giovedì 30 agosto 2018

L'evoluzione delle armi (umane e animali)

Certo, per l’uomo ha un’implicazione morale, non per gli animali. Che agiscono di istinto, per sopravvivere. Nella nostra specie la finalità potrebbe diversa, esagerata; ed è il motivo per cui continuano a esserci le guerre e per il quale la corsa agli armamenti, nonostante le tragedie del passato, rimane un paradigma universale. Le armi, dunque, negli animali sono il risultato di milioni di anni di evoluzione; nell’uomo di millenni di evoluzione. Ma in entrambi i casi obbediscono a un processo selettivo, anche se solo le nostre vengono prodotte artificialmente, e nulla hanno a che vedere con un disegno preciso di natura genetica. Le similitudini sono innumerevoli e talvolta sconcertanti. Partendo dagli albori della nostra storia. 30mila anni fa in Europa l’Homo sapiens ha soppiantato tutti gli altri ominidi: Neanderthal e Denisova. Ed è possibile che questo traguardo sia stato raggiunto grazie all’impiego di armi sempre più efficienti. Ne abbiamo le prove dallo studio delle incisioni rupestri. Sono i primi disegni dell’uomo. E da qualunque parte si vogliano analizzare i graffiti, le immagini riguardanti oggetti contundenti è palese: sono lance, frecce, rami appuntiti. E sono animali, dei quali vengono esaltate non a caso le loro armi naturali: per esempio le corna. Quando tutto questo ha avuto inizio?
Probabilmente da sempre. Da quando gli eucarioti hanno inaugurato la loro corsa evolutiva. Sono gli organismi più sviluppati; e come tali, hanno dovuto escogitare delle tecniche per riuscire a resistere ai predatori. O, meglio ancora, per essere in grado di uccidere e nutrirsi. Una prima brillante indicazione è fornita dalle trilobiti. Artropodi oggi scomparsi, ma un tempo diffusi su tutto il pianeta. Vincenti, perché utilizzavano dei corni appuntiti capaci di infilzare qualunque animale avesse cattive intenzioni. Non solo. Sono i padri putativi dei “raggomitolati”. Pangolini, armadilli, onischi (porcellini di terra), alcuni bombi. In caso di attacco si chiudono su se stessi, mandando in crisi anche il predatore più accanito. E non ha fatto lo stesso l’uomo con le corazze? Oggi, evidentemente, non servono più (anche se esistono ancora i giubbotti antiproiettile), ma come sarebbero state le guerre medievali senza le pesanti armature che contraddistinguevano i soldati? E come se la sarebbero cavata i legionari romani senza la pelle protetta da piastre metalliche?
Gli animali che si difendono grazie a strategie che farebbero invidia ai migliori eserciti sono un’infinità: trichechi, antilopi, gamberi, coleotteri, forbicine. Possono essere peli arruffati, ossa, denti o formazioni chitinose, in certi casi enormi, in altri più ridimensionate. E  in effetti le proporzioni hanno sempre avuto la loro importanza. Pensiamo ai felidi e ai canidi. Entrambi sono caratterizzati da potenti dentature, tuttavia ogni specie ha caratteristiche precise, in seno a una logica evolutiva, appannaggio di un perfetto equilibrio ecologico. I leoni di montagna abitano le regioni settentrionali degli Usa. E fra i boschi comandano loro. Sono animali molto robusti, tuttavia le loro armi, i denti, sono piuttosto piccoli. Ma sono perfettamente calibrati per il tipo di preda ricercata. La lince canadese ha denti simili, scivola silenziosa sui manti nevosi, e al momento opportuno sferra l’attacco, per esempio, a una velocissima lepre; che solo in un caso su quattro non riesce a squagliarsela.
Tutti hanno canini, incisivi e molari, ma le dimensioni sono fondamentali per capire le loro attitudini alla caccia. In genere i canini sono più sviluppati, fin dal Vulpavus, piccolo animale simile al furetto, vissuto milioni di anni fa. In certi casi si è giunti agli ipercarnivori, animali attrezzati unicamente per nutrirsi di carne. Non quel che accade nelle iene. Che hanno canini piccoli, una scarsa velocità di chiusura della mandibola, ma un morso devastante. Perché il loro obiettivo non è la carne, ma le ossa, che frantumano con i molari, prima di divorare la preda. L’apoteosi dello sviluppo dei canini si ebbe con l’avvento delle tigri dai denti di sciabola, epigoni della fauna pleistocenica. Erano denti giganteschi che consentivano agli smilodon di uccidere animali molto più grandi di loro, come i mastodonti. Per raggiungere questo obiettivo però dovettero evolvere un’apertura mandibolare eccezionale, con un prezzo da pagare: l’agilità.
Le tigri dai denti di sciabola avevano un morso che non perdonava, ma erano goffe e nulla avevano a che vedere con animali simili, molto più svelti, come, per esempio, i ghepardi. Che, di fatto, hanno denti più minuti. La tendenza dell’evoluzione è infatti stata questa: il ridimensionamento. Le armi diventano sempre più piccole, ma in molti casi, sempre più diaboliche. Ciò che accadde anche nell’uomo. Se prendiamo come esempio la cultura litica del nord America, scopriamo le cosiddette punte di Clovis, che raggiungevano i venti centimetri di lunghezza; con una media intorno ai setto-otto centimetri. Poi scomparvero i mammut e l’uomo volse la sua attenzione verso specie di taglia minore, facendo sì che le punte di lancia non superassero i cinque centimetri. Si passò infine a quelle di Folson, più recenti e moderne, non a caso inferiori ai quattro centimetri.

E i piranha?
L’immaginario collettivo li associa ad animali molto feroci: è la verità. Si muovono lentamente, ma hanno mandibole piene di lame gigantesche e triangolari che gli consentirebbero di ingoiare qualunque tipo di preda. In questo caso l’evoluzione si è mossa seguendo un cammino contrario a quello dei canini dei mammiferi, portando a un incremento delle dimensioni dei denti. Il piranha è un pesce pigro. Come la tigre dai denti di sciabola non insegue l’animale di cui si nutre, ma lo aspetta al varco. Appena lo inquadra, gli salta addosso non lasciandogli scampo. È la stessa tecnica usata dai pesci dei grandi fondali marini. Attirano le prede con delle esche, per esempio dei fasci di luce; dopodiché spalancano le loro gigantesche fauci, divorando tutto ciò che incontrano lungo il cammino.

Le zanne degli elefanti
Gli elefanti sono un altro bell’esempio di animale dotato di armi “congenite”. Usa infatti le zanne. Ma non è sempre stato così. Oggi il nostro pianeta ospita solo due specie di elefante. Ma in passato erano molte di più. E i primissimi comparsi sulla Terra non possedevano zanne. Le hanno evolute col tempo, per difendersi, ma anche per poter stabilire il grado di dominanza all’interno di un branco, e quindi favorire per la riproduzione solo maschi più forti. In Colombia viveva un mammut con zanne lunghe cinque metri e del peso di novanta chili l’una. L’Anacus, parente stretto del mammut, aveva zanne lunghe quattro metri. E lunghe erano anche quelle degli elefanti del recente passato, quando ancora non esisteva il bracconaggio e la rincorsa all’avorio. Anche in questo caso l’evoluzione ha agito come è accaduto nei felini.

Il caso delle vespe
C’è però una differenza sostanziale fra animali e uomini. Nei primi di solito, i duelli riguardano solo due individui; nell’uomo, invece, si tratta spesso di scontri con molti soldati coinvolti. Tuttavia esistono eccezioni anche nel mondo animale. Nelle vespe per esempio. Le larve delle femmine di vespa si sviluppano sottoterra; quando riemergono, ormai adulte, diffondono essenze per attirare i maschi. In questo caso, dunque, ne vengono coinvolti parecchi che se le danno di santa ragione. Gli scontri fra maschi di vespa sono così violenti che spesso alcuni esemplari cadono al suolo privi di vita. Qualcosa del genere accade anche nei limuli, artropodi che abitano le battigie. Al momento dell’accoppiamento, il maschio che ha appena conquistato una femmina, viene preso di mira da molti altri esemplari che frequentemente lo allontanano rubandogli la partner.  

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