Gocce di cellulosa


Seduto al tavolo di un ristorante, Jacques Brandenberger, ingegnere tessile svizzero, sta tranquillamente consumando il suo pasto. A un certo punto ode un tonfo: la bottiglia di vino di un commensale a lui vicino cade, rovesciando il suo contenuto sulla tovaglia che si inzuppa e inizia a gocciolare. Brandenberger riflette: «Se al posto della tovaglia ci fosse un materiale impermeabile in grado di far scivolare via senza problemi il liquido malaccortamente rovesciatosi, si eviterebbero inutili perdite di tempo». È il dubbio che si porta fino a casa, dove decide di mettersi all'opera per ottenere un tessuto con queste specifiche caratteristiche. Parte dai risultati ottenuti da due inglesi verso la fine dell'Ottocento, per i quali la cellulosa trattata con della soda caustica e del solfuro di carbonio si trasforma in materiale solubile, lo xantogenato di cellulosa. Ottiene in un primo momento il cosiddetto rayon, che in futuro verrà chiamato “seta artificiale”. Ma Brandenberger è poco soddisfatto, giudicando il nuovo tessuto troppo rigido e friabile. In compenso scopre che dai suoi fogli è possibile “spellare” una pellicola trasparente, estremamente duttile e maneggevole. A questo nuovo ritrovato dà il nome di cellophane, da “cello”, che richiama il materiale di base, ossia la cellulosa, e dalla parola greca “diaphanis”, che significa trasparente.
Il 14 novembre 1908 Brandenberger sviluppa la prima macchina in grado di produrre gli originali fogli di idrato di cellulosa che battezza col nome “CellophaneTM”. All'inizio, però, è dura. La proposta di Brandenberger, infatti, non gode di molti consensi: la maggior parte degli industriali non la reputa sufficientemente utile e il popolino non ne conosce l'esistenza perché non è supportata da un'adeguata pubblicità. Ma la svolta è dietro l'angolo. L'ingegnere tessile entra, infatti, in contatto con la celebre rivista parigina Illustration che decide di appoggiare a piene mani l'idea del cellophane, descrivendone le qualità e le potenziali ripercussioni in ambito industriale. I risultati si vedono subito. E nel 1913 Brandenberger riesce finalmente a dar vita alla ditta SA Cellophane, a Bezons, piccola località nei pressi di Parigi.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale il nuovo materiale viene prodotto per ottenere maschere a gas, fornendo fogli su misura per proteggere gli occhi da sostanze nocive. Brandenberger riceve varie onorificenze, fra cui la prestigiosa Golden Elliot Cresson Medal. Ma il vero boom giunge negli anni Quaranta, quando la sua utilità si diffonde fra i focolari domestici. Il cellophane diviene, infatti, indispensabile per confezionare alimenti: basta una pellicola di appena sei millesimi di millimetro per isolare i cibi da agenti esterni. Oggi, dunque, l'invenzione di Brandenberger è ancora attualissima e in ulteriore espansione. Con l'industria alimentare, infatti, ne beneficia anche la medicina, per ciò che riguarda l'ottenimento di particolari membrane semimpermeabili, e le aziende che producono nastri adesivi. Dalla sua anche il fatto di essere ben vista dagli ambientalisti, tenuto conto del fatto che, rispetto ad altri prodotti simili come i fogli in polipropilene, è biodegradabile.

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