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lunedì 11 febbraio 2013

L'energia della funivia

Si viaggia in funivia, e si crea energia calpestando un tappetino per accedere al mezzo di trasporto. Ecco come e dove: da Lettera43


Pubblicato su Lettera43: 

Carezza, ai piedi del Latemar, è una delle località sciistiche più note e affascinanti delle Dolomiti, con quaranta chilometri di piste e quindici impianti di risalita. Non stupisce, pertanto, sapere che è proprio in questo angolo d’Italia che s'è pensato di dare vita ai primi tappeti energetici delle Alpi. Si tratta di superfici hitech in grado di trasformare il peso e i passi in energia pulita. Qualcosa del genere è avvenuto anche in altri ambiti, come in alcune discoteche dell’Olanda, dove i ballerini, saltando, mettono in moto un sistema in grado di ricavare energia senza impattare sull’ambiente. I primi test a Carezza sono avvenuti presso la cabinovia Hubertus, dotata di cabine da otto posti che collegano la seggiovia Paolina di Carezza con le piste del Passo di Costalunga, in particolare la Pra dei Tori, superando un dislivello di circa 126 metri; non è molto, ma in tal modo si rende possibile anche il funzionamento di una pista da slittino. Finora sono stati prodotti 34mila joule.
L’operazione rientra in un piano d’intervento approntato per la salvaguardia ambientale, tema caro all’intera zona della Val D’Ega. “Zona sciistica climatica alpina: misure pilota per il risparmio energetico e la produzione di energia da fonti rinnovabili” è il titolo dell’iniziativa, promossa dall’Unione Europea, in collaborazione con “Alpine Pearls”. Da tempo, infatti, tutti i comuni coinvolti operano per individuare il sistema più redditizio per ottenere energia tramite fonti rinnovabili, come il sole e il vento. Si pensa, inoltre, di utilizzare meglio l’aria compressa per la produzione di neve artificiale che, con una pressione più bassa e l’azione di un software specifico, consente un notevole risparmio energetico. 
Le varie amministrazioni coinvolte nel progetto, suggeriscono le azioni più utili che chiunque dovrebbe rispettare – dal residente, al turista - per non inquinare e ridurre il più possibile l’impatto ambientale, ridimensionando le emissioni di anidride carbonica. I cittadini delle “Alpine Pearl” sono i primi a credere nella necessità di preservare al meglio il proprio territorio, adottando volentieri condotte ecosostenibili; per prima cosa utilizzare il meno possibile l’auto, privilegiando l’impiego dei mezzi pubblici. Carezza Ski ha, in particolare, aderito al progetto con un investimento di 365mila euro, per metà finanziati dall’Unione Europea.
Al salone del fitness di Rimini s’è parlato, invece, della possibilità di sfruttare le palestre come “centrali energetiche”. L’idea è stata già adottata con successo a Hull, in Inghilterra, dove cyclette, tapis-roulant e bilancieri accumulano energia destinata alla rete elettrica cittadina. Alla luce di questi risultati gli ambientalisti fanno due conti arrivando a prevedere che le 110mila palestre sparse nel mondo, con un milione e 500mila attrezzature a disposizione degli atleti, potrebbero alimentare almeno 15mila abitazioni.

mercoledì 30 gennaio 2013

Influenzati da Twitter

Sarà che in questi giorni l'influenza imperversa anche fra le mura di casa mia… che c'è, dunque, di meglio di questo pezzo appena elaborato per Lettera43? Riguarda la possibilità di monitorare la diffusione di un virus tramite Twitter, uno dei più noti e importanti social network:  Twitter, cinguettii anti influenza


Siamo soliti considerare i social network interessanti realtà del web, ma non così indispensabili: moltissime persone, infatti, ne fanno a meno e vivono benissimo. Ora, però, il loro utilizzo potrebbe essere valutato da un nuovo punto di vista, giovando alla medicina e fornendoci, per esempio, i presupposti per fronteggiare al meglio una delle incombenze più tignose dell’inverno: l’influenza. Stando infatti a uno studio effettuato da esperti della John Hopkins University di Baltimora, con Twitter sarà possibile tenere sotto controllo l’epidemia influenzale, mettendo a fuoco i commenti dei numerosi utenti coinvolti dal sito e tracciando una mappa della diffusione del virus incriminato. Gli scienziati americani hanno analizzato cinquemila messaggi al minuto, scoprendo che la traccia riportata dai vari “cinguettii” è più attendibile delle schede che gli enti governativi impiegano per monitorare la diffusione dell’influenza stagionale; anche perché viene ponderata in tempo reale. Fondamentale è stato il collaudo di un sistema in grado di scremare i messaggi che alludono alla malattia, senza, però, riferirsi a vere infezioni. È il caso di frasi come “ho paura di prendere l’influenza”, che potrebbero dare falsi positivi, inducendo a credere che il morbo sia più aggressivo di quanto si pensi. In realtà non è un procedimento nuovissimo, essendo già stato testato un paio di anni fa dai ricercatori della Louisiana University, attraverso un monitoraggio durato otto mesi. Anche quest’anno, dunque, grazie alla contemplazione dei social network, possediamo un quadro più preciso dell’andamento virale della nuova ondata epidemica. Ma qual è la situazione attuale? Secondo i medici il picco dell’influenza 2013 arriverà per la fine di gennaio, benché molti italiani siano già stati colpiti dal virus nella primissima parte dell’anno: sono circa 600mila le persone ammalatesi nell’ultimo mese. Finora l’influenza ha costretto in casa soprattutto i più piccoli. L’Istituto Superiore della Sanità ha comunicato che nella fascia di età compresa fra 0 e 4 anni, l’incidenza del morbo ha toccato i 18,73 casi per mille individui. Il dato cala a 12,67 episodi su mille, nei più grandi di età compresa fra i 5 e i 14 anni. Considerando, infine, il campione adulto, il nuovo virus influenzale ha coinvolto 6,25 persone su mille. Nelle ultime ore, però, si sta assistendo a una rapida impennata degli ammalati, confermata dai medici di famiglia che hanno notato un raddoppiamento dei pazienti colpiti da febbre, tosse, raffreddore e dolori articolari. In questa fase sono soprattutto gli adulti a rivolgersi ai medici. “In particolare uomini e donne di mezza età, lavoratori che spesso trascorrono molto tempo in luoghi chiusi, dove il pericolo di contagio è più alto che altrove”, dice Giacomo Milillo, segretario della Federazione nazionale dei medici di medicina generale. Ma rientra, comunque, tutto nella norma, riflettendo una realtà che ogni anno si ripresenta, su per giù, con le stesse caratteristiche. Probabilmente, alla fine del periodo pandemico, si prospetta un numero di casi complessivo più alto degli altri anni, ma non per una maggiore virulenza del morbo, bensì per il minore ricorso che s’è fatto, su scala nazionale, al vaccino. Quasi insignificante, invece, l’azione del virus H1N1, che gli anni scorsi aveva provocato vere e proprio ondate di panico negli italiani. L’ultimo caso significativo risale a una ventina di giorni fa, a Castellammare di Stabia, con il ricovero urgente di una donna di 59 anni che “non ha retto alla difficoltà respiratoria”, trovandosi in una condizione generale già precaria (conseguenza di gravi problemi cardiaci). Il decesso della signora campana, seguiva il conclamato caso di sei persone contagiate dal virus della febbre suina in Sardegna, la settimana a cavallo fra dicembre e gennaio. Dal 2009 a oggi, solo in Italia, l’H1N1 ha provocato circa duecento vittime. Nel mondo la cifra ha toccato le 13mila unità. Ma in questa fase non c’è nulla da temere: "L'H1N1 è una forma influenzale che in questo momento non è epidemica", ha affermato chiaramente il direttore sanitario dell'ospedale San Leonardo, Ugo Esposito. 

lunedì 28 gennaio 2013

Note al volante


Qualche tempo fa è uscito un articolo curioso che sottolineava l’importanza dell’ascolto della musica mentre si è al volante. Stando, infatti, agli autori dello studio canadese citato nel pezzo, l’azione produrrebbe una sensazione di benessere dovuta al circolo di importanti ormoni, che contribuirebbe a far sopportare meglio lo stress dovuto al traffico. Non è una cosa da poco, se si pensa che per molte persone, il caos stradale, associato magari a lunghe code, porta a “scompensi” fisiologici di tutto riguardo, che a lungo andare possono incidere sulla salute. Ora, però, una nuova ricerca mette in guardia dall’ascolto discriminato della musica a bordo del proprio mezzo, poiché non tutte le “colonne sonore” dei nostri viaggi sono consone all’attività di guida. In senso generale, la tesi avanzata dallo studio canadese è assolutamente attendibile, tuttavia esistono anche casi in cui la musica in macchina può fare più male che bene. Tutto dipende dalle canzoni che stiamo ascoltando. Elton John, Norah Jones o i Coldplay vanno benissimo; ma non altrettanto band come i Black Eyed Peas o i Guns n’Roses.
Gli studiosi hanno analizzato le risposte di quattro maschi e quattro femmine, ai quali è stato chiesto di percorrere cinquecento miglia lungo un percorso prestabilito, normalmente battuto dal traffico in uscita da grandi città: le prime duecentocinquanta miglia, in silenzio, le restanti, ascoltando la musica. Durante il test, un particolare apparecchio in grado di registrare i movimenti dei pedali e il livello di attenzione dei conducenti, ha consentito agli scienziati di analizzare lo stile di guida dei vari partecipanti alla prova, per capire in che modo la musica potesse (o meno) influenzare le dinamiche di guida. Così facendo, Simon Moore, lo psicologo a capo dell’esperimento, ha potuto evidenziare le relazioni fra guida e tipo di musica ascoltata, verificando che, in ogni caso, per una guida serena e tranquilla, non c’è niente di meglio che viaggiare in silenzio.
«Si è visto che la musica più rumorosa incide maggiormente sulla frequenza cardiaca, provocando eccitazione e distogliendo la concentrazione dal volante, in favore delle emozioni suscitate dalla magia delle sette note», rivela Moore. «Anche il ritmo ha la sua importanza. È infatti emerso che quelli più veloci possono indurre le persone a schiacciare oltremisura sull’acceleratore, spesso senza che se ne rendano conto». Anche il genere di musica prescelto ha il suo peso. Per esempio, s’è visto che le donne che ascoltano rap o hip-hop tendono a sviluppare una guida più aggressiva di chi si cimenta con generi più tranquilli; analogamente i maschi che amano la musica più “pesante”, come l’heavy metal o l’hard rock, vanno più veloci di tutti gli altri, perdendo lucidità e concentrazione.
Moore e il suo team hanno infine stilato una sorta di playlist ideale per chi non può fare a meno di ascoltare musica al volante, tenendo conto del fatto che il brano migliore in assoluto è quello che riproduce lo stesso ritmo del cuore. Il muscolo cardiaco batte 60-80 volte al minuto; così un brano musicale con un metronomo ad esso assimilabile, si rivelerà essere la soluzione migliore per guidare con prudenza. (Lo stesso accade quando affrontiamo una corsetta leggera per cacciare i fantasmi di una giornata al fulmicotone: se il nostro cuore pompa a 115 battiti al secondo, converrebbe avvalersi di canzoni con lo stesso ritmo, come “Love Magic” di John Davis). Brani perfetti per accompagnare la guida sono, dunque, “Come Away With Me” di Norah Jones,  “Tiny Dancer” di Elton John, “The Scientist” dei Coldplay. Meno consigliati i pezzi “duri” come “Paradise City” dei Guns n’ Roses, “Get Rhythm” di Johnny Cash e “Hit The Road, Jack” di Ray Charles. 

(Pubblicato in un'altra versione su Lettera43) 

domenica 27 gennaio 2013

2013, l'anno delle comete

A marzo e a dicembre, occhi puntati verso l'alto, per l'arrivo di due (super) comete, appena scoperte. Ne parlo su Lettera43: 2013, l'anno delle comete


Potrebbe essere una cometa cento volte più luminosa di Venere ed essere visibile anche di giorno. Si usa il condizionale perché non è mai possibile prevedere con assoluta certezza il comportamento di simili oggetti cosmici. Tuttavia gli esperti ritengono che, non avendo mai patito lo stress dello shock termico derivante da un “incontro ravvicinato” col sole, potrebbe dare vita a una coda luminosissima. Esattamente come l’iconografia classica riproduce la famosa cometa di Natale. Comunque andranno le cose, sarà il primo corpo celeste di questo tipo ben visibile nell’emisfero boreale dopo l’incontro con Hale-Bopp, in visita alla Terra nel 1997. Battezzata Ison, l’oggetto cosmico si trova ora a circa 600 milioni di chilometri dal sole; ma il 28 novembre sarà a due milioni di chilometri dalla nostra stella, e il 26 dicembre, a trenta milioni di chilometri dalla Terra. È stata scoperta pochissimo tempo fa, esattamente il 21 settembre 2012, dal bielorusso Vitali Nevski e dal russo Artyom Novichonok. Hanno operato tramite uno speciale telescopio in dote al Scientific Optical Network che sorge nei pressi di Kislovosdk, in Russia. Ison disegna un’orbita iperbolica, molto inclinata rispetto al piano dell’eclittica: questo parametro induce gli astronomi a pensare che si tratti di un oggetto proveniente dalla nube di Oort, ipotetica nube sferica dalla quale proverrebbe gran parte delle comete di “lungo periodo”, come la già citata Hale-Bopp e la Hyakutake. Secondo gli esperti potrà essere visibile con un piccolo telescopio da fine ottobre, e a occhio nudo da dicembre. Ma non sarà l’unica cometa a visitare i nostri cieli nel 2013. Prima di Ison, infatti, ci sarà il tu per tu con quella che è già stata battezzata “la cometa di Pasqua”. C/2011 è stata scoperta per caso, nemmeno due anni fa, grazie al programma di ricerca del Pan-STARRS (Panoramic Survey Telescope & Rapid Response System). Come la precedente, anche questa cometa è caratterizzata da un’elevata inclinazione dell’orbita (con un periodo orbitale stimato intorno ai 110mila anni) e dalla probabile origine dalla nube di Oort; in più, ha una piccola MOID (minima distanza all’intersezione dell’orbita) con Mercurio, dato che viene osservato per indicare il potenziale pericolo di collisione fra due corpi celesti. Gli astronomi assicurano che sarà il secondo grande evento cometario dell’anno, benché non sia facile prevedere la sua luminosità: studi ancora in corso assicurano che potrebbe, comunque, brillare in modo analogo ad Alpha Centauri o Venere. C/2011 comparirà nei cieli australi, e in seguito in quelli boreali in un range temporale compreso fra il 9 marzo e il 15 aprile. Infine, per avere una degna panoramica degli eventi astronomici “in cartellone” per il 2013, vanno segnalate anche le due eclissi parziali di Luna, che si verificheranno il 25 aprile e il 19 ottobre e l’incontro con l’asteroide 2012 DA14, che il 15 febbraio transiterà a solo un decimo della distanza Terra-Luna. Gli astronomi assicurano che non ci sarà nessun pericolo per l’uomo, ma è curioso sapere che, un impatto di un simile corpo celeste col nostro pianeta, produrrebbe un’energia equivalente a 2,4 megatoni, un’intensità 150 volte superiore a quella sprigionatesi in seguito allo scoppio della bomba nucleare di Hiroshima. Per chi volesse azzardare una nuova fine del mondo... c’è pane per i suoi denti.

mercoledì 9 gennaio 2013

L'estate (torrida) che verrà


Lo dice Met Office: sarà un'estate molto calda. Possibile? Difficile dirlo, in realtà, con sei mesi di anticipo; tuttavia da vent'anni a questa parte la temperatura su scala mondiale va crescendo sempre più. Ecco le previsioni per l'estate del 2013 e gli anni che verranno: Clima, un 2013 caldissimo 

Pubblicato su Lettera43: 

«Sarà un’estate caldissima, fra le più calde in assoluto da dieci anni a questa parte». Met Office, massima autorità in Inghilterra nel campo delle previsioni meteorologiche, ha promulgato la sua sentenza. Ora seguirà il solito elenco di commenti approssimativi, che – a seconda del parametro climatologico osservato – appoggerà o meno la dichiarazione dell’organo inglese. Va, comunque, precisato che - benché le previsioni a lunghissimo termine possano rivelarsi dei clamorosi fiaschi – l’ufficio meteorologico del Regno Unito difficilmente sbaglia. Nel 2008, a marzo, disse che ci sarebbe stata un’estate decisamente calda e secca, ed ebbe ragione. A settembre uno studio italiano del CNR di Bologna, stabilì che fu una delle estati più calde dal 1800, posizionabile all’ottavo posto fra le più bollenti degli ultimi duecento anni, con un notevole incremento medio delle temperature su scala globale.
Stime analoghe sono state fatte da esponenti del NASA Goddard Institute of Space Studies e della US National Oceanic and Atmospheric Administration. Ma non tutti sono d’accordo. «Non sappiamo ancora come andrà a finire l’inverno, figuriamoci se è possibile prevedere che estate avremo», spiega a Lettera43 Alessio Grossi, meteorologo di Meteolive. «A parte qualche caso sporadico, tipo 2002, non ricordo estati senza caldo, anche senza scomodare anni “storici” come il 2003 (con la fusione fra l’anticiclone delle Azzorre e l’anticiclone tropicale africano). Pensiamo piuttosto alla possibile neve di metà gennaio al nord: quella non è affatto da escludere».
Cosa dice esattamente il Met Office? Il primo dato preoccupante riguarda la temperatura che secondo gli esperti anglosassoni aumenterà di 0,57 gradi rispetto ai 14 gradi standard del pianeta, riferibili alle registrazioni del trentennio che va dal 1961 al 1990. Le variazioni della colonnina di mercurio non saranno uguali in ogni parte del mondo: farà generalmente più caldo su tutta la superficie del pianeta, ma non è escluso che in rari angoli della Terra potrà addirittura fare più freddo. In ogni caso le oscillazioni della temperatura rifletteranno il range compreso fra 0,43 e 0,71 gradi. È un dato tutt’altro che trascurabile, considerato che, dal 1850 a oggi, c’è stato un aumento medio di mezzo grado e che anche una minima variazione di temperatura, è in grado di creare gravi scombussolamenti climatici su larga scala. Con le alte temperature avremo anche precipitazioni al minimo, con sporadici e violentissimi acquazzoni.
Perché farà così caldo? Ancora una volta gli scienziati puntano il dito sull’effetto serra, ossia l’incremento costante di anidride carbonica nel pianeta, a causa dell’attività antropica, comprendente l’utilizzo di combustibili fossili, la deforestazione tropicale, l’impatto industriale. Ne è convinto Dave Britton del Met Office, pur ammettendo che la CO2 non sia l’unico elemento in grado di spiegare l’aumento progressivo delle temperature. Recenti studi avrebbero addirittura affermato che non è poi così marcata la relazione fra anidride carbonica nell’aria ed effetto serra. Lo proverebbe il fatto che, nel corso delle varie ere geologiche, si sono avute percentuali di biossido di carbonio più elevate di quelle attuali, in concomitanza con fasi glaciali. Nel tardo Ordoviciano, per esempio, circa 440 milioni di anni fa, i valori della CO2 hanno raggiunto picchi elevatissimi, pur senza contemplare un aumento parossistico delle temperature.
Che sia dunque l’uomo o la natura a causare l’effetto serra, è certo che le previsioni del Met Office non fanno che confermare una tesi corroborata da tempo: la Terra si sta scaldando sempre più. Dal 1750 al 2000 la temperatura dell’emisfero boreale è aumentata di 1,1 gradi, con un’impennata dagli anni Novanta in poi. Si prevede un ulteriore aumento entro il 2040, arrivando a un grado in più rispetto al momento in cui l’uomo è stato in grado di “auscultare” i capricci del clima. Ed entro il 2100 si teme un incremento di altri 1,5 gradi. Se anche l’effetto serra dovesse placarsi entro la fine del secolo, c’è il rischio che i mari e gli oceani del pianeta possano crescere fra 0,5 e 4 metri. Un’ipotesi eclatante se si pensa che trenta delle più grandi città del mondo sorgono praticamente a livello del mare. Le alte temperature saranno la norma, così come l’incidenza di fenomeni estremi, come gli uragani e le alluvioni.

giovedì 3 gennaio 2013

Tempeste solari, spauracchio 2013

Finito il timore della fine del mondo programmato per il 2012, si riaffaccia lo spauracchio dell'apocalisse per il 2013. Più serio questa volta, poiché è coinvolta anche la NASA. Ma attenzione a non fare confusione. Vediamo esattamente cosa sta succedendo... Tempeste solari, spauracchio 2013



Pubblicato su Lettera43: 

Non si è ancora placato il rumore provocato dal vaticinio Maya, che già si torna a parlare di fine del mondo. Se poi è un organo come la NASA a prendere la parola, le antenne dell’immaginario collettivo non possono fare a meno di tornare a vibrare con intensità. Cosa sta succedendo di nuovo? Questa volta le attenzioni sono rivolte al Sole che, come è noto, con periodicità undecennale, cambia la sua attività: lo prova la ciclicità delle cosiddette macchie solari - luoghi di intensa attività magnetica - che appaiono e scompaiono sulla superficie della stella, confermando dinamiche fisiche non ancora del tutto chiare, che l’uomo tiene sotto controllo dal 1750. Ebbene, secondo gli esperti dell’ente americano, nel corso della primavera del 2013, il cuore pulsante del Sistema solare raggiungerà il suo picco di attività, interferendo con le numerose apparecchiature tecnologiche che caratterizzano il genere umano, e delle quali, ormai, non si può più fare a meno. Rischiano gli astronauti in orbita, i satelliti, i sistemi GPS, le centrali idroelettriche, le apparecchiature che consentono l’estrazione del petrolio...
A dire il vero s’è già sentito parlare di tempeste magnetiche in grado di provocare danni al pianeta: basta ricordare l’evento del 1989, in Quebec, Canada, che provocò l’annientamento dei trasformatori energetici, con gravi ripercussioni su tutto il territorio; e la gigantesca aurora boreale del 1859 che, in piena notte, rischiarò gran parte dei territori americani compresi fra il Polo Nord e la Florida, mandando in crisi i sistemi telegrafici di Europa e Nord America. Un altro evento eccezionale si verificò nel 774, e causò un aumento sproporzionale di C14 nell’atmosfera. Ma a quei tempi, soprattutto nel Diciannovesimo secolo e prima dell’anno Mille, non eravamo così interconnessi e dipendenti dalle varie forme di energia: oggi il sistema uomo-ambiente è molto più delicato e suscettibile alle bizzarrie della natura.
La tempesta prevista per quest’anno sta suscitando un clamore più acceso del solito, anche perché si sono messi in gioco professori di livello come Daniel Baker, dell’Università del Colorado e Mike Hapgood, studioso di Oxford e consulente del governo sulla meteorologia spaziale; e perché vari media, all’indomani della pubblicazione di uno studio sul New Scientist, hanno calcato la mano con titolazioni eloquenti del tipo, “potente tempesta solare spegnerà gli USA per mesi”. Cosa c’è di vero in tutto ciò?
Il rischio viene ricondotto a gigantesche emissioni di gas ionizzato che verrebbero espulse ad alta velocità dalla corona solare: attraversando 150 milioni di chilometri in due o tre giorni. Queste particelle – perlopiù costituite da raggi x e onde radio – potrebbero, in effetti, mandare in tilt i chip di computer e satelliti e a mo’ di una radiazione nucleare a bassa energia provocare danni alla salute dell’uomo. “Il fenomeno potrebbe peraltro interferire con i fili di alluminio e rame che determinano il regolare funzionamento della rete elettrica”, dice Hapgood. “A livello atmosferico ci possono essere complicazioni legate ai segnali radio e i sistemi GPS potrebbero andare fuori uso per un paio di giorni”.
Tuttavia va considerato che l’uomo, grazie a strumenti hitech che orbitano intorno alla Terra (come GOES e POES) e aerei specializzati è costantemente aggiornato sulle condizioni solari. Si avrebbe, perciò, la possibilità di correre ai ripari prima che sia troppo tardi. I più pessimisti pensano che durante la primavera del 2013 la Terra sprofonderà in un nuovo Medioevo, ma non ci sono reali presupposti per pensare che questo dato sia attendibile. Meglio attenersi alle voci degli esperti, tenendo a bada la fantasia e le manie catastrofistiche. Hapgood dice che una forte tempesta solare potrebbe creare diffusi blackout e che è giusto considerare il pericolo, ma non allarmarsi in modo esagerato. “Non occorre sollevare il panico, ma le analisi fatte finora sono corrette ed equilibrate”, ha rivelato recentemente a un tabloid britannico. “Continuerò a studiare il Sole per capire come si comporterà nei prossimi mesi, considerando che le tempeste solari sono fenomeni naturali che potrebbero avere enormi ripercussioni sul PIL di una nazione”.

giovedì 20 dicembre 2012

Come combattere il freddo senza inquinare e risparmiare sulla bolletta

Ecco alcuni stratagemmi per risparmiare sulla bolletta del gas, con un occhio rivolto all'ambiente: Riscaldamento, guida al risparmio




Pubblicato su Lettera43: 

Stanotte la temperatura nel milanese ha toccato i - 4°C. Colpa di un'ondata di freddo proveniente dai Paesi del nord. Niente di veramente anormale, se si pensa che siamo oltre la metà di dicembre e che periodicamente, per risapute dinamiche meteorologiche, le temperature in inverno fanno davvero sbattere i denti. C'è, però, un particolare che spesso trascuriamo: quando sentiamo il gelo attanagliarci le ossa, tendiamo a far partire a tutto gas i nostri impianti di riscaldamento, dimenticandoci che consumiamo tantissimo e inquiniamo pesantemente l'ambiente. Le spese per stare al caldo costituiscono circa il 60% dei costi energetici di una famiglia. Eppure basterebbe davvero poco per rimediare alla situazione, considerando che la temperatura esterna ideale per i nostri corpi non è di 20-21°C - quella tipicamente registrata negli appartamenti italiani - ma 18°C: deriva dalla media fra la temperatura che dovrebbe esserci in soggiorno (19°C) e quella delle camere (17°C).
Bastano, infatti, pochissimi gradi di differenza per vedere la bolletta ridimensionata e l'ambiente circostante un po’ meno inquinato. Per essere precisi è sufficiente un solo grado centigrado in meno per ottenere un risparmio energetico del 7%. Chi possiede un termostato può regolarlo a proprio piacere, ma è bene che non superi il limite dei 20°C. Un occhio di riguardo va ai termosifoni. E' necessario non coprirli con tende, tessuti, mobili, e conviene che non risiedano ai piedi delle finestre, dove si ha un'alta dispersione di calore. E quando si desidera arieggiare i locali? Il suggerimento è compiere quest'azione creando delle correnti d'aria, che permettono una rapida "riossigenazione" dell'ambiente, senza raffreddare i muri e interferire con tutto il calore accumulato: una corrente minima (1-2 km/h) ricambia completamente l'aria in due, tre minuti.
A volte, però, siamo ingannati dall'umidità. Se è troppo bassa significa che l'aria è eccessivamente secca: in questi casi percepiamo di più la sensazione di freddo e respiriamo polveri in eccesso, con ripercussioni negative sul nostro sistema immunitario e l'insorgenza di disturbi come il mal di testa e le allergie. L'umidità ideale dovrebbe essere compresa fra il 50 e il 60%.
Altro aspetto sul quale soffermarsi riguarda il cattivo isolamento, con il calore che può disperdersi se non teniamo ben tappate le finestre o lasciamo intatti gli spifferi. Occorre quindi controllare con attenzione gli usci e le guarnizioni di ogni collegamento con l'esterno, per assicurarci che non entri aria fredda, mandando in fumo tutti i nostri propositi di creare un clima caldo e accogliente. Con un ragionato isolamento termico-acustico - considerando un appartamento di cento metri quadrati - è possibile stimare un risparmio del 51,6% dei consumi e delle emissioni di anidride carbonica. Per intenderci, se riscaldare un trilocale ci costa annualmente 637 euro, si arriverebbe a spenderne 292. Piccoli accorgimenti concernano l'installazione di doppi vetri alle finestre, pannelli di sughero o cartongesso alle pareti, l'abbassamento delle tapparelle con il sopraggiungere della sera.  
Si tende, infine, a trascurare la manutenzione della caldaia, ma anche in questo caso, osservando alcune regole basilari, si potrebbe risparmiare un buon 10% sulla bolletta. Una caldaia pulita non è solo una prerogativa per la sicurezza, ma anche per il suo corretto rendimento, strettamente legato al dispendio energetico. Settembre è il mese ideale per intervenire, con i tecnici più disponibili e i pezzi di ricambio più facili da reperire. E se si è ancora in pista per acquistarne una, il consiglio degli esperti è quello di valutare una caldaia a condensazione che, benché più costosa delle altre, è in grado di sfruttare anche i gas di scarico per un rendimento del 30% superiore alle caldaie tradizionali.    

mercoledì 19 dicembre 2012

Nubi artificiali contro l'effetto serra

Parlo oggi su Lettera43 di un avveniristico progetto per vincere lo scioglimento dei ghiacci artici:  l'articolo originale




Pubblicato su Lettera43: 

Uno dei principali fenomeni provocati dall'effetto serra riguarda lo scioglimento dell'Artico. Alcuni geologi ambientali prevedono, entro pochi decenni, di poter attraversare in lungo e in largo il Polo Nord. Per prevenire la scomparsa definitiva delle distese glaciali c'è, dunque, chi propone ingegnose (e spesso bizzarre) opere che possano in qualche modo mantenere “refrigerato” il Polo, stabilizzando nel tempo la tenuta dei ghiacci. Una delle idee più interessanti è stata da poco avanzata da Stephen Salter, studioso dell'Università di Edimburgo, convinto di poter costruire sulle isole Faroe o su quelle che sorgono in prossimità dello stretto di Bering, delle gigantesche torri in grado di creare nuvole artificiali. Come? Utilizzando l'acqua del mare.
Salter si rifà all'architettura dei paesi delle basse latitudini, che contempla le tinte cromatiche più calde, bianco soprattutto, in virtù della loro capacità di respingere i raggi del sole. Allo stesso modo ritiene che si possa fare con le nuvole, offrendo delle superfici ideali per riflettere la luce solare e con essa il calore. Le torri, montate su un'apposita intelaiatura galleggiante, avrebbero il compito di assorbire l'acqua del mare per spruzzarla in punti precisi del cielo: le piccole goccioline d'acqua salata fungerebbero da nuclei di condensazione ideali per la genesi di nuovi corpi nuvolosi che determinerebbero un calo delle temperature e la salvaguardia dei ghiacci. «Si pensa alla progettazione di cinquanta piattaforme in grado di rilasciare trenta chilogrammi al secondo di acqua nebulizzata», dice Salter, «spendendo per ognuna, prevedibilmente, qualche milione di dollari. Lo scopo non sarebbe quello di abbassare la temperatura su scala globale, ma mantenere perlomeno quella attuale, già compromessa dall'attività umana».
Salter ha avanzato la sua proposta anche al Parlamento londinese, nella speranza che gli amministratori della metropoli possano favorire questa sua iniziativa da lui stesso definita “geo-ingegneristica”. Del resto il problema non riguarda solo lo scioglimento dei ghiacci ma anche i grossi rischi legati alle ingenti quantità di metano presente nel cuore dell'Artico; e che potrebbero danneggiare ulteriormente l'atmosfera e il clima a livello mondiale. Perdite di metano a causa del clima impazzito si stanno già registrando in molti punti del permafrost siberiano che, liberatosi dalla coltre glaciale, consente alla sostanza gassosa di raggiungere gli strati atmosferici: una ricerca da poco pubblicata su Science parla di otto milioni di tonnellate di molecole di metano che si liberano annualmente nell'aria in questo punto del pianeta. Lo stesso problema si sta verificando in Alaska, dove - secondo un articolo pubblicato su Nature Geoscience - il rilascio di gas serra parrebbe del 50% superiore alle stime fatte fino a oggi.  
Il metano ha un impatto ancor più devastante dell'anidride carbonica sull'andamento climatico, con un potenziale di riscaldamento globale venti volte superiore a quello del biossido di carbonio. Gli studi affermano che è responsabile del 18% dell'incremento dell'effetto serra. La sua alta capacità di trattenere calore dipende dalla struttura chimica che lo contraddistingue, una molecola asimmetrica dotata di un atomo di carbonio e quattro idrogeni, ottimale per immagazzinare le radiazioni infrarosse provenienti dalla superficie terrestre. Prerogativa condivisa, peraltro, con altri gas serra come l'ossido nitroso e gli idrofluorocarburi.
Non tutti i climatologi, però, condividono la proposta di Salter. Per alcuni, infatti, le opere di geo-ingegneria potrebbero avere gravi ripercussioni sul pianeta, partendo dal presupposto che nessuno può prevedere con certezza ciò che accadrebbe a livello meteorologico. Inoltre una soluzione del genere avrebbe solo una funzione palliativa: servirebbe a curare una situazione difficile, ma non a guarirla.  

giovedì 13 dicembre 2012

La Terra dall'infinito

Una Terra così non si era mai vista. Tutto merito di un satellite lanciato dagli USA l'anno scorso. L'alta definizione servirà a comprendere meglio i misteri del clima e delle tempeste tropicali. Il mio articolo su Lettera43: Terra by night




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Si chiama Suomi National Polar-orbiting Partnership Satellite (Suomi NPP), il satellite che pochi giorni fa ha spedito sulla Terra la più bella immagine mai fatta della superficie terrestre durante la notte. Per arrivare a questo risultato il mezzo della NASA-NOAA lanciato nel 2011, ha compiuto 312 giri intorno al pianeta e raccolto 2,5 terabyte di dati, necessari a garantire una nitidezza fotografica senza precedenti. Fondamentale l'azione dell'Imaging Radiometer Suite (VIRS) che ha consentito di indagare le lunghezze d'onda della luce, dalla banda del visibile all'infrarosso. La fotografia ad alta definizione è stata presentata per la prima volta nel corso dell'American Geophysical Union meeting, tenutosi a San Francisco.
Al di là dell'aspetto spettacolare dell'immagine della Terra by night, gli scienziati affermano che grazie a questa avveniristica operazione sarà possibile studiare con maggiore efficacia le caratteristiche della circolazione atmosferica e dell'attività delle correnti marine. Perché se è vero che abbiamo a disposizione numerosi dati in grado di spiegare molti fenomeni meteorologici e oceanici che si verificano durante il giorno, altrettanto non si può dire delle ore notturne. "Per la stessa ragione per cui abbiamo bisogno di vedere la Terra di giorno, è necessario osservarla di notte", afferma Steve Miller, un ricercatore del NOAA's Colorado State University Cooperative Institute for Research in the Atmosphere. "Con questa immagine possiamo dichiarare che l'uomo non dorme mai". Di fatto, molte dinamiche climatiche dipendono proprio dal sopraggiungere delle tenebre: per esempio, molte nubi condensano proprio con l'oscurità, così come eventi estremi come gli uragani possono innescarsi al termine dell'imbrunire. In pratica grazie al Suomi NPP potremo indagare meglio le variazioni climatiche e monitorare con maggiore precisione la genesi delle tempeste.
La fotografia mostra isole urbanizzate che paiono del tutto indifferenti al sopraggiungere delle ore più buie. Si verifica soprattutto in corrispondenza delle grandi città e dei grandi poli industriali, a latitudini temperate; per cui gli unici posti del pianeta dove la notte domina incontrastata si riscontrano in prossimità delle aree più fredde, Polo Nord e Polo Sud. Il silenzio della notte incombe anche in gran parte dell'Africa, dove non sussiste un sistema d'illuminazione artificiale adeguato, così come in gran parte dell'America del Sud. Diversa la situazione in India, dove nonostante la povertà, l'alto tasso demografico assicura un'illuminazione pressoché costante del Paese. Per il resto, il pianeta è totalmente rischiarato dall'energia elettrica. Le aree in assoluto più luminose sono, in Europa, la pianura padana, l'Inghilterra del sud, l'Olanda e la Germania occidentale; a est brillano soprattutto le luci del Giappone, della costa orientale cinese e delle isole del sud est asiatico, Indonesia in primis; dall'altro capo del mondo, l'illuminazione è capillarmente distribuita negli Stati Uniti occidentali e in corrispondenza delle più grandi metropoli sudamericane come Rio de Janeiro e Buenos Aires.
Alla luce di questi ultimi dati si può, infine, intuire come l'azione del satellite americano potrà contribuire anche a contrastare l'inquinamento luminoso, problema che, dalla metà del Novecento in poi, sta avendo gravi ripercussioni a livello ecologico. Basti pensare ai molti animali costretti a cambiare le proprie abitudini naturali, in funzione di habitat storditi dalle luci dell'uomo. Eloquente un recente studio diffuso da Current Biology secondo il quale l'eccessiva luminosità di alcuni luoghi della Terra influenza negativamente l'attività riproduttiva di varie specie ornitologiche. Gli uccelli, in pratica, non riescono più distinguere il giorno dalla notte, cantano in orari sfasati, compromettendo il regolare rapporto fra individui di sesso opposto.   

mercoledì 12 dicembre 2012

Capre a noleggio

Capre in affitto? Un'idea per tagliare il prato risparmiando, senza inquinare. Sta prendendo sempre più piede in USA, con qualche timido accenno anche in Italia... Ne parlo oggi su Lettera43:  capre a noleggio




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Per quanto originale possa sembrare, basta semplicemente scrivere una mail per avere tutte le informazioni che si vogliono e procedere, quindi, con "l'affitto" di un gregge più o meno nutrito di capre, per poi "rasare a zero" il prato di qualunque giardino, parco o ranch. Un'idea perfettamente in linea con i migliori dettami ecosostenibili che sta prendendo sempre più piede in USA, Canada e Australia per svariati motivi: le capre assolvono perfettamente il compito di tosaerba, non inquinano e permettono di risparmiare. E' sufficiente segnalare ai tecnici dell'impresa selezionata alcuni dettagli - come la grandezza del campo che s'intende far lavorare ai caprini e il tipo di vegetazione che contraddistingue l'area interessata dall'intervento - e il gioco è fatto. In ventiquattro ore i responsabili della ragione sociale intervengono per risolvere ogni richiesta. Perfino Google s'è affidato a duecento capre per falciare il prato che circonda il campus di Moutain View, in California, minacciato dagli incendi.
In Italia il noleggio delle capre è poco noto, ma esistono realtà come l'Azienda Agricola La Penisola, nei dintorni di Siena, che già da un paio di anni offre questa alternativa all'utilizzo dei tagliaerba tradizionali. Qui il servizio è rivolto anche a piccoli privati ed è addirittura possibile noleggiare una sola capra. "Negli ultimi anni siamo riusciti a creare una rete di squadre di capre addestrate che lavorano presso altre aziende, nei boschi, sugli argini dei fiumi e sui terreni incolti", dice Nora Kravis, responsabile dell'azienda senese. "Ma non è tutto rosa e fiori. Dobbiamo, infatti, fare i conti con il problema del lupo, che assale i nostri animali, anche in presenza di cani pastori, e l'indifferenza degli enti pubblici". Concettualmente simile l'operazione svoltasi a Torino, nel 2008, con l'"assunzione" da parte dell'Amministrazione di settecento pecore per ripulire i parchi di mezza città.
Rent-A-Ruminant nasce, invece, dalla lungimiranza di Tammy Dunakin, ingegnoso statunitense di Vashon Island, sobborgo di Seattle, nello Stato di Washington; che attraverso il suo sito (www.rentalruminant.com) si mette altresì a disposizione di chi desidera avere qualche ragguaglio in più in merito ai primi passi da compiere per avviare un fidato "noleggio di capre". Dunakin ha iniziato nel 2004 con dieci pecore e un cane pastore. "Non è stato facile", rivela, "tenuto conto del fatto che sono dovuto partire completamente da zero, spesso rischiando di compiere dei passi falsi". Oggi la sua proposta ha, però, ottenuto un grande successo. Sono specialmente i campus universitari, particolarmente attenti al fattore ambientale, a ingaggiarlo: Dunakin dispone un centinaio di animali, seguiti quotidianamente da veterinari esperti. La sua "casa" contribuisce, inoltre, alla salvaguardia delle specie domestiche: è, infatti, aperta anche alle capre che - destinate all'abbattimento, perché non più in grado di pascolare regolarmente - finiscono per iniziare una seconda vita fra i giardini delle università e delle famiglie americane. Ma com'è assolto concretamente il servizio?
"Nel momento in cui stabiliamo la proprietà sulla quale intervenire, compiamo un primo sopralluogo per indagare la qualità delle piante presenti, per non correre il rischio di avere a che fare con specie tossiche", dice Dunakin. "Poi cintiamo l'area, per evitare il contatto con altri animali e per impedire alle capre di uscire dal 'seminato'. Infine liberiamo i caprini, che portano a compimento il lavoro". Sessanta capre sono in grado di tagliare circa 10mila metri quadrati di terreno in tre, cinque giorni. I costi? Sicuramente più bassi di quelli necessari a sostenere operazioni simili, seguendo le procedure standard, che non concernano solo il taglio dell'erba, ma anche lo smaltimento del fieno, la compilazione di determinati permessi, e varie operazioni manuali. In media, per un trattamento "classico", con un coinvolgimento di cento capi, si spendono 170 euro al giorno.  


mercoledì 5 dicembre 2012

L'oro della Transilvania

In Romania estraggono l'oro utilizzando il cianuro e inquinando pesantemente l'ambiente. Un flash sulla situazione attuale: http://www.lettera43.it/ambiente/romania-oro-al-cianuro_4367575044.htm

Rosia Montana: la miniera d'oro
Una chiesa ortodossa nei pressi dell'area di scavo
La mappa geografica

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Fra le varie proprietà del cianuro, fra i più potenti veleni conosciuti, c'è anche quello di mettere in risalto l'oro, legandosi a esso chimicamente. Su questo presupposto si basa la caccia forsennata al metallo più prezioso, nei ricchi giacimenti auriferi dell'Europa dell'Est, da parte di corporation perlopiù straniere. Si sa, infatti, che in Paesi come la Romania e la Bulgaria l'abbondanza di bacini auriferi è considerevole e che, proprio negli ultimi tempi, a causa della crisi, in molti abbiano pensato di andarlo a recuperare. C'è, però, un problema che i "cacciatori" trascurano: la cosiddetta "cianurazione" provoca gravissimi danni all'ambiente. Nella mente dell'immaginario collettivo è ancora ben viva quella che è stata definita la "seconda più grave catastrofe ambientale europea dopo Chernobyl". Il riferimento è a una miniera d'oro di Baia Mare, nel distretto di Maramures, dove il 30 gennaio 2000 si ebbe una grossa perdita di cianuro che finì nelle acque del vicino fiume Somes, e da qui al Danubio e al Tisza, affluente del primo, provocando un'eccezionale moria di pesci.
L'argomento è ritornato in auge in questi giorni perché nonostante le varie proposte di legge presentate dalla Coalizione per una Romania libera del cianuro, l'agenzia regionale per la protezione ambientale di Timisoara, ha dato il via libera all'azienda canadese Eldorado Gold Corporation per l'utilizzo del veleno e il recupero dell'oro custodito nella miniera di Certej, nel cuore della Transilvania. Si ha, dunque, il timore che lo stesso atteggiamento possa essere adottato anche da altri enti regionali, così da indurre la nazione a uno sfruttamento inadeguato del territorio, in nome di un arricchimento che, in realtà, potrebbe non avvenire mai: di fatto, operazioni di questo tipo, vengono attuate con la scusa di contrastare i disagi provocati dai disequilibri economici legati ai dettami del Fondo Monetario Internazionale e per creare nuovi posti di lavoro; ma va tenuto presente che gran parte degli introiti di queste operazioni finiscono nelle mani delle aziende straniere e di piccoli privati. Gli ambientalisti temono soprattutto che questo "contratto" con la Eldorado Gold Corporation, possa determinare la discesa in campo della Rosia Montana Gold Corporation (RMGC), le cui intenzioni sono quelle di andare a scavare a Rosia Montana, località situata nei Monti Apuseni, ospitante la più grande miniera d'oro d'Europa: la compagnia risale al 1997 ed è controllata dalla società canadese Gabriel Resources, dallo Stato romeno e da azionisti privati.
La situazione è estremamente complessa e vede coinvolti anche i politici a livello nazionale. Il presidente romeno Traian Basescu, da sempre favorevole all'estrazione di oro nelle miniere nel piccolo villaggio transilvano, nel corso della campagna elettorale del 2009, è stato appoggiato proprio dalla RMGC; e dunque i cittadini temono che sia più interessato a salvaguardare i propri interessi che non quelli dell'ambiente. Sotto accusa anche il ministro della Cultura, Kelemen Hunor, definito da alcune frange d'opposizione "il ministro della Cianuria e della distruzione del Patrimonio nazionale". Gli ecologisti sono appoggiati anche dagli archeologi e dagli antropologi, convinti che le dissennate operazioni di scavo nell'Europa dell'Est possano provocare gravi danni ai numerosi siti risalenti all'Età della Pietra. Il problema riguarderebbe l'intera area che va sotto il nome di "Quadrilatero d'oro della Transilvania", sfruttata da millenni, e ricchissima di gallerie di epoca romana.  

lunedì 3 dicembre 2012

Le case anfibio, un'idea per contrastare le alluvioni

Le case anfibio? Una proposta avveniristica per fronteggiare le alluvioni. Ne parlo oggi su Lettera43: http://www.lettera43.it/ambiente/alluvioni-case-anfibie-in-uk_4367574864.htm




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Colpa dell'effetto serra e degli eventi estremi a esso collegati. Solo così, per molti scienziati, si possono spiegare le intense piogge avvenute nelle ultime settimane in Toscana, ma anche in altre parti del mondo come, per esempio, in Inghilterra, dove molte famiglie (un migliaio circa) sono state fatte evacuare a causa degli allagamenti. E proprio dalla Gran Bretagna arriva la proposta di vincere definitivamente il pericolo alluvionale, tramite la costruzione di dimore in grado di superare il problema e battezzate, non a caso, "case anfibio". I primi test condotti dagli esperti dell'Architects BACA, supervisionati dall'Agenzia per l'ambiente, stanno avvenendo nel Buckinghamshire, a una decina di metri dalle rive del fiume Tamigi.
Come funziona una casa anfibio? Durante il periodo di secca, l'abitazione poggia regolarmente su un substrato cementizio, ma in caso d'innalzamento delle acque, è in grado di sollevarsi sfuggendo all'inondazione: le fondamenta combaciano, infatti, con il perimetro di una darsena, una sorta di bacino acqueo artificiale, suscettibile alle bizzarrie delle acque. Prima dell'alluvione vera e propria, la disposizione strategica di giardini a terrazze, consente di calcolare l'intensità delle precipitazioni e quindi stimare la portata del rischio di allagamento. La casa anfibio misura 225 metri quadrati, si sviluppa su tre piani e può comodamente ospitare una famiglia di quattro persone. Costa il 20% in più rispetto alle abitazioni tradizionali, ma un buon risparmio è garantito dall'utilizzo di fonti naturali per la produzione di energia. I tecnici del BACA dicono che le case anfibio prenderanno sempre più piede in Inghilterra, anche perché "le spese derivanti dai problemi legati alle alluvioni stanno incidendo sempre di più sul bilancio pubblico".
La proposta è vivamente accarezzata anche da Tony Andryszewski, dal 2007 al soldo dell'Environment Agency, luminare nel campo dell'ingegneria delle costruzioni, per ciò che riguarda i contesti legati ai disastri naturali. Le sue disamine considerano anche realtà "ingegneristiche" di spessore antropologico, riguardanti, per esempio, gli abitanti della Thailandia e del Bangladesh, che da sempre convivono con il problema delle alluvioni e da tempo immemore edificano palafitte capaci di sfidare anche gli eventi più disastrosi. Non è l'unico a guardare al genio di queste etnie che conservano stratagemmi efficaci per vincere la furia delle acque: anche la Site Specific and Prefab Laboratory, un istituto di ricerca con sede a Bangkok, è convinta che sia possibile costruire "case anfibio" affidandosi agli esempi offerti dalle popolazioni autoctone del sud-est asiatico.
Si pensa, in questo caso, alla realizzazione di case che poggino con una piattaforma prefabbricata, in singole depressioni del terreno che, quando si riempiono di acqua, spingono l'abitazione verso l'alto. I parametri ecosostenibili sono assicurati dal collaudo d'impianti solari ed eolici di ultima generazione, in grado di fornire agli abitanti delle case anfibio, l'energia necessaria al proprio sostentamento. In Thailandia si stanno già progettando mini-comunità basate su questo tipo di costruzione, pensate anche per far sì che, i singoli proprietari, possano prestarsi vicendevolmente assistenza.