mercoledì 26 dicembre 2018

La verità sulla "stella" cometa



Natale, uguale stella cometa. Ma come sempre l’immaginario collettivo, la tradizione, mal si sposa con il pensiero scientifico, con l’astronomia, in questo caso. Le comete non sono stelle, sono corpi rocciosi rivestiti di ghiaccio che girano intorno al sole seguendo orbite fortemente ellittiche. Si dice che fu un corpo del genere a indicare ai re Magi la grotta nella quale Gesù venne al mondo. I dubbi, però, permangono. La cometa di Halley transitò nel 12 a.C., ma il Messia nacque almeno cinque anni dopo; e non risultano altri passaggi simili negli anni successivi. Si è giunti così all’esplosione di una supernova e poi all’allineamento di alcuni importanti pianeti del sistema solare. Alla fine non c’è tesi che convinca tutti. E allora ancora una volta, in occasione delle festività natalizie, ci piace continuare a far finta che non esista un’opinione scientifica, e così rivivere le atmosfere che da secoli rappresentano il sapore natalizio, almeno per i paesi occidentali. Sul piano della ricerca, però, è cambiato molto da quando il teologo Emanuel Swedenborg e il filosofo Immanuel Kant tentarono per primi di dare un senso alla genesi del sistema solare; riferendo di un proto sole, derivante da un collasso gravitazionale di materia, una nebulosa stellare. Le comete non le avevano contemplate, ma oggi sappiamo che proprio queste ultime rappresenterebbero gli oggetti più antichi dell’angolo di cosmo che ci ospita. Gli studiosi riferiscono della misteriosa nube di Oort, situata a circa 50mila unità astronomiche dal sole (un’unità astronomica corrisponde a 150 milioni di chilometri). Difficile poterla studiare nei dettagli, ma l’ipotesi più plausibile è che possa essere assimilata a una sorta di deposito cometario. In pratica è da qui che partirebbero le comete. O meglio, è da qui che, per dinamiche non ancora del tutto chiarite, come particolari perturbazioni gravitazionali della Via Lattea, uscirebbero dai binari tradizionali per puntare verso il sole; dove, come è noto, per via del calore, verrebbero completamente trasformate in palle di ghiaccio con la coda. Dallo strato più esterno della nube di Oort, partirebbero le comete a lungo periodo, che girano intorno alla nostra stella in più di duecento anni, in certi casi in milioni di anni. Dallo strato più interno, detto anche nube di Hills, che finisce per fondersi con la fascia di Kuiper (altro serbatoio cometario), quelle a corto periodo, con rivoluzioni inferiori ai duecento anni; la cometa di Halley, che giungerà di nuovo alle nostre porte nel 2061, è ascrivibile a questa categoria. E ci sono casi estremi di comete con periodi ancora più brevi: come la cometa di Encke che compie un completo giro intorno al sole ogni 3,3 anni. Risultati figli di calcoli matematici e dell’azione dei telescopi. Benché da una quarantina di anni si abbia fatto di meglio. Come atterrare, letteralmente, su una cometa. È l’esperienza maturata dalla missione Rosetta. Portata a termine da un paio di anni. Con essa, l’Agenzia Spaziale Europea, ha preso d’assalto la cometa 67P/Churymov-Gerasimenko; con un periodo orbitale di 6,45 anni, e dunque semplice da tenere sotto controllo. Il lander Philae ha assolto l’arduo compito, staccandosi dalla sonda Rosetta, e di fatto mettendo in pratica il primo accometaggio della storia. Un’operazione di alta ingegneria spaziale. Philae ha infatti abbandonato la sonda madre a 22,5 km di distanza dalla cometa, colpendola alla velocità di 1 km al secondo. Numeri infinitesimali (almeno in termini spaziali), che provano i notevoli progressi della ricerca cosmologica. Compito del lander, l’analisi della composizione della cometa, comprese particelle lunghe dieci micron (un millesimo di millimetro) e la scoperta di dinamiche legate al suo costante movimento intorno al sole. Si è visto che la polvere rilasciata dal corpo spaziale è costituita per il 50% da anidride carbonica e ossido di carbonio. Molecole individuate anche sulla cometa di Halley. Ci sono poi i silicati, composti molto abbondanti anche sulla Terra. E soprattutto tracce di amminoacidi. Di cui – nonostante le indicazioni della missione Stardust della Nasa, che per prima scrutò le polveri cometarie – solo ora abbiamo la prova tangibile. Si tratta dell’amminoacido glicina, il più semplice dei venti esistenti, fondamentale per le proteine animali. Indicazione importante a favore della tesi della panspermia, secondo la quale le prime molecole organiche che hanno generato la vita, arrivarono dallo spazio. Il futuro? Si continuerà a fare luce sui misteri delle comete nei laboratori di mezzo mondo, ma per sapere della prossima importante missione spaziale, bisognerà aspettare il prossimo anno. Al vaglio della Nasa, infatti, ci sono due possibilità: l’esplorazione di Titano, satellite di Saturno; o il ritorno sulla cometa 67P, tramite una sonda progettata nell’ambito della missione Comet Astrobiology Exploration Sample Return (Caesar), gestita dal Goddard Space Flight Center. Scopo dell’iniziativa, che non potrà attuarsi comunque prima del 2020, portare sulla Terra dei campioni di cometa, e così mostrare i cambiamenti subiti da questi corpi durante i passaggi vicino al sole; e sulla quantità di acqua presente, altra molecola fondamentale per l’abiogenesi.

La cometa di Natale
Perplessità a parte, capita a pennello una cometa in questi giorni; che tutti possiamo osservare a occhio nudo, puntando lo sguardo verso l’alto. Si chiama 46P/Wirtanen, e si trova a soli 18 milioni di chilometri dalla Terra. Il 12 dicembre raggiungerà la minima distanza dal sole e il 16 sarà a un passo dal nostro pianeta (11,5 milioni di km di distanza). Solo il piccolo inconveniente della Luna, che farà molta luce rischiando di compromettere la visibilità (il 22 è prevista luna piena). Dicembre sarà un mese propizio anche per le stelle cadenti (che in realtà non sono stelle ma meteoriti). Le Geminidi, nella costellazione dei Gemelli, non hanno nulla da invidiare alle Persiadi che durante la notte di San Lorenzo, ad agosto, rischiarano i nostri cieli, promettendo di esaudire l’ultimo nostro desiderio. 

E quella extrasolare
Ancora più affascinanti, comunque, sono le comete che provengono da un’altra stella. È il caso di Oumuamua, avvistata per la prima volta nell’ottobre 2017, grazie all’azione del telescopio Pan-Staars 1. Le analisi hanno mostrato una cometa lunga ottocento metri, potenzialmente dieci volte più luminosa di quelle presenti nel sistema solare. Secondo gli studiosi, Oumuamua, avrebbe viaggiato nel cosmo per milioni di anni, prima di essere “captata” dalla gravità solare. Astronomical Journal riferisce di un corpo caratterizzato dalla capacità di espellere gas a grande velocità; ottenendo una forte spinta propulsiva, concettualmente assimilabile al lavoro compiuto dai motori dei razzi.

L’irrazionalità del passato
Secoli fa non potevamo saperne delle comete; e quindi si cercava di spiegarle associandole a qualcosa di soprannaturale. Il loro arrivo doveva sempre essere legato a un avvenimento particolare. La cometa dei vangeli è solo una fra le tante. I primi rimandi alla quotidianità risalgono probabilmente agli assiro-babilonesi, che iniziarono seriamente a scandagliare il cielo. Poi altri popoli dell’antichità come i caldei e gli egizi. Con i greci si tentò di dare a questi oggetti cosmici un senso razionale, e le comete vennero considerate alla stregua di pianeti un po’ particolari. Nel medioevo si torna alla superstizione. Milano, anno 1316. Il cielo ospita una misteriosa luce. È una cometa, e di lì a poco scoppierà la peste.

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