Visualizzazione post con etichetta Glaciologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Glaciologia. Mostra tutti i post

martedì 12 luglio 2022

Marmolada: quando la natura impazza

Lo scorso anno l’ONU ha reso noto che, a livello mondiale, nel 2021 si è assistito a un incremento degli eventi estremi del 65%. Dati simili si registrano in Italia, per quel che riguarda fenomeni come alluvioni, frane, bombe d’acqua, valanghe di neve e di ghiaccio. L’episodio che ha contraddistinto l’altro ieri la Marmolada, di fatto, è stato preceduto da altri casi, tutti più o meno riconducibili ad effetti di natura climatica. A maggio una frana di ghiaccio ha interessato il massiccio del Monte Bianco. A 3.400 metri, sul Gran Combin, il crollo improvviso di seracchi ha provocato la morte di due alpinisti e il ferimento di nove persone. Stesso mese, nel gruppo del Brenta, versante est del Monte Daino, si è staccata una frana di eccezionali dimensioni, con blocchi rocciosi di 120 metri cubi. Il 30 luglio 2020 un evento estremo ha coinvolto una delle montagne più rappresentative d’Italia: il Cervino. Un maxi crollo della parte sud, fortunatamente opposta a quella che gli alpinisti percorrono abitualmente per raggiungere la cima del rilievo, facendo tappa alla famosa Capanna Carrel. Giorno di San Stefano 2019, sul Monviso, importante frana a 3.300 metri di quota, crollano due torrioni rocciosi della parete nord. Zona sensibile, nel 1989 ci fu un distacco di detriti in corrispondenza del ghiacciaio superiore di Coolidge, una valanga di ghiaccio del tutto assimilabile a quella della Marmolada; che, solo per caso, non provocò vittime. Nel 2007, la volta di un’anticima delle Tre Cime di Lavaredo, sessantamila metri cubi di roccia, una torre di cento metri si è polverizzata nel giro di pochi minuti. Nel 1996 una comitiva di turisti è travolta da una frana di ghiaccio in corrispondenza del Miage, un lago alpino della Val Veny. I detriti precipitano nel bacino lacustre sollevando un’onda di quasi tre metri. Eventi estremi che fanno meno notizia, ma contribuiscono a rendere i ghiacciai sempre più pericolosi, possono essere ricondotti alla cosiddetta “neve rosa”. Fenomeno dovuto alla proliferazione dell’alga Ancylonema nordenskioldii, vegetale che ha recentemente coinvolto il ghiacciaio del Presena e quello del Passo Gavia in Italia, quello del Morteratsch, in Svizzera. Cambiando colore, il ghiaccio assorbe maggiormente i raggi del sole, provocando lo scioglimento della superficie glaciale. Responsabili degli eventi estremi? Probabilmente il clima che cambia. E’ vero, si sono sempre verificati, ma il problema di oggi è che capitano troppo spesso. E l’innalzamento medie delle temperature può senz’altro favorire il loro sviluppo. I ghiacciai possiedono un equilibrio specifico e la danza secolare fra la zona di ablazione e quella di accumulo assicura la loro stabilità. Quando la colonnina del mercurio cresce questo equilibrio viene meno, provocando la formazione di crepacci e seracchi, strutture glaciali impossibili da controllare.

martedì 25 luglio 2017

Antartide: il distacco dell'iceberg gigante

La piattaforma di Larsen

Il più grande iceberg mai visto dell'uomo si è ufficialmente staccato pochi giorni fa dall'Antartide. E' avvenuto in corrispondenza della penisola antartica, dove finisce la porzione continentale e inizia la coltre di ghiaccio che poggia direttamente sul mare; è la piattaforma di Larsen, sorta alla fine dell'ultimo periodo glaciale, 12mila anni fa. Da mesi gli scienziati stavano tenendo d'occhio questa parte del Polo Sud, attraverso le rilevazioni satellitari. Si è così visto che la piccola fattura venutasi a creare nel 2011, si è progressivamente allungata fino a formare una spaccatura di 200 km. Dunque l'allontanamento dal Polo Sud è avvenuto, e si tratta di un blocco di ghiaccio grande tanto quanto la Liguria.

Ora ci cercherà di capire quale direzione intraprenderà. Il rischio, di fatto, è anche quello che, sciogliendosi repentinamente, possa provocare un innalzamento del livello dei mari. Circostanza che però gli scienziati cavalcano con molta prudenza; per non allarmare inutilmente e perché non è semplice capire quanto tempo impiegherà a sciogliersi completamente. Dipenderà dalla direzione presa, ma anche dal clima e dalle temperature. Intanto ci si domanda il motivo di questo eccezionale fenomeno. Istantaneamente verrebbe da pensare all'effetto serra; che in effetti potrebbe essere coinvolto. Tuttavia il vero problema risiede nella dinamica glaciale che porta la porzione continentale a spingere su quella marittima, determinando frizioni che a lungo andare creano forti disquilibri fra le masse.

In questo modo si creano dei crepacci che in particolari situazioni, evidentemente, possono percorrere traiettorie in grado di formare spaccature lunghe chilometri. L'effetto serra vale comunque la pena citarlo, perché da decenni, ormai, anche i ghiacci dell'Antartide sono soggetti a scioglimenti più rapidi e consistenti. E' un circolo vizioso. I mari si alzano di circa un millimetro all'anno e lambiscono le coste antartiche; così facendo, in concomitanza con l'aria sempre più tiepida, "erodono" i ghiacci trasformandoli in iceberg. E c'è il Nino, la famigerata e per certi versi ancora misteriosa corrente oceanica, che quando si instaura - per via di un decremento dell'azione degli alisei - provoca ripercussioni climatiche su ogni angolo del pianeta.

Le stime condotte dal British Antartic Survey non lasciano adito ai fraintendimenti: gli inverni antartici stanno diventando sempre più caldi e la temperatura media sta salendo; il riferimento è a un grado in più da 30 anni a questa parte. E ciò spiega la formazione sempre più frequente di iceberg che stanno frammentando le lingue glaciali più esposte del continente. Si parla di 720 miliardi di tonnellate alla deriva, pari a una superficie di 3.250 chilometri quadrati.

venerdì 17 giugno 2016

Polo Sud, operazione salvataggio


Robert Falcon Scott alla fine non poté far altro che alzare bandiera bianca e arrendersi al gelo tremendo del Polo Sud. Era arrivato secondo alla meta, il punto più meridionale della Terra conquistato da Amundsen, e ormai non c'era più nulla da fare: finiti i viveri e le forze e davanti a sé ancora troppa strada per raggiungere il campo base. Scott e i suoi uomini furono trovati privi di vita poco tempo dopo da una missione inglese andata in loro soccorso. Su un foglio l'esploratore britannico aveva scritto: «Fossimo sopravissuti avrei avuto una storia da raccontare sull'ardimento, la resistenza e il coraggio, che avrebbe commosso il cuore di ogni persona». Erano i primi giorni di gennaio del 1912. Fosse stato oggi, Scott e i suoi uomini sarebbero tornati a casa sani e salvi. Eppure il Polo Sud continua a fare paura. E lo dimostra un'incredibile missione che sta avvenendo in queste ore: il salvataggio di un ricercatore gravemente malato (di cui per motivi di privacy non si possono conoscere le generalità), ospite della base americana Amundsen Scott South Pole. Ci vivono una quarantina di persone, dedite allo studio del clima estremo e della volta celeste, con il contributo di due supertelescopi. Due aerei bimotore Twin Otter sono decollati da Calgary, in Canada, il 14 giugno. Entrambi giungeranno alla base inglese di Rothera, alla "periferia" dell'Antartide; poi solo uno proseguirà fino a quella americana, atteso per il 19 giugno. L'operazione è considerata la più pericolosa nella storia dell'uomo nell'ambito delle missioni per salvare la vita di una persona. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che l'inverno australe al Polo contempla temperature fino a -83 gradi centigradi e il buio perenne; peraltro la base sorge a quasi tremila metri di quota, dove atterrare non sarà uno scherzo. L'aereo canadese destinato all'ultimo approdo utilizzerà gli sci, scivolando avvolto dalle tenebre su una pista che non potrà definirsi tale, essendo una semplice distesa di ghiaccio compatto. E poi c'è tutto il viaggio di ritorno, che come insegna l'esperienza nei climi più rigidi (vedi le principali missioni in alta montagna) è talvolta più ostico di quello dell'andata. Ecco perché da febbraio a ottobre nessun aereo supera certe latitudini. In altre occasioni c'erano stati salvataggi simili, ma condotti durante la bella stagione, che al Polo Sud va da ottobre a febbraio; per esempio nel 2001 e nel 2003. Ma oggi è tutto diverso. All'Amundsen Scott South Pole chi sta male viene curato da un medico che però non può fare miracoli; se non connettersi con un computer col mondo per avere qualche dritta. Qui, invece, serve più di un medico e c'è, dunque, un solo modo per salvare il malato: riportarlo a casa. Come nella trama del noto film Salvate il soldato Ryan. A tal punto la questione assume sfaccettature di natura filosofica e morale. Qual è la molla che porta più persone a rischiare la vita per una soltanto? Si arriva a questi traguardi perché è insito nella natura umana. Tutti, in sostanza, nasciamo altruisti, con la volontà intrinseca di rischiare per gli altri; il problema è che spesso le condizioni sociali, i contesti ambientali, l'educazione ricevuta, compromettono questa attitudine. Gli antropologi sociali e gli psicologi parlano di empatia, ossia la capacità di sapersi mettere nei panni di un'altra persona; di rivivere i suoi patimenti e le sue difficoltà. Ma la verità è molto più prosaica. Dietro a tutto ciò infatti si cela un unico incontrovertibile scopo: creare i presupposti perché la nostra specie possa sopravvivere nel tempo. Certo, nessuno andando a salvare qualcuno ragiona in questi termini; tuttavia la spinta che porta a compiere missioni limite come questa, va al di là del semplice amor del prossimo: è una sorta di programmazione biologica per andare avanti, la stessa che ha consentito alle forme australopitecine di trasformarsi in habilis, e agli habilis di diventare erectus. Insomma, l'anticamera dell'umanità.  

martedì 16 luglio 2013

Alaska, l'effetto serra contribuisce allo sviluppo dei terremoti


Il surriscaldamento globale può essere una delle cause dei terremoti. Lo affermano gli studiosi della Nasa e dell’Ordine dei geologi americani. Hanno, infatti, condotto delle ricerche tra i ghiacciai dell’Alaska concludendo che il repentino scioglimento dei ghiacci, (dovuto appunto all’aumento medio delle temperature), incide fortemente sugli strati litologici sottostanti: in particolare sostengono che la diminuzione del peso dei ghiacci in fase di ritiro fa sì che le placche tettoniche perdano progressivamente la loro stabilità e che si creino quindi i presupposti per l’attività tellurica. È un fenomeno che in parte gli scienziati hanno potuto constatare anche osservando le tracce del ritiro dei ghiacci risalenti all’ultima grande glaciazione conclusasi poco più di 10 mila anni fa. In tale frangente è stato infatti confermato che il Canada venne colpito da numerosi e forti terremoti, e che lo stesso fenomeno si è verificato in Scandinavia. Oggi invece tutto ciò avviene soprattutto nello stato più settentrionale del NordAmerica, dove dall’inizio del ‘900 le temperature medie sono cresciute più che in ogni altra parte del mondo (si pensa che entro 100 anni esse possano subire un ulteriore incremento di addirittura 7°C). Qui le placche tettoniche sono quanto mai instabili e ora il timore degli scienziati è che si possano verificare di nuovo episodi come quello del 1979, anno in cui il Paese subì un sisma di intensità pari a 7,2 della scala Richter. Tra le conseguenze del surriscaldamento del globo va altresì ricordato che, sempre in Alaska, la tundra, la tipica vegetazione delle latitudini più elevate, sta progressivamente scomparendo, per lasciare il posto a specie tipiche delle regioni più meridionali caratterizzate da foreste di conifere di tipo marittimo.

lunedì 19 dicembre 2011

Il trionfo di Amundsen

Amundsen conquista il Polo

La storia di Amundsen, però, non è legata solo alla scoperta del passaggio a nord-ovest, ma anche e soprattutto alla conquista del Polo Sud, traguardo che proprio quest'anno festeggia il centesimo anniversario. L'esploratore norvegese è infatti il primo uomo nella storia a mettere piede nel cuore dell'Antartide, fra i luoghi in assoluto più impervi e inabitabili della Terra. Amundsen parte alla volta del Polo Sud il 19 ottobre 1911, con quattro compagni, quattro slitte e 52 cani provenienti dalla Groenlandia: lasciano il campo base allestito nella Baia delle Balene, battezzato Framhein, consci del fatto che a poca distanza, presso il McMurdo Sound, un'altra missione, capitanata dal britannico Robert Falcon Scott, sta per prendere il via. A destinazione sono giunti nel gennaio del 1911 con la nave Fram. Amundsen è in linea d'aria più vicino alla meta rispetto a Scott, tuttavia quest'ultimo può contare su un tragitto già battuto in precedenza da altri esploratori. In particolare torna utile l'esperienza vissuta da Ernest Shackleton che nel 1907 raggiunge l'altopiano centrale dell'Antartide e solo a causa delle terribili condizioni climatiche è costretto a rinunciare alla conquista del Polo, a soli 180 chilometri da esso. L'approccio dei due avventurieri al viaggio è, in ogni caso, assai diverso. Per il norvegese conta solo issare per primo la bandiera a 90° sud (dove convergono tutti i meridiani) e dare prestigio alla sua nazione; non si avvale di scienziati, né di strumentazioni tecnologiche che possano contribuire a raccontare qualcosa di un mondo pressoché ignoto. Al contrario Scott, benché miri anch'egli a primeggiare sul rivale, conta in più di poter soffermarsi sugli aspetti naturalistici dell'estremo sud terrestre, così da poter consegnare ai posteri non solo il sogno di una conquista, ma anche la bellezza e i misteri di un territorio quasi più lunare che terrestre. Partiti, devono far presto i conti con una realtà a dir poco inumana. Per Amundsen è difficile superare il primo tratto, pericolosissimo, della Baia di Ross; ma oltre le montagne, può poi proseguire diretto fino al Polo. Peraltro nei mesi di permanenza presso il campo base ha potuto studiare nei dettagli l'andamento meteorologico dell'Antartide, adeguando ad esso abiti e rifornimenti, e allestendo lungo la prima parte del tragitto vari punti di approdo forniti di provviste. 

Il tragitto di Amundsen
Scott, seppur facilitato sulla carta da un percorso meno complicato, deve, invece, fare i conti con problemi di natura logistica e organizzativa che lo sfidante non ha. Uno degli elementi che svantaggia da subito l'inglese rispetto al norvegese è il fatto di aver preferito affidarsi più alle motoslitte che ai cani; i mezzi meccanici, si inceppano quasi subito, e rimetterli in sesto nel gelo polare, senza attrezzature adeguate, è tutt'altro che semplice. I cani, peraltro, tornano utili nel caso in cui i morsi della fame si fanno particolarmente tenaci: il loro abbattimento periodico consente alla missione di Amundsen di recuperare le energie più in fretta del britannico. La prima vera tappa di Amundsen viene siglata in corrispondenza del Plateau antartico, area che circonda il Polo Sud con una quota media sul livello del mare di 3mila metri, dopo quattro giorni di marcia. Qui vengono abbattuti i primi 24 cani. Ma devono ritardare la ripartenza per via di una serie di tempeste di neve che si abbatte sul plateau. Il cammino riprende il 25 novembre, più di un mese dopo la partenza dal campo base presso la Baia di Ross, alla media di 25 chilometri al giorno: finalmente si intravede il traguardo. Proseguono tranquilli per la loro strada e il 14 dicembre, alle tre del pomeriggio, Amundsen con i suoi quattro uomini e i 16 cani rimasti, raggiungono la tanto agognata meta. Piantano nella neve la bandiera norvegese e battezzano ufficialmente la pianura glaciale appena conquistata con il nome “Altopiano dell'Haakon VII”, in onore del primo re di Norvegia, asceso al trono dopo la separazione dalla Svezia del 1905. In una piccola tenda abbandonano una lettera indirizzata a Scott che arriverà 23 giorni dopo, sfinito. Amundsen torna alla base il 25 gennaio 1912 con 11 cani. Lascia dietro di sé 3mila chilometri, percorsi in 99 giorni, un giorno in meno rispetto a quelli previsti alla partenza. Ben più drammatico il rientro del britannico, già provato dall'amara sconfitta. Scott e i suoi uomini, all'improvviso, si ritrovano senza provviste, con il freddo che li attanaglia. Non possono far altro che arrendersi e perire di stenti, uno dopo l'altro, ad appena 18 chilometri dal campo intermedio, predisposto per il rifornimento. "Alla mia vedova, carissimo tesoro abbiamo grossi problemi e dubito che ce la faremo. Nelle brevi ore per il pranzo utilizzo quel poco di calore per scrivere lettere in vista di una possibile fine". Sono le ultime parole del capitano Robert Falcon Scott indirizzate alla moglie Kathleen, resosi conto che non sarebbe riuscito a fare ritorno dalla sua spedizione alla conquista del Polo Sud. 

Prima della partenza

venerdì 2 dicembre 2011

Alla conquista del Polo Nord

Lo scioglimento dell'Artico
Fino a oggi non è mai interessato stabilire i confini geografico-amministrativi dell'Artico per un semplice motivo: la perenne coltre ghiacciata che riveste il punto più a nord del pianeta, e le proibitive condizioni atmosferiche lo caratterizzano per gran parte dell'anno, non consentono alcun tipo di attività. Ma le cose stanno cambiando rapidamente, in seguito al progressivo innalzamento della temperatura a livello globale. Lo scioglimento dei ghiacci induce pertanto a pensare che, fra non molto, il Polo Nord rappresenterà un'entità fisica tipicamente invernale: con il calore dell'estate sparirà completamente, rivoluzionando le rotte marittime e predisponendo le basi per l'attecchimento di nuove e interessanti dinamiche geopolitiche. I numeri, d'altro canto, parlano chiaro: la calotta polare artica negli ultimi trent’anni si è ridotta quasi del 50%, il suo spessore medio è calato da sette a tre metri, ed entro il 2100 è previsto un aumento delle temperature artiche di 5-7 gradi. Oggi per passare da un capo all'altro dell'emisfero boreale ci sono due chance: il passaggio a nord-est e quello a nord-ovest. Il primo è stato “inaugurato” nel 1879 da Adolf Erik Nordenskjold, esploratore svedese a capo della nave Vega: costeggia la Siberia e attraverso lo Stretto di Bering, giunge nell'oceano Pacifico. Il secondo, vinto dal norvegese Roald Amundsen, a bordo del Gjoa nel 1906, mette in comunicazione Pacifico e Atlantico attraverso la striscia di acqua che si materializza con la bella stagione lungo i confini settentrionali del Canada e dell'Alaska. Non rappresentano, però, le tratte abituali dei pescherecci che normalmente circumnavigano il globo sfruttando consolidati passaggi creati artificialmente dall'uomo, come lo Stretto di Panama e di Suez. Peraltro è solo a partire dal 2008 che s'è potuto constatare l'assenza totale di ghiacci lungo entrambi i percorsi, prima di allora percorribili solo con navi rompighiaccio; in realtà il passaggio a nord-est è praticabile solo per il 90% della sua tratta, per la restante piccola parte, i ghiacci la fanno ancora da padrone, opponendosi al via vai delle navi. Ma i passaggi a nord sarebbero, comunque, assai vantaggiosi, in termini di risparmio di tempo e carburante. «Lo Stretto di Bering, che separa per 85 chilometri la Russia dall'Alaska», afferma David Titley, oceanografo e ammiraglio della Marina statunitense, «assumerà un'importanza strategica simile a quella dello Stretto di Hormuz» che divide la penisola arabica dalle coste iraniane, consentendo il “dialogo” marittimo fra Golfo di Oman e Golfo Persico. In particolare, il passaggio che si verrebbe a creare entro il 2050, con il definitivo addio alla superficie artica, porterebbe a un'autentico scombussolamento dei commerci marittimi: la cosiddetta “rotta centrale” permetterebbe di risparmiare, rispetto alle vie classiche, qualcosa come 7mila chilometri. E un tragitto come quello che separa Londra da Tokyo, oggi risolvibile in 35 giorni e 11mila miglia marittime, potrà essere coperto in soli 22 giorni. Per tutta questa serie di considerazioni, relative alle potenziali ripercussioni economiche che potrebbero esserci a livello mondiale, non stupisce sapere che fra le varie nazioni che si affacciano sull'Artico si siano già creati attriti. Anche perché non è facile stabilire i confini ideali a queste latitudini, considerato che le dorsali oceaniche non sono così facili da associare alle corrispondenti scarpate continentali. Per esempio la dorsale sottomarina Lomosonov è quella alla quale si appellano i russi per dimostrare che un bel pezzo dell'Artico è geologicamente di loro appartenenza. Ma allo stesso tempo è la medesima presa in considerazione dai canadesi per rivendicare il proprio diritto a mettere mano sul Polo Nord. Problemi analoghi si riscontrano con la dorsale di Gakkel, che separa la placca nordamericana da quella euroasiatica. Sicché la frontiera fra Russia e Norvegia nel mare di Barents aspetta ancora di essere disegnata; così quella fra Alaska e Canada, in prossimità del mare di Beaufort; e si attende di sapere chi, fra Groenlandia (sotto l'egemonia danese) e Canada, governerà l'isolotto di Hans. L'unica disputa definitivamente risolta è quella relativa alla delimitazione della frontiera fra Alaska e Russia nel mare di Bering, formalizzata con un trattato nel 1990. 

Passaggio a Nord-Est e a Nord-Ovest
Le discordie geopolitiche vedono coinvolti in prima linea USA e Canada, da anni in contrasto per via del fantomatico passaggio a nord-ovest: secondo gli americani la rotta è appannaggio delle acque internazionali, per i canadesi invece è di loro proprietà. Implicati in questa sorta di Risiko internazionale anche Norvegia, Russia e Danimarca. «Paesi che sfruttano il nazionalismo de l'“Artico è cosa nostra” sul palcoscenico della politica interna», dice Michael Byers, professore di diritto internazionale presso la Columbia University. In particolare Russia e Norvegia si stanno fronteggiando per ciò che riguarda le potenziali risorse petrolifere che potranno liberarsi con lo scioglimento dei ghiacci. Le stime dicono che addirittura un quarto di tutto il petrolio conservato nei giacimenti terrestri è riferibile alle profondità artiche, fino a oggi inespugnabili. I tecnici dello United States Geological Survey parlano di un bacino di 90 miliardi di barili di petrolio, 47mila miliardi di metri cubi di gas e grandi giacimenti di gas liquefatto. Sono numeri che fanno gola a molti, specialmente ad aziende top come Shell, ExxonMobil, Rosneft e ConocoPhillips. Anche gli USA, quindi, si stanno dando da fare per conquistare un posticino dove andare posizione le proprie trivelle. La Shell, soprattutto, è già attiva da tempo nei mari alaskani, benché i russi siano in vantaggio per via del più alto numero di rompighiaccio impiegate nei mari del nord. Peraltro la Russia conduce con successo una battaglia di tipo “propagandistico”, con mosse sensazionalistiche come quella avvenuta nel 2007, in cui un sottomarino della Federazione piantò una bandiera sul fondale del Polo Nord. La necessità di risolvere il contenzioso fra le varie nazioni che lambiscono i ghiacci dell'estremo nord, trova conferma nell'incontro che si è avuto a maggio fra i ministri degli Esteri di USA, Russia, Canada e di tutti gli altri Stati che abbracciano l'Artico (in tutto sono sette), preceduto da un documento chiarificatore: «L'Artico sta subendo un cambiamento significativo. Negli anni a venire, questi cambiamenti saranno di fronte agli stakeholders dell'Artico con una linea di nuove sfide, così come di opportunità, dato che la regione comincia gradualmente ad aprirsi come risultato del cambiamento climatico». A Nuuk, in Groenlandia, alcuni fra i massimi esponenti politici a livello mondiale hanno anche parlato degli eschimesi che, a causa del surriscaldamento globale, rischiano di vedere scomparire per sempre il loro territorio. Stesso destino tocca a molte specie animali. Recentemente ha fatto il giro del mondo la notizia di orsi bianchi che, non trovando più cibo per il proprio sostentamento, si sono trasformati in cannibali. Le prove arrivano dal fotografo Iain D. Williams che ha immortalato il raccapricciante attimo in cui un esemplare adulto stringe fra le fauci un piccolo della stessa specie. 

I paesi coinvolti nel Risiko dell'Artico
Gli animali marini rappresentano, invece, l'ennesimo presupposto per rivendicare il proprio dominio delle acque artiche. In questo caso il fenomeno riguarda lo spostamento continuo di specie ittiche da sud a nord. Il clima sempre più caldo, infatti, sta avendo ripercussioni notevoli anche sulle correnti oceaniche, che se in alcuni casi perdono intensità, in altri acquisiscono forza, con costanti variazioni dei gradienti di temperatura, salinità, e pH. Con queste gravi alterazione macro-climatiche i pesci e molti altre categorie animali comprendenti anche creature minuscole come il plancton, stanno perdendo i propri riferimenti di sempre, e istintivamente vanno a coprire aree geografiche dove fino a poco tempo fa non esistevano. Il problema è, dunque, doppio: da una parte si hanno gravi interferenze nella catena alimentare, e quindi ripercussioni significative a livello biologico; dall'altra si stanno creando i presupposti per uno spostamento del baricentro della pesca internazionale, sempre più confinato verso le regioni oceaniche settentrionali. Cosicché gli “Stati Artici” si trovano spesso in combutta fra loro, per sancire il proprio dominio in corrispondenza delle aree geografiche dove la fauna ittica prospera come non è mai avvenuto in passato. Ma c'è chi butta acqua sul fuoco, smorzando i toni, e parlando invece di una sincera e democratica cooperazione fra i rappresentanti dei vari governi. La pensa così Byers, riferendosi in particolare ai russi che, al di là di alcune discutibili prese di posizioni (come quella di far pagare dazio alle navi che transitano al largo della Siberia), sarebbero i più disponibili a «collaborare con il resto del mondo». Di sicuro la questione non potrà essere risolta oggi, né nell'immediato futuro. Se ne riparlerà fra qualche decina d'anni, quando, perlomeno, saranno stati stabiliti i nuovi confini nazionali e probabilmente anche la superpotenza cinese si sarà fatta avanti per reclamare la sua fetta di torta.

giovedì 23 giugno 2011

CAVERNE DI GHIACCIO

Scoperte in Cina cinque caverne di ghiaccio fra i monti Yunqiu. Per gli scienziati sono un vero enigma, visto che la loro esistenza è tale anche se la temperatura esterna durante l'estate è mediamente di 22 gradi centigradi. Secondo le prime ipotesi, le grotte di ghiaccio sarebbero costantemente sottoposte a venti gelidi, capaci di mantenere invariata la temperatura durante il cambio stagionale. Ecco il video della scoperta:

martedì 8 febbraio 2011

Antartide sottovento


Da tempo si è a conoscenza del fatto che alcune zone dell'Antartico si stanno sciogliendo, ma non è ancora noto è il meccanismo alla base del fenomeno. Ora, però, una ricerca diffusa dalla NASA, incentrata su dati provenienti dall'indagine satellitare, svela che un ruolo chiave in questi processi glacio-dinamici è rappresentato dai venti. Le analisi satellitari hanno, infatti, messo in luce che lo scioglimento dei ghiacci dell'Antartide è direttamente proporzionale all'intensità dei venti circumpolari: tanto maggiore è la loro azione, tanto maggiore sarà la perdita glaciale. In particolare, quando i venti sono intensi e spirano dall'oceano meridionale, viene sollevata acqua calda sulla piattaforma continentale, favorendo lo scioglimento dei ghiacciai. «Abbiamo scoperto che le calotte glaciali sono influenzate dal comportamento dei venti», rivela Bob Bindschadler, glaciologo della NASA. «Più i venti circumpolari antartici continueranno ad aumentare, più le piattaforme di ghiaccio rischieranno lo scioglimento». E i venti circumpolari dipendono anch'essi dall'andamento climatico su scala globale. L'effetto serra, dunque, influisce anche in questo senso. Nuove importanti informazioni sull'argomento si potranno avere dalla missione ICESat-2 prevista per il 2016; intanto i satelliti ci danno prova dello scioglimento dell'Antartico per via del periodico distaccamento dal continente di blocchi di ghiaccio di eccezionali dimensioni. Recentemente gli esperti hanno dato notizia del distaccamento di un iceberg di 41 chilometri di lunghezza e 2,5 chilometri di larghezza (più o meno il doppio dell'Isola d'Elba). Il fenomeno è avvenuto in corrispondenza della banchisa di Wilkins Ice Shelf.

venerdì 2 aprile 2010

Il gelo del Dryas recente provocato dall'esplosione di una cometa

13mila anni fa si estinsero all'improvviso molte specie animali. Gli scienziati da sempre si chiedono il motivo di questo evento, ma non sono ancora riusciti a dare una risposta esaustiva. Oggi, però, grazie alle ricerche di Bill Napier dell'Università di Cardiff, scopriamo che probabilmente la sparizione repentina di piante e animali avvenuta nel periodo chiamato dai geologi Dryas recente, potrebbe essere stata provocata dall'esplosione di una cometa nei cieli del Canada: lo confermerebbero i numerosi ritrovamenti di polvere di diamanti riscontrati in strati geologici risalenti a 13mila anni fa. Il fenomeno avrebbe determinato una 'grandinata' di detriti che si sarebbe protratta per circa un'ora provocando incendi immani, riconducibili a impatti di bombe nucleari. Il contatto con la cometa avrebbe pertanto oscurato l'azione solare, provocando un abbassamento repentino delle temperature e determinando una mini era glaciale. "Alla luce di un'ipotesi del genere possiamo spiegare con successo l'estinzione di molti animali avvenuta nell'11mila a.C., compresi i mammut", dice Napier. "Mentre perde consensi la teoria di un solo impatto, impossibile da mettere in relazione con i numerosi processi di combustione che contraddistinsero l'America del nord alla fine del Pleistocene". La conferma del raffreddamento planetario avvenuto 13mila anni fa, arriva anche dai carotaggi effettuati in Groenlandia. Grazie a queste operazioni è stato possibile stabilire che la temperatura nel Dryas recente era di circa 5°C inferiore a quella odierna.

lunedì 1 marzo 2010

L'orso bianco potrebbe salvarsi dall'estinzione. E' già successo 115mila anni fa

Orsi polari a rischio estinzione. Se ne sente parlare ogni dì. Sotto accusa il riscaldamento globale. Ma oggi, da uno studio condotto in Scandinavia, emerge che la scomparsa del plantigrado più imponente del regno animale non è così scontata: a quanto pare - in epoche passate - l'orso bianco avrebbe, infatti, già vinto 'l'effetto serra' continuando a prosperare senza problemi. Lo dimostra un fossile ritrovato alle isole Svalbard. È ciò che rimane della mandibola di un vecchio orso polare vissuto circa 130mila anni fa. Per gli esperti è un ritrovamento eccezionale perché attesta che l'orso bianco visse anche durante la glaciazione rissiana, avvenuta fra 200mila e 130mila anni fa. "È il fossile di orso bianco più antico mai ritrovato", ci raccontano Olafur Ingolfsson dell'Università dell'Islanda e Ostein Wiig dell'Università di Oslo, "appartenne a un maschio vissuto durante la penultima fase interglaciale". Prima di questa scoperta si pensava che l'orso polare si fosse separato dall'orso bruno circa 50mila anni fa, durante l'ultima fase glaciale, detta wurmiana (che iniziò 110mila anni fa e si concluse 12mila anni fa). Dopo il freddo intenso della glaciazione rissiana il pianeta andò, dunque, incontro a una fase calda interglaciale, fra 130mila e 110 mila anni fa, caratterizzata da temperature analoghe a quelle attuali. Il Polo Nord era molto meno esteso di oggi e così i ghiacci della Groenlandia. Secondo gli esperti l'orso bianco visse in condizioni ambientali peggiori di quelle odierne e, dunque, se riuscì a continuare nel suo cammino evolutivo, significa che anche oggi ce la potrebbe fare. Ma non tutti la vedono così: "Senz'altra questa scoperta prova che l'orso bianco visse anche durante le fasi calde del pianeta", dice Chris Stringer, del National History Museum di Londra, "tuttavia non ha senso fare una correlazione con la situazione attuale". L'orso bianco rimane un animale fortemente a rischio. Secondo gli esperti ne rimangono appena 20mila esemplari distribuiti fra Canada, Alaska e Siberia. Secondo alcuni ambientalisti potrebbe estinguersi entro pochi anni.

lunedì 7 dicembre 2009

Lotta all'effetto serra: al via il vertice dell'Onu a Copenaghen

Al via oggi il vertice Onu di Copenaghen per la salvaguardia del clima. Previste due settimane d'incontri e il coinvolgimento di 192 Paesi e 103 capi di stato e di governo. Anche Barack Obama prenderà parte all'appuntamento settimana prossima, durante la fase di chiusura, in cui verranno presentati i provvedimenti da prendere: al termine del summit è previsto un accordo firmato da tutti gli Stati per sostituire il protocollo di Kyoto, che scade nel 2012, come annuncia il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Sull'argomento è intervenuto anche papa Benedetto XVI dicendo che sono necessari "stili di vita più sobri e più rispettosi dell'ambiente e di tutto il creato". Il vertice si pone obiettivi ambiziosi, ma indispensabili per il futuro dell'uomo e del pianeta che, di questo passo, rischia seriamente di soccombere a se stesso, per via dell'intenso sfruttamento dei territori e dell'utilizzo spregiudicato di materie prime. Il premier danese Lars Loekke Rasmussen dice che ''possiamo cambiare e dobbiamo cambiare'' e che, in quest'incontro a Copenaghen, ci sono ''le speranze dell'umanità'''. L'Unione Europea, in particolare, punta al cosiddetto piano 20-20-20. Si vuole dunque ottenere una riduzione delle emissioni di gas serra almeno pari al 20%, aumentare della stessa percentuale l'efficienza energetica, portare a questo livello lo sfruttamento delle risorse rinnovabili. Si spera poi in una maggiore apertura da parte di Paesi fortemente inquinati e inquinanti come Cina, India, Brasile (e Stati Uniti). Intanto gli esperti fanno sapere che da qui al 2100 - a causa dell'effetto serra - scompariranno le Maldive, arcipelago dell'oceano indiano, buona parte di Manhattan e di Hong Kong, Venezia e Paesi pianeggianti che sorgono a livello del mare come il Bangladesh. Secondo i ricercatori del Comitato Scientifico Internazionale per la Ricerca Antartica da qui a fine secolo i mari si innalzeranno mediamente di 1,4 metri (contro i 59 centimetri previsti da studi condotti dall'Intergovernmental Panel on Climate Change). Alla base di tutto il progressivo scioglimento dei ghiacci polari. John Turner, a capo dello studio, sostiene comunque che le cose sono già drammatiche: la concentrazione di anidride carbonica e di metano nell'atmosfera è, infatti, senza precedenti negli ultimi 800mila anni.

venerdì 28 agosto 2009

Topolini del Nebraska cambiano il colore del pelo: è l'ennesima conferma della selezione di darwiniana

L’ennesima prova della selezione naturale di Darwin. Dopo 8mila anni di evoluzione, alcuni topolini americani appartenenti alla specie "Peromyscus maniculatus" cambiano il colore del pelo per difendersi meglio dai predatori. Il fenomeno riguarda dei roditori del Nebraska, che vivono fra le dune di sabbia createsi col finire delle glaciazioni: da scuri – i piccoli animali - sono infatti diventati decisamente più chiari. Secondo gli specialisti ciò dipende dalla mutazione di un particolare gene che conferisce la colorazione al pelo dei mammiferi: “Abbiamo appurato che la variazione di tinta dei topolini dipende da un gene particolare – spiega Catherine Linnen, dell’Università di Harvard -. S’è visto che la livrea chiara è un’acquisizione recente della specie dovuta alla formazione di colline di sabbia durante il periodo post-glaciale”. Di questi tempi, puntualizza Hopi Hoekstra, anche lui dell’Università di Harvard - in occasione del bicentenario della nascita di Darwin e del 150esimo anniversario della pubblicazione de “L’origine delle specie” – non potevamo compiere una scoperta migliore.

martedì 23 giugno 2009

Terremoti in Groenlandia a causa dell'effetto serra

Fino a pochi anni fa i terremoti in Groenlandia erano un fenomeno più unico che raro. Oggi, invece, è vero il contrario. Dal 1993 al 2005 si sono infatti verificati più di 130 terremoti. In particolare da quattro anni a questa parte c’è stata un’impennata di eventi sismici del 50%. Il motivo? Lo scioglimento repentino dei ghiacci. Stando, infatti, alle dichiarazioni degli scienziati di Harvard lo scioglimento dei ghiacci groenlandesi è un processo in grado di innescare scosse telluriche fino a oltre il sesto grado della scala Richter. Il sole riscalda la neve che sciogliendosi penetra le masse glaciali. Si formano dei blocchi di ghiaccio che si separano dalla calotta madre. Questi ultimi, prima di trasformarsi in iceberg, compiono cammini di oltre dieci metri nel giro di nemmeno un minuto. E dunque muovendosi a simili velocità rompono gli equilibri geofisici che tengono uniti le rocce sottostanti dando luogo ai terremoti. Soprattutto in estate si verificano gli eventi sismici, con una frequenza cinque volte superiore a quella invernale. Alla base di tutto ciò c’è l’effetto serra: il surriscaldamento globale, infatti, è la prima causa del progressivo scioglimento dei ghiacci, non solo groenlandesi. Lo studio lancia un ulteriore allarme. Avanti di questo passo nel 2100 avremo le stesse temperature di 130mila anni fa, periodo interglaciale in cui i mari erano 6 metri più alti del livello attuale.