A caccia di equiseti


A spasso per i campi di Piancada, ho avuto l'opportunità di vedere, in questi giorni, numerosi equiseti. Sono fra i vegetali più antichi, risalenti al Devoniano, circa 350 milioni di anni fa. Sono particolarmente affascinanti, per via di una morfologia assolutamente peculiare, ben differente dalle piante “moderne”. Rispetto alle angiosperme, le piante con fiore, sono molto più primitivi, non hanno organi sessuali distinti e si riproducono tramite le spore, come accade nei muschi e nelle felci, anch'essi noti per la loro ancestralità. La germinazione delle spore, aploidi, porta allo sviluppo di un protallo sessualmente differenziato, maschile o femminile, che può rimanere nel terreno per vari anni. In seguito si originano i gametofiti – maschili o femminili – rispettivamente con anteridi e archegoni. A tal punto il gamete femminile contenuto nell'archegone (l'oosfera), attende la fecondazione da parte di un spermatozoide (o gamete maschile cigliato, prodotto dall'anteride giunto a maturità), per dare vita a un nuovo sporofito; così si giunge al fusto di equiseto che tutti conosciamo con la sua tipica forma allungata e scanalata, da cui dipartono numerose foglie, le microfille. L'equiseto si trova un po' ovunque, fuorché in Antartide e in Australia. Ne esistono una ventina di specie, alcune impiegate anche in ambito medico e industriale.

Il ciclo riproduttivo dell'equiseto

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