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giovedì 8 maggio 2014

La posizione assunta durante il sonno svela la "salute" della coppia


Coppie che scoppiano e altre che durano l'intera vita. Dipende da numerosi fattori, non ultima la capacità di reggere i ritmi frenetici della società odierna, che spesso minano la stabilità fisica e mentale necessaria al consolidamento di una felice vita a due. Oggi, dunque, per capire meglio quanto funziona il nostro rapporto possiamo soffermarci su vari aspetti della comunicazione non verbale, ma anche sul modo in cui trascorriamo la notte; facendo riferimento, in particolare, alla posizione che assumiamo rispetto al nostro partner. Sono le conclusioni di uno studio pubblicato nel corso del Festival della Scienza di Edimburgo. Gli scienziati ritengono che ci siano varie "possibilità" di affrontare il sonno di fianco al nostro coniuge e che ognuna di esse è in grado di darci delle indicazioni sulla nostra salute affettiva. Regola primaria, toccarsi. Se ci si sfiora, si viene a contatto l'uno con l'altro significa che va tutto bene; il rapporto invece risente di incomprensioni o difficoltà se la coppia mantiene le distanze, anticipando idealmente la "separazione dei letti". Se la distanza minima è inferiore ai 2,5 centimetri si è ancora in un range accettabile; oltre i 75 centimetri la situazione è decisamente compromessa. 1100 persone coinvolte nel test hanno consentito agli psicologi di stabilire che il 42% delle coppie dorme schiena contro schiena, il 31% guardando nella stessa direzione e solo il 4% guardandosi vicendevolmente. Nel 34% dei casi ci si addormenta abbracciandosi o toccandosi, nel 12% mantenendo una distanza minima, nel 2% stando in pratica ai bordi del letto. Qual è la posizione migliore? 


Se ci si vuole bene e il rapporto funziona ci si abbandona a Morfeo toccandosi, ma anche in questo caso ci sono delle differenze. Chi dorme a cucchiaio, volgendo lo sguardo nella stessa direzione del partner, risulta leggermente meno soddisfatto della coppia che si corica guardandosi in faccia e in più sfiorandosi. Analogamente - fra chi non viene a contatto con il partner - è più felice chi è rivolto nella stessa direzione di moglie o marito. Le differenze in realtà sono minime. Chi si tocca raggiunge gradi di soddisfazione pari al 90-91%; chi non si tocca scende al 74-76%. Nelle coppie in cui viene mantenuta una distanza netta la percentuale precipita al 55%. Al di là dell'aspetto relazionale, la posizione assunta nel sonno è anche in grado di suggerire il tipo di carattere di una persona. In generale, chi dorme assumendo una posizione fetale dimostra ansia e indecisione, al contrario della durezza che spesso lascia trapelare; rannicchiarsi lo tranquillizza, meglio ancora se il partner osserva la stessa posizione. Dormire "a tronco", formando con il corpo una specie di linea retta, significa essere testardi e predisposti al comando; alla mattina questi individui sono anche quelli che soffrono di più di problemi alla schiena dovuti all'irrigidimento muscolare. Si può dormire a pancia in giù, assumendo una posizione peculiare detta anche a "caduta libera" (se si tengono le braccia allargate come un paio d'ali). In questo caso la psicologia suggerisce figure che tendono a preoccuparsi e che a fatica riescono a gestire gli impegni di tutti i giorni; caratterialmente possono essere molto estroversi, ma l'ipersensibilità spesso li frena, compromettendogli anche i rapporti. Infine c'è la "posizione del soldato" assunta da chi dorme a pancia in su, con le braccia tese lungo il corpo. E' la posizione più rara, coinvolgente non più dell'8% delle persone. Indica soggetti che prediligono la calma e la tranquillità, odiano le luci della ribalta e amano starsene nel loro brodo, spesso soffrendo di disturbi del sonno, roncopatia e apnee notturne.


lunedì 28 aprile 2014

Sogni maschili e femminili, le differenze


Una ricerca condotta a Oxford qualche anno fa mostrava, da un punto di vista anatomico, le differenze riscontrabili fra il cervello maschile e quello femminile. Nella donna è più sviluppata l'area del linguaggio e dell'intuizione, nell'uomo quella concernente l'attività motoria. Il cervello maschile possiede il maggior numero di sinapsi (aree di collegamento fra le cellule del cervello) e uno spessore più marcato della corteccia; ma nella donna il "cablaggio" neuronale funziona meglio, mettendo più facilmente in contatto i due emisferi. Altre differenze sono state evidenziate dal punto di vista fisiologico, con ripercussioni su carattere, umore ed evoluzione di patologie legate all'ansia e alla depressione (nelle femmine molto più frequenti). Uomini e donne vivono dunque su pianeti distinti e un'ulteriore conferma si ha oggi da uno studio condotto presso l'Università di Montreal, in Canada, dal quale emerge che sesso forte e debole sognano anche in modo diverso.
572 persone coinvolte nel test e invitate a redigere un diario quotidiano, hanno permesso ai ricercatori di mettere in luce i temi ricorrenti dei sogni nei due sessi, con un occhio di riguardo per gli episodi più "terrificanti". E' emerso che quando l'uomo è vittima di un "brutto sogno" ha soprattutto a che fare con terremoti, inondazioni, conflitti a fuoco; la donna con problemi interpersonali, litigi, e incomprensioni. E' un retaggio evolutivo. Dalla notte dei tempi, infatti, l'uomo ha il compito di valere soprattutto dal punto di vista fisico, dimostrando di sapere proteggere il nucleo familiare da calamità naturali e scontri con altri individui, la donna da quello "sentimentale". «Senza dubbio vi possono essere differenze fra i sogni maschili e quelli femminili», racconta Luca Ambrogio, primario neurologo dell'Ospedale di Cuneo, «partendo dal presupposto che i sogni hanno un elevato contenuto emotivo, e che la sensibilità femminile è più spiccata di quella maschile». L'uomo inoltre sogna di volare, raggiungere mondi fantastici e irreali, la donna di essere attaccata da un animale feroce o pedinata. Entrambi fanno sogni a sfondo sessuale - compreso quello di ritrovarsi a vestire i panni di un individuo dell'altro sesso - ma nell'uomo sono più frequenti.
Ma quanto reali e attendibili possono essere considerati i risultati ottenuti dall'equipe canadese? «La verità è che abbiamo una conoscenza formale e non sostanziale dell'attività onirica, di fatto allucinatoria e caotica», continua Ambrogio. «In genere si ricorre a un diario per annotare i sogni, tuttavia quello che ricordiamo è solo l'ultimo o quello sviluppatesi in concomitanza con il risveglio. Comporta un limite qualitativo e quantitativo dell'esperienza maturata nel sonno, per cui si rischia di valutare solo in parte il reale contenuto onirico». Ecco perché, ancora una volta, è lo stesso Freud (capostipite delle ricerche sui sogni) a vacillare. «Anche la teoria freudiana, infatti, rischia di cadere di fronte a queste indicazioni della scienza moderna», prosegue Ambrogio. «Di fatto lo scienziato austriaco aveva basato i suoi studi sui classici ricordi onirici, che però possono essere fuorvianti e limitati». La ricerca di Montreal ha anche permesso di valutare la differenza fra un incubo vero e proprio e un "brutto sogno". Solo nel primo caso, infatti, si possono avere gravi ripercussioni sulla quotidianità, con compromissione definitiva del sonno e uno stato di allerta costante che si ripercuote sulla salute generale.

venerdì 28 dicembre 2012

L'esercito degli ipersonni


Sono circa tre milioni le persone in Italia che soffrono di ipersonnie, patologie che predispongono al sonno durante il giorno. 25mila sono gli ammalati di narcolessia e tra i due e i tre milioni quelli colpiti dalla sindrome delle apnee notturne. Entrambe le patologie sono sotto diagnosticate, al punto che si stima sia solo del 25% la percentuale di persone sofferenti di ipersonnia curate adeguatamente. Sono i dati ricavati dalle associazioni Malati di Ipersonnie e Associazione Italiana Medicina del sonno. La narcolessia insorge dopo i dieci anni e prosegue per tutta la vita con picchi principalmente tra i quindici e i venticinque anni. Chi ne soffre è letteralmente in balia degli umori di Morfeo. Può addormentarsi ovunque: durante una conversazione, un concerto, aspettando l’autobus… Si manifesta con un’incontrollabile tendenza ad addormentarsi di giorno, aldilà del numero di ore passate a riposare durante la notte. Il sintomo più eclatante è la “cataplessia”, ovvero la perdita del tono muscolare causata da manifestazioni emotive come riso, collera, eccitazione e sorpresa, che precede l’assopimento vero e proprio. La malattia può essere la conseguenza di lesioni cerebrali, ma può anche essere trasmessa per via ereditaria. L’apnea notturna è invece l’interruzione del respiro durante il sonno, di solito legata all’eccesso di peso. È caratterizzata da episodi che si ripetono anche centinaia di volte con brevi intervalli di 10-30 secondi. Durante questi episodi l’ossigenazione del sangue tende a ridursi pericolosamente. Studiosi dello Sleep Disorders Center di Salt Lake City (USA) sono arrivati alla conclusione che le probabilità di soffrire di apnea ostruttiva notturna sono più elevate per le persone che assumono contemporaneamente farmaci antipertensivi e antidepressivi. Secondo le ricerche condotte dall’ospedale universitario di Barcellona è circa il 20% della popolazione mondiale a soffrirne.

La narcolessia in un film di Gus Van Sant: 


sabato 12 marzo 2011

Un night hospital per vincere l'insonnia

Nasce a Torino, presso l’ospedale Molinette, il primo night hospital italiano per curare le patologie del sonno. Intende andare incontro a quel 10 percento della popolazione che fatica a dormire, compromettendo l’attività lavorativa e le relazioni sociali: il servizio è rivolto a chi dorme troppo poco, ma anche a chi soffre di ipersonnia, di apnee notturne, di incubi ricorrenti e di sonnambulismo. Gli specialisti torinesi si avvalgono di raffinati strumenti diagnostici: ci sono il polinnigrafo, l’actigrafo, il poligrafo, il saturimetro. Il primo serve a scrutare tutto ciò che accade nel cervello del malato: la sua attività cerebrale, quando entra in fase Rem, ecc. Il secondo ha lo scopo di registrare il ritmo sonno-veglia. Il terzo indica l’attività cardiaca e respiratoria. Il quarto serve per calcolare la quantità di ossigeno nel sangue. In pratica il nuovo centro dell’ospedale Molinette entra in servizio quando tutti gli altri reparti chiudono e consente di sottoporsi a esami specialistici senza perdere nemmeno un giorno di lavoro. Il paziente si presenta presso il dipartimento di neuroscienze in serata e viene trattenuto fino all’indomani. Alle 20.30 il malato viene introdotto nella camera che lo accoglierà per la notte. C’è un microfono che pende dal soffitto necessario a registrare ogni minimo rumore: dal semplice russare, alle grida che contraddistinguono per esempio chi soffre di attacchi epilettici notturni. C’è una telecamera a infrarossi che comunica ai medici del reparto l’attività fisica dell’insonne o del sonnambulo. I test cominciano intorno alle 23.00. A quest’ora entrano in funzione tutti i vari macchinari. Alle 7.00 il risveglio e la diagnosi. Alle 8.00 il malato lascia il reparto pronto per iniziare una nuova giornata: in tasca la ricetta per riuscire a sconfiggere definitivamente la difficoltà a concedersi alle braccia di Morfeo.

lunedì 25 ottobre 2010

SOGNI ANATOMICI


L'ultimo film con Leonardo Di Caprio - "Inception" - sta ottenendo un grande successo. Almeno sotto il profilo critico: in molti hanno addirittura scomodato giganti come Resnais e Kubrick. Comunque sia il lavoro di Christopher Nolan - regista quarantenne di origine inglese - è senza dubbio accattivante, affascinante, misterioso. Ma non è un caso. Tratta, infatti, uno dei temi più curiosi ed enigmatici della psicologia umana: il sogno. E proprio di sogni vorremmo parlare in quest'occasione, all'indomani dell'importante scoperta effettuata da scienziati italiani dell'Istituto scientifico per la riabilitazione neuromotoria "Santa Lucia", in collaborazione con i ricercatori di Roma, L'Aquila e Bologna. Gli esperti hanno individuato le aree anatomiche da cui prendono vita i sogni, e i meccanismi che determinano la loro "intensità emotiva". Due le aree esaminate: ippocampo e amigdala. Sono due aree estremamente sensibili, quasi sempre prese in considerazione quando si tratta di parlare del funzionamento del cervello umano. Non per niente presiedono a importantissime funzioni. L'ippocampo rappresenta la zona mediale del lobo temporale. Ha una forma curva e convoluta, tanto da rimandare la sua fisionomia a quella del cavalluccio marino (da cui deriva il nome). È fondamentale per la memoria a lungo termine e per la "navigazione spaziale". Ed è infatti la prima area cerebrale ad andare in panne quando subentrano malattie come l'Alzheimer o altre patologie neurodegenerative. L'amigdala può invece essere considerata un gruppo di strutture interconnesse di sostanza grigia, riconducibile a una parte del cosiddetto sistema limbico, posizionata al di sopra del tronco cerebrale, anteriormente rispetto all'ippocampo. Il suo ruolo è determinante per le funzioni emozionali. L'intensità delle nostre emozioni dipende, infatti, quasi unicamente dall'amigdala. Questa parte di cervello è per esempio legata al disturbo di attacchi di panico, ed è quindi direttamente interconnessa alle sensazioni di paura intensa. Gli otto milioni di italiani malati di DAP vanno in tilt dopo un input ansiogeno, proprio perché l'amigdala si attiva in eccesso per via del canale ionico-1a (ASIC1a). Sicché gli esperti italiani hanno indagato con la risonanza magnetica (per due settimane) le fisiologie cerebrali di 34 persone di età compresa fra i 20 e i 70 anni, giungendo a risultati sorprendenti. I ricercatori hanno, infatti, evidenziato che le dimensioni e la morfologia di ippocampo e amigdala influenzano notevolmente la natura dei sogni, le stranezze oniriche e le loro bizzarrie. Sono decisamente più vividi, emozionanti e talvolta terribilmente angustianti, quando si ha l'amigdala più destrutturata e l'ippocampo di dimensioni maggiori rispetto alla norma. Anche Freud aveva affrontato l'argomento, poco convinto del fatto che emotività, attività onirica, e paura, dipendessero strettamente dall'anatomia cerebrale. Naturalmente il genio di Freiberg non aveva a disposizione le apparecchiature odierne, pertanto le sue rimasero solo delle mere ipotesi sui cui oggi si sta facendo luce. "Tutto è iniziato due anni fa quando ci siamo chiesti se aspetti microstrutturali della nostra anatomia cerebrale possono spiegare perché alcuni di noi non ricordano affatto i sogni, mentre altri ne conservano il ricordo in modo dettagliato", spiega Luigi De Gennaro, responsabile della ricerca. "Allo stesso modo, tra coloro che ricordano regolarmente i sogni, alcuni li raccontano con estrema incongruenza e bizzarria, altri riportano solo poche scene povere di particolari". Il mistero dei sogni è stato ripreso poco tempo fa anche dallo psicologo Darren Lipnicki, del Centro di Medicina Spaziale di Berlino. Lo scienziato ha scardinato il luogo comune che vuole i sogni più bizzarri (compresi gli incubi) figli di traumi non risolti, abbandoni infantili e problemi psicologici di varia natura. Secondo il ricercatore, infatti, il classico "brutto sogno" dipenderebbe dalle onde magnetiche. A questi risultati Lipnicki è giunto dopo aver analizzato i propri sogni pazientemente per sette anni di fila e aver contemporaneamente valutato l'attività geomagnetica locale. Lo studio è durato, dunque, dal 1990 al 1997, per un totale di 2.387 sogni. Cinque le categorie maturate sulla base dell'assurdità del sogno: "Tra i più strani", dice Lipnicki, "c'è per esempio quello di trovarmi in riva al mare con una scimmia parlante. Difficile pensare a un legame preciso tra un sogno del genere e un'esperienza passata". Prima d'ora s'era messo in luce che, in effetti, alcune molecole prodotte dal cervello incrementano il loro numero in determinate condizioni influenzate dal magnetismo. Con ciò lo studioso tedesco ha evidenziato che è soprattutto la melatonina la prima a sballare, provocando sogni impossibili, surreali, e spaventevoli. Ma cosa c'è di vero in tutto ciò? Molti scienziati storcono il naso, sostenendo che la tesi del tedesco è affascinante, molto soggettiva, ma poco verosimile. Certamente le onde elettromagnetiche interagiscono in qualche modo col corpo umano, ma non abbastanza per sceneggiare la messa in onda di un nuovo sogno. D'altronde le onde elettromagnetiche sono costantemente sotto osservazione, poiché non si è ancora capito se facciano davvero male o meno alla salute. Per altri ricercatori, invece, la qualità dei sogni è determinata da stimoli esterni, da patologie degli organi o addirittura dalla posizione che assumiamo durante il sonno. Se una persona ha per esempio mal di stomaco o problemi gastrici, il contenuto dei sogni potrebbe riguardare il cibo. Chi soffre di malattie respiratorie o cardiache fa spesso sogni angosciosi. Sognare di volare potrebbe essere prodotto dal sollevarsi e l'abbassarsi dei lobi polmonari; se ci vediamo nudi in mezzo alla gente potrebbe essere semplicemente dovuto al fatto che, senza accorgerci, le coperte sono scivolate ai piedi del letto scoprendoci. Secondo il neuropsichiatra Philipe Auguste Tissié l'organo colpito da una certa malattia o da un disturbo è in grado, dunque, di caratterizzare la natura dell'evento onirico. Dello stesso parere David Krauss che definisce "transustanziazione" il processo attraverso il quale le immagini oniriche sorgono sulla base degli stimoli fisici. Secondo alcuni antropologi, infine, il sogno ha costituito la base per la credenza dell'anima: quest'ultima, nel sonno, si staccherebbe, infatti, dal corpo per vagare nel mondo. Il sogno sarebbe dunque la rappresentazione di questo viaggio improvviso e "magico", e le immagini assurde e surreali la prova che si è fatta visita a mondi "impossibili" e lontani. È da questa considerazione che ci giunge alla bella storiella su un vecchio saggio cinese: "Chuang Tzu sognò di essere una farfalla e al risveglio non sapeva se fosse un uomo che aveva sognato di essere farfalla, o una farfalla che, invece, in quel momento stava sognando di essere Chuang Tzu".

venerdì 24 settembre 2010

CERVELLI PLASTICI

Da tempo si sa che l'attività fisica fa bene al corpo: consente una maggiore ossigenazione dell'organismo, mantiene giovani i tessuti, abbassa la pressione, rinforza le ossa… Quel che però non si sapeva è che l'attività fisica ha un'influenza diretta anche sul cervello. Stando, infatti, alle conclusioni di un team di studiosi americani, lo sport effettuato con giudizio e continuità, migliora notevolmente le capacità cognitive e mnemoniche di una persona. Non solo. Le ultime ricerche dimostrano che, addirittura, un individuo che pratica regolarmente sport, fa sì che il suo cervello possa addirittura accrescersi. È questo il succo di una ricerca condotta dagli esperti dell'University of Illinois (USA). Gli studiosi hanno coinvolto 49 bambini di età compresa fra 9 e 10 anni. Ad ognuno di essi è stato chiesto di compiere degli esercizi fisici sul tapis roulant. Alla fine il cervello dei piccoli è stato esaminato con la risonanza magnetica e messo a confronto con quello di bambini inattivi. L'esito ha lasciato sbalorditi gli stessi scienziati: il cervello di chi pratica attività fisica, infatti, è risultato più grande del 12% rispetto a quello dei bambini sedentari. Secondo gli esperti il riferimento è specificatamente a un'area del cervello legata alle funzioni mnemoniche e all'apprendimento: l'ippocampo. Precedenti studi avevano, infatti, dimostrato che l'assenza di questa area cerebrale crea profondi disagi legati alla memorizzazione degli eventi. In sostanza nei bambini che fanno sport l'ippocampo è decisamente più ampio rispetto alla norma e questo fa sì che il loro rendimento scolastico sia migliore di quello degli altri compagni. È il contrario di ciò che avviene nel cervello degli insonni, dove, si è visto, la massa neuronale tende a ridursi. Da un recente studio pubblicato sulla rivista Biological Psychiatry emerge che la carenza di sonno predispone all'atrofia di varie strutture cerebrali. Con ciò i ricercatori suggeriscono l'importanza di indirizzare il più presto possibile i propri figli verso una disciplina sportiva, di cui poi beneficerà per tutta la vita. "È la prima volta che arriviamo a conclusioni di questo tipo tramite la risonanza magnetica", affermano i ricercatori americani sulla rivista Brain Research. "Prima d'ora si poteva solo ipotizzare un fatto del genere". Gli esperti hanno anche analizzato il cervello d'individui appassionati di videogiochi e anche in questo caso è stato riscontrato un aumento del volume di particolari aree cerebrali: nucleo accumbes e nucleo caudato. Su PNAS invece s'è parlato del fatto che l'attività fisica è in grado di facilitare la produzione di fattori di crescita neuronale, capaci di riparare gravi danni cerebrali: test sui roditori hanno evidenziato che i "topi sportivi" presentano maggiori concentrazioni di "neurotrofica", proteina che - prodotta durante un esercizio fisico - favorisce la rigenerazione di fibre nervose. In generale, comunque, il beneficio sportivo per il cervello va allargato anche ad altre classi di età. Tenuto conto del fatto che dai 20 ai 45 minuti di attività fisica al giorno, regala migliori prestazioni mnemoniche e cognitive a qualunque persona. Accade anche con la meditazione. Ad Harvard hanno, infatti, verificato che la meditazione può influire sulla anatomia del cervello, coinvolgendo soprattutto aree cerebrali legate all'attenzione e all'acquisizione di stimoli sensoriali: questi distretti anatomici subirebbero un ispessimento, direttamente legato al buon funzionamento dei processi emozionali. Ma un cervello più grande potrebbe anche preservare da malattie gravi come l'Alzheimer? Per ora è solo un'interessante ipotesi, che abbisogna di ulteriori approfondimenti. Qualcosa, in ogni caso, è già stato fatto. Lindsay Farrer, infatti, della Boston University School of Medicine, ha osservato attentamente il cervello di 300 anziani malati di demenza, evidenziando una netta correlazione fra grandezza del cervello e malattia neurodegenerativa. In particolare la studiosa ha rivelato che la progressione di malattie come l'Alzheimer è meno evidente in chi ha il cervello più ampio. In pratica in questi soggetti l'atrofia cerebrale va più a rilento e sconvolge meno la vita di un paziente: "Una testa più grande contiene più cellule nervose e più connessioni fra le singole cellule", afferma Robert Perneczky, collega di Farre, "ci vuole perciò più tempo prima che vanga oltrepassata la soglia del danno neurologico".

martedì 23 febbraio 2010

Più intelligenti col pisolino pomeridiano

Pisolino, siesta, pennichella, comunque la si voglia chiamare, questa abitudine non solo consente di 'ricaricare' il cervello, ma anche di diventare più intelligenti. È ciò che emerge da uno studio effettuato da scienziati americani dall'Università della California. Matthew Walker, a capo dello studio, rivela che molte celebri menti del passato riposavano abitualmente durante le ore pomeridiane: Albert Einstein, Pablo Picasso, Wiston Churchill. Fra i contemporanei, invece, Walker cita Bill Clinton (con un QI pari a 140). Gli scienziati sono giunti a questi risultati sottoponendo a una serie di test cognitivi 39 ragazzi, divisi in due gruppi: al primo gruppo, subito dopo le prove, è stato chiesto di riposare per 90 minuti, al secondo di continuare a fare le cose di tutti i giorni. Alla fine si è visto che la capacità di apprendimento dei ragazzi del primo gruppo era decisamente migliore di quella del secondo. La prova ufficiale della validità della pennichella. Da un punto di vista fisiologico è emerso che, grazie al riposino, l'ippocampo - area del cervello legata all'apprendimento - si attiva con maggiore efficacia e funziona meglio. Le conclusioni dello studio sono state esposte nel corso dell'incontro annuale dell'American Association for the Advancement of Science a San Diego, in California. Walker, in particolare, ha raccontato che "il nostro cervello funziona come una casella di posta elettronica; e il riposino, in pratica, consente lo svuotamento dei numerosi messaggi accumulati, per far spazio ad altri nuovi". I ricercatori spiegano, infine, che tutti dovrebbero concedersi dei break di riposo durante la giornata, comportandosi né più né meno come fa la maggior parte dei mammiferi.

mercoledì 17 febbraio 2010

L'insonnia 'restringe' il cervello

Chi soffre d'insonnia ha un cervello più 'piccolo' degli altri e le aree legate alla comprensione degli stimoli piacevoli che funzionano meno. È il nuovo quadro emerso da uno studio effettuato su pazienti che faticano a riposare adeguatamente durante le ore notturne. Prima d'ora si pensava che la carenza di sonno potesse provocare solo problemi di natura psicofisica, legati per esempio a difficoltà di concentrazione, ansia, affaticamento cronico, diabete e obesità. Oggi invece si scopre che la malattia può anche agire a livello anatomico, determinando un 'restringimento' del cervello. "E' un fenomeno che porta all'atrofia di varie cellule neuronali che non beneficiano più del riposo notturno", spiega a Libero Luigi Ferini Strambi, direttore del Centro di medicina del sonno dell'Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano. "Il sonno regolare è, infatti, indispensabile per 'ricaricare' le cellule che hanno lavorato tutto il giorno. Se ciò non avviene parte di esse muoiono". Il fenomeno, in realtà, era già stato osservato, negli animali sottoposti a privazione cronica di sonno e in persone dedite al consumo smodato di bevande alcoliche. Nessuno, però, pensava che potesse riguardare anche i numerosi individui che fanno fatica ad addormentarsi o che, durante la notte, si svegliano frequentemente: solo in Italia da 12 a 15 milioni. In particolare gli scienziati hanno messo in luce che gli insonni cronici subiscono una progressiva riduzione della materia grigia. Gli esperti del Netherlands Institute for Neuroscience hanno sfruttato una nuova tecnica chiamata "morfometria basata sui voxel". È molto più precisa della risonanza magnetica e consente di 'fotografare' con meticolosità estrema, ogni anfratto del cervello. Con questo sistema - Ellemarije Altena e Ysbrand van der Werf, i due scienziati a capo della ricerca - hanno evidenziato che il volume e la densità della corteccia orbitofrontale sinistra, sono ridimensionati negli insonni: la zona esaminata permette all'organismo di autoregolarsi, e beneficiare delle giuste ore di sonno. "Il riferimento è a un'area anteriore del cervello, implicata anche nella vigilanza e nelle capacità decisionali", precisa lo scienziato del San Raffaele. In particolare s'è visto che il grado di 'restringimento' cerebrale è direttamente proporzionale alla gravità della malattia. La scoperta - diffusa dalla rivista Biological Psychiatry - consentirà nuovi approcci nel campo della cosiddetta sonnologia, partendo dal presupposto che la malattia ha, come si è visto, effetti negativi anche sulle strutture anatomiche cerebrali. "In realtà il passaggio successivo della ricerca sarà quello di capire se e come il cervello può riprendersi una volta curata la malattia con successo", conclude Ferini Strambi. "Per ora possiamo solo dire che abbiamo in mano un motivo in più per iniziare a curare il prima possibile i casi di insonnia". L'insonnia ha un impatto sociale molto alto. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Sleep, la malattia costa fino all'1% del Pil di un paese. In media, a causa dell'insonnia, si diserta il posto di lavoro quattro giorni e mezzo l'anno.

(Pubblicato su Libero il 17 febbraio 10)

mercoledì 21 ottobre 2009

Un sonnifero per svegliare dal 'torpore' i pazienti in coma vegetativo

Un comune sonnifero impiegato normalmente per ridurre gli stati ansiosi potrebbe aiutare la ripresa dell’attività cerebrale in pazienti in stato di coma vegetativo. Sono le conclusioni di un team di esperti inglesi al lavoro presso un centro di Springs in Sudafrica. Gli scienziati – guidati da Ralf Clauss del Royal Surrey County Hospital di Guilford – hanno somministrato il farmaco a tre pazienti da anni impossibilitati a compiere qualunque azione fisica e verbale: due vittime di gravi traumi cranici, un uomo sopravvissuto a un prolungato stato di anossia dopo una caduta in mare. Il farmaco avrebbe dovuto semplicemente ridurre lo stato di agitazione che colpiva i tre durante la notte. Ma il medicinale – lo zolpidem – ha fatto molto di più. Ha consentito, infatti, ai malati di interagire di nuovo con il mondo esterno. Dice Clauss che questi ultimi sono stati in grado di riconoscere nuovamente i familiari, parlare, rispondere a domande (seppure molto semplici) e addirittura guardare la televisione. La condizione di veglia è durata giusto il tempo dell’effetto del medicinale - poche ore - dopodichè i malati sono tornati al loro consueto torpore. Ma è da questo piccolo risultato che gli esperti intendono comunque partire per sviluppare una nuova terapia tesa al recupero di traumatizzati condannati a una vita da vegetali. Ma come è possibile che un farmaco – peraltro predisposto semplicemente per aiutare a dormire – possa addirittura riattivare un cervello rimasto “spento” per anni? È una domanda alla quale non è possibile ancora dare una risposta definitiva. Probabilmente – rivelano i ricercatori – lo zolpidem possiede la capacità di attivare aree del cervello che normalmente rimangono inattive. Aree dormienti in un cervello normale, ma che in un organo cerebrale compromesso – se opportunamente sollecitate - possono entrare in funzione. Il coma vegetativo – come quello dei tre pazienti sudafricani - è una condizione di profonda incoscienza nella quale il malato perde conoscenza e sensibilità, è ridotto solo a un corpo che mantiene alcune minime funzioni vitali. Spiegano i ricercatori che dopo un anno è di solito giudicato irreversibile. Da non confondere con il coma profondo, dal quale in alcuni casi è possibile uscire. In Italia ci sono circa 1.500 casi di questo genere, negli Stati Uniti circa 20mila adulti e 10mila bambini. La maggior parte dei pazienti muore entro cinque anni, qualche caso molto raro (in media 1 su 50mila) sopravvive oltre i 15 anni.

martedì 13 ottobre 2009

Vizi e virtù del sonnellino pomeridiano

Svelato il mistero legato all’irresistibile desiderio di schiacciare un pisolino subito dopo pranzo, la classica pennichella. Dipende tutto dal glucosio. Stando infatti alle conclusioni di esperti dell’Università di Manchester dopo pranzo il livello di glucidi nel sangue cresce notevolmente, provocando l'inattivazione degli ormoni ipotalamici, il cui compito è quello di mantenere vigili. Secondo gli studiosi questo meccanismo fisiologico avrebbe permesso all’uomo primitivo - e permette ancora oggi agli animali - di rimanere attivo quando la fame iniziava a farsi sentire, così da facilitare la ricerca di cibo. Al contrario dopo mangiato la pennichella consentiva ai nostri predecessori di rilassarsi per recuperare le energie perdute. La pennichella, peraltro, fa bene al cuore. Degli studiosi greci hanno coinvolto 23mila persone scoprendo che il riposino pomeridiano riduce il rischio cardiovascolare del 34%.

giovedì 18 giugno 2009

Il mistero dell'uomo che non dorme da 33 anni

Si chiama Thai Ngoc, ha 64 anni e vive in Vietnam, nella comunità agricola di Que Trung (nella foto). Sposato ha sei figli. Ogni giorno percorre circa 4 chilometri avanti e indietro per trasportare due sacchi di fertilizzanti di 50chilogrammi ciascuno e si occupa di polli e maiali. La notte la trascorre invece sorvegliando gli appezzamenti agricoli e gli allevamenti dei vicini. È sempre attivo 24 ore su 24 per un semplice motivo: Ngoc non dorme mai. Ebbene sì, l’uomo è da 33 anni che non chiude occhio, da più di 10mila notti. A rivelarlo è un articolo pubblicato sul più importante quotidiano in lingua inglese vietnamita, il Thanh Nien. I medici parlano di un autentico miracolo vivente. Nessuno infatti sa spiegarsi come sia possibile per un essere umano resistere per così tanto tempo senza dormire. Tenuto conto che sono sufficienti pochi giorni senza sonno per soffrire di allucinazioni e di altri gravi disturbi psichici. Phan Ngoc Ha, direttore dell’Hoa Khanh Mental Hospital in Danang, afferma che spesso l’insonnia provoca anoressia, irritabilità e apatia. Ma che Thai sembra immune da tutto ciò. L’insonnia cronica dell’uomo è cominciata nel 1973. Ngoc in quell’anno si ammalò e soffrì di febbre alta per parecchi giorni. In seguito la febbre sparì, ma inspiegabilmente rimase addormentato per molti giorni di seguito. Al risveglio, la sorpresa: l’incapacità totale a riprendere sonno. E da allora sono trascorsi ben 33 anni. I medici che lo seguono dicono che il suo organismo non risente della mancanza del quotidiano abbraccio di Morfeo. Affermano che ha solo alcuni valori legati all’emocromo un po’ sballati. Ma nulla di veramente patologico: “Io non so se l’insonnia ha effetto o meno sulla mia salute – dichiara l’uomo intervistato dal Thanh Nien -. Ciò di cui son certo però è che anch’io posso lavorare come tutti gli altri”. Increduli sono anche i suoi compaesani, abitanti della zona rurale di Que Trung. La stessa moglie di Ngoc non sa spiegare la condizione di suo marito. Dice la moglie che “ogni volta che Ngoc va dal dottore torna con un certificato di buona salute”. E le medicine per dormire? Nemmeno i farmaci sono stati in grado di restituire il sonno all’agricoltore vietanamita. “Le ho provate tutte – dice Ngoc – dai sonniferi alle medicine tradizionali vietnamite. Ma in ogni caso l’impresa è stata vana”.

lunedì 27 aprile 2009

La sera ha l'oro in bocca

Chi dorme non piglia pesci. Così ci dicevano i nostri nonni, alludendo all’importanza di alzarsi presto la mattina per iniziare a lavorare prima e sfruttare al meglio le ore di luce. Evidentemente non avevano tutti i torti. Ma oggi, contemporaneamente allo sviluppo tecnologico che ci consente di lavorare 24 ore su 24, sarà ancora vero questo detto? Secondo un team di ricercatori belgi la risposta è no. Questo modo di pensare non avrebbe più molto valore, anzi, probabilmente sarebbe vero il contrario: si vive meglio andando a letto tardi e alzandosi quando il sole è già alto da un pezzo. I ricercatori dell’università di Liegi, guidati da Philippe Peigneux, hanno selezionato due campioni di volontari: il primo, rappresentato dalle ‘allodole’, uccelli mattinieri, individui abituati ad andare a letto subito dopo il tramonto e di conseguenza a svegliarsi all’alba; i secondi, comprendente ‘i gufi’, tipici rapaci notturni, soggetti che invece non riescono ad addormentarsi se non a notte fonda, e che si svegliano tardi. Ai membri dei due gruppi è stato chiesto di coricarsi per la notte al solito orario: in media i mattinieri andavano a letto 4 ore prima dei nottambuli. A questo punto i ricercatori hanno analizzato i cervelli di entrambi i gruppi alle prese con esercizi cognitivi e mnemonici durante due momenti della giornata: al risveglio e dopo dieci ore dall’inizio del giorno. In questo modo hanno scoperto che le allodole e i gufi hanno le stesse potenzialità cognitive e mnemoniche appena svegli, ma non quando è da dieci ore che sono in piedi, pur avendo dormito le stesse ore. Benché il motivo non si ancora stato chiarito, solo le persone che si alzano tardi la mattina - perché sono andate a letto in piena notte - hanno ancora la mente fresca e lucida, in grado di ragionare, mentre gli altri cominciano a dare segni di cedimento, stanchezza e confusione. “Durante le sessioni serali i nottambuli erano meno addormentati e tendevano a performance più veloci rispetto ai mattinieri – spiega Peigneux. Inoltre è emerso che, mediamente, i gufi guadagnano più degli altri: evidentemente la maggiore efficienza mentale dei nottambuli si ripercuote positivamente anche in ambito lavorativo. Fra i celebri nottambuli si possono ricordare Charles Darwin, Hitler e Wiston Churcill; fra le allodole America Ferrara (Ugly Betty), Benjamin Franklin e Charles Aznavour. Secondo i ricercatori la divisione fra allodole e gufi risale all’età della pietra, quando gli uomini si dividevano in due categorie: quelli che si alzavano presto la mattina per andare a caccia, e quelli che invece andavano a letto tardi perchè il loro compito era fare la guardia. In ogni caso la tendenza ad alzarsi presto o tardi la mattina è scritta nel nostro Dna, come conferma uno studio diffuso recentemente da esperti dell’Università di Leiden, in Olanda. Gli studiosi hanno confrontato l’andamento delle temperature corporee di mattinieri e nottambuli durante le 24 ore, scoprendo che chi tende ad alzarsi presto al mattino ha l’orologio biologico in avanti di due ore rispetto a chi preferisce fare le ore piccole. Questo meccanismo fisiologico - alla base del ritmo circadiano, che regola l’alternanza sonno-veglia - è stato individuato in due piccoli gruppi di cellule cerebrali, i cosiddetti nuclei suprachiasmatici. Il compito di queste cellule è inviare segnali chimici all’organismo in modo che alcune funzioni vitali (come il battito cardiaco, la secrezione ormonale e la temperatura corporea) siano adeguatamente sincronizzate sull’ora del giorno o della notte. Infine alcuni ricercatori ritengono che la tendenza ad andare a letto presto o tardi dipenda anche dall’ora di nascita. Chi nasce verso mezzanotte tenderà ad andare a letto presto e quindi ad essere un allodola. Chi invece nasce intorno a mezzogiorno dovrebbe amare far tardi la sera, come un autentico gufo.
(Pubblicato su Libero il 26 aprile 09)

venerdì 7 novembre 2008

Acqua, fuoco e prati. I sogni rivelano i problemi di salute

Si sogna per scaricare le emozioni, lo stress, per esorcizzare le paure e riorganizzare i pensieri accumulati durante la giornata. Per Freud, in particolare, il sogno è una paura rimossa nell’inconscio o un desiderio. A volte, però, il sogno può anche comunicare che, nel nostro organismo, non tutto va come dovrebbe. In questi casi, quindi, l’attività onirica diventa la spia di un malessere, una indisposizione, o addirittura una malattia vera e propria. Per capire quando un sogno intende comunicarci qualcosa sulla nostra salute ci viene incontro un libro appena uscito intitolato “Sogni e salute” (edizioni Red), scritto dal medico Emilio Minelli e da Nicla Vozzella. I due esperti illustrano sei tipi di sogni standard, e per ognuno di essi mettono in evidenza la malattia corrispondente, sollecitandoci a tenere un quadernetto sul comodino, così da annotare i sogni che facciamo e poter eventualmente correre ai ripari prima che sia tropo tardi. Partiamo dai sogni concernenti voli o cadute, nei quali ci ritroviamo protagonisti di cadute improvvise, magari mentre ci stiamo arrampicando su una roccia o su un albero o voliamo a bordo di un aeroplano. Questa tipologia di sogni rientra nei cosiddetti ‘sogni d’aria’ e riguarda i polmoni. Chi fa esperienze oniriche di questo genere potrebbe avere problemi respiratori come asma, bronchite cronica, raffreddori e riniti. In alternativa può anche voler dire che si sta attraversando un periodo burrascoso, ansioso e stressante, come se mancasse sempre l’aria. Quando, invece, il soggetto principale di un sogno è il fuoco (per esempio un incendio, o un’eruzione vulcanica), significa che qualcosa non va a livello cardiaco, circolatorio o emozionale. Nel peggiore dei casi potremmo essere vittime di cardiopatie o coronopatie, ipotesi che necessiterebbero di approfondimento per evitare brutte conseguenze. In altri – meno gravi - di una eccessiva eccitabilità davanti a eventi comuni del vivere quotidiano. Sognare di muoverci in mezzo a boschi e prati vuol dire che il fegato potrebbe non funzionare come dovrebbe. In particolare se, in pieno sogno, ci sentiamo stanchi vuol dire che il nostro organo epatico non è più in grado di smaltire efficacemente le tante scorie accumulate dal metabolismo, e potrebbe quindi esserci il rischio di epatiti o intossicazioni. Se nel sogno, invece, ci sentiamo particolarmente tonici, significa che potremmo avere problemi di emorroidi, mal di testa o contratture muscolari. Sognare degli ostacoli o delle difficoltà mentre compiamo un’azione come correre a prendere il metrò o camminare per strada, indicano deficit nell’attività del pancreas e della milza. In questi casi l’attività onirica è la spia di un rallentamento del flusso linfatico, o venoso, con cellulite, disfunzioni della composizione del sangue e grande stanchezza. Quando invece il sogno ha come protagonista l’acqua (per esempio una tempesta, un naufragio, l’andamento irregolare di un torrente ), significa che ci potrebbero essere problemi legati alla funzionalità renale, ma anche altri disturbi come ritenzione idrica, perdita di memoria, calo della libido, depressione, osteoporosi. L’ultimo gruppo di sogni riguarda quelli aventi come soggetto città sconosciute e per questo poco familiari e minacciose. In questi frangenti può per esempio capitare di trovarci in mezzo al traffico di una metropoli che non abbiamo mai visto, totalmente rimbambiti dal viavai di automobili e persone. È la prova che qualcosa si è inceppato nel nostro intestino. Chi fa questo tipo di sogni può dunque soffrire di coliti, stitichezza, intolleranze alimentari, calo delle difese immunitarie. La conferma, infine, dell’efficacia dei sogni come autodiagnosi viene anche dagli studi condotti dal noto neurologo Oliver Sacks. Lo scienziato statunitense afferma che molti disturbi sono accompagnati da alterazioni quantitative o qualitative del sonno, e da sogni particolari. E che alcuni pazienti sognano l'insorgere di una malattia, prima che possa manifestarsi palesemente.

martedì 20 maggio 2008

Mai dormire a pancia in giù

Mal di testa, mal di denti, fischi alle orecchie, nevralgie, vertigini, piorrea, difficoltà a stare in equilibrio: sono tutti malanni che possono essere semplicemente dovuti a una posizione sbagliata assunta mentre si dorme. È quanto si evince dagli studi compiuti da Gino Salvatore Galiffa, specialista in Odontostomatologia, Otorinolaringoiatria e in Patologia cervico-facciale, per molti anni responsabile della Sezione di Odontostomatologia dell’ospedale “Mazzini” di Teramo. Secondo lo scienziato simili disturbi insorgono quando si dorme a pancia in giù: in posizione prona infatti il corpo pesa sulla mandibola e a lungo andare la traumatizza. Nello specifico si verifica a livello mandibolare una compressione duratura che va a ostacolare la circolazione sanguigna, incidendo poi negativamente sulla salute dei denti e delle gengive, delle articolazioni della mascella e dei muscoli masticatori, dei nervi cervicali e del trigemino. Da un punto di vista prettamente scientifico si parla di “alterazione dell’armonia anatomica e funzionale delle tre componenti dell’apparato stomatognatico: neuromuscolare, articolazione temporomandibolare, dentoparodontale”. Ci sono stati anche casi di persone che in seguito alla cattiva postura durante il sonno sono arrivate addirittura a non riuscire più a mangiare normalmente: il riferimento è a un ragazzo, seguito da Galiffa, che oltre a dormire a pancia in giù teneva anche le mani sotto la mandibola. Così facendo è arrivato al punto di nutrirsi esclusivamente con una cannuccia. Si tratta di un caso limite, tuttavia è proprio da qui che gli scienziati sono partiti per riuscire a dare una spiegazione anche ad altri tipi di disturbi, tutti dovuti alla cattiva postura durante il sonno: cefalea, vertigini, nevralgie, tensione dei muscoli della faccia, morsi accentrali e dolorosi di lingua e labbra, dolori al collo, orecchio, schiena e gambe, sensazione di instabilità, ronzii, ansia e nevrosi. Il problema è che chi è abituato a dormire in un certo modo continua a farlo e con il passare degli anni finisce per accusare malanni che poi vengono curati con farmaci di cui si potrebbe fare tranquillamente a meno. Dunque qual è la miglior posizione per dormine e stare in buona salute? “Quella supina - spiega Galiffa - perché così il peso del corpo si concentra sul dorso, dove non si verificano stasi della circolazione sanguigna, o deficit nell’ossigenazione dei tessuti”. Ma è vero che dormire a pancia in giù può provocare anche la piorrea? “È vero sì - afferma l’otorinolaringoiatra. La piorrea è un male di cui soffrono molti italiani. Eppure quasi nessuno sa che è proprio la cattiva posizione assunta mentre si è coricati a favorire l’insorgere del male, e quindi a predisporre l’organismo alla perdita dei denti. Si parte dal fatto che tutti noi deglutiamo una volta ogni 3-4 minuti, sia di giorno che di notte: sono almeno 500 volte in 24 ore. È un meccanismo incondizionato molto importante per il nostro benessere: in questo modo la bocca si tiene in allenamento e le gengive si tonificano grazie a una migliore irrorazione sanguigna. Tuttavia questo meccanismo può essere interrotto e scompensato proprio dal dormire a pancia in giù: la mandibola infatti si contrae e impedisce al sangue di ossigenare bene le gengive. Da qui alla piorrea infine il passo è breve: laddove l’ossigeno scarseggia i batteri responsabili della patologia trovano il terreno ideale per accrescersi e indebolire ulteriormente le arcate dentarie.

(Pubblicato su Libero il 22 settembre 06)

mercoledì 14 maggio 2008

La diagnosi delle malattie comincia dai sogni

Riuscire a diagnosticare in anticipo le malattie semplicemente analizzando i sogni che facciamo. È questo l’obiettivo degli specialisti milanesi del Centro di medicina del sonno all’università Vita-Salute del San Raffaele di Milano. Interessanti risultati sono già emersi per ciò che riguarda la relazione fra attività onirica e malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il Parkinson, di cui soffrono milioni di persone in tutto il mondo. Secondo i ricercatori i sogni di un malato di Alzheimer - o quelli di una vittima del morbo di Parkinson - non sono uguali a quelli delle persone sane, ma presentano delle caratteristiche peculiari, il risultato della lenta e progressiva perdita delle capacità cerebrali. In particolare, la persona colpita da una patologia neurodegenerativa, presenta una attività del cervello, per certi versi, analoga a quella di un bambino. Gli studiosi hanno potuto constatare che il sogno realizzato da un individuo vittima, per esempio, di una forma di demenza senile, è spesso molto simile a quello elaborato da un giovanissimo. Esempi? Il bambino sogna frequentemente animali, veri o immaginari. La stessa cosa accade nei malati di Alzheimer o Parkinson. Non solo. Un bimbo difficilmente fa sogni di natura sessuale; e questa circostanza è riscontrabile anche nel malato di demenza senile. In generale, comunque, i sogni di queste persone denotano un livello di aggressività più elevato della norma; sono molto vividi. Spesso, quindi, i malati si agitano nel sonno, parlano e scalciano. Cosa che invece non succede, normalmente, nella persona sana: in chi non ha problemi di natura neurodegenerativa, durante il sonno, i muscoli sono rilassati e le uniche parti del corpo in movimento sono gli occhi nel corso della cosiddetta fase Rem (Rapid Eye Moviments). Gli scienziati non hanno indagato solo sulla relazione sogno-malattia neurodegenerativa, ma anche sul legame tra l’attività onirica e una patologia chiamata ‘apnea notturna’. Chi è colpito da questa malattia va spesso incontro a casi di ipossia, momenti in cui l’organismo perde la capacità di ossigenare adeguatamente il cervello. Il male colpisce frequentemente chi soffre di obesità, e parrebbe essere direttamente collegato a manifestazioni patologiche come l’ictus. Gli esperti hanno messo in luce che anche un malato di apnea notturna può essere riconosciuto semplicemente risalendo alla qualità dei suoi sogni. Di solito, infatti, queste persone tendono ad avere un’attività onirica molto intensa e molto più lunga di chi è sano, e al risveglio hanno come l’impressione di aver sognato per tutta la notte. Secondo gli scienziati il motivo di ciò è strettamente riconducibile al fenomeno dell’ipossia che porta a un’attivazione eccessiva del cosiddetto lobo limbico, porzione cerebrale legata alle emozioni, e quindi al contenuto emotivo dei sogni. Insomma, i ricercatori dicono che fino ad oggi si è cercato di interpretare i sogni solo sotto l’aspetto psicologico; da oggi invece si potrà indagare l’attività onirica anche per sapere qualcosa di più di un organismo da un punto di vista biologico. Potrebbe quindi non essere lontano il giorno in cui un qualunque dottore potrà prevedere l’evoluzione di una malattia semplicemente domandando al paziente che sogni fa la notte.

sabato 10 maggio 2008

Spaghetti e yogurt. E dormi come un ghiro

15 milioni di persone soffrono di insonnia in Italia e circa 6 milioni ne sono vittime in modo cronico. Il male colpisce soprattutto il genere femminile e i giovani a cavallo dei trent’anni, vittime del precariato. Sono gli impressionanti numeri diffusi a Milano nel corso della VII edizione della “Giornata del dormiresano”, promossa dall’Aims, l’Associazione italiana di medicina del sonno. Dunque mai come in questo momento si percepisce la necessità di guardarsi intorno per cercare un rimedio definitivo a un disturbo che, nei casi più gravi, può compromettere seriamente le attività quotidiane. Sono molte le strategie adottate dagli italiani per far fronte al problema – a partire dai farmaci, per arrivare alle terapie cognitivo comportamentali - tuttavia in una buona parte dei casi si potrebbe giungere a soluzioni altrettanto valide semplicemente attenendosi a un regime alimentare sano e soprattutto pensato appositamente per facilitare il sonno. “Un buona alimentazione è fondamentale per addormentarsi senza fatica – spiega Paolo Magni, endocrinologo, docente di Nutrizione presso l’università degli Studi di Milano – poiché il sonno è un’attività cerebrale suscettibile sia alla qualità che alla quantità del cibo che ingeriamo. In molti pensano che sia sufficiente focalizzare le nostre attenzioni solo sull’ultimo piatto della giornata, vale a dire la cena, mentre, per un sano riposo, occorre partire innanzitutto da una colazione fatta a puntino”. Secondo Magni anche il primo pasto della giornata è quindi determinante per sconfiggere l’insonnia. Nel nostro Paese, in particolare, la colazione non viene considerata abbastanza: spesso la si consuma in modo frettoloso senza pensare minimamente a ciò che si ingerisce. Vediamo invece quali sono gli alimenti più indicati fin dal mattino, per favorir un buon sonno la sera. Sì, dunque, al classico caffé e latte, una spremuta di agrumi, la frutta, lo yogurt; mentre è bene dosare con cautela cibi ricchi di grassi, come le gustose brioche e vari altri prodotti dolciari, e alimenti “alla inglese” come la pancetta. A pranzo bisogna puntare prevalentemente sulle proteine, che vengono metabolizzate con calma dall’organismo, e per questo sono sconsigliate prima di coricarsi. Troviamo le proteine in alimenti quali la carne, il pesce, il formaggio, gli affettati, cibi che andrebbero pertanto consumati regolarmente durante la principale pausa giornaliera. “Le proteine, in particolare, svolgono un ruolo fondamentale per il conseguimento di un sonno ristoratore – va avanti Magni – queste ultime infatti determinano a livello organico un aumento del triptofano, amminoacido importantissimo per la sintesi della serotonina, neurotrasmettitore che facilita il sonno”. (Per diversi anni il triptofano è stato impiegato dai medici anche come integratore alimentare: quest’ultimo veniva utilizzato da pazienti insonni, depressi e soggetti a varie forme di nevrosi. Poi, in seguito a una epidemia di una malattia autoimmune provocata dall’amminoacido sintetizzato malamente, è stato ritirato dal mercato). Di sera, invece, il consiglio dei nutrizionisti è quello di consumare soprattutto carboidrati, contenuti per esempio nella pasta, nel riso, nel pane: queste sostanze non solo sono più facilmente digeribili di altre, ma agevolano inoltre l’ingresso del triptofano nel cervello. “Il nostro cervello è contraddistinto da una membrana che seleziona i materiali provenienti dall’apparato digerente – precisa Magni – dunque i carboidrati, contenenti zuccheri, permettono al triptofano di penetrarla. Al contrario, gli amminoacidi presenti nelle proteine, rendono più difficoltoso questo cammino, poiché entrano in competizione con esso”. Sempre di sera è bene evitare alcol in eccesso, spezie, pepe, peperoncino, alimenti a base di cacao, tutti prodotti che contengono sostanze eccitanti. Argomento a parte il caffé: se assunto privo di caffeina, non disturberebbe il sonno. Un accenno infine a quegli alimenti che nella giornata possono essere associati sia al pranzo che alla cena. Il riferimento è per esempio a verdure come la lattuga, la cipolla, la zucca, il cavolfiore, il soncino: “Tutti questi ortaggi – conclude Magni - contengono miscele antiossidanti che agiscono sui neuroni provocando un’azione sedativa, l’ideale per affrontare un buon sonno. In particolare l’azione calmante è, in questo caso, favorita da molecole speciali come i polifenoli e gli alcalodi”.

venerdì 9 maggio 2008

Stupri e sesso con i vip. La donna sogna più hard

Un studio condotto a Montreal svela tutti i segreti dei sogni a luci rosse. Secondo gli scienziati ogni persona ha abitualmente a che fare con fenomeni onirici di questo tipo. E il motivo di ciò è presto detto: i sogni hard fanno bene al corpo e soprattutto alla mente, sono una vera e propria valvola di sfogo, regolano i desideri, liberano dalle paure e alleviano lo stress. Fino a ieri si pensava che il sogno erotico fosse quasi a esclusivo appannaggio del genere maschile: ora sappiamo che non è così. Maschi e femmine vivono questo tipo di esperienze nella stessa misura. Gli esperti dell’università di Montreal hanno in particolare stabilito che il sogno erotico riguarda circa l’8 percento dei nostri sogni, in entrambi i sessi. A capo dello studio c’è Antonio Zadra il quale spiega che comunque, maschi e femmine, sognano in modo diverso: “Le differenze tra i due sessi nei sogni erotici sono indicative dei bisogni diversi che uomini e donne hanno rispetto alla sessualità. Ma rivelano anche esperienze, desideri e atteggiamenti differenti che caratterizzano la propria vita quotidiana e finiscono per riflettersi nei sogni di ciascuno”. Lo scienziato ha effettuato i suoi test reclutando 109 donne e 64 uomini di età compresa tra i 20 e gli 89 anni. In tutto sono stati passati al setaccio 3564 sogni (292 dei quali si sono dimostrati a sfondo sessuale). I risultati della ricerca sono stati presentati a Minneapolis nel corso del ventunesimo convegno della Associated Professional Sleep Societies. Molte le curiosità emerse nel corso dello studio. Quella che balza subito all’occhio è che, rispetto alle donne degli anni Sessanta, quelle di oggi fanno sogni erotici in una percentuale nettamente più alta: il 50 percento in più. Questo, secondo gli scienziati, può significare solo due cose: o che le donne di oggi raccontano una verità che ieri veniva taciuta, oppure che, effettivamente, le moderne esponenti del gentil sesso, hanno a che fare sempre più spesso con amplessi ed effusioni oniriche. In tal caso la causa va presumibilmente ricercata in un cambiamento delle abitudini sociali, e a input che anni fa non c’erano. Altri dati emersi nel corso della ricerca ci dicono che l’uomo ha rapporti con personaggi famosi nel 5 percento dei casi, le donne nel 9 percento dei casi. Il 18 percento di queste ultime sogna di subire violenza, cosa che per l’uomo accade solo in una percentuale del 5 percento. Sia i maschi che le femmine raccontano poi di avere amplessi esclusivamente con esseri umani. Le ammucchiate e altre faccende simili sono invece tipiche dei maschi. Infine nel 4 percento dei casi i sogni, tanto negli uomini quanto nelle donne, sono contraddistinti da orgasmo. Curiosa però, in tal senso, la differenza tra i sessi: nel 4 percento dei casi le donne narrano di sogni in cui anche il partner prova piacere, contro lo 0 percento dei maschi. In generale, dicono gli specialisti, la maggior parte dei sogni erotici si ha nella fase di sonno REM (rapid eye movements). In questo stadio il corpo subisce una specie di “paralisi”, nella quale però non vengono coinvolti i genitali: non per niente si parla anche di “sogni bagnati”, per indicare manifestazioni oniriche concernenti aree riproduttive che rimangono attive anche durante il sonno. Di solito i sogni a sfondo sessuale avvengono quando la vita sessuale attiva tende a scarseggiare e dunque hanno un po’ un effetto compensatorio. In ogni caso il sogno erotico esprime quasi sempre una necessità, un bisogno. Una persona particolarmente inibita sessualmente che sogna dei rapporti erotici orali può semplicemente esprimere un bisogno di libertà dai suoi condizionamenti. Sogni omosessuali possono rappresentare un desiderio che non è ancora emerso a livello cosciente.

giovedì 1 maggio 2008

Chi vede gli Ufo è malato davvero

Sono circa tre milioni le persone in Usa convinte di essere state rapite dagli Ufo. In Italia dati simili non ce ne sono, tuttavia anche nel nostro paese si sono avute numerose testimonianze di individui che dicono di aver avuto a che fare con gli extraterrestri. Fino agli anni Ottanta una persona del genere veniva liquidata con frasi del tipo “è solo un tipo un po’ originale” o, banalmente, “è uno fuori di testa”. Ma ora si scopre che costoro sono invece degli individui che potrebbero soffrire di un disturbo psichiatrico vero e proprio, solo recentemente introdotto nel Dsm4, manuale che illustra le principali malattie psichiatriche: il fenomeno degli IR4, incontri ravvicinati del IV tipo. In America da una decina d’anni a questa parte ci si sta dando da fare per aiutare chi afferma di essere stato rapito dagli alieni. In Italia invece è da poco sorta l’associazione Parsec, anche lei finalizzata allo stesso scopo. Chi dice di aver avuto a che fare con gli extraterrestri potrebbe soffrire di una particolare forma di epilessia. Gli studiosi hanno infatti visto che il cervello di queste persone è attraversato da leggere scosse elettriche, simili a quelle che avvengono negli epilettici. In alternativa potrebbero soffrire di paralisi del sonno. È un disturbo che colpisce una buona percentuale di individui adulti e concerne allucinazioni e l’impossibilità a muoversi durante la fase di risveglio o assopimento. Si è visto che l’ipnosi riesce a fare molto per questi atipici pazienti psichiatrici, che peraltro accusano anche molti altri malesseri come fobie, emorragie, e dolori derivanti da ferite sottocutanee. Per esempio si è potuto osservare in molti casi la possibilità di far riemergere dal subconscio del malato esperienze di vita eccezionali, alla base delle successive idee deliranti. Ma come sono questi alieni secondo le descrizioni di chi dice di averli incontrati? Al primo gruppo appartengono gli umanoidi: gli Ufo più comuni, con il colore della pelle grigio, gli occhi grandi e ovali, la testa enorme. Poi ci sono i “quasi umani”, il cui scopo sarebbe quello di salvare l’umanità, i robot, che raccolgono materiale biologico dalla Terra per il loro esperimenti. Infine c’è la classe di Ufo più particolare comprendente “rettiliani”, uomini-falena, e mostri della palude.

(Pubblicato su Libero il 19 dicembre 06)