CASI UMANI


Denisova, cuore degli Altai, Siberia meridionale, 40mila anni fa. Con l'arrivo dell'estate la morsa del gelo s'è un po' allentata e gli animali hanno ripreso a vagabondare senza sosta. Un uomo barbuto trascina un rinoceronte lanoso esanime verso la grotta in cui abita, con l'intenzione di sfamare l'intero clan. È un piccolo esemplare. L'ha catturato da solo, servendosi di una lancia acuminata. All'improvviso, però, vede avvicinarsi due e uomini ancora più barbuti di lui, che lo minacciano aizzando al cielo dei bastoni. Il cacciatore non ha scelta: deve abbandonare la preda e darsela a gambe. Ma i nuovi possessori della carcassa cantano vittoria troppo presto. Da una piccola altura, infatti, spuntano quattro individui snelli, con la pelle chiara, impugnano delle armi che non hanno mai visto e recitano frasi incomprensibili. Anch'essi non hanno scampo. E sono costretti a fuggire. E così, gli ultimi arrivati, facendosi beffa degli sfidanti, si ritrovano fra le mani un bel po' di carne per sfamare se stessi e i propri famigliari. È una messinscena per raccontare un episodio che potrebbe benissimo essersi verificato nel tarantiano, l'ultima fase del Pleistocene fra ominini appartenenti a tre specie diverse: Homo di Denisova, Homo neardenthalis, Homo sapiens. Stando, infatti, alle ultime ricostruzioni compiute dagli antropologi la solitudine della nostra specie è solo una minuscola parentesi della storia: in tutte le altre epoche con noi sono vissute altre specie di ominini e ominidi, con le quali siamo entrati in competizione, ma con le quali ci siamo anche riprodotti. Ciò implica un rimescolamento delle carte non solo dal punto di vista antropologico e genetico, ma anche sociale e filosofico. Da questo nuovo punto di vista, infatti, il semplice concetto di razza perde completamente di significato, così come le nostre attitudini antropocentriche. Gli scienziati e i filosofi evoluzionisti sono fin troppo chiari sull'argomento: oggi rappresentiamo la specie di maggiore impatto sul pianeta, tuttavia la nostra esistenza è frutto di un processo del tutto fortuito e casuale o, meglio ancora, come asserirebbe l'antropologo Giorgio Manzi, “circostanziale”; sarebbe bastato un semplicissimo cambiamento a livello climatico a sballare completamente le sorti dell'umanità, sfavorendo il nostro progredire a vantaggio di una specie simile alla nostra, condannata, invece, all'estinzione. «Ci sono stati molti modi di essere umani, fino a una manciata di millenni fa», racconta Telmo Pievani, sul suo ultimo libro intitolato La vita inaspettata. «Ciò che oggi sembra normale e fuori discussione, essere l'unica specie umana sulla Terra, potrebbe in realtà rappresentare un'eccezione recente». 

Distanze genetiche fra i Denisova e altri gruppo etnici (da Nature)

Chi ha fantasia può, dunque, destreggiarsi azzardando le ipotesi più inverosimili relative al popolamento odierno della Terra che ci sarebbe potuto essere se l'Homo sapiens avesse lasciato il campo libero, per esempio, agli uomini di Neanderthal o all'Homo erectus, o se questi ultimi si fossero fatti da parte favorendo il successo del minuscolo e misterioso Homo floresiensis: oggi sarebbe coerente aspettarsi specie incredibili, con un'intelligenza magari più sviluppata della nostra, e caratteristiche fisiche per noi impensabili. Ma potrebbero anche esserci delle forme umane molto meno evolute di noi, incapaci anche solo di sfiorare la “civilitas” che ci contraddistingue. Le cose, invece, hanno seguito l'iter evolutivo che sappiamo, conferendo la precedenza alla nostra specie e portando, dunque, l'Homo sapiens ad avere il sopravvento su tutti gli altri ominini. Ma come si è arrivati al trionfo dell'uomo moderno? Per tappe, proprio come accade in una staffetta olimpionica. La prima, in Africa, con la formazione della Great Rift Valley e il diradamento delle foreste, e la separazione del nostro ramo evolutivo da quello delle scimmie. La prima prova di ciò prende il nome di Ardipithecus kadabba. I suoi resti, individuati nel 2001 dagli esperti della California University of Berkeley, attestano una vita ancora arboricola, ma con tracce facilmente assimilabili a forme viventi a loro agio anche fra arbusti e sterpaglie: risalgono a più di cinque milioni di anni fa. Poco dopo compare l'Ardipithecus ramidus, da alcuni studiosi giudicato addirittura il capostipite del genere. Vive intorno ai 4,4 milioni di anni fa ed è contrassegnato da caratteri fortemente scimmieschi, ma anche dall'andatura bipeda. Evolvendosi dà vita all'Australopithecus anamensis, fra i 4,2 e i 3,9 milioni di anni fa, il papà di tutte le forme australopitecine. Gli Australopithecus rappresentano, dunque, la prima grande famiglia “umana”, con numerose specie che si succedono nel tempo, convivono, si sfidano e inconsapevolmente gareggiano per assicurare i natali “circostanziali” al primo Homo: l'Australopithecus afarensis abita l'Africa fra i 3,9 e i 3 milioni di anni fa; il bahrelghazali fra i 3,5 e i 3 milioni di anni fa; l'africanus fra i 3,5 e i 2,3 milioni di anni fa; il garhi 2,5 milioni di anni fa. 

L'albero genealogico umano, prima delle scoperta del Denisova

Ma non sono i soli a “litigare” per contribuire all'affermazione dell'ominino più intelligente. Con essi ci sono anche rami evolutivi considerati ciechi, perché, di fatto, non portano da nessuna parte: Paranthropus boisei, robustus e ahetiopicus, un tempo ascrivibili alle forme australopitecine, convivono con molti altri ominini prima di estinguersi senza lasciare traccia. Nel frattempo, però, è spuntato il primo Homo habilis, un ominino diverso da tutti gli altri, capace di fabbricare utensili con grande maestria e con una struttura cerebrale mai vista finora, che gli consente di ragionare in modo più efficace e veloce rispetto ad altre specie simili. È questa la seconda fatidica tappa del cammino umano, con la definitiva trasformazione della foresta in savana. I parantropi, per via delle “circostanze” climatiche, escono di scena, e lasciano il campo libero all'Homo habilis e ai suoi discendenti, anch'essi, spesso, contemporanei e in competizione fra loro: Homo antecessor, cepranensis, erectus, ergaster, georgicus, neanderthalensis, rhodosiensis, rudolfensis e sapiens. C'è, infine, una terza tappa clou che predispone all'affermazione dell'uomo moderno. È quella concernente una serie di fasi climatiche caldo-umide che avrebbero provocato flussi migratori periodici dall'Africa orientale all'Eurasia, determinando la genesi di nuove forme umane, fra cui neandertaliani e cromagnonoidi. «È nelle oscillazioni climatiche del Pleistocene – con periodi glaciali e interglaciali, innalzamenti e abbassamenti dei livelli dei mari, andirivieni di barriere geografiche – che si svolgeranno tutte le vicende di rilievo del nostro genere», precisa Pievani. Ma in una breve parentesi della terza tappa, inaspettatamente, anche l'uomo moderno rischia seriamente di sparire dalla faccia della terra, vittima di un evento geologico che sfavorisce il suo progredire. Si ha, infatti, il cosiddetto “inverno vulcanico”, provocato dall'eruzione del Toba, sull'isola di Sumatra. Il processo magmatico scaglia in aria un volume di 3mila chilometri cubici di roccia, 800 dei quali sotto forma di cenere che si deposita su gran parte dell'Asia, con spessori fra i 15 centimetri e i nove metri. Con esso si ha un brusco calo delle temperature di circa 3-5 gradi, con picchi di 15 gradi in Groenlandia. Si ha una riduzione del 90% dell'irraggiamento solare, le piante rallentano i processi fotosintetici e l'aria, in alcune zone, diviene irrespirabile. Si verifica quello che gli antropologi definiscono “collo di bottiglia”. È un fenomeno tale per cui una certa popolazione, in questo caso quella umana, risulta composta da un numero così esiguo di individui, da rischiare di andare incontro all'estinzione. Si parla della sopravvivenza di 70mila persone, ma c'è chi arriva a ipotizzare che non fossero più di 20mila gli umani sopravvissuti al disastro vulcanico. 

Resti denisoviani

Con ciò è presumibile supporre che i sette miliardi di persone che oggi abitano la Terra, siano i discendenti di questo sparuto numero di Homo sapiens che per circostanze fortuite è riuscito a colonizzare l'intero pianeta: «Gli esseri umani del ventunesimo secolo presentano una variazione genetica ridotta e proporzionalmente più bassa mano a mano che ci si allontano geograficamente dal continente africano», spiega Pievani, «un dato compatibile con la discendenza della popolazione umana da un piccolo gruppo iniziale che è cresciuto irradiando di volta in volta nuovi “gruppi fondatori” che hanno colonizzato prima il Vecchio Mondo e poi anche l'Australia e le Americhe». Sicché, appena 40mila anni fa – un'inezia in termini evoluzionistici – convivevano almeno cinque specie diverse di ominini, una situazione che oggi pare inverosimile, ma che nel corso dei millenni ha rappresentato la norma. «Il quadro di ciò che circolava in forma umana nel tardo Pleistocene», dice l'antropologo Svante Paabo su The Guardian, «diventa molto più complesso e interessante». Insieme all'Homo sapiens sapiens viveva infatti l'Homo di Neanderthal, l'Homo di Denisova, l'Homo floriesiensis, e addirittura qualche esemplare di Homo erectus soloensis relegato all'isola di Giava. Dell'Homo di Neanderthal e del Denisova portiamo ancora le tracce nei nostri DNA, dovute a ancestrali accoppiamenti che potrebbero essere avvenuti in prossimità dei Monti Altai, in Siberia. Qui, infatti, sono state trovate le prove di convivenza fra le tre specie di ominini. Peter Parham della Stanford University ha, in particolare, lavorato su un gruppo specifico di geni chiamato HLA classe, componente fondamentale del nostro sistema immunitario, che ci aiuta a contrastare le malattie. Gli studiosi hanno dapprima verificato la presenza del gruppo di geni HLA nei genomi di neandertaliani e denisoviani e in seguito, una variante, anche fra le persone che abitano alcune regioni dell'Asia occidentale. Ciò non è accaduto negli europei perché l'ibridazione fra questi nostri progenitori sarebbero avvenute fra i 20mila e i 40mila anni fa, dopo la divergenza evolutiva instauratesi fra asiatici ed abitanti del vecchio Mondo. È, in ogni caso, la prova tangibile di accoppiamenti arcaici fra denisoviani e sapiens. Studi analoghi hanno, invece, confermato che le popolazioni euroasiatiche possiedono fino al 4% del DNA dei Neanderthal. Alla luce di ciò appare chiaro che il concetto di specie e unicità biologica, è una prerogativa che non ha senso di esistere, non essendo relazionabile stabilmente ai processi naturali. Ci aiuta a sfatare questo paradigma il fatto che il 99% delle specie esistite nella storia naturale si sono già estinte e non torneranno mai più. Dovremmo, dunque, cambiare il modo di pensare e di vedere le cose partendo proprio da questo presupposto: «Noi, del resto, abbiamo bisogno della natura e dei servizi ecosistemici per sopravvivere, anche se spesso ce lo dimentichiamo», chiude Pievani, «mentre per la natura l'esistenza di un bipede che guarda la televisione è francamente superflua». 

I tre contemporanei esuroasiatici

VIDEO DEL MAX PLANCK: Il misterioso ominide di Denisova

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