La montagna di fuoco


Una nube di cenere e lapilli alta quattro chilometri come non se ne vedevano da decenni. E una lunga colata di fango nel letto semiprosciugato del fiume Gendol. Un'eruzione simile a quella che contraddistinse Pompei ed Ercolano duemila anni fa. È il 26 ottobre 2010, quando gli abitanti di Argomulyo, in Indonesia, a circa diciotto chilometri dal cratere Merapi, si ritrovano circondati da colate di materiale piroclastico, dette lahar. Alcune case crollano su se stesse. Per fortuna il giorno prima un'evacuazione generale ha consentito di proteggere più di 100mila persone, ospitate in rifugi temporanei. Qualche anziano del posto ricorda ancora l'evento del 1930 che costò la vita a 1.300 persone. Sanno bene che il vulcano Merapi è contraddistinto da un magmatismo di tipo “esplosivo”, caratterizzato da eruzioni violente e improvvise, pressoché impossibili da gestire. Il Merapi, battezzato dagli indigeni “la montagna di fuoco”, sorge in un punto della crosta terrestre estremamente sensibile, in corrispondenza dell'incontro fra la placca euroasiatica e quella australiana. In questo punto del globo si ha un processo di subduzione attraverso il quale la crosta terrestre viene in pratica “riciclata”: la zolla più densa scorre sotto quella più densa creando i presupposti per lo sviluppo di processi magmatici e sismici di notevole intensità. «Il Merapi è uno dei tanti vulcani che costituiscono la cosiddetta “cintura di fuoco”», ci racconta Piergiorgio Scarlato, responsabile del laboratorio di geofisica sperimentale dell'Istituto Nazionale geologia Vulcanologia (INGV) «una striscia di terra lunga migliaia di chilometri con 140 vulcani attivi. In media, ogni anno, in quest'area geografica si hanno da quattro a sei eruzioni. Gli abitanti del luogo convivono da sempre col pericolo di vedere le proprie case soccombere alla furia dei “giganti di fuoco”». In particolare, Il Merapi, è uno dei vulcani più attivi del mondo. Dal 1548 a oggi ha eruttato 68 volte: in media un'eruzione dura da uno a cinque anni, provocando parziali collassi del cratere centrale, con lo sviluppo di pericolosi flussi piroclastici e gas che possono avanzare per chilometri e chilometri fino a 110 chilometri all'ora. Dal 1992 al 2002 si sono avute parecchie eruzioni con numerose vittime: 43 solo durante l'evento del 1994. Secondo gli esperti dell'International Association of Volcanology and Chemistry of the Earth's Interior (IAVCEI) è molto utile studiare la realtà dei vulcani indonesiani, perché presentano caratteristiche per molti aspetti comparabili a quelli italiani: «Ci sono strette similitudini fra il vulcanismo indonesiano e quello italiano», continua Scarlato, «certamente in Italia non abbiamo tanti vulcani come in Indonesia, tuttavia anche da noi, l'area geografica compresa fra il Vesuvio, i Campi Flegrei, e i Colli Albani, è suscettibile a questo tipo di magmatismo». In Italia il fenomeno è provocato dall'arretramento della placca africana, che scivola sotto quella tirrenica di circa un millimetro all'anno, coinvolgendo i primi chilometri di crosta terrestre. Si ha anche qui, in pratica, un processo di subduzione, analogo a quello che si sta verificando in Indonesia.

I vulcani indonesiani

Ma qual è il meccanismo che provoca un'eruzione di tipo esplosivo al Merapi? «L’edificio vulcanico del Merapi si è formato in una zona interessata dalla presenza di successioni di carbonati», spiega Scarlato. «Nei lavori che stiamo conducendo abbiamo dimostrato che quando un magma viene a contatto con una roccia carbonatica vengono rilasciate quantità considerevoli di diossido di carbonio e soprattutto in tempi molto più brevi rispetto a quelli ritenuti fino a oggi. Durante la risalita verso la superficie il magma incontra le rocce carbonatiche, con le quali reagisce assimilandole. Questo processo avviene in tempi dell’ordine delle poche decine di secondi ed è accompagnato dalla crescita altrettanto veloce di bolle di CO2. Nel caso dell’ultima eruzione, l’arrivo improvviso di nuovo magma o un terremoto potrebbero aver accresciuto la pressione del diossido di carbonio nel sistema, causando l’inasprimento dell’attività esplosiva con il passare delle ore». Con ciò è lecito preoccuparsi non solo dei rischi imminenti legati ai flussi piroclastici, ma anche delle quantità abnormi di anidride carbonica che vengono liberate, andandosi a sommare a quelle di origine antropica. «Il pericolo dell’incremento della concentrazione di diossido di carbonio nell'aria, associato alle eruzioni vulcaniche, è assolutamente reale», ammette Scarlato, «soprattutto in aree densamente popolate come l'Indonesia: solo la città di Yogyakarta conta 3,5 milioni di abitanti. La prova ci è fornita da studi sperimentali, ma anche da calcoli effettivi compiuti in zone vulcaniche». Il legame fra effetto serra e vulcanologia è confermato anche da numerosi altri studi. Alcune stime effettuate dagli esperti dell'US Geological Survey rivelano che ogni anno l'attività vulcanica provoca nel mondo la liberazione di 130-230 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Calcoli di questo tipo sono stati fatti anche in occasione dell'eccezionale eruzione vulcanica dell'Eyjafjallajokull, avvenuta la scorsa primavera in Islanda, che ha mandato in tilt la circolazione aerea di mezzo mondo. In quell'occasione il vulcano avrebbe emesso giornalmente 15mila tonnellate di biossido di carbonio.

In fuga dall'eruzione

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