutti gli effetti. La sua attività prosegue ancora oggi. Il 23 marzo 2012 il vettore Ariane V-ES ha consentito la realizzazione della missione ATV-003, con il lancio di un veicolo di rifornimento della Stazione spaziale internazionale, decollato dalla base di Korou, nella Guyana francese.

Space Launch System
I razzi del futuro 

Space Launch System. È questo il nome del super razzo che la NASA ha intenzione di collaudare nei prossimi anni, nato dalle ceneri del Programma Constellation. Il progetto è già in fase di attuazione e secondo i più ottimisti vedrà la luce nel 2017. Ad aprile sono stati effettuati i primi test relativi al funzionamento dei booster a combustibile solido che forniranno energia il primo stadio del razzo. Abbreviato con la sigla SLS, il nuovo vettore americano porterà gli astronauti a volare oltre l'orbita della Stazione spaziale internazionale, prima di puntare le prue verso la Luna e... Marte. Proprio al pianeta rosso si fa, infatti, riferimento pensando a questo prodotto ingegneristico, alto 91 metri, ideato per far fronte alle profondità del cosmo, dove l'uomo – fisicamente – non ha mai messo piede. Quella che vedrà presumibilmente la luce nel 2017 sarà la prima versione del razzo, la più semplice e “rudimentale”. In seguito il progetto verrà raffinato per giungere a vettori di una potenza mai ottenuta. È stato presentato ufficialmente pochi mesi fa nel corso di una conferenza stampa con la presenza di Charles Bolden: «Stiamo scrivendo un nuovo capitolo dell'esplorazione americana dello spazio. Sono orgoglioso di aver volato sullo Shuttle, mentre gli esploratori di domani potranno finalmente sognare di passeggiare su Marte». Il progetto riflette una spesa complessiva di 25 miliardi di euro. La NASA ha già messo in cantiere una spesa annuale di due miliardi di euro per lo Space Launch System. Certo, non è del tutto chiaro da dove possa scaturire questo budget, visto che l'amministrazione Obama ha drasticamente tagliato i “rifornimenti” per la corsa spaziale. Ma è anche vero che se non si trova una soluzione nuova per conquistare le infinità del cielo, l'America rischia di essere emarginata dai russi che continuano a volare con il Programma Sojuz e dalle nuove potenze mondiali in campo ingegneristico: India e Cina. D'altronde gli Space Shuttle sono andati in pensione ed è divenuto urgente trovare un modo degno per sostituirli. Le risorse potrebbero, dunque, essere recuperate dai viaggi spaziali effettuati dai privati, intenzionati a visitare periodicamente la Stazione spaziale internazionale; sperando che, nel frattempo, il prezzo base non raddoppi come accaduto durante la costruzione dello Space Shuttle. Il secondo test è previsto per il 2021, in presenza di un equipaggio. E se tutto andrà a buon fine si pensa di effettuare la prima importante missione nel 2025, portando degli astronauti su un asteroide. La missione più affascinante, quella relativa alla conquista del pianeta rosso, è prevista per il 2030. «Il nuovo razzo della NASA funzionerà a propulsione liquida», una miscela di idrogeno e ossigeno, rivela Scott Hubbard, manager dell'ente statunitense. E sarà in grado di lanciare nello spazio fino a 130 tonnellate di carico. Per la precisione funzionerà con propellente liquido solo la parte superiore del razzo, il secondo stadio, che porterà gli astronauti nel cosmo, parafrasando le imprese di Saturn; mentre il primo stadio baserà la sua azione sui motori dello Shuttle RS-25 e i suoi due booster a propellente solido. Il motivo dell'introduzione del combustibile liquido è duplice. Da una parte c'è, infatti, un minore dispendio economico; dall'altra il combustibile liquido offre più garanzie in termini di sicurezza poiché all'occorrenza può essere “spento”. È ciò che non accade con il combustible solido, costato la vita agli astronauti del Challenger nel 1986. Da un punto di vista estetico lo Space Launch System ricorderà i vecchi Saturn, che hanno fatto la storia della conquista dello spazio, portando l'uomo sulla Luna e facendogli vincere numerosi traguardi. Gli astronauti risiederanno all'interno di una capsula montata in cima al razzo. Battezzata Orion, è di fatto il mezzo che un domani riporterà l'uomo sulla Luna e che fisicamente farà breccia nell'atmosfera marziana. Il primo lancio di prova è programmato per il 2013: Orion volerà grazie all'azione di un razzo Delta IV, appartenente a una nuova famiglia di razzi progettata dall'Intergrated Defense Systems di Boeing. Si prevede un modulo nel quale risiederà l'equipaggio e un modulo di servizio, che conterrà il sistema di propulsione e tutti i rifornimenti di cui necessiteranno gli astronauti. 

Dragon al via...  
 
Un taxi spaziale che chiunque (si fa per dire) potrà prenotare per visitare la Stazione spaziale internazionale e osservare la Terra dall'alto. Battezzato Dragon, è la proposta dell'azienda privata statunitense Space X. Il primo volo ufficiale, in assenza di equipaggio, è andato a buon fine, nonostante un ritardo di qualche giorno, dovuto a problemi pressori all'interno della camera di combustione. Dragon - una capsula balistica con ogiva a cerniera – è decollata da Cape Canaveral il 22 maggio scorso, alle 3.44 (9.44 ora italiana). Il lancio è avvenuto grazie all'azione di un razzo-vettore di nuova generazione, il Falcon 9. Approntato dalla stessa Space X consta di un primo modulo fornito di nove motori e un secondo con un solo motore. È in grado di trasportare fra i 9.900 e 27.500 chilogrammi di peso. Dopo il decollo, Dragon si è lentamente avvicinata alla sua meta con l'entrata in funzione di potenti pannelli solari, una fase della missione durata tre giorni: verso la ISS ha scattato varie foto con una telecamera termica, approntata per facilitare le manovre di attracco (molto più funzionale di una telecamera ottica). Il 24 maggio Dragon era a 2,4 chilometri dalla “casa madre”, pronta a compiere l'ultimo balzo fondamentale. Il 25 maggio è entrato in funzione un braccio meccanico comandato dai due astronauti a bordo della ISS, Donal Pettitt della NASA e Andre Kuipers dell'ESA. L'aggancio è avvenuto con il modulo Harmony, un compartimento pressurizzato contenente prodotti per il rifornimento di aria, acqua ed elettricità, lungo circa sette metri, con un diametro di 4,4 metri. «Houston, sembra abbiamo preso un drago per la coda», hanno comunicato gli astronauti a bordo della Stazione. Fra il 25 e il 31 maggio gli astronauti hanno avuto modo di scaricare il materiale presente sul taxi spaziale – fra cui campioni sperimentali per studenti americani - per poi riempirlo di nuovo con attrezzature da spedire sulla Terra. Il 31 maggio, dopo due settimane di lavoro, Dragon entra nell'ultima fase della missione: il ritorno sulla Terra. Per fare ciò sono entrati in funzione tre grossi paracaduti. Punto di arrivo, un'area nel cuore dell'Oceano Pacifico. Qui una nave ha recuperato la navicella alle 8.42 del 1 giugno, a circa 500 miglia dalla costa del Pacifico: «Hanno preso l'obiettivo», ha affermato il controllo NASA, riferendosi alla precisione geografica dell'ammaraggio; «é andato tutto bene, secondo i piani». Ora ci si prepara alle future dodici missioni per il rifornimento della ISS stipulate fra Space X e la NASA per un costo complessivo di 1,6 miliardi di dollari. In attesa del volo del primo equipaggio umano programmato per il 1015.

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