Arriva dalla Finlandia il primo caffé antidiabete. Si tratta di un prodotto derivante dalle piante di caffé geneticamente modificate. I vegetali ogm sono, infatti, in grado di produrre in abbondanza teobromina, sostanza che ha dimostrato di poter prevenire lo sviluppo della malattia, in particolare del diabete di tipo 2, tipico della terza età. Una ricerca pubblicata sulla rivista “Annal of Internal Medicine” dai ricercatori dell’Università di Harvard e del Brigham and Women’s Hospital di Boston su 126mila persone per 12 anni, ha confermato che sei tazze al giorno ricche di teobromina riducono il rischio di ammalarsi della patologia metabolica del 50%. Nelle piante di Coffea Canephora geneticamente modificate la concentrazione di teobromina è maggiore rispetto al caffè normale, e minore quello di caffeina e teofillina. Inalterate le tipiche caratteristiche di aroma e gusto che contraddistinguono un buon caffé. Da un punto di vista chimico le tre sostanze considerate nello studio – teobromina, caffeina e teofillina - appartengono al gruppo delle “xantine”. (Il sostantivo deriva dal greco xanthos che significa giallo, per via del colore che assumono questi composti quando vengono essiccati in presenza di acido nitrico). Sono tre alcaloidi molto noti nel mondo vegetale, il cui utilizzo (a concentrazioni variabili fra lo 0,2 e il 2%) è assolutamente privo di effetti collaterali.
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lunedì 30 novembre 2009
Caffé antidiabete dalla Finlandia
Arriva dalla Finlandia il primo caffé antidiabete. Si tratta di un prodotto derivante dalle piante di caffé geneticamente modificate. I vegetali ogm sono, infatti, in grado di produrre in abbondanza teobromina, sostanza che ha dimostrato di poter prevenire lo sviluppo della malattia, in particolare del diabete di tipo 2, tipico della terza età. Una ricerca pubblicata sulla rivista “Annal of Internal Medicine” dai ricercatori dell’Università di Harvard e del Brigham and Women’s Hospital di Boston su 126mila persone per 12 anni, ha confermato che sei tazze al giorno ricche di teobromina riducono il rischio di ammalarsi della patologia metabolica del 50%. Nelle piante di Coffea Canephora geneticamente modificate la concentrazione di teobromina è maggiore rispetto al caffè normale, e minore quello di caffeina e teofillina. Inalterate le tipiche caratteristiche di aroma e gusto che contraddistinguono un buon caffé. Da un punto di vista chimico le tre sostanze considerate nello studio – teobromina, caffeina e teofillina - appartengono al gruppo delle “xantine”. (Il sostantivo deriva dal greco xanthos che significa giallo, per via del colore che assumono questi composti quando vengono essiccati in presenza di acido nitrico). Sono tre alcaloidi molto noti nel mondo vegetale, il cui utilizzo (a concentrazioni variabili fra lo 0,2 e il 2%) è assolutamente privo di effetti collaterali.
lunedì 24 agosto 2009
Trapianti più efficaci con l'impiego di cellule staminali
Il futuro dei trapianti potrebbe vedere l’impiego di cellule staminali provenienti dal donatore per evitare il rigetto e non dover essere sottoposti alla cura con immunosoppressori. Da Miami i primi test positivi su pazienti cui è stato trapiantato il fegato o il pancreas. Nel primo caso il riferimento è a 20 persone che, operate anni fa, oggi continuano a non prendere alcuna medicina. Nel secondo a due pazienti colpiti da diabete che, rispettivamente da tre e da nove mesi, fanno a meno dei farmaci. A condurre gli esperimenti c’è un italiano che lavora presso il dipartimento di trapianto cellulare e di diabetologia all’Università di Miami, Camillo Ricordi. “Dati sperimentali indicano che in seguito a trapianto di midollo osseo, se si riesce ad ottenere uno stato di chimerismo (coesistenza di cellule immunitarie del donatore con quelle del ricevente) si può rieducare il sistema immunitario del ricevente ad accettare organi o tessuti trapiantati dallo stesso donatore senza bisogno di assumere farmaci antirigetto – commenta Ricordi. Ora lo studioso è concentrato soprattutto sui malati di diabete che per vivere devono giornalmente fare affidamento sulle iniezioni di insulina. Il doppio trapianto di cellule Beta (che producono insulina nel pancreas) e di staminali del midollo CD34+ (che discernano fra gli “amici” e i “nemici” dell’organismo) offrirebbero la duplice opportunità di vivere con un organo nuovo e di non dover ricorre né alle iniezioni di insulina, né alla terapia antirigetto: le cellule Beta trapiantate da sole possono innescare una reazione di difesa (rigetto) ed essere distrutte, ma insieme alle CD34+ vengono memorizzate come parti integranti dell’organismo e non attaccate. Conclude Ricordi dicendo che “se le staminali si dimostreranno in grado di impedire categoricamente il rigetto, in futuro molti diabetici potrebbero pensare di sottoporsi al trapianto”. In questo momento l’idea di passare dalle iniezioni quotidiane, alla terapia immunosoprressiva quotidiana scoraggia molti malati.
domenica 5 luglio 2009
Cerotto antidiabete
Un nuovo e utile strumento promette di contrastare meglio il diabete di tipo 1, detto insulino-dipendente (o diabete giovanile), patologia in continua crescita nel mondo (l’incidenza sotto i 15 anni è addirittura quadruplicata negli ultimi decenni). Si tratta del cosiddetto “OmniPod”, una pompa-cerotto per l’erogazione di insulina, wireless e tubeless (priva cioè di fili e tubi). Se tutto andrà come previsto dovrebbe arrivare in Italia nel 2010. «Siamo contenti che arrivi anche in Italia» dice a Libero Emanuele Bosi, primario diabetologo del San Raffaele di Milano. «In America questo strumento ha riscosso molto successo, soprattutto tra i bambini e gli adolescenti colpiti dal diabete di tipo 1». La pompa-cerotto viene applicata sull’addome, sulla gamba o sul braccio e si attiva con un palmare. L’insulina viene infusa nell’organismo tramite un minuscolo aghetto, assolutamente indolore. “OmniPod”, attraverso una infusione continua, consente un più facile controllo delle concentrazioni di zuccheri nel sangue, senza ricorrere alle iniezioni quotidiane (né a cateteri). Esiste inoltre la possibilità di combinare “OmniPod” con un altro dispositivo denominato sensore, in grado di leggere in continuo il valore della glicemia che poi compare in un visore. “OmniPod” è usa e getta e ha una durata di tre giorni: passato il terzo giorno la terapia prosegue con un’altra pompa-cerotto. Secondo gli esperti della Insulet Corporation del Massachusetts (Usa) “OmniPod” funziona in ogni circostanza, piscina compresa. È solo controindicata nella sauna o bagno turco. «“OmniPod” non è una novità assoluta ma il perfezionamento di microinfusori già esistenti» continua Bosi. «A differenza degli altri strumenti quest’ultimo è di dimensioni più contenute e quindi più maneggevole, non ha fuoriuscite di fili o cateteri e quindi risulta più accettabile dal punto di vista estetico e psicologico». “OmniPod” non è però automatico. Deve essere programmato dal diabetologo o dal paziente stesso, in modo che l’erogazione di insulina possa avvenire secondo gli schemi e le dosi concordate proprio tra medico diabetologo e paziente. «Il microinfusore, di cui “OmniPod” rappresenta l’ultima evoluzione, è il sistema più avanzato ed efficace per la somministrazione di insulina, particolarmente indicato nei pazienti più giovani e nei casi più difficili. Occorre infatti ricordare» continua Bosi «che il controllo rigoroso delle concentrazioni del glucosio nel sangue rappresenta l’obiettivo primario della terapia del diabete, indispensabile per evitare la comparsa nel tempo delle complicanze croniche del diabete». Con “OmniPod”, infatti, lo scopo è soprattutto questo: mantenere costantemente sotto controllo il livello di zuccheri del sangue, evitando danni a reni, cuore, cervello, il vero problema di chi ha il pancreas che non produce più insulina. In futuro c’è l’idea di curare in questo modo anche il diabete di tipo 2 (diabete dell’adulto) che differisce dal tipo 1 in quanto il pancreas continua a produrre insulina, che tuttavia risulta meno efficace dal punto di vista metabolico.(Pubblicato su Libero il 5 luglio 09)
(Per info: http://www.myomnipod.com/)
venerdì 5 giugno 2009
Latte di cammello contro diabete ed epatite C
Un bicchiere di latte di cammello al giorno per tenere lontano il diabete di tipo 2, e forse anche l’epatite C e l’Aids. È quanto di evince da un articolo apparso sul quotidiano egiziano Egyptian Gazette. Dicono gli esperti che il latte derivante dal tipico artiodattilo è assai ricco di principi attivi particolarmente nutritivi, di proteine e vitamina C2. Ha un basso tasso di acidità e un valore di grassi compreso tra 4,5 e 6%. Un team di scienziati inglese è al lavoro per cercare di rendere al più presto fruibile la scoperta seconda la quale nel latte di cammello sarebbe inoltre presente una sostanza del tutto simile all’insulina. Quest’ultima, a differenza di quella secreta normalmente dal pancreas, che nel diabete di tipo 2 non riesce a svolgere la sua normale funzione, è in grado di oltrepassare i tessuti dell’intestino ed essere assimilata dal sangue, abbassando i livelli degli zuccheri. Ma non sarebbero solo i diabetici a beneficiare del latte dei cammello: “Il prodotto dell’animale è un serio rimedio contro diverse malattie croniche, in Egitto e in altri Paesi arabi sono stati aperti dei centri di studio per esaminarne l’efficacia contro malattie letali – rivela Said Shalabi, professore di Medicina Complementare al Centro di Ricerca Nazionale del Cairo. In particolare la Fondazione Araba per la Scienza e la Tecnologia di Sharjah (Emirati Arabi Uniti) sta studiando degli anticorpi trovati nel latte di cammello, che grazie ad una ricombinazione della proteina RNA, potrebbero essere in grado di curare malattie come epatite C, Aids e morbo di Alzheimer.
giovedì 8 gennaio 2009
Grosso e rotondo. Il lato B anti-diabete
A ‘mandolino’ è quello delle veline, piccolo e rotondo. A ‘tortellino’ quello delle ragazze di colore, grande e sodo. ‘Piatto’ quello delle giovani molto magre, privo di adipe e piano. E poi c’è il sedere a ‘melanzana’, detto anche a ‘mongolfiera’, quello delle ragazze dalla tipica silhouette ‘a pera’, da sempre motivo di ironia da parte della popolazione maschile. Oggi, però, uno studio pubblicato da scienziati della prestigiosa Harvard Medical School dice che il sedere a ‘mongolfiera’ non dovrebbe più essere preso ‘in giro’, perché molto probabilmente è indice di buona salute. Chi ha infatti il fondoschiena con questa fisionomia soffre meno di diabete e di tutto ciò che ne consegue, problemi metabolici e cardiaci, anticamera di malattie come l’infarto e l’ictus. Per arrivare a queste conclusioni gli studiosi hanno condotto degli esperimenti sui topi, verificando che gli animali più in salute erano proprio quelli che accumulavano centimetri di adipe sul fondoschiena, esattamente come accade alle donne-pera. Questi animali, in particolare, risultavano più protetti dal rischio di soffrire di diabete di tipo 2, quello che di solito insorge in età avanzata, a differenza del diabete 1, (in passato noto come diabete insulino-dipendente), tipico dei giovani. I ricercatori hanno visto che in questi casi il grasso che si concentra sul fondoschiena finisce per aumentare la sensibilità all’insulina, l’ormone che regola il trasporto dello zucchero nel sangue. Inoltre il ‘sederone’ sembrerebbe anche sollecitare la produzione di adipochine, ormoni ‘amici’ del metabolismo. L’adiponectina, per esempio, contrasta la resistenza all’insulina e protegge la funzione cardiaca; la leptina (la prima adipochina ad essere stata scoperta, nel 1994) controlla il senso di sazietà, il dispendio energetico e la funzione ormonale, e previene l’accumulo di grasso nel fegato. In generale, quindi, le adipochine producono una serie di effetti positivi a catena che contrastano quelli deleteri causati dai centimetri in eccesso accumulati sul giro vita. “È un’ulteriore conferma sperimentale di qualcosa che si sapeva già – racconta a Libero, Matteo Bonomo, primario di Diabetologia presso l’Ospedale Niguarda di Milano -. Nelle donne in età fertile, per motivi ormonali il grasso si accumula soprattutto a livello sottocutaneo, quindi nel fondoschiena, ma anche nella parte inferiore dell’addome e nelle cosce, mentre negli uomini ciò avviene soprattutto nella parte superiore del corpo (collo, spalle, parte dell’addome sopra l’ombelico), e a livello viscerale. Dunque le donne con il sedere a ‘mongolfiera’ sono effettivamente più al riparo dal diabete e dalle malattie cardiovascolari perché è soprattutto il grasso viscerale (e non quello sottocutaneo) che peggiora la sensibilità all’insulina”. Dello stesso parere è anche Luca Falqui, responsabile del servizio ambulatoriale di diabetologia del San Raffaele di Milano, il quale aggiunge che “è meglio un po’ di grasso sul sedere che la ciambella sull’addome”. Lo studio originale pubblicato su ‘Cell Metabolism’ e coordinato da Ronald Khan, mira ora a sviluppare nuovi farmaci per contrastare il diabete e sfatare definitivamente il luogo comune secondo il quale il grasso fa sempre e comunque male. “In realtà esistono già dei farmaci che agiscono modificando la distribuzione del grasso corporeo, migliorando la sensibilità all’insulina – precisa Bonomo -. Sono stati introdotti da pochi anni nella terapia del Diabete di tipo 2, e uno dei loro meccanismi di azione è appunto quello di facilitare l’accumulo di grasso sottocutaneo a discapito di quello viscerale, sia nell’uomo che nella donna”.
(Pubblicato su Libero l'8 gennaio 09)
(Pubblicato su Libero l'8 gennaio 09)
domenica 13 luglio 2008
Sessanta ricette d'autore. I diabetici si godono la tavola
Triglie con couscous, acqua di pomodoro, erba cedrina e anguria. Filetto di ricciola dorato con caponata di verdure. Gateau di carciofi con scafata di verdure e pesto di mentuccia. I piatti di qualche rinomato ristorante? Macchè. Sono queste tre delle sessanta ‘ricette d’autore’ presenti nel libro ‘La Dolce Vita’, presentato ieri a Milano, sotto la supervisione dell’Associazione Italiana Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI) e dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD). Scopo della pubblicazione aiutare tutti coloro che soffrono di diabete, ma anche chi, semplicemente, intende avvalersi di un’alimentazione sana ed equilibrata, in grado di contrastare patologie di ogni tipo. Sono ricette semplici, con le quali tutti possono cimentarsi, senza avere esperienze particolari in cucina. “Con questo lavoro intendiamo sottolineare l’importanza della dieta in malattie come il diabete, ma anche il fatto che, un regime alimentare sano, non deve per forza andare di pari passo con restrizioni dietetiche e piatti privi di gusto – spiega Giuseppe Marelli, Direttore del gruppo di lavoro ‘Alimentazione e Diabete’ di AMD -. Nel libro infatti, grazie alla collaborazione fra chef e medici, sono presenti 60 ricette in grado di soddisfare il palato anche della persona più esigente, rispettando però i requisiti di una dieta ottimale. In questo modo non facciamo altro che mettere in pratica la cosiddetta ‘Terapia Medica Nutrizionale’”. Il libro è suddiviso in quattro capitoli. Il primo e il secondo affrontano il tema della malattia e forniscono indicazioni generali sulla patologia diabetica, a partire dai fattori di rischio, per arrivare alla prevenzione e al controllo. Il terzo è il capitolo clou, in cui vengono elencate le ricette, e spiegato il modo in cui è possibile realizzarle utilizzando precisi ingredienti. Il quarto, infine, chiude con le schede biografiche degli chef e gli indirizzi dei medici coinvolti nell’iniziativa. “‘La Dolce Vita’ risponde alla volontà di far crescere la sensibilità dell’opinione pubblica sulla patologia – dice Vera Buondonno, Presidente della Associazione Italiana Diabetici – e offre alle persone con diabete uno strumento di assoluta qualità e originalità dove le regole si sposano alla creatività nel segno di una consapevolezza, quella di volere mangiare correttamente per stare bene, che non limita, ma perfeziona il piacere della tavola, giungendo a esaltare gusto, colore, profumo dei piatti e il piacere di condividerli con i propri amici e familiari”. Il libro sarà distribuito gratuitamente presso i centri di diabetologia, le sedi sul territorio nazionale dell’Associazione italiana diabetici e a chiunque voglia richiederlo rivolgendosi, a partire da fine luglio, al numero verde 800 82 00 82. Oggi in Italia soffre di diabete il 4 percento della popolazione. Nel 2025 il dato salirà al 10 percento. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo entro il 2025 ci saranno 350milioni di malati.
giovedì 8 maggio 2008
Diabete e artrite? Questione di geni
Le patologie coronariche, il diabete di tipo 1 e 2, il disturbo bipolare, l’ipertensione, l’artrite reumatoide, e il morbo di Crohn da oggi avranno meno segreti: grazie al più grande studio di genetica mai realizzato finora, diretto con un finanziamento di 9 milioni di sterline da un consorzio britannico (The Wellcome Trust Case Control Consortium), sono stati identificati infatti nuovi legami genetici con queste sette specifiche malattie, che potranno così essere contrastate con maggiore facilità. La ricerca ha coinvolto 200 ricercatori, 50 centri scientifici, 17mila volontari, e ha portato alla analisi di circa 10 miliardi di pezzi di Dna. Peter Donnelly dell’università di Oxford, in Inghilterra, e i tanti suoi colleghi hanno pubblicato le loro conclusioni su due prestigiose riviste scientifiche: Nature e Nature Genetics. In particolare il lavoro dei ricercatori ha consentito di individuare 4 nuove regioni cromosomiche contenenti geni che possono predisporre al diabete di tipo 1, il cosiddetto diabete giovanile, e tre nuovi geni legati alla malattia di Crohn, la più comune forma di malattia infiammatoria dell’intestino. Essi anche hanno trovato la relazione tra geni e malattie coronariche, ipertensione, artrite reumatoide, diabete di tipo 2 e disturbo bipolare. Molti dei geni individuati si trovano in aree del genoma sconosciute, e da qui – affermano i ricercatori - si potrà quindi partire per lo sviluppo di nuove terapie. Nel caso della malattia di Crohn – che si manifesta comunemente con dolori addominali e diarrea, anche sanguinolenta – il gene ATG16L1 è risultato essere coinvolto nell’autofagia, un processo che porta alla morte cellulare programmata. Il gene PHOX2B ha evidenziato la sua azione nell’ambito delle attività svolte dalle cellule neuroendocrine nel rivestimento intestinale. NCF4 svolge, come ATG16L1, un ruolo nella risposta immunitaria nei confronti dei batteri: in particolare, secondo John Todd dell’università di Cambridge, l’identificazione di questi geni consentirà di comprendere appieno il ruolo dei batteri nella malattia, e quindi la sua genesi. Gli scienziati hanno anche trovato per la prima volta un gene legato al diabete di tipo 1. Il gene chiamato PTPN2 è tipico di molte malattie autoimmuni, ed è presente anche in questa malattia, di cui non era mai stato ufficializzato il legame con la genetica: il diabete adulto è notoriamente legato ai geni, ma per quanto riguarda quello giovanile – concernente l’incapacità del pancreas di secernere insulina - non si era ancora avuta conferma. Il team di studiosi ha infine messo in luce diversi geni responsabili della malattia bipolare: patologia caratterizzata dall’alternanza di fasi maniacali e depressive. Nick Craddock, dell’università di Cardiff, esperto nello studio del disturbo bipolare, dice che grazie a questa scoperta potremo migliorare entro breve le capacità diagnostiche delle malattie mentali e sviluppare nuovi trattamenti: “Con questi risultati possiamo veramente fare qualcosa di concreto per le prossime generazioni – ha ammesso Craddock.
venerdì 2 maggio 2008
Una libellula ci salverà dall'obesità
Dal metabolismo della libellula il segreto per sconfiggere diabete e obesità. Studiosi della Penn State University in Usa hanno scoperto che c’è una stretta relazione tra l’attività metabolica delle libellule e quella dell’uomo, e da qui intendono partire per sviluppare nuove terapie in grado di contrastare i chili di troppo e l’impossibilità da parte dell’organismo di ridurre gli zuccheri in eccesso nel sangue. Gli scienziati hanno in particolare indagato la fisiologia della libellula pulchella, insetto appartenente all’ordine degli odonati, contraddistinta da colori sgargianti e diffusa soprattutto negli Stati Uniti. È emerso che la libellula similmente all’uomo accumula grassi a livello toracico, e che il fenomeno è dovuto principalmente a uno squilibrio del metabolismo derivante dall’azione di parassiti noti con il nome di “gregarines”. Questi ultimi, appartenenti al gruppo dei microrganismi apicomplexa, si trovano nel sistema digerente dell’insetto. La loro presenza influenza soprattutto l’attività muscolare: i muscoli degli esapodi attaccati dai parassiti non riescono più a sintetizzare adeguatamente i lipidi, che inevitabilmente finiscono col depositarsi in altre parti dell’organismo. In gioco c’è una molecola specifica denominata p38 MAP chinasi. La molecola funge da spia dello stato di salute di un organismo, sia animale che umano: specificatamente segnala la resistenza all’insulina. A tal proposito si è visto che la sua presenza è assai consistente nelle libellule soggette all’attacco da parte dei parassiti, mentre è pressoché inesistente nelle altre. Non solo. È emerso che negli odonati malati la concentrazione di carboidrati nell’emolinfa è doppia rispetto a quelli sani: un po’ come avviene con il glucosio per quanto riguarda i pazienti colpiti dal diabete adulto. Lo studio, divulgato dalle pagine della rivista Proceedings of the National Academy of Science, mette in evidenza per la prima volta come una specie non appartenente ai mammiferi soffra di una disfunzione metabolica analoga a quella umana. autori della ricerca sono James Marden, professore di biologia alla Penn State University e Ruud Schilder, dell’università del Nebraska. Dunque se è vero che alla base dell’“obesità” delle libellule ci sono dei parassiti, è presumibile supporre che qualcosa di simile accada anche negli umani. Ora gli scienziati intendono quindi scrutare approfonditamente l’intestino dell’uomo a caccia di parassiti riconducibili a quelli degli odonati, in modo da poter sviluppare nuove tecniche terapeutiche. “Sarebbe utile prestare molta più attenzione alla flora batterica nell’intestino dell’uomo – dicono i ricercatori Marden e Schilder -. È possibile supporre che parassiti simili ai protozoi delle libellule interferiscano negativamente con il sistema immunitario provocando fenomeni infiammatori alla base della sindrome metabolica, a sua volta anticamera di obesità grave e diabete di tipo 2”. Del resto non è un caso sottolineare che in alcuni pazienti malati di Aids – caratterizzati da un sistema immunitario compromesso - presentano cronici problemi legati al Cryptosporidium, un protozoo parassita che interferisce con il metabolismo e può essere assimilato a quello delle libellule, concludono i due. Infine buone nuove per i malati di diabete arrivano anche dal Giappone. I ricercatori della Hokkaido University, Kwansei Gakuin University e Matsushita Electric Works, hanno messo a punto un sistema ottico per la valutazione della percentuale di zucchero nel sangue. Si tratta di un sistema di misurazione, mediante fasci luminosi, del glucosio contenuto nel sangue senza dover ricorrere a metodi intrusivi. La sperimentazione clinica è attualmente in corso presso il reparto di cure intensive di un ospedale collegato alla Hokkaido University
(Pubblicato su Libero il 7 dicembre 06)
(Pubblicato su Libero il 7 dicembre 06)
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