Riflessioni antropologiche da una spiaggia friulana


Sotto gli ombrelloni non siamo tutti uguali, si sa. C'è quello che discute di politica, chi sta solo in ammollo, il tipo che legge senza sosta... e c'è chi, per imperscrutabili dinamiche del fato, sceglie di destreggiarsi in antropologia; e potrebbe, forse, avere fra le visioni più originali della spiaggia, soffermandosi su particolarità che ai più sfuggono.  Di cosa si tratta? L'uomo porta da sempre dentro sé i semi del suo passato; e nonostante l'affinamento dell'hitech e del bon ton, rimane comunque ancorato ad aspetti che rimandano ad epoche ancestrali, corroborate dai nostri antichi progenitori, e mai del tutto scomparse. La signora dell'ombrellone vicino all'antropologo si chiama Luigia; ha già ottanta anni, portati benissimo. Il suo passatempo preferito è pettegolare. Sa tutto di tutti quelli che la circondano nel raggio di un chilometro. Potrebbe scrivere un bellissimo libro di storie, e invece va avanti a pettegolare. Perché il pettegolezzo, oggi ricondotto a una fenomenologia perlomeno contraddittoria, è stato una delle armi più importanti per l’evoluzione umana. Senza il pettegolezzo potremmo dire che l'uomo non sarebbe dov'è. Il gossip, infatti, nasce per le necessità di sapere cosa fanno gli altri, e in questo modo adottare lo stratagemma più valido per poter fronteggiare le vicissitudini dell'esistenza. Le donne si incontravano e pettegolavano; poi, nel proprio clan, facevano tesoro delle informazioni apprese, preparando un nuovo piatto, ricamando un nuovo vestito, o suggerendo al proprio piccolo di non comportarsi in un certo modo perché potrebbe essere pericoloso. La Luigia della spiaggia perpetua un comportamento assunto dalla nostra specie migliaia di anni fa e senza saperlo si fa portavoce di una bellissima lezione comportamentale. Non finisce qui. A un certo punto la donna è affiancata da un ragazzotto robusto e riccioluto. Scopriamo che si chiama Marco, è il nipote, e avrà su per giù una ventina d'anni. Le sussurra qualcosa e così la Luigia con amorevolezza si mette a spalmargli la crema solare sulla schiena. E' una scena molto bella, perfino poetica, ma anche qui, l'antropologia batte ciglio. E rimanda addirittura a prima dell'avvento del genere Homo. Siamo in Africa, milioni di anni fa. Nella gola di Olduvai uno dei passatempi preferiti dalle forme australopitecine è spulciarsi. Lo fanno ancora oggi le scimmie. Per ore accarezzano il famigliare liberandolo dagli artropodi, ma dandogli anche sicurezza e affetto. E' lo stesso gesto compiuto dalla signora Luigia, che ancora una volta conferisce valore all'indissolubile legame che ci amalgama al nostro passato e giustifica la premura della cosiddetta cura parentale, prerogativa dei mammiferi. Ma in spiaggia non c'è solo la Luigia a darci lezioni evoluzionistiche. Ci sono anche un mucchio di bimbi scalmanati. Hanno tantissimi giochi a loro disposizione: secchielli, palette, racchette, palline e palloni... eppure, se li interroghi, diranno che c'è un solo piacere eccelso: cacciare gli animali. E così, contravvenendo al buon senso di rispettare sempre e comunque la natura, si mettono a catturare pesciolini, granchietti e molluschi. Loro non lo sanno, ma anche in questo caso, obbediscono a un criterio comportamentale consolidatesi milioni di anni fa, quando il nostro albero evolutivo abiurò il mondo dei raccoglitori per benedire quello dei cacciatori. Noi tutti abbiamo ancora questo istinto di cacciare, anche se abbiamo i supermercati a portata di mano. Inutile dilungarsi sulla sfilza di signorotti armati di ami e supercanne che affollano il pontile e pescano senza averne bisogno, se non per contemplare un'appetenza diversa, dall’imprescindibile valore atavico. Infine arriva la sera. E la Luigia, con il nipote, un’amica del nipote e alcuni pescatori, ordinano un piatto a base di carne di maiale. Arrivano tonnellate di costine che è impossibile gustare affidandosi ai principi della buona educazione. Si usano le mani. Nessuno si scandalizza. Ma non è solo l’uso delle mani. È anche la voracità perversa con cui si addenta la polpa, scarnificando senza alcuna grazia la costola dell’ex animale. Ebbene, di nuovo il quadro sociale è ascrivibile a un contesto che va oltre la nostra quotidianità. Si mangia proprio come mangiavano i neandertaliani che per 200mila anni hanno abitato la gelida Europa. Se poi ci fosse il fuoco tutti ce ne renderemmo conto. Nei falò bruciano ancora i sogni e le emozioni dei nostri antichi progenitori; ecco perché ogni volta che ne accendiamo uno non ci stancheremmo mai di fissarlo, incantati dalla sua ineffabile magia. 

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