Scritti corsari: la storia della macchina da scrivere


Una rivoluzione innescatesi a metà dell'Ottocento: la macchina da scrivere. Con essa si ha per la prima volta la possibilità di redarre testi e documenti con facilità e celermente. Ma la sua storia sta per tramontare: pochi mesi fa, infatti, ha chiuso l'ultima azienda che fabbricava macchine da scrivere, sopraffatta dalla crisi e dal definitivo sopravvento dei computer. Ma la la sua evoluzione non è stata vana: ancora oggi, infatti, pc, iPad e telefonini, si avvalgono del cosiddetto schema di scrittura QWERTY, inventato 150 anni fa da un ingegnoso americano 

Fino a un paio di decenni fa, avere una bella calligrafia, era una prerogativa importante. Scrivere con eleganza, precisione e meticolosità, significava poter dar lustro di sé e delle proprie potenzialità professionali e consentire al lettore non solo di leggere agevolmente, ma anche di godere di una forma artistica riconducibile al disegno. Oggi, però, quasi nessuno è più in grado di scrivere con tanta maestria: l'avvento dei computer ha completamente rivoluzionato i criteri di scrittura, relegando biro, penne e pennini a oggetti obsoleti, in grado semmai di farci perdere del tempo prezioso. Con essi anche le macchine da scrivere hanno subito un duro contraccolpo, dopo oltre cento anni di onorata carriera. Il colpo di grazia, un paio di mesi fa, con la chiusura, in India, dell'ultima azienda produttrice di macchine da scrivere. La Godrej and Boyce di Mubai ha, infatti, dichiarato bancarotta dopo anni di crisi, benché i loro prodotti venissero utilizzati negli uffici statali fino a pochi mesi fa. Una svolta epocale, che sancisce definitivamente il passaggio dallo scrivano tradizionalista, Bic od Olivetti dipendente, a quello hi-tech, agile solamente davanti a touch-screen e tastiere digitali. Ma come si è arrivati fin qui? Risale agli inizi dell'Ottocento il primo tentativo di rivoluzionare i sistemi di scrittura, con il pavese Pietro Conti che costruisce il cosiddetto “tachigrafo”. Si basa sull'impiego di leve e tasti, corrispondenti alle varie lettere dell'alfabeto. Lo esibisce con successo presso l'Accademia di Francia, giustificandolo come lo strumento ideale per “far scrivere tutti velocemente”. Viene acquistato in Francia per 600 franchi, aprendo la strada ad altri prodotti simili. Celestino Galli, erudito cuneese, realizza, per esempio, il “potenografo meccanico” o “clavicembalo scrivano”, macchinario rappresentato da tasti posizionati su due cerchi concentrici: con una mano si stampano le vocali, con l'altra le consonanti. Sfonda soprattutto in Inghilterra, dove chiunque ne parla con entusiasmo. “Dotato di un meccanismo molto ingegnoso, permette di scrivere con la stessa rapidità con cui si parla”, racconta una pagina del Times del 27 giugno 1831. Due anni dopo il francese Xavier Progin progetta la prima macchina da scrivere equipaggiata con una tastiera a tutti gli effetti, riconducibile a quelle moderne. La Plume Ktypographique è formata da 66 leve articolate, disposte a circolo, riportanti le varie lettere dell'alfabeto e i segni di punteggiatura; le leve possono anche essere sostituite per consentire la battitura di partiture musicali. L'obiettivo dell'avvocato novarese Giuseppe Ravizza è, invece, realizzare uno strumento che consenta ai ciechi di scrivere. Prende spunto dai lavori compiuti da Pierre Foucault, collaboratore di Louis Braille, che ha da poco ideato il rapigrafo, prodotto meccanico con dieci leve disposte a ventaglio, perfetto per facilitare l'attività di scrittura dei non vedenti. Nasce così nel 1846 il cembalo scrivano, l'antenato di tutte le macchine da scrivere, battezzato in questo modo per la sua somiglianza con la tastiera di un pianoforte. Brevettato nel 1855, è contraddistinto da seicento pezzi di legno, un centinaio in ottone, una rudimentale tastiera orizzontale, un nastro impregnato di inchiostro. Non è maneggevole, ma è molto funzionale e in breve tempo – soprattutto dopo le esposizioni industriali di Novara e Torino del 1856 – si propone come l'oggetto più indicato per cambiare radicalmente le sorti professionali di scrittori, giornalisti, poeti, amministratori, politici. Lo stesso Ravizza battezza sedici nuovi modelli, benché nessuno di essi trovi la strada per la diffusione su larga scala. Ma il destino delle nuove macchine da scrivere è ormai tracciato.


Lo conferma l'esperienza dello statunitense Christopher Latham Sholes che, affiancato dai tipografi Samuel Soulè e Carlos Glidden, brevetta un modello di macchina che ricorda in modo palese la proposta di Ravizza, ma che riesce a far breccia nel mondo industriale. Mentre è del tutto solitaria e isolata l'esperienza del tirolese Peter Mitterhofer, che nel villaggio di Parcines, fin da ragazzino dà sfogo alla sua ingegnosità, per giungere nel 1864 a una macchina da scrivere assolutamente originale, quasi interamente realizzata in legno. Si reca per due volte a Vienna con l'intento di incontrare l'imperatore Francesco Giuseppe I, per chiedere sovvenzionamenti per la sua invenzione; ma l'entourage del leader austriaco non comprende il valore della sua proposta e lo manda a casa a mani vuote. Mitterhofer muore abbandonato da tutti e solo oggi viene riconosciuto il valore del suo lavoro. Le macchine da scrivere assumono i connotati di quelle attuali a partire dal 1873. The type writer è fra i modelli cult di Sholes; presenta una tastiera composta da 45 tasti disposti su quattro file, con leve portacaratteri circolari, carrello ribaltabile a cerniera per poter leggere comodamente ciò che si è appena scritto. L'inventore, originario della Pennsylvania, incontra Philo Remington, industriale newyorkese che decide di appoggiarne l'idea, consentendo di diffondere in tutto il mondo l'avveniristico prodotto. Fra i collaboratori di Remington c'è l'ingegnere George Yost che propone la Caligraph, la prima macchina da scrivere in grado di alternare minuscolo e maiuscolo e dotata della barra spaziatrice. Nel 1908 è l'Italia a entrare nel vivo della storia delle macchine da scrivere con Camillo Olivetti che fonda a Ivrea, nel torinese, una società. Nel 1911 viene messo in commercio il primo modello, denominato M1. Viene pubblicizzato con grande enfasi, coinvolgendo Teodoro Wolf Ferrari, noto pittore veneziano, che l'illustra fra le mani di un serioso Dante Alighieri. L'attenzione è riservata anche al design: «Una macchina da scrivere non deve essere un soprammobile, sovraccarico di elementi decorativi. Deve avere un aspetto sobrio e allo stesso tempo funzionale», rivela lo stesso Olivetti. Rispetto ai vecchi modelli la M1 consente l'inversione automatica del nastro e l'azione di una leva particolare per impedire l'uscita dai margini. Il suo successo è prevedibile e fra il 1911 e il 1920 vengono vendute 6mila M1. Rimane un problema: gli errori. Nonostante l'abilità dei dattilografi è, infatti, facile sbagliare, scambiare una lettera per l'altra, uscire dai bordi, utilizzare il maiuscolo al posto del minuscolo. Ma a questo limite si può ovviare con l'uso del “bianchetto”, che consente di cancellare il refuso e riscrivere correttamente la parola sbagliata. Bisogna, dunque, aspettare qualche decennio prima di ottenere le prime macchine da scrivere con incorporata la cosiddetta “modalità sbianca errori”, stratagemma che permette di risolvere le “sbavature” azionando un semplice tasto. È il 1961 e IBM coglie anche l'occasione per modificare il sistema di battitura tradizionale introducendo l’elemento mobile di scrittura, una pallina di materiale plastico rivestita di metallo, con impresse le lettere; è intercambiabile e consente di scegliere il carattere appropriato al documento che si intende redarre.


Ma perché, nonostante i raffinamenti della tecnica, le lettere delle tastiere restano disposte nello stesso modo? E ancora oggi, con computer, smartphone e cellulari, continuiamo a beneficiare del medesimo sistema di scrittura? La risposta è semplice: perché non si è ancora trovato un modo per poter “battere a macchina” più velocemente. Si chiama QWERTY ed è lo schema di posizionamento dei tasti più gettonato in assoluto. Le lettere che lo rappresentano corrispondono alla prima riga in alto, partendo da sinistra, di una qualunque tastiera con la quale siamo soliti confrontarci: macchina da scrivere, computer, iPad. Risale al 1873 e alle prime geniali intuizioni di Sholes, convinto che le lettere maggiormente usate debbano stare il più lontano possibile fra loro: solo così, infatti, si evitano “pericolosi” incroci fra le dita, che anziché velocizzare la scrittura, la rallenterebbero. Sholes pensa a tutto e sotto la lettera F e la lettera J ci infila un trattino sensibile al tatto, che permette di capire in quale punto della tastiera ci si trova, senza la necessità di vederla. Il brevetto viene venduto alla Remington, che introduce il sistema di scrittura di Sholes senza modificarlo di una virgola, rendendolo noto in tutto il mondo. Le tastiere standard, però, possono non essere del tutto funzionali con i sistemi operativi Windows, con dei limiti per gli accenti delle vocali maiuscole, che possono essere ottenuti solo adottando stratagemmi particolari, come digitare dopo un punto la lettera accentata minuscola, per guadagnarne la maiuscola; mentre con Linux, il problema viene risolto usando la minuscola accentata e cliccando il tasto Claps Lock. Altrettanti problemi possono verificarsi in seguito alla lingua utilizzata dal possessore di una machina da scrivere. Ma anche in questo caso s'è giunti a soluzioni in grado di soddisfare un po' tutti, sviluppando delle piccole modifiche del modello standard. Nelle tastiere tedesche, per esempio, Z e Y vengono invertite, poiché in Germania la Z è molto più utilizzata della Y; inoltre le due lettere, nel linguaggio corrente, si trovano spesso appaiate. Perciò le tastiere tedesche sono state battezzate QWERTZ. Nel corso della storia, però, sono stati tentati anche approcci diversi, per cercare di trovare un'alternativa allo schema QWERTY. La proposta più interessante è di August Dvorak, che nel 1936 inventa la cosiddetta “sistemazione semplificata di Dvorak”. Ancora oggi c'è chi è convinto che questo sistema consenta di scrivere il più veloce possibile, benché scienziati come Stan Liebowitz dell'University of Texas sostengano il contrario; ma una donna di nome Barbara Blackburn è stata inclusa nel Guinness dei primati per essere riuscita a scrivere 150 parole al minuto per cinquanta minuti proprio grazie a una tastiera Dvorak. Si basa sul posizionamento centrale di tutte le lettere più utilizzate; le vocali, per esempio, si trovano una dopo l'altra lungo la seconda linea partendo dalla sinistra della tastiera, mentre le ultime lettere dell'alfabeto, V, W, Z, si posizionano in corrispondenza dell'ultima riga in basso a destra. È una tastiera studiata per la lingua inglese, perciò utilizzandola in Italia si verrebbero a creare dei problemi dovuti al fatto che gran parte delle nostre parole terminano con a, e, i, o, u. 


Ma non tutta la tecnologia che oggi ci permette di scrivere è figlia dell'ingegno di Sholes. Per esempio il mondo dei cellulari e dei touch screen obbedisce a un sistema di scrittura del tutto particolare, chiamato T9, che solo in parte ha a che vedere con lo schema QWERTY: le lettere, infatti, possono anche essere disposte una dopo l'altra, seguendo l'ordine prestabilito alfabeticamente. È un software tarato appositamente per agevolare la scrittura; in questo caso specifico, un predictive text, realizzato da Tegic Communication, assimilabile a iTAP impiegato da Motorola e LetterWise proposto da Eatoni. Il sistema T9 conquista il mercato nel 2005, consentendo ai possessori di telefonini di spedire messaggi, comporre numeri e nomi a gran velocità; la prima azienda a utilizzarlo è la finlandese Benefon. La sua efficacia è garantita da un dizionario integrato che associa determinati clic a potenziali parole; in realtà, in molti casi, il lemma selezionato non è presente nel paroliere virtuale e dunque è necessario digitare una lettera alla volta. Una quarantina le lingue attualmente supportate dal software. Nonostante il suo successo, però, secondo alcuni esperti informatici, la sua esistenza è al capolinea. Ha già fatto il suo ingresso a livello internazionale, infatti, un nuovo sistema per la digitazione veloce, ideale per tastiere virtuali e touch-screen. Battezzato Swype è stato realizzato dagli stessi tecnici del T9. La conferma della sua efficacia è conferita dal fatto che il messaggio più veloce mai spedito da un telefonino - registrato dal Guinness dei primati - è avvenuto proprio con questa forma di scrittura. Usufruisce della cosiddetta logica vettoriale, vale a dire un sistema che consente di far scorrere il dito (o il pennino sul display) da una lettera all'altra, così da comporre la parola desiderata, senza mai spostarsi dalla tastiera; in caso di errore, come in T9, interviene il dizionario digitale per le correzioni. Altrettanto efficace BlindType, sistema di scrittura in grado di eliminare quasi del tutto il rischio di commettere errori mentre si digitano parole e locuzioni. Anche qui è “l'anima” del software a indovinare le intenzioni dell'utente, grazie alle impostazioni dettate da una sequenza algoritmica. «Sappiamo che la digitazione sui dispositivi mobile può essere un'esperienza frustrante», dicono gli inventori di BlindType, «ed è per questo che abbiamo lavorato sodo per rendere la scrittura su touch più facile e veloce che mai, cioè come dovrebbe essere».

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