Boom di meduse nei mari italiani. Colpa dell'effetto serra

Caravella portoghese spiaggiata
In questi giorni non si fa che parlare del grande caldo che sta attanagliando l'Italia, ma che, comunque, nelle prossime ore dovrebbe rientrare. Ieri Repubblica in prima pagina incoronava (con poco entusiasmo) il 2010 come l'anno più caldo della storia. Pochi giorni fa i tecnici dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) - dopo aver tradotto i dati del satellite Envisat - dicevano che i gas serra rilasciati nell'atmosfera stanno aumentando costantemente: dal 2003 al 2009, la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera, è passata da circa 373 ppm a 386 ppm. Cosa sta succedendo? Domanda retorica, lo sanno anche i bambini: l'effetto serra continua imperterrito per la sua strada (alla faccia del protocollo di Kyoto) e avanti di questo passo il clima globale subirà un grande cambiamento, tale da compromettere gli ecosistemi e rivoluzionare l'alternarsi delle stagioni. In realtà tutto ciò sta già succedendo e molti fenomeni "insoliti" li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Uno dei più evidenti riguarda le meduse, animali marini che negli ultimi anni sono sensibilmente aumentati in tutto il Mediterraneo. Sotto accusa la tropicalizzazione dei mari e la sovra pesca. Col caldo le meduse dell'oceano Indiano - attraverso il Mar Rosso - giungono alle nostre latitudini; analoga la situazione delle meduse provenienti dall'Atlantico. La sovra pesca invece priva i nostri mari di pesci e libera nicchie ecologiche che le meduse - da valide predatrici - occupano con grande facilità. Tutti conosciamo le meduse e sappiamo della loro pericolosità: questi animali possono, infatti, provocare gravi ustioni e avvelenamenti. In Liguria e Toscana continuano gli avvistamenti di colonie di Velella e Pelagia. La prima detta anche "By the Wind Sailor", o "Barchetta di San Pietro", è una specie planctonica appartenente al phylum Cnidaria, caratterizzata da uno scheletro cartilagineo galleggiante a forma di disco oblungo; di solito non supera i 4 centimetri, ma ci possono anche essere esemplari lunghi fino a 7 centimetri. La Pelagia - detta comunemente "medusa luminosa" - è stata citata nelle cronache del 1992, 2003, 2005, per la sua abbondanza nei nostri mari. È riconoscibile per via di un ombrello marrone-rosato di circa 10 centimetri di diametro, composto da 16 lobi, da cui partono 8 lunghi tentacoli retrattili che possono provocare dolorose irritazioni. Al largo della Laguna di Orbetello abbondano gli esemplari di Mnemiopsis leidyi, ctenoforo dalla forma globosa, consistenza gelatinosa, originario delle coste atlantiche del continente americano: negli anni Ottanta arrivò nel Mar Nero per sbaglio, e da lì s'è diffusa un po’ ovunque. La sua prerogativa è quella di sapersi adattare a tutti gli ambienti, sopportando qualunque tipo di salinità e temperature da 4 a 32°C. È nociva per i pesci, ma non per l'uomo. Nell'Adriatico hanno fatto, invece, la loro comparsa le Aurelia. Una delle più note è la "medusa quadrifoglio". È facilmente riconoscibile dalla forma perfettamente sferica del suo ombrello, di un bianco diafano e trasparente. Possiede dei corti e sottili urticanti. Infine, dallo stretto di Gibilterra, è giunta nel Mediterraneo anche la Caravella portoghese, un sifonoforo della famiglia Physalidae. È rappresentata da una sacca lunga circa 15 centimetri, cui sono attaccati dei tentacoli lunghi fino a 30 metri e fortemente urticanti. Esemplari di questi animali sono stati avvistati anche nelle acqua al largo della Sicilia e della Sardegna.

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