Una 14enne americana vive per 118 giorni senza cuore. Poi il trapianto

Una ragazza di 14 anni, D’Zhana Simmons, è sopravvissuta per 118 giorni senza cuore, grazie a speciali pompe cardiache. E da ieri, dopo aver subito un trapianto cardiaco, potrà tornare a condurre una vita pressoché normale: la prognosi – dicono i medici che l’hanno avuta in cura - è buona, benché ci siano un 50% di possibilità che possa subire un nuovo trapianto fra 12-13 anni. L’operazione è avvenuta a Miami ed è stata condotta dall’italiano Marco Ricci. La ragazza soffriva di cardiomiopatia dilatata, una malformazione in cui il cuore è allargato a tal punto da non riuscire più a pompare il sangue per l’organismo. Ed è rimasta quindi collegata a una macchina per quasi quattro mesi, con la cassa toracica priva dell’organo cardiaco. “Non sai mai quando potrebbe funzionare male – ha detto la ragazzina, con un filo di voce, in una conferenza stampa all’Università di Miami, riferendosi ai macchinari che l’hanno tenuta in vita -. Era come se fossi una persona finta, come se non esistessi realmente”. La quattordicenne della Carolina del Sud è al suo secondo trapianto. Il primo, risalente al 2 luglio, e avvenuto presso l’Holtz Children’s Hospital, non ha avuto successo. Sono immediatamente subentrate delle complicazioni che hanno indotto i medici a rioperare la ragazzina per liberarla del nuovo organo innestato. Nel frattempo è stata mantenuta in vita tramite apposite pompe cardiache. “Riteniamo che sia la prima paziente pediatrico ad aver ricevuto un simile trattamento – hanno rivelato i medici del Jackson Memorial Medical Center -. E forse una delle più giovani rimasta in attesa di trapianto senza il suo cuore”. In realtà non è la prima volta che un paziente sopravvive per giorni e giorni senza il cuore, ma solo grazie all’azione di pompe cardiache esterne all’organismo. Tempo fa, infatti, in Germania, un uomo ha resistito senza il muscolo cardiaco per ben nove mesi. Ma è un caso estremo e, comunque, ha riguardato una persona adulta. Ancora una volta, quindi, un medico italiano è riuscito in un’impresa quasi impossibile, dopo l’esperienza vissuta a Barcellona da Paolo Macchiarini e diffusa ieri dalla rivista The Lancet. Lo scienziato ha portato a temine il primo trapianto utilizzando cellule staminali. Tramite sofisticate operazioni di ingegneria tissutale è riuscito a sviluppare in laboratorio una porzione di trachea, partendo da cellule normali provenienti da cadavere e cellule staminali prelevate dal corpo del malato. In pratica ha utilizzato la trachea del donatore (dopo averla svuotata di tutte le sue cellule originarie) per realizzare una sorta di impalcatura scheletrica e le cellule staminali del paziente – una donna di 30 anni - per dare vita al tessuto respiratorio vero e proprio. Dalla mucosa dei bronchi del malato ha estratto delle cellule epiteliali, mentre altre cellule le ha prelevate dal midollo osseo. Infine, tramite uno speciale bireattore, le cellule coltivate in laboratorio hanno aderito all’intelaiatura del donatore dando vita a una porzione tracheale che è poi stata innestata nel corpo della paziente, restituendole la capacità di respirare normalmente.

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