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domenica 12 dicembre 2021

Come nasce un tornado?

Tornado e tromba d’aria sono la stessa cosa, ma non vanno confusi con gli uragani, tutt’altra genesi e intensità. Le trombe d'aria, tipo quelle che si sono abbattute in queste ore sugli Usa, si sviluppano in seguito a eventi temporaleschi; e al movimento confuso dell’aria calda che si sposta verso l’alto condensandosi. Sollecitati da correnti d’alta quota (correnti a getto) e anomali movimenti ventosi, si formano “imbuti” di particelle gassose che vanno dalla base delle nuvole temporalesche (comulonembi) alla superficie terrestre. 
Un tornado possiede un raggio fra i 100 e i 500 metri, e altezze che vanno fino a mille metri; i venti soffiano oltre i 200 km/h devastando ciò che trovano sul loro cammino. La pressione interna dei tornado, più bassa di quella esterna, spiega l’attitudine a risucchiare il materiale incontrato, comprese automobili e case. Di solito un tornado dura pochi minuti, in casi rari fino a un’ora.

domenica 6 agosto 2017

Il potere dei fulmini


Le percentuali sono infinitesimali, tuttavia quando scoppia un temporale il pensiero non tralascia l’ipotesi più infausta: quella di vedere una saetta piombare su di noi fulminandoci. In India, poche ore fa, un evento monsonico particolarmente potente, ha causato la morte di undici persone, quasi tutti contadini. E nel mondo ogni anno il fenomeno riguarda più di mille persone. Fulmini e saette sono uno degli eventi più tipici della stagione estiva; se ne contano 44mila al giorno (su tutto il pianeta). Ma di cosa si tratta esattamente, e quali sono i reali rischi? Un fulmine si origina per la presenza di cariche negative nella parte più bassa di una nube temporalesca, di solito un cumulonembo, con grande sviluppo verticale; le cariche negative sono figlie dell’interazione che si instaura fra particelle di acqua e cristalli di ghiaccio. In risposta si generano al suolo delle cariche positive che preludono a una differenza di potenziale; che potrà essere compensata solo con una potente scarica elettrica.

I fulmini possono interessare anche gli aerei, le tempeste di sabbia e le eruzioni vulcaniche. E arrivare a una produzione energetica compresa fra dieci e duecento kiloampere. Lo scompenso elettrico che ne deriva, provoca il caratteristico tuono che, per via della minore velocità del suono rispetto alla luce, si percepisce con un po’ di ritardo. Immediatamente la temperatura dell’aria raggiunge nel punto di impatto i 15mila gradi centigradi. La lunghezza di un fulmine può, dunque, arrivare a quindici chilometri, con punte medie di due-tre chilometri. I fulmini sono particolarmente minacciosi in montagna. Ma in generale riguarda tutti i luoghi molto esposti, specialmente dove c’è presenza di acqua (che conduce elettricità). È un composto polare, nel quale gli atomi di ossigeno assumono una parziale carica negativa, in contrapposizione a quelle positive degli atomi di idrogeno.
Con ciò non sono risparmiate le spiagge. Non è necessario aspettare la pioggia prima di correre ai ripari, perché spesso fulmini e saette precedono le precipitazioni. In generale la raccomandazione è quella di mantenersi distanti da pali e alberi (vere e proprie calamite per i fulmini). E occorre evitare tutto ciò che favorisce la conducibilità elettrica.

Per i esempio gli oggetti metallici. In caso di forte temporale conviene togliere anelli, collane, orecchini. E mantenersi distanti dai cavi elettrici. In montagna è opportuno fermarsi, possibilmente nascondersi in qualche anfratto, per esempio una grotta; ma anche una costruzione o un rudere possono proteggere con successo dalla furia del cielo estivo. Anche in casa conviene prendere qualche provvedimento; e non utilizzare computer, televisione ed elettrodomestici. Ma ci sono anche posti sicuri, come la fusoliera di un aeroplano o l’abitacolo di un’automobile. Si comportano come una gabbia di Faraday che isolano gli ambienti dal campo elettrostatico, impedendo ai suoi occupanti di venire a contatto con le scariche elettriche.

domenica 22 gennaio 2017

Ipossia e ipotermia: i rischi delle valanghe


La sopravvivenza sotto la neve? Dipende da molteplici fattori, uno su tutti: la fortuna. Che può essere strettamente legata al luogo in cui si è vittime di una valanga. In un ambiente riparato, come un'abitazione, i rischi sono minori: è facile rimanere imprigionati, ma con un minimo spazio vitale è altrettanto semplice resistere ai morsi dell'ipotermia e dell'asfissia. «E' quel che potrebbe essere accaduto nell'hotel Rigopiano», ci spiega Mario Milani, direttore della scuola medica del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) di Milano. «I superstiti hanno avuto la possibilità di respirare regolarmente e in più di scaldarsi, ciò che non potrebbe accadere se si è travolti da una valanga all'aperto». 

Sono eventi rari nel nostro Paese, ma non in altre realtà geografiche, dove l'ubicazione di strutture abitative in aree simili a quella dell'hotel Rigopiano è più frequente: per esempio in Austria, Nepal e Turchia. Nel tempo sono stati costruiti interi villaggi alle pendici di monti che, in particolari condizioni ambientali, possono scaricare potenti slavine. «La letteratura a riguardo ci indica incidenti come quello del centro Italia», continua Milani, «che in molti casi hanno avuto un lieto fine, con il recupero delle persone intrappolate nella abitazione». Ciò che non accade quando si è travolti da una valanga a cielo aperto, in cui bisogna fare di tutto per cercare di stare in superficie e non venire completamente sommersi dalla neve. 

«Occorre "nuotare", muovere braccia e gambe, e rimanere a "galla"», ci dice Milani. «La densità del corpo umano è più alta di quella nevosa, e pertanto una vittima di una valanga tende ad affondare». In casi come questo c'è una soluzione sola: scavare per crearsi un po' di spazio per respirare; e poi sperare di essere al più presto individuato con strumenti particolari (come la ricetrasmittente Artva) e disseppellito con una pala. Le chance di sopravvivenza, di fatto, dipendono dalla maggiore o miniore disponibilità di ossigeno. Si può sputare un po' di saliva per orientarsi, tenere un braccio alzato sperando che possa emergere in superficie, o urinare per attrarre il fiuto dei cani di soccorso. «Se si è travolti da una slavina si può resistere mediamente trenta minuti», dice Milani, «oltre questo arco temporale, se non c'è un ricambio d'aria, l'asfissia è inevitabile. Subentra l'ipossia (mancanza di ossigeno) e l'ipercapnia (aumento nel sangue della concentrazione di anidride carbonica)».

Lo scorso anno, per esempio, fece notizia la vicenda di un soldato indiano rimasto sotto la neve per otto giorni. «Ma evidentemente era collegato a una sacca d'aria esterna che gli consentiva di respirare regolarmente», precisa il medico milanese. Vinto il rischio di ipossia, però, incombe l'ipotermia. Un corpo, infatti, può anche disporre di una sacca d'aria abbondante, tuttavia non può resistere a una temperatura troppo rigida, per tante ore. «L'ipotermia rispetto all'ipossia offre più chance di sopravvivenza», racconta Milani, «ma già dopo un'ora le cose possono complicarsi». Se la temperatura corporea scende sotto i 32 gradi subentrano uno stato soporoso che progressivamente porta all'incoscienza; anticamera dell'assideramento, molto difficile da superare. 

venerdì 20 gennaio 2017

La slavina del giorno dopo


L'impossibilità di governare e prevedere la natura. E così la neve accompagnata da un interminabile sciame sismico, ha reso il centro Italia un luogo invivibile. Difficile intuire i prossimi fenomeni, benché si possa fare affidamento su una stagione fredda che va verso la fine, portando con sé il rischio di nuove precipitazioni che renderebbero ulteriormente complicata la situazione. Il dibattito coinvolge geologi e meteorologi, in queste ore presi d'assalto per capire come sia potuta accadere la tragedia dell'hotel ai piedi del Gran Sasso e come si potranno scongiurare altri episodi del genere. Da una parte l'invito a lasciare le case per fuggire al terremoto, dall'altra quello di rintanarsi nelle proprie dimore in attesa che la neve si sciolga. Ma intanto incombe un fenomeno sui cui nessuno aveva ancora concentrato l'attenzione: la slavina provocata dai movimenti tellurici. 

In questo caso tutte le raccomandazioni non servono. E allora che fare? «Informare correttamente e preventivamente», ci racconta Alessio Grosso, meteorologo di Meteolive.it, «cosa che non è stata fatta in questi giorni». E' stato sottovalutato il problema, e non si è dato modo agli abitanti del centro Italia di correre ai ripari. Lo diciamo da almeno una settimana: ci sarà una depressione che porterà nevicate abbondanti e temperature al di sotto dello zero. Era necessario diffondere capillarmente la notizia nei telegiornali nazionali, a ogni edizione, anche se non riguardava le grandi città. Su Roma e Milano sarebbe stato diverso».

Si è infatti verificato un fenomeno meteo spesso ricorrente e prevedibile sul medio Adriatico: una corrente fredda proveniente da nord est che non lascia scampo, che ha interagito con l'aria mite ed umida mediterranea. Con essa la neve è assicurata. Gli esperti lo annunciavano da giorni. E così è stato. E' stata risparmiata solo l'Emilia Romagna, ma le altre regioni, come previsto, sono affondate nella neve, compreso l'hotel Rigopiano. «La tempesta perfetta», l'hanno soprannominata gli studiosi, ma che poteva essere gestita meglio. L'hotel che è stato distrutto dalla slavina si trova in una zona strategica, protetta da un bosco fitto, che contrasta la discesa della neve; ma non l'energia sprigionata da faglie profonde dieci chilometri e in subbuglio da mesi. Dunque era fondamentale valutare simultaneamente i due fenomeni naturali.

«Di fronte a situazioni così particolari si può lavorare in un solo modo: liberare anzitempo le strade di accesso ai luoghi più remoti, sommersi dalla neve; dando modo agli abitanti di muoversi prima che il manto bianco sommerga tutto», continua Grosso; «in condizioni normali la neve poteva essere tenuta a bada dagli alberi, ma non su un terreno costantemente attraversato da scosse sismiche e contrassegnato da strutture turistiche risalenti agli anni Sessanta, pur ristrutturate». Si è certi, peraltro, che la montagna vicina non abbia avuto la possibilità di scaricare adeguatamente la tanta neve caduta; sfavorita da un pendio non eccessivamente ripido, dove invece solitamente il "ricambio" nevoso è quasi quotidiano e impedisce la formazione di una spessa coltre nevosa. Insomma, tutto è andato per il peggio. E per evitarlo sarebbe bastato muoversi in anticipo, anche con una migliore campagna di informazione mediatica. E domani?

«Sappiamo che cresceranno le temperature, ma anche che fra qualche giorno ci saranno delle piogge», conclude Grosso. «Con esse potrebbero verificarsi due problemi altrettanto rischiosi: le alluvioni lampo o le valanghe di neve fradicia, fra le più pericolose». Nessun allarmismo, solo un monito a valutare attentamente le bizzarrie del clima, per non rischiare di farci cogliere ancora una volta impreparati. 

martedì 25 ottobre 2016

Effetto serra: i record del 2015


Un record di cui non andare fieri: il superamento della soglia di 400 parti per milione di CO2 nell'atmosfera. E' stato registrato nel 2015. Mai si era arrivati a tanto e ci vorranno generazioni prima che si ristabiliscano i livelli precedenti. «E' una nuova realtà climatica», dicono gli esperti dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Ed è l'ultimo dato diffuso dall'Onu (che parafrasa il libro che Edinat ha appena terminato di scrivere per il Touring Club, a proposito del surriscaldamento globale). Cosa cambia rispetto agli anni precedenti?

I 400 ppm di CO2 erano stati già raggiunti in epoche passate, per alcuni mesi e in precisi punti del globo; ma mai si era giunti a questa cifra riferita a una media costante a livello globale. Significa che la concentrazione di anidride carbonica nell'aria su tutto il pianeta ha ormai superato una soglia giudicata critica, che non subirà ridimensionamenti negli anni a venire. Complice la corrente oceanica El Nino che come è noto giustifica le bizzarrie del clima a livello mondiale ogni volta che si instaura.

Il flusso correntizio si verifica fra le coste del Sudamerica e quelle australiane: l'upwelling, la risalita di acqua fredda dai fondali oceanici, si interrompe, determinando un innalzamento delle temperature marine superficiali che si ripercuotono in ogni regione. Ma le brutte notizie non finiscono qui. Stando infatti alle ultime analisi diffuse dall'Onu, l'ultimo anno è stato il più caldo della storia. La temperatura media è risultata più elevata di 0,89°C rispetto alla media del Novecento.

Il futuro non incoraggia, anche perché tutti i tentativi per ridimensionare il livello di diossido di carbonio nell'aria non sono andati a buon fine. Ma la questione è aperta. C'è infatti chi dice che l'uomo non c'entri nulla. E che periodicamente la temperatura cresce causando l'innalzamento del livello marino e lo scioglimento dei ghiacci. Ai posteri l'ardua sentenza.

lunedì 21 ottobre 2013

Pioggia o sole? Chiediamolo al nostro corpo


«Mi fanno male le ossa, vuol dire che il tempo sta cambiando». Chi di noi non ha mai sentito la nonna o qualche anziano pronunciarsi in questo modo? Ebbene, ora anche la scienza afferma che c'è davvero corrispondenza fra alcuni malanni fisici e la meteorologia. Il primo a teorizzare questo legame fu Ippocrate, quasi duemilacinquecento anni fa, mettendo in luce soprattutto la relazione fra reumatismi e clima ventoso e umido. In seguito s'è capito che anche molti altri mali dipendono "dal tempo che fa", come l'artrite e l'osteoartrite, sensibilissimi alle variazioni della pressione barometrica e ai cambiamenti repentini di temperatura. Lo stesso vale per disagi "minori", come il dolore pelvico, dentale, cefalico, e le nevralgie del trigemino. Una spiegazione c'è, ed è legata ai valori pressori dell'atmosfera che si ripercuotono su quelli delle articolazioni. Subendo un'alterazione pressoria, ossa, muscoli e tendini, infatti, vanno momentaneamente in cortocircuito, per via del disequilibrio che viene a crearsi all'improvviso fra i liquidi e i gas contenuti in particolari "sacche" anatomiche. Robert Jamison, professore di anestesia e psichiatria all'Harvard University, fa l'esempio di un palloncino pieno d'aria: «Un pallone gonfiato subisce una pressione dall'esterno e dall'interno. Se quella esterna cambia, il palloncino si dilata, ampliando la sua volumetria. Lo stesso accade all'interno delle articolazioni. Ma quando si ha un calo della pressione esterna, determinati tessuti premono sui nervi circostanti, riacutizzando il dolore». Accade soprattutto nei neuropatici. «Il fenomeno è, infatti, molto più comune nelle persone con questo tipo di problema, o anche, semplicemente, un nervo infiammato», afferma Patience White, reumatologa della George Washington University of Medicine. Il legame generale fra problemi fisici e clima e la capacità indiretta, quindi, di prevedere "che tempo farà" in base alle condizioni psicofisiche, è confermato dai dottori comuni, che dicono di ricevere molte più visite quando il clima cambia e la temperatura e la pressione subiscono grossi contraccolpi. «Tanto evidente è il repentino cambiamento climatico, tanto maggiore sarà l'incremento del dolore», dice Aviva Wolff, dell'Hospital for Special Surgery di New York, benché il clima influenzi in modo diverso ognuno di noi. Per esempio s'è visto che in Canada, quando soffia un vento particolare, in alcuni soggetti si ha un sopimento dei dolori nevralgici, in altri un aumento dei fastidi legati all'emicrania. I sintomi possono "accendersi" anche molte ore prima di un certo cambiamento climatico. Fino a tre giorni prima. L'arrivo di una perturbazione è preceduta da dolori che riguardano la colonna vertebrale, il nervo sciatico, qualunque tipo di articolazione. Anche il cuore e la psiche ne risentono. Tachicardia, palpitazioni e ansia, sono molto frequenti con il calo della pressione barometrica. Freddo e gelo sono, invece, collegati a casi di ictus, infarto, e morte cardiaca improvvisa. Il rischio d'ischemia incrementa del 7% per ogni calo di 10 gradi di temperatura. Alcuni malati, infine, dicono che le proprie articolazioni sono più affidabili dei bollettini meteorologici e non hanno tutti i torti. Il Wall Street Journal di ieri cita l'esperienza di Bill Bladeraz, trentottenne dell'Ohio, presidente di una società di digital marketing di Columbus. «Un giorno di sole splendente lasciava presagire a un dopopranzo eccezionale, ma io accusavo dolori fortissimi per via dell'artrite e avrei sfidato qualunque metereologo a dire che il tempo sarebbe rimasto lo stesso». Aveva ragione: il pomeriggio è sorto un potente uragano che si è abbattuto su tre stati americani, con venti fortissimi e piogge scroscianti.  

mercoledì 9 gennaio 2013

L'estate (torrida) che verrà


Lo dice Met Office: sarà un'estate molto calda. Possibile? Difficile dirlo, in realtà, con sei mesi di anticipo; tuttavia da vent'anni a questa parte la temperatura su scala mondiale va crescendo sempre più. Ecco le previsioni per l'estate del 2013 e gli anni che verranno: Clima, un 2013 caldissimo 

Pubblicato su Lettera43: 

«Sarà un’estate caldissima, fra le più calde in assoluto da dieci anni a questa parte». Met Office, massima autorità in Inghilterra nel campo delle previsioni meteorologiche, ha promulgato la sua sentenza. Ora seguirà il solito elenco di commenti approssimativi, che – a seconda del parametro climatologico osservato – appoggerà o meno la dichiarazione dell’organo inglese. Va, comunque, precisato che - benché le previsioni a lunghissimo termine possano rivelarsi dei clamorosi fiaschi – l’ufficio meteorologico del Regno Unito difficilmente sbaglia. Nel 2008, a marzo, disse che ci sarebbe stata un’estate decisamente calda e secca, ed ebbe ragione. A settembre uno studio italiano del CNR di Bologna, stabilì che fu una delle estati più calde dal 1800, posizionabile all’ottavo posto fra le più bollenti degli ultimi duecento anni, con un notevole incremento medio delle temperature su scala globale.
Stime analoghe sono state fatte da esponenti del NASA Goddard Institute of Space Studies e della US National Oceanic and Atmospheric Administration. Ma non tutti sono d’accordo. «Non sappiamo ancora come andrà a finire l’inverno, figuriamoci se è possibile prevedere che estate avremo», spiega a Lettera43 Alessio Grossi, meteorologo di Meteolive. «A parte qualche caso sporadico, tipo 2002, non ricordo estati senza caldo, anche senza scomodare anni “storici” come il 2003 (con la fusione fra l’anticiclone delle Azzorre e l’anticiclone tropicale africano). Pensiamo piuttosto alla possibile neve di metà gennaio al nord: quella non è affatto da escludere».
Cosa dice esattamente il Met Office? Il primo dato preoccupante riguarda la temperatura che secondo gli esperti anglosassoni aumenterà di 0,57 gradi rispetto ai 14 gradi standard del pianeta, riferibili alle registrazioni del trentennio che va dal 1961 al 1990. Le variazioni della colonnina di mercurio non saranno uguali in ogni parte del mondo: farà generalmente più caldo su tutta la superficie del pianeta, ma non è escluso che in rari angoli della Terra potrà addirittura fare più freddo. In ogni caso le oscillazioni della temperatura rifletteranno il range compreso fra 0,43 e 0,71 gradi. È un dato tutt’altro che trascurabile, considerato che, dal 1850 a oggi, c’è stato un aumento medio di mezzo grado e che anche una minima variazione di temperatura, è in grado di creare gravi scombussolamenti climatici su larga scala. Con le alte temperature avremo anche precipitazioni al minimo, con sporadici e violentissimi acquazzoni.
Perché farà così caldo? Ancora una volta gli scienziati puntano il dito sull’effetto serra, ossia l’incremento costante di anidride carbonica nel pianeta, a causa dell’attività antropica, comprendente l’utilizzo di combustibili fossili, la deforestazione tropicale, l’impatto industriale. Ne è convinto Dave Britton del Met Office, pur ammettendo che la CO2 non sia l’unico elemento in grado di spiegare l’aumento progressivo delle temperature. Recenti studi avrebbero addirittura affermato che non è poi così marcata la relazione fra anidride carbonica nell’aria ed effetto serra. Lo proverebbe il fatto che, nel corso delle varie ere geologiche, si sono avute percentuali di biossido di carbonio più elevate di quelle attuali, in concomitanza con fasi glaciali. Nel tardo Ordoviciano, per esempio, circa 440 milioni di anni fa, i valori della CO2 hanno raggiunto picchi elevatissimi, pur senza contemplare un aumento parossistico delle temperature.
Che sia dunque l’uomo o la natura a causare l’effetto serra, è certo che le previsioni del Met Office non fanno che confermare una tesi corroborata da tempo: la Terra si sta scaldando sempre più. Dal 1750 al 2000 la temperatura dell’emisfero boreale è aumentata di 1,1 gradi, con un’impennata dagli anni Novanta in poi. Si prevede un ulteriore aumento entro il 2040, arrivando a un grado in più rispetto al momento in cui l’uomo è stato in grado di “auscultare” i capricci del clima. Ed entro il 2100 si teme un incremento di altri 1,5 gradi. Se anche l’effetto serra dovesse placarsi entro la fine del secolo, c’è il rischio che i mari e gli oceani del pianeta possano crescere fra 0,5 e 4 metri. Un’ipotesi eclatante se si pensa che trenta delle più grandi città del mondo sorgono praticamente a livello del mare. Le alte temperature saranno la norma, così come l’incidenza di fenomeni estremi, come gli uragani e le alluvioni.

martedì 13 marzo 2012

La legge universale

Fiore di girasole
Ce lo insegnano fin dai primi anni di scuola: non esistono due fiocchi di neve identici. È una definizione banale, ma assolutamente veritiera: pur avendo una simmetria esagonale, per via della medesima struttura microscopica di base, essi danno luogo a un numero infinito di forme, per cui in una nevicata è praticamente impossibile trovare due fiocchi di neve gemelli. Nonostante l'affermazione convenzionale, l'argomento è tutt'altro che semplice e arriva a coinvolgere discipline assai diverse fra loro come la matematica, la meteorologia, la storia e addirittura la botanica. Il primo a occuparsi scientificamente dei fiocchi di neve è stato Keplero, nel 1611, realizzando un libretto curioso dal titolo Strena seu de nive sexangula (Sul fiocco di neve a sei angoli). In esso affrontava l'argomento dando per scontata la difformità dei fiocchi nevosi - già da allora intuibilmente dovuta a fattori inerenti temperatura, pressione e umidità - e ponendosi, piuttosto, l'enigmatico quesito: perché tutti i fiocchi di neve presentano una tipica struttura esagonale? Da questo dubbio nasce la cosiddetta “congettura di Keplero”, elaborata proprio per risolvere il mistero della loro geometria. Il matematico non formulò da solo le sue teorie, ma si avvalse del contributo di figure carismatiche dell'intellighenzia dell'epoca, come il matematico Thomas Harriot, impegnato per anni a spiegare quale fosse il modo migliore per sistemare le palle di cannone sui ponti delle navi. Nel testo arrivò pertanto a spiegare che i fiocchi di neve si organizzano su base esagonale, perché – proprio come accade alle palle di cannone su una nave posizionate per occupare meno spazio – è questo l'ordinamento ideale per raggiungere il medesimo scopo a livello molecolare (tenendo conto del fatto che l'aggregazione dei cristalli di ghiaccio nell'atmosfera è governata da dinamiche chimiche legate alla natura atomica della materia). Ma pensandoci bene, l'occupazione esagonale degli spazi è assai produttiva anche in altri ambiti, a noi ben più congeniali. Quando andiamo dal fruttivendolo, per esempio, dando un'occhiata alla cassetta delle mele o delle arance, noteremo che i frutti non sono distribuiti casualmente, né di solito in file verticali e orizzontali, ma secondo una disposizione diagonale, tale per cui ogni frutto viene accolto nella “ascella” che si forma fra altri due adiacenti. «È facile constatare che nella tipica disposizione della frutta nelle cassette ciascun frutto è circondato da altri sei», spiega Giorgio Bardelli, naturalista del Museo Civico di Storia Naturale di Milano. «Se si immagina che i singoli frutti si attraggano reciprocamente in modo da occupare il minimo spazio, è proprio questa la disposizione geometrica che ne deriva, la migliore dal punto di vista dell’efficienza di immagazzinamento». 

Tipi di fiocchi di neve
 A questo punto, però, è lecito porsi un ulteriore quesito: perché è necessario che i fiocchi di neve occupino meno spazio, considerando che fra le nuvole c'è tutto lo spazio che si vuole? E qui, ancora una volta, si torna alla lungimiranza di Keplero che, pur non avendo grandi mezzi a disposizione, riuscì a comprendere che, evidentemente, vi fossero delle “entità” (che oggi sappiamo chiamarsi molecole) che interagivano fra loro, trovando il giusto equilibrio solo osservando disegni geometrici ben precisi, in questo caso particolare di natura esagonale. Si affronta, peraltro, un discorso simile in mineralogia, nell'ambito del cosiddetto sistema esagonale, forgiato per distinguere uno dei sette sistemi cristallini alla base di minerali arcinoti come il berillo, la grafite, e l'apatite. Di nuovo matematica e prodotti naturali vanno, dunque, a braccetto, confortando le tante tesi elaborate nei secoli da scienziati, naturalisti e filosofi della scienza: «La natura presenta regolarità matematiche, perché le leggi fisiche che le producono sono leggi matematiche», spiega ancora oggi Ian Stewart, professore di matematica presso la Warwick University e famoso divulgatore scientifico. Sicché Keplero aveva chiaramente fatto centro, tuttavia non fu mai in grado di raggiungere una dimostrazione matematica rigorosa. Ecco perché ci si limita a parlare di congettura. Ma sono stati fatti passi da gigante dalla sua epopea e benché non si possa ancora dire di aver risolto il dilemma, la formulazione di una teoria che spieghi la geometria dei fiocchi di neve potrebbe davvero essere dietro l'angolo. Hanno approfondito l'argomento il matematico tedesco Carl Friedrich Gauss, rifacendosi a una “griglia regolare” intarsiata da particolari sfere, e David Hilbert, anch'egli di origine germanica, che, però, alla fine getta la spugna includendo la congettura di Keplero nella sua lista dei ventitré problemi matematici irrisolti. Un aiuto arriva anche da Laszlo Fejes Toth, matematico ungherese, e Wu-Yi-Hsiang dell'University of California di Berkeley che nel 1993 sviluppa un procedimento non ancora confutato, ma giudicato dall'establishment accademico mondiale “incompleto”. Per “esaustione” sarebbe, però, giunto davvero a un passo dalla soluzione Thomas Hales dell'University of Michigan. Hales propone fin dal 1998 un procedimento computeristico che secondo gli Annals of Mathematics rispetterebbe al 99% le esigenze della dimostrazione. Ma la corsa non è ancora finita e la natura geometrica delle cose pare suggerire l'ennesima sarcastica e provocante domanda: «La matematica si inventa o si scopre?». 

Un fiocco di neve al microscopio
Di fatto l'occupazione strategica degli spazi non è esclusivo appannaggio dei fiocchi di neve, essendo tipica anche di molte altre realtà del mondo naturale. Basta guardarci intorno e osservare, per esempio, un ananas, la pigna di una conifera, i petali di una rosa, il capolino di un girasole. Cosa hanno in comune tutti questi rappresentanti del mondo vegetale oltre al fatto di appartenere a un preciso ordine botanico? Apparentemente nulla, ma un'indagine più accorta mostrerebbe, invece, che, come nei fiocchi di neve, anche qui sussiste l'innato tentativo di riempire gli spazi con precisione certosina: i capolini del girasole, seguendo linee curve perfettamente tracciate; le pigne, dando vita a brattee legnose giustapposte; i petali di una rosa, abbarbicandosi l'uno all'altro; l'ananas, realizzando rosette carnose che si rincorrono serrando ogni spiraglio. In questo caso, però, il significato del fenomeno (almeno macroscopicamente) trascende la chimica delle molecole, coinvolgendo una ben più prosaica realtà: la selezione naturale. Tutte queste prerogative vegetali, infatti, volgono in una sola direzione: permettere alle piante di produrre il maggior numero di semi possibili, occupando il minor spazio. È, in pratica, una strategia assimilata nel tempo per facilitare la trasmissione della specie, così come lo è il progressivo allungamento del collo di una giraffa, tale da permettere agli esemplari più dotati di alimentarsi meglio e riprodursi, di conseguenza, con maggiore successo. Non tutti i vegetali adottano questo stratagemma, ma molti sì. E anche qui, quindi, la matematica e la geometria cooperano nel conferire forme precise alle tante espressioni naturali, non solo biologiche. Frattanto è impossibile trascendere da un altro aspetto matematico preponderante: i numeri di Fibonacci. 

Le spirali di un Nautilus
È una sequenza matematica basata sul presupposto che ogni elemento è uguale alla somma dei due precedenti: sicché i primi numeri della sequenza sono 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, mentre gli ultimi non esistono, poiché la sequenza prosegue all'infinito. La curiosità consiste nel fatto che in molte specie vegetali, prima fra tutte le composite (la famiglia del girasole), il numero dei fiori, dei petali o delle delle foglie, corrisponde a un numero di Fibonacci: si va dal cinque al 377, passando per tutti gli altri numeri intermedi che tipicizzano le tante specie soggette al fenomeno. I gigli hanno tre petali, i ranuncoli cinque, la calendula tredici, le margherite trentaquattro (ma anche 55 e 89) e così via. Per le brattee delle pigne è la stessa cosa. Uno studio effettuato su 4mila pigne appartenenti a varie pinacee ha provato che oltre il 98% di esse contiene un numero di Fibonacci. Analogo il discorso per le scaglie di ananas: una ricerca compiuta su 2mila frutti ha, infatti, dimostrato una corrispondenza del 100% fra le scaglie e i numeri di Fibonacci. Come ricorda Bardelli, «questi numeri prendono nome dal matematico Leonardo da Pisa, detto Fibonacci, che li introdusse nel 1202. Le interessanti proprietà di questa successione numerica interessarono anche Keplero, che li citò nel suo Strena seu de nive sexangula. Soltanto molto tempo più tardi i numeri di Fibonacci furono inaspettatamente ritrovati in alcune strutture biologiche, come quelle di molti fiori e frutti». E non finisce qui, perché a questo incredibile ordine matematico obbedisce anche la disposizione di determinate foglie intorno al proprio fusto: un altro pretesto evolutivo, per consentire ai vegetali di godere al meglio dell'irraggiamento solare, fondamentale per la buona salute di una pianta, e quindi per una efficace produzione di frutti e semi.

Il video: 

mercoledì 18 gennaio 2012

CHIMICHE NEVOSE

Neve chimica in "azione" al Parco di Monza
È un fenomeno che stiamo osservando in questi giorni: la neve chimica. Ma di cosa si tratta esattamente? È un processo meteorologico che avviene in concomitanza con due fattori: freddo intenso e inquinamento. Sicché niente brina o galaverna, ma, appunto, chimica, chimica industriale, fiocchi di neve gelati e... smog. "La neve chimica”, spiega il meteorologo Antonino Sanò, del portale IlMeteo.it, “è un fenomeno raro, tipico delle aree industriali padane. Si intende una precipitazione di fatto nevosa che si origina esclusivamente dalla nebbia in condizioni di temperature negative, ed è permessa grazie alla presenza di nuclei di condensazione, ovvero sali e polveri e altre sostanze prodotte dalle attività antropiche, industriali ed urbane tipiche delle città del nord. Negli ultimi giorni il fenomeno ha colpito parte del Piemonte e della Lombardia, e in particolare il novarese e il milanese. La neve chimica può produrre anche qualche centimetro di manto ghiacciato". Il fenomeno predispone a un ulteriore calo della colonnina di mercurio e ciò spiega il motivo per cui queste mattine registriamo temperature intorno ai -6°C. Coinvolti, dunque, principi attivi tipici della produzione industriale; Vincenzo Levizzani dell'Isaac, l'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Cnr, dice che alla base della neve chimica ci sono delle sostanze prodotte dall'inquinamento industriale come il solfuro di rame, l'ossido di rame, gli ioduri di mercurio, di piombo o di cadmio e i silicati. “Queste particelle hanno una struttura simile a quella dei cristalli di ghiaccio esagonali e quindi funzionano bene da inneschi dei fiocchi di neve”. Ma in parte il problema è ascrivibile anche alla galaverna, tipico deposito di ghiaccio a forma di aghi, scaglie o superficie continua ghiacciata su oggetti esterni, che può prodursi in presenza di nebbia quando la temperatura dell'aria è inferiore a 0°C. La galaverna è costituita da un rivestimento cristallino, opaco e bianco intorno alle superfici solide. Si forma quando le goccioline d'acqua in sospensione nell'atmosfera possono rimanere liquide anche sotto zero (stato di sopraffusione). Questo stato è instabile e non appena le gocce toccano una superficie solida come il suolo o la vegetazione si trasformano in galaverna: si tratta quindi di solidificazione, ovvero passaggio dallo stato liquido a quello solido. Previsioni per i prossimi giorni? “Dopo una pausa giovedì”, chiude Levizzani, “ci sarà una ripresa del freddo con dei picchi sulle Alpi e lungo le vallate degli Appennini che sfioreranno anche i meno 10 e meno 15 gradi centigradi. Il fine settimana, dunque, sarà di nuovo sotto il segno di un freddo inverno”. 

"Fiocchi" di galaverna

lunedì 4 luglio 2011

SORRISI CELESTI


Conosciuto come “il sorriso del cielo”, è un fenomeno atmosferico raro che vede la formazione di un arcobaleno al contrario. Nella foto, l'evento documentato in questi giorni in Leicestershire, contea inglese, da un uomo di 35 anni: «Avevo appena finito di cenare quando volgendo gli occhi al cielo ho visto questa meraviglia», racconta William Freeman. Il fenomeno, noto soprattutto ai poli, si verifica in seguito all'azione di particolari cristalli di ghiaccio presenti nelle nuvole, a circa 25mila piedi di altezza.

giovedì 23 giugno 2011

CAVERNE DI GHIACCIO

Scoperte in Cina cinque caverne di ghiaccio fra i monti Yunqiu. Per gli scienziati sono un vero enigma, visto che la loro esistenza è tale anche se la temperatura esterna durante l'estate è mediamente di 22 gradi centigradi. Secondo le prime ipotesi, le grotte di ghiaccio sarebbero costantemente sottoposte a venti gelidi, capaci di mantenere invariata la temperatura durante il cambio stagionale. Ecco il video della scoperta:

mercoledì 30 marzo 2011

La rincorsa delle Moving Rocks

Battezzate Moving Rocks rappresentano uno degli enigmi più curiosi della geologia. Il riferimento è a rocce presenti nella Valle della Morte che, in pratica, si muovono senza essere viste. Si lasciano alle spalle lunghe scie sul terreno di argilla secca, ma non si comprende il fenomeno che consente loro di spostarsi su piani pressoché orizzontali. I primi studi delle Moving Rocks risalgono al 1969. Robert P. Sharp del California Institute of Technology ne contò 25: una di esse s'era lasciata alle spalle una traccia lunga 64 metri. Fra le varie ipotesi avanzate dai geologi c'è quella relativa all'azione di forti piogge che renderebbero viscido il fondo del deserto, associata alla formazione di sottili strati di ghiaccio e all'azione del vento. In altri casi si è anche parlato di perturbazioni magnetiche e terremoti.

giovedì 20 gennaio 2011

Il 2010? L'anno più caldo della storia

È il risultato di uno studio condotto dai tecnici della NASA. Gli esperti rivelano che la temperatura terrestre si innalza di un quinto di grado ogni decennio e che il processo di surriscaldamento procede inesorabile. Prima il record di anno più torrido apparteneva al 2005 e al 1998. Piccola la differenza rispetto al 2005, ma tangibile: si parla di appena 0,01 gradi di differenza. La temperatura del 2010 è risultata di 0,74°C superiore alla media ottenuta fra il 1951 e il 1980. Gli scienziati si dicono preoccupati e ancora una volta sottolineano la necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica: "Se le condizioni attuali continueranno di questo passo, il 2010 conserverà per ben poco tempo il record acquisito". Piccola precisazione: gli inverni rigidi che hanno contraddistinto l'emisfero boreale gli ultimi due anni non devono trarre in inganno. Anzi: è un ulteriore prova dell'effetto serra. Secondo gli esperti gli eventi meteorologici estremi - alluvioni, uragani e punte di freddo intenso -saranno sempre più frequenti.

venerdì 7 gennaio 2011

PIOGGE DI ANIMALI

Disegno antico raffigura una pioggia di pesci
L'ultimo caso riguarda proprio l'Italia, dove, dalle parti di Faenza, si è assistito a una moria impressionante di tortore dal collare, animali pressoché simili ai comuni piccioni. Anche in questo frangente, come negli episodi recentemente verificatesi in USA e nei paesi scandinavi, regna un alone di mistero, che, però, non avrebbe senso di sussistere: da sempre, infatti, si verificano nel mondo le cosiddette “piogge di animali” e da sempre esiste una spiegazione scientifica al fenomeno, anche se talvolta non del tutto chiara. Per quanto riguarda Faenza, gli esperti stanno indagando puntando gli occhi soprattutto su inquinamento e alimentazione. Le tortore dal collare potrebbero essere morte avvelenate. In un numero quantomeno considerevole: «Solo noi ne abbiamo raccolte almeno quattrocento», rivela Massimo Bolognesi del WWF. Durante la notte di Capodanno, invece, in una cittadina dell'Arkansas, in USA, più di mille merli sono precipitati da chissà dove, spiattellandosi al suolo. Nessuno scienziato, per ora, è riuscito a dare una spiegazione esaustiva al fenomeno. Si pensa comunque a una tempesta di grandine in alta quota o alle conseguenze della combustione di fuochi d'artificio, in seguito ai festeggiamenti di San Silvestro. Karen Rowe, ornitologa dell'Arkansas Fish and Game Commission, ipotizza l'azione di un fulmine: «Dato che la caduta ha riguardato solo uno stormo di merli dalle ali rosse è molto probabile che non siano stati avvelenati, ma l'autopsia è l'unico modo per determinare se gli uccelli sono morti a causa di un trauma o di una sostanza tossica», ha rivelato alla BBC. Una situazione analoga s'è verificata nel Somerset, in Inghilterra, a marzo. “Piovvero” dal cielo settantacinque merli che alcuni cittadini recuperarono esanimi da terra. Una pioggia di corvi s'è verificata due giorni fa in Svezia. I residenti di una piccola località a sud del Paese, hanno raccolto lungo la strada un centinaio di piccoli corvi privi di vita. Secondo il giornale The Local, gli animali potrebbero anche qui essere stati vittime dei fuochi d'artificio. Ancora una volta, quindi, nessun mistero, ma solo qualche botto di troppo che avrebbe interferito con il quieto vivere dei volatili. Ma queste "piogge di animali” suscitano comunque clamore, al punto che c'è chi le mette in relazione con la fine del mondo. Per la setta cristiana di Harold Camping (che aveva già predetto l'Armageddon nel 1994) saranno molto “critiche” le date del 21 maggio e del 21 ottobre; a maggio è previsto, infatti, il giudizio universale e a ottobre la Terra si trasformerà in una palla di fuoco con tutte le inevitabili conseguenze del caso. Ma torniamo alle cose serie. Il fenomeno delle piogge animali, in realtà, contempla molti altri “fatti di cronaca”, registrati negli ultimi decenni. Nel maggio 1981 una pioggia di rane e girini colpì la città di Naphlion, in Grecia. Provenivano dal Nord Africa. Venne individuata la causa in un forte vento spirante dall'emisfero australe. Nel 2005, in Serbia, si assistette a una pioggia di rane presso Odzaci, località della Vojvodina. Nessuno, però, ha mai saputo dire da dove provenissero: «Dalle nostre parti rane come quelle non ce ne sono», dice Stevan Stevanovic, un abitante della cittadina, «sono grigie anziché verdi e molto più veloci». Nel 2007 il fotografo sudamericano Christian Oneto Gaona fotografò una pioggia di ragni presso il San Bernardo Peak, in Argentina. Se li trovò sopra la testa e non poté fare a meno di immortalarli, sbigottendo. Nel 2009, in Giappone, presso la prefettura di Ishikawa, “piovvero” per vari minuti numerosi pesci, fra cui giovani carpe lunghe tre centimetri. Qualcosa di analogo è avvenuto a Hiroshima. Mentre a Yoro, in Honduras, ogni due anni si assiste da decenni a una pioggia di animali. Perciò è stata istituita la “festa della Pioggia di Pesce” che si rinnova dal 1998. Le indagini svolte dal National Geographic hanno svelato il mistero: si tratta di specie ittiche cieche che vivono in fiumi sotterranei e che periodicamente vengono sbalzati all'esterno.



Ancora. Nel 2010, a marzo, a Lajamanu, piccolo centro nord australiano abitato da appena 669 persone, si assistette a una pioggia di pesci persici bianchi a strisce: «La tempesta potrebbe aver trascinato in quota i pesci per più di 15 chilometri», rivela Mark Kersemakers, dell'Agenzia australiana di meteorologia. «Qui sono praticamente congelati e dopo un po' sono precipitati al suolo». Fenomeni della stessa natura sarebbero avvenuti anche nel 1974 e nel 2004. Nel 1986 si parlò addirittura di una pioggia bovina. Un aereo con a bordo bestiame stava per precipitare nei cieli dell'estremo oriente russo. Gli occupanti pensarono quindi di alleggerire il carico lanciando dal velivolo 23 mucche che sfiorarono una barca nel mare di Okhotsk: c'è chi però sostiene che sia solo una leggenda. Ma riguardo alle “piogge di animali” la scienza cosa dice di preciso? Gli esperti indicano le cosiddette “piogge di animali” come un fenomeno meteorologico raro, ma assolutamente veritiero e per nulla “fantascientifico”. In generale sono la conseguenza di eventi atmosferici violenti come trombe d'aria, tornado, uragani. Le trombe d'aria che si sviluppano in mare possono trasportare pesci per chilometri e chilometri. Le cronache parlano di piogge di rane, pesci, uccelli. Animali che giungono vivi o morti alla fine del viaggio. O congelati: nel 1997, per esempio, Kim Ho, un pescatore coreano, finì all'ospedale dopo aver ricevuto in testa un calamaro surgelato. Sono magari situazioni tragicomiche che si verificano quando gli animali vengono trasportati in alta quota, dove le temperature scendono sotto lo zero termico. La scienza si basa anche sulle numerose testimonianze storiche risalenti a ogni epoca. Lo storico greco Ateneo, nella sua antologia storica “I sofisti a banchetto” - scritta intorno al 200 a.C. - parla, per esempio, di una pioggia di pesci durata tre giorni e di uno spettacolare diluvio di rane. Qualcosa del genere è narrato anche da Fenia, Filarco e Eraclide Lembo. Nel 1578 ci si riferisce a una pioggia di topi a Bergen, in Norvegia. Il 16 febbraio 1861 a una tempesta di migliaia di pesci gatto a Singapore.
 
Grafico della BBC che illustra il "volo" di alcuni pesci da uno stagno al terrazzo di un edificio
Ma le piogge “atipiche” concernano anche precipitazioni che con gli animali non c'entrano nulla. Come la pioggia rossa di Kerala, regione meridionale dell'India, dove dal 25 luglio al 23 settembre del 2001 è piovuto rosso. Rosso sangue. Gli scienziati hanno avanzato mille ipotesi. Fra cui quella relativa all'azione di spore di alghe proliferanti nelle acque dolci della zona. Ma si è parlato anche di frammenti meteoritici. Santosh Kumar e Godfrey Louis, della Mahtma Gandhi University di Kottayam, sostengono che delle nubi di vapore acqueo abbiano catturato delle cellule extraterrestri nell'atmosfera causando l'insolito fenomeno. Chandra Wickramasinghe, della Cardiff University, sta studiando ancora oggi il materiale di Kerala: «Non abbiamo mai visto nulla del genere prima d'ora. Non ci sono dubbi che questi globuli sono composti da idrogeno, silicio, ossigeno, carbonio e alluminio. Possiedono pareti molto spesse dalle quali è difficile estrarre il materiale che vi è all'interno. Le analisi che abbiamo eseguito, comunque, hanno dato risultati contrastanti». Piogge rosse si sarebbero verificate anche a Sciacca, in Italia, fra il XVI e il XIX secolo. Responsabile la sabbia finissima proveniente dal nord Africa, levatesi in cielo per via di uno scirocco particolarmente potente. Nelle recenti cronache del Southeast Express, si parla invece di una pioggia di luce spettacolare. Luglio 2010. Nella città cinese di Xiamen vengono visti dozzine di raggi verticali illuminare misteriosamente i cieli della regione: «All'inizio abbiamo notato solo cinque fasci di luce sospesi nel cielo, ma poco dopo il loro numero è aumentato arrivando a circa cinquanta. Apparivano man mano sempre più in alto assumendo proprio la forma di un pentagramma appeso nel cielo», raccontano gli abitanti del posto. La spiegazione? Una pioggia di meteore. Questi corpi celesti, a contatto con l'atmosfera terrestre, precipitano per gravità formando lunghe scie luminose. Ci sono poi le cosiddette “piogge di capelli d'angelo”, analizzate anche dai tecnici del CICAP. L'ultimo episodio in Italia è avvenuto ad Arezzo l'11 ottobre 2010. In questo caso il riferimento è alla presenza nell'aria di filamenti di tele di ragni che possono volare anche per molti chilometri. Parola di un entomologo della Texas A&M University: «È una manifestazione piuttosto frequente. Con una luce particolare è possibile vedere migliaia e migliaia di questi filamenti volteggiare nell'aria».

lunedì 11 ottobre 2010

Frammenti di 'vita' su Titano

Le caratteristiche chimiche di Titano potrebbero essere simili a quelle che contraddistinsero la Terra poco prima che si sviluppasse la vita. Lo rivela uno studio effettuato dagli esperti dell'University of Arizona. I ricercatori hanno simulato al computer i processi chimici che avvengono nell'atmosfera di Titano scoprendo la presenza di cinque basi nucleotidiche: citosina, guanina, adenina, timina e uracile. In più sono stati individuati due piccoli amminoacidi, glicina e alanina. Alla luce di questi risultati gli scienziati sono concordi nel dire che Titano potrebbe ospitare molecole prebiotiche e che, verosimilmente, anche sulla Terra miliardi di anni fa, i “mattoni” della vita non ebbero origine dal famoso “brodo primordiale”, ma da molecole atmosferiche. «Ancora oggi l'atmosfera di Titano è riconducibile alla nostra», rivela Sarah Horst dell'University of Arizona. «Il satellite viene peraltro da tempo soprannominato 'Terra congelata', riferendosi proprio alle caratteristiche che contrassegnarono il nostro pianeta subito dopo la formazione». Stupisce inoltre su Titano la presenza di aerosol, assimilabile alle particelle di smog delle aree metropolitane terrestri. Sono particelle minuscole, la cui natura però non è ancora stata chiarita completamente. «Il problema è che non possiamo riprodurre correttamente al computer il dinamismo dell'atmosfera di Titano», prosegue Horst, «ma con queste simulazioni speriamo comunque di riuscire a comprendere i meccanismi chimici che portano alla genesi del misterioso aerosol». Per ora sappiamo che gli aerosol di Titano influenzano pesantemente la temperatura dell'atmosfera del satellite, provocando sbalzi termici e quindi lo sviluppo di venti e perturbazioni: le particelle di aerosol possono, infatti, agire da nuclei di condensazione e contribuire alla formazione di nubi e precipitazioni. Mentre i risultati dell'Aerosol Collector and Pyrolyser (ACP) e del gas Chromatograph Mass Spectrometer (GCMS) ci hanno consentito di evidenziare nell'atmosfera della luna saturniana la presenza di ammoniaca e acido cianidrico. Titano affascina gli astronomi dal 1655, anno in cui l'astronomo olandese Christian Huygens lo individuò per la prima volta. È il più grande satellite di Saturno, di dimensioni addirittura superiori a Mercurio. Orbita intorno a Saturno in 15 giorni e 22 ore: identico il periodo di rotazione. Gran parte delle informazioni che abbiamo di Titano derivano dall'esplorazione effettuata dalla missione euro-statunitense Cassini-Huygens. La sonda ha raggiunto Saturno il 1 luglio 2004: da essa è stato sganciato il modulo ti terra Huygens che il 14 gennaio 2005 ha raggiunto la superficie del satellite.

giovedì 16 settembre 2010

Risolto il mistero del Triangolo delle Bermuda

Si è sempre parlato di alieni o di fenomeni atmosferici inspiegabili. Ora, però, il mistero della sparizione di navi e aerei nei pressi del Triangolo delle Bermuda, potrebbe finalmente avere una spiegazione scientifica del tutto attendibile. Il fenomeno potrebbe, infatti, essere la conseguenza di particolari fughe di metano che farebbero letteralmente saltare in aria tutto ciò che si trova nei loro dintorni. Studiosi dell'Università di Monash di Melbourne hanno passato al setaccio la superficie dei mari compresi fra Bermuda, Florida e Porto Rico verificando in molti punti grosse concentrazioni del gas a base di carbonio. Quest'ultimo, in determinate circostanze, si organizzerebbe in mastodontiche bolle d'aria che esplodendo, investirebbero pescherecci, navi e qualunque altro mezzo si trovi a solcare le onde marine (permane qualche dubbio sugli aerei che volando ad alta quota non si capisce in che modo possano venire a contatto con le dinamiche fisiche che si instaurano in superficie). Alle stesse conclusioni dei ricercatori australiani è giunto Anatoli Nesterov, direttore dell'Istituto per la cryosphère de la Terre, della sezione siberiana dell'Accademia delle Scienze Russe. In realtà Nesterov fa riferimento a un generico gas idrato che - in determinate condizioni di pressione - si viene a formare dall'incontro fra l'acqua marina e il metano: nello specifico si tratterebbe di cristalli di metano “ghiacciato” circondati da gabbie di molecole d'acqua. Secondo lo scienziato russo la molla viene innescata da scosse sismiche ed eruzioni vulcaniche che provocherebbero una decomposizione di questo gas idrato, che abbassando drasticamente la densità dei mari, crea infine “voragini” richiamando a sé ogni cosa. La presenza di alte concentrazioni di gas “particolari” in corrispondenza del Triangolo delle Bermuda, è stata confermata da innumerevoli perforazioni petrolifere. Qualcosa di analogo, presumibilmente, avviene anche in altre aree del pianeta. Per esempio nel Mare del Nord e nell'Atlantico Occidentale. Nei pressi di Witches Hole, al largo della costa di Aberdeen, una missione scientifica ha da poco scoperto – sui fondali – un vascello affondato, con ogni probabilità, a causa di queste bolle di gas. Fisicamente si sarebbe venuto a creare un calo della spinta idrostatica esercitata dalle acque sulla nave, provocando l'inabissamento dell'imbarcazione. In ogni caso l'idea di forze soprannaturali o ufo che possano esercitare la loro influenza su navi e aerei è già stata smentita da tempo. Il giornalista Larry Kusche ha analizzato tutti i casi di scomparsa documentati negli anni, verificando che per ognuno è disponibile una soluzione del tutto logica e razionale. Due dati su tutti: per ogni scomparsa si era in presenza di tempo perturbato e in molti casi il riferimento era a mezzi che si trovavano a miglia di distanza dal Triangolo delle Bermuda. Tradizionalmente il famigerato Triangolo delle Bermuda comprende un'area di 2.500.000 chilometri quadrati di mare, dove si sarebbero verificati - dal 1800 in poi - numerosi sparizioni di navi e aerei. La fama del triangolo s'è sparsa anche per via di un bestseller, “Bermuda, il triangolo maledetto”, del 1974, scritto da Charles Berlitz.

sabato 12 giugno 2010

2013. Appuntamento con la tempesta solare che potrebbe "spegnere" il pianeta

L'allarme è stato lanciato dai tecnici della NASA: nel 2013 ci sarà un picco dell'attività solare che potrebbe distruggere le nostre reti elettriche e informatiche. A rischio anche i satelliti. Nessuno vuole creare allarmismi, tuttavia l'apertura del Forum sul Clima Solare, promosso dall'ente USA, intende far luce sul fenomeno, per individuare una soluzione e correre prima ai ripari: per esempio i satelliti potrebbero essere messi in "safe mode", disattivando i processori e impedendo al sole di interferire con la loro azione. Richard Fisher, esperto della NASA dice che "la nostra società tecnologica ha sviluppato una sensibilità alle tempeste solari senza precedenti". Secondo gli esperti l'azione solare potrebbe in brevissimo tempo mandare in tilt tutte le apparecchiature elettriche, lasciando il pianeta al buio. Salterebbero i sistemi di comunicazione e i dispositivi GPS. "Dopo dieci minuti, i satelliti commerciali che trasmettono le conversazioni telefoniche, TV e informazioni, sarebbero praticamente spazzati via", dichiara Tom Bogdan, lo studioso che ha sviluppato un modello matematico per capire ciò che potrebbe succedere nel 2013. Tutto dipende dal fatto che la nostra stella sta diventando sempre più attiva. In particolare le tempeste solari - dette anche tempeste geomagnetiche - si verificano quando le macchie solari esplodono, producendo forti emissioni di materia dalla corona solare che finiscono per colpire il campo magnetico terrestre, con tutte le conseguenze del caso: una tempesta magnetica dura in media dalle 24 alle 48 ore. Memorabile fu quella del 1989 che nei cieli del Quebec, che causò un'aurora boreale visibile fino in Texas. Il cosiddetto ciclo solare dura invece undici anni: in questo momento stiamo entrando nella fase attiva che dovrebbe avere il suo culmine proprio nel 2013. "Il sole si sta risvegliando da un sonno profondo ", ha concluso Fisher.

giovedì 20 maggio 2010

Un passo in più verso la comprensione delle misteriose "ball lightning"

Svelato il mistero dei fulmini globulari che spesso si "materializzano" in cielo durante i temporali. Non sarebbero altro che allucinazioni dovute alla capacità dei campi magnetici di influenzare l'attività cerebrale. A questo risultato sono giunti degli studiosi dell'Università di Innsbruck. Gli esperti hanno condotto dei test in laboratorio, facendo girare intorno alla testa di due volontari una bobina attraversata da corrente elettrica. I soggetti durante l'esperimento hanno ammesso di aver visto fili di luce e "balle luminose": la prova che determinate 'visioni' sono direttamente connesse a condizioni in cui l'atmosfera è satura di elettricità.

I fulmini globulari (in inglese "ball lightning") rappresentano uno fra i fenomeni atmosferici più enigmatici, su cui sono stati compiuti numerosi studi a partire dal Cinquecento. Nel corso degli anni sono stati associati alle situazioni più strane concernenti ufo, fantasmi, illusioni ottiche. Oggi - in generale - si tende a considerarli un reale fenomeno fisico caratterizzato dall'azione di "balle di luce" di diametro mediamente compreso fra i 2 centimetri e i 10 metri che, scomparendo nell'aria, possono lasciare un forte odore di zolfo. Presentano di solito un bordo sfumato, e non rimangono visibili per più di qualche minuto, benché siano in grado di attraversare muri e pareti: il 92% dei fulmini globulari sono descritti come sfere, nel 5% come ellissoidi. La loro luminosità viene ricondotta a una lampadina da 75-100 watt. Graham Hubler degli U.S. Naval Research Laboratory di Washington, fra i massimi studiosi dei fulmini globulari, li considera una combinazione di fenomeni chimici ed elettromagnetici, innescati dall'azione di un fulmine. La saetta colpisce il terreno, sollevando particelle che reagiscono con l'ossigeno, dando vita alle tipiche forme del fulmine globulare. Dello stesso avviso John Abrahamson e James Dinniss dell'Università di Canterbury (Nuova Zelanda) che li definiscono semplicemente "palle di carbonio e silicio". Resta però ancora da spiegare come mai in larga percentuale i fulmini globulari avvengano anche col cielo completamente sereno.

Un video girato in Colorado...


sabato 15 maggio 2010

Il più bel cielo blu? E' quello di Rio de Janeiro

Cantava negli anni Ottanta Rino Gaetano, celebre cantautore romano: “Ma il cielo è sempre più blu”. E allora ci chiediamo: dove è davvero più blu il cielo? La risposta arriva da una scienziata inglese che da tempo collabora con il National physical laboratory in Inghilterra: il cielo più blu in assoluto si trova a Rio de Janeiro, in Brasile. A seguire ci sono quello della Nuova Zelanda, poi delle isole Fiji, e del Sudafrica. E in Italia? Il nostro Paese è al sedicesimo posto. Per giungere a questo risultato Anya Hohnbaum ha girato il mondo in lungo e in largo per 72 giorni con una super macchina fotografica. Con essa ha immortalato il cielo di venticinque località, tra cui Amalfi. Alla fine ha messo il risultato del suo lavoro a confronto con alcune tabelle colorimetriche, ottenendo la curiosa classifica. Ma da cosa dipende il colore blu del cielo? Secondo gli scienziati è la conseguenza dall’azione svolta dai raggi solari a contatto con le particelle presenti nell’atmosfera. La luce rossa, arancione e gialla, viene influenzata solo in minima parte dalla presenza dell’aria. Al contrario, quella blu, è diffusa in tutte le direzioni, rendendo il cielo del tipico colore che tutti conosciamo.

venerdì 14 maggio 2010

Giove perde una delle sue 'strisce rosse'

Giove, il più grande pianeta del sistema solare, cambia faccia. Recentemente degli astronomi hanno infatti verificato che una delle due grosse bande colorate che lo contraddistinguono - quella a sud - è scomparsa. La scoperta è stata compiuta da un astronomo dilettante australiano il 9 maggio. Ancora non si conosce il motivo del fenomeno, tuttavia gli scienziati della Nasa pensano che possa trattarsi di un particolare gioco di nubi che avrebbe "nascosto" la striscia colorata che sovrasta l'emisfero meridionale del pianeta. Secondo Glenn Orton del Jet Propulsion Laboratory della Nasa a Pasadena, il curioso fenomeno astronomico sarebbe ciclico, e si verificherebbe ogni 15 anni, in corrispondenza di particolari movimenti atmosferici. Ci si è accorti la prima volta nel 1973, grazie alla missione della sonda Pioneer 10 della Nasa; poi a metà degli anni Novanta il bis. Giove è uno degli oggetti più brillanti del cielo notturno. La sua massa corrisponde a 2,468 volte la somma di quelle di tutti gli altri pianeti presenti nel sistema solare. La sua composizione ricorda quella del sole, essendo perlopiù rappresentato da idrogeno ed elio, con piccole quantità di altri composti come l'ammoniaca, il metano e l'acqua. Probabilmente possiede un nucleo solido di natura rocciosa costituito da carbonio e silicati di ferro.