Come funziona la "tettonica a zolle" degli Appennini

Subduzione è il termine scientifico col quale si indica lo scivolamento di una placca tettonica sotto l’altra. Il fenomeno sta coinvolgendo gran parte del territorio italiano fra cui l’Aquila e le tante altre località dell’Italia centrale interessate dal grave evento sismico di ieri notte. In questo punto della Penisola una propaggine della placca adriatica sta infatti scivolando (di pochi millimetri l’anno) sotto la placca europea, causando uno squilibrio fra le forze geologiche che ha consentito a ovest degli Appennini (Lazio, Abruzzo, Toscana, Umbria) la distensione della crosta terrestre e l’apertura del Mar Tirreno, e ad oriente (Marche, Romagna), il progressivo innalzamento della catena montuosa dell’Italia centrale. Gli scienziati conoscono molto bene questa zona, ricca di faglie, e non nuova a fenomeni sismici di grossa entità. “Da tempo i geologi seguono le vicende tettoniche di quest’area geografica – spiega Giorgio Pennacchioni, docente di geologia strutturale dell’Università di Padova -. Alcune aree sono zone di gap sismico, dove, da troppo tempo, non avviene alcun terremoto. Ciò significa che si sta accumulando energia nel sottosuolo pronta a essere rilasciata, come è infatti accaduto ieri notte”. In realtà solo una piccola parte dell’energia accumulata sottoterra per via di processi geodinamici legati alle faglie (fratture delle rocce), origina il sisma in superficie, responsabile dei danni alle case e alle infrastrutture. La gran parte di essa, invece (quasi il 90%), si trasforma in calore: “Durante il terremoto gran parte di questa energia sottoforma di calore viene dissipata in prossimità della faglia – puntualizza Giulio Di Toro, dell’Università di Padova, specializzato nella meccanica dei terremoti -. E solo le onde elastiche raggiungono la superficie”. I ricercatori dicono che la geologia italiana è assai complicata e che è molto difficile spiegare per sommi capi le dinamiche riguardanti il movimento delle rocce che abbiamo sotto i piedi. Secondo i geologi comunque – lungo la catena appenninica - ci sono due tipi di terremoti: quelli distensivi e quelli compressivi. I primi possono essere ricondotti al sisma delle 3.32 di notte del 6 aprile che ha colpito L’Aquila e il suo circondario; il secondo, al terremoto di Forlì delle 22.20 del 5 aprile. I primi sono quelli più pericolosi perché caratterizzati da un ipocentro più superficiale: l’altra notte l’ipocentro del terremoto dell’Aquila è stato calcolato a circa 8 chilometri di profondità. I secondi lo sono invece di meno perché caratterizzati da un ipocentro molto più profondo, tipo quello di Forlì, misurato a 28 chilometri di profondità. “I terremoti di tipo distensivo riguardano quella parte di Italia compresa fra l’asse della catena appenninica e il Tirreno – conclude Di Toro -. Sono terremoti spesso violenti come questo dell’Aquila, ma anche quelli della sequenza che fra il 1996 e il 1997 causò enormi danni in Umbria. In entrambi i casi si sono avuti ipocentri relativamente superficiali”.

(Pubblicato su Libero il 7 aprile 09)

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