Alla conquista del Polo Nord

Lo scioglimento dell'Artico
Fino a oggi non è mai interessato stabilire i confini geografico-amministrativi dell'Artico per un semplice motivo: la perenne coltre ghiacciata che riveste il punto più a nord del pianeta, e le proibitive condizioni atmosferiche lo caratterizzano per gran parte dell'anno, non consentono alcun tipo di attività. Ma le cose stanno cambiando rapidamente, in seguito al progressivo innalzamento della temperatura a livello globale. Lo scioglimento dei ghiacci induce pertanto a pensare che, fra non molto, il Polo Nord rappresenterà un'entità fisica tipicamente invernale: con il calore dell'estate sparirà completamente, rivoluzionando le rotte marittime e predisponendo le basi per l'attecchimento di nuove e interessanti dinamiche geopolitiche. I numeri, d'altro canto, parlano chiaro: la calotta polare artica negli ultimi trent’anni si è ridotta quasi del 50%, il suo spessore medio è calato da sette a tre metri, ed entro il 2100 è previsto un aumento delle temperature artiche di 5-7 gradi. Oggi per passare da un capo all'altro dell'emisfero boreale ci sono due chance: il passaggio a nord-est e quello a nord-ovest. Il primo è stato “inaugurato” nel 1879 da Adolf Erik Nordenskjold, esploratore svedese a capo della nave Vega: costeggia la Siberia e attraverso lo Stretto di Bering, giunge nell'oceano Pacifico. Il secondo, vinto dal norvegese Roald Amundsen, a bordo del Gjoa nel 1906, mette in comunicazione Pacifico e Atlantico attraverso la striscia di acqua che si materializza con la bella stagione lungo i confini settentrionali del Canada e dell'Alaska. Non rappresentano, però, le tratte abituali dei pescherecci che normalmente circumnavigano il globo sfruttando consolidati passaggi creati artificialmente dall'uomo, come lo Stretto di Panama e di Suez. Peraltro è solo a partire dal 2008 che s'è potuto constatare l'assenza totale di ghiacci lungo entrambi i percorsi, prima di allora percorribili solo con navi rompighiaccio; in realtà il passaggio a nord-est è praticabile solo per il 90% della sua tratta, per la restante piccola parte, i ghiacci la fanno ancora da padrone, opponendosi al via vai delle navi. Ma i passaggi a nord sarebbero, comunque, assai vantaggiosi, in termini di risparmio di tempo e carburante. «Lo Stretto di Bering, che separa per 85 chilometri la Russia dall'Alaska», afferma David Titley, oceanografo e ammiraglio della Marina statunitense, «assumerà un'importanza strategica simile a quella dello Stretto di Hormuz» che divide la penisola arabica dalle coste iraniane, consentendo il “dialogo” marittimo fra Golfo di Oman e Golfo Persico. In particolare, il passaggio che si verrebbe a creare entro il 2050, con il definitivo addio alla superficie artica, porterebbe a un'autentico scombussolamento dei commerci marittimi: la cosiddetta “rotta centrale” permetterebbe di risparmiare, rispetto alle vie classiche, qualcosa come 7mila chilometri. E un tragitto come quello che separa Londra da Tokyo, oggi risolvibile in 35 giorni e 11mila miglia marittime, potrà essere coperto in soli 22 giorni. Per tutta questa serie di considerazioni, relative alle potenziali ripercussioni economiche che potrebbero esserci a livello mondiale, non stupisce sapere che fra le varie nazioni che si affacciano sull'Artico si siano già creati attriti. Anche perché non è facile stabilire i confini ideali a queste latitudini, considerato che le dorsali oceaniche non sono così facili da associare alle corrispondenti scarpate continentali. Per esempio la dorsale sottomarina Lomosonov è quella alla quale si appellano i russi per dimostrare che un bel pezzo dell'Artico è geologicamente di loro appartenenza. Ma allo stesso tempo è la medesima presa in considerazione dai canadesi per rivendicare il proprio diritto a mettere mano sul Polo Nord. Problemi analoghi si riscontrano con la dorsale di Gakkel, che separa la placca nordamericana da quella euroasiatica. Sicché la frontiera fra Russia e Norvegia nel mare di Barents aspetta ancora di essere disegnata; così quella fra Alaska e Canada, in prossimità del mare di Beaufort; e si attende di sapere chi, fra Groenlandia (sotto l'egemonia danese) e Canada, governerà l'isolotto di Hans. L'unica disputa definitivamente risolta è quella relativa alla delimitazione della frontiera fra Alaska e Russia nel mare di Bering, formalizzata con un trattato nel 1990. 

Passaggio a Nord-Est e a Nord-Ovest
Le discordie geopolitiche vedono coinvolti in prima linea USA e Canada, da anni in contrasto per via del fantomatico passaggio a nord-ovest: secondo gli americani la rotta è appannaggio delle acque internazionali, per i canadesi invece è di loro proprietà. Implicati in questa sorta di Risiko internazionale anche Norvegia, Russia e Danimarca. «Paesi che sfruttano il nazionalismo de l'“Artico è cosa nostra” sul palcoscenico della politica interna», dice Michael Byers, professore di diritto internazionale presso la Columbia University. In particolare Russia e Norvegia si stanno fronteggiando per ciò che riguarda le potenziali risorse petrolifere che potranno liberarsi con lo scioglimento dei ghiacci. Le stime dicono che addirittura un quarto di tutto il petrolio conservato nei giacimenti terrestri è riferibile alle profondità artiche, fino a oggi inespugnabili. I tecnici dello United States Geological Survey parlano di un bacino di 90 miliardi di barili di petrolio, 47mila miliardi di metri cubi di gas e grandi giacimenti di gas liquefatto. Sono numeri che fanno gola a molti, specialmente ad aziende top come Shell, ExxonMobil, Rosneft e ConocoPhillips. Anche gli USA, quindi, si stanno dando da fare per conquistare un posticino dove andare posizione le proprie trivelle. La Shell, soprattutto, è già attiva da tempo nei mari alaskani, benché i russi siano in vantaggio per via del più alto numero di rompighiaccio impiegate nei mari del nord. Peraltro la Russia conduce con successo una battaglia di tipo “propagandistico”, con mosse sensazionalistiche come quella avvenuta nel 2007, in cui un sottomarino della Federazione piantò una bandiera sul fondale del Polo Nord. La necessità di risolvere il contenzioso fra le varie nazioni che lambiscono i ghiacci dell'estremo nord, trova conferma nell'incontro che si è avuto a maggio fra i ministri degli Esteri di USA, Russia, Canada e di tutti gli altri Stati che abbracciano l'Artico (in tutto sono sette), preceduto da un documento chiarificatore: «L'Artico sta subendo un cambiamento significativo. Negli anni a venire, questi cambiamenti saranno di fronte agli stakeholders dell'Artico con una linea di nuove sfide, così come di opportunità, dato che la regione comincia gradualmente ad aprirsi come risultato del cambiamento climatico». A Nuuk, in Groenlandia, alcuni fra i massimi esponenti politici a livello mondiale hanno anche parlato degli eschimesi che, a causa del surriscaldamento globale, rischiano di vedere scomparire per sempre il loro territorio. Stesso destino tocca a molte specie animali. Recentemente ha fatto il giro del mondo la notizia di orsi bianchi che, non trovando più cibo per il proprio sostentamento, si sono trasformati in cannibali. Le prove arrivano dal fotografo Iain D. Williams che ha immortalato il raccapricciante attimo in cui un esemplare adulto stringe fra le fauci un piccolo della stessa specie. 

I paesi coinvolti nel Risiko dell'Artico
Gli animali marini rappresentano, invece, l'ennesimo presupposto per rivendicare il proprio dominio delle acque artiche. In questo caso il fenomeno riguarda lo spostamento continuo di specie ittiche da sud a nord. Il clima sempre più caldo, infatti, sta avendo ripercussioni notevoli anche sulle correnti oceaniche, che se in alcuni casi perdono intensità, in altri acquisiscono forza, con costanti variazioni dei gradienti di temperatura, salinità, e pH. Con queste gravi alterazione macro-climatiche i pesci e molti altre categorie animali comprendenti anche creature minuscole come il plancton, stanno perdendo i propri riferimenti di sempre, e istintivamente vanno a coprire aree geografiche dove fino a poco tempo fa non esistevano. Il problema è, dunque, doppio: da una parte si hanno gravi interferenze nella catena alimentare, e quindi ripercussioni significative a livello biologico; dall'altra si stanno creando i presupposti per uno spostamento del baricentro della pesca internazionale, sempre più confinato verso le regioni oceaniche settentrionali. Cosicché gli “Stati Artici” si trovano spesso in combutta fra loro, per sancire il proprio dominio in corrispondenza delle aree geografiche dove la fauna ittica prospera come non è mai avvenuto in passato. Ma c'è chi butta acqua sul fuoco, smorzando i toni, e parlando invece di una sincera e democratica cooperazione fra i rappresentanti dei vari governi. La pensa così Byers, riferendosi in particolare ai russi che, al di là di alcune discutibili prese di posizioni (come quella di far pagare dazio alle navi che transitano al largo della Siberia), sarebbero i più disponibili a «collaborare con il resto del mondo». Di sicuro la questione non potrà essere risolta oggi, né nell'immediato futuro. Se ne riparlerà fra qualche decina d'anni, quando, perlomeno, saranno stati stabiliti i nuovi confini nazionali e probabilmente anche la superpotenza cinese si sarà fatta avanti per reclamare la sua fetta di torta.

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