ATTENTI AL LUPO


Ha fatto clamore poche settimane fa il documento della commissione Agricoltura della Camera che, se diventasse legge, consentirebbe l'abbattimento dei lupi «per prevenire danni importanti al bestiame». Luglio, in effetti, è stato un mese davvero molto difficile per i pastori piemontesi: 82 ovicaprini sono stati predati e uccisi dai canidi, alimentando un fenomeno che «peggiora di anno in anno, mettendo in ginocchio l'interno ecosistema». Il problema, in realtà, è doppio: da una parte c'è la grave perdita in termini produttivi, dall'altra la difficoltà relativa al recupero e allo smaltimento delle carcasse degli animali soccombiti agli attacchi canini. «Riusciremo a trovare quello che rimane solo fra qualche giorno guidati dalla puzza della decomposizione», rivela sconsolato l'allevatore Piervalter Osella. L'episodio più cruento si è verificato la notte fra lunedì 11 e martedì 12 luglio presso il comune di Sant'Anna di Bellino; in totale sono morte 59 pecore. Altrettanto inquietante quello di pochi giorni prima in valle Po nel comune di Oncino: un gregge di 44 capre è stato attaccato da un branco di lupi che ha provocato la morte di 16 animali. Il fenomeno non riguarda solo il nord, ma anche regioni centromeridionali, dove, in particolare, vengono presi di mira i bovini. Vari allevatori abruzzesi si son visti depauperare di decine di capi nel giro di pochi mesi. Nel 2010 un allevatore di bovidi di razza marchigiana ha perso 26 animali. «Nessun paese al mondo consente ai lupi di esercitare una pressione predatoria così forte come in Italia», dice Michele Corti, ruralista e docente di Sistemi Zootecnici e pastorali montani, presso l'Università di Milano. «Il tutto nell'indifferenza generale e senza che le associazioni allevatori prendano fermamente posizione a favore dei loro soci presi di mira». Ma perché i lupi che fino a una decina d'anni fa non si sentivano mai, ora fanno così paura? Il discorso è molto semplice: negli ultimi anni il numero di questi canidi è notevolmente aumentato, senza, però che siano emerse le condizioni ideali per creare la giusta sinergia fra i lupi e gli animali di allevamento. Le stime del WWF dicono che la popolazione dei lupo (Canis lupus) negli ultimi venti anni ha subito notevoli cambiamenti sia nel numero che nella distribuzione. Si pensa che negli anni Settanta non ci fossero in Italia più di cento esemplari, oggi invece si è passati a 600-800 lupi. Se prima rappresentavano famiglie isolate di animali, oggi occupano un vasto areale che percorre l'intera catena appenninica e parte di quella alpina. Le ultime notizie parlano di avvistamenti anche presso le Alpi franco-italiane e sul versante italo svizzero. L'aspetto curioso riguarda il fatto che si è arrivati a questa situazione senza interventi di reintroduzione, con ripopolamento di lupi in ambiente selvatico, come è spesso avvenuto, per esempio, in NordAmerica. È come se la natura da sola si stesse riprendendo ciò che le spetta: «Il recente processo di espansione della specie in Italia è il risultato di una serie di fattori di natura storica, ecologica e ambientale», spiegano gli esperti dell'Università di Parma. La situazione va presa con le pinze. Difficile, in ogni caso, assecondare l'iniziativa della commissione Agricoltura. Prima di tutto perché non si è ancora capito a fondo lo spessore del problema. Giuseppe Canavese, vicedirettore del Parco Alpi Marittime, è il primo a dichiararsi in favore dei lupi, suggerendo che la causa della morte di ovini, caprini e bovini, potrebbe non essere sempre riconducibile a essi. Di fatto, dopo alcuni raid nelle aree a rischio, è stato possibile assimilare la morte violenta di alcuni capi di allevamento ad azioni di cani randagi o a incidenti in montagna. «Il lupo è un animale protetto dalla convenzione di Berna», dice Canavese, «spetta quindi all'Unione Europea rilasciare un eventuale nulla osta. In ogni caso, per procedere all'uccisione o alla cattura dei lupi, è importante che la popolazione abbia già raggiunto un minimo vitale. Proprio per evitare l'estinzione della specie sul territorio. E in Piemonte, nell'arco alpino, questo minimo vitale è ancora lontano». L'abbattimento dei lupi auspicato da Sacchetto sarebbe quindi ammissibile solo se questi predatori avessero raggiunto un livello di popolazione tale da non correre più il rischio di sparire dal territorio. E invece non è così. Nonostante questa crescita demografica il lupo resta una specie minacciata. E la verità è che molti esemplari vengono abbattuti illegalmente (o spesso avvelenati): il fenomeno riguarda circa il 20% della popolazione totale. Inoltre l'habitat che lo ospita è giudicato dagli ambientalisti troppo frammentato per dargli degna ospitalità. Anche gli esperti della facoltà di medicina e veterinaria dei Parma, sono convinti che la popolazione di lupi non appaia ancora al di sopra di una soglia di sicurezza che ne garantisca la sopravvivenza sul lungo periodo. Relativamente al caso piemontese, affrontano l'argomento parlando di “conflitto con la zootecnia”, avanzando proposte concrete. Quali, dunque, le soluzioni per consentire al lupo di vivere senza problemi e agli allevatori di condurre i loro lavori tranquillamente? «Ci sono varie possibilità», dicono gli studiosi, partendo dall'incentivazione all'adozione di misure di prevenzione dei danni che possono, per esempio, puntare sull'impiego di cani pastore di razza maremmana abruzzese, addestrati a contrastare gli attacchi dei lupi. Si possono prendere provvedimenti perché il bestiame non rimanga incustodito, promuovere l'uso di recinzioni e far sì che i parti avvengano rigorosamente nelle stalle. «Oggi è più che mai necessaria la sfida per fermare il bracconaggio e consentire al lupo di riconquistare quegli spazi e territori che un tempo lo vedevano presente, come l’intero arco alpino», conclude Massimiliano Rocco, responsabile specie WWF Italia. «Si gioca, dunque, sullo sviluppo di quelle attività di prevenzione che possano favorire la convivenza con l’uomo e su una politica di relazioni con il mondo degli allevatori, che vada oltre il mero assistenzialismo con il semplice rimborso dei danni, ma promuova forme di compensazione innovative e che premino chi sia capace di integrarsi in un territorio da condividere con i grandi predatori».

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