Le prime prove del multiverso
Abbiamo iniziato a prendere
seriamente la cosa quando Stephen Hawking, il più grande astronomo del
Novecento, scomparso a marzo di quest’anno, ha dato alle stampe l’articolo A Smooth Exit from Eternal Inflation.
Prima erano solo congetture di scienziati frustrati o scrittori con il pallino
della fantascienza. Ora tutto cambia, e iniziamo a crederci anche noi. E anche
l’intellighenzia scientifica; ché se chiediamo a un fisico qualunque se sia
d’accordo o meno sull’esistenza di altri universi oltre al nostro, la risposta
sarebbe quasi certamente affermativa. Dunque, punto a capo. Astronomia, tutto
da rifare. E se fino a dieci anni fa anche a scuola si parlava in successione dimensionale
di Terra, Sistema solare, Via Lattea, Superammasso locale, Universo; ora, anche
l’universo, già di per sé fin troppo grande per essere compreso dalle nostre
menti limitate, non sarebbe che un punto infinitesimale in mezzo a qualcosa di
ancora più immenso, e oggettivamente imperscrutabile. Si è dato a questa
“infinità” il nome di multiverso; definendo una mostruosa realtà composta da un
numero inimmaginabile di cosmi. Prima dell’articolo di Hawking si pensava a una
semplice inflazione cosmica dovuta all’energia sprigionata in seguito al Big
Bang, che deflagrò quel che c’era prima (il nulla?), per dare origine al tempo,
allo spazio, all’universo nel quale viviamo; 13,6 miliardi di anni fa. Ma
adesso sempre più studi propendono per l’ipotesi alternativa: il Big Bang non
sarebbe una prerogativa del nostro universo, ma di molti altri, situati chissà
dove. Hawking riferisce di ondate di inflazione cosmica, che avrebbero
determinato la nascita di “bolle cosmiche”, con caratteristiche specifiche per
ogni distretto spaziale; e che mandano pertanto in soffitta l’interpretazione classica
che contempla un’unica espansione lineare dell’universo post-Big Bang. Dunque,
non un solo universo, ma tanti, la cui natura rimane un mistero. Il multiverso
patchwork, per esempio, prevede l’infinita ripetizione di universi solo in
parte analoghi al nostro, che non possono comunicare fra loro. Il multiverso
inflazionario contempla l’azione di una forza di gravità negativa in grado di
generare il cosiddetto “inflatone”, particella di grande potenza, forse simile
al fantomatico bosone di Higgs. All’Università di Cambridge indicano, invece,
la possibilità che le tradizionali leggi fisiche in altri cosmi possano
funzionare al contrario, o comunque in modo diverso. Ancora più suggestiva l’idea
che ogni potenziale forma di materia possa sussistere da qualche parte.
Significa infinite copie di noi stessi, del nostro pianeta, del nostro Sistema
solare, di tutto ciò che ci circonda. Anche se, da calcoli probabilistici, l’altro
nostro “io” non potrà essere raggiungibile
perché situato tanto lontano da rendere ridicola anche una navicella che
viaggia alla velocità della luce. Non sono concetti facili da comprendere,
tuttavia l’immagine offerta a Hugh Everett III, fisico di Princeton, autore di Relative State formulation of quantum
mechanics, (nonché padre di Mark Oliver della nota band rock americana
Eels), alla fine degli anni Cinquanta, offrì un esempio abbastanza eloquente
per risolvere ogni dubbio. Prendiamo un dado e lanciamolo. Il risultato non si
farà attendere: sarà un numero compreso fra 1 e 6. Nel campo della fisica spaziale,
però, e in particolare della meccanica quantistica, arriveremmo a ottenere
contemporaneamente le sei soluzioni: e dunque, riflettendo in termini cosmici, significherebbe
ottenere un universo diverso per ogni faccia del dado. Tutto ciò ha anche
implicazioni di natura filosofica. Poiché in simili situazioni, fato, destino,
e casualità, perderebbero il loro senso: ogni possibilità, di fatto, sarebbe
lecita. E si arriva alla cosiddetta “teoria delle stringhe”, che di nuovo
riporta al genio di Hawking. Con essa diviene inevitabile l’esistenza di tanti
universi leggermente diversi fra loro, ma riconducibili a un substrato comune. Prove
dell’esistenza di universi paralleli? Siamo ancora lontani dalla verità, ma
qualche dato inizia a essere raccolto. Ranga-Ram Chary, ricercatore presso il
Planck Space Telescope, ha recentemente rivelato delle anomalie ai confini del
nostro universo; che potrebbero confermare l’esistenza di un mondo parallelo.
Lo scienziato ha analizzato la radiazione di fondo (figlia dei primi istanti
post Big Bang), individuando una anomalia sottoforma di radiazione inusuale;
4.500 volte più potente delle aspettative. Chary ipotizza che possa essere il
risultato di una “ferita” dovuta a uno scontro con un'altra bolla universale,
un universo straniero a tutti gli effetti. Ritiene che questa considerazione
possa essere valida al 70%. Ma che ci vorranno altri studi per confermarla. Simile
il risultato di un’indagine condotta dagli scienziati della Durham University;
secondo i quali esiste una zona ai confini dell’universo (a 1,8 miliardi di
anni luce da noi), dove la temperatura è di circa 0,00015 gradi centigradi
minore rispetto alle aree circostanti. Tom Shanks, a capo dello studio, parla
di una “macchia fredda” che confermerebbe un angolo lontanissimo dello spazio
con tracce che rimanderebbero alla collisione con un altro universo. Tutti
d’accordo tranne il matematico Peter Woit, da sempre contrario alla teoria delle
stringhe, secondo il quale “il multiverso è solo una scusa sempre buona per non
essere in grado di spiegare la fisica delle particelle”.
Il destino dell’universo
Sarà legato a un’espansione continua del
cosmo, finché tutte le stelle non avranno esaurito il loro carburante
(idrogeno, elio, e via via elementi sempre più pesanti), e ogni angolo
dell’universo non sarà divenuto freddo e buio. La teoria prende spunto dagli
studi del fisico americano Edwin Hubble, che per primo stabilì il progressivo
allontanamento delle galassie a velocità sempre maggiori. Un concetto che cozza
con il Big Bang, esplosione avvenuta quasi 14 miliardi di anni fa, che dovrebbe
avere a che fare con galassie che, anziché correre di più, dovrebbero
rallentare. Ma secondo Gary Gibbons dell’Università di Cambridge è il frutto di
una nostra erronea percezione temporale. Le previsioni indicano che l’universo
del futuro potrebbe trasformarsi in un gigantesca bolla congelata dove anche il
tempo cesserebbe di esistere.
Lo strano caso delle nane brune
S’è parlato a lungo di nane bianche e nane
nere, ma solo recentemente di nane brune. Sono corpi celesti molto particolari,
a metà strada fra un pianeta e una stella. Possono arrivare a una massa 75
volte quella di Giove. In pratica sono troppo grandi per essere dei pianeti, e
troppo piccole per innescare le tipiche reazioni termonucleari che avvengono
negli astri. I principali studi a riguardo sono stati condotti da Serge
Dieterich, che ha pubblicato le sue conclusioni su The Astrophysical Journal.
Lo scienziato dice che il destino delle nane brune e delle stelle normali è
diverso. Le prime esauriscono subito il loro “carburante”, si raffreddano e
diventano corpi bui vaganti per il cosmo; le seconde possono invece continuare
a brillare per miliardi di anni.
10 miliardi di volte più forte
dell’acciaio
È la misteriosa sostanza individuata
all’interno delle stelle di neutroni da studiosi dell’Università dell’Indiana,
in Usa. Battezzata “pasta nucleare”, ricorda la struttura filiforme degli
spaghetti. È il risultato del collasso di stelle di grandi dimensioni, che
porta a un addensamento della materia tale da annullare l’effetto di elettroni
e protoni, ma non quello dei neutroni; che si compatterebbero fino a formare
stelle di altissima densità e con un diametro medio compreso fra 10 e 20
chilometri. Gli studiosi ritengono che un cucchiaino composto da questo
materiale reggerebbe un peso pari a 170 milioni di elefanti. Mentre il suo
potere gravitazionale sarebbe milioni di volte più intenso di quello terrestre.
Nessun commento:
Posta un commento