Agli albori del genere umano: viaggio fra le più antiche popolazioni della Terra

Vivono come i nostri antenati migliaia di anni fa e non hanno alcun contatto con l’uomo moderno. Tradizioni antiche, religioni dimenticate, lingue che affondano le loro radici agli albori del genere umano... Stiamo parlando delle 13 etnie maggiormente a rischio di estinzione di cui si è occupata la rivista Geo. Il lungo viaggio tra queste popolazioni ancestrali - che nel giro di qualche generazione potrebbero far perdere per sempre le loro tracce - parte dai kamayura. Sono amerindi e vivono nella foresta amazzonica, in Brasile, lungo il corso del fiume Xingu, in caratteristiche abitazioni collettive ellissoidali dette “malocas”. Loro peculiarità è quella di essere ossessionati dalla cura del corpo. Per questo si sottopongono a frequenti salassi e a lunghi rituali concernenti l’abbellimento della propria figura con orecchini, piume, pitture corporee. Gli yali abitano le regioni più remote della Oceania. Dalle loro parti ci sono anche i kwaio e i dani. I primi sono cannibali. Per essi mangiare il cuore o il cervello di un nemico è un modo per acquisirne la forza e il potere. L’antropofagia viene ufficialmente vietata nel 1970, ma per questo popolo, di cui è stata resa nota l’esistenza per la prima volta nel 1937, la legge dell’uomo civile non conta. 30mila gli individui rimasti, divisi in vari villaggi tra i 700 e 2mila metri di altezza. I secondi credono che il mondo sia dominato dagli “adalo”, spiriti invisibili nascosti nel vento. Gli spiriti sono spesso assimilabili ad antenati scomparsi che talvolta, per dimostrare la loro ira, funestano il mondo dei vivi con malattie, disgrazie e carestie. Uomo e donna vivono separatamente: diverse le stoviglie delle quali si servono per nutrirsi e i letti in cui si dorme. I dani sono anche detti “il popolo delle vedove con le dita mozzate”. Fra le donne vige l’usanza di tagliarsi un dito ogni volta che muore un parente stretto. Numerose, quindi, per persone anziane con mani fortemente mutilate. Il fenomeno riguarda anche le giovanissime. I dani girano per le foreste vergini della Nuova Guinea completamente nudi. Solo il maschio è protetto nelle intimità da un astuccio penico, una zucchina essiccata fissata alla vita da una cordicella. Si passa poi al Continente Nero dove troviamo i san, detti anche boscimani, gli okiek e i più noti pigmei. I boscimani abitano le regioni più a sud dell’Africa. Vivono di raccolta e caccia. Cinque i dialetti che li contraddistinguono. Una lingua fatta di “schiocchi”, rebus anche per gli antropologi più esperti. Gli okiek del Kenya settentrionale sono già quasi del tutto scomparsi. Piccoli, la pelle grinzosa, il volto prognato, sono stati soprannominati dai masai “ndorobo” che vuol dire poveracci. Per campare coltivano sorgo e qualche cucurbitacea. Saltuariamente allevano capi di bestiame. I pigmei si procurano il cibo con arco e frecce e vivono praticamente in simbiosi con la foresta. Rigogliosa la vegetazione intorno ai loro accampamenti trattiene facilmente l’umidità che da queste parti (siamo nel cuore del Continente Nero, tra il Congo e l’Uganda) raggiunge quotidianamente il 99%. Proverbiale la loro altezza media: 130, massimo 140 centimetri. In Asia infine troviamo tutte le altre etnie destinate a scomparire, fagocitate dal progresso e dallo sfruttamento del territorio. Gli ainu del Giappone, contraddistinti da un idioma con un vocabolario assai povero e privo di verbi. Le donne in passato si tatuavano dei grossi baffi sulla faccia per tenere lontani gli spasimanti più cocciuti. I chukchi delle regioni perdute in prossimità dello Stretto di Bering, che danno la caccia alle balene e non sanno contare oltre al numero venti. Poliandria e poligamia sono all’ordine del giorno. I kalash del Pakistan, diretti discendenti delle legioni di Alessandro Magno. Abitano in case di pietra, fango e legno e parlano una lingua simile al sanscrito. I pamiri dell’Afghanistan, nomadi seguaci dell’Aga Khan, padre dello zoroastrismo. Per essi il problema deriva dal traffico massiccio di droga. Gli ultimi due popoli della “lista rossa” dimorano in India e nelle isole Andamane. Gli adivasi, 212 tribù esperte in erboristeria e attività manifatturiere, coltivano i campi, si occupano della casa e passano il tempo a educare i figli alle tradizioni e alle usanze degli antenati. Gli onge, gli uomini del pianeta con la pelle più scura in assoluto, incapaci di accendere il fuoco, erano un tempo accusati di cannibalismo. Un dato su tutti: la maggior parte dei naufraghi finiti sulle isole Andamane non ha più fatto ritorno a casa. Oggi vivono in piccole bande autonome completamente isolati da tutto e da tutti.

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