Non lavorano, non studiano, non si formano. Sono i "Neet", la nuova casta di nullafacenti


Non studiano e non lavorano. In pratica non fanno nulla. È la nuova generazione di giovani e giovanissimi che si sta facendo sempre più "strada" nella società. Sono individui che esasperati dalla caccia al lavoro (che non c'è) e dalla rincorsa a un titolo di studio (che poi non servirà niente) si mettono l'anima in pace e decidono di passare - senza troppi crucci - la giornata sul divano, al bar, davanti al pc navigando su internet, in attesa di tempi migliori. Secondo le statistiche solo in Italia ce ne sono almeno due milioni: dal 1983 sono cresciuti del 28,9%. Il riferimento è, dunque, a under trenta, perlopiù maschi, fra i 15 e i 29 anni, rappresentanti del cosiddetto Neet, Not Education, Employment, Training (non lavorano, non studiano, non si formano), da non confondere con i "bamboccioni" tradizionali, che evitano qualunque spreco di energia "per inerzia" e apatia. Se n'è iniziato a parlare nel Regno Unito. Ora il fenomeno contraddistingue anche Giappone, Cina, Corea del Sud e Italia, dove, a quanto pare, sono molti i giovani che sembrano gradire "il dolce far niente", pur consapevoli di andare incontro a una vita di rinunce e privazioni. Nel Belpaese i Neet battono nazioni come Bulgaria e Romania. L'allarme è stato lanciato anche dalla Confederazione europea delle associazioni giovanili. Secondo gli esperti "il credit crunch rischia di trasformarsi in uno youth crunch, ossia in una vera e propria morsa 'stritola-giovani'". Naturalmente i Neet non si sognano nemmeno la famiglia - come farebbero a mantenerla? - e continuano quindi a vivere con mamma e papà, passando da una storia sentimentale all'altra, senza mai spiccare il volo verso la maturità. Un rapporto Istat dice che nel 1983 la quota dei 18-34enni celibi e nubili era del 49%; nel 2000 si è arrivati a quota 60,2%. Il 30% dei 30-34enni vive ancora in famiglia, cifra tre volte più grande di quella registrata quasi trent'anni fa. Molti decidono di non fare niente anche perché non riescono a fare ciò che vogliono. Ci sono persone con due lauree con davanti una sola prospettiva: il magazziniere. Quindi lasciano perdere e il loro lavoro viene proposto agli extracomunitari che accettano senza farsi tanti problemi. "La proletarizzazione moderna ormai non ha più le regole del passato", si legge sull'interessante blog lacrisi2009.it, "non solo per ceto, per livelli di istruzione, ma anche per degli strani e capricciosi livelli di fortuna". In pratica, chi è sprovvisto di 'santi raccomandatari', non va lontano anche se è un genio. Si ribellano perciò i diretti interessati. In Rete si leggono le lamentele di chi viene bollato come Neet. "Certo non lavoriamo e non paghiamo i contributi", si legge su globalproject.info, "ma qualcuno si è chiesto il perché?". Il riferimento è a situazioni ritenute (neet-tamente) paradossali: come i lavori da cameriere a 5 euro l'ora, contratti da due settimane in un call center, poi tutti a casa, o sussidi di disoccupazione che funzionano solo quando vogliono loro. In ogni caso è la stessa Italia a non fornire le condizioni idonee per il successo di un giovane. Essere giovani in Italia - laureati e no - è un grande svantaggio. Da noi i laureati raggiungono quando va bene l'80% del guadagno della media di tutti i laureati in ambito Ocse. In Francia e in Germania arrivano al 90, negli USA al 93. In questo momento in Italia quasi un giovane su tre è senza lavoro. A maggio il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni è arrivato a toccare il 29,2%, il livello più alto dal 2004, da quando esistono le relative serie storiche dell'Istituto di statistica.

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