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domenica 12 ottobre 2014

Uomini e donne coi piedi sempre più lunghi


Da anni si sente parlare dell'altezza media delle persone in costante aumento, in Italia e nel mondo: nel 1890 era, infatti, 164 centimetri, mentre oggi è salita a 175 centimetri. Ma l'altezza di un individuo è direttamente legata alla lunghezza del suo piede e, dunque, con l'innalzamento della statura si sta anche verificando un fenomeno su cui raramente soffermiamo le nostre attenzioni: l'allungamento medio del piede.  La conferma arriva da uno studio effettuato dagli esperti del College of Podiatry di Londra, dal quale si evince che dal 1970 a oggi il piede dell'uomo e della donna è "cresciuto" di almeno due taglie. I numeri parlano chiaro. Nell'uomo si è passati dal 42 al 44, e nella donna dal 36 al 38,5. Il piede di un adulto alto 175 cm misura oggi in media 28,5 centimetri, contro i 26,5 di chi, con la stessa statura, è vissuto poco più di quarant'anni fa. Lo stesso accade nella donna, con il piede che arriva in media a 25 centimetri, due in più rispetto alle stime del 1970. Ci sono, certo, le eccezioni, ma questi sono i numeri più frequenti che fanno da contraltare alle altezze medie degli uomini e delle donne dei paesi occidentali, il cui apice è raggiunto nei Paesi Bassi e nella ex Jugoslavia. Il motivo? Come per l'altezza, anche in questo caso, il riferimento è a un mutamento delle abitudini sociali e soprattutto alimentari, che ha influito sulle dinamiche dell'accrescimento e dello sviluppo. E sull'ormone della crescita. Oggi non stupisce più nessuno vedere un ragazzo delle medie che sfiora i 170 centimetri, ma un tempo era assai raro. Gli adolescenti in media hanno numeri di scarpa più alti dei coetanei vissuti decenni fa; in cinque anni la media è passata dal 41 al 42, in alcuni casi addirittura dal 45 al 47. Il fenomeno riguarda anche le ragazze che sempre più spesso acquistano numeri di scarpe che superano il 40; con casi eclatanti come quello di Emma Cahill, 19enne tedesca che presenta piedi lunghi 33 centimetri, i più grandi d'Europa. E i bambini, che non solo presentano piedi più lunghi di quelli di un tempo, ma anche più larghi. L'obesità ha, di fatto, la sua importanza, e anche il ricorso frequente al cosiddetto "cibo spazzatura", che favorisce l'accumulo di chili di troppo. «L'allungamento dei piedi, infatti, dipende anche dal peso e non solo dalla crescita in altezza», racconta Lorraine Jones, del College of Podology. «Occorre, pertanto, fare ancora più attenzione alle scarpe che si acquistano, valutando la diversa pressione che i piedi esercitano all'interno di una calzatura, la comodità e l'aderenza». Quel che però stupisce gli studiosi londinesi è che i problemi ai piedi rimangono sempre gli stessi. Il 29% delle donne lamenta disagi con le tante scarpe a disposizione; e anche l'uomo non è da meno e nel 18% dei casi ha problemi a deambulare agilmente. I maggiori fastidi derivano dall'ispessimento della cute, dall'insorgenza di calli e vesciche, e da dolori muscolari. In molti casi è la conseguenza dell'acquisto di scarpe troppo grandi o troppo strette. E il fenomeno è in aumento per via dell'acquisto via internet che spesso porta alla scelta di prodotti non idonei al proprio fisico.

venerdì 16 maggio 2014

Invecchiare fa bene alla salute


Anche per Shakespeare la vecchiaia non portava nulla di buono con sé, lasciandoci "senza memoria, senza denti, senza occhi, senza tutto"; una perdita progressiva delle principali funzioni vitali, dovuta all'inesorabile trascorrere del tempo. Oggi, però, sempre più spesso siamo circondati da over settanta, ottanta, e in certi casi anche ultranovantenni che se la cavano benissimo da soli e che, seppur con un po’ di energia in meno, riescono ancora a fare quello che compivano da giovani. Non è sempre vero, dunque, che la terza età rappresenta il peggior periodo dell'esistenza. Lo conferma una serie di studi condotti in varie università: non solo la vecchiaia può essere bella e felice, ma in alcuni casi può addirittura apportare un miglioramento delle condizioni di salute. Iniziando dal sonno. Le ricerche smentiscono il luogo comune secondo il quale gli anziani dormono sempre meno e male. I test dicono che se la salute è buona, a dormire meglio sono soprattutto gli over 60. E, sempre se le cose vanno bene a livello organico, i più bei sogni li fanno gli ottantenni. I grandi vecchi dormono bene perché non sono stressati, non hanno impegni gravosi da rispettare per l'indomani, e non si coricano di fianco al pc o al telefonino (che obbligano il cervello a rimanere costantemente vigile). Con l'incanutimento può migliorare anche l'attività respiratoria, specie per chi soffre di allergie. Gli anticorpi IgE, responsabili della sensibilità ai pollini, crollano, impedendo le risposte abnormi del sistema immunitario, alla base della malattia. Lo stesso sistema che ci protegge dagli agenti patogeni entra in gioco nel caso del raffreddore, del quale gli anziani sembrano "portatori sani". Gli studi rivelano, infatti, che in un anno, mediamente, un ragazzino prende dieci raffreddori; un over 70 è tanto se arriva a tre. I nonni hanno avuto almeno duecento raffreddori nella loro vita e sono in pratica diventati molto tolleranti nei confronti di particolari virus; li reggono senza problemi e spesso li respingono. Con l'età passa anche il mal di denti; perlomeno quello legato all'ingestione di cibi o bevande gelide. Con gli anni, infatti, i nervi dentali si assottigliano, fino, in certi casi, a sparire del tutto. Le cose migliorano anche sul fronte della sudorazione, fenomeno che da giovani rende spesso complicata la convivenza con amici, colleghi e fidanzate/i. Le famose camicie pezzate, negli over sessanta, sono una rarità. La Penn University ha studiato nei dettagli la traspirazione di ragazze di venti anni e ultracinquantenni verificando che, svolgendo le stesse mansioni, i livelli di sudorazione nelle signore sono molto più bassi. Nelle donne la senilità porta peraltro a una diminuzione dei sintomi legati al mal di testa. Complice il superamento della menopausa, che determina un cambiamento dei fenomeni circolatori e ormonali, a beneficio dell'organo cerebrale. Negli uomini, invece, più suscettibili alla dipendenza da superalcolici, una potente sbornia è superata con più facilità se si hanno alle spalle più primavere; perché con il passare del tempo il nostro corpo si abitua all'alcol, alzando la soglia di resistenza all'intontimento dovuto all'etanolo. Perfino il sesso, entro certi limiti, migliora con l'età. Lo conferma uno studio condotto in Francia lo scorso anno, dal quale emerge che, per l'83% delle persone sessualmente attive, i rapporti intimi di maggiore qualità si verificano fra i 45 e i 65 anni. Nelle donne scompare il rischio di gravidanze indesiderate e aumentano le fantasie erotiche; nell'uomo spariscono molte ansie legate al corpo e, grazie a una maggiore consapevolezza dei sentimenti, incrementa il piacere. Infine, invecchiando, si acquistano punti in ambito psicologico, migliorando a livello caratteriale e comportamentale. Le ricerche effettuate presso l'Università della California attestano che giorno dopo giorno si diventa più gentili, disponibili e servizievoli. Si acquisiscono consapevolezze diverse e anche molte nevrosi si attenuano. Secondo gli scienziati la personalità di un individuo continua, dunque, a evolversi anche in tarda età, predisponendo tutti noi a una grande virtù, che i più giovani possono solo sognarsi: la saggezza.

venerdì 28 marzo 2014

L'(in)utilità della tonsillectomia


L’operazione alle tonsille? È da compiersi solo quando è strettamente necessario (quando cioè può essere in pericolo la vita del paziente), mentre negli altri casi se ne può fare tranquillamente a meno: degli esperti dell’ospedale pediatrico Wilhelmina di Utrecht hanno infatti provato che a distanza di tempo chi ha subito l’intervento ha la stessa probabilità di ammalarsi di nuovo alla gola di chi non è mai stato operato. La ricerca è stata pubblicata sull’edizione on – line del British Medical Journal. I medici olandesi hanno coinvolto nei loro studi 300 piccoli di età compresa fra i 2 e gli 8 anni: tutti caratterizzati da frequenti episodi di tonsille ingrossate o adenoidi. Metà di essi sono stati sottoposti a intervento chirurgico, mentre l’altra metà ha seguito altre indicazioni terapeutiche. Infine si è visto che solo nei sei mesi successivi all’operazione i piccoli privi di tonsille erano più immuni da episodi febbrili e da infezioni alla gola o alle alte vie respiratorie, mentre in seguito a tale periodo tra i due gruppi non sono state riscontrate differenze. In Italia sono 71 mila i bambini che ogni anno vengono operati di tonsille, in certi casi evidentemente senza una reale necessità. In pratica gli studi di Utrecht affermano che l’adenotonsillectomia debba essere effettuata solo in situazioni di reale emergenza, nella quali il rischio che vengano compromesse altre zone dell’organismo come il nervo acustico o i reni è molto alto. Si devono quindi togliere le tonsille quando un bimbo viene colpito da 5 o 6 tonsilliti in un anno, o nel momento in cui possono essere talmente voluminose da determinare difficoltà di respirazione attraverso il naso (dispnea) o di ingestione di cibi (disfagia). Mentre in un adulto si interviene quando gli episodi recidivanti rasentano la cronicità o si hanno altre complicazioni come le apnee notturne, o delle gravi crisi di alitosi dovute alle “placche biancastre” sulla superficie tonsillare. 

domenica 23 marzo 2014

Fra moglie e marito non mettere... il termostato


Esiste una normativa europea che suggerisce il "clima" ideale che dovrebbe sussistere fra le mura domestiche per garantire un ambiente sano e riscaldato ad hoc. Indica per il soggiorno una temperatura che non dovrebbe mai superare i 20 gradi e per le camere i 16-17 gradi. In realtà sono parametri che rimangono tali solo sulla carta perché, di fatto, ognuno in casa propria fa ciò che vuole, pensando soprattutto al proprio benessere "sensoriale". C'è però un piccolo particolare: uomini e donne percepiscono freddo, caldo e umidità, in maniera diversa. E se all'uomo va soprattutto la casa "fresca", la donna preferisce quella bella calda. Risultato: durante la stagione invernale gli scontri in famiglia, relativamente al comando del termostato, sono all'ordine del giorno. Un recente studio condotto da Green Age, community inglese specializzata in soluzioni per il risparmio energetico, lo conferma: almeno una coppia su quattro fa le bizze perché non c'è corrispondenza fra le esigenze "termodinamiche" nei due sessi. «Per l'essere umano è fondamentale sapere creare un ambiente caldo e confortevole», spiega Mike Tipton, della Portsmouth University, in Inghilterra, «ma la fisiologia nei due sessi è differente: la pelle femminile è molto più sensibile alle variazioni termiche e la circolazione periferica più veloce». E c'è la tipica attitudine maschile ereditata da millenni di evoluzione di voler proteggere la famiglia salvaguardando innanzitutto il proprio patrimonio, che finirebbe ridimensionato con i termosifoni al massimo. Laddove, dunque, non si vuol rischiare di mandare all'aria un rapporto per un motivo tanto banale, ci si limita a entrare in azione quando il partner lascia la casa per sbrigare le proprie faccende. Appena il marito esce, la moglie assale il termostato spronando la caldaia a darsi da fare un po’ di più; analogamente, quando è la donna ad assentarsi, l'uomo s'avventa sull'interruttore termico rincorrendo il tanto agognato refrigerio. Il 44% delle donne lo fa anche se il capofamiglia è in casa, ma senza farsi notare; idem l'uomo, che, nel 42% dei casi, ben nascosto dalla consorte, comanda la caldaia a proprio piacimento. Dati non lontani da un sondaggio condotto dall'azienda di termostati Honeywell, secondo la quale le bisbocce fra moglie e marito sul comando del termostato riguardano quattro coppie su dieci, con un paio di litigi al giorno. E in ufficio è peggio, perché, certo, fra colleghi la convivenza è ancora più complicata. L'Oms dice che nell'ambiente di lavoro la temperatura deve essere compresa fra 18 e 24 gradi, tranne i casi in cui si è costretti a un'attività fisica continua, dove si può scendere fino a 13 gradi senza che il corpo ne risenti. Ma se proprio si deve scegliere fra il caldo e il freddo, meglio quest'ultimo: secondo Lucy Kellaway del Financial Times, le temperature troppo alte distraggono dal lavoro e in ogni caso i brividi possono essere vinti coprendosi di più. Attenzione anche all'aria condizionata. Spararla a mille, in estate, non è mai saggio poiché la differenza fra la temperatura esterna e quella interna non dovrebbe mai superare i 7 gradi. I rischi li conosciamo bene; e l'ennesimo litigio con il vicino di scrivania potrebbe essere il meno grave.

lunedì 30 dicembre 2013

I segreti dell'emodieta


Lo scrittore nipponico che si firma con lo pseudonimo Jamais Jamais ritiene che ogni gruppo sanguigno sia riconducibile a un certo di tipo di carattere; e che quindi in base alla firma ematica che differenzia ognuno di noi sia possibile stabilire con chi andremmo più d'accordo. Una guida sull'argomento è letteralmente andata a ruba. In Italia siamo lontani da questo tipo di "teorie", tuttavia anche da noi sta facendosi largo l'affascinante ipotesi che il gruppo sanguigno possa suggerire il tipo di dieta più idonea per il nostro benessere e la nostra salute. Seguendola potremmo tenere a bada obesità, allergie e sindromi metaboliche. Solo per citare alcune delle tante disfunzioni legate all'alimentazione. Si chiama "emodieta" e, piano piano, contemporaneamente al diniego di molti specialisti, sta coinvolgendo sempre più italiani. Di che cosa si tratta?
Il riferimento è a una serie di alimenti altamente consigliati (o sconsigliati) per specifici gruppi sanguigni e a un particolare gruppo di proteine, le lectine, che reagirebbero con il sangue in modo diverso provocando, per esempio, incompatibilità alimentari. Peter J. D'Adamo, il naturopata americano che per primo ha sviluppato l'emodieta dice che ogni gruppo sanguigno è relazionabile a un preciso status sociale che rimanda alla preistoria. Il gruppo zero, il più antico, discenderebbe dai primi uomini che vivevano di caccia e raccolta; il gruppo A dai primi agricoltori che cambiarono anche stile di vita divenendo sedentari; il gruppo B sarebbe rappresentato dal DNA tipico dei pastori asiatici e si sarebbe differenziato circa 10mila anni fa, fra le popolazioni mongole e caucasiche; il gruppo AB, infine, sarebbe il più recente, il più diversificato e includerebbe un po’ delle caratteristiche di tutti gli altri. Sulla base, dunque, di un preciso gruppo sanguigno sarebbe possibile formulare diete peculiari, rimandando a usi e costumi nutrizionali che affondano le loro radici agli albori della civiltà.
Gli appartenenti al gruppo zero, per via dell'attitudine a correre e a cacciare dei propri avi, possiedono un metabolismo veloce, figlio di progenitori che si nutrivano di carne e vegetali spontanei. Oggi dovrebbero stare lontani dai cereali, "sconosciuti" ai loro stomaci, e fare qualcosa per migliorare il proprio sistema immunitario, più fragile e delicato rispetto agli altri. Gli individui del gruppo A sono predisposti per consumare abbondantemente alimenti vegetali, come accadeva ai propri antenati, dediti esclusivamente all'attività agricola. Gli appartenenti al gruppo B, i nomadi, avevano una dieta diversificata; mangiavano un po’ di tutto, con una predilezione particolare per carne e latticini. L'AB è il più complesso e recente, riguarda una piccola fetta dell'umanità, compresa fra il 2 e il 5%; si sarebbe formato dalla "fusione" fra il gruppo A e B ed è riconducibile a individui che possono nutrirsi un po’ di tutto, ma con moderazione.
Nonostante la curiosità suscitata in molti italiani dall'emodieta (anche grazie a figure come il dottor Piero Mozzi, autore di vari libri sull'alimentazione), l'intellighenzia scientifica insorge, ritenendola poco attendibile per non dire del tutto sconclusionata. Seguendola, infatti, ci sarebbe il rischio di nutrirsi malamente, finendo per andare incontro a patologie anche serie. Gli appartenenti al gruppo 0, per esempio, potrebbero accusare problemi articolari; quelli del gruppo A, ammalarsi di anemia e disturbi epatici; il gruppo B potrebbe essere suscettibile al diabete e l'AB a disfunzioni cardiache. Spara a zero sull'emodieta anche l'American Journal of Clinical Nutrition, prestigiosa rivista statunitense, secondo la quale non esiste prova scientifica in grado di avvalorare la sua attendibilità.  

lunedì 21 ottobre 2013

Pioggia o sole? Chiediamolo al nostro corpo


«Mi fanno male le ossa, vuol dire che il tempo sta cambiando». Chi di noi non ha mai sentito la nonna o qualche anziano pronunciarsi in questo modo? Ebbene, ora anche la scienza afferma che c'è davvero corrispondenza fra alcuni malanni fisici e la meteorologia. Il primo a teorizzare questo legame fu Ippocrate, quasi duemilacinquecento anni fa, mettendo in luce soprattutto la relazione fra reumatismi e clima ventoso e umido. In seguito s'è capito che anche molti altri mali dipendono "dal tempo che fa", come l'artrite e l'osteoartrite, sensibilissimi alle variazioni della pressione barometrica e ai cambiamenti repentini di temperatura. Lo stesso vale per disagi "minori", come il dolore pelvico, dentale, cefalico, e le nevralgie del trigemino. Una spiegazione c'è, ed è legata ai valori pressori dell'atmosfera che si ripercuotono su quelli delle articolazioni. Subendo un'alterazione pressoria, ossa, muscoli e tendini, infatti, vanno momentaneamente in cortocircuito, per via del disequilibrio che viene a crearsi all'improvviso fra i liquidi e i gas contenuti in particolari "sacche" anatomiche. Robert Jamison, professore di anestesia e psichiatria all'Harvard University, fa l'esempio di un palloncino pieno d'aria: «Un pallone gonfiato subisce una pressione dall'esterno e dall'interno. Se quella esterna cambia, il palloncino si dilata, ampliando la sua volumetria. Lo stesso accade all'interno delle articolazioni. Ma quando si ha un calo della pressione esterna, determinati tessuti premono sui nervi circostanti, riacutizzando il dolore». Accade soprattutto nei neuropatici. «Il fenomeno è, infatti, molto più comune nelle persone con questo tipo di problema, o anche, semplicemente, un nervo infiammato», afferma Patience White, reumatologa della George Washington University of Medicine. Il legame generale fra problemi fisici e clima e la capacità indiretta, quindi, di prevedere "che tempo farà" in base alle condizioni psicofisiche, è confermato dai dottori comuni, che dicono di ricevere molte più visite quando il clima cambia e la temperatura e la pressione subiscono grossi contraccolpi. «Tanto evidente è il repentino cambiamento climatico, tanto maggiore sarà l'incremento del dolore», dice Aviva Wolff, dell'Hospital for Special Surgery di New York, benché il clima influenzi in modo diverso ognuno di noi. Per esempio s'è visto che in Canada, quando soffia un vento particolare, in alcuni soggetti si ha un sopimento dei dolori nevralgici, in altri un aumento dei fastidi legati all'emicrania. I sintomi possono "accendersi" anche molte ore prima di un certo cambiamento climatico. Fino a tre giorni prima. L'arrivo di una perturbazione è preceduta da dolori che riguardano la colonna vertebrale, il nervo sciatico, qualunque tipo di articolazione. Anche il cuore e la psiche ne risentono. Tachicardia, palpitazioni e ansia, sono molto frequenti con il calo della pressione barometrica. Freddo e gelo sono, invece, collegati a casi di ictus, infarto, e morte cardiaca improvvisa. Il rischio d'ischemia incrementa del 7% per ogni calo di 10 gradi di temperatura. Alcuni malati, infine, dicono che le proprie articolazioni sono più affidabili dei bollettini meteorologici e non hanno tutti i torti. Il Wall Street Journal di ieri cita l'esperienza di Bill Bladeraz, trentottenne dell'Ohio, presidente di una società di digital marketing di Columbus. «Un giorno di sole splendente lasciava presagire a un dopopranzo eccezionale, ma io accusavo dolori fortissimi per via dell'artrite e avrei sfidato qualunque metereologo a dire che il tempo sarebbe rimasto lo stesso». Aveva ragione: il pomeriggio è sorto un potente uragano che si è abbattuto su tre stati americani, con venti fortissimi e piogge scroscianti.  

lunedì 7 ottobre 2013

Frequente, ma troppo veloce: la "sociologia" del sesso in Italia

10 min il tempo necessario per sesso

Correva l'anno 1986, quando la pop star Madonna esordì con il video singolo Papa Don't Preach, nel quale compariva con una tshirt riportante la frase "Italians do it better" (gli italiani lo fanno meglio). Il riferimento, chiaramente, era all'idea che gli abitanti del Belpaese fossero i migliori a letto. Sarà davvero così? Non proprio, stando a uno studio condotto da DoxaPharma, che verrà discusso l'8 ottobre nel corso del congresso nazionale della Società Italiana di Urologia (Siu) e dell'Associazione Ginecologi Ospedalieri Italiani (Aogoi). Emerge, infatti, un dato che lascia qualche dubbio: nel 25% dei casi la durata media di un rapporto sessuale in Italia dura meno di due minuti; mentre un famoso studio condotto dalla Society for Sex Therapy and Research di Washington ritiene che, per essere veramente appagante, dovrebbe essere compreso fra i 7 e i 13 minuti. E' vero che la qualità ha più importanza della durata, tuttavia psicologi e andrologi concordano nel dire che sotto i due minuti non c'è nemmeno il tempo "fisiologico" per provare vero piacere. Sono gli italiani stessi a lamentarsi, pur ammettendo in media di fare l'amore nove volte al mese (per un totale di 108 rapporti all'anno), un parametro superiore allo standard mondiale.
Altri dati confermano un certo malcontento: il 70% degli abitanti dello Stivale lamenta una generale insoddisfazione fra le lenzuola, e almeno 800mila coppie rischiano il patatrac proprio per questi motivi. Ma le difficoltà a letto potrebbero anche dipendere da un fattore psicofisico ben preciso: l'eiaculazione precoce. Secondo l'indagine di DoxaPharma molti italiani soffrono di questo disturbo (dal 30 al 70%) e solo in rari casi sanno affrontare adeguatamente il problema. Procastinare l'intervento del medico, in particolare, dell'andrologo, può essere deleterio per la coppia che si logora e perde sempre più fiducia in sé: l'uomo smarrisce l'autostima e la donna, non sapendo come gestire il limite del partner, spesso diviene insofferente, incrementando il disagio maschile.
Quando si può parlare di eiaculazione precoce? L'International Society of Sexual Medicine indica un problema reale quando, durante la maggior parte dei rapporti, l'eiaculazione avviene entro uno o due minuti dalla penetrazione. Si parla di eiaculazione precoce grave, quando l'uomo eiacula dopo tre movimenti coitali o ancor prima della penetrazione. Può essere dovuta a deficit organici, riguardanti l'attività prostatica, tiroidea, uretrale; ma anche l'azione masturbatoria, in determinati contesti, può favorire l'evoluzione di una particolare muscolatura a discapito della capacità di raggiungere l'orgasmo in tempi idonei al soddisfacimento della coppia. Spesso l'handicap sessuale è di origine nervosa, psicosomatica. Per Freud era riconducibile a "pulsioni sadiche, intense e inconsce dell'uomo nei confronti della donna". Molto più prosaicamente la psicologia riconduce il problema all'ansia da prestazione, ossia alla difficoltà di molti maschi di affrontare in modo maturo e consapevole un'esperienza sessuale. Qualunque sia la causa, assicurano gli esperti, l'eiaculazione precoce può essere facilmente sconfitta: con l'ausilio di antidepressivi, la circoncisione, l'impiego di creme anestetiche, la fitoterapia, la terapia cognitivo-comportamentale.


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Contro il declino cognitivo o, in generale, la perdita di freschezza mentale, è molto più efficace il sesso che non la "ginnastica cerebrale", legata all'abitudine di cimentarsi in passatempi come il sudoku o l'enigmistica. E' il parere di Barry Komisaruk, della Rutgers University, in USA. Lo scienziato, che da anni lavora sull'orgasmo femminile, dice che il piacere sessuale ha ripercussioni benefiche sull'intero cervello, mentre i tradizionali "esercizi per la mente", riflettono solo specifiche aree cerebrali. «Durante l'orgasmo si ha un enorme incremento di afflusso sanguigno», afferma Komisaruk, «il sangue porta i nutrienti e garantisce l'omogenea ossigenazione dell'organo cerebrale». 

(Pubblicato su Il Giornale il 30 settembre 2013)

lunedì 26 agosto 2013

La dieta anti-zanzara


Da quando sono giunte in Italia e in Europa, una ventina di anni fa, le zanzare “esotiche”, in grado di pungere durante l’intera giornata (e non solo all’imbrunire come quelle “tradizionali”), è divenuta una sorta di ragione di vita individuare lo stratagemma ideale per cercare di tenerle lontane. Ai vari zampironi si affiancano, infatti, cedronelle, vasi di gerani, braccialetti antizanzara, prodotti chimici, e chi più ne ha, più ne metta. Eppure si trascura il fatto che, il primo passo da fare per cercare di contrastare la loro azione fastidiosa, non contempla ritrovati particolari dell’industria, bensì gli alimenti di cui ci nutriamo e le bevande che consumiamo. «Solo una persona su dieci, del resto, è particolarmente suscettibile all’azione delle zanzare», rivela Jerry Butler, dell’Università della Florida.
In base a ciò che ingeriamo, infatti, i ditteri trovano più o meno gradevole il nostro sangue. Un esempio. Gli alimenti caratterizzati da alte concentrazioni di vitamine del gruppo B (B1 e B6) e vitamina C hanno il potere di alterare la “qualità” del sudore, rendendoci “inappetibili” alle zanzare. Lo stesso accade con l’aglio o pietanze particolarmente ricche di spezie. In Messico sono convinti che chi si nutre abbondantemente di peperoncino piccante è praticamente immune dalle punture dei culicidi. È una credenza (che la scienza non smentisce) che risale all’epoca dei Maya, anche se ancora nessuno è in grado di stimare la quantità di cibo che andrebbe assunto per poter trascorrere serenamente una sera d’estate sulle rive del lago o del fiume preferito.
Di contro ci sono prodotti che attirano le zanzare, come la birra. Più studi hanno infatti messo in luce che chi beve molte “medie”, si difende con più difficoltà dalla punture di zanzare. «Sappiamo per certo che esiste una relazione fra le punture di zanzare e l’abitudine di bere molta birra», spiega Leslie Vosshall, ricercatrice americana della Rockfeller University di New York, «tuttavia non sappiamo bene perché ciò accada». La nuova tesi trova conferma in uno studio del Centro di Ricerca IRD di Montpellier, con il coinvolgimento di 25 volontari (invitati a bere un litro di birra) e 2.500 zanzare appartenenti alla specie Anopheles gambie. Gli esperti hanno capito che le zanzare non solo sono attratte dal sudore alterato dei bevitori, ma hanno anche imparato ad associare lo stato di ebbrezza a una maggiore “vulnerabilità” dell’uomo da punzecchiare. A loro modo sono tutt’altro che stupide, essendo in grado di muoversi abilmente verso la preda preferita anche in piena notte e giungendo da cinquanta metri di distanza, zigzagando, magari, fra altri mammiferi potenzialmente attaccabili.
Al di là di ciò che mangiamo e beviamo, gli scienziati hanno scoperto che c’è un altro parametro che le zanzare osservano prima di colpire: il sistema immunitario. Vosshall ha chiarito che le zanzare amano il “sangue cattivo” (altrochè quello dolce che, peraltro, dal punto di vista scientifico non significa nulla), quello cioè tipico di una persona con un sistema immunitario meno efficiente contro il potere anticoagulante del siero iniettato dagli insetti. Gli studiosi di New York hanno indirizzato sciami di zanzare contro alcuni volontari, evidenziando che i ditteri pungono un po’ tutti, prediligendo, però, coloro che erano caratterizzati da questa “firma” ematica. E sempre a proposito di sangue, si è visto che anche il gruppo sanguigno influenza la possibilità di essere presi o meno di mira dalle zanzare. Si è infatti visto che le persone caratterizzate dal gruppo sanguigno 0 vengono attaccate in una percentuale del 50% superiore a quella di chi ha un gruppo sanguigno A, mentre quelli appartenenti al gruppo B non interessano ai ditteri. Analogamente è stato possibile assimilare le persone preferite dai culicidi, agli individui con un’alta concentrazione di batteri a livello epidermico o con alti valori lipidici.

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Peperoncino: secondo i Maya tiene lontano le zanzare. Gli scienziati non smentiscono, ma non esistono prove concrete del suo potere insetticida.

Aglio: vale lo stesso discorso del peperoncino. In questo caso, però, è stato scientificamente provato l’effetto repellente dell’allicina, già noto antibatterico.

Birra: chi ne beve troppa attira gli insetti, e in particolare le zanzare. Causa infatti una sudorazione peculiare, gradevole al “palato” dei ditteri; diminuisce la prontezza di riflessi, facilitando l’azione dei culicidi.  

Gruppo sanguigno 0: è il gruppo sanguigno preferito dalle zanzare. Al contrario gli insetti snobbano le persone con gruppo sanguigno B. Intermedio il gradimento legato ai portatori del gruppo A.  

Colesterolo alto: i culicidi sembrano gradire le persone oversize e chi presenta alte concentrazioni di grasso nel sangue. Amano anche alti livelli di acido lattico e urico. 

(Pubblicato su Il Giornale il 10 agosto 2013) 

venerdì 11 gennaio 2013

Svelato il mistero delle abbuffate notturne


Scoperta la causa dell’impellente necessità di alzarsi nel cuore della notte per abbuffarsi, predisponendo a malattie croniche come diabete e obesità. Dipende tutto da una mutazione in un gruppo di geni, battezzati ‘geni orologio’, che regolano il ritmo del sonno e della veglia. Sono le conclusioni di ricercatori della Northwestern University in Illinois e dell’Howard Hughes Medical Institute. Affermano che chi soffre di questa mutazione nei ‘geni orologio’ subisce un rovesciamento delle abitudini di vita, per cui ha sonno di giorno, mentre di notte è colpito dai crampi della fame e dall'iperattività. Secondo gli studiosi in questo modo diventa molto più facile mettere su chili e annullare gli effetti di una dieta seguita a puntino, o di un allenamento fisico condotto scrupolosamente. In più si verifica un incremento nel sangue di sostanze che portano alla tipica sindrome metabolica di cui si sente sempre più spesso parlare, caratterizzata da livelli alti di grassi, e glucidi nel sangue, oltre a un innalzamento dei parametri pressori. I meccanismi di questa mutazione genetica non sono ancora chiari, ma quel che è certo è che consumare del cibo in un orario in cui il metabolismo non è pronto a smaltirlo, è assolutamente controproducente per un organismo: durante il sonno, infatti, i consumi si riducono e le calorie in più si trasformano facilmente in tessuto adiposo.

martedì 4 dicembre 2012

Out of body experience: svelato il mistero


Recentemente ha destato stupore la notizia divulgata da un neurologo di Harvard, Eben Alexander, relativa all'esistenza dell'aldilà: lo scienziato dice di poterlo provare, essendo stato per sette giorni in coma, e avendo visitato un mondo “incommensurabilmente più alto delle nuvole, popolato di esseri scintillanti e trasparenti”. Ma cosa c'è di vero in tutto ciò?

Una fonte luminosa in fondo a un tunnel, la sensazione di distaccarsi dal proprio corpo e poter osservare i medici dall’alto che tentano di salvarci la vita, rivivere come in un film la propria esistenza dalla nascita: sono tutte esperienze che, molti tra coloro che hanno provato il dramma del coma e che si sono risvegliati, dicono di aver vissuto. Ma la scienza cosa dice? Secondo Susan Blackmore della University of Bristol e Harvey Irwin della University of New South Wales si tratta di semplici condizioni mentali dovute al fatto che nei momenti di stress estremo (quali il momento del trapasso), il cervello produce grandi quantità di endorfine, che predisporrebbero a una sorta di ‘sogni euforici’, e che anche chi non si trova in bilico tra la vita e la morte può provare; a tal proposito Blackmore ritiene che addirittura il 20% della popolazione avrebbe avuto la sensazione di uscire dal proprio corpo semplicemente concedendosi una pennichella. Analogamente è possibile vivere le stesse sensazioni di chi dice di essere ‘ritornato alla vita’ nel corso di attacchi di emicrania, convulsioni epilettiche, assunzioni di droghe e sedute di meditazione. In Australia i due studiosi hanno condotto esperimenti su gruppi di pazienti che affermano di aver avuto una OBE (Out of body experience, ovvero esperienza fuori dal proprio corpo), e hanno scoperto che nella maggior parte dei casi si tratta semplicemente di persone che più facilmente delle altre possono andare incontro a fenomeni di natura allucinatoria. Il tunnel luminoso altro non sarebbe che la conseguenza di uno scollegamento tra la retina e la corteccia visiva: in questo caso si vede comparire davanti a sé un punto luminoso che progressivamente si ingigantisce fino a costituire un tipico tunnel. Infine per ciò che riguarda la sensazione di poter rivivere la propria vita gli scienziati spiegano che ciò è dovuto al fatto che in determinate condizioni il cervello riaccende zone nascoste della memoria, esattamente come accade in molti attacchi di epilessia.

lunedì 12 novembre 2012

La "genetica" del contorsionista


Come fa una persona a “raggomitolarsi” in una scatola di appena quarantacinque centimetri? È la domanda che tutti si pongono non appena vedono in azione, in tv o in qualche circo, un contorsionista. La risposta arriva ora da uno studio inglese pubblicato dal quotidiano britannico Times. Il segreto sta nelle caratteristiche genetiche del protagonista, dotato di legamenti più lunghi e più flessibili del normale. Al contrario di quanto ritenuto finora, che considerava invece i contorsionisti delle persone dotate di uno scheletro speciale predisposto ad assumere posizioni inimmaginabili. Ma la scoperta non finisce qui. Perché dallo studio è anche emerso un dato che spiega il motivo per cui sono principalmente le donne a svolgere questo mestiere, mentre l’uomo è in netta minoranza. Ebbene gli scienziati hanno evidenziato un nesso tra gli ormoni femminili, e il collagene che si trova diffuso in tutto il corpo e che costituisce i legamenti. In pratica le sostanze secrete dalle ghiandole delle donne interferiscono con maggiore efficacia con il collagene, rendendolo più flessibile e dilatabile. A questi risultati gli specialisti sono giunti dopo aver sottoposto una contorsionista alla risonanza magnetica. Se n’è occupato Richard Wiseman dell’università dello Hertfordshire che ha utilizzato le apparecchiature dell’ospedale St. Mary’s di Londra, conducendo gli esami prima su se stesso e poi sulla signorina Delia Du Sol. Così ha concluso che i legamenti della contorsionista erano molto più elastici dei suoi. E ha inoltre appurato che gli organi interni della Du Sol si spostano con maggiore facilità senza correre il rischio di rimanere schiacciati dalle vertebre. Lo studio, evidentemente, spiega anche l'agilità della “donna volante” che abbiamo visto spesso in giro per Milano negli ultimi tempi e di cui anche Spigolature s'è occupato: http://gianlucagrossi.blogspot.it/search?q=donna+volante+

martedì 4 settembre 2012

Uomini e donne vedono in modo diverso


Tante volte ci siamo domandati come vedono gli animali, per esempio il nostro cane, ma anche gli insetti che svolazzano intorno ai nostri roseti. In realtà, senza andare troppo lontani, l'originalità visiva, è un fattore intrinseco alla specie umana. Stando infatti a una serie di recenti ricerche uomini e donne vedono in maniera diversa, specialmente per ciò che riguarda i colori. Ecco un esempio pratico: osservando un'arancia, l'uomo la vedrà più rossa rispetto alla donna; analogamente a un esponente del sesso forte, una distesa erbosa apparirà più gialla, rispetto all'attitudine del gentil sesso. Forse è anche per questo che, secondo vari test condotti dall'Università di Rochester, gli uomini sono particolarmente attratti dalle donne che indossano un vestito di colore rosso. Tutto risiede nella diversa capacità del cervello di “selezionare” le tinte che ci circondano; differenze che sono emerse attraverso lampi di luce su prodotti colorati, coinvolgendo soggetti senza problemi visivi. Gli studiosi dell'University of New York hanno evidenziato molte altre differenze. Per esempio gli uomini fanno più fatica delle donne a distinguere le sottili diversità nelle tonalità di giallo, verde e blu. Ma le donne soffrono anche meno di daltonismo e questo può, in parte, spiegare la loro abilità visiva. «In generale le donne soffrono meno di anomalie nella visione del colore dato che hanno due cromosomi X, che sono quelli che portano queste “tare”. Se uno ne è affetto, la donna “usa” l’altro, mentre gli uomini che ne hanno uno non possono “scegliere”», si legge su Riflessioni Ottiche. «Una spiegazione più raffinata sono le ricerche che sembrano mostrare che alcune donne abbiano quattro tipi di coni, invece che tre come capita normalmente negli uomini (e nelle altre donne). Questo permetterebbe loro di riconoscere più colori». Da qui si ricava un importante risultato: nella scelta di alcuni prodotti, per esempio in ambito tessile, le donne risultano certamente più attendibili. Se per un maschio, infatti, due pantaloni appaiono di colore blu, per una donna uno potrebbe essere più o meno scuro dell'altro. E dunque gli uomini sarebbero i compagni meno idonei per fare shopping! In compenso gli uomini risultano maggiormente attenti ai dettagli, circostanza che potrebbe risalire agli albori dell'evoluzione umana, quando, durante la caccia, i piccoli particolari potevano essere molto più importanti della percezione di un grigio o di un bruno più o meno scuro. Ma da cosa è influenzato il cervello? Secondo gli scienziati USA svolgerebbe una parte fondamentale il testosterone, ormone maschile per antonomasia, che avrebbe il “potere” di interagire con le informazioni catturate dalla retina e in transito verso i meandri del cervello. «Il testosterone offre “connettività” neuronali fra maschi e femmine», rivelano i ricercatori di New York, «benché non sia stato ancora possibile stimare in che modo l'ormone interferisca con questa attività fisiologica». Non è, però, solo una questione di ormoni. Coinvolti, infatti, ci sono anche i geni. Uno studio dell'Arizona State University riferisce che la percezione dei colori è diversa a seconda delle differenze genetiche che presiedono la sintesi dell'opsina, elemento proteico legato alle sfumature dei colori. Da uno studio su 236 uomini s'è riscontrata una variante genetica in un gene specifico – l'OPN1LW – inerente una molecola fotorecettiva sensibile al verde. 


lunedì 2 luglio 2012

Il mal di schiena? E' relativo


La presenza di dolore cronico in un punto del corpo modifica la rappresentazione e la percezione che il nostro cervello ha dello spazio intorno a quel punto. È il risultato ottenuto dalla ricerca “Neglect-like tactile dysfunction in chronic back pain”, apparsa sul sito della rivista Neurology. Dai risultati degli esperimenti sembra che ciò che accade all’esterno di una parte del corpo interessata da dolore sia processato più lentamente, come se il dolore modificasse le variabili spazio e tempo percepite dal cervello. Il lavoro è stato condotto da un gruppo di neuro-scienziati che fa capo a tre istituti: l’Università di Milano-Bicocca la University of South Australia e il Neuroscience Research Australia. Gli esperimenti sono stati fatti in Australia su tre gruppi di dodici pazienti affetti da mal di schiena cronico unilaterale, patologia scelta perché molto diffusa e perché tra le più costose in termini di mancata produttività stimata in miliardi di dollari ogni anno per i soli paesi occidentali. I ricercatori hanno applicato dispositivi elettromeccanici che producono vibrazioni tattili in tre punti del corpo dei pazienti: su una mano sana, sul punto dolente della schiena e su un altro punto del corpo sano. Quindi, hanno presentato due identici stimoli vibratori su due di queste aree e hanno notato che gli stimoli vengono processati dal cervello più lentamente se provenienti dall’area dolorante rispetto a quelli provenienti dalle aree sane. I ricercatori hanno inoltre rilevato che se la mano sana viene posizionata vicino alla parte del corpo dolorante anche gli stimoli provenienti dalla mano vengono processati più lentamente. La conclusione alla quale sono giunti gli studiosi è che se una mano è tenuta vicina all’area dolorante, il cervello quasi ‘neglige’ quella mano. «Non è tanto sorprendente che in pazienti affetti da dolore cronico ci siano cambiamenti nel modo in cui il cervello processa l’informazione proveniente dalla parte del corpo dolorante – spiega il professor Lorimer Moseley della University of South Australia -, quello che invece stupisce è che tale problema sembra avere a che fare con lo spazio che circonda il corpo oltre che con il corpo in sè». «L’apparente similarità tra i nostri risultati e la distorsione spazio-temporale predetta dalla teoria della relatività - aggiunge il ricercatore Alberto Gallace, psicobiologo dell’Università di Milano-Bicocca - è sicuramente qualcosa di molto intrigante per uno scienziato. Nel fenomeno osservato nel nostro studio la distorsione in questione non riguarda lo spazio fisico esterno ma piuttosto la capacità del nostro cervello di rappresentare correttamente tale spazio all’interno dei suoi circuiti neurali. Questa scoperta ci apre nuove prospettive nella ricerca del modo in cui il cervello interagisce con il mondo esterno e, in particolare, nel modo in cui questa interazione può essere alterata dalla presenza di dolore cronico». La scoperta potrebbe aprire interessanti prospettive in campo terapeutico per lo sviluppo di nuove cure del dolore basate su aspetti spaziali. «Che vi sia un’interazione tra dolore e variabili spaziali – conclude Gallace – era già emerso in una recente ricerca dell’Università di Milano-Bicocca e dello University College di Londra sulla riduzione del dolore incrociando le braccia. Anche se, in quel caso, il fenomeno era stato registrato su dolore provocato in modo artificiale su soggetti sani».

martedì 5 giugno 2012

La crisi del maschio e il sopravvento dei "mammi"


Basta andare indietro di pochi decenni - diciamo a prima degli anni 80 - per accorgerci che alcuni atteggiamenti tipicamente maschili sono venuti meno, in virtù di un cambiamento sociale che ancora oggi marcia di gran carriera. Cosa sta accadendo? Basta guardarci intorno. Vediamo, infatti, uomini che fanno da mangiare, spingono il passeggino, cambiano i pannolini, si prendono cura del proprio piccolo come se fossero delle vere mamme, oltre a palesare un'emotività difficilmente rapportabile al concetto di sesso forte, consolidatesi nel corso di secoli e secoli di evoluzione. Ecco perché si sente dire che il maschio è in crisi, sta perdendo l'identità e perché alcuni opinion leader della carta stampata arrivano addirittura a proporre il termine “mammo”, per sottolineare la tendenza maschile ad assolvere compiti “parentali” di solito appannaggio della donna. Al “mammo” si arriva ufficialmente dopo il boom del film Mrs Doubtfire, con uno spregiudicato Robin Williams nei panni di una governante che, per poter continuare a vedere i figli, inscena stratagemmi sempre più rocamboleschi. Non è un caso che il mutamento dei costumi sociali maschili abbia avuto il sopravvento proprio alla fine degli anni 70. È in questo periodo, infatti, che si innescano retroscena popolari in antitesi con l'input darwiniano, che da sempre si prodiga per mantenere su piani ben distinti i macrocosmi maschili e femminili. La rivoluzione comincia nella donna con l'assimilazione di comportamenti che parevano inauditi fino a pochi decenni fa: le donne moderne, di fatto, leggono, scrivono, vanno al lavoro, e sono sempre più indipendenti anche e soprattutto dal punto di vista economico. Sono le prerogative che alla fine hanno portato a un'assimilazione sempre più netta fra uomo e donna. Il fenomeno è stato studiato con particolare attenzione in Inghilterra dove i mammi, negli ultimi 15 anni, sono addirittura triplicati. Si parla di 62mila mammi inglesi, riferibili ai nostri 22.600 italiani. “Non ci sono più gli uomini di una volta”, asserirebbero in molti, non solo in ambito accademico. Non a torto. Un tempo, infatti, l'uomo dedicava tutto se stesso all'attività manuale, ai lavori più duri, che non potevano essere assolti dalla donna, per via di un fisico meno prestante e possente; rientrava dal lavoro e l'unico extra di cui si faceva carico era quello relativo al far quadrare i conti familiari. Nient'altro. Il resto – dalla cura dei bimbi, alle faccende domestiche – era compito femminile. Le mansioni erano così ben delineate che non c'erano rischi di incomprensione fra uomo e donna, anche se oggi siamo tutti ben consapevoli del fatto di avere vissuto fino a ieri in una società pragmaticamente maschilista. Non per niente piace molto oggi ai sociologi ricordare che “per anni l'uomo ha parlato della donna, senza mai parlare con lei”. Col tempo, però, le cose sono cambiate, più o meno con lo scoppio della rivoluzione industriale; e a seguire con l'avvento del boom economico e i movimenti per l'emancipazione femminile. Alla fine dell'Ottocento i due sessi rappresentavano pianeti lontani, ma nel giro di pochi anni si sono avvicinati a tal punto da fare perdere punti di riferimento importanti per chiunque intendesse affrontare il mito uomo-donna, così ben rappresentato dall'affascinante storia di Tiresia, figura decantata da Ovidio e Dante. A rimetterci, in ogni caso, non sono stati sia gli uomini che le donne, ma verosimilmente soltanto i secondi. Se la donna, infatti, ha acquistato potere, forza e consapevolezza delle sue doti, l'uomo, di pari passo, ha smarrito la sua posizione di padre-padrone, femminilizzandosi a favore di atteggiamenti che solo cento anni fa parevano inconcepibili. L'uomo si è, in sostanza, “ammorbidito”, in funzione di nuove esigenze familiari e pedagogiche che sembrerebbero più consone ai tempi moderni, e che invece non avrebbero avuto senso di esistere quando la peculiarità di un capo tribù era quella di primeggiare fisicamente su animali selvaggi e bruti. Con ciò, anche dal punto di vista “funzionale”, l'uomo, il maschio, non è più quello di un tempo, essendo drasticamente cambiato a livello anatomico, comportamentale e psicologico; motivo per cui oggi ci pare del tutto normale vedere un padre cambiare il pannolino a un bimbo, coccolarlo affettuosamente, prima di leggergli la favola della buonanotte, circostanze, un tempo, ascrivibili unicamente al mondo femminile. Dal punto di vista biologico, dunque, si è giunti a traguardi che, se da una parte parrebbero migliorare la crescita e l'educazione dei più piccoli, dall'altra dovrebbero indurre alla riflessione, suggerendoci l'ipotesi che, se la tendenza a questa omogeneizzazione dei sessi dovesse progredire ulteriormente, si arriverebbe a un possibile scontro fra uomo e donna, che all'improvviso si vedrebbero depauperati di ruoli che gli sono appartenuti per millenni. Qualcosa che, paradossalmente, sta già avendo luogo. Lo testimoniano i numerosi matrimoni che falliscono, le innumerevoli famiglie che gettano la spugna, incapaci di manovrare un'esistenza che si credeva molto più semplice, in virtù degli esempi ereditati dalle generazioni precedenti, dove un legame – nel bene e nel male – difficilmente veniva scardinato. Se da un lato, quindi, la “femminilizzazione” maschile sembrerebbe far bene ai nuovi venuti, d'altra parte parrebbe creare scompensi a livello di coppia, che ripercuoterebbero sui più piccoli. In pratica si guadagnerebbe da una parte, ma ci si perderebbe dall'altra, con padri sempre più mammi, ma anche figli sempre più soli perché privi di uno dei due genitori naturali. Ecco perché l'ortodossia in campo sociologico arriva addirittura a ipotizzare che, per il successo della famiglia a ogni livello, andrebbero mantenuti i paradigmi comportamentali di un tempo. Detto ciò, non tutto è perduto. Ce lo insegna la natura, offrendoci molti esempi in cui il ruolo di mammo è tutt'altro che superato e perfettamente in linea con le esigenze evolutive di una specie. Nei pinguini, per esempio, il maschio si prende spesso cura delle uova, alternandosi alla femmina. Nei pinguini Imperatore, addirittura, questa attitudine è gestita esclusivamente dai maschi. Anche molte altre specie osservano un comportamento simile, fra cui rane e struzzi. Mentre fra i mammiferi le cure parentali maschili sono una caratteristica dei licaoni.


Alla luce di queste considerazioni dovrebbe, dunque, suonare meno strano il fatto di trovarsi a tu per tu con un mammo che amorevolmente accudisce il nuovo venuto, prendendosi carico, se necessario, di tutto ciò che ne consegue, compresa la preparazione di pappette e il lavaggio di indumenti sporchi. Tuttavia ci si chiede se dal punto di vista antropologico e filosofico tutto ciò sia positivo. Il dubbio sorge considerando che l'evoluzione non lascia nulla al caso e che se ha portato al differenziamento dell'uomo dalla donna per ovvi motivi di sopravvivenza, seguendo verosimilmente un progetto selettivo diverso dalle specie citate poc'anzi, un motivo ci deve essere, e andrebbe seriamente preso in considerazione, anche se al termine rusticitas si continua logicamente a preferire civilitas. L'uomo è più forte, più aggressivo, e soprattutto meno sensibile della donna, perché il suo ruolo è sempre stato quello di proteggere fisicamente il clan di appartenenza, senza farsi sopraffare dalla paura, dalle emozioni, dalla fatica e dal dolore. D'altro canto la donna ha evoluto l'atteggiamento contrario, perché alla buona crescita di un figlio non è mai servita solo la forza fisica in grado di fronteggiare i pericoli, ma anche quella derivante dal sentimento e dal “cuore”: l'amorevolezza, l'affettuosità, la dolcezza, sono prerogative femminili fondamentali per la crescita di un piccolo, tanto quanto lo è il potere maschile di allontanare un potenziale predatore; anche se la donna paga a caro prezzo questa sensibilità, soccombendo più spesso alle malattie di natura psichica, come l'ansia e la depressione. Queste divergenze evolutive hanno fatto sì che per millenni la specie umana sia progredita, portandoci a credere che anche per le generazioni future sia utile proseguire in questo senso. Ma sappiamo che le cose stanno prendendo una piega diversa, pertanto ci si interroga sull'avvenire della specie umana, focalizzandosi innanzitutto sul maschio che sembrerebbe sempre più compromesso dal punto di vista biologico. Prima dicevamo che erano soprattutto le donne a soffrire i disagi psichici. Eppure, oggi, gli studi confermano che, fra le persone in cura per problemi “mentali”, l'uomo è sempre più frequente. È vero che un tempo il maschio tendeva a nascondere con abilità i suoi patemi d'animo, ma è altrettanto vero che un tempo nevrosi e distimie sembravano un'esclusiva del gentil sesso. Gli studiosi della Emory University, invece, ne sono certi: entro cento anni, uomini e donne soffriranno di depressione in egual misura. Oggi tre uomini su dieci sono depressi, contro il 60% delle donne; ma il dato nel corso del Ventunesimo secolo si assottiglierà al punto da rappresentare un'unica percentuale. Secondo gli studiosi americani, «gli uomini del futuro dovranno, dunque, affrontare gli stessi rischi di depressione che le donne hanno affrontato nel passato». E il caso più emblematico riguarda l'uomo che inizia a soffrire perfino di depressione post-partum. Un recente studio condotto in USA ha, infatti, appurato che sempre più spesso, nelle coppie che hanno un figlio, quello che deve essere aiutato non è la neo-mamma, ma il neo- papà. I dati arrivano da una ricerca condotta dagli esperti dell'Università del Michigan, secondo i quali molti padri che vanno in tilt dopo la venuta al mondo della propria creatura, mostrando una (lecita?) inettitudine al proprio ruolo genitoriale; non tanto perché non sono in grado di fare i papà, prendendosi carico della famiglia e dei doveri ad essa legati, ma quanto perché non sono in grado di comprendere dove finisca il ruolo di padre, e inizi quello di madre. Il fenomeno è tutt'altro che banale, riguardando già il 10% dei neo-genitori. Un papà su dieci diventa, dunque, genitore, ma perde la bussola, mettendo in atto comportamenti che nulla hanno a che vedere con un buon ruolo educativo, ripercuotendosi negativamente sui piccoli. Anche qui i dati sono allarmanti. La New York University School ha infatti evidenziato che il 6% dei bimbi con padre depresso sviluppa in seguito disturbi comportamentali. Ancora una volta, quindi, viene da chiedersi se ha davvero senso l'affermazione di figure come il mammo, se poi gli aspetti negativi in ambito pedagogico finiscono col superare quelli positivi. Ma le defaillance psichiche del maschio moderno sono solo uno fra i tanti problemi insorti nelle ultime generazioni. Il maschio non è più lo stesso di un tempo anche per altri motivi, compresi quelli di natura fisiologica. Il suo potere fecondativo, per esempio, è drammaticamente sceso rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto. Con meno frequenza, dunque, il maschio riesce a concepire, al di là della tendenza globale a mettere volontariamente al mondo meno figli. È, di fatto, un problema di natura biologica. Lo sperma degli uomini moderni è molto meno efficace di quelli di un tempo. Negli ultimi anni sono usciti vari studi che confermano questa tendenza. Una delle ricerche più interessanti viene da Barcellona, dove un team di scienziati ha provato che il 57,8% dei giovani possiede spermatozoi di qualità inferiore a quella che l'organizzazione mondiale della sanità considera normale. Su 1239 giovani fra i 18 e i 30 anni, più della metà, quindi, potrebbe rischiare di avere difficoltà di concepimento.


Anomalie si riscontrano anche dal punto di vista anatomico, tenuto conto di fattori come quello relativo al fatto che gli organi genitali maschili di oggi, sono dimensionalmente più piccoli di quelli del passato. Uno studio condotto in Italia, dal Servizio per la Patologia della Riproduzione umana dell'Azienda ospedaliera universitaria di Padova, ha evidenziato che i giovani del terzo millennio presentano un organo copulatorio più piccolo di quasi un centimetro rispetto ai coetanei degli anni 50. I test hanno preso in esame giovani intorno ai vent'anni dimostrando che nel 1948, in media, il pene di un ragazzo era lungo 9,7 centimetri, contro gli 8,9 centimetri del 2012. Da una parte, quindi, si ha un ridimensionamento degli organi sessuali, dall'altra invece si assiste a un allungamento degli arti: il 36% dei ragazzi presi in esame ha, infatti, braccia più lunghe e il 47,7% gambe più lunghe. Ma le due cose coincidono perché il sistema scheletrico è governato dal sistema endocrino, in particolare dagli ormoni gonadici del testicolo. Con ciò è del tutto lecito supporre che la qualità spermatica e lo sviluppo genitale vadano di pari passo con alterazioni a livello scheletrico. Il problema potrebbe essere imputabile all'obesità e al sovrappeso. Oggi, in pratica, si mangia di più e male, e dunque questa prerogativa influenza in egual modo distretti periferici differenti del corpo umano. A proposito di ormoni, il maschio moderno soffre anche di un abbassamento dei livelli di testosterone nel sangue. Il testosterone è l'ormone maschile per antonomasia, un ormone steroideo prodotto perlopiù dalle cellule di Leydig presenti nei testicoli. La sua azione nell'uomo è fondamentale per la fertilità, e si riferisce a una produzione giornaliera di 5-7 milligrammi, dose che cala progressivamente dai 30 anni in poi. Il testosterone, alla base anche del desiderio sessuale, cala fisiologicamente quando un uomo sta per diventare papà. È l'ennesima trovata dell'evoluzione per cercare di salvaguardare al meglio la prole. Calando l'ormone, infatti, cambiano anche alcuni requisiti caratteriali del maschio, che diviene più docile, più servizievole e meno incline alle scappatelle, tutti atteggiamenti a favore della famiglia. Ma al di là di questo calo del tutto naturale, quel che non rientra nella norma sono i livelli di testosterone medi nella popolazione generale, assai più bassi di quelli di un tempo. E anche in questo caso si trova riscontro con quei parametri che tendono a essere inversamente proporzionali alla massa grassa di un organismo. Alla luce di questi dati è, dunque, del tutto verosimile supporre che si stia assistendo a un mutamento generale dei ruoli sessuali nella società, soprattutto a discapito del maschio. Ma non è, forse, corretto parlare di “maschio in crisi”, bensì di una diversa opportunità data alla nostra specie di progredire in funzione del proprio ingegno. Qualcosa che alcuni animali, evidentemente, hanno già capito.

lunedì 5 marzo 2012

Con la coscienza a posto


Stato di veglia e consapevolezza. È in questi termini che va affrontato il difficile compito di chiarire se un cervello sia o meno in stato vegetativo. Poiché un cervello può essere sveglio, ma non consapevole, così come sveglio e consapevole, oppure né sveglio e né consapevole. Parlare di semi-incoscienza rischia, dunque, di essere fuorviante, partendo dal presupposto che ancora oggi non si ha un quadro preciso del concetto di “coscienza”. Detto ciò si è visto che alcune persone definite in stato vegetativo – vale a dire sveglie ma non consapevoli - sono in realtà parzialmente consapevoli. È un dato di notevole importanza, tenuto conto del fatto che costoro hanno, almeno in teoria, molte più chance di ripresa rispetto agli altri. Oggi per verificare lo stato di coscienza di un individuo ci si avvale di due opportunità. La prima è quella di rivolgere banalmente al paziente traumatizzato delle domande: se il malato risponde è evidente che la sua coscienza è integra. In caso contrario è necessario approfondire la diagnosi usufruendo di un macchinario specifico: la risonanza magnetica. È uno strumento in grado di “fotografare” il cervello per capire se e come funziona. Il problema principale è riferito alla sua scarsa maneggevolezza e al suo alto costo. «Quasi tutti gli ospedali la posseggono», rivela Stefano Cappa, professore di neuropsicologia presso l'Università Vita Salute del San Raffaele di Milano, «ma il vero problema è riuscire a interpretare correttamente i dati provenienti dalle analisi. Sono tutt'altro che semplici da decifrare, necessitano di un'adeguata competenza, molto più approfondita di quella richiesta, per esempio, dallo studio di un ginocchio». Ora, però, si sta facendo largo un nuovo mezzo, molto semplice da utilizzare e potenzialmente in grado di dare buone risposte sull'attività cerebrale. È stato approntato dai tecnici del Coma Science Group dell'Università di Liegi, in collaborazione con i ricercatori della London University of Western Ontario e della Cambridge University; e si basa sul fatto che, se un paziente non risponde alle domande, potrebbe non essere per incoscienza, ma perché le lesioni subite non gli consentono di parlare o esprimersi gestualmente. «Nel nostro nuovo test, chiediamo ai pazienti di muovere la mano o il piede, ma non ci affidiamo più alla risposta muscolare», si legge sull'ultimo numero della rivista The Lancet, «misuriamo direttamente l'attività della corteccia motoria usando l'elettroencefalografia (EEG), un metodo più economico, utilizzabile in tutti i centri ospedalieri». 


Ma come si è arrivati a stabilire che alcune persone in stato vegetativo sono in realtà parzialmente coscienti? Uno degli studi più interessanti è stato da poco diffuso dalle pagine del New England Journal of Medicine. Si riferisce a una serie di test compiuti su 54 persone vittime di lesioni cerebrali traumatiche, meningiti, encefaliti o danni per per anossia, 23 in stato vegetativo e 31 in uno stato giudicato di “minima coscienza”. La risonanza magnetica ha consentito di scoprire che quattro pazienti in coma vegetativo erano in realtà parzialmente consapevoli. Un caso particolare ha destato l'attenzione dei medici: quello di un ragazzo di 22 anni che in seguito a un incidente era stato dichiarato in stato vegetativo. In realtà s'è visto che poteva confermare il nome del padre e rispondere a cinque domande corrette su sei. L'iter seguito, invece, dagli studiosi belgi e angloamericani per comprendere la potenzialità dell'elettroencefalografia, ha coinvolto sedici pazienti in coma vegetativo e dodici soggetti sani. È emerso che tre (il 19%) dei sedici ammalati presentava una risposta positiva al test, provando che lo stato mentale era diverso da quello sospettato e che il nuovo protocollo di intervento, quindi, poteva essere giudicato attendibile. «In molti casi lo stato vegetativo è mal diagnosticato», raccontano gli scienziati sulla prestigiosa rivista medica. «Con ciò proponiamo un innovativo mezzo che consenta di analizzare il vero stato mentale dei pazienti con gravi traumi cerebrali». Nonostante questo importante traguardo, però, gli scienziati invitano alla cautela. Non tutte le persone in coma vegetativo possono essere ritenute semi-consapevoli e alcune non lo diverranno mai. Ciò si verifica solo in una minima percentuale di casi, e più che altro si riferisce a chi ha subito lesioni cerebrali traumatiche. Lo stesso, pertanto, non accade in chi ha accusato stati di anossia. «Il problema è, dunque, quello di non alimentare false speranze nei pazienti giudicati in coma vegetativo», spiega Cappa. «Il traguardo ottenuto dai belgi e dagli angloamericani è sicuramente interessante, ma più che un punto di arrivo, intende essere un punto di partenza. Da qui, infatti, si potrà partire per capire al meglio la fisiologia di cervelli gravemente compromessi». Il risultato ottenuto riporta, in ogni caso, l'attenzione su uno dei misteri più grandi della neurologia umana: la coscienza.  Con lo stato vegetativo si parla, dunque, di incoscienza, ma di fatto, ancora nessuno è stato in grado di definire il vero significato di questo termine, né il punto in cui la coscienza possa trovarsi. Un piccolo aiuto, però, viene da una ricerca pubblicata recentemente sul New Scientist, dalla quale emerge che non esisterebbe un solo punto dell'area cerebrale preposto ad accoglierla, bensì l'intero cervello coopererebbe per conferirle un'identità. 


Il neuroscienziato Raphaël Gaillard dell'INSERM di Gif sur Yvette, in Francia, ha condotto i suoi studi su dieci pazienti malati di epilessia, resistenti ai farmaci, e per questo in trattamento con 176 elettrodi impiantati nel cervello. Con un monitor ha mostrato una serie di parole “mascherate” e non mascherate - emotivamente disturbanti come “uccidere” o neutre come “cugino” - misurando contemporaneamente i cambiamenti dell'attività cerebrale e il livello di consapevolezza della visione di tali lemmi. In questo modo è stato possibile risalire a quattro risposte elettrofisiologiche fra loro convergenti e complementari, innescatesi 300 millisecondi dopo la percezione dello stimolo. S'è, dunque, verificato che un'informazione proveniente dall'esterno diviene cosciente nel momento in cui entra in gioco un'intera area neuronale, riconducibile alla corteccia visiva primaria, e non un solo punto del cervello. Inoltre s'è riscontrata una spiccata reciprocità fra diversi angoli cerebrali: per esempio è emerso che l'attività del lobo occipitale può causare l'attività nel lobo frontale. «Questo lavoro suggerisce che una più matura concezione del processo di coscienza dovrebbe considerare, invece di un unico marcatore, uno schema di attivazione distribuito e coerente dell'attività cerebrale», spiega Lionel Naccache, neurofisiologo presso l'Hospital Pitié-Salpetriére. È il risultato che in molti si aspettavano, riflettendo sul fatto che la coscienza non può essere circoscritta a un ambito specifico della massa cerebrale, ma va colta in un contesto molto più ampio che abbraccia diversi distretti dell'organo cerebrale. La coscienza, pertanto, non ha una sede. «È più una questione di dinamica, per nulla assimilabile a un' attività locale», dice Gaillard, spalleggiato dal collega Barnard J. Baars dell'Istituto di Neuroscienze di San Diego, in California, che da sempre cavalca questa tesi. «Sono entusiasta di questi risultati», ha felicemente rivelato, «perché offrono la prima prova diretta di una teoria che considero da molti anni». In realtà questa opinione non è condivisa da tutti gli scienziati. Il biologo Christof Koch, del California Institute of Technology, per esempio, parla dell'“alta specificità di certe aree” cerebrali, riferendosi al fatto che, per esempio, in seguito a determinati traumi, alcune persone non sono più in grado di versarsi il tè, attraversare la strada, o dare un significato corretto agli oggetti distribuiti nello spazio. Ascrive, pertanto, la “sua” coscienza ad aree ben precise del cervello come corteccia e talamo. Benché, in ultima analisi, arrivi a sostenere che, per una completa funzionalità della stessa, si debba ricorrere a un'«integrazione delle regioni disseminate nel cervello». Sicché finisce col rimettersi in gioco e dare adito alla provocazione del traduttore Silvio Ferraresi che, presentando un libro di Koch, è arrivato a supporre che in fondo le due famiglie di pensiero, potrebbero essere molto più simili di quanto non si creda: partono da presupposti diversi, per giungere allo stesso risultato.

martedì 25 ottobre 2011

BORN TO RUN

Homo abilis
È lo stesso titolo di uno dei migliori dischi di Bruce Springsteen, Born To Run. Un divertente excursus nel mondo del running per sottolineare una verità assoluta: l'uomo è nato per correre. Il riferimento è a un libro uscito in USA due anni fa, scritto da Christopher McDougall, giornalista corrispondente della Associated Press. L'autore si concentra su vari aspetti della corsa sentenziando un primo dogma che sconcerta: “the best shoes are the worst”, ossia “le scarpe migliori sono le peggiori”. Per arrivare a queste conclusioni McDougall si riferisce innanzitutto ai tarahumara, popolazione messicana del Chihuahua, per la quale la corsa rappresenta una realtà quotidiana come lo è per noi andare in ufficio in metrò. Oggi ne rimangono circa 50mla, dediti a uno stile di vita tradizionale, basato sulla coltivazione del mais e dei fagioli e sull'allevamento. Ma si sofferma anche sull'anatomia del piede, per spiegare che all'interno di una scarpa il piede soffre, essendo “nato” per tastare la terra, per appoggiare la pianta su un substrato terroso o erboso. Incapsulato anche nella migliore scarpa da ginnastica del mondo, rischia di compromettere l'attività del tallone e quella delle ginocchia; inoltre i tendini si irrigidiscono e perdono la loro autonomia, così indispensabile per una buona e corretta deambulazione. L'arco del piede è composto da 26 ossa, 33 articolazioni, 12 tendini elastici e 18 estendibili muscoli. Ritrovati geniali dell'evoluzione che se non possono svolgere i compiti per i quali sono stati predisposti, possono creare problemi fisici anche gravi. La tesi del “correre a piedi nudi” è sposata anche dagli scienziati dell'Harvard University che hanno condotto uno studio per dimostrare l'aspetto salutare del “running scalzo”: la scarpa impedisce il movimento naturale del piede e non consente le migliori performance podistiche. Irene Davis dell'American College of Sports Medicine è dello stesso avviso: poggiando il metatarso al suolo si fa meno forza, e si hanno, quindi, meno ripercussioni negative sull'intero organismo. Ne beneficia anche l'apparato respiratorio poiché s'è visto che chi corre a piedi nudi utilizza il 4% in meno di ossigeno, rispetto a chi si muove indossando un paio di scarpe. Con ogni tipo di calzatura immaginabile il piede si impigrisce, invecchia prima, si indebolisce; inevitabilmente aprendo le porte a un maggior numero di infortuni. C'è poi una buona componente psicologica, se si tiene conto del fatto che per molti corridori la corsa a piedi scalzi è, in pratica, come un ritorno alle origini dell'evoluzione umana, considerando che i nostri progenitori non sapevano neanche cosa fosse una calzatura. «In quanto corridori ci muoviamo in stretta connessione con la catena infinita della storia», dice Jim Fixx nel suo Complete Book of Running. «Apprendiamo cosa avremmo provato se fossimo vissuti diecimila anni fa e avessimo mantenuto in buono stato cuore, polmoni e muscoli. Ci accertiamo della nostra parentela con gli uomini primitivi, una cosa che raramente riesce all'uomo moderno». 

L'evoluzione scheletrica

Ma quando e come l'uomo ha iniziato a correre a piedi scalzi? Per rispondere a questa domanda è necessario compiere un viaggio indietro di qualche milione di anni, con il consolidamento delle prime forme australopitecine, i diretti antenati dell'uomo, già ben diversificati dall'universo primate delle scimmie. Siamo fra i tre e i sei milioni di anni fa, in un periodo compreso fra il tardo miocene e il pliocene medio. In questo contesto si sviluppano forme arcaiche di Australopithecus che già possiedono caratteristiche legate all'andatura bipede. Più avanti compaiono l'Ardipithecus ramidus e l'Australopithecus anamensis con un foramen magnun (foro occipitale) decisamente più avanzato delle antropomorfe – prerogativa fondamentale per poter camminare dritti - e una tibia esplicitamente predisposta al bipedismo. Ma gli antropologi sono convinti che non sia stata l'affermazione dell'andatura bipede a consentire all'uomo lo sprint evolutivo all'uomo, bensì la corsa: la corsa, appunto, a piedi nudi. Per arrivare a ciò sono, però, stati necessari cambiamenti anatomici fondamentali, compresi una progressiva riduzione del prognatismo e della lunghezza degli avambracci, e il passaggio dell'alluce da un'azione prensile a una funzione di propulsione: «Importantissimi sono gli adattamenti a livello del piede», rivela Niccolò Mazzucco del magazine Anthropos, «che per sopportare l'impatto e i traumi sollecitati dalla deambulazione e dalla corsa deve presentare una struttura robusta e allo stesso tempo elastica». Il passaggio cruciale dalla camminata alla corsa avviene in corrispondenza del graduale passaggio da una dieta tipicamente vegetale a quella animale. Le piante, per natura, non si muovono, non serve rincorrerle per procacciarle, gli animali, al contrario, si spostano più o meno velocemente ed è quindi necessario adottare delle tecniche maggiormente raffinate per poterli catturare. Da un punto di vista energetico passare dalla dieta vegetariana a quella carnivora è senz'altro vantaggioso, tuttavia è maggiore anche l'impegno richiesto per supportare questo stile di vita. «Gli animali da preda sono mobili, circospetti, si mimetizzano, mordono e scalciano», prosegue Mazzucco. «Ma l'uomo, alla fine, si adatta a questo nuovo tipo di alimentazione». Con ciò impara a costruire trappole e armi, incrementando l'attività cerebrale e dunque le dimensioni del cervello stesso. L'acquisizione definitiva di una dieta carnivora – confermata anche da un intestino più breve, tipico dei carnivori - e quindi della capacità di correre, si ha con l'Home ergaster. È un ominide vissuto probabilmente fra un milione e due milioni di anni fa, con un alto livello cognitivo e un cervello che sfiorava i 900 cc. I principali resti fossili provengono dal Kenya e sono stati individuati fra il 1975 e il 1984. In seguito la corsa si consolida, divenendo una prerogativa fondamentale dell'attività umana, passando dall'Homo erectus all'Homo rhodesiensis, per arrivare ai neandertaliani e all'Homo sapiens. «Ecco perché la corsa è inculcata nella nostra memoria collettiva», afferma l'antropologo sudafricano Louis Liebenberg. «Correre è il superpotere che ci rende umani». Mentre Bernd Heinrich della Vermont University sostiene che «continuiamo a essere corridori, perché nasciamo corridori». Oggi l'uomo s'è effettivamente trasformato in una macchina da corsa, grazie all'acquisizione di strutture anatomiche ultra efficienti, a partire dai tendini, vera e propria centrale energetica di riserva del corridore. Secondo gli specialisti ogni volta che si poggia il piede per terra, il tendine di Achille assorbe il 40% dell'energia che altrimenti andrebbe persa e la sprigiona nel passo successivo. Fondamentale anche la presenza di glutei molto potenti, in risposta all'equilibrio fornito dalla coda in molti animali. Il gluteo umano è rappresentato da tre muscoli, piccolo, medio e grande gluteo. Tutti e tre originano dall'anca e si inseriscono nella parte prossimale del femore. La predisposizione alla corsa, infine, è giustificata dall'efficienza dei muscoli del polpaccio, in particolare il soleo, determinante per la resistenza.
Prospettive future

lunedì 1 agosto 2011

Più intelligenti di così...


Più intelligenti di così non si può? È la domanda emersa da uno studio condotto da esperti dell'Università di Cambridge. Stando, infatti, alle conclusioni degli scienziati l'uomo ha raggiunto il suo apice evolutivo, oltre il quale – almeno intellettualmente parlando – non può più andare. Dalle forme australopitecine risalenti a oltre 3 milioni di anni fa, il cervello dell'uomo è andato continuamente aumentando di dimensioni, ma ora il processo è bloccato, anzi, potrebbe addirittura assumere l'andamento opposto. Il motivo? Dovremmo consumare troppa energia per aumentare ulteriormente la nostra intelligenza, cosa che non può avvenire perché occorrerebbe più “spazio in testa”. La tesi è curiosa ma lascia molti dubbi. In realtà s'è sempre pensato che in un modo o nell'altro l'evoluzione umana progredirà, senza sapere nei dettagli cosa potrà accadere e in che modo il cervello umano potrà differenziarsi da quello che è oggi. L'ennesima boutade scientifica? Forse. Ma intanto gli scienziati di Cambridge si assumono tutte le responsabilità del caso affermando che il nostro cervello, pur pesando solo il 2% del corpo, consuma il 20% dell'energia. È già troppo. «Per profonde capacità di deduzione serve molta energia al nostro cervello», rivela Simon Laughlin, professore di neurobiologia. «Deve quindi trovare collegamenti fra informazioni che vengono da fonti anche completamente diverse. Tutto ciò indica che c'è un limite alla quantità di notizia che possiamo elaborare». Anche la miniaturizzazione delle cellule neuronali e l'incremento delle connessioni fra le cellule del cervello, sarebbero arrivati al limite. Insomma non ci sono più margini di miglioramento. E adesso? Risponde Martijn van den Heuvel, docente di psichiatria del centro clinica di Utrecht: «Per aumentare il potere del cervello servirebbe, in effetti, un aumento di energia, tuttavia fare previsioni su un futuro remoto è rischioso, benché sia chiaro a tutti che ci sono forti limiti a un ulteriore sviluppo».