Un sonnifero per svegliare dal 'torpore' i pazienti in coma vegetativo

Un comune sonnifero impiegato normalmente per ridurre gli stati ansiosi potrebbe aiutare la ripresa dell’attività cerebrale in pazienti in stato di coma vegetativo. Sono le conclusioni di un team di esperti inglesi al lavoro presso un centro di Springs in Sudafrica. Gli scienziati – guidati da Ralf Clauss del Royal Surrey County Hospital di Guilford – hanno somministrato il farmaco a tre pazienti da anni impossibilitati a compiere qualunque azione fisica e verbale: due vittime di gravi traumi cranici, un uomo sopravvissuto a un prolungato stato di anossia dopo una caduta in mare. Il farmaco avrebbe dovuto semplicemente ridurre lo stato di agitazione che colpiva i tre durante la notte. Ma il medicinale – lo zolpidem – ha fatto molto di più. Ha consentito, infatti, ai malati di interagire di nuovo con il mondo esterno. Dice Clauss che questi ultimi sono stati in grado di riconoscere nuovamente i familiari, parlare, rispondere a domande (seppure molto semplici) e addirittura guardare la televisione. La condizione di veglia è durata giusto il tempo dell’effetto del medicinale - poche ore - dopodichè i malati sono tornati al loro consueto torpore. Ma è da questo piccolo risultato che gli esperti intendono comunque partire per sviluppare una nuova terapia tesa al recupero di traumatizzati condannati a una vita da vegetali. Ma come è possibile che un farmaco – peraltro predisposto semplicemente per aiutare a dormire – possa addirittura riattivare un cervello rimasto “spento” per anni? È una domanda alla quale non è possibile ancora dare una risposta definitiva. Probabilmente – rivelano i ricercatori – lo zolpidem possiede la capacità di attivare aree del cervello che normalmente rimangono inattive. Aree dormienti in un cervello normale, ma che in un organo cerebrale compromesso – se opportunamente sollecitate - possono entrare in funzione. Il coma vegetativo – come quello dei tre pazienti sudafricani - è una condizione di profonda incoscienza nella quale il malato perde conoscenza e sensibilità, è ridotto solo a un corpo che mantiene alcune minime funzioni vitali. Spiegano i ricercatori che dopo un anno è di solito giudicato irreversibile. Da non confondere con il coma profondo, dal quale in alcuni casi è possibile uscire. In Italia ci sono circa 1.500 casi di questo genere, negli Stati Uniti circa 20mila adulti e 10mila bambini. La maggior parte dei pazienti muore entro cinque anni, qualche caso molto raro (in media 1 su 50mila) sopravvive oltre i 15 anni.

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