Lo sbadiglio ci prepara all'azione

Paris Hilton sbadiglia in tv
Fino a oggi si credeva che lo sbadiglio servisse semplicemente a ossigenare il cervello e quindi a comunicare all’organismo che è ora di andare a dormire: il primo ad avanzare una simile ipotesi fu Ippocrate nel 390 a.C. Ma ora una nuova teoria formulata da studiosi americani della Drexel University di Philadelphia afferma sostanzialmente il contrario, ovvero che esso serve soprattutto a preparare l’organismo all’azione. In particolare gli esperti ritengono lo sbadiglio un aspetto della fisiologia umana che abbiamo ereditato dalle prime forme di ominidi, nelle quali serviva ad avvertire che era giunto il momento di mettersi in moto per andare a caccia. Gli studiosi statunitensi hanno osservato che anche nell’uomo moderno lo sbadiglio anticipa determinate circostanze in cui ci si prepara all’azione: il riferimento è per esempio ad atleti, direttori di orchestra, e paracadutisti che prima di affrontare i rispettivi impegni sbadigliano. Secondo i ricercatori con lo sbadiglio si introducono maggiori quantità di ossigeno nei polmoni, e questo fa sì che si abbia un miglioramento complessivo della circolazione sanguigna. Un’altra conseguenza utile dello sbadiglio è quella di favorire l’apertura delle tube di Eustachio per bilanciare la pressione nell’orecchio medio. Inoltre lo sbadiglio serve a potenziare i riflessi. Una serie di esperimenti effettuati sui simulatori di guida ha dimostrato che sbadigliando il rischio di andare incontro a un incidente stradale diminuisce enormemente. E negli animali, lo sbadiglio ha lo stesso significato che ha nell’uomo? Secondo gli scienziati, nel regno animale, dove tutte le specie sbadigliano, soprattutto se appartenenti alla classe dei mammiferi, esso consente di mantenere puliti i denti, di sgranchire i muscoli delle mascelle e nello stesso tempo di comunicare; nei gatti, per esempio sembra essere una richiesta di protezione e rassicurazione mentre nei cani indica eccitazione e impazienza; nel mondo degli struzzi invece lo sbadiglio viene utilizzato dall’esemplare di rango più elevato per comunicare agli altri membri l’assenza di pericolo. Da un punto di vista chimico lo sbadiglio è determinato da alcune sostanze prodotte dall’ipotalamo, ossia la dopamina e la serotonina. A confermare un simile dato è il fatto che chi fa uso di antidepressivi, a base di serotonina, sbadiglia moltissimo, mentre le persone ammalate di Parkinson, che presentano una mancanza di dopamina, lo fanno di rado. Ma è vero che lo sbadiglio è contagioso? In questo caso la risposta è affermativa. Tant’è che statisticamente il 55% delle persone che vede sbadigliare un simile è destinato a ripetere il gesto nell’arco di cinque minuti. Secondo i ricercatori lo sbadiglio diventa contagioso tra il primo e il secondo anno di vita. Per la contagiosità, sono state proposte numerose teorie. Tra le più accreditate c’è quella secondo cui lo sbadiglio è un segnale paralinguistico, vale a dire complementare del linguaggio convenzionalmente parlato. Secondo questa teoria lo sbadiglio fornirebbe informazioni a proposito dello stato di noia o di sonnolenza in cui un individuo si trova, e la sua contagiosità servirebbe a sincronizzare i ritmi di attività del gruppo sociale di appartenenza. Steven Platek, psicologo della Drexel University di Philadelphia in Pennsylvania, ha in particolare reclutato un gruppo di persone e l'ha sottoposto alla visione di video che trasmettevano persone nell’atto di sbadigliare. Nel giro di poco tempo dal 40 al 60% degli spettatori non resistono e cominciano a sbadigliare a loro volta. Secondo lo scienziato coloro che sono immuni al contagio e non sbadigliano come gli altri sono individui con scarsa capacità di mettersi nei panni altrui, soggetti con uno scarso sviluppo empatico. Ronald Baenninger, esperto ed autore di ricerche sugli sbadigli alla Temple University di Philadelphia, sostiene che i risultati della ricerca trovano una spiegazione dal punto di vista evolutivo. Egli ritiene che lo sbadiglio contagioso può aver aiutato i nostri antenati a coordinare i periodi di attività e di riposo. “È importante che tutti i membri di un gruppo siano pronti a fare la stessa cosa contemporaneamente”, rivela lo scienziato.

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