Più padri che mamme tra i nostri progenitori

Fra 50mila e 70mila anni fa, un gruppo di temerari rappresentanti dell’Homo sapiens sapiens, lasciò l’Africa – culla del genere umano – per conquistare il mondo intero. Raggiunsero prima il sudest asiatico, l’Europa, l’Asia e, infine, le Americhe. Oggi, a questa teoria, giudicata da sempre la più attendibile per spiegare la diffusione dell’uomo moderno, possiamo aggiungere qualcosa di più: quel primo gruppo di conquistatori era rappresentato quasi esclusivamente da maschi e, quindi, la stragrande maggioranza dei popoli del pianeta è figlia di molti papà e di pochissime mamme. Alon Keinan, dell’Harvard School of Medicine (Usa), ha raggiunto questi risultati dopo aver analizzato il genoma di uomini contemporanei africani, europei e asiatici, e aver messo a confronto oltre 100mila differenze del cromosoma sessuale X. Keinan ha in particolare considerato che, in una popolazione in cui la presenza maschile e femminile è equiparabile, la variabilità genetica dei cromosomi X è assai elevata: ciò dipende dal fatto che ogni donna possiede due cromosomi X, mentre gli uomini ne posseggono uno soltanto (oltre all’Y). Se però una popolazione è composta prevalentemente da individui di sesso maschile, il numero di cromosomi X cala drasticamente e con esso la variabilità genetica del cromosoma sessuale. Basandosi, dunque, su questo presupposto, lo scienziato americano ha scoperto che la variabilità genetica del cromosoma X è evidente soprattutto negli africani moderni, mentre è scarsa in tutti gli altri popoli. Da ciò ha quindi concluso che solo gli africani derivano da gruppi ancestrali caratterizzati da una percentuale maschile e femminile simile, mentre tutti gli altri provengono da un’unica popolazione costituta quasi esclusivamente da maschi. In realtà, questa ricerca, contraddice uno studio antropologico diffuso pochi mesi fa su Plos Genetics, nel quale si diceva che tutti gli uomini discendono da un minor numero di maschi rispetto a quello delle femmine: “È la dimostrazione che, nonostante i progressi della scienza molecolare, si è ancora lontani dall’avere conclusioni e dati certi sul numero di antenati partiti dall’Africa per colonizzare gli altri continenti – spiega Donata Luiselli, evoluzionista dell’Università di Bologna. Ma cosa avrebbe spinto questi Homo sapiens sapiens a puntare gli occhi oltre i confini africani? Due le possibilità: motivi bellici o la necessità di individuare nuovi spazi dove cacciare e procreare. “Probabilmente è più verosimile la seconda ipotesi – spiega Marco Ferraguti, evoluzionista dell’Università di Milano -. Questo perché è difficile pensare che 60mila anni fa potessero esserci dei validi presupposti per dichiarare guerra a qualcuno”. Nella storia dell’evoluzione umana, comunque, non è stata questa l’unica volta che uno sparuto numero di rappresentanti dell’Homo sapiens sapiens s’è messo in marcia verso nuovi territori. Secondo un recente studio genetico, anche la colonizzazione delle Americhe sarebbe avvenuta – intorno ai 12mila anni fa - attraverso una sola grande migrazione. I ricercatori, in questo caso, hanno analizzato 678 marker genetici in 29 nativi americani provenienti sia dal nord che dal centro e sud America, confrontandoli con le caratteristiche genetiche dei siberiani. I risultati dimostrano che la diversità genetica tra i nativi americani e gli asiatici aumenta all’aumentare della loro distanza d’insediamento dallo Stretto di Bering, circostanza che dimostrerebbe l’esistenza di un percorso di colonizzazione delle Americhe da nord a sud. In questo caso, però, non è stato possibile appurare se furono soprattutto degli esponenti di sesso maschile a muoversi verso est.

(Pubblicato sul Corriere della Sera il 17 gennaio 09)

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