Dell'argomento
s'è iniziato a parlare insistentemente dopo la rivelazione di Tiger Woods,
campione di golf americano, che afferma di essersi sottoposto a un trattamento
chirurgico per potenziare la sua vista. E poter quindi giocare al meglio delle
sue capacità. «Così vedo le buche più grandi», spiega. Ma la sua vista era già
perfetta e qui sta il punto: sempre più persone, a partire proprio dal campione
statunitense, si sottopongono a sedute chirurgiche per migliorare qualche parte
del corpo e in questo modo ottenere i risultati migliori in ambito sportivo,
professionale, intellettuale. In gergo si parla di "doping
chirurgico"; un vero e proprio boom da metà degli anni Duemila a oggi. Sono
centinaia i giocatori di golf che hanno subito l'intervento, una tecnica più
che consolidata battezzata Lasik. Consiste nel rimodellamento della cornea
tramite laser, pochi minuti di pazienza e il gioco e fatto. I primi interventi
risalgono al 1989 e a oggi ne hanno beneficiato anche militari e astronauti.
Così è possibile sviluppare un potenziale visivo di quindici decimi, contro i
tradizionali dieci decimi di chi vede normalmente e non ha alcun problema di
miopia, ipermetropia o astigmatismo. Significa poter vedere una mosca a nove
metri di distanza, rispetto a chi la vede a sei metri. Una rivoluzione che
porta, di fatto, allo sviluppo di una supervista; e può, dunque, interessare
anche altri distretti anatomici, coinvolgendo figure che nulla hanno a che
vedere con il golf. Un altro esempio giunge dal mondo della corsa, del calcio e
del ciclismo. E il riferimento, in questo caso, è al modellamento del setto
nasale per consentire una migliore respirazione e quindi un'ossigenazione più
importante delle aree polmonari, strettamente legate alle potenzialità
muscolari. Sono interventi chirurgici che fino a oggi venivano effettuati su
pazienti colpiti da malanni come sinusiti o deviazione naturali dei setti
nasali. Un'alternativa vincente all'impiego dei pericolosi anabolizzanti? I
pareri sono discordanti. E comunque la storia del doping chirurgico non finisce
qui. Interventi invasivi per migliorare le prestazioni atletiche sono stati
compiuti anche sui giocatori di baseball, per incrementare l'efficacia dei
muscoli del braccio. Il lavoro dei medici si concentra sul legamento
collaterale ulnare, all'altezza del gomito, che viene ricostruito per renderlo
più efficiente, e non solo per guarirlo da qualche trauma. Parte dal
presupposto che i giocatori di oggi puntano tutto sulla velocità della palla, a
discapito della finezza del lancio, ma così facendo sottopongono gli arti a
sforzi eccessivi, che alla fine accompagnano tutti allo stesso destino: la
chirurgia. Che ora diviene, appunto, doping chirurgico. Anche i polpacci, i
bicipiti e i tricipiti vengono "aiutati" con iniezioni di Synthol, sostanza
controversa, che migliora la prestanza muscolare, ma parrebbe appannaggio
soprattutto dell'estetica. Ne fanno uso i culturisti, dando vita, spesso, a corporature
innaturali e sproporzionate rispetto ad altri contesti anatomici. Lo sportivo
si sottopone a iniezioni intramuscolari che possono proseguire per settimane,
fino all'ottenimento del risultato desiderato. Ma si può andare incontro a problemi,
infezioni, ascessi e indebolimento dei nervi. Infine il futuro non può che
guardare al cervello, che comanda ogni nostro minimo gesto e naturalmente ogni
azione muscolare, e alla genetica. Si parla di stimolazione transcranica
elettrica o magnetica, di medicine da usare "consapevolmente" per
migliorare le prestazioni cognitive, e futuristicamente di strumenti che
potrebbero addirittura essere innestati nel cervello per aumentare le sue
potenzialità. E c'è il doping genetico, che intende intervenire sul Dna per
"ordinare" all'organismo di sviluppare determinati organi o
particolari muscoli utili a specifiche discipline sportive.
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sabato 28 febbraio 2015
domenica 25 gennaio 2015
Occhi di falco e... copyright
Sicché oggi torno in prima pagina dopo mesi di latitanza.
Colgo occasione per ricordare ai lettori che la penuria di articoli dell'ultimo
periodo è semplicemente dovuto al fatto che per questioni di copyright tutti i
nuovi pezzi vengono pubblicati direttamente sul sito della Rivista della
Natura. Per continuare quindi a leggere di scienze, ambiente e antropologia,
l'indirizzo è il seguente: http://www.rivistanatura.com/
martedì 5 marzo 2013
Valsugana by bike
La Valsugana offre un bel servizio di bike-sharing. Ne parlo su rental blog: A spasso, in bici, per la Valsugana
lunedì 12 novembre 2012
La "genetica" del contorsionista
Come fa una persona a “raggomitolarsi” in una scatola di
appena quarantacinque centimetri? È la domanda che tutti si pongono
non appena vedono in azione, in tv o in qualche circo, un
contorsionista. La risposta arriva ora da uno studio inglese
pubblicato dal quotidiano britannico Times. Il segreto sta nelle
caratteristiche genetiche del protagonista, dotato di legamenti più
lunghi e più flessibili del normale. Al contrario di quanto ritenuto
finora, che considerava invece i contorsionisti delle persone dotate
di uno scheletro speciale predisposto ad assumere posizioni
inimmaginabili. Ma la scoperta non finisce qui. Perché dallo studio
è anche emerso un dato che spiega il motivo per cui sono
principalmente le donne a svolgere questo mestiere, mentre l’uomo è
in netta minoranza. Ebbene gli scienziati hanno evidenziato un nesso
tra gli ormoni femminili, e il collagene che si trova diffuso in
tutto il corpo e che costituisce i legamenti. In pratica le sostanze
secrete dalle ghiandole delle donne interferiscono con maggiore
efficacia con il collagene, rendendolo più flessibile e dilatabile.
A questi risultati gli specialisti sono giunti dopo aver sottoposto
una contorsionista alla risonanza magnetica. Se n’è occupato
Richard Wiseman dell’università dello Hertfordshire che ha
utilizzato le apparecchiature dell’ospedale St. Mary’s di Londra,
conducendo gli esami prima su se stesso e poi sulla signorina Delia
Du Sol. Così ha concluso che i legamenti della contorsionista erano
molto più elastici dei suoi. E ha inoltre appurato che gli organi
interni della Du Sol si spostano con maggiore facilità senza correre
il rischio di rimanere schiacciati dalle vertebre. Lo studio,
evidentemente, spiega anche l'agilità della “donna volante” che
abbiamo visto spesso in giro per Milano negli ultimi tempi e di cui
anche Spigolature s'è occupato:
http://gianlucagrossi.blogspot.it/search?q=donna+volante+
mercoledì 12 settembre 2012
Un uomo da Guinness
Odia gli
spinaci, ma ha sviluppato bicipiti in tutto e per tutto simili a
quelli che, l'immaginario collettivo, attribuisce a Braccio Ferro.
«Tutti ormai dicono che assomiglio a Popeye, The Sailor Man»,
ammette con una punta di autocompiacimento. «In realtà, penso che
le mie braccia siano molto più grandi di quelle di Braccio di Ferro».
È un bodybuilder egiziano, il ventiquattrenne Moustafa Ismail, che,
dopo dieci anni di allenamento, ha sviluppato i muscoli del braccio
più grandi del mondo - 31 pollici, circa 80 centimetri - equivalenti
alla circonferenza della vita di un uomo adulto. Dall'Egitto s'è
trasferito in USA, per poter frequentare le palestre più attrezzate
e all'avanguardia. (Ma c'è chi dice che l'abbia fatto perché non è
stato accettato nella squadra di body building egiziana).Qui ha
incontrato Carolina, con la quale s'è sposato, trovando una valida
alleata nella sua corsa al fisico più possente della Terra. Per
sostenere i durissimi esercizi ai quali si sottopone quotidianamente,
per due volte al dì, mangia tre libre (circa quattro chili) di pollo
al giorno, più un chilo di carne o pesce e grandi porzioni di
carboidrati. Per queste sue caratteristiche, il Braccio di Ferro
egiziano entrerà nel Guinness dei Primati nel 2013.
venerdì 3 agosto 2012
Più veloce di Usain Bolt
Usain Bolt? Una lumaca al confronto. Stando infatti a una ricerca pubblicata sul National Geographic, il ghepardo è decisamente più veloce. Lo attesta il risultato ottenuto da un ghepardo femmina di 11 anni, Sarah, che ha percorso i cento metri in 5,95 secondi. Il test è stato effettuato in uno zoo di Cincinnati, su una pista certificata dalla USA Track & Field, impiegando dei cagnolini di peluche legati con un cavo a un furgone. Gli esperti hanno utilizzato un cronometro dotato di radar che ha calcolato la velocità dell'animale: 98 chilometri all'ora. Gli scienziati, però, non sono così meravigliati, conoscendo da tempo le prerogative di questo felino: «Nessuno può correre come Sarah», ha detto Cathryn Hilker, fondatore del programma Cat dello zoo di Cincinnati. «Lei è speciale. Ho sempre saputo che poteva correre sotto i sei secondi, ma vederlo è stato meraviglioso». «Sembrava un missile a pois», ha aggiunto Kim Hubbard di National Geographic. «Non ho mai visto in vita mia un organismo vivente così veloce». Addirittura si pensa che in natura possano essere ancora più veloci, con un'accelerazione assimilabile a quella di una Lamborghini. Nel proprio ambiente, infatti, corrono per la sopravvivenza, ed è del tutto lecito aspettarsi performance ancora più redditizie. «Qui, di fatto, hanno corso solo per divertimento», hanno chiuso i ricercatori.
Il video:
mercoledì 27 giugno 2012
Ginnastica mentale
Frequentare corsi di yoga per tenere a bada depressione e ansia: è la proposta che giunge da un team di ricercatori dell'Università di Boston. Gli esperti hanno visto che le sedute di yoga portano a un incremento del 27% del neurotrasmettitore GABA (da gamma-aminobutryc): la molecola è presente in scarsa quantità nei malati di ansia e depressione ed è legata al buonumore. Per arrivare a ciò gli studiosi USA hanno coinvolto una ventina di volontari. Metà di essi sono stati sottoposti a yoga, l’altra metà a un esercizio di lettura. In seguito, tramite risonanza magnetica, è stato possibile verificare l’efficacia della nota pratica orientale.
giovedì 3 novembre 2011
Cassano tornerà (prestissimo) a giocare. Ecco perché
Tanto per fare chiarezza sulla faccenda di Cassano, che sennò si tira a indovinare prendendo granchi pazzeschi... Il male che ha afflitto il campione del Milan si chiama PFO, Forame ovale pervio, ed è un disturbo che contraddistingue molte persone, circa il 25-30% della popolazione adulta. Si tratta di un piccolo foro che, non dovrebbe esserci, fra i due atri del cuore: questa apertura consente il passaggio del sangue da una parte all'altra con il relativo rischio della formazione di trombi, che possono ostacolare il flusso sanguigno, determinando la genesi di fattori ischemici come quello capitato, appunto, a Fantantonio. «È come se avessimo una porta semplicemente accostata e non chiusa con la serratura, che si può aprire in un senso o nell'altro a seconda della pressione esercitata ai due lati. Nelle normali condizioni di vita, il PFO non comporta nessun problema», spiegano gli esperti dell'Istituto clinico San Rocco di Brescia. «Se invece la pressione nell'atrio destra supera quella dell'atrio sinistro, ci può essere un passaggio (shunt) di sangue nell'atrio sinistro. Il volume di sangue che viene deviato dipende, oltre che al gradiente pressorio, anche dalle dimensioni dell'apertura e ambedue variano di volta in volta». È un problema che in assenza di eventi ischemici non viene neppure diagnosticato: anche con un elettrocardiogramma o una radiografia passa inosservato. Per identificarlo è, dunque, necessario intervenire con gli ultrasuoni, con l'ecocardiografia con ecoconstrasto. «Una tecnica di più recente introduzione è l'ecocardiografia transesofagea color doppler, che si esegue introducendo una sonda in esofago previa una blanda sedazione del paziente», puntualizzano gli scienziati bresciani. «La più stretta vicinanza tra il trasduttore e il cuore porta a migliori risultati con una sensibilità diagnostica del PFO del 100%».
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| Grafico che illustra la vicinanza "patologica" fra i due atri |
Questo minuscolo foro, in realtà, è caratteristico di tutti durante la vita embrionale, poi si richiude indipendentemente e consente al cuore il suo lavorio tradizionale. Si instaura per sopperire all'attività deficitaria dei polmoni, che entrano in funzione più tardi rispetto agli altri organi. Negli individui in cui il problema persiste, è necessario intervenire chirurgicamente, proprio come accadrà a Cassano nei prossimi giorni: l'operazione prevede l'ingresso dall'inguine di oggetti metallici che avranno il compito di chiudere il forame, una pratica medica risalente al 1974. «È un intervento abbastanza semplice», dice Bruno Carù, ex presidente della Società di cardiologia Sport. «Non c'è nemmeno bisogno di aprire il torace. Si mette una specie di ombrellino che chiude il foro. Se fosse operato oggi, Cassano potrebbe andare a casa già dopodomani». Non sempre, però si ricorre alla chirurgia e alla farmacologia: «La presenza di un PFO non necessita di una profilassi farmacologica nei soggetti che non hanno sofferto in precedenza di episodi di ischemia cerebrale», dicono i medici bresciani. «Al contrario, ai pazienti con PFO che hanno già avuto un ictus cerebrale (o un leggero evento ischemico) viene consigliata una terapia profilattica preventiva, per diminuire la percentuale annua di recidive tromboemboliche. I pazienti vengono generalmente trattati con anticoagulanti orali (Coumadin, Sintrom) o antiaggreganti piastrinici (aspirina, ticlopidina o clopidogrel, ecc)». Alla luce di ciò Cassano potrà comunque tornare a giocare, ma è difficile in questo momento azzardare una data di rientro. (Gli unici problemi, eventualmente, potranno essere di natura psicologica). Basti ricordare che in passato calciatori con problemi cardiaci ben più gravi di questo sono tornati a brillare in un campo a undici. È il caso di un ex giocatore dell'Inter Nwankwo Kanu, operato a Cleveland nel 1996 per una grave malformazione cardiaca: «Cassano tornerà al 100%», chiude Carù. «In serie A, peraltro, ci sono almeno cinque calciatori che hanno sofferto della stessa patologia. Uno sportivo italiano riconosciuto a livello internazionale per le sue imprese subacquee in apnea ha avuto lo stesso problema. L'unica attività proibita sono le immersioni con le bombole».
martedì 25 ottobre 2011
BORN TO RUN
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| Homo abilis |
È lo stesso titolo di uno dei migliori dischi di Bruce Springsteen, Born To Run. Un divertente excursus nel mondo del running per sottolineare una verità assoluta: l'uomo è nato per correre. Il riferimento è a un libro uscito in USA due anni fa, scritto da Christopher McDougall, giornalista corrispondente della Associated Press. L'autore si concentra su vari aspetti della corsa sentenziando un primo dogma che sconcerta: “the best shoes are the worst”, ossia “le scarpe migliori sono le peggiori”. Per arrivare a queste conclusioni McDougall si riferisce innanzitutto ai tarahumara, popolazione messicana del Chihuahua, per la quale la corsa rappresenta una realtà quotidiana come lo è per noi andare in ufficio in metrò. Oggi ne rimangono circa 50mla, dediti a uno stile di vita tradizionale, basato sulla coltivazione del mais e dei fagioli e sull'allevamento. Ma si sofferma anche sull'anatomia del piede, per spiegare che all'interno di una scarpa il piede soffre, essendo “nato” per tastare la terra, per appoggiare la pianta su un substrato terroso o erboso. Incapsulato anche nella migliore scarpa da ginnastica del mondo, rischia di compromettere l'attività del tallone e quella delle ginocchia; inoltre i tendini si irrigidiscono e perdono la loro autonomia, così indispensabile per una buona e corretta deambulazione.
L'arco del piede è composto da 26 ossa, 33 articolazioni, 12 tendini elastici e 18 estendibili muscoli. Ritrovati geniali dell'evoluzione che se non possono svolgere i compiti per i quali sono stati predisposti, possono creare problemi fisici anche gravi. La tesi del “correre a piedi nudi” è sposata anche dagli scienziati dell'Harvard University che hanno condotto uno studio per dimostrare l'aspetto salutare del “running scalzo”: la scarpa impedisce il movimento naturale del piede e non consente le migliori performance podistiche. Irene Davis dell'American College of Sports Medicine è dello stesso avviso: poggiando il metatarso al suolo si fa meno forza, e si hanno, quindi, meno ripercussioni negative sull'intero organismo. Ne beneficia anche l'apparato respiratorio poiché s'è visto che chi corre a piedi nudi utilizza il 4% in meno di ossigeno, rispetto a chi si muove indossando un paio di scarpe. Con ogni tipo di calzatura immaginabile il piede si impigrisce, invecchia prima, si indebolisce; inevitabilmente aprendo le porte a un maggior numero di infortuni. C'è poi una buona componente psicologica, se si tiene conto del fatto che per molti corridori la corsa a piedi scalzi è, in pratica, come un ritorno alle origini dell'evoluzione umana, considerando che i nostri progenitori non sapevano neanche cosa fosse una calzatura. «In quanto corridori ci muoviamo in stretta connessione con la catena infinita della storia», dice Jim Fixx nel suo Complete Book of Running. «Apprendiamo cosa avremmo provato se fossimo vissuti diecimila anni fa e avessimo mantenuto in buono stato cuore, polmoni e muscoli. Ci accertiamo della nostra parentela con gli uomini primitivi, una cosa che raramente riesce all'uomo moderno».
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| L'evoluzione scheletrica |
Ma quando e come l'uomo ha iniziato a correre a piedi scalzi? Per rispondere a questa domanda è necessario compiere un viaggio indietro di qualche milione di anni, con il consolidamento delle prime forme australopitecine, i diretti antenati dell'uomo, già ben diversificati dall'universo primate delle scimmie. Siamo fra i tre e i sei milioni di anni fa, in un periodo compreso fra il tardo miocene e il pliocene medio. In questo contesto si sviluppano forme arcaiche di Australopithecus che già possiedono caratteristiche legate all'andatura bipede. Più avanti compaiono l'Ardipithecus ramidus e l'Australopithecus anamensis con un foramen magnun (foro occipitale) decisamente più avanzato delle antropomorfe – prerogativa fondamentale per poter camminare dritti - e una tibia esplicitamente predisposta al bipedismo. Ma gli antropologi sono convinti che non sia stata l'affermazione dell'andatura bipede a consentire all'uomo lo sprint evolutivo all'uomo, bensì la corsa: la corsa, appunto, a piedi nudi. Per arrivare a ciò sono, però, stati necessari cambiamenti anatomici fondamentali, compresi una progressiva riduzione del prognatismo e della lunghezza degli avambracci, e il passaggio dell'alluce da un'azione prensile a una funzione di propulsione: «Importantissimi sono gli adattamenti a livello del piede», rivela Niccolò Mazzucco del magazine Anthropos, «che per sopportare l'impatto e i traumi sollecitati dalla deambulazione e dalla corsa deve presentare una struttura robusta e allo stesso tempo elastica». Il passaggio cruciale dalla camminata alla corsa avviene in corrispondenza del graduale passaggio da una dieta tipicamente vegetale a quella animale. Le piante, per natura, non si muovono, non serve rincorrerle per procacciarle, gli animali, al contrario, si spostano più o meno velocemente ed è quindi necessario adottare delle tecniche maggiormente raffinate per poterli catturare. Da un punto di vista energetico passare dalla dieta vegetariana a quella carnivora è senz'altro vantaggioso, tuttavia è maggiore anche l'impegno richiesto per supportare questo stile di vita. «Gli animali da preda sono mobili, circospetti, si mimetizzano, mordono e scalciano», prosegue Mazzucco. «Ma l'uomo, alla fine, si adatta a questo nuovo tipo di alimentazione». Con ciò impara a costruire trappole e armi, incrementando l'attività cerebrale e dunque le dimensioni del cervello stesso.
L'acquisizione definitiva di una dieta carnivora – confermata anche da un intestino più breve, tipico dei carnivori - e quindi della capacità di correre, si ha con l'Home ergaster. È un ominide vissuto probabilmente fra un milione e due milioni di anni fa, con un alto livello cognitivo e un cervello che sfiorava i 900 cc. I principali resti fossili provengono dal Kenya e sono stati individuati fra il 1975 e il 1984. In seguito la corsa si consolida, divenendo una prerogativa fondamentale dell'attività umana, passando dall'Homo erectus all'Homo rhodesiensis, per arrivare ai neandertaliani e all'Homo sapiens. «Ecco perché la corsa è inculcata nella nostra memoria collettiva», afferma l'antropologo sudafricano Louis Liebenberg. «Correre è il superpotere che ci rende umani». Mentre Bernd Heinrich della Vermont University sostiene che «continuiamo a essere corridori, perché nasciamo corridori».
Oggi l'uomo s'è effettivamente trasformato in una macchina da corsa, grazie all'acquisizione di strutture anatomiche ultra efficienti, a partire dai tendini, vera e propria centrale energetica di riserva del corridore. Secondo gli specialisti ogni volta che si poggia il piede per terra, il tendine di Achille assorbe il 40% dell'energia che altrimenti andrebbe persa e la sprigiona nel passo successivo. Fondamentale anche la presenza di glutei molto potenti, in risposta all'equilibrio fornito dalla coda in molti animali. Il gluteo umano è rappresentato da tre muscoli, piccolo, medio e grande gluteo. Tutti e tre originano dall'anca e si inseriscono nella parte prossimale del femore. La predisposizione alla corsa, infine, è giustificata dall'efficienza dei muscoli del polpaccio, in particolare il soleo, determinante per la resistenza.
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| Prospettive future |
venerdì 24 settembre 2010
CERVELLI PLASTICI
Da tempo si sa che l'attività fisica fa bene al corpo: consente una maggiore ossigenazione dell'organismo, mantiene giovani i tessuti, abbassa la pressione, rinforza le ossa… Quel che però non si sapeva è che l'attività fisica ha un'influenza diretta anche sul cervello. Stando, infatti, alle conclusioni di un team di studiosi americani, lo sport effettuato con giudizio e continuità, migliora notevolmente le capacità cognitive e mnemoniche di una persona. Non solo. Le ultime ricerche dimostrano che, addirittura, un individuo che pratica regolarmente sport, fa sì che il suo cervello possa addirittura accrescersi. È questo il succo di una ricerca condotta dagli esperti dell'University of Illinois (USA). Gli studiosi hanno coinvolto 49 bambini di età compresa fra 9 e 10 anni. Ad ognuno di essi è stato chiesto di compiere degli esercizi fisici sul tapis roulant. Alla fine il cervello dei piccoli è stato esaminato con la risonanza magnetica e messo a confronto con quello di bambini inattivi. L'esito ha lasciato sbalorditi gli stessi scienziati: il cervello di chi pratica attività fisica, infatti, è risultato più grande del 12% rispetto a quello dei bambini sedentari. Secondo gli esperti il riferimento è specificatamente a un'area del cervello legata alle funzioni mnemoniche e all'apprendimento: l'ippocampo. Precedenti studi avevano, infatti, dimostrato che l'assenza di questa area cerebrale crea profondi disagi legati alla memorizzazione degli eventi. In sostanza nei bambini che fanno sport l'ippocampo è decisamente più ampio rispetto alla norma e questo fa sì che il loro rendimento scolastico sia migliore di quello degli altri compagni. È il contrario di ciò che avviene nel cervello degli insonni, dove, si è visto, la massa neuronale tende a ridursi. Da un recente studio pubblicato sulla rivista Biological Psychiatry emerge che la carenza di sonno predispone all'atrofia di varie strutture cerebrali. Con ciò i ricercatori suggeriscono l'importanza di indirizzare il più presto possibile i propri figli verso una disciplina sportiva, di cui poi beneficerà per tutta la vita. "È la prima volta che arriviamo a conclusioni di questo tipo tramite la risonanza magnetica", affermano i ricercatori americani sulla rivista Brain Research. "Prima d'ora si poteva solo ipotizzare un fatto del genere". Gli esperti hanno anche analizzato il cervello d'individui appassionati di videogiochi e anche in questo caso è stato riscontrato un aumento del volume di particolari aree cerebrali: nucleo accumbes e nucleo caudato. Su PNAS invece s'è parlato del fatto che l'attività fisica è in grado di facilitare la produzione di fattori di crescita neuronale, capaci di riparare gravi danni cerebrali: test sui roditori hanno evidenziato che i "topi sportivi" presentano maggiori concentrazioni di "neurotrofica", proteina che - prodotta durante un esercizio fisico - favorisce la rigenerazione di fibre nervose. In generale, comunque, il beneficio sportivo per il cervello va allargato anche ad altre classi di età. Tenuto conto del fatto che dai 20 ai 45 minuti di attività fisica al giorno, regala migliori prestazioni mnemoniche e cognitive a qualunque persona. Accade anche con la meditazione. Ad Harvard hanno, infatti, verificato che la meditazione può influire sulla anatomia del cervello, coinvolgendo soprattutto aree cerebrali legate all'attenzione e all'acquisizione di stimoli sensoriali: questi distretti anatomici subirebbero un ispessimento, direttamente legato al buon funzionamento dei processi emozionali. Ma un cervello più grande potrebbe anche preservare da malattie gravi come l'Alzheimer? Per ora è solo un'interessante ipotesi, che abbisogna di ulteriori approfondimenti. Qualcosa, in ogni caso, è già stato fatto. Lindsay Farrer, infatti, della Boston University School of Medicine, ha osservato attentamente il cervello di 300 anziani malati di demenza, evidenziando una netta correlazione fra grandezza del cervello e malattia neurodegenerativa. In particolare la studiosa ha rivelato che la progressione di malattie come l'Alzheimer è meno evidente in chi ha il cervello più ampio. In pratica in questi soggetti l'atrofia cerebrale va più a rilento e sconvolge meno la vita di un paziente: "Una testa più grande contiene più cellule nervose e più connessioni fra le singole cellule", afferma Robert Perneczky, collega di Farre, "ci vuole perciò più tempo prima che vanga oltrepassata la soglia del danno neurologico".
giovedì 8 luglio 2010
Kyle Kane, il ragazzo più forte del mondo
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| Il dodicenne Kyle Kane |
Kyle all'opera...
giovedì 24 giugno 2010
Il calcetto tiene lontano l'osteoporosi
venerdì 11 giugno 2010
Un test genetico svela il segreto della bravura di Eto'o
Tutti conoscono molto bene la classe di Eto'o, giocatore camerunense, simbolo dell'ultima Inter pluripremiata. Ora, una bella iniziativa messa in campo da Wired, ha pensato di "scandagliare" i segreti fisioanatomici di questo grande atleta, per cercare di capire cosa lo differenzia dalle persone comuni. Gli è stato chiesto di riempire di saliva una provetta da laboratorio che è poi stata spedita a Mountain View, California, dove ha sede 23andMe, un servizio che consente l'elaborazione di test genetici, inserito da Time, due anni fa, nella lista delle invenzioni più importanti dell'anno. Ebbene, da questo esperimento è emerso che Eto'o non è come le persone "normali", ma ha delle caratteristiche "organiche" particolari, direttamente legate alle sue eccezionali doti: agilità, abilità, rapidità. Dai test si è visto che il calciatore camerunense, in linea paterna, vanta il carattere E1b1, tipico di chi risiede nella zona a sud del Sahara, risalente a 20mila anni fa. Mentre dalla parte di mamma è portatore del carattere L2b2, anch'esso sub sahariano e molto antico: in questo caso, infatti, si arriva addirittura a 30mila anni fa. Con ciò gli esperti californiani hanno evidenziato che il 91% di Eto'o è africano, il 6% asiatico, il 2% europeo, e l'1% non identificabile. Secondo gli studiosi queste caratteristiche genetiche si riflettono sulla muscolatura del camerunense rendendolo un atleta perfetto. "Gli individui si differenziano nelle loro capacità per le variazioni genetiche e per l'ambiente", spiega su Wired, Henning Wackerhage, dell'Health Sciences Building dell'Università di Aberdeen, in Scozia. "In particolare i calciatori non devono solo correre, ma avere anche resistenza, abilità tecniche e tattiche e una certa corporatura". Le ricerche hanno dimostrato che i muscoli di Eto'o sono rappresentati da un'alta percentuale di fibre a contrazione rapida, bianche, di tipo II o FT, dall'inglese "fast twich". Al loro interno si trova un'elevata concentrazione degli enzimi tipici del metabolismo anaerobico "alattacido e glicolitico". In generale la comunità scientifica ritiene che la predisposizione alle performance sportive dipenda da centinaia di variabili genetiche. In particolare, uno studio australiano condotto nel 2003, ha rivelato che negli atleti è spesso presente la variante R del gene ACTN3, legata a resistenze fisiche superiori alla media. A tal proposito la Atlas Sports Genetics in Colorado, offre a 149 dollari un test del gene ACTN3 per stabilire l'attitudine dei bambini alle varie discipline sportive.
mercoledì 5 maggio 2010
Scoperto il gene del superatleta
Scienziati dell'Irccs Istituto ortopedico Galeazzi di Milano hanno individuato un gene che consente prestazioni sportive superiori alla media. Non a caso è presente in misura doppia negli atleti professionisti. Secondo i ricercatori la prerogativa di questo gene è quella di far recuperare con maggiore velocità le energie perse durante un esercizio fisico. In particolare gli esperti hanno evidenziato un'interessante collegamento fra il recettore del gene dell'Interluchina 1, la molecola responsabile dell'infiammazione dell'apparato muscolare dovuta all'attività sportiva, e il rendimento fisico di un organismo. In pratica chi ha un massiccio corredo di Interluchina 1 ha più resistenza degli altri, può allenarsi per più tempo, e recupera prima. Lo studio pubblicato su "Bmc Medical Genetics" ha coinvolto 205 atleti, 53 professionisti e 152 dilettanti. In realtà spiegano gli specialisti, non è questa la prima volta che vengono individuate molecole direttamente collegate al buon rendimento fisico. Altrettanto importanti per una resa sportiva ottimale sono l'ormone eritropoietina, il gene ACTN3, e l'enzima PEPCK-C. L'ormone eritropoietina incrementa la quantità di globuli rossi consentendo una maggiore ossigenazione dell'organismo; il gene ACTN3 produce una proteina che influenza la resa delle fibre muscolari; l'enzima PEPCK aumenta l'energia dei muscoli.
lunedì 22 marzo 2010
Campionesse di calcio con l'anulare più lungo dell'indice
Le donne con l’anulare più lungo del normale hanno più chance di diventare delle campionesse di atletica, calcio o tennis. Lo dicono gli esperti del King’s College di Londra in un articolo pubblicato sulle pagine del British Journal of Sports Medicine. Secondo gli studiosi l’anulare più lungo della media nelle appartenenti al gentil sesso, indica una maggiore quantità dell'ormone maschile testosterone nell’utero, e quindi una potenza fisica superiore agli standard, tale da predisporre a sport dove è richiesta molta energia. Dallo studio coinvolgente 607 donne gemelle tra i 25 e 79 anni, è anche emerso che la lunghezza delle dita rappresenta un fattore ereditario. Da una coppia che fa sport, quindi, è facile aspettarsi figli “geneticamente” inclini a discipline sportive. In pratica le dita possono essere considerate alla stregua di marker genetici. Non è comunque questa la prima volta che si associa la lunghezza delle dita a particolari caratteristiche fisico-caratteriali. Recentemente la rivista scientifica Nature ha pubblicato un articolo nel quale si afferma che, chi ha l’indice molto più corto dell’anulare, ha tendenze omosessuali, poiché gli eterosessuali li hanno pressoché identici. È il risultato di una ricerca condotta da un'equipe di studiosi della Berkeley University della California che ha interrogato 720 cittadini di San Francisco. Nove su dieci, fra i possessori dell'indice più corto delle media, erano, in effetti, gay.
lunedì 15 febbraio 2010
Il boom del bike polo
Una tendenza nuovissima: il bike polo, sport poco conosciuto in Italia, ma che sta avendo sempre più successo. In pratica si 'cavalcano' delle biciclette 'truccate' e con una mazza (delle racchette da sci modificate) si cerca di centrare con una pallina da street hockey la porta avversaria, all'interno di uno spazio di circa 25 metri. Due le squadre in gioco, ognuna composta da tre atleti. Regola fondamentale: non si possono mai appoggiare per terra i piedi. Vince chi segna per primo cinque goal. Il riferimento è al tipico polo anglosassone, praticato a cavallo in campi predisposti per questo tipo di disciplina. Da noi, invece, ci si organizza come si può, prendendo d'assalto parcheggi, parchi, piazze e giardini. Il fenomeno sta contagiando un po’ tutte le grandi città da Milano a Torino, da Roma a Catania. Nella metropoli milanese, in particolare, il bike polo viene praticato in piazza san Fedele, dietro Palazzo Marino, sede del municipio, ai piedi del monumento dedicato ad Alessandro Manzoni. Per tutti gli appassionati (e i curiosi) l'appuntamento è per ogni martedì sera. Tempo permettendo. Le origini del bike polo risalgono al 1891. Le prime competizioni si tennero in Irlanda. Nel corso delle Olimpiadi di Londra del 1908 il bike polo venne presentato come sport dimostrativo. Dal 1996 si disputano regolarmente campionati mondiali.
giovedì 21 gennaio 2010
Verso il derby più inquinato
Aria di derby non fa rima con aria inquinata, tuttavia, proprio in questi giorni di attesa della grande sfida Inter-Milan, gli esperti di Legambiente ci ricordano che Milano è una fra le città più inquinate d'Europa. I giorni in cui i livelli di concentrazione di Pm10 oltrepassano il limite stabilito dalla legge, non dovrebbero essere più di 35 all'anno. In realtà, nel 2009 a Milano, sono stati ben 108. Seguono le città di Roma (67) e Venezia (60). Secondo Legambiente la situazione è critica anche per ciò che riguarda l'ozono. Ma chi inquina di più? Sono soprattutto le industrie, responsabili del 26% delle emissioni di Pm10; del 23% di biossido di azoto presente nell'aria; del 79% di ossido di zolfo; del 34% di idrocarburi policiclici aromatici. Ma inquinano anche i mezzi automobilistici, rappresentando il 22% delle emissioni totali di particelle fini, il 50% di biossido di azoto, il 45% di monossido di carbonio, il 55% di benzene. Smog a parte, in questo momento, la città è interessata da un particolare fenomeno meteorologico che si verifica quando, in presenza di nebbia, la temperatura scende sotto lo zero: la galaverna. Il paesaggio imbiancato non è dunque frutto di una comune gelata o di una nevicata, bensì di un processo naturale tale per cui, le goccioline d'acqua in sospensione nell'atmosfera che rimangono liquide anche sotto zero (stato di sopraffusione), solidificano a contatto con una superficie. E così è anche grazie a questa galaverna che andiamo ad affrontare il nuovo derby in un clima quasi natalizio. In questi giorni abbiamo sentito spesso parlare in tv Mourinho e Leonardo. Il tecnico dell'Inter ha chiesto ironicamente di spostare la sfida più avanti, quando rientreranno i tanti infortunati. Riferimento palese alle polemiche accese nei giorni scorsi in seguito ai cambi di calendario richiesti dal Milan e accettati della Lega Calcio. Leonardo, invece, sottolinea il fatto che la sfida non poteva capitare in un momento migliore: il Milan è a sei distanze dall'Inter, con una partita da recuperare. Il campionato potrebbe riaprirsi alla grande. Per ciò che riguarda le formazioni, l'Inter spera nel recupero di pedine importanti come Cambiasso e Muntari, Motta e Santon e soprattutto Stankovic. In attacco mancherà Samuel Eto'o, impegnato in Coppa d'Africa, ma ci sarà il neo acquisto Pandev. Fronte Milan. Pato - a causa della lesione dell'adduttore destro - salterà ufficialmente il derby. Verso il recupero, invece, Seedorf e Zambrotta (che comunque rimane in forse). Nesta ancora in bilico. Per concludere vediamo qualche numero curioso relativo al più importante derby d'Italia. Ci aiutiamo con "Milan-Inter, 101 anni di derby", libro scritto da Enrico Tosi e Gian Michele Ottina. La prima sfida Inter-Milan risale al 18 ottobre 1908. Lo scontro avviene in Svizzera (finale Coppa Chiasso), sette mesi dopo la nascita ufficiale dell'Inter (9 marzo 1908), in risposta al preesistente "Milan cricket and Football Club". Vince il Milan 2-1. Ad oggi sono stati disputati 250 derby. Il giocatore più presente è Paolo Maldini (56 derby giocati); il capocannoniere assoluto è Giuseppe Meazza (20 goal); Mazzola è l'autore del goal più veloce: impiega appena 13 secondi per violare la rete milanista in un derby del 1963. Ma chi ha vinto di più? In generale il Milan ha vinto 105 volte (contro le 93 interiste). Se però si considera solo il campionato i numeri sono a favore dell'Inter (63 a 58). Milanoweb - con una leggera prevalenza di interisti - ha detto la sua. Ci risentiamo domenica sera. (Pubblicato su www.milanoweb.com)
domenica 22 novembre 2009
Ecco perchè non è sicuro che l'Inter vincerà lo scudetto
Calcio e matematica. Un binomio su cui 'scommettere'. È quanto si evince da una serie d'interessanti studi effettuati recentemente nel mondo. Partiamo da quello condotto dagli scienziati dell'Università del Maryland. Secondo gli studiosi Usa la squadra più forte (in questo momento, nel campionato italiano, l'Inter?), ha, in realtà, solo il 28% di probabilità di vincere lo scudetto. Gli esperti spiegano il fenomeno con questo banale esempio: se la squadra A batte la B, e la B sconfigge la C, dovrebbe essere difficile per la C avere la meglio sulla A. In realtà non è così: C, infatti, batte A nel 12% dei casi, una percentuale non da poco e non lontana dal valore che si otterrebbe assegnando i risultati in maniera casuale. C'è solo un modo, dunque, per garantire il successo alla squadra più potente: allargare le porte consentendo un maggiore numero di gol (ma non sarebbe più il calcio che tutti conosciamo). Altra curiosità. Qual è la probabilità che una partita finisca con un numero di gol superiore a dieci? Molto bassa, rivelano dei fisici inglesi. Si è infatti visto che un risultato del genere - nei campionati di serie A europei - accade in media in 1 partita su 10mila, quindi 1 volta ogni 30 anni; se però si considerano i campionati di tutto il mondo la percentuale sale a una partita ogni 300. Matematica e fisica aiutano anche a spiegare come realizzare il maggior numero di reti dal dischetto. Studiosi dell'Università di Liverpool hanno mostrato che è più facile fare 'centro' se i passi che precedono il calcio di rigore sono compresi fra 4 e 6. I tiri da fermo e con rincorse lunghissime hanno dunque meno probabilità di infilare la palla in rete. Importante è anche colpire con la parte giusta del piede. L'ideale è quella interna della scarpa. Da evitare invece le scalciate di punta, d'esterno o cucchiai alla Totti: calciare d'esterno, in particolare, abbassa del 25% la percentuale di fare gol. Con i numeri, infine, è addirittura possibile capire se una partita è stata manipolata. È il parere di due economisti: Battista Severgnini, ricercatore presso la Humboldt Universitat di Berlino e Tito Boeri, docente dell'Università Bocconi di Milano. I due specialisti, tramite algoritmi e particolari modelli matematici, hanno stabilito che, nel campionato italiano 2004-2005, dodici partite non sottoposte alla giustizia sportiva, avrebbero il 100% di probabilità di essere state truccate. (Pubblicato su www.milanoweb.com)
mercoledì 26 agosto 2009
"Sindrome di Highlander": la malattia degli over 50 drogati di sport
Anche loro corrono come forsennati, giocano a calcetto e praticano sport rischiosi. Ma forse si sono dimenticati di un piccolo particolare: non hanno più l’età per farlo. Sono gli ammalati della cosiddetta “sindrome di Highlander”, patologia da poco riconosciuta e riguardante over 50 convinti di avere ancora il fisico di un ventenne. In Usa rappresentano l’altra faccia della medaglia di una popolazione sempre più afflitta da problemi di sovrappeso e obesità. In questo caso l’ossessione del tempo che avanza e la paura di ingrassare vengono mitigate da un’intensa attività fisica che il più delle volte fa più male che bene. Complici anche talune campagne salutiste che non si curano minimamente di illustrare i pericoli cui si può andare incontro quando “l’allenamento” diventa eccessivo. Dicono i ricercatori che gli ambulatori statunitensi sono sempre più spesso affollati da pazienti over 50 il cui destino è quello di sottoporsi alla sostituzione dell’anca o del ginocchio. Altrimenti i rischi di un esercizio fisico eccessivo possono portare a rottura dei legamenti e delle cartilagini, a borsiti, tendiniti, artriti. Come è possibile, quindi, fare del moto per scongiurare l’obesità, senza correre il rischio di ammalarsi per un’attività fisica eccessiva? Semplicemente compiendo gli esercizi con moderazione, dicono gli esperti. Il fisico di un cinquantenne non può essere paragonato a quello di un ventenne o trentenne: per quanto in forma il primo non potrà mai competere con il secondo. Il consiglio degli scienziati, rivolto agli highlander, è dunque quello di lasciar perdere innanzitutto gli sport di “contatto” come il calcio e il calcetto. E prediligere discipline individuali come il nuoto, la corsa e la bicicletta. In ogni caso, da evitare categoricamente, sono gli scatti improvvisi. Simili sforzi infatti sono quasi sempre compiuti in condizioni di anaerobiosi - cioè senza consumo di ossigeno – e possono provocare repentini innalzamenti di pressione e del numero dei battiti cardiaci, mettendo a repentaglio la salute del cuore e dei vasi sanguigni. Va poi tenuto presente che è sempre meglio iniziare uno sport gradualmente e mai di colpo. Allo stesso modo è indispensabile tener conto che dopo una certa età muscoli, tendini e articolazioni necessitano di un tempo maggiore di recupero. Secondo gli scienziati della Scuola di Specializzazione di Medicina dello Sport dell’università Cattolica di Roma, troppo spesso gli atleti sono convinti, a torto, che l’esercizio fisico possa preservare da qualsiasi malattia e hanno la tendenza a minimizzare sintomi e fattori di rischio di ogni genere.
venerdì 5 giugno 2009
I grandi campioni di calcio sono dei fisici nati

Il vero segreto degli assi del pallone? La forza muscolare e l’innata capacità di obbedire alle leggi della fisica. Sono le conclusioni di un team di ricercatori inglesi, che ha analizzato le dinamiche relative alle rimesse laterali. Secondo Nicholas Linthorne e David Everett, fisici dello sport presso l’università di Uxbridge (Gran Bretagna), ci sono calciatori in grado di lanciare il pallone a notevoli distanze e in questo modo, tenendo conto di fattori come il fuorigioco e la possibilità di disorientare l’azione del difensore, spesso creano le circostanze più idonee per infilare la palla in rete. Secondo i fisici per lanciare un proiettile alla massima distanza è necessario inclinare il fucile a 45° rispetto al suolo. Partendo da questo dato gli studiosi inglesi hanno calcolato che solitamente i calciatori, così come i lanciatori del disco e del giavellotto, utilizzano inclinazioni inferiori: tra 30 e 35°. In seguito Linthorne e Everett hanno compiuto una serie di calcoli matematici per arrivare a spiegare che l’inclinazione ottimale per una rimessa laterale deve essere compresa tra 20 e 35°. Da ciò hanno ricavato che alcuni giocatori, inconsapevolmente, sono in grado di rispettare questi numeri, dimostrandosi pertanto dei provetti fisici. Per arrivare a questi risultati, però, devono anche essere contraddistinti da un fisico robusto, da un possente apparato muscolare e scheletrico. La fisica, infine, entra in gioco anche nei corner, difficili da calciare correttamente perché il pallone per varcare la linea della porta deve effettuare una traiettoria curva ben precisa. Se l’attaccante calciasse il pallone in modo da imprimergli soltanto la cosiddetta “velocità di traslazione”, la sfera finirebbe per sorvolare l’area avversaria senza una meta precisa. Se invece alla “velocità di traslazione” venisse associata anche una “rotazione attorno a una direzione perpendicolare al terreno di gioco”, la palla finirebbe in gol. Il riferimento in questo caso è a un fenomeno fisico specifico chiamato “effetto Bernoulli".
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