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mercoledì 26 aprile 2017

L'antico corso del Po


E' un processo che va avanti da millenni: lo spostamento verso nord del corso del Po. L'11 novembre 1570 fu la data che spinse la foce del fiume quaranta chilometri più in là, raggiungendo i confini di Chioggia e del veneziano. Complice un terremoto di magnitudo 5,4 che sconvolse il ferrarese e che oggi scopriamo essere legato agli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012, avvenuti in Emilia. Le scosse di cinque anni fa determinarono un sollevamento di dodici centimetri dell'area epicentrale, e un abbassamento del suolo di un paio di centimetri nella vicina zona di Finale Emilia. L'11 novembre del 1570, analogamente, il terremoto causò un innalzamento di quindici centimetri del livello del terreno, e con esso il più importante fiume italiano cambiò per sempre faccia. Fino alla metà del Cinquecento gran parte delle acque provenienti dal Monviso sfociavano dalle parti del porto etrusco di Spina, a nord di Marina di Ravenna. Un piccolo ramo, invece, si dirigeva verso il settentrione, sciogliendosi nelle acque di Venezia. Risaliva al XII secolo e fu tale in seguito alla Rotta di Ficarolo, gigantesca alluvione che si protrasse per anni, allagando molte aree della pianura padana.

Nel 1570, l'ultimo tratto del fiume, sposò il nuovo alveo, abbandonando definitivamente il ferrarese e i meandri dell'antica foce. La città subì gravi perdite economiche. Non fu più centro portuale e le merci in transito fra l'Adriatico e l'entroterra padano trovarono altre strade. Ancora oggi è possibile risalire alle origini del vecchio Po. Il paleoalveo dei Barchessoni indica che lì in tempo passava il fiume. Siamo nel comune di Mirandola, in provincia di Modena, dove sono riconoscibili spianate terrose di colore più chiaro (gli antichi argini) rispetto a quelle adiacenti più scure (il vecchio letto del fiume). Il fenomeno è ben visibile con una ricognizione aerea a una decina di chilometri più a sud dell'attuale corso fluviale. I resti dei vecchi tracciati del fiume sono riconoscibili anche in altre località: Viadana, Sabbioneta, Poviglio.  

Gli archivi ci raccontano che il terremoto del 1570 causò parecchi danni; e almeno il 40% degli edifici del ferrarese non resistette alle scosse. Per la popolazione fu la giusta punizione divina per un territorio mal governato dagli estensi. Ma alla fine le colpe ricaddero perlopiù sugli ebrei. I marrani erano ebrei sefarditi in fuga dalla penisola iberica, dove il cattolicesimo si era messo a dargli la caccia. Era nell'aria: nel 1556 venticinque marrani erano stati arsi vivi in piazza ad Ancona. Erano mal visti da tempo e con il terremoto fu chiaro a tutti che fossero loro i veri colpevoli del disastro ambientale. Comunque una storia relativamente recente. Altri studi sono riusciti a ricostruire il corso del grande fiume italico dal calabriano (piano geologico del Pleistocene iniziato oltre un milione di anni fa) a oggi; puntualizzando soprattutto sull'ultimo glaciale, il wurmiano, fra centomila e diecimila anni fa. Il livello dei mari era inferiore all'attuale di centodieci metri. E il Po percorreva un tratto più lungo: da Piacenza scivolava verso Mirandola, Molinello e Cervia. 

La stessa situazione s'instaurò durante le glaciazioni succedutesi da 800mila anni a questa parte. Poi le cose cambiarono con l'arrivo dell'uomo; che ha progressivamente inciso sul suo corso, con opere di rafforzamento degli argini, che in certe aree geografiche raggiungono vari metri di altezza. Di fatto le alluvioni del Po erano frequentissime e devastanti. I dati storici rimandano la prima alluvione ufficiale al 204 a.C.. Da allora sono stati contati quasi centocinquanta fenomeni distruttivi. Nel 589 si ebbe la Rotta della Cucca, una piena che portò a una modifica importante dell'idrografia di tutta la pianura padano-veneta. Nel 1330 un'alluvione nel Polesine e nel mantovano causò 10mila vittime. L'ultimo evento importante si è verificato nel 2000. A ottobre si ebbe la seconda piena più importante del ventesimo secolo: ci furono ventitré morti, undici dispersi e 40mila sfollati.

Il contesto geotettonico riguarda, dunque, una zona particolarmente suscettibile agli eventi tellurici. Si sa, infatti, che fra il ferrarese e il mantovano si sono verificati terremoti disastrosi nel 1356, 1561, 1761. Gli studi condotti da esperti dell'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS) di Trieste hanno evidenziato che le faglie coinvolte nel 2012 e quella del 1570 sono allineate e che ancora oggi potrebbero essere interessate da fenomeni tettonici. Quella più antica si trova sepolta da strati di depositi alluvionali a una quindicina di chilometri a nord di Ferrara. E da sempre è coinvolta nei movimenti che riguardano il progressivo innalzamento degli Appennini; che concerne anche gli ultimi fenomeni sismici verificatesi in centro Italia nel 2016, coinvolgendo la Valle del Tronto, i Monti Sibillini e i Monti della Laga. Alla base c'è la sempiterna spinta della placca africana, su quella euroasiatica. Le ultime analisi condotte dal Rinus Wortel, geofisico dell'Università di Utrecht, in Olanda, asseriscono che è in corso un processo di subduzione che sta portando il nostro continente a "scivolare" sotto quello africano: strategia che consente al pianeta di "riciclare" la crosta terrestre, contemporaneamente all'azione delle dorsali oceaniche che producono nuovi strati litologici. 

La lezione di Mario Soldati
Cibo, natura e letteratura; così può essere riassunto il succo del lavoro svolto da Mario Soldati nel 1957. Lo scrittore italiano inventò il primo reportage enogastronomico, muovendosi dalle sorgenti del fiume più lungo d'Italia, alla foce. "Alla ricerca dei cibi genuini; viaggio nella valle del Po" andò in onda dal 3 dicembre sulla Rai, con le musiche di Nino Rota. Ora l'avventura sta per essere intrapresa di nuovo da un gruppo di giovani ferraresi, fra giornalisti, fotografi e cineoperatori. Partiranno dalla foce del fiume il 25 aprile 2017 e per due settimane studieranno il suo corso, soffermandosi sui cambiamenti avvenuti negli ultimi sessanta anni e intervistando i tanti italiani che vivono lungo le sue sponde.

Il nuovo parco
Il primo tratto sperimentale del Parco Fluviale del Po è stato inaugurato. Per chi desidera scoprire alcuni fra gli angoli più belli del fiume, potrà da oggi scegliere fra percorsi pedonali, strade ciclabili, aule didattiche, aree di picnic, e porticcioli per le canoe. I percorsi attrezzati permettono di osservare il Po da ovest a est, inoltrandosi nel Bosco della Lite e nel Bosco delle Fate o seguendo il sentiero dell'Upupa; il tutto in corrispondenza dei comuni di Villanova sull'Arda, Polesine-Zibello e Roccabianca. Il parco sperimentale è frutto del lavoro condotto dal Gruppo Unipol e da Legambiente, che mira al recupero delle aree degradate del nostro Paese. «Crediamo nella capacità dei territori di tutelare e di produrre bellezza», dichiara Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, «di costruire processi di qualità che migliorano quanto di meglio c'è in Italia».

La pantera del Po
Un fossile trovato da un pensionato e consegnato al Museo paleoantropologico di San Daniele Po, consente di stimare la realtà ambientale dell'antica valle Padana. Un osso lungo una ventina di centimetri, e Renato Bandera, che da anni scandaglia con la sua canoa il grande fiume, pensa ai macabri resti di un uomo. Poi la sorpresa. Un paleontologo dell'Università di Parma intuisce che possa essere ricondotto allo scheletro di un felino; e ne ha conferma confrontandosi con Martin Sabol, dell'Università di Bratislava. La rivista Quaternary International svela infine l'arcano il mistero: sono i resti di un esemplare di Panthera pardus, un leopardo che viveva in Pianura Padana 200mila anni fa. All'epoca, infatti, il territorio bagnato dalle acque del fiume, era simile a una savana africana, ed era abitato da ippopotami, elefanti, rinoceronti e appunto… feroci pantere.  

lunedì 10 febbraio 2014

Le alghe ripuliscono i laghi americani

Esemplare di Chlamydomonas al microscopio elettronico
Negli Usa si sta pensando di disinquinare le acque dei laghi e dei fiumi attraverso l’impiego di alghe geneticamente modificate. È un’idea degli studiosi dell’Università dell’Ohio, che hanno ottenuto una varietà di alga in grado di neutralizzare il mercurio presente nei bacini lacustri. La proposta deriva dal fatto che si è potuto recentemente dimostrare la presenza, nei grandi laghi americani, di una massiccia quantità di metalli pesanti che hanno già provocato gravi danni all’ecosistema. Chlamydomonas, è questo il genere al quale appartiene il vegetale manipolato dagli scienziati dell’Università dell’Ohio, è l’ideale non solo per combattere il mercurio, ma anche altri elementi come il piombo, il rame, il cadmio e il nichel. La modifica genetica effettuata dagli studiosi è consistita nell’inserimento nelle alghe di un gene che codifica la produzione di proteine in grado di legare i metalli. Il risultato è una clorifita che assorbe come una spugna una grande quantità di materiale inquinante tossico: fino al 20% della sua massa. Modificando il ph del liquido in cui si trovano le alghe, si può peraltro fare in modo che queste cedano i metalli assorbiti, in modo da poterli successivamente recuperare per ulteriori produzioni industriali. “Partendo da una ricerca del 1986, nella quale si riportava la significativa presenza di mercurio nelle acque del lago Eire, abbiamo cercato di dare risposte convenzionali al problema, riscontrando progressi decisivi, ma non risolutori, nella qualità delle acque trattate – ha rivelato uno degli scienziati coinvolti nel progetto - solo un paio d’anni fa abbiamo mappato un’alga unicellulare molto diffusa nei bacini, la Chlamydomonas reinhardtii, facilmente bioingegnerizzabile, che grazie alla sua porosità naturale si lega alle molecole di inquinanti, trattenendole”. A questo punto i ricercatori Usa, dopo aver condotto con successo i primi esperimenti in laboratorio, procederanno al rilascio nei laghi Eire e Superiore delle alghe geneticamente modificate, per vedere concretamente quanto è possibile ridurre il grado di inquinamento di un bacino lacustre. 

giovedì 4 agosto 2011

L'agonia del lago d'Aral

Là dove c'era il lago ora c'è... il deserto

Il lago d'Aral, un tempo il quarto bacino lacustre del mondo, rischia di scomparire dagli atlanti geografici entro il 2020. Stando, infatti, alle recenti ricostruzioni compiute dall'ESA, negli ultimi decenni la distesa d'acqua dolce s'è ristretta del 74% e il suo volume si è ridotto dell'85%. La fase di prosciugamento, iniziata negli anni Sessanta, ha portato allo sviluppo di due specchi lacustri: il piccolo Aral, a nord, e il grande Aral, a sud. Ma mentre per la parte meridionale non c'è più nulla da fare, gli ambientalisti confidano di riuscire almeno a salvare il bacino settentrionale: a questo scopo è stata creata una diga per separare definitivamente le due porzioni lacustri e per consentire a un vecchio immissario di alimentare il piccolo Aral. Il declino del lago posto a cavallo fra Uzbekistan e Kazakistan, sopraggiunge con la sciagurata idea dell'establishment sovietico di coltivare intensamente le piantagioni di cotone, sfruttando le acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya, che dalla notte dei tempi tengono in vita il bacino. Prima di questo intervento la superficie lacustre misurava 67mila chilometri quadrati; la popolazione in prossimità del lago beneficiava di prodotti ittici e di un clima mitigato dal ciclico movimento delle acque; Muynak, il vecchio centro affacciato sulle sue rive, rappresentava uno dei porti più floridi della regione ed era fra le mete turistiche più gettonate dagli amministratori dell'epoca. Ma oggi la situazione è drasticamente cambiata. Le persone che vivono nei dintorni del lago, infatti, oltre a patire la fame, sono vittime di numerosi disturbi, soprattutto a livello respiratorio, per via delle polveri alzate dal vento, cariche di sale e di pesticidi. L'80% delle specie ittiche è estinta. E Muynak è divenuta una specie di città fantasma, mezza sepolta dalla sabbia, circondata da navi arrugginite e altri relitti marittimi.

Le fasi di prosciugamento del lago

Un ulteriore problema deriva dall'isola Vozrozdenia, antica sede di esperimenti condotti con armi batteriologiche. Benché nel 2002 gli statunitensi siano intervenuti per disinfestare il territorio, risulta che siano ancora presenti materiali potenzialmente pericolosi. Il rischio, dunque, è che animali e uomini possano venirne a contatto, causando disastri di natura sanitaria e ambientale. Secondo i dati forniti dal NASA World Wind, la situazione è già precipitata, poiché l'isola si sarebbe ormai trasformata in una penisola. Ma Google Earth e Google Maps contraddicono questa tesi, sostenendo che Vozrozdenia sia ancora separata dalla terraferma da qualche centinaio di metri. Evidentemente la bassezza dei fondali confonde le idee, ma è chiaro che l'isolamento della lingua di terra nel cuore dell'Aral ha i giorni contati.

Immagine aerea del lago d'Aral: si nota sulla destra l'isola Vozrozdenia

lunedì 21 febbraio 2011

Centinaia di volte più veloci di un battito di ciglia


Siamo soliti pensare alle piante come a esseri viventi praticamente immobili. In realtà ci sono specie carnivore in grado di catturare animaletti con movimenti rapidissimi. È il risultato ottenuto da scienziati dell'Università di Grenoble, autori di un video molto interessante. Quest'ultimo (sotto) ha come protagonista un esemplare di bladderworts, vegetale appartenente a un gruppo di 227 specie di piante acquatiche carnivore presenti in tutto il mondo, che ha elaborato uno stratagemma per uccidere minuscoli animaletti, da cui trarre il sostentamento. È così veloce nella sua azione che un occhio umano non è in grado di seguirne l'evoluzione. Secondo gli studiosi francesi questi vegetali agiscono con una rapidità centinaia di volte superiore a un battito di ciglia e cento volte maggiore di quella che contraddistingue un'altra velocissima pianta carnivora, la Venus acchiappamosche.

venerdì 14 maggio 2010

Piogge e temporali. E' allarme in mezza Italia

Le gravi condizioni di maltempo stanno mettendo in ginocchio l'agricoltura lombarda. "I campi annegano", rivelano i tecnici di Confagricoltura. Mais e cereali stanno subendo ritardi impensabili nella semina. 254mila gli ettari dedicati alla coltivazione del granoturco, ma è stato seminato solo il 90% del primo raccolto, in molti casi non ancora il secondo. Grave la situazione anche per il riso: ne è stato seminato solo il 40%. Colpite soprattutto le provincie di Como, Varese, Lodi, Lecco. Nel cremonese è, invece, allarme ortaggi: molti terreni dedicati alla coltivazione di pomodori, cocomeri e meloni, sono completamente allagati. In Valtellina l'acqua ha iniziato a scendere lungo i costoni mettendo a dura prova la tenuta dei vigneti. Impensieriscono anche gli attacchi di funghi e insetti che con gli sbalzi di temperatura sovrabbondano. Problemi anche per le vie di comunicazione e le infrastrutture: in alcune cascine lombarde sono crollati i tetti e le serre sono state invase dalle acque. Le strade rurali sono impraticabili. Centocinquanta persone sono state evacuate dalle loro abitazioni in via Brighello a Rho, per l'esondazione del torrente Bozzente. "Per quanto riguarda le infrastrutture, le case e le attività produttive", afferma Romano La Russa, assessore alla Protezione Civile, "sarà mia premura adottare iniziative a sostegno dei settori più colpiti. La Protezione civile lombarda è stata subito mobilitata per garantire ai cittadini situazioni di totale sicurezza". Complessivamente si stimano già danni per decine di milioni di euro: stando alle stime complessive della Camera di commercio di Monza e Brianza, le imprese di tutto il nord hanno già perso 250milioni di euro. Secondo la Cia, Confederazione italiana agricoltori, la situazione potrebbe addirittura peggiorare nelle prossime ore, se il maltempo continuerà imperterrito a flagellare i campi lombardi. Per questo motivo l'ente nazionale ha già istituito unità di crisi in molte provincie e si è iniziato a parlare di 'stato di calamità naturale'. Gran parte dei fiumi e dei laghi della regione rischiano di esondare. Critica la situazione del Garda e del Maggiore, mentre il Po, in alcuni punti, ha superato la soglia di sicurezza. Il più importante fiume italiano è, comunque, tenuto sotto controllo dai tecnici dell'Agenzia interregionale per il fiume Po. Occhi puntati anche su Lambro, Seveso, Olona. "Questa ondata di maltempo rende ancora più difficile lo scenario della nostra agricoltura", dicono i tecnici della Cia, "già pesantemente colpita dalla crisi. Gli agricoltori continuano a vedere calare i propri redditi e diminuire sempre più la loro competitività sui mercati". Dall'inizio del mese - dicono gli esperti del Centro geofisico Prealpino di Varese - nel nordovest della Lombardia sono caduti 260millimetri di pioggia, fino a 300 nell'area di Como. Bisogna comunque stringere i denti. A quanto sembra il maltempo durerà fino a domenica. Oggi sono previste ancora piogge e temporali al centro-nord. Sabato rovesci soprattutto nelle regioni centrali. Da domenica, però, è previsto un graduale miglioramento in tutt'Italia.

mercoledì 2 dicembre 2009

La Manica, una storia cominciata 450mila anni fa

C'era una volta la Gran Bretagna, regione europea confinante con la Francia, tranquillamente raggiungibile a piedi. Stando infatti a uno studio pubblicato sulla rivista Quaternary Science Reviews, inglesi, scozzesi e gallesi, fino a 30mila anni fa, non erano separati dagli altri europei: Francia e Inghilterra erano divise da una normalissima striscia di terra oggi sommersa dalle acque dell'Atlantico. Secondo QSR con lo scioglimento dei ghiacci si creò un grosso fiume e - col debordamento di un lago formatosi in seguito all'intrappolamento delle acque del mare del Nord in una zona fra la Francia e l'Inghilterra - si originò il canale della Manica che oggi tutti conosciamo e che separa la Gran Bretagna dal continente. Secondo i ritrovamenti, il fiume Manica, cominciò a prendere forma circa 450mila anni fa, e sarebbe esistito durante tre ere glaciali. Oggi la britannica Dover (nella foto) e la francese Calais (Cap Gris-Nez) sono dunque separate solo da 34 chilometri di mare. Il canale è lungo complessivamente 560 chilometri e la sua larghezza massima è di 240 chilometri. Data l'eccezionale vicinanza delle due coste, molti hanno attraversato la Manica nei modi più rocamboleschi. Il 7 gennaio 1785 Jean-Pierre Blanchard e l'americano John Jeffries volarono da una parte all'altra del canale su un pallone aerostatico, divenendo i primi ad attraversare una fetta di Atlantico per via aerea. Il primo a vincere la distanza a nuoto fra i due paesi fu, invece, l'italiano G.M. Salati, che compì l'impresa nel 1817. Lo seguì la prima donna, Gertrude Ederle, nel 1926. Per l'Inghilterra la Manica è sempre stata un'importante difesa naturale da attacchi nemici. Ne parla anche Shakespeare nel suo Riccardo II: "Questa muraglia nel mare d'argento che fa da difesa o fossato alla nostra terra contro le invidie dei paesi infelici".

mercoledì 30 aprile 2008

Un megacanale per sfidare il deserto del Medio Oriente

Dal Mar Rosso al Mar Morto: un canale di 180 chilometri per ricoprire di verde la desertica regione a cavallo tra Israele e Giordania e soprattutto salvare e recuperare lo specchio lacustre più salato del mondo. È la proposta di Norman Foster, architetto inglese di 71 anni, capostipite della cosiddetta architettura hitech. 15,5 milioni di dollari il costo per lo studio preliminare, 3 miliardi di dollari quello relativo ai 5 anni di lavoro previsti. Il 50 percento del canale si svilupperà sottoterra, tramite strutture larghe sette metri di diametro. L’altra metà scorrerà a cielo aperto. Se non si opererà in tal senso, dicono gli esperti, del Mar Morto non ci sarà più traccia entro il 2050. Il fiume Giordano, suo unico immissario, da tempo infatti non è più in grado di soddisfare il fabbisogno idrico del lago salato: a lungo andare le dighe e le opere di irrigazione lo hanno ridotto a un fiumiciattolo. Dagli anni Settanta a oggi il livello delle acque del Mar Morto è calato di 25 metri: oggi la sua superficie si trova a 412 metri al di sotto del livello del mare. Il canale partirà dalle coste di Aqaba (Mar Rosso) e giungerà dalle parti di El Mazra’a. Durante la sua corsa verrà prodotta acqua potabile attraverso un impianto di desalinizzazione: quest’ultimo convoglierà le acque direttamente nei rubinetti israeliani, palestinesi e giordani per un totale di circa 1 miliardo di metri cubi all’anno. Altro dato positivo riguarda la produzione di energia. Si pensa infatti che l’acqua del canale potrà creare i presupposti per la produzione di energia elettrica, anche grazie agli oltre 400 metri di dislivello naturale tra il punto di partenza e il punto di arrivo della struttura. Così facendo si riuscirà peraltro a vincere la terribile salinità che da sempre contraddistingue il Mar Morto, impedendo la vita di molti organismi acquatici. Il Mar Morto ha una salinità media di 365 grammi per litro di acqua (contro una media di 35 g/litro di acqua degli oceani). Per tale motivo le sue acque vengono oggi usate per la produzione di cloruro di potassio. Contrari a questo progetto ci sono molti ambientalisti i quali accusano le autorità amministrative israeliane di non considerare i disagi che un’opera di questo genere arrecherebbe all’ambiente. Preoccupa i responsabili della Banca Mondiale (che dovrebbe finanziare il progetto) anche la possibilità che un’infrastruttura del genere possa alterare gli equilibri geodinamici dell’intera area su cui sorgerà, provocando scosse sismiche. In particolare si temono fuoriuscite d’acqua che possano danneggiare le falde acquifere sotterranee. A opera ultimata il canale di collegamento tra il Mar Rosso e il Mar Nero sarà più lungo dei canali di Suez e di Panama. Il primo, risalente al 1869, è lungo 163 chilometri, il secondo, costruito nel 1914, 81 chilometri.

(Pubblicato su Libero il 1 febbraio 07)