Si sa, ormai, rispetto agli anni Ottanta (quando il sottoscritto andava alle medie), molti alunni provengono da altri paesi e, dunque, spesso, fra le aule e i corridoi dei vari istituti scolastici si sentono parlare idiomi diversi. Ma qui è veramente il top. In una scuola inglese, infatti – la English Martyrs' Catholic School, di Birminghan - ci sono 414 ragazzi che parlano 31 lingue differenti. Un vero record. Inglese, lingala, youruba, mirpuri, hindko, sudanese sono solo alcune fra le più utilizzate. Si può certo immaginare la difficoltà dei docenti a fare andare bene le cose, tuttavia sono gli stessi professori ad affermare che le classi che ospitano più stranieri, sono anche quelle dove si ottengono i risultati migliori. Il fenomeno è noto anche in Italia. Nella scuola materna Carlo Pisacane di Roma, per esempio, le cifre
parlano da sole. Nel quartiere multietnico di Tor Pignattara, infatti,
quello che è stato definito 'l’istituto ghetto' vanta un primato
nazionale: qui gli alunni stranieri superano l’80%, e 8 bambini su 10,
seppure siano nati in Italia, hanno le origini più diverse.
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venerdì 8 giugno 2012
domenica 26 dicembre 2010
La riforma scolastica di Ken Robinson
KEN ROBINSON
Inglese di Liverpool (1950), è un ex professore di educazione artistica presso la University of Warwick. È considerato uno dei maggiori esperti in campo educativo e lavora con le principali strutture mondiali specializzate nello sviluppo della creatività. Ha scritto parecchi libri fra cui Out of Our Minds: Learning to be Creative, suo maggiore successo. Nel 2003 ha ricevuto il titolo di cavaliere dalla regina Elisabetta II per i suoi contributi al mondo dell'arte. Vive a Los Angeles con la moglie e due figli.
Febbraio 09, The Guardian
NEL SUO LIBRO THE ELEMENT SOSTIENE CHE IL NOSTRO APPROCCIO ALL'INSEGNAMENTO È SBAGLIATO.
L'attuale sistema scolastico soffoca, infatti, la creatività dei ragazzi, mentre dovremmo cominciare a dare spazio al cosiddetto “pensiero creativo”. Come diceva Picasso, tutti i bambini nascono artisti, poi, però, la loro creatività e la loro immaginazione vengono meno, a causa degli insegnamenti ricevuti.
QUAL È IL VERO PROBLEMA?
Non viene data ai più giovani la possibilità di esplorare se stessi, analizzando le vere esigenze e le singole inclinazioni. In questo modo gli interessi reali di un bambino non emergono.
MA NON È SOLO COLPA DEI PROFESSORI.
È l'intero sistema scolastico a essere sbagliato. A cominciare dalla fiscalità degli orari. Non ha senso far durare sempre e in ogni caso una lezione 40 minuti. Anche questo è un modo per uccidere la creatività. Inoltre le tante materie dovrebbero avere la stessa importanza: la danza, come la matematica.
Giugno 09, abc.net
IL FALLIMENTO DEL SISTEMA EDUCATIVO È PROVATO ANCHE DA PERSONAGGI FAMOSI COME PAUL McCARTNEY CHE DICONO DI NON ESSERE STATI CAPITI A SCUOLA. È UNA STORIA COMUNE A MOLTE ALTRE PERSONE?
Paul, in effetti, è andato a scuola a Liverpool e nessuno s'è accorto del suo talento. La sua storia, però, è tipica di moltissimi altri individui, a partire dagli altri Beatles.
PERCHÈ È COSÌ DIFFICILE EVIDENZIARE IL TALENTO DI UNA PERSONA?
Spesso il talento è sepolto in profondità: i nostri sistemi di istruzione, non sono pronti a scavare fino in fondo, così molte persone dotate finiscono per essere considerate degli emarginati.
COS'È LA CREATIVITÀ?
Lo potrei spiegare con l'esempio di una bambina che ho conosciuto e che stava facendo un disegno. La maestra le si avvicinò chiedendole cosa stesse disegnando. Lei le rispose che stava disegnando Dio. La maestra allora le disse che nessuno sapeva che immagine avesse Dio. Ma lei la lasciò a bocca aperta rispondendole: «Adesso, con il mio disegno, lo vedranno tutti».
Febbraio 06, ted.com
È COSÌ IMPORTANTE LA CREATIVITÀ?
Lo è tanto quanto l'alfabetizzazione. Dunque chi va a scuola dovrebbe essere valutato per i suoi risultati tipicamente accademici, ma anche per le sue capacità di creare qualcosa dal nulla, con l'ingegno e la fantasia.
IN CHE MODO UNO SBAGLIO PUÒ GIOVARE ALLA CREATIVITÀ?
Se non si è preparati a sbagliare, e non si comprende l'utilità dello sbaglio, difficilmente si arriva a creare qualcosa di originale. Gli adulti perdono la loro creatività naturale perché sono terrorizzati di sbagliare e cercano di non commettere mai errori. Loro malgrado.
DOVE ISTRUZIONE PUBBLICA E REALI NECESSITÀ DEGLI STUDENTI NON SI INCONTRANO?
Il nostro sistema educativo è tarato unicamente per forgiare professori universitari. Con ciò solo chi è predisposto a lavorare con un certo metodo ha la possibilità di emergere. Tutti gli altri sono tagliati fuori.
Febbraio 10, ted.com
SI PARLA TANTO DI CRISI ECONOMICA E CLIMATICA. MA ESISTE ANCHE UNA CRISI DI RISORSE UMANE.
Esistono molte persone che trascorrono l'intera esistenza, senza una reale consapevolezza delle proprie capacità: incontro un mare di individui convinti di non essere bravi in niente. Il fenomeno, di conseguenza, si traduce in una crisi di risorse umane,
OGNI SISTEMA EDUCATIVO NEL MONDO, PERÒ, È STATO RIFORMATO O STA PER ESSERE RIFORMATO.
giovedì 7 ottobre 2010
Il successo delle "Educational Farm"
Agricoltura sostenibile, tutela dell'ambiente, salvaguardia del territorio, rispetto delle tradizioni locali. Sono solo alcuni fra gli argomenti trattati nelle cosiddette “fattorie didattiche” (in inglese educational farm), aziende agricole che lavorano in tandem con le scuole. Lo scopo? Aiutare i più giovani a colmare la distanza fra cultura urbana e cultura rurale, educandoli alla salute, a stili di vita che tengano conto della natura, degli ecosistemi, del valore delle attività agricole. Gli insegnanti, in particolare, mirano a rendere consapevoli i ragazzi del loro ruolo sociale, portandoli a sviluppare uno spirito critico nei confronti della natura e di pratiche lavorative cadute ormai nel dimenticatoio, ma fondamentali per l'equilibrio ecologico. In una fattoria didattica i ragazzi imparano a produrre latte, formaggio, pane; a raccogliere il miele; a coltivare cereali, frutta e verdura; a riconoscere le principali specie animali e vegetali che ci circondano, le loro caratteristiche tassonomiche e biologiche. Non tutte le aziende agricole, però, possono essere definite “fattorie didattiche”: la qualifica dipende da una serie di parametri raccolti nella cosiddetta “Carta della Qualità”, certificata dalle regioni. Una fattoria didattica che si rispetti deve adottare sistemi agricoli di produzione biologica ed eco-compatibile e ospitare allevamenti che tengano conto soprattutto del benessere degli animali. La struttura deve disporre di ambienti curati, accoglienti, servizi igienici, sistemi di sicurezza. L'operatore di una fattoria didattica deve sostenere un corso speciale di 120 ore per poter servire al meglio le richieste di una scolaresca. Non sono ammessi più di 60-65 scolari per volta, e il loro numero deve essere proporzionato a quello degli operatori. Mezza giornata in una fattoria agricola costa 5 euro, l'intera giornata 15 euro (pranzo incluso), più giorni 40 euro al giorno (con trattamento di pensione completa). Il fenomeno delle fattorie didattiche - cominciato all'inizio del ventesimo secolo in Scandinavia - prende piede in Italia nel 1997 con la nascita della “Rete delle fattorie didattiche romagnole”: il progetto è rappresentato dalla società Alimos, in collaborazione con imprenditori agricoli della provincia di Forlì-Cesena. Da cinque/sei anni a questa parte è in costante evoluzione: nel 2010 c'è stato un incremento dell'11% delle visite didattiche in fattoria, ormai parte integrante dei programmi scolastici. L'ultimo censimento effettuato da Alimos parla di 1.750 fattorie didattiche attive sul territorio nazionale. La regione con più fattorie didattiche è il Piemonte (210); a seguire ci sono Veneto (121), Puglia (115), Campania (108), Emilia Romagna (95). Il boom delle fattorie didattiche è anche figlia di iniziative a favore dell'ambiente come l'“Educazione alla Campagna Amica” di Coldiretti, che nel corso del 2011 coinvolgerà più di 100mila scolari delle scuole medie ed elementari.
Qualche indirizzo utile:
1. LOMBARDIA: L'Airone – strada comunale per Isola Dovarese, 2, Drizzone (CR) – 037.5389902
2. BASILICATA: Masseria Moles – contrada Mezzana, Tolve (PZ) – 340.6444371
3. EMILIA ROMAGNA: Malvasia – via Ardo Guidetti, 16, Baricella (BO) – 0532.722586
4. MARCHE: Case Rosse – frazione Casette, Ascoli Piceno (AP) – 073.6403995
5. TOSCANA: Erthola - località Apparita di Monthiano, Magliano in Toscana (GR) – 056.4589939
6. SARDEGNA: S'Axrola Antiga – località Is Arrius, Villanovatulo (NU) – 087.2813046
7. TRENTINO ALTO ADIGE – Azienda Osti Marco - via Fontanele, 22, Spormaggiore (TN) – 046.1653337
8. LIGURIA: La Casa dell'Alpe – via Alpe, 10, Rialto (SV) – 019.688019
9. VENETO: Balla coi Mussi – via Pelosa, 31a, Saccolongo (PD) – 049.8016033
10. SICILIA: Il Casale delle Rose – contrada Santo Stefano, Caltagirone (CN) – 093325064
Qualche indirizzo utile:
1. LOMBARDIA: L'Airone – strada comunale per Isola Dovarese, 2, Drizzone (CR) – 037.5389902
2. BASILICATA: Masseria Moles – contrada Mezzana, Tolve (PZ) – 340.6444371
3. EMILIA ROMAGNA: Malvasia – via Ardo Guidetti, 16, Baricella (BO) – 0532.722586
4. MARCHE: Case Rosse – frazione Casette, Ascoli Piceno (AP) – 073.6403995
5. TOSCANA: Erthola - località Apparita di Monthiano, Magliano in Toscana (GR) – 056.4589939
6. SARDEGNA: S'Axrola Antiga – località Is Arrius, Villanovatulo (NU) – 087.2813046
7. TRENTINO ALTO ADIGE – Azienda Osti Marco - via Fontanele, 22, Spormaggiore (TN) – 046.1653337
8. LIGURIA: La Casa dell'Alpe – via Alpe, 10, Rialto (SV) – 019.688019
9. VENETO: Balla coi Mussi – via Pelosa, 31a, Saccolongo (PD) – 049.8016033
10. SICILIA: Il Casale delle Rose – contrada Santo Stefano, Caltagirone (CN) – 093325064
martedì 14 settembre 2010
IL POTERE DELLE NINNE NANNE
Desiderate che i vostri figli da adulti diventino dei provetti ballerini? Allora fategli ascoltare più ninne nanne possibili. È il suggerimento di uno studio canadese condotto da esperti della McMaster University. Gli scienziati hanno evidenziato che le cantilene delle mamme indirizzate ai neonati hanno il potere di attivare e potenziare determinate aree cerebrali preposte alla percezione del ritmo, e quindi alla base della capacità di seguire una certa melodia senza andare fuori tempo. Gli esperti ritengono che con le ninne nanne sia possibile stimolare l’intelligenza musicale, che è la più precoce a svilupparsi e resta invariata per tutta la vita; melodie semplici, basate sul senso del ritmo e adatte al livello di sviluppo del bambino sono particolarmente adatte alla crescita, e in più hanno un fondamentale valore educativo poiché arricchiscono il vocabolario dei più piccoli. Gli studiosi hanno infine evidenziato che la persona che canta - la mamma, il papà, la tata - crea nei bambini i presupposti per lo sviluppo dell'area cerebrale preposta alla comunicazione. La funzione della ninna nanna è fare addormentare il bambino grazie a un ritmo ripetitivo, che produce una specie di effetto ipnotico. A questo contribuiscono sia la melodia sia le parole, che spesso si ripetono dando un senso di monotonia. Il ritmo è generalmente determinato dal movimento, cui viene sottoposto il bambino, tra le braccia della mamma o in una culla che viene mossa. Musicalmente c’è da osservare che l’estensione delle melodie è ristretta e le scale utilizzate spesso contano su un numero limitato di note. Il canto a bocca chiusa (humming) e la ripetizione, con lunghezza variabile di parole nonsense (simili anche in aree fra loro distanti), sono altre caratteristiche comuni delle ninne nanne.
domenica 4 aprile 2010
Il miglior giocattolo del secolo
Il Lego? Nonostante gli anni continua a essere il gioco preferito dai papà inglesi. Lo dice un sondaggio diffuso in questi giorni dalle pagine del Telegraph. Inventati nel 1932 dal carpentiere danese Ole Kirk Christiansen, i mattoncini di plastica multicolore che s'incastrano e che hanno rappresentano la gioia d'intere generazioni di bambini, sono ancora oggi considerati il miglior giocattolo in circolazione da 1.000 adulti di età superiore ai 25 anni. Sempre in Inghilterra, il Lego è stato definito il gioco del secolo. La prestigiosa onorificenza gli è stata conferita dai membri della British Association o Toy Retailers (BATR). Qualche curiosità: Lego in danese vuol dire “gioca bene”; dal 1949 al 1998 sono stati prodotti 203miliardi di mattoncini; i colori più diffusi sono rosso, giallo, blu, nero, bianco e grigio chiaro; nel 1992, usando prodotti Lego, furono stabiliti due record nel Guinness dei primati: un castello di 4,45metri di altezza, per 5,22 metri di lunghezza, e una ferrovia lunga 545metri con tre locomotive; negli ultimi cento anni solo altri due giochi hanno potuto competere con il Lego: il Monopoli e lo “yo – yo”.
venerdì 19 febbraio 2010
William Potter, la storia di un piccolo genio
Un bimbo di tre anni è entrato a far parte del Mensa, club per superintelligenti. Si chiama William Potter e abita in Inghilterra. Il suo QI è pari a quello di Bill Clinton e a quello che - presumibilmente - contraddistinse anche Napoleone Bonaparte. 140 il punteggio ottenuto nei test (100 è il valore medio). "William ha una memoria eccezionale", dice la madre quarantacinquenne, Lynn Goldstraw. "Una volta che vede una cosa non la dimentica più". Non è certo un bimbo come tutti gli altri. Nel passeggino anziché frignare o guardasi in giro e sorridere ad amici e parenti, legge correttamente le targhe delle auto. Non solo: "Quando andiamo in giro in auto impugna la cartina e dice lui a papà dove e quando girare", precisa la madre del piccolo. Secondo lo psicologo Peter Cogdon i bimbi come William sono più unici che rari. Riguardano, infatti, solo lo 0,4% dei piccoli della sua età. "William è estremamente dotato", racconta Cogdon, "il suo livello di lettura è paragonabile a un bambino di 7 anni. Eccelle nel campo della memorizzazione e conosce innumerevoli vocaboli". Il piccolo vive con mamma e papà, a Stoke-on-Trent, nella contea dello Staffordshire. I suoi genitori si sono accorti del suo talento, in seguito alle numerose domande cui venivano sottoposti quotidianamente, fatto insolito per un bimbo di 3 anni. A casa si comporta come un bambino normale. Gioca e si diverte come tutti. Ma ha anche iniziato a giochicchiare con la calcolatrice e a destreggiarsi con il cinese e lo spagnolo. Ora c'è il problema della scuola. Quando inizierà, correrà il serio rischio di annoiarsi perché saprà già tutto. O quasi.
venerdì 4 dicembre 2009
CIMITERI OASI DI VITA
A lezione di naturalismo. Dove? Nei cimiteri. È una delle tante proposte avanzate dai responsabili del Caring for God’s Acre ("Avendo cura degli acri di Dio”). Mini safari, li hanno anche battezzati. Gli scolari, muniti di lente e quadernino, si aggirano come dei detective tra tombe e sepolcri per scovare animali e piante che altrove non vivono più, spazzati via da inquinamento, pesticidi, insetticidi. La prima fase del progetto si è conclusa da poco. Con essa gli studiosi sono riusciti a individuare ben 300 specie – sia animali che vegetali - credute estinte o comunque impossibili da trovare al di fuori dei camposanti. Del progetto ne ha recentemente parlato uno dei maggiori esponenti dell’iniziativa: il botanico David Bellamy. Dice lo studioso: “I cimiteri? Io li chiamo isole della speranza. Il futuro della wildlife (natura allo stato selvaggio) risiede proprio nei sepolcreti. Il rinascimento verde – va avanti – è cominciato e i cimiteri sono oasi in cui per secoli hanno trovato rifugio indisturbati erbe, funghi, licheni, muschi e fiori selvatici”. Ma non sono solo i vegetali a far la gioia dei naturalisti: ci sono anche specie animali, dalle dimensioni contenute come gli insetti e gli aracnidi, talvolta di grossa taglia, volatili e perfino piccoli mammiferi. Il progetto per il momento coinvolge esclusivamente la città di Hereford, in Inghilterra. È qui che gli scienziati hanno indirizzato i loro sforzi su tre camposanti ricchissimi in biodiversità. D’altronde non è la prima volta che qualcuno sottolinea l’insolita esperienza di sentirsi profondamente vivo proprio quando si è in un cimitero. Una di queste è Tracy Chevalier, celebre scrittrice. Parlando del suo ultimo libro “Quando cadono gli angeli” afferma: “Il cimitero di Highgate è un posto speciale. Faccio un lavoro di volontariato nel cimitero, ci vado da anni e una cosa che ho notato è che è un luogo per i vivi piuttosto che per i morti. La gente va al cimitero e ricorda le persone che non ci sono più e i ricordi sono vivi. E poi ci sono tante piante e animali, ci sono addirittura delle volpi e si sentono gli uccellini. È un posto in cui andare per ricordare ed essere vivi”.Per info: http://www.caringforgodsacre.org/
venerdì 14 agosto 2009
Ragazzi più bravi a scuola con un cane in casa
Studiosi tedeschi dicono che la resa scolastica dei bambini con un cane in casa è migliore di quella dei coetanei che vivono senza animali. Reinhold Bergler e Tanja Hoff dell’Università di Bonn hanno osservato le caratteristiche comportamentali di 400 alunni di età compresa tra 13 e 15 anni, sottolineando il ruolo “responsabilizzante” di Fido. Il solo fatto di accudire un cane - dandogli da mangiare, pulendolo, accompagnandolo fuori a fare i bisogni - fa infatti sentire i ragazzi più utili e importanti per la famiglia, circostanza che poi si riflette positivamente sul rendimento scolastico. Peraltro, avere un cane in casa, aiuta i più giovani a fare amicizia. Si è visto infatti che i piccoli che crescono con un animale tra le quattro mura sono i più predisposti al gioco e al contatto con gli altri. Secondo gli scienziati tra cane e bambino si crea una sorta di empatia. “Biofilia”, in particolare, è il termine tecnico con cui si definisce la relazione che si instaura tra due specie fileticamente lontane, come appunto l’uomo e il cane. Analoghe ricerche pedagogiche hanno confermato la “vicinanza tematica” tra il mondo dei più giovani e il miglior amico dell’uomo. L’istintività, la curiosità, le fobie e le paure, sono infatti tipiche dei bambini, così dei cani; al contrario, raramente, riguardano le persone adulte.
martedì 7 luglio 2009
SCIENZIATI CONTRO ANTENATI
Cartoni animati e film per bambini nel mirino degli scienziati. Succede in Inghilterra dove James Williams, dell’Università del Sussex, punta il dito contro programmi televisivi che (indirettamente) appoggerebbero il creazionismo, a scapito delle consolidate teorie di Charles Darwin. Fra questi ci sono, per esempio, i famosi Flintstones, nati negli anni Sessanta e prodotti da Hanna & Barbera. In questi cartoni animati non si tiene conto della cronologia, per cui animali vissuti milioni di anni fa (immaginiamo un Tyrannosaurus rex) vengono messi sullo stesso piano di uomini vissuti qualche migliaio di anni fa: i dinosauri hanno prosperato fino a 64 milioni di anni fa, le forme australopitecine - gli ominidi più antichi - non vanno oltre i 3,5 milioni di anni, mentre l’Homo sapiens, addirittura, non compare prima di 200mila anni fa. Sotto accusa anche altri programmi, appoggiati dai creazionisti nelle scuole inglesi, come il cartone Barney & Friends e il film One Million Years BC. E pure alcuni testi letterari corredati da immagini controverse: dai dinosauri che soccombono alle onde del Diluvio universale agli animali che convivono pacificamente con l’uomo nel Giardino dell’Eden. Tutte ricostruzioni che risultano scientificamente inaccettabili, ma teologicamente verosimili. La convivenza fra specie vissute in epoche completamente differenti, infatti, può essere giustificata solo accettando il fatto che Dio abbia creato la vita in un solo giorno. Ed ecco quindi che la questione riapre la polemica, peraltro mai chiusa, tra creazionisti e darwinisti. I primi sono convinti che Dio abbia creato il mondo in sei giorni, e gli esseri viventi in un solo giorno (il sesto). Mentre i secondi, fedeli alle leggi del naturalista inglese, ritengono che l’uomo sia il risultato di un lungo cammino evolutivo iniziato 3,5 miliardi di anni fa, partendo da un microrganismo. «Questa intenzionale distorsione della realtà scientifica a favore delle pseudoscienze è un autentico abuso intellettuale» dice Williams. «Le teorie creazioniste trovano ampio spazio nelle scuole primarie, lo stesso, però, dovrebbe accadere con le principali teorie scientifiche». Dello stesso parere di Williams è David Caramelli, docente di antropologia molecolare presso l’Università di Firenze, secondo il quale «in effetti alcuni programmi tv possono snaturare la comprensione della storia evolutiva dell’uomo. Peraltro, oggi, l’attenzione verso discipline come la biologia evoluzionistica è scarsissima». Secondo Marco Ferraguti, invece, biologo evoluzionista dell’Università di Milano «il problema non è tanto nel messaggio che i cartoni veicolano (i piccoli non hanno il senso del tempo), ma nel fatto che ci sono creazionisti pronti a sfruttare qualsiasi spunto per affermare le loro idee, illudendo persone che hanno una scarsa competenza scientifica». La posizione della chiesa, però, scagiona i doppi fini dei creazionisti e in un certo senso giustifica la presenza di certi stratagemmi educativi: «È una notizia che lascia il tempo che trova» commenta don Angelo Pellegrini, docente di Teologia presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale con sede a Firenze. «Non c’è nessuna strategia da parte dei creazionisti, ma solo la volontà di divulgare materiale che possa far crescere nel migliore dei modi i più piccoli, soprattutto dal punto di vista morale. Sono importanti i libri scientifici, ma anche quelli contenenti una buona dose di fantasia. I libri scritti da Tolkien, per esempio, non hanno valore scientifico, ma sono ben accettati da tutti».(Pubblicato su Libero il 7 luglio 09)
mercoledì 10 giugno 2009
Geniale un bambino su cinque. Ma va scoperto prima che sia troppo tardi
Mamme e papà seguite con attenzione i vostri figli perché potreste avere un piccolo genio senza saperlo. Stando infatti a un recente articolo apparso sulla rivista OkSalute il 20% dei bambini (1 su 5) è plusdotato, cioè caratterizzato da capacità intellettuali più alte della media. Il problema è che nella stragrande maggioranza dei casi non si è in grado di individuare i piccoli geni, e così questi bimbi diventano grandi senza poter esprimere le proprie qualità. Dicono i ricercatori che è soprattutto l’ambiente in cui vivono a determinare il loro eventuale successo. Così come fu determinante per un genio come Wolfang Amadeus Mozart crescere con un padre che l’ha indirizzato alla musica fin da piccolo: “Se Mozart fosse nato da una famiglia di falegnami probabilmente delle sue opere non ci sarebbe stata traccia – asseriscono gli specialisti. Ma come capire se si ha a che fare con un piccolo genio? Gli studiosi dicono che non è un compito facilissimo. Tuttavia vi sono degli aspetti che potrebbero semplificare questa ricerca. Per esempio ci sono bimbi che a soli quattro anni sanno leggere l’italiano e il greco antico. O altri che riconoscono le note musicali prima ancora di prendere in mano uno strumento. In generale se un bambino mostra una spiccata curiosità per diversi campi del sapere o è attratto dai compiti più difficili è da tenere in considerazione: in lui potrebbe, infatti, nascondersi il genio. Anche la scuola ha il suo peso. In America, per esempio, vige la cosiddetta “istruzione selettiva”: i bimbi superdotati seguono dei corsi a parte, e in questo modo le loro potenzialità intellettive hanno maggiori probabilità di emergere. È possibile, peraltro, riconoscere un talento inespresso, ma quando ormai è troppo tardi, e della sua genialità potrebbe essersi persa ogni traccia. In questo caso il classico “genio incompreso” è un ipersensibile, un anticonformista all’eccesso. Vive in un mondo tutto suo, astratto, che talvolta può arrivare a fargli perdere il contatto con la realtà. Altri sintomi sono la notevole ansietà, la tendenza alla prevaricazione, e l’egocentrismo sfrenato.
venerdì 5 giugno 2009
Aumentano i casi di giovanissimi che vorrebbero essere "quelli che non sono per natura"
Aumentano i casi di bimbi con problemi di identità sessuale. Il disturbo colpisce soprattutto i maschi, che convivono con la difficoltà di non riuscire a gestire il desiderio di “essere quelli che non si è per natura”. Un problema che se non viene affrontato in maniera corretta può portare a gravi deficit comportamentali e sofferenze psichiche anche notevoli: due terzi di chi ha problemi di questo tipo diventa omosessuale o un soggetto caratterizzato da conflitti interni assai difficili da gestire. A diffondere la notizia sono gli esperti del SAIFIP, centro di consulenza e sostegno rivolto a coloro che intendono chiedere la “rettificazione di attribuzione del sesso” (presso l’ospedale San Camillo di Roma). Il servizio, attivo dal 1992 per individui dai 18 anni in su, ha recentemente dato vita a un centro psicologico per minorenni in difficoltà. In particolare da un paio d’anni a questa parte sono una decina i piccoli (dai 5 ai 17 anni) che hanno potuto usufruire del sostegno degli esperti. Cinque i segnali che dovrebbero indurre un genitore a valutare la possibilità che il proprio figlio sia affetto dalla particolare sindrome: il desiderio esplicito di voler essere dell’altro sesso; la volontà di vestirsi e acconciarsi come una bambina; preferire le femmine ai maschi nel gioco, e in generale i giochi delle femmine a quelli dei maschi; in attività come le recite voler far sempre la parte della “donna”. Se sono evidenti almeno quattro di queste condizioni significa che è meglio prendere provvedimenti. Secondo gli esperti le persone con un disturbo dell’identità di genere (detti anche transessuali, da non confondersi con i travestiti) vivono fin da piccoli la terribile sensazione di esser nati nel corpo sbagliato. Vorrebbero appartenere al sesso opposto, essere quindi una donna invece di un uomo, o viceversa. Si stima che un uomo su 11.900 e una donna su 30.400 abbia un disturbo dell’identità di genere. Le cause? Fino ad ora non si è fatta molta ricerca in questa area e si conosce poco sull’argomento. Sicuramente entrano in gioco molteplici aspetti primi fra tutti il patrimonio genetico e l’educazione ricevuta.
venerdì 16 maggio 2008
Cinque regole per diventare leader
Vuoi avere successo nella vita? Allora prova a seguire i consigli di Howard Gardner, docente di Cognitivismo e Pedagogia presso la facoltà di Scienze dell’Educazione all’università di Harvard. Secondo lo studioso americano il successo nel mondo del lavoro e nella società in generale, è garantito solo se si “coltivano” determinati atteggiamenti mentali. In particolare lo scienziato propone la teoria delle “five minds for the future”. Il riferimento è alle “menti” più utili nel prossimo futuro, quelle cioè che meglio delle altre si adatteranno all’ambiente e contribuiranno perciò a un miglioramento significativo delle aspettative sociali. Gardner – all’attivo una decina di libri tradotti in tutto il mondo – è partito da una sua teoria precedente: quella delle “intelligenze multiple”, formulata nel 1983. Secondo questa teoria non esiste un’unica intelligenza, misurabile con strumenti psicometrici – il classico QI - ma otto competenze intellettive autonome. Tra queste lo studioso adesso ne ha selezionate cinque: la mente disciplinata, sintetica, creativa, rispettosa, etica. Le prime tre riguardano la sfera cognitiva, le ultime due quella personale. La mente disciplinata è quella in grado di immedesimarsi nel pensiero altrui. Quella cioè che permette per esempio a un irrazionale di sforzarsi di vedere le cose da un punto di vista razionale. La mente sintetica riguarda una mente che è capace di selezionare la miriadi di informazioni che ogni giorno provengono dall’ambiente: chi non coltiva questa qualità intellettuale rischia pertanto di essere fagocitato da input che gli fanno perdere tempo ed energia. La mente creativa si forma soprattutto nelle scuole. È qui che gli insegnanti devono essere in grado di spingere i più giovani a sfidare il mondo esterno con più fantasia, ma senza strafare. Quegli stessi insegnanti che, peraltro, dovrebbero contemporaneamente cominciare a dare meno peso alle intelligenze tradizionali, quella matematica e linguistica: così facendo infatti rischiano di emarginare ragazzi dotati, le cui qualità intrapersonali non vengono dovutamente considerate. Nell’ambito della sfera personale rientrano la mente rispettosa e quella etica. La prima è relativa al fatto che ci avviamo a una società multirazziale, globalizzata: mode e costumi si mischiano tra loro, e dunque sarà necessario sapersi adattare a tutto e a tutti per andare bene con il prossimo e con noi stessi. La mente etica infine è quella che spinge l’uomo ad agire non solo per il proprio bene, ma anche per il bene della società, della città, del paese in cui si vive. Per arrivare a queste considerazioni Gardner ha a lungo studiato il profilo caratteriale di personaggi celebri del presente e del passato. Figure dotate di carisma che direttamente o indirettamente hanno influenzato il mondo contemporaneo. Tra questi ci sono per esempio l’ex primo ministro inglese Margaret Thatcher, e il grande fisico Albert Einstein: la prima ha esercitato un’influenza diretta con i suoi discorsi, Albert Einstein è invece stato un leader indiretto perché la sua influenza si è manifestata attraverso le sue teorie. L’esperto ha inoltre concentrato i suoi studi sull’intelligenza dei bambini e su adulti colpiti da ictus. Dall’insieme delle sue ricerche ha quindi concluso che “gli esseri umani non sono dotati di un determinato grado di intelligenza generale, che si esprime in certe forme piuttosto che in altre, quanto piuttosto di un numero variabile di facoltà relativamente indipendenti tra loro”. Infine Gardner afferma che tutti possiamo sviluppare le nostre diverse intelligenze se siamo messi nelle condizioni appropriate di incoraggiamento, arricchimento e istruzione.
mercoledì 14 maggio 2008
Tristi, vivaci, ansiosi. Per capire i bimbi basta un colore
Vuoi conoscere il carattere di tuo figlio? Sapere se soffre di qualche particolare disturbo o se alcuni lati del suo carattere potrebbero interferire con la sua serenità? Un utile consiglio arriva dagli studiosi dell’università La Sapienza di Roma, i quali ci dicono che per rivelare la personalità di un bimbo basta analizzare i disegni che fa e soprattutto osservare quali colori utilizza di più. Secondo gli scienziati romani infatti “i colori sono indice di maturazione e permettono di interpretare la sfera emotiva e affettiva”. Sebbene i colori siano pressoché infiniti (un osservatore particolarmente sensibile può distinguerne un centinaio) è possibile comunque ricondurre le tinte cromatiche a otto principali categorie rappresentate dal blu, verde, giallo, rosso, viola, marrone, nero e bianco. Tralasciando quindi il bianco che normalmente non viene usato nei disegni (poiché i fogli su cui si scarabocchia di solito sono dello stesso colore), vediamo uno a uno il significato che si cela dietro a ogni colore impiegato. Un bimbo che utilizza spesso il blu è un bimbo tendenzialmente tranquillo e sereno. Non ama entrare in conflitto con gli altri e ha ottime capacità di relazione. Potrebbe però avere dei problemi se lo utilizza in eccesso o troppo marcatamente: quando, per esempio, mentre raffigura un classico paesaggio, rappresentato da un gruppetto di case, i monti all’orizzonte, il cielo e i campi davanti all’abitato, lo sceglie per quasi ogni particolare; o quando, raffigurando un laghetto, preme il pastello o il pennarello oltremisura: in questo caso potrebbe comunicare il disagio di non riuscire a trattenere la pipì durante la notte (enuresi notturna). Il verde è da sempre legato alla ‘speranza’ e quindi chi lo impiega spesso è un bambino fiducioso, soddisfatto e felice. Tuttavia il suo uso eccessivo potrebbe rivelare una natura ribelle o, in alternativa, un temperamento accidioso e inibito. Col giallo hanno a che fare i bimbi con grande capacità di adattamento, dotati di eccezionale dinamismo, apertura mentale e intuizione. In realtà, anche qui, possono celarsi dei problemi quando il colore viene utilizzato inadeguatamente; quando gran parte dell’opera artistica di un nostro piccolo è dominata dal giallo potrebbe, per esempio, indicare un cattivo rapporto con qualche famigliare: secondo gli esperti chi disegna sempre con questo colore potrebbe avere difficoltà di relazione con il papà. Il rosso è il coloro del fuoco e quindi il bimbo che scarabocchia utilizzando questa tinta cromatica è un tipo molto attivo, eccitabile, coraggioso, energico. Se invece il rosso prevale nettamente sugli altri colori significa che qualcosa non va: il bimbo potrebbe essere troppo eccitabile – con tutte le conseguenze del caso fra cui la difficoltà a prendere sonno – o soffrire di scatti di collera. Un piccolo che utilizza spesso il viola deve essere preso in considerazione con attenzione. Infatti chi usa questo colore esprime una natura malinconica, tendenzialmente triste, pudica e fortemente emotiva. Quando un bimbo esagera con questo colore è perché potrebbero esserci, da parte dei genitori, delle richieste eccessive; può indicare quindi un eccesso di sollecitazione alla crescita o alla responsabilizzazione da parte della mamma o del papà. Il marrone è il colore della serietà, dell’intolleranza. Il bambino che lo usa più degli altri è un tipo prudente, che non ama sognare ad occhi aperti e che quindi preferisce stare con i piedi per terra. Quando però il marrone domina prepotentemente sulle altre tinte vuol dire che il bambino potrebbe essere troppo chiuso in se stesso. Infine abbiamo il nero che gli specialisti indicano come il colore che esprime paura, ansia, malinconia. Di conseguenza il temperamento di un bimbo che ne fa largo uso non può non prescindere da queste prerogative. Quando il nero è impiegato con insistenza potrebbe essere la spia di un umore instabile che necessita di essere seguito con attenzione.
martedì 13 maggio 2008
Gatti, cavie, furetti. L'animale giusto per ogni bambino
Recenti studi dicono che il 79 percento dei bimbi desidererebbe avere un animale domestico. Un desiderio che spesso i genitori esaudiscono, ma non sempre compiendo la scelta giusta. Stando infatti agli esperti non tutti gli animali vanno bene per i bambini e soprattutto non tutti i bambini vanno d’accordo con gli stessi animali. Proprio per questo è utile sapere che a seconda del temperamento di nostro figlio possono esserci per lui animali più o meno indicati. In aiuto ci viene quindi un servizio apparso sulla rivista “Insieme” nel quale – coinvolgendo vari scienziati - si fa un elenco degli animali più appropriati per un bambino in base alla personalità che lo contraddistingue. Sette, in particolare, i profili tracciati: ordinato, dinamico, coccolone, riflessivo, egocentrico e con la testa fra le nuvole. Iniziamo dal bimbo ordinato. Per lui l’ideale sono gatti appartenenti alla razza Devon Rex o cani come il Piccolo levriero italiano. Entrambi sono animali che soffrono il freddo e sono anche molto delicati: un padroncino attento e diligente è sicuramente in grado di dar loro ciò che gli esrve. E nel farlo se sente realizzato. A questo tipo di bambino, particolarmente “preciso”, si può regalare un pappagallo. Secondo gli esperti dell’Associazione italiana pet therapy, col volatile si possono divertire ad insegnargli a parlare e a fischiettare. Il bimbo dinamico ha bisogno di animali decisamente più “casinisti”. Come, per esempio, il gatto europeo o il cane Fox Terrier. Tutte e due le specie hanno un brio eccezionale, e possono andar d’accordo anche con i bimbi più pestiferi. A fianco di essi gli esperti raccomandano la cavia peruviana, animale appartenente al gruppo dei roditori, famosa per la sua incredibile voracità. Al bambinetto coccolone si consiglia il coniglio. È un animale docile e tranquillo che può essere affiancato anche a piccoli di appena due anni di età. Oppure si può pensare al cane appartenente alla razza Boxer: sono infatti cani che si attaccano tantissimo ai bambini e li difendono a spada tratta da qualunque aggressore. In Usa non per niente vengono chiamati “the nanny dog”. L’introversione di un giovanissimo può essere “curata” con cani come il Labrador o il Golden Retriever. Ottimi invece fra i gatti il Radgoll, il Siamese e il Balinese. In questo caso il riferimento è ad animali calmi e gioiosi, tolleranti e coccoloni. Il bimbo riflessivo deve essere affiancato da animali particolari come le tartarughe o il criceto. Secondo gli esperti del gruppo Pac di Forlì (Psicologia Animale Comparata) col criceto il fantolino può sbizzarrirsi dandogli da mangiare, con le tartarughe osservando abitudini singolari del mondo animale come il letargo. Rimangono il bambino egocentrico e quello con la testa sempre fra le nuvole. Per il primo la raccomandazione degli scienziati è quella di offrigli l’opportunità di confrontarsi con un furetto o con un cane come il Bassotto. Il furetto può essere portato in giro col guinzaglio attirando l’attenzione dei tanti che si incontrano per strada e che rimangono colpiti dall’animale poco conosciuto; d’altra parte cani come il Bassotto, con la loro imprevedibilità, possono sedare la voglia di primeggiare dell’egocentrico. Per il piccolo che ama fantasticare il consiglio è infine quello di avere a che fare con il Bovaro del Bernese e con il Bouledogue. Sono entrambi cani di razza. Il primo è l’amico ideale di chi ama disegnare e ha spirito artistico, il secondo di chi ha una natura sensibile e meditabonda. Infine gli studiosi dell’università di Padova dicono che, in ogni caso, è fondamentale far crescere i bambini a contatto con gli animali domestici. Permette loro di confrontarsi con un’altra modalità di linguaggio, di responsabilizzarsi e prepararsi (eventualmente) all’arrivo di un altro fratellino.
venerdì 2 maggio 2008
A scuola tra i boschi
Sono sempre di più i bamini che vanno a scuola nei boschi, soprattutto in Svizzera, in Germania e in Finlandia. È un vero e proprio boom dettato dal fatto che secondo molti scienziati il contatto diretto con la natura fa crescere i piccoli più sani, più creativi, più coraggiosi, più sicuri di sé. Ma come è possibile andare all’asilo o a scuola in una foresta? Basta dotare i bambini di tute termiche impermeabili e stivaletti di gomma: in questo modo possono restare all’aria aperta anche con la pioggia e con la neve, dicono gli insegnanti impegnati in questo nuovo tipo di scuola. All’aria aperta si impara a giocare, a stare insieme, si imparano i segreti della natura, e da poche settimane a questa parte anche a fare le addizioni e a studiare l’etologia. Almeno in Svizzera, dove, oltre ai 15 asili nel bosco già esistenti, da poco è nata la prima scuola nei boschi. Per il momento riguarda solo le prime tre classi elementari, ma in futuro c’è già chi pensa di arrivare alle scuole medie. Si tratta di una scuola tutta particolare. Non ci sono i banchi, non ci sono le aule, e quindi non ci sono delle vere e proprie classi. I piccoli imparano a fare le somme e le moltiplicazioni contando le ghiande delle querce, e i segreti degli uccelli o degli insetti osservandoli dal vivo nel pieno delle loro attività. E i libri? I libri sono conservati nell’unico spazio riparato a disposizione degli alunni: una casupola in legno dove, con i testi scolastici, ci sono anche dei lunghi ripiani su cui disegnare e scrivere. Tutto è iniziato nel 1998. Remo Gugolz, un insegnante di 42 anni, ha fondato il primo asilo nei boschi in Svizzera prendendo spunto da realtà analoghe in Germania (dove attualmente ci sono 400 asili nei boschi e in Finlandia). In particolare è a San Gallo, città di quasi 75mila abitanti, nel nord est della Svizzera che è iniziata l’avventura di Gugolz. A lui si sono affiancati Regula Borrer e Marius Tschirky, rispettivamente direttrice e insegnante dell’asilo. L’attività nei boschi inizia alle 9 del mattino con un girotondo o una filastrocca e prosegue fino alle quattro del pomeriggio. Si cucina, si mangia, si fanno le attività più diverse costantemente immersi nella natura. I bimbi hanno a disposizione piccoli coltellini, piccole seghe e altri attrezzi con cui portare a termine lavoretti di ogni genere: “Di pericoli non ce ne sono – spiegano i promotori della scuola nei boschi -. In otto anni di esperienza non è mai accaduto niente di male a nessun bambino”. Ma a cosa è dovuto il successo degli asili e delle scuole nei boschi? Secondo i pedagogisti l’intimo contatto con la natura è benefico per tre aspetti. Punto uno. Al centro della crescita del bambino viene messo il rapporto sensoriale con la natura: vista e udito vengono stimolati dal canto degli uccelli e dal fragore della pioggia che cade. Il bosco diviene presto un luogo familiare dove fretta e nervosismo non hanno motivo di esistere. Punto due. I piccoli, in questo ambiente, non trovando tutto pronto come a casa, sono portati ad aguzzare l’ingegno: il pranzo devono prepararlo da soli (aiutati naturalmente dai maestri) e i giochi li devono inventare o costruire dal nulla. Punto tre. L’autoapprendimento. I bimbi imparano da soli a gestirsi vivendo in prima persona le difficoltà del vivere sempre all’aria aperta, e i maestri li lasciano fare dando loro dei suggerimenti solo quando è strettamente necessario. E in Italia? In Italia non ci sono ancora scuole o asili nei boschi. Tuttavia ci sono posti dove il contatto con la natura viene assicurato ai più piccoli tramite spazi limitrofi agli edifici scolastici dedicati alla coltivazione dell’orto e all’allevamento di oche e galline.
(Pubblicato su Libero il 13 dicemre 06)
(Pubblicato su Libero il 13 dicemre 06)
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