L’ipotesi di poter soddisfare il fabbisogno energetico di otto miliardi di persone parte proprio da esperimenti come questo: ottenere energia imitando quel che avviene da cinque miliardi di anni nel nostro Sole. Riferimento alla fusione nucleare, fenomeno fisico basato sulla possibilità di trasformare atomi leggeri di idrogeno in elio, leggermente più pesante, producendo calore. L’annuncio USA, ufficialmente previsto per oggi, è allettante, si parla di un sistema innovativo per ricavare energia: il laser. Il cosiddetto “sconfinamento inerziale” riguarda 192 raggi laser indirizzati su componenti di materia destinati a fondersi fra loro producendo energia. Vuol dire predisporre un piano per creare megajoule (unità di misura dell’energia) in modo illimitato, senza interferire gravemente con l’ambiente. Quando? Difficile fare una previsione certa, dipende da molti aspetti, ottimisticamente in una trentina d’anni. Il primo dato utile è già stato confermato. E fa riferimento a un test che ha fornito più energia di quella impiegata per produrla, evitando emissioni di carbonio: 2,1 megajoule consumati, a fronte dei 2,4 - 3 megajoule guadagnati. Il risultato è frutto del lungo lavoro effettuato dalla National Ignition Facility presso il Lawarence Livermore National Laboratory, in California. Perché è meglio della fissione nucleare? Per vari motivi. Innanzitutto la materia prima. Nella fissione si utilizzano elementi pesanti come l’uranio, difficili da reperire. Nella fusione si parla di isotopi di idrogeno, l’elemento più abbondante dell’universo, come il deuterio e il trizio; si differenziano solo per il numero di neutroni (uno per il deuterio, due per il trizio) e sono entrambi molto più facili da impiegare in campo industriale. Altro punto a favore della fusione, le scorie. In quest’ultimo processo fisico quelle prodotte sono inferiori a quelle derivanti dalle radiazioni della fissione, e possono essere gestite con maggiore efficacia. Di fatto, il problema centrale oggi, riferito alla fissione nucleare, è l’oggettiva impossibilità di stoccare i detriti in modo davvero redditizio. I depositi geologici prevedono l’accumulo di scorie radioattive a grandi profondità, all’interno di strati litologici composti da argille e salgemma, ma sono palliativi. In termini ambientali significa comunque interferire negativamente con il pianeta, senza contare il dinamismo terrestre figlio della tettonica a zolle, che in un futuro lontano potrebbe risputare tutto in superficie. L’uomo si sarà già estinto, ma potrebbero esserci ancora specie ben felici di fare a meno della quotidiana dose di plutonio. Promesse per il futuro? Dalla conferenza stampa di oggi dovremmo saperne di più, ma la fusione nucleare potrebbe rappresentare l’unica soluzione in grado di andare incontro a una specie in continuo sviluppo, crescita demografica e richieste assillanti di energia. Stiamo lavorando su più fronti e non è solo il laser a promettere la fusione nucleare. Recentemente sono stati ottenuti importanti risultati al Joint European Torus (JET), il più grande reattore al mondo per questo tipo di test, perso fra le campagne che circondano le strade fra Londra e Bristol. Basa la sua azione su un marchingegno altamente sofisticato appannaggio degli studi di fisica più avanzati testati proprio al JET: il tokamak. Potenti magneti superconduttori in grado di confinare e controllare reazioni chimiche ad altissima potenza, e con temperature superiori a quelle registrate nel nucleo stellare. Gioco forza fra temperature di milioni di gradi e lo zero assoluto. Anche per questo motivo, il risultato ottenuto al Lawarence Livermore National Laboratory, potrebbe offrire qualche garanzia in più.
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mercoledì 14 dicembre 2022
lunedì 10 luglio 2017
Alla scoperta di Xi, la nuova particella subatomica
La visione antropocentrica con cui approcciamo qualunque analisi filosofica o scientifica determina una visione distorta della realtà, e ci impedisce di dare il giusto valore alle cose che ci circondano. È il motivo per cui di fronte alla scoperta dell’ennesima particella subatomica gran parte di noi resta sostanzialmente indifferente; ma non i fisici e chi mastica scienza tutti i giorni che invece sollazzano come se avessero vinto il più ricco premio della lotteria. E dunque è proprio a questa categoria di persone che dovremmo guardare con passione, perché è grazie ai loro studi che ogni giorno ci avviciniamo sempre più alla verità, all’intimità, all’essenza che permea tutto l’universo. Per anni abbiamo inseguito il paradigma del bosone di Higgs, la particella di Dio, teorizzata nel 1964, ma “toccata” con mano solo nel 2013. E oggi, dunque, siamo a un nuovo eclatante capitolo: la scoperta della particella Xi. Era nell’aria e finalmente, al Large Hadron Collider (Lch) di Ginevra, il più grande acceleratore di particelle del mondo, il sospirato traguardo. Di che cosa stiamo parlando?
Appunto, di una particella subatomica. Ce ne sono molte; un tempo erano solo elettroni, protoni e neutroni. Oggi è quasi difficile stimare il numero esatto. E non sempre concernano le caratteristiche tipiche della materia, ossia la massa di un atomo. I neutrini, con la loro massa infinitesimale (inferiore perfino a quella di un elettrone) sono un esempio. Ma sembra di essere sempre all’inizio. Se ne scopre una e contemporaneamente si realizza che ce ne possono essere altre; come un’infinita danza di matrioske. La nuova particella presenta le seguenti caratteristiche: una grossa massa (oltre 3.600 Mev, quasi quattro volte quella del protone); una potente carica elettrica positiva; un’instabilità tale da non permetterle di vivere per più di un millesimo di miliardesimo di secondo; e un cuore formato da due quark pesanti (quark charm), che probabilmente funzionano come un sistema di stelle doppie. E sono proprio i quark a fare sussultare gli scienziati, perché mai prima d’ora era stata individuata una particella caratterizzata da due “pesi massimi” di questo tipo. Giustificano, di fatto, l’esistenza di neutroni e protoni, ma solo se rappresentati da masse leggere. Qui, invece, si parla di due quark pesanti, che probabilmente ebbero grande risonanza durante la nascita dell’universo (Big Bang); e che oggi sono relegati all’interazione fra particelle in un acceleratore, o nel punto di contatto fra i raggi cosmici e l’atmosfera.
La notizia è stata divulgata dalla prestigiosa rivista Physical Review Letters e promette di approfondire ulteriormente la caccia all’essenza del creato. A proposito sappiamo pochissimo. La materia oscura suggerisce che ancora non sappiamo quale sia il reale valore di ciò che ci circonda; e l’energia oscura indica che l’universo si sta costantemente espandendo senza una spiegazione tangibile. I dati in nostro possesso sono deplorevoli. Del 4,9% della materia abbiamo una idea vaga; ma brancoliamo nel buio per ciò che riguarda il 26,8% della materia oscura, e il 68,3% dell’energia oscura. Come si può notare, i grandi progressi della fisica sono solo all’inizio. E la particella Xi vuole aiutarci proprio in questo. In particolare nel campo della ricerca delle quattro forze fondamentali che tengono in vita l’universo. La Xi potrebbe dare interessanti ragguagli sulla forza nucleare forte che permette la formazione degli atomi; e senza la quale i protoni e i neutroni non potrebbero esistere.
mercoledì 7 giugno 2017
I Signori degli anelli
Un tuffo nei
misteriosi anelli di Saturno, a 124mila km/h. La sonda Cassini è riuscita
nell'intento di penetrare la coltre di polveri e detriti che circonda uno dei
più spettacolari pianeti del sistema solare, per fare luce sulla loro natura.
E' la sua ultima missione: il 15 settembre 2017 compierà, infatti, un viaggio
di non ritorno verso il cuore del corpo celeste, dopo venti anni di onorata
carriera. Le foto che ha spedito parlano di un'atmosfera saturniana più calda
del previsto e di un gigantesco uragano in corrispondenza del polo nord del
pianeta, dove soffiano venti ad altissima velocità. La missione permette,
dunque, di riconsiderare la storia e le caratteristiche degli anelli planetari.
Di cosa si tratta? Sono polveri, detriti, cristalli di ghiaccio, massi, che
orbitano intorno a un pianeta, proprio come fa un satellite soggetto alle leggi
kepleriane. Si pensa che siano appannaggio di Saturno, ma non è così. Senza
dubbio a ridosso del sesto pianeta del sistema solare risultano particolarmente
visibili, tuttavia sono una prerogativa anche degli altri giganti gassosi:
Giove, Urano e Nettuno. E da poco si ipotizza che possano rappresentare anche
lune e asteroidi. Uno studio pubblicato nel 2008 da Geraint Jones,
dell'University College di Londra, a capo del team che coordina le operazioni
di Cassini, racconta di Rhea, un satellite di Saturno, di appena 1.500
chilometri di diametro; intorno al quale orbiterebbero detriti e polveri, a
circa 6mila km dal cuore della luna saturniana. Così accadrebbe in prossimità
di Chariklo, fra i più importanti dei Centauri, asteroidi che danzano intorno a
Giove e Saturno; un tempo comete, ma oggi potenzialmente caratterizzati da
sottili anelli di materiale roccioso.
Che siano
pianeti, satelliti o asteroidi, la formazione di anelli parrebbe dovuta a due
fenomeni: la collisione fra oggetti del sistema solare o la distruzione di un
corpo celeste dovuta al superamento del cosiddetto "limite di Roche".
Il primo caso si riferisce all'impatto fra due corpi celesti. La storia dell'astronomia
è ricca di eventi di questo tipo. La Luna potrebbe essersi generata in questo
modo, e anche l'asse tanto inclinato di Urano (di 98 gradi, contro i 23 gradi
terrestri) potrebbe derivare da uno scontro fra titani cosmici. Se, però, non
si genera un satellite e non si instaura un piano di rotazione anomalo, l'urto
potrebbe determinare la nascita dei caratteristici anelli che seguono un'orbita
precisa, obbedendo alla forza di gravità. Un oggetto qualunque proveniente dai
confini del sistema solare può impattare sulla superficie di un normale corpo celeste;
e il risultato può essere la disintegrazione dell'oggetto più piccolo che, ridotto
in frammenti, finisce per essere catturato dal campo gravitazionale del corpo di
dimensioni maggiori, trasformandosi in uno o più anelli. Il limite di Roche,
invece, prende il nome dallo scienziato Edouard Albert Roche, nato a
Montpellier il 17 ottobre 1820. Si occupò di Saturno e il suo lavoro è ancora
oggi ricordato per le conclusioni relative al mistero degli anelli saturniani.
Indicò un limite chilometrico oltre il quale un satellite non è più in grado di
mantenere la sua stabilità. Pensiamo alla Luna. Se il suo piano orbitale
dovesse abbassarsi sempre più, finirebbe per essere "triturata" dalla
gravità terrestre; significa che le forze di coesione (che tengono insieme gli
elementi di un corpo) verrebbero meno, a vantaggio di quella gravitazionale (o
meglio, delle "forze di marea", effetto secondario della forza di
gravità). Si presume che sarà quello che accadrà a Phobos, satellite di Marte,
fra cinquanta milioni di anni.
Dunque, gli
anelli di Saturno e degli altri pianeti gassosi potrebbero derivare dal
disequilibrio fra forze differenti, che alla fine impedirebbero a una luna di
continuare a girare intorno a un pianeta o addirittura ne comprometterebbero
fin dall'inizio la sua formazione. Oltre il limite di Roche, invece, le
condizioni consentono ai detriti di compattarsi e formare un satellite; così si
sono formati la Luna (distante dalla Terra 384mila chilometri), Europa, Io,
Ganimede, Titano. Il limite di Roche varia pertanto da pianeta a pianeta. Giove
lo possiede a 175mila chilometri di distanza dalla superficie; Nettuno a
59mila. Altra particolarità: in prossimità degli anelli possono presentarsi dei
"satelliti pastore", strettamente legati alla sopravvivenza degli
anelli planetari; interferiscono con essi a livello gravitazionale e consentono
la formazione di spazi chilometrici fra uno strato detritico e l'altro.
Prometeo e Pandora sono due esempi, in corrispondenza dell'anello più esterno
di Saturno, spesso non più di cento chilometri. Entrambi scoperti nel 1980
dalla sonda Voyager, presentano una forma schiacciata e una superficie porosa,
e ogni quindici ore si avvicinano o allontanano dalle polveri. Lo stesso
fenomeno è riscontrabile su Giove e Urano con i satelliti pastore Metis,
Adrastea, Cordelia e Ofelia. Cambia tutto però se si considera uno degli enigmi
più intriganti dell'astronomia: le stelle doppie. Sono corpi celesti che
brillano di luce propria e che, in pratica, orbitano uno intorno all'altro. In
questo caso non sussiste un vero limite di Roche poiché le masse dei due soli
possono fondersi fra loro, scambiandosi parti di materia.
Occhio
alla cometa
Altrettanto
affascinanti sono le comete, oggetti spaziali che girano intorno al sole
compiendo tragitti fortemente ellittici. Ed è questo un periodo dell'anno
propizio per la loro osservazione. Ad aprile è arrivata la cometa
41P/Tuttle-Giacoini-Kresak e nella prima settimana di giugno sarà la volta
della Johnson C/2015V2. Quest'ultima potrà essere vista fino a luglio anche
dall'Italia con un semplice binocolo, e sarà riconoscibile per il colore verde
brillante che contraddistingue la sua scia. Si muove a 120 milioni di
chilometri dalla Terra e il 12 giugno sarà alla minima distanza dal sole (a 245
milioni di chilometri).
Il
respiro della cometa
Anche questi
corpi celesti hanno un loro modo di "respirare". In certe situazioni,
infatti, emettono ossigeno, elemento strettamente legato al metabolismo degli
organismi aerobi. Si è visto che transitando vicini al sole liberano vapore
acqueo che, sottoposto all'azione dei raggi ultravioletti, si trasforma in
atomi carichi elettricamente (ioni). Contemporaneamente il vento solare (lo
stesso che genera le aurore boreali) interagisce con l'ossigeno dell'acqua allo
stato gassoso, consentendole di legarsi a un altro elemento con lo stesso
numero di elettroni e protoni, generando una molecola di ossigeno biatomico. La
stessa prodotta dal meccanismo della fotosintesi clorofilliana che consente la
vita sulla Terra da 3,5 miliardi di anni.
Il
pianeta bollente
Nel frattempo
non si placa la rincorsa al pianeta extrasolare più bizzarro. L'ultimo è un
corpo che ruota intorno alla sua stella ogni due giorni; un astro relativamente
giovane, di "appena" 1,3 miliardi di anni. E' un pianeta bollente,
per via della straordinaria vicinanza alla stella, battezzato
WASP-167b/KELT-13b e di dimensioni poco superiori a quelle di Giove. La
scoperta è avvenuta grazie agli studiosi della Keele University di Newcastle al
lavoro presso il South African Astronomical Observatory. Si è giunti alla sua
individuazione tramite la consueta "analisi del transito", basata
sull'osservazione indiretta del pianeta che provoca piccole eclissi facilmente
perscrutabili dai nostri telescopi.
giovedì 23 marzo 2017
L'origine degli etruschi
Un popolo
misterioso, che ha contribuito alla storia culturale e artistica dell'Italia.
Sono gli Etruschi, dei quali si continua a parlare senza sapere quale sia la
loro vera origine. Erodoto sosteneva che provenissero da est; dalla Turchia; forse
dalle coste di Smirne. Da qui avrebbero navigato per il Mediterraneo, passando
per le isole greche, per la Sicilia, e poi approdando in centro Italia, dove
vivevano popolazioni autoctone come gli Umbri; descritti da Plinio il Vecchio
come una delle etnie più antiche dello Stivale. Per altri autori non sono
anatolici ma greci, che abitavano l'Arcadia, storica regione ellenica,
sfiorando i confini con la Tracia. Qual è la verità? Di certo la loro arte, gli
usi e i costumi che li contraddistinsero, rimandano a una cultura orientale,
che ebbe contatti con quella greca. Oggi il rebus, grazie all'impegno di un team
di studiosi italiani, parrebbe vicino alla soluzione; tramite l'ingegneria
genetica. Il riferimento è agli abitanti della Toscana e ai bovini domestici
che vengono allevati nel centro Italia da duemila anni. Gli esperti hanno messo
in luce una curiosa circostanza: sia i toscani che i bovidi appartenenti alle
razze Chianina e Maremmana, presenterebbero tratti in comune con i genomi
mediorientali. Le analisi cromosomiche - oggi sempre più raffinate e precise - permettono
infatti di evidenziare la variabilità genetica delle specie prese in esame; delineata
da "marcatori" (differenze a livello di singoli geni) che indicano
mutazioni accorse nel tempo in una popolazione, sulla base dei suoi spostamenti
geografici. Che cosa è emerso?
La razza
Chianina e quella Maremmana sono contraddistinte da un corredo genetico molto
più variabile rispetto a quello delle altre razze italiane, più omogenee.
Dimostra che gli antenati di questi animali potrebbero avere viaggiato più
degli altri bovidi, mutando maggiormente e adattandosi di volta in volta al
nuovo ambiente conquistato. Lo stesso accade con i toscani. Il loro Dna è più
eterogeneo. Un paio di anni fa dei genetisti di Torino l'hanno ufficializzato:
il Dna dei toscani è simile a quello dei turchi. Murlo è il piccolo centro che
fu preso d'esempio, selezionando quasi cento persone, da generazioni presenti
nel territorio senese. Dunque, è accettabile supporre che secoli or sono,
animali e uomini, possano avere viaggiato insieme da est alla conquista
dell'Italia centrale. Da dove esattamente? Dalla Turchia, via mare, se è vera
la tesi di Erodoto; dalla Grecia, via terra, se è attendibile quella degli
altri storici. Ma il discorso, alla fine, non cambia. E il riferimento,
appunto, è al movimento di antiche popolazioni umane, in compagnia dei loro
animali allevati per la prima volta 8mila anni prima di Cristo. E', peraltro, a
ridosso dell'Anatolia che sono avvenuti i primi addomesticamenti. Il Bos taurus
primigenius è l'antenato selvatico di tutte le mucche presenti oggi sulla
Terra, che viveva nel Caucaso meridionale e in Mesopotamia. In Iran, in
particolare, presso i Monti Zagros, sono state rinvenute tracce di queste prime
relazioni "simbiotiche" fra uomo e animali. Di poco precedenti la
domesticazione della capra, della pecora e del maiale; mentre il cavallo verrà
allevato per la prima volta in Kazakistan 6mila anni fa.
Marco
Pellecchia, dell'Università Cattolica di Piacenza, spiega che si è giunti a
questi risultati grazie all'impiego della tecnica genetica approntata per la
prima volta da Kary Mullis nel 1968; il brillante e controverso professore
dell'Università della California di Berkeley, vincitore del premio Nobel per la
chimica nel 1993, ed ex cultore dell'Lsd. Assumendo l'acido lisergico, Mullis
stesso ritiene di avere messo a punto la cosiddetta "Reazione a catena
della polimerasi" (PCR, dall'inglese "Polymerase Chain Reaction");
grazie alla quale, da una ventina d'anni a questa parte, vengono risolti molti
crimini. Con essa è infatti possibile amplificare piccoli frammenti di Dna per
poterli studiare nei dettagli, evidenziando i tratti soggetti a mutazioni.
Partendo dal presupposto che esistono due tipi di Dna: quello nucleare e quello
mitocondriale. Nel secondo caso è più facile condurre gli esperimenti, perché è
presente in piccole quantità in organuli tipici della cellula, detti
mitocondri, normalmente legati all'attività respiratoria. Il Dna mitocondriale
è attivo in tutte le cellule; serve a produrre proteine specifiche, ma deriva
esclusivamente dal corredo genetico materno. Il motivo risiede nel fatto che,
durante l'incontro fra lo spermatozoo e la cellula uovo, i mitocondri del seme
maschile non riescono a penetrare il gamete femminile e perdono la loro
autonomia. E va precisato che il Dna mitocondriale è contraddistinto da un
maggior numero di mutazioni rispetto a quello nucleare, aspetto fondamentale da
tenere in considerazione se si vuole ricostruire correttamente il cammino di popolazioni
sfuggenti come gli Etruschi.
Una
civiltà al femminile
Il ruolo della
donna etrusca, infatti, era completamente diverso da quello delle civiltà
successive, compresa quella dei romani. L'elemento femminile godeva di grande
prestigio ed era molto valorizzato nella società. Le donne potevano possedere
beni e dare il proprio nome alla discendenza, senza dovere dipendere dal
maschio. Anche la morale era più permissiva e il sesso non era vissuto come
tabù; circostanza che portò i greci a diffamarli, introducendo nel proprio
vocabolario il termine "etrusca", per definire una prostituta. Le
cose cambieranno con l'influsso ricevuto dai popoli indoeuropei, in primis
Kurgan e Achei, caratterizzati da un'attitudine patriarcale; favorita da comportamenti
bellicosi e violenti, in antitesi alla grazia femminile.
L'insediamento
etrusco
Dove andare a
trovare tracce degli Etruschi? Per esempio a Forcello di Bagnolo San Vito. E'
il principiale insediamento etrusco-padano del VI sec. a.C., il più importante
rintracciabile a nord del Po. Fu abitato per circa duecento anni, fino
all'arrivo dei Celti in Italia settentrionale, nel 388 a.C. Il sito si trova a
pochi chilometri da Mantova, ed era circondato dalle acque del Mincio. Non a
caso. Il fiume, infatti, offriva risorse idriche e alimentari, e consentiva di
tenere lontani eventuali invasori. Forcello è di grande interesse anche perché
fino agli anni Settanta non se ne sapeva nulla. Gli scavi sono iniziati
ufficialmente fra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, e hanno portato
alla luce oggetti provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo, ma anche da
Golasecca, l'avamposto celtico più importante del periodo etrusco.
Lingua
e calendario
Il mistero degli
Etruschi trova conferma in una lingua mai compresa sufficientemente. I resti
indicano 13mila documenti epigrafici datati fra il VII e il I secolo a.C. che
rimandano a una cultura non indoeuropea. Ma non tutti la pensano così. Ci sono
studiosi convinti che sia riconducibile al luvio, idioma utilizzato dagli
Ittiti, in Anatolia. Si scriveva da destra a sinistra, come accadeva per molte altre
lingue diffuse nel Mediterraneo nell'antichità. Altrettanto ponderate le tesi
che assimilano l'etrusco al lidio, una lingua in voga nell'isola di Lemno,
sorta prima dell'epopea ellenica. Anche il calendario etrusco presenta delle
singolarità: l'anno iniziava a metà febbraio e il giorno veniva calcolato
seguendo i movimenti della luna.
martedì 28 febbraio 2017
Il vulcano alle porte di Roma
Ariccia, Nemi,
Valle Marciana, Albano. È qui che il terreno si sta alzando di un paio di
millimetri all'anno. Gli studiosi ritengono che il fenomeno possa essere dovuto
all'accumulo di magma nelle profondità della terra. Di cosa si tratta? Di
un'area geografica che, di solito, parlando di vulcani, non viene presa in
considerazione. Si discute, infatti, di Etna, che ha ripreso a brontolare pochi
giorni fa; Vesuvio, che tace dal 1944; e Stromboli, con un'attività esplosiva
che, di tanto in tanto, torna a farsi sentire; ma non di un complesso di coni
vulcanici situato a pochi chilometri da Roma. Eppure qualcosa di strano sta
succedendo a sud-est della capitale, in corrispondenza dei Colli Albani,
distretto vulcanico che ha emesso lava l'ultima volta 36mila anni fa. Una data
che, associata ai "rigonfiamenti" dei terreni limitrofi, induce gli
scienziati a interrogarsi su un'attività geologica che, pur non destando
preoccupazione (imminente), sollecita una vaga inquietudine. Perché gli studi
effettuati da un secolo a questa parte hanno permesso di evidenziare un ciclo
eruttivo periodico e preciso: ogni 36mila anni, circa, il vulcano ricomincia a
farsi sentire. Una storia che prosegue ininterrottamente da 600mila anni. E che
induce, appunto, i geologi a credere che ci sarà presto o tardi una nuova
eruzione. Quando? Impossibile dirlo, ma parrebbe inevitabile.
Le più antiche
eruzioni nella zona risalgono a quasi un milione di anni fa; ma il motore
magmatico dei Colli Albani si è ufficialmente acceso 600mila anni fa, con la
cosiddetta fase del Tuscolano-Artemisio. Domina la cultura acheuleana, con
reperti provenienti da Amiens, in Francia, che attestano la presenza dell'Homo
heidelbergensis, antenato dell'Uomo di Neanderthal. Le eruzioni proiettano in
aria quantità enormi di materiale piroclastico, che si accumula dove nel 753
a.C. nascerà la città eterna. Sono tufi e pozzolane di cui i romani si
serviranno per costruire le loro dimore. Ogni 30-45mila anni tutto tace, per
poi riprendere come se nulla fosse successo. Passano altri 57mila anni e si
entra nella fase delle Faete. Va da 400mila a 200mila anni fa. I vulcani
laziali sputano cenere e lapilli, imitando l'esplosività dello Stromboli. Cambiano
i connotati del paesaggio. Si alternano periodi glaciali e interglaciali. I
ghiacci dell'emisfero boreale arrivano a coprire mezza Europa: al posto delle
future Berlino e Amsterdam ci sono centinaia di metri di ghiaccio. Scompare
l'Homo erectus e si affermano i neandertaliani. Ma l'Europa del sud è in
controtendenza e al gelo del settentrione risponde con temperature
incandescenti. Una colata di lava arriva dove sorgeranno i confini di Roma e il
cammino dell'Appia, che verrà costruita proprio sul tracciato disegnato dal
magma. 200mila anni fa inizia a sputare fuoco il cratere di Ariccia; poi entrano
in azione quello di Nemi (150mila anni fa), al centro dei Colli Albani, e della
Valle Marciana (100mila anni fa).
Oggi, dunque, si
sta rimettendo tutto in moto e gli scienziati si interrogano sulle bizzarrie
geologiche di quest'area; che non è riconducibile ad altri fenomeni vulcanici
registrati nei millenni nel centro Italia. Qui, infatti, agiscono forze
"compressive" che in pratica cicatrizzano le fratture della roccia sottostante,
soffocando l'energia sprigionata dalle faglie e il magma proveniente dal
mantello; che a lungo andare, però, spinge contro la crosta terrestre
provocando nuove rotture, che predisporrebbero all'uscita della lava. Un'"inversione
di rotta" che, di fatto, confrontandoci con l'ultima fase dell'Olocene (la
subatlantica), è già avvenuta, su per giù 2mila anni fa; è dunque del tutto
plausibile che a pochi chilometri da Roma una camera magmatica si stia
riempiendo di nuovo materiale rovente, pronto a brillare in un futuro non
troppo lontano; forse fra decine o centinaia di anni, che in termini geologici
sono comunque inezie. Si parla infatti di ere per definire raggruppamenti
geocronologici che risalgono agli albori della Terra, e che presuppongono
cambiamenti geologici che non possono essere minimamente paragonati
all'esistenza media di un uomo.
E' presumibile
supporre che il problema riguarderà i nostri discendenti che, preparati
all'evento, avranno tutto il tempo per correre ai ripari. Anche a loro,
infatti, si penserà durante i lavori che permetteranno nei prossimi mesi di
mettere ulteriormente in luce quel che sta succedendo nel sottosuolo a sud est
della città eterna. Si vuole, infatti, valutare con precisione il motivo dei
rigonfiamenti del terreno nei dintorni di Roma; per poi, eventualmente
predisporre un monitoraggio costante che, a differenza di quel che accade in
sismologia, ci permetterà di prevedere con anticipo il prossimo patatrac
naturale.
Vulcani sottomarini
E c'è un altro vulcano che non viene mai menzionato: il Marsili. Anche perché nessuno lo può vedere. Il suo cratere, infatti, risiede quattrocento metri sotto la superficie del mar Tirreno. Ma anche in questo caso il riferimento è a un complesso vulcanico - il più grande d'Europa - che potrebbe riaccendersi. L'hanno dimostrato dei movimenti tellurici avvenuti in risposta ai recenti terremoti appenninici. Si sono, infatti, registrate scosse di magnitudo 3,2 a 4 chilometri di profondità. Non si prevedono eruzioni imminenti, tuttavia il vulcano viene tenuto sotto osservazione, perché un'eventuale fuoriuscita di magma, potrebbe provocare un potente tsunami che si abbatterebbe sulle coste dell'Italia sud occidentale.
Il vapore dell'Etna
Ben più noto è invece l'Etna che pochi giorni fa ha prodotto un insolito spettacolo: gli anelli di fumo, tecnicamente noti come "aureole di vapore". Il vapore viene espulso da piccole fenditure del vulcano, e inizia a vorticare muovendosi verso l'alto alla velocità di un chilometro all'ora. L'Etna erutta frequentemente e mostra un'attività costante da migliaia d'anni a questa parte. È caratterizzato da quattro crateri principali, tre dei quali si sono formati dal 1911 a oggi. Nel 1610 le eruzioni proseguirono imperterrite per dieci anni, con l'emissione di oltre un miliardo di metri cubi di lava. L'ultima grande eruzione risale al 14 dicembre 1991.
Sos Vesuvio
A fare più paura di tutti però rimane il Vesuvio. Recentemente l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha rivelato che se dovesse esplodere coinvolgerebbe con ceneri e lapilli un’ampia area del territorio campano. Si alzerebbe in cielo una colonna eruttiva di 15-20 chilometri che poi ricadrebbe al suolo impattando sulle infrastrutture, causando gravi difficoltà respiratorie e inquinamento delle acque. Altri danni sarebbero provocati dalle colate piroclastiche capaci di raggiungere i 100km/h e dalle colate di fango che si protrarrebbero anche dopo la fase eruttiva. C’è però già pronto un piano di evacuazione che riguarderebbe 25 comuni, per un totale di 672.514 abitanti.
Vulcani sottomarini
E c'è un altro vulcano che non viene mai menzionato: il Marsili. Anche perché nessuno lo può vedere. Il suo cratere, infatti, risiede quattrocento metri sotto la superficie del mar Tirreno. Ma anche in questo caso il riferimento è a un complesso vulcanico - il più grande d'Europa - che potrebbe riaccendersi. L'hanno dimostrato dei movimenti tellurici avvenuti in risposta ai recenti terremoti appenninici. Si sono, infatti, registrate scosse di magnitudo 3,2 a 4 chilometri di profondità. Non si prevedono eruzioni imminenti, tuttavia il vulcano viene tenuto sotto osservazione, perché un'eventuale fuoriuscita di magma, potrebbe provocare un potente tsunami che si abbatterebbe sulle coste dell'Italia sud occidentale.
Il vapore dell'Etna
Ben più noto è invece l'Etna che pochi giorni fa ha prodotto un insolito spettacolo: gli anelli di fumo, tecnicamente noti come "aureole di vapore". Il vapore viene espulso da piccole fenditure del vulcano, e inizia a vorticare muovendosi verso l'alto alla velocità di un chilometro all'ora. L'Etna erutta frequentemente e mostra un'attività costante da migliaia d'anni a questa parte. È caratterizzato da quattro crateri principali, tre dei quali si sono formati dal 1911 a oggi. Nel 1610 le eruzioni proseguirono imperterrite per dieci anni, con l'emissione di oltre un miliardo di metri cubi di lava. L'ultima grande eruzione risale al 14 dicembre 1991.
Sos Vesuvio
A fare più paura di tutti però rimane il Vesuvio. Recentemente l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha rivelato che se dovesse esplodere coinvolgerebbe con ceneri e lapilli un’ampia area del territorio campano. Si alzerebbe in cielo una colonna eruttiva di 15-20 chilometri che poi ricadrebbe al suolo impattando sulle infrastrutture, causando gravi difficoltà respiratorie e inquinamento delle acque. Altri danni sarebbero provocati dalle colate piroclastiche capaci di raggiungere i 100km/h e dalle colate di fango che si protrarrebbero anche dopo la fase eruttiva. C’è però già pronto un piano di evacuazione che riguarderebbe 25 comuni, per un totale di 672.514 abitanti.
venerdì 24 febbraio 2017
Il primo trapianto effettuato da un robot chirurgo
Sono fra gli
organi più delicati del nostro corpo che, pur ammalandosi, spesso, non danno
sintomi. Quando s'interviene, però, potrebbe essere troppo tardi e il rischio è
quello di dover periodicamente purificare il sangue attraverso la dialisi. Il
dolore, tuttavia, sa bene di averlo patito una 45enne torinese che, dopo avere
subito un inutile intervento chirurgico, ha scelto la strada, anche per i
medici, più adatta alla sua guarigione: l'espianto definitivo dell'organo. Solo
così ha, infatti, potuto eliminare definitivamente il male. Un'operazione unica
al mondo, perché per affrontarla gli specialisti hanno utilizzato un robot:
«Non di quelli che siamo soliti immaginare, riproducenti le fattezze di un
uomo», ci spiega Paolo Gontero, direttore dell'Urologia universitaria
dell'Ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, «ma un macchinario
altamente tecnologico che ci ha consentito di lavorare in un'area anatomica
molto sensibile, che i chirurghi avrebbero fatto fatica a gestire da soli». Insomma,
senza il robot non sarebbe stato possibile portare a termine il tradizionale
intervento di nefrectomia.
E il motivo risiede nella particolare anatomia della
signora: «I reni, infatti, risiedono nella zona lombare, in corrispondenza
della fine delle vertebre della schiena», continua Gontero, «ma la paziente ne
aveva uno dei due a ridosso dell'utero, in una posizione che le provocava gravi
e continui dolori». Un rene "diverso" non solo per la posizione, ma
anche per l'anatomia; presentava infatti tre arterie che lo irroravano, mentre
è un solo vaso afferente a entrare normalmente in gioco nella zona glomerulare
(la parte più importante del rene dove vengono filtrate le sostanze da
scartare). Tecnicamente in questi casi si parla di rene ectopico pelvico. Ma la
storia non finisce qui. Perché il destino del rene espiantato, che ha
finalmente ridato serenità a una 45enne torinese, era quello di finire gettato,
come accade con tutti gli altri materiali biologici provenienti dalle analisi
mediche o dalle operazioni chirurgiche.
E invece è stato riutilizzato per
restituire la salute a un uomo di 51 anni, da tempo afflitto da una nefropatia
che lo costringeva alla dialisi. Dalla donna, quindi, il rene è finito su un
tavolo della sala ospedaliera dove - anche grazie alla collaborazione di Luigi
Biancone, direttore del reparto di Nefrologia e Maurizio Merlo, chirurgo
vascolare - è stata appurata la sua perfetta funzionalità: «Sono passati
pochissimi istanti fra l'espianto e il trapianto», ci dice Gontero, «e il rene
era in ottimo stato; abbiamo chiuso le tre arterie per poi procedere con il
classico intervento di trapianto renale, con l'introduzione del nuovo organo
nella fossa iliaca del nefropatico».
E' la zona dell'addome nella quale,
secondo la prassi, vengono inseriti i reni trapiantati, in una sede diversa da
quella naturale, ma ideale per ridare la possibilità a un organismo di
depurarsi. Poi sono intervenuti altri medici per assicurare al rene trapiantato
il corretto "dialogo" con gli ureteri e la vescica. Il futuro? Il
robot tornerà presto a fare parlare di sé, essendo in dote all'ospedale
torinese da qualche anno, e impiegato regolarmente per interventi urologici di
varia natura, coinvolgendo non solo i reni ma anche la vescica e la prostata.
Battezzato non a caso Da Vinci (in onore del genio scientifico di Leonardo),
continuerà a lavorare grazie ai suoi quattro bracci hitech, tre dei quali
perfettamente tarati per maneggiare bisturi, forbici e strumenti
elettrochirurgici. Intanto l'equipe medica di Gontero si gode l'eccezionale
traguardo raggiunto: due pazienti di mezza età che stanno riprendendo a vivere
grazie al perfetto connubio fra uomo e tecnologia.
venerdì 20 gennaio 2017
La slavina del giorno dopo
L'impossibilità
di governare e prevedere la natura. E così la neve accompagnata da un
interminabile sciame sismico, ha reso il centro Italia un luogo invivibile.
Difficile intuire i prossimi fenomeni, benché si possa fare affidamento su una
stagione fredda che va verso la fine, portando con sé il rischio di nuove
precipitazioni che renderebbero ulteriormente complicata la situazione. Il
dibattito coinvolge geologi e meteorologi, in queste ore presi d'assalto per
capire come sia potuta accadere la tragedia dell'hotel ai piedi del Gran Sasso
e come si potranno scongiurare altri episodi del genere. Da una parte l'invito
a lasciare le case per fuggire al terremoto, dall'altra quello di rintanarsi
nelle proprie dimore in attesa che la neve si sciolga. Ma intanto incombe un
fenomeno sui cui nessuno aveva ancora concentrato l'attenzione: la slavina
provocata dai movimenti tellurici.
In
questo caso tutte le raccomandazioni non servono. E allora che fare? «Informare
correttamente e preventivamente», ci racconta Alessio Grosso, meteorologo di
Meteolive.it, «cosa che non è stata fatta in questi giorni». E' stato
sottovalutato il problema, e non si è dato modo agli abitanti del centro Italia
di correre ai ripari. Lo diciamo da almeno una settimana: ci sarà una
depressione che porterà nevicate abbondanti e temperature al di sotto dello
zero. Era necessario diffondere capillarmente la notizia nei telegiornali
nazionali, a ogni edizione, anche se non riguardava le grandi città. Su Roma e
Milano sarebbe stato diverso».
Si è
infatti verificato un fenomeno meteo spesso ricorrente e prevedibile sul medio
Adriatico: una corrente fredda proveniente da nord est che non lascia scampo,
che ha interagito con l'aria mite ed umida mediterranea. Con essa la neve è
assicurata. Gli esperti lo annunciavano da giorni. E così è stato. E' stata
risparmiata solo l'Emilia Romagna, ma le altre regioni, come previsto, sono
affondate nella neve, compreso l'hotel Rigopiano. «La tempesta perfetta»,
l'hanno soprannominata gli studiosi, ma che poteva essere gestita meglio.
L'hotel che è stato distrutto dalla slavina si trova in una zona strategica,
protetta da un bosco fitto, che contrasta la discesa della neve; ma non
l'energia sprigionata da faglie profonde dieci chilometri e in subbuglio da
mesi. Dunque era fondamentale valutare simultaneamente i due fenomeni naturali.
«Di
fronte a situazioni così particolari si può lavorare in un solo modo: liberare
anzitempo le strade di accesso ai luoghi più remoti, sommersi dalla neve; dando
modo agli abitanti di muoversi prima che il manto bianco sommerga tutto»,
continua Grosso; «in condizioni normali la neve poteva essere tenuta a bada
dagli alberi, ma non su un terreno costantemente attraversato da scosse
sismiche e contrassegnato da strutture turistiche risalenti agli anni Sessanta,
pur ristrutturate». Si è certi, peraltro, che la montagna vicina non abbia
avuto la possibilità di scaricare adeguatamente la tanta neve caduta; sfavorita
da un pendio non eccessivamente ripido, dove invece solitamente il
"ricambio" nevoso è quasi quotidiano e impedisce la formazione di una
spessa coltre nevosa. Insomma, tutto è andato per il peggio. E per evitarlo
sarebbe bastato muoversi in anticipo, anche con una migliore campagna di
informazione mediatica. E domani?
«Sappiamo
che cresceranno le temperature, ma anche che fra qualche giorno ci saranno
delle piogge», conclude Grosso. «Con esse potrebbero verificarsi due problemi
altrettanto rischiosi: le alluvioni lampo o le valanghe di neve fradicia, fra
le più pericolose». Nessun allarmismo, solo un monito a valutare attentamente
le bizzarrie del clima, per non rischiare di farci cogliere ancora una volta
impreparati.
La terra torna a tremare in centro Italia
Tre scosse superiori ai cinque gradi
della scala Richter, la più forte di magnitudo 5,5; di nuovo il centro Italia,
Amatrice (dove è crollato il campanile di Sant'Agostino), i paesi a cavallo fra
Lazio, Abruzzo e Marche; ma le scosse si sono fatte sentire anche a Roma,
Firenze e Napoli. E con la neve di questi giorni la situazione è drammatica. Il
cuore dell'Italia si spacca in due. Cosa sta succedendo? Perché dal 24 agosto 2016
si verificano continui terremoti? Gli Appennini stanno tremando. Per due
motivi. Un processo di stiramento legato a faglie che si stanno allontanando; e
un altro riguardante la spinta effettuata dalla placca africana, che incide su
quella euroasiatica, determinando un processo di subduzione, con distruzione di
nuova crosta.
«L’area interessata dai terremoti di
ieri fa parte di una zona sismica ben nota, caratterizzata da un’elevata
pericolosità e da eventi sismici occorsi anche in epoca storica», ci spiega
Fabio Bonali, ricercatore dell'Università di Milano. «Questi terremoti si
verificano a causa del regime tettonico distensivo che interessa l’Appennino
centrale, le cui sorgenti sismogenetiche raggiungono una lunghezza complessiva
di 20-30 chilometri, con direzione parallela alla catena montuosa e sono in
grado di generare terremoti con forte magnitudo».
Il dinamismo tellurico in queste aree è,
pertanto, costantemente attivo; e in effetti il timore è che il fenomeno
sismico non sia finito qui. Impossibile prevedere le nuove scosse, ma è
verosimile supporre che potranno essercene delle altre, anche d'intensità
elevata. La Protezione civile afferma che «la sequenza è la stessa del 24
agosto». Da quella data, infatti, ci sono state almeno 45mila scosse. Perlopiù
non percepite dall'uomo. Tuttavia vengono registrate dai sismografi e indicano,
appunto, una situazione geologica tutt'altro che risolta.
«E’ normale che dopo un forte evento
sismico seguano delle repliche», continua Bonali. «Il problema è che le repliche
possono talvolta essere di magnitudo maggiore rispetto alla prima scossa; proprio
perché il regime tettonico rimane invariato; ma possono essere legate alla
rottura di altre aree della stessa faglia o al riadattamento della crosta
terrestre che ha subito la deformazione sismica. In alcuni casi, peraltro, la
deformazione indotta da un terremoto può favorire la riattivazione di una faglia
vicina».
Anche l'ipocentro
e l'epicentro delle nuove scosse sono analoghi a quelli del terremoto di
agosto. Il primo riguarda l'area in cui viene sprigionata l'energia accumulata
in un particolare punto della crosta terrestre; il secondo indica uno dei luoghi
di arrivo delle onde sismiche: è qui che i movimenti ondulatori e sussultori provocano
i danni peggiori.
«La
distribuzione degli epicentri e degli ipocentri, localizzati dalla Rete Sismica
Nazionale dell’INGV, riguarda un’area geografica lunga circa 10-15 km e larga
circa 5-6 km», conclude Bonali. «In questo caso suggerisce che sia stata
coinvolta una faglia appartenente al sistema di faglie dei Monti della Laga
(fra le province dell'Aquila, Ascoli Piceno e Rieti). Il settore più
settentrionale si è attivato con il terremoto del 24 agosto. E in particolare,
gli eventi più forti sono avvenuti a una profondità di circa dieci chilometri, similmente
a quanto avvenuto per il terremoto di Amatrice».
lunedì 16 gennaio 2017
La storia degli indiani
Cristoforo
Colombo scoprì l'America ma non ebbe mai la percezione di avere individuato un
nuovo continente. La ebbe Amerigo Vespucci, che, dopo varie ricognizioni al di
là dell'Atlantico, per primo coniò l'espressione "Mondus Novus". E' a
questo punto che qualcuno cominciò a chiedersi: come fanno a esserci qui degli
uomini, se siamo noi i primi a metterci piede? Fu l'inizio del riepilogo della
storia della nostra specie, iniziata centotrentamila anni fa in Africa. Solo
oggi, però, possiamo sistematicamente rispondere alla domanda che si erano
posti i primi esploratori del Nuovo Mondo: l'America fu abitata per la prima
volta dall'uomo sedicimila anni fa. E' il resoconto di uno studio effettuato in
Virginia, negli Usa. Dove alcuni archeologi hanno recuperato manufatti
risalenti alla fine del Pleistocene, assimilabili all'industria del
Magdaleniano; la cultura che dominò l'Europa fra 18mila e 10mila anni fa. Sono
tempi di grandi trasformazioni, che portano l'uomo ad assistere alla fine dell'ultima
grande glaciazione, la Wurm, e all'inizio di un periodo caldo che prosegue
ancora oggi; e che ha consentito lo sviluppo dell'agricoltura e
dell'allevamento.
Il termine si
rifà a una località francese, Abri de la Madeleine, in Dordogna, dove sono
state ritrovate molte tracce dell'uomo preistorico: arpioni, punte di lance,
propulsori, bastoni lavorati, e grotte finemente decorate. Ebbene, i resti del
primo uomo che mise piede in America sono simili a questi ritrovamenti; benché
Dennis Stanford della National Museum of Natural History dello Smithsonian
Institution continui a parlare di "convergenze evolutive" e non di vere
e proprie "connessioni". Con ciò gli scienziati ritengono che la
nostra specie abbia conquistato l'America tre o quattromila anni prima di
quanto ritenuto fino a oggi, facendo tesoro delle esperienze vissute in Eurasia
da antichi progenitori. Contemporaneamente sono emerse analogie per ciò che
riguarda il corredo genetico dei paleoamericani e i discendenti dell'Homo di
Cro-Magnon, arrivato in Europa 40mila anni fa; e portatore di un particolare
marcatore genetico, l'M173. Le analisi sono avvenute sui resti ossei di un
siberiano vissuto 24mila anni fa; che hanno evidenziato i suoi legami con gli
euroasiatici occidentali (Europa e Medio oriente) e gli indiani d'America.
Significa che i vari Sioux, Cheyenne, Navaho, non sono figli esclusivi di antichi
popoli dell'Asia orientale, ma anche d'individui imparentati con i nostri avi. Da
dove arrivavano?
Ci fu un tempo
una terra chiamata Beringia, situata fra l'Alaska e la Siberia, ricoperta da
muschi e piccoli arbusti. Un istmo, ampio qualche decina di chilometri, che
emergeva periodicamente durante le fasi glaciali. Rimaneva scoperto, perché un
vento tiepido spirava costantemente da sud, impendendo ai ghiacci di avere il
sopravvento. La conferma di questa intima relazione fra le estremità americane
e quelle asiatiche è indicata dalla presenza di fossili animali, quasi identici
su entrambi i fronti. Qui viveva una popolazione che bruciava le sterpaglie per
ravvivare il fuoco; e che si nutriva di erbe e piccoli mammiferi. Le cose
cambiarono con la fine della glaciazione wurmiana. Molte specie animali si
estinsero e i progenitori dei paleoindiani non trovarono più cibo. Fu la molla
che li indusse a guardare verso est, verso l'America.
Dalla Beringia
si insediarono lungo il corso dello Yukon, immenso fiume che separa la Columbia
Britannica dal Mare di Bering. Caleb Vance Haynes, archeologo dell'University
of Arizona (ancora attivo nonostante l'età, è del 1928), ha per primo tracciato
il cammino dei paleoamericani, arrivando a ipotizzare che, lo scioglimento dei
ghiacci del Nord America, avvenne in punti precisi; consentendo all'uomo di
seguire un lungo corridoio privo di impedimenti verso sud. Dal corso dello
Yukon finirono per fiancheggiare quello del Meckenzie, per poi raggiungere i
confini dell'attuale Pennsylvania. La parte nord era ancora coperta dai
ghiacci, ma quella a sud, rappresentò il posto ideale dove prosperare; c'erano distese
erbose e foreste e soprattutto moltissimi animali da cacciare: alci, caribù,
mammut e mastodonti. Qui sorse quella che gli scienziati indicano come cultura
pre-Clovis, che precedette la Clovis, ufficialmente ritenuta la prima
"industria" dei paleoamericani.
Siti
riconducibili a questa epoca sono stati individuati a Meadowcroft Rockshelter, in
Pennsylvania; a Cactus Hill, in Virginia; e a Topper, in Carolina del Sud. Così
i paleoindiani conquistarono tutta l'America del nord e subito dopo quella centrale
e meridionale. La cultura Clovis fiorì 13mila anni fa. Gli archeologi la
differenziano dalle altre, per via dei ritrovamenti avvenuti negli anni Trenta
nella località omonima in New Messico. Il riferimento è soprattutto a punte di
lancia rastremate, ricavate dalla lavorazione bifacciale di rocce particolari. Assimilabili,
non a caso, a quelle del Magdaleniano europeo.
La fine della cultura di Clovis
A un certo punto della cultura di Clovis non si è più saputo nulla. Il motivo? Per alcuni scienziati fu la conseguenza di un impatto meteorico nel Nord America, simile a quello avvenuto nel 1908 in Siberia, a Tunguska. Il fenomeno avrebbe alterato il clima causando una diminuzione drastica della popolazione umana. Avrebbero patito lo stesso destino, i grandi animali del continente americano, la cosiddetta megafauna: orsi, cammelli, mammut. Vari studi propendono per questa teoria rifacendosi al Dryas recente, periodo di freddo compreso fra 12.800 e 11.500 anni fa, con una temperatura media globale più bassa della norma di cinque gradi. Ma sono altrettante le tesi contrarie. L'ultima arriva dalla Royal Holloway University, in Inghilterra, secondo la quale non esistono crateri che possano attestare un impatto con un corpo extraterrestre; inoltre non c'è sincronia fra la sparizione delle varie specie che prosperarono nel Pleistocene.
A un certo punto della cultura di Clovis non si è più saputo nulla. Il motivo? Per alcuni scienziati fu la conseguenza di un impatto meteorico nel Nord America, simile a quello avvenuto nel 1908 in Siberia, a Tunguska. Il fenomeno avrebbe alterato il clima causando una diminuzione drastica della popolazione umana. Avrebbero patito lo stesso destino, i grandi animali del continente americano, la cosiddetta megafauna: orsi, cammelli, mammut. Vari studi propendono per questa teoria rifacendosi al Dryas recente, periodo di freddo compreso fra 12.800 e 11.500 anni fa, con una temperatura media globale più bassa della norma di cinque gradi. Ma sono altrettante le tesi contrarie. L'ultima arriva dalla Royal Holloway University, in Inghilterra, secondo la quale non esistono crateri che possano attestare un impatto con un corpo extraterrestre; inoltre non c'è sincronia fra la sparizione delle varie specie che prosperarono nel Pleistocene.
I
nativi americani
Dopo avere
conquistato il Nord America, l'uomo si è spostato sempre più a sud, alla
ricerca di un clima più mite, e di migliori fonti alimentari. Nella zona artica
rimasero gli antenati degli attuali inuit e yupik, noti come eschimesi. In
Oregon e nel Montana abitarono tribù pacifiche come i Nasi Forati e i Palouse.
In California, i Pomo e i Maidu, dediti alla caccia e alla raccolta. Nelle
grandi pianure, cuore degli attuali Stati Uniti, vissero le tribù più note
all'immaginario collettivo come i Comanche, i Sioux, i Cheyenne e gli Arapaho. In
centro America, invece, si svilupparono vere e proprie civiltà. In Messico
fiorirono i maya, gli olmechi e gli aztechi. La convivenza con gli europei
arrivati dopo Colombo fu tutt'altro che pacifica. Si stima che in cinquecento
anni, fra guerre e malattie, perirono milioni di nativi americani.
Gli
indigeni di oggi
Figli dei primi
americani sono anche tribù che non hanno mai avuto contatto con l'uomo moderno.
E' il caso di alcuni indios fotografati per la prima volta nel 2011, al confine
fra Brasile e Perù. Gli uomini sorpresi dall'elicottero hanno volto al cielo le
loro frecce in difesa del proprio territorio. José Carlos Meirelles, esperto di
problemi indigeni e a capo della missione organizzata da Survival
International, parla di un'area ricca di legname, petrolio e minerali. In
Brasile sopravvivono 240 tribù per un totale di un milione di persone che
vivono di pesca, raccolta e caccia. Molte quelle a rischio di estinzione. Gli
akuntsu sono rimasti in cinque e gli awa arrivano a quattrocento unità. L'etnia
più folta è quella dei tikuna, con 40mila rappresentanti distribuiti fra
Brasile, Colombia e Perù.
sabato 31 dicembre 2016
La notte di San Silvestro durerà un secondo in più
Impossibile rendercene conto, ma siamo in
costante movimento, anche quando crediamo di essere immobili: nello stesso
istante, infatti, ruotiamo intorno all’asse terrestre, al Sole e a un braccio
della Via Lattea. Ma questo eccezionale dinamismo cosmico è tutt’altro che
stabile: nel tempo, le distanze fra i corpi celesti e le forze attrattive che
regolano le interazioni fra stelle e pianeti, cambiano. Significa che non siamo
mai nello stesso punto dell’universo e che, in pratica, ogni giorno è
leggermente diverso da un altro. Ecco perché non esiste un orologio in grado di
misurare perfettamente il trascorrere del tempo. È un piccolo paradosso:
esistono, infatti, gli orologi atomici, ma sono troppo precisi e di tanto in
tanto devono essere sincronizzati con il reale cammino della Terra. L’ultima
sincronizzazione avrà luogo questa notte; ed è il motivo per cui l’imminente Capodanno
durerà un secondo in più rispetto agli altri.
La Terra, poco dopo la sua formazione,
ruotava intorno al suo asse molto più velocemente di oggi; derivò dalla
nebulosa che dette origine anche al Sole, poco più di 4,5 miliardi di anni fa. Il
giorno durava molto meno. Oggi dura sempre di più; da un secolo a questa parte,
1,7 millisecondi in più. Non cambia nulla, ma racconta molto della natura che
ci circonda. La Terra varia la corsa intorno al proprio asse, in base alla
distanza della Luna e alla forza attrattiva esercitata dal nostro satellite. La
Luna si allontana sempre più dalla Terra, di circa quattro centimetri ogni
anno, e contemporaneamente spinge meno la “trottola” terrestre. Un fenomeno conclamato
a livello cosmologico, che si verifica al contrario su quei satelliti che ruotano
in senso antiorario, e anziché allontanarsi dal pianeta di riferimento, si avvicinano;
è il caso che lega, per esempio, Tritone a Nettuno.
L’attività satellitare non è l’unico
fattore a influire sulla rotazione terrestre. Anche in seguito ai movimenti dei
ghiacciai o a fenomeni orogenetici particolarmente intensi gli orari sballano. D’altra
parte può accadere che la rotazione aumenti la sua velocità momentaneamente per
via dell’attività tellurica (terremoti); il forte sisma che sconvolse l’Indonesia
nel 2004 provocò un’accelerazione di tre microsecondi. Come si fa, dunque, a
calcolare esattamente il tempo? Si ricorre al cosiddetto secondo intercalare,
leap second, tenendo conto che ogni cinquecento giorni si accumula un secondo
di discrepanza fra il tempo registrato dagli orologi atomici e quello dettato
dalla rotazione; e che per secondo si definisce una specifica vibrazione
dell’atomo di cesio, resa nota nel corso della 13esima conferenza generale dei
Pesi e delle Misure, tenutasi nel 1967. L’aggiustamento è periodicamente
proposto dall’International Earth Rotation and Reference Systems Service,
diviso fra la sede di Parigi e quella di Washington.
L’ultimo secondo è stato aggiunto il 30
giugno 2015; procedura attuata ventisei volte dal 1972 a oggi. Non ci sono
stati cambiamenti dal 1999 al 2005. E i computer? Anch’essi si aggiorneranno. Google
si adeguerà spalmando i vari millisecondi del ritardo in un arco di venti ore. Così
ogni secondo risulterà più lungo di 13,9 microsecondi e permetterà di
completare l’allineamento. Appuntamento,
dunque, per questa notte, in cui il brindisi avverrà come sempre allo scoccare
della mezzanotte, ma all’una ci sarà l’introduzione ufficiale del secondo
intercalare. Un’ora dopo il momento critico, per via del meridiano di
Greenwich, la longitudine zero da cui si cominciano a contare le ore.
lunedì 12 dicembre 2016
Le gambe di Nefertari
Mesi fa
fu l’ipotesi di una camera segreta a ridosso della tomba di Tutankhamon, il
faraone bambino; da qualche settimana la notizia di probabili stanze
“immacolate” nella Grande Piramide di Giza. E oggi, a conferma di un’attenzione
mai sopita nei confronti del magico mondo egizio, una nuova sorprendente
scoperta: i resti della regina Nefertari. Era una potente sovrana della diciannovesima
dinastia, moglie di Ramesse II, detto il Grande, vissuto più di mille anni
prima di Cristo. Ebbe un grande impatto durante il regno, imparò a leggere e a
scrivere, e contribuì al dialogo con vari sovrani dell’epoca. Su Plos One, fra
le più prestigiose riviste scientifiche, la ricerca condotta da un team di
archeologi coordinati dall’Università britannica di York.
Hanno preso in
considerazione i resti di una mummia rinvenuti nella tomba di Nefertari, nel
1904, dall’italiano Ernesto Schiaparelli, conservate in una teca nel Museo
Egizio di Torino. Sono due gambe mummificate, sottoposte a una serie di analisi
chimiche e antropologiche, compresa una datazione con il carbonio 14. Il
frammento più lungo arriva a trenta centimetri, e si compone di una parte
scheletrica riconducibile a femore, tibia e rotula. I test hanno confermato la
presenza di lesioni tipicamente assimilabili ad artrite e osteoartrosi. È stato
possibile studiare dei tessuti vascolari, rappresentati da arterie parzialmente
interessate da processi arteriosclerotici: evidentemente anche la “sana” cucina
di un tempo non era così in linea con il mantenimento di un buon livello di
trigliceridi e colesterolo nel sangue.
Sono ossa sottili, che senz'altro non
appartennero a un operaio che lavorava tutto il giorno all'aperto, ma a un
membro di alto rango. Gli esperti spiegano che ci sono molte possibilità che si
tratti dei resti della famosa regina, ma non possono esserne certi al 100%:
manca infatti il Dna. Quello recuperato da un centimetro quadrato di pelle era
troppo degradato per fornire dei risultati convincenti. E in ogni caso mancherebbe
la comparazione col profilo dei parenti più stretti (che non sono mai stati
identificati). Senza questa firma genetica, dunque, non è possibile cantare
vittoria.
La percentuale è ferma al 75%, un numero comunque rivelante.
Coincidono anche tutti i parametri storici. Presenta, in particolare, le
caratteristiche delle tecniche di mummificazione osservate dagli imbalsamatori durante
il regno di Ramesse II. È intuibile l’utilizzo di bende peculiari e di grassi
animali. I resti permettono, peraltro, di stimare la presunta anatomia della
regina al momento della morte: una donna di quaranta cinquanta anni, alta 1,65
metri. La grande sposa reale (uno dei tanti soprannomi che le affibbiarono)
finì nella tomba che poi venne battezzata QV66. Si trova nella Valle delle
Regine ed è fra le più belle tombe egizie che siano mai state scoperte.
Fu
trafugata nell’antichità, ma oggetti e suppellettili ritenuti di poco valore furono
abbandonati. È così che, insieme alle gambe del reperto mummificato, sono
giunti a noi dei sandali di ottima fattura e trentaquattro figurine di legno con
inciso il nome della regina, destinate a fornirle materiale realizzato a mano
per accompagnarla nel viaggio nell’aldilà. Frank Ruhli, dell’University of
Zurich conclude dicendo che “non possiamo del tutto dimostrare che questi siano
i resti della grande regina, ma ogni dato propende per questa tesi; sarebbe
stato diverso se le analisi avessero rivelato la mummia di un bimbo o di una
persona, comunque, più giovane".
martedì 22 novembre 2016
Le camere segrete della Grande Piramide di Giza
C'è chi pensa
che anche girando sotto sopra l'Egitto, non verrebbe fuori granché.
L'egittologia - scienza che prese piede ufficialmente nel 1809, con la
pubblicazione Description de l'Egypte
voluta da Napoleone - ha fatto passi da gigante, e tutte le grandi scoperte sembrano
ormai appannaggio del passato (o di qualche film alla Indiana Jones). Non tutti
però sono d'accordo. Perché la tecnologia migliora e oggi sono possibili
ricerche che anche solo pochi anni fa non potevano essere affrontate. E' dunque
sulla base di questa considerazione che alcuni scienziati della facoltà di
Ingegneria del Cairo, affiancati da esperti del French HIP Institute, affermano
di avere portato a termine un grande risultato: l'individuazione di due stanze
segrete nella famosa piramide di Cheope.
E' una delle
costruzioni più note e importanti del panorama artistico egiziano e mondiale.
Detta anche Grande Piramide di Giza, risale al 2.560 a.C., e rappresenta la
tomba del faraone Khufu, appartenente alla IV dinastia, nel Regno Antico. Raggiungeva
i 146 metri e fino alla costruzione della cattedrale di Lincoln, in
Inghilterra, rappresentò l'edificio più grande del mondo. La struttura
architettonica è stata passata al vaglio dello ScanPyramids project, iniziato
lo scorso ottobre; e ora in pieno svolgimento per ciò che riguarda altre
costruzioni della piana di Giza. Si basa sull'impiego della muografia, tecnica
in grado di "leggere" il cammino dei muoni, particelle subatomiche
riconducibili ai raggi cosmici che giungono sulla Terra dallo spazio (parte
della famiglia dei leptoni, con l'elettrone e i neutrini). «Viaggiano quasi
alla velocità della luce, obbedendo a un flusso di circa 10mila metri quadrati
al minuto», dicono gli esperti dello ScanPyramids project. «Sono particelle che
possono attraversare metri e metri di pietra prima di essere assorbite». Gli
scienziati hanno evidenziato delle anomalie strutturali nei pressi di uno dei
principali corridoi interni della Grande Piramide e in corrispondenza del
crinale nord-est, a circa 105 metri dal suolo; avvalendosi non solo della ricerca
"muonica", ma anche dell'azione dei raggi infrarossi e della
modellazione in 3D.
Come si intuisce
la presenza di camere segrete? I muoni non viaggiano in modo uniforme, e sono pertanto
capaci di suggerire le differenze che caratterizzano i materiali che
attraversano; possono infatti essere assorbiti, ma anche deviati se finiscono
contro una superficie più densa e compatta. Usando questo sistema si può dunque
verificare la presenza di vani o zone nascoste che prima d'ora non erano mai
venute alla luce. Una teoria, per la verità, che ha ancora bisogno di conferme.
E non è un caso che il team abbia deciso di proseguire gli studi per un altro
anno, promettendo nuovi risultati nei primi mesi del 2017; sotto la
supervisione del Consiglio delle antichità egizie; dunque di Zahi Hawass, autarchico
boss dell'egittologia da un ventennio a questa parte.
Il suo parere è
ambiguo. Si pronuncia con riserva, dicendo che già in altri casi si erano avuti
traguardi simili, senza grandi risultati pratici. Parla, infatti, di
"anomalie", non di "cavità". «La piramide presenta al suo
interno pietre di varie dimensioni», dice Hawass, «situazione che può portare a
interpretare l'esistenza di cavità più grandi del normale».
C'è un caso
clamoroso che non ha ancora smesso di fare rumore. Lo scorso anno, infatti, l'egittologo
Nicholas Reeves affermò di avere scoperto due camere segrete adiacenti la tomba
di Tutankhamon, leggendario faraone bambino della XVIII dinastia.
L'intellighenzia scientifica sobbalzò, perché poteva essere davvero stato
risolto uno dei più grandi misteri dell'archeologia: il luogo dove è sepolta
Nefertiti, bellissima sovrana, moglie di Akhenaton, il faraone che portò in
Egitto il monoteismo. «Sono sicuro al 70 percento che troveremo qualcosa»,
rivelò Reeves. Ma le cose piano piano si sgonfiarono. Fino alla seconda
conferenza annuale su Tutankhamon tenutasi a maggio di quest'anno, che ha del
tutto ridimensionato la scoperta: «Non abbiamo prove conclusive», ha rivelato
Khaled El-Enany, nuovo ministro egiziano delle Antichità, «sarà la scienza a
parlare».
Insomma, in
entrambi i casi, Cheope e Tutankhamon, sarà necessario riaggiornarsi per capire
fino a che punto la muografia sia attendibile e in che modo sarà possibile
ridare lustro ad antichi tesori sepolti. Intanto vale la pena godersi il
presente, e ricordare le sagge parole di Mehdi Tayoubi, dell'HIP Institute:
«Molti studi condotti in passato non hanno avuto successo, ma hanno senz'altro
contribuito a migliorare le nostre conoscenze sul mondo dell'antico Egitto.
Così - al di là dei risultati che perverranno - dovrebbe essere interpretato il
nostro lavoro: creare delle solidi basi per le missioni scientifiche e
archeologiche del futuro».
La
piramide più grande del mondo
Cholula,
Messico. E' qui che è stata individuata la piramide più grande del mondo.
Piccolo particolare: si trova sotto una montagna. Cinquecento metri di
larghezza, per sessanta di altezza, con scaloni enormi (un tempo erano 365,
come i giorni dell'anno). Le analisi hanno valutato un coinvolgimento di 4,5
milioni metri cubi di pietrame, contro i 2,6 della piramide egiziana. Sono in
realtà quattro costruzioni sovrapposte riconducibili alle opere dei Mixtechi,
popolo indigeno mesoamericano che prosperò fino al XV secolo; prima della
venuta dei conquistadores spagnoli. La sua costruzione risalirebbe al 300 a.C.
In cima sorge un santuario cattolico dedicato a Nuestra Senora del los
Remedios. Non esistono al momento progetti finalizzati al suo completo
recupero.
I
tesori di Olbia
Olbia, centro
sardo, non smette di stupire gli archeologi. In questi giorni, durante i lavori
per la rete del gas, sono venute alla luce cinque tombe di età romano
imperiale, risalenti al II secolo a.C.. Sono stati rinvenuti scheletri
completi, compreso quello di un bimbo, e gioielli, fra cui degli orecchini
d'oro. Gli esperti della Sopraintendenza dei beni culturali affermano che il
sito è collegato all'area di San Simplicio, dove nel 2011, in seguito agli
interventi per la realizzazione dell'Urban Center, è stato scoperto un vero
tesoro; comprendente anfore greche, arredi funerari, e tracce del tempio
dedicato alla dea Cerere. E' l'ennesima prova della stratificazione
storico-archeologica che caratterizza la cittadina sarda. Sono, infatti, state evidenziate
nel tempo molte altre tracce del passato, che rimandano ai romani, ma anche ai
fenici e ai cartaginesi, comprese mura di difesa risalenti al III secolo a.C..
Piccoli
Indiana Jones all'opera
E' questo il succo dell'iniziativa messa in campo dal Centro di Studi Preistorici e Archeologici di Varese, in collaborazione con il Centro Gulliver. Esperienze in cui potranno cimentarsi i ragazzi delle scuole elementari e medie, con laboratori come "Lo scavo archeologico", che prevede due ore di "lavoro sul campo" sotto la supervisione di un esperto; ci sarà anche il laboratorio di arte rupestre, per capire dal vivo come l'Homo di Cro-Magnon dipingeva sui muri; e si potranno colorare magliette seguendo temi particolari legati a epoche passate. L'Isolino Virginia, sede dell'iniziativa, sorge sul Lago di Varese, ed è uno dei luoghi più noti della preistoria europea, dove l'uomo ha prosperato per oltre 4mila anni: oltre a essere il più antico insediamento palafitticolo dell'arco alpino, dal 27 giugno 2011 è patrimonio mondiale dell'Unesco.
E' questo il succo dell'iniziativa messa in campo dal Centro di Studi Preistorici e Archeologici di Varese, in collaborazione con il Centro Gulliver. Esperienze in cui potranno cimentarsi i ragazzi delle scuole elementari e medie, con laboratori come "Lo scavo archeologico", che prevede due ore di "lavoro sul campo" sotto la supervisione di un esperto; ci sarà anche il laboratorio di arte rupestre, per capire dal vivo come l'Homo di Cro-Magnon dipingeva sui muri; e si potranno colorare magliette seguendo temi particolari legati a epoche passate. L'Isolino Virginia, sede dell'iniziativa, sorge sul Lago di Varese, ed è uno dei luoghi più noti della preistoria europea, dove l'uomo ha prosperato per oltre 4mila anni: oltre a essere il più antico insediamento palafitticolo dell'arco alpino, dal 27 giugno 2011 è patrimonio mondiale dell'Unesco.
venerdì 28 ottobre 2016
Il rischio sismico: in Italia e nel mondo
![]() |
| Le placche continentali |
Si potrebbe pensare alle macchinine degli
autoscontri che scivolano sulla pista e di tanto in tanto collidono. E' così
che funziona la Terra. Le automobili sono i continenti, e la pista è
rappresentata dall'astenosfera, la parte più superficiale del mantello
terrestre; uno strato caratterizzato da moti particolari - detti convettivi -
che interferisce con quelli rocciosi soprastanti, determinando il tipico
dinamismo delle terre emerse. Così sono nate le montagne, così si sono formati
i continenti. Una storia che prosegue da oltre quattro miliardi di anni, e ha
portato a numerosi cambiamenti nelle caratteristiche strutturali del pianeta.
Duecento milioni di anni fa esisteva un
unico blocco continentale, la Pangea, che iniziò a frantumarsi 180 milioni di
anni fa, dividendosi in Laurasia e Gondwana. Dalla Laurasia si formarono l'Europa
(e quindi l'Italia), il Nord America e l'Asia nord occidentale; dal Gondwana,
Africa, Sudamerica, India e Australia. Oggi i continenti stanno continuando a
scappare l'uno dall'altro, e già si prevede quel che potrà accadere fra 250
milioni di anni: la formazione della Pangea Ultima. Ancora un supercontinente.
Il risultato della collisione fra Europa e Africa e dell'incontro/scontro fra
Africa e Nord America. O potrebbe formarsi l'Amasia, dal confronto fra Asia e
Nord America. L'Italia non ci sarà più, ma rimarranno le sue tracce sedimentarie
intrappolate da qualche parte. Fra trecento milioni di anni, comunque, si
tornerà a una nuova frammentazione, ciclo che continuerà a ripetersi finché il
sole non esaurirà tutta la sua energia, trasformandosi in una gigante rossa e
disintegrando (quasi) tutti i pianeti che gli girano intorno.
E i terremoti? Sono il motore di questi
movimenti; con l'attività vulcanica, cui sono strettamente legati. A seguito
dell'interazione fra le placche, infatti, i continenti si avvicinano o si
allontanano, dando luogo alle aree di subsidenza e alle dorsali oceaniche. E'
il succo della cosiddetta tettonica a zolle, interpretata per la prima volta
dallo studioso tedesco Alfred Wegener nel 1912.
| L'arco calabro-peloritano |
Altra zona fortemente sismica è quella
in corrispondenza delle faglie che caratterizzano il cuore del Friuli Venezia
Giulia. Il 6 maggio 1976 si ebbe una scossa di 6,4 gradi della scala Richter,
con gravissimi danni alle città di Udine e Pordenone e l'estrazione di 989 corpi
senza vita dalle macerie. Responsabile, la placca adriatica, che spingendo
verso nord, con una velocità di due millimetri all'anno, provocò più rotture di
faglia, con lo sviluppo di una fra le più potenti scosse sismiche mai
registrate in nord Italia.
Nessuna area immune dai terremoti? Forse
un paio, ma nessuno metterebbe la mano sul fuoco. Si può citare il territorio
compreso fra la Lombardia occidentale e il Piemonte orientale, e l'estremità
meridionale della Puglia. Entrambi appartengono alla zona 4, con un rischio
sismico giudicato "minimo".
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