La madre di tutte le lingue risorge dopo 4mila anni grazie a uno studioso americano dell'Università del Kentucky che ha registrato due favole in proto-indoeuropeo. Da essa sono derivati il latino, il greco e il sanscrito. Si parlava in mezza Europa, durante l'epopea Kurgan, fra 4mila e 2mila anni prima di Cristo; una lingua molto gutturale, di suono consonantico.
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lunedì 30 settembre 2013
Ecco come si parlava in Europa 6000 anni fa
La madre di tutte le lingue risorge dopo 4mila anni grazie a uno studioso americano dell'Università del Kentucky che ha registrato due favole in proto-indoeuropeo. Da essa sono derivati il latino, il greco e il sanscrito. Si parlava in mezza Europa, durante l'epopea Kurgan, fra 4mila e 2mila anni prima di Cristo; una lingua molto gutturale, di suono consonantico.
giovedì 8 novembre 2012
Lunga vita ai dialetti
I dialetti italiani stanno sparendo? Non si direbbe. Stando, infatti, a un'indagine Instat, un po’ per orgoglio cittadino, un po’ per
difendere le proprie origini, nel nostro paese i dialetti stanno vivendo una nuova giovinezza. I dati ottenuti dallo studio
parlano chiaro: sono 12,6 milioni (circa un quarto della popolazione
nazionale) le persone che parlano quotidianamente l’idioma della
rispettiva regione o città; e 15 milioni (il 28,3% della
popolazione) coloro che al dialetto mischiano la lingua madre. In
preferenza si parla in dialetto in famiglia o tra amici, mentre in
ufficio e negli ambienti di lavoro si preferisce l’italiano. Sono i
giovani in particolare a riscoprire il valore dei vernacoli,
recuperandoli dai propri genitori e soprattutto dai nonni. I
sociologi affermano che il fenomeno è in costante evoluzione ed è
dovuto alla necessità delle nuove leve di ritagliarsi uno spazio ben
preciso all’interno della società italiana: in sostanza emerge da
parte dei ragazzi la volontà di sentirsi portavoce di una
rappresentanza unica, di una tradizione che altrove non esiste. I
numerosi corsi di lingua che, a fianco di quelli per imparare
l’inglese, il francese, e l’arabo, si occupano ormai da tempo
degli idiomi delle varie regioni e città italiane, ne sono la
conferma: basta fare un giro su internet per scoprire per esempio che
a Milano e a Roma esistono già parecchie scuole dove si insegna il
“meneghino” e il “romanesco”. Quali e quanti sono i dialetti
italiani? È difficile dirlo. Ma c’è una mappa dei vernacoli
italiani che risale al 1977 e che illustra in modo più che esaustivo
almeno le principali “regioni dialettali”: l’autore è
l’etnografo Giovan Battista Pellegrini. Egli sostiene che ogni
dialetto rappresenta un’area geografica ben distinta, il risultato
di un’evoluzione storica e linguistica specifica. Alle grosse
regioni dialettali come quella gallo – italica, che dal Piemonte
arriva all’Emilia Romagna, si contrappongono delle vere e proprie
“isole dialettali” capeggiate dal franco – provenzale parlato
in Val D’Aosta e dal gallurese utilizzato in Sardegna. In
particolare, in Lombardia, si distinguono il lombardo occidentale e
il lombardo orientale. Il milanese rientra nel primo gruppo ed è
parlato perlopiù nella zona compresa fra il Ticino, l'Olona e il
saronnese. Diversa la genesi del brianzolo, che risente di spiccate
influenze lecchesi, comasche e monzesi.
venerdì 16 aprile 2010
Scoperta la più antica lingua americana
Scoperta in Messico la più antica lingua del Nuovo Mondo: risale al 900 a.C. Lo afferma un’equipe di archeologi su Science. Il riferimento è a una pietra con incisi 62 segni, parte dei quali non ancora decifrati. Si sa per esempio che certi rettangoli indicano la sovranità, ma restano ancora molti dubbi su altri “scarabocchi” riportanti sagome riconducibili a uccelli. Secondo gli scienziati la tavoletta risalirebbe all’epoca degli Olmechi, in particolare al periodo detto di “San Lorenzo”. Dalle origini ancora misteriose, il “popolo del giaguaro”, rappresenta la cultura madre di tutte le principali civiltà del Mesoamerica. Nell’umida foresta tropicale tra acquitrini e fiumi, nelle regioni tra il Tabasco e il Veracruz, sorse intorno al XVIII secolo a.C. Gli Olmechi sono un popolo dalle origini misteriose, scoperto dagli archeologi soltanto alla fine dell’Ottocento, quando il viaggiatore messicano José M. Melgar y Serrano trovò fortuitamente una prima scultura riconducibile all'antica etnia, una gigantesca testa di pietra conficcata nel terreno fangoso di una località chiamata San Lorenzo. La stele ritrovata corrisponde a un blocco di serpentino convesso su cinque lati e concavo su quello scritto, che potrebbe essere stato inciso e cancellato più volte.
martedì 2 febbraio 2010
Scoperta una nuova lingua nel cuore della Siberia
Una lingua nuova che non ha alcuna parentela con gli idiomi conosciuti. È stata scoperta da un team di ricercatori statunitense. Appartiene a una tribù semi sconosciuta della Siberia. È quella dei Chulym: uomini e donne che vivono di caccia e pesca a ridosso del fiume omonimo, un immissario dell’Ob (nella foto). La lingua è caratterizza da due dialetti il Lower–Chulym e il Melets–Chulym. Ha una struttura fonetica e grammaticale unica. È un linguaggio che risente delle antiche popolazioni nomadi della taiga. Antropologicamente i Chulym sono riconducibili ai Mongoli dell’Asia centrale. Presentano, infatti, come loro i tipici occhi e capelli nero-corvini. Le prime informazioni su questa etnia risalgono al sedicesimo secolo. Nel 1959 erano in tutto 4.500 individui. Oggi ce ne sono meno di un migliaio. Di questi solo in 35 parlano correttamente la lingua. E sono quasi tutti vecchi. I recenti studi sono stati condotti da K. David Harrison dello Swarthmore College. Secondo i ricercatori la lingua dei Chulym non è l’unica a rischiare l’estinzione in Siberia. Ci sono anche altri idiomi come la tofa, la tozha e la tuha. Sono tre lingue appartenenti allo stesso ceppo, parlate da secoli dai popoli del nord della Mongolia. Attualmente non sono più di 300 le persone in grado di esprimersi con esse. Per chi fosse interessato, su Internet, all’indirizzo www.mpi.nl/DOBES, cliccando “tofa”, si possono avere tutte le informazioni che si desiderano. Il sito è gestito dall’Istituto di psicolinguiastica Max Planck di Nimega e DOBES sta per Dokumentation Bedrother Sprachen (Documentazione sulle lingue in pericolo).
mercoledì 14 maggio 2008
L'inglese si evolve e diventa Panglish
La lingua del futuro? Sarà il Panglish, una specie di inglese contaminato dalle innumerevoli lingue della Terra. È la conclusione di un team di ricercatori dell’università di Hildesheim, in Germania. Secondo gli esperti questa nuova lingua potrebbe prendere definitivamente piede entro pochi anni. Con ciò i linguisti sono convinti che il linguaggio di Shakespeare e Dickens si stia definitivamente evolvendo in un nuovo idioma, che sarà parlato in quasi tutto il mondo. Le modifiche dell’inglese tradizionale - da un punto di vista lessicale e di pronuncia - sono già in atto, ma non sono riconducibili ai madrelingua, vale a dire gli inglesi, gli americani e gli australiani; bensì a coloro che parlano inglese come seconda lingua. I ricercatori spiegano quindi su New Scientist che il Panglish sarà molto simile alla versione inglese usata da coloro che non hanno radici angloamericane. Ecco alcuni esempi già consolidati della lingua Panglish. L’articolo “the” diventa “ze”; la parola “friend” diviene “frien”; frasi come “he talks” diventano “he talk”. Gli specialisti dicono che nel 2010 circa due miliardi di persone – vale a dire un terzo della popolazione mondiale – parlerà inglese come seconda lingua e da qui prenderà definitivamente forma il nuovo idioma. Mentre l’inglese puro verrà parlato da un numero sempre più ristretto di individui. Nel 2010 saranno 350 milioni, nel 2020 300milioni e così via. Alla fine il Panglish prenderà il sopravvento sull’inglese. Braj Kachru della università dell’Ohio afferma che già da oggi sulla Terra vengono parlati tanti ‘inglesi’ diversi e che, entro breve, convergeranno tutti nel Panglish. A Singapore per esempio si parla un inglese molto particolare, con chiare influenze malesi e cinesi; quest’ultimo però non viene compreso dagli inglesi madrelingua. Lo stesso accade in Arabia Saudita, in Cina, in molti paesi latini. Il progressivo consolidamento del Panglish lo si vede dunque dal fatto che sempre più spesso chi parla inglese come seconda lingua si capisce molto bene, mentre ciò non accade in presenza di un angloamericano puro. A ciò va affiancato il fatto che in Inghilterra o in America non esiste un ente atto a preservare l’originalità e la purezza del lessico shakesperiano. Ciò che invece accade in Francia dove il francese puro è tenuto in vita e sotto stretta sorveglianza da un organo inflessibile che è l’Accademia Francese (l’Academie francaise, fondata nel 1635 sotto Luigi XIII dal cardinale Richelieu, è una delle più antiche istituzioni di Francia e ha come scopo preservare l’idioma nazionale). I ricercatori approfondiscono l’argomento dicendo che il Panglish prenderà piede anche per via della difficoltà oggettiva che hanno molti a pronunciare correttamente le parole in inglese stretto. Per esempio per molti è assai complicato pronunciare il comunissimo “th” (di parole come per esempio “thermodinamics” o “thermal”) che viene quindi sostituito dalla “z” o dalla “s”. Altri non riescono tanto bene a pronunciare la “l” di “hotel” e così fanno prima ad adottare la “l” della parola “lady”, molto più allungata e facilmente “masticabile”. La difficoltà di pronuncia regna anche nel mondo delle consonanti. Sicché nel Panglish scompaiono spesso delle lettere in coda alle parole che non dovrebbero esistere. Per esempio “friend” diventa “frien”; “send” o “spend”, divengono “sen” e “spen”. Infine possono comparire parole che anziché avere una lettera in meno, ne possiedono una in più. È il caso di termini come “information” o “forniture” che non contemplano la “s” finale, anche se si intende parlare al plurale. Dunque si dirà da una parte “informations” e dalla altra “furnitures”. Infine per capire cosa sta succedendo all’inglese moderno, basta soffermarsi su ciò che si è verificato nel corso della storia per quanto riguarda il latino. Gli studiosi ci ricordano infatti che anticamente il latino era la lingua madre di molte regioni europee, poi, coi secoli si è trasformato in latino volgare per poi frammentarsi infine in tre dialetti principali: gli antenati dell’italiano, dello spagnolo e del francese moderno. E a sua volta il latino non è che uno dei tanti figli di una lingua scomparsa parlata nelle regioni indoeuropee più di 4mila anni fa. Da questa si sarebbero originati tanti altri idiomi, precursori del celtico, del greco, dello slavo, del latino.
sabato 10 maggio 2008
Anche le parole seguono le leggi di Darwin
Conosciamo Mark Pagel da tempo: è lui uno degli studiosi che, più di altri, ha saputo introdurci ai segreti della linguistica nel mondo, al valore sociale degli idiomi, e al fatto che alcuni di essi, purtroppo, stiano sparendo per sempre. Recentemente ci aveva parlato del fatto che sulla Terra esistono circa 6mila lingue, il 60 percento delle quali è destinato a estinguersi nel giro di cento anni. Oggi invece abbiamo un’altra sorprendente e affascinante novità che giunge dai laboratori linguistici di Pagel: le lingue, o meglio, le parole, si comportano in tutto e per tutto come se fossero dei geni, vale a dire obbediscono a una sorta di legge darwiniana, tale per cui resiste nel tempo solo il lemma più usato, più adatto ai tempi e alle mode, mentre gli altri si trasformano, mutano inesorabilmente e molte volte - così come certi caratteri genetici di piante e animali - perdono definitivamente il loro potere glottologico-sociale. In particolare Pagel ha concentrato i suoi sforzi su quattro differenti linguaggi di origine indoeuropea: francese, greco, inglese e tedesco. Questi ultimi provengono tutti da una famiglia linguistica comune, l’Urheimat, che vede la sua origine nella zona geografica compresa fra i monti Urali e il Marr Nero. Da qui, circa diecimila anni fa, sono partiti i nostri avi, con il loro bagaglio culturale e soprattutto linguistico: solo così, d’altronde, si spiega il motivo per cui la radice di molte parole attuali è comune a ogni idioma europeo. Lo studio pubblicato recentemente su Nature è provocatorio come inattaccabile. Il luminare dell’università di Reading ha scandagliato il significato ancestrale di 200 parole: ne ha seguito le caratteristiche della forma attraverso i secoli e i millenni, scoprendo che le parole usate di più sono rimaste pressoché inalterate nel tempo – e sono quindi simili a quelle che utilizzavano i nostri progenitori indogermanici - mentre quelle usate di meno sono cambiate radicalmente, hanno assunto nuovi significati, sono sfumate. Pagel cita due esempi lampanti: le parole inglesi “water” (acqua) e “two” (due). Secondo Pagel queste due parole sono assai simili fra loro nei vari linguaggi di origine indoeuropea e soprattutto sono strettamente riconducibili alla lontana informazione di matrice caucasica. Al contrario la parola inglese “tail” (coda), lemma usato di rado, presenta profonde differenze con tutti gli altri idiomi, moderni o antichi che siano. In francese coda si dice “queue”, in greco “oupa”, in tedesco “schwanz”, in inglese appunto “tail”. Sono differenze di forma enormi, certamente molto più marcate rispetto alla parola “acqua”, impiegata praticamente ogni giorno. Risultato: esiste, secondo lo studioso, un legame imprescindibile tra le mutazioni delle parole e la frequenza con cui vengono pronunciate. “Possiamo spiegare con questa sorta di selezione naturale lessicale almeno il 50 percento delle diversificazioni terminologiche avvenute nel tempo, qualcosa di sconosciuto nell’ambito delle scienze sociali – precisa Tecumseh Fitch dell’’università di St. Andrews in Scozia. Infine, concorda con l’esperto di Reading anche un altro studio pubblicato su Nature da Erez Lieberman, biologo evoluzionista e matematico di Harvard. Questo scienziato non si è occupato dei sostantivi ma dei verbi, in particolare di come si è avuta la traslazione dai verbi irregolari ai verbi regolari. Lieberman e colleghi hanno analizzato 177 forme verbali, mostrando che, statisticamente, la frequenza di un verbo è direttamente proporzionale alla sua stabilità nel tempo. Secondo Lieberman si possono usare diversi metodi di indagine tuttavia si arriva sempre allo stesso risultato: i verbi più usati sono quelli che resistono di più al cambiamento, mentre gli altri scompaiono, come negli animali, laddove sono le specie più deboli ad estinguersi per prime. Ma perché le parole usate maggiormente sono quelle che si mantengono più fedeli a se stesse? Su ciò cala un velo di mistero, tuttavia si azzarda soprattutto un’ipotesi: che semplicemente le parole più usate siano anche quelle che si ricordano più facilmente e come tali, con maggiori difficoltà, subiscono quindi nuove inflessioni o accenti. Lo studio apre infine nuovi spiragli di ricerca per ciò che riguarda la linguistica internazionale, e soprattutto aiuta ancora una volta a sensibilizzare l’opinione pubblica relativamente al grave rischio che corriamo di rimanere senza la straordinaria variabilità lessicale che riguarda il Vecchio continente: “Prevediamo che, nel giro di poco tempo, solo tre o quattro lingue domineranno il mondo – ha ammesso sconsolato Pagel. Il 96 per cento di tutte le lingue sono parlate da meno del 4 per cento degli abitanti del pianeta. In particolare la lingua più parlata nell’UE è il tedesco, utilizzata da quasi tutti gli abitanti di Germania e Austria, e da una parte di italiani, svizzeri, polacchi, ungheresi, rumeni. Nel mondo le lingue maggiormente a rischio di estinzione si trovano soprattutto in regioni appartenenti alla Australia del nord, al Sud America centrale, al Pacifico settentrionale, alla Siberia orientale, all’Oklahoma e agli Stati Uniti orientali; tra queste abbiamo in particolare la tofa, la tozha e la tuha, tre lingue dello stesso ceppo, parlate da secoli dai popoli del nord della Mongolia e della Siberia e oggi conosciute solo da trecento persone. In Europa la situazione non è così tragica tuttavia anche qui abbiamo idiomi in pericolo. Il riferimento è per esempio alla lingua sami, parlata dai lapponi che abitano la Finlandia e la Norvegia; al romancio, lingua neolatina, lontana parente del ladino, e utilizzata in Svizzera nel cantone dei Grigioni; al galiziano, originatesi nel Medioevo per l’incontro tra la cultura spagnola e quella tedesca, e impiegata nella regione storica compresa tra la Polonia e l’Ucraina.
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