Penuria d'organi: studioso di Oxford propone l'utilizzo di feti abortiti

La carenza cronica di donatori d’organi, associata al fatto che la popolazione invecchia sempre di più e sono sempre di più i pazienti che necessitano di ricevere un rene o un fegato ‘nuovo’, sta portando gli scienziati a considerare strade terapeutiche mai imboccate, spesso a dir poco avveniristiche. Fra queste c’è quella divulgata ieri dai principali tabloid britannici: utilizzare i feti abortiti. Reni, fegati e polmoni di bambini mai nati potrebbero infatti essere trapiantati in malati in condizioni disperate, contrastando definitivamente la cronica penuria di organi. Portavoce di questa proposta è un luminare della ricerca sulle cellule staminali, Richard Gardner, dell’Università di Oxford il quale parla comunque di “una scelta temporanea”, in attesa di nuove rivoluzionarie invenzioni in campo medico. Lo scienziato dice che i tessuti fetali potrebbero concretamente offrire una valida alternativa alle tante altre strade finora percorse per risolvere la crisi di organi, ma che non hanno ancora dato i risultati sperati. Gardner si riferisce per esempio alle stesse cellule staminali e ai cosiddetti xenotrapianti, ovvero i trapianti da animale a uomo. Nell’uno e nell’altro caso, spiega il ricercatore, si è ancora in alto mare. Le cellule staminali hanno grossi poteri ma ancora non è chiaro il loro comportamento una volta introdotte in un organismo. Potrebbero, per esempio, causare tumori. Creare in laboratorio degli organi ex novo partendo da culture di cellule staminali potrebbe in ogni caso essere verosimile, ma la soluzione non è certo dietro l’angolo. Per ciò che riguarda invece gli xenotrapianti, anche qui, la situazione è tutt’altro che rosea. In quasi 50 anni di esperimenti si sono ottenuti risultati miseri. Negli anni ’70 un uomo resistette per nove mesi con un rene di scimpanzè; negli anni '80 una bambina sopravvisse per qualche settimana con un cuore di babbuino; negli anni '90 due pazienti ricevettero due fegati di babbuino e tirarono avanti l'uno per settanta giorni e l'altro per ventisei giorni. Tutto qui. Dunque, per Richard Gardner, la proposta di utilizzare i tessuti dei feti abortiti resta l’unica per poter davvero fronteggiare il problema e contrastare, inoltre, il traffico clandestino di organi. Gardner dice che sono stati già fatti diversi esperimenti di questo tipo sui topi, che hanno dato esiti confortanti. In particolare si è visto che i reni di feti abortiti introdotti in un organismo adulto si sviluppano con grande rapidità. Ma la proposta di Gardner ha sollevato un vespaio di polemiche soprattutto da parte di più gruppi medici religiosi che hanno parlato di un’idea “moralmente ripugnante”. Fra i più accaniti oppositori dello studioso di Oxford c’è per esempio Peter Saunders, del Christian Medical Fellowship, il quale dice che “trapianti di questo tipo sono profondamente immorali. E che anche un bimbo mai nato – spiega – esige rispetto e protezione”. Analoghe le esternazioni di Josephine Quintavalle, del Comment on Reproductive Ethics, la quale descrive la proposta di Gardner come “assolutamente orribile”. Inoltre si chiede: “Chi mai avrebbe il coraggio di comunicare a una donna che ha abortito, ‘scusi possiamo utilizzare un organo del suo feto?’”.

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