L'emicrania si cura anche in sala operatoria

Un pacemaker simile a quello utilizzato per risolvere alcuni problemi cardiaci potrebbe rappresentare una nuova cura per l’emicrania, male di cui soffrono milioni di persone. Il riferimento è a un elettrodo in grado di stimolare il nervo vago e normalmente impiegato per contrastare malattie come l’epilessia e la depressione maggiore. Gli esperti dell’Istituto Neurologico Besta di Milano sono i primi in Europa ad essere arrivati a queste conclusioni dopo aver operato due pazienti depressi, insensibili ai farmaci. In contemporanea, sono giunti a questo importante traguardo, anche degli studiosi canadesi (Halifax) e americani (New York): “Possiamo dire di essere arrivati per caso a questo risultato – spiega a Libero Angelo Franzini, il neurochirurgo del Besta di Milano che ha effettuato i due interventi – trattando con la cosiddetta ‘stimolazione vagale’ due pazienti affetti da depressione maggiore (ed emicrania) ci siamo accorti che l’intervento non serve a migliorare solo la depressione ma anche il mal di testa cronico. Da qui pensiamo quindi di muoverci per approfondire gli studi, e verificare se questo tipo di terapia può essere ufficialmente predisposto per combattere l’emicrania”. È da sette anni che al Besta di Milano vengono operati pazienti depressi con la ‘stimolazione vagale’. La tecnica è nata in Usa una decina di anni fa. Consiste in un’operazione di circa un’ora. Si pratica una piccola incisione sul collo di circa tre centimetri, all’altezza delle carotidi e si inserisce un minuscolo elettrodo. Si fissa poi sotto la clavicola un generatore elettrico (grande come un orologio) funzionante a batterie, che si collega all’elettrodo con un filo. Dall’elettrodo infine parte l’impulso elettrico che serve a stimolare il nervo vago, direttamente collegato alle aree cerebrali, alla base di malattie come l’emicrania e la depressione maggiore: “Il nervo vago è il decimo delle dodici paia di nervi del cranio che partono dal tronco encefalico – dice Franzini – stimolandolo riusciamo a controllare la depressione e verosimilmente la emicrania. I risultati si iniziano a vedere dopo qualche mese dall’intervento. Dei due che abbiamo portato a termine, il primo è avvenuto un anno fa, l’ultimo, un mese fa. Riferendoci quindi al primo caso possiamo dire che ci sono stati significativi miglioramenti sia per quanto riguarda la depressione (che comunque ci aspettavamo), sia per la emicrania (che invece si sono rivelati una sorpresa)”. La stimolazione del nervo vagale viene utilizzata in medicina per curare la depressione, ma anche certe forme di epilessia che non rispondono bene ai farmaci. Attualmente, con questa tecnica, è stato possibile curare molti pazienti, riducendo le loro crisi del 50 percento. L’operazione non è eccessivamente invasiva e non ha grossi effetti collaterali se non quelli tradizionalmente associati a ogni tipo di intervento chirurgico: “Possono comparire ematomi o infezioni – conclude Franzini – come per ogni altro intervento in sala operatoria. In ogni caso la ‘stimolazione vagale’ è ben tollerata”. Una volta installato il pacemaker rimane nel corpo del paziente per tutta la vita. Ogni quattro anno però è necessario sottoporsi a un piccolo intervento per cambiare le batterie.

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