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martedì 8 novembre 2016

I rischi dell'ecstasy


Anfetamine e cocaina minano la salute del cervello. I pericoli riguardano le ramificazioni dei neuroni cerebrali, i dendriti, che mettono in comunicazione tra loro tutte le cellule, e consentono il passaggio degli impulsi nervosi. In alcuni casi si è registrato uno sviluppo anomalo delle masse dendritiche, in altri invece si è avuta una riduzione. È stato inoltre appurato che le anfetamine e la cocaina riducono la capacità del cervello di modificarsi in base alle esperienze di vita. Lo studio è stato affrontato da Nora D. Volkov, del National Institute on Drug Abuse (NIDA) in collaborazione con Bryan Kolb, dell’Università di Lethbridge in Canada, e da Terry Robinson dell’Università del Michigan. I risultati sono stati diffusi dalla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

I ricercatori hanno somministrato per venti giorni anfetamine e cocaina ai ratti. Li hanno suddivisi in due gruppi: una metà è stata destinata a gabbie “normali”, l’altra a un ambiente più complesso caratterizzato da ampi spazi, tunnel, scivoli, ponticelli, e giocattoli. I ricercatori hanno appurato che le droghe possono inibire la capacità di rielaborare le esperienze fatte, ed è in pratica come se una parte di cervello si atrofizzasse. In particolare, nei ratti osservati in un contesto ambientale differente dal solito, è stata messa in risalto una densità maggiore dei dendriti; negli altri invece, a seconda dell’area del cervello presa in considerazione, sono stati evidenziati sia un aumento che una riduzione della massa dendritica.

L’esperimento canadese si è concentrato su due zone cerebrali specifiche: il nucleo accumbens e la corteccia parietale. Il primo, già preso in considerazione anche dai ricercatori del Centro CNR per la Neurofarmacologia di Cagliari, presso il Dipartimento di Tossicologia dell’università, è preposto a determinate funzioni sensoriali: è al suo interno che è stata individuata un’area sensibile al consumo di ecstasy e di altre sostanze; un dato che conferma il ruolo deleterio anche delle droghe cosiddette “leggere”. La corteccia parietale superiore e quella parietale inferiore costituiscono invece il lobo parietale superiore: è la zona predisposta all’utilizzo corretto degli arti, e alla coordinazione dei movimenti. 

venerdì 17 giugno 2016

Antibiotici ultraresistenti


Era nell'aria da tempo. Ma solo ora ne abbiamo la conferma: gli antibiotici non sono più la soluzione ideale per fronteggiare le malattie. Stando infatti a una ricerca diffusa dalla rivista dell'American Society for Microbiology esiste un batterio che è ufficialmente in grado di resistere anche all'antibiotico più potente. E' stato individuato nelle urine di una quarantenne americana (che, grazie a un po' di fortuna, è stata salvata): si tratta di un ceppo riconducibile all'Escherichia coli, microrganismo assai noto all'uomo del quale ci si serve anche per condurre esperimenti scientifici. Ma la nuova ricerca mette giustamente in allarme: dall'invenzione della penicillina è la prima volta che si ha a che fare con batteri così potenti, che rimangono indifferenti agli antibiotici più efficaci, compresa la colistina.
Si tratta di un preparato farmacologico ottenuto dal Bacillus polymyxa. E' stato sintetizzato molti anni fa ed è un caduto in disuso per le gravi ripercussioni a livello renale; tuttavia rimane l'ultima spiaggia per cercare di debellare patologie incurabili con gli altri sistemi in commercio. Come quella provocata dallo Pseudomonas aeruginosa di cui non si sa molto, ma si è ben al corrente del fatto che, per esempio in Usa, causa annualmente molti decessi. Gli scienziati hanno individuato il gene della resistenza, battezzato mcr-1. E ora si pensa a come contrastarlo, anche in previsione di un'ipotetica epidemia; che potrebbe investire gli ospedali se non si riesce a capire al più presto le sue dinamiche biologiche. E' stato analizzato per la prima volta in Cina e anche in Italia gli scienziati lo conoscono, benché in rapporto a batteri meno pericolosi.
Da noi accade qualcosa di simile con la klebsiella, altro microrganismo che ha già dimostrato di poter resistere all'azione della colistina. Di pochi mesi fa la notizia secondo la quale diciannove persone decedute fra il 2013 e il 2014 in Puglia potrebbero essere state vittime di questo microbo. E' molto difficile da gestire, perché se da una parte sa convivere pacificamente con l'uomo, dall'altra, all'interno di un fisico già compromesso dalla vecchiaia o da qualche acciacco, può trasformarsi in un pericoloso assassino; invadendo aree anatomiche che di solito risparmia e innescando processi setticemici irreversibili. La situazione italiana, peraltro, parafrasa perfettamente quella americana, al punto che c'è chi pensa di essere tornati a una sorta di era pre-Fleming. In Inghilterra i casi d'infezione mortale negli anni Novanta erano un centinaio, dal 2005 si superano i duemila decessi. In tutta l'Europa si arriva a 40mila morti. Di questo passo nel 2015 ogni tre secondi ci sarà un decesso causato da un batterio ultraresistente. E c'è la preoccupazione che un domani anche interventi chirurgici di routine possano creare i presupposti per lo scoppio di un'invasione batterica. Lo dice anche la World Health Organization che addirittura parla di "apocalisse antibiotici". Di fatto la percentuale di batteri che se ne infischia di un numero sempre più alto di antibiotici sta crescendo di anno in anno. Soluzioni? Poche.Gli scienziati brancolano nel buio. Gli antibiotici hanno rivoluzionato il mondo, ma pensare che possa oggi esserci qualcosa che funzioni allo stesso modo, ma di tutt'altra natura, rischia di essere un'utopia. Per cui si continua sulla stessa strada. Come sta accadendo in America con il progetto 10 x 20. Lo scopo è arrivare a produrre entro il 2020, dieci sostanze di nuova generazione in grado di vincere anche il microbo più ostile. D'altra parte è anche colpa nostra se le cose vanno così. L'utilizzo spregiudicato degli antibiotici ha, infatti, portato molti batteri a farsi furbi e a riprodursi in modo strategico: così si formano colonie programmate geneticamente per sopravvivere a tutto. 

lunedì 10 dicembre 2012

Antidepressivi per curare cani e gatti stressati


Cani e gatti sempre più ansiosi e depressi si curano con prodotti farmaceutici simili a quelli utilizzati per l’uomo. Lo dice una ricerca australiana, dalla quale si evince che sono in costante aumento gli animali domestici affetti da turbe psichiche, tra cui il disturbo ossessivo compulsivo (doc), riguardante dal 3 al 6% del campione esaminato. Gli esperti spiegano che per sopperire a simili problemi è opportuno somministrare agli animali prodotti come il Clomicalm, medicinale assimilabile al Prozac umano: in entrambi i farmaci, il principio attivo ha il potere di aumentare i livelli dell’ormone serotonina, alla base dei disturbi di carattere depressivo. L’esperto di comportamento animale Robert Stabler ha osservato molti cani e gatti soggetti a doc: sono immediatamente riconoscibili per via di manifestazioni tipiche come quella di mordersi la coda, correre in cerchio, camminare su e giù, cacciare le ombre e pulirsi con eccessiva foga. Stabler ha reso note le sue conclusioni nel corso del congresso annuale dell’Associazione australiana veterinari, a Brisbane. In particolare lo scienziato ha detto che la sindrome ossessiva, così come i disturbi a sfondo tipicamente ansioso – depressivo, dipendono strettamente dalle condizioni umorali del padrone, e non meno dalla zona in cui l’animale abita. “Spesso ambienti come la casa all’angolo fra due strade trafficate, o limitrofa a luoghi molto frequentati come le scuole, eccitano gli animali che cominciano a correre in circolo", ha raccontato Stabler, "ci può essere quindi un sovraccarico ambientale o sociale, ma anche fattori come lo stress dei padroni”. Il ricercatore ha evidenziato che frequentemente possessori di cani e gatti, rientrando dal lavoro stanchi e stressati, sfogano la loro ansia sugli animali. Questi ultimi in un primo momento "annusano" l’adrenalina del padrone, dopodiché iniziano a mordicchiarsi la coda, o a camminare avanti e indietro senza un reale motivo. Infine si è visto che farmaci antidepressivi come il Clomicalm sono molto efficaci perché riescono a ristabilire in breve tempo l’equilibrio nervoso del cervello dell’animale colpito da nevrosi.

lunedì 14 maggio 2012

Lotta allo stafilococco


Una sostanza presente in una rara pianta che cresce in Cile potrebbe aiutare a combattere lo Staphylococcus aureus, un batterio pericoloso che resiste all'azione antibiotica e infesta gran parte dei nostri centri ospedalieri. A capo dello studio c'è il chimico Jes Gitz Holler che ha viaggiato a lungo nella foresta pluviale con altri scienziati dell'Università di Copenaghen. Gli esperti si sono prodigati per raccogliere piante ed erbe che da millenni gli abitanti locali sfruttano per curare i propri mali. Holler ha così individuato in un avocado cileno (Persea lingue) una sostanza, poi battezzata Composto 1, che ha il potere di bloccare la pompa interna alle membrane del batterio MRSA, in grado di espellere gli antibiotici rendendoli inutili. «Abbiamo raccolto numerose specie e le abbiamo vagliate per vedere quali avevano maggiore efficacia», ha spiegato Holler. «Sulle più promettenti abbiamo eseguito l'isolamento guidato da prova biologica». In altre parole - si legge sulla rivista Science – gli estratti delle piante sono stati separati nelle loro componenti per capire quali fossero responsabili dell'effetto antibatterico. Staphylococcus aureus è la più comune causa di infezione concernente le fasi post-operatorie. Può arrivare a provocare infezioni letali, come la setticemia. Così, quando alcuni suoi ceppi, gli MRSA, sono in grado di contrastare gli antibiotici il problema diviene difficile da gestire. In futuro si tenterà, quindi, di scoprire se il Composto 1 è tossico all'interno dell'organismo e che effetto ha su di esso l'attività dell'apparato digerente. Se non dà problemi si potrà pensare di somministrare la nuova sostanza prima degli antibiotici. «La ricerca deve seguire nuove strade, una è quella delle sostanze naturali», chiude Holler.

mercoledì 23 marzo 2011

La terapia dello scarafaggio

Siamo soliti pensare agli scarafaggi come a creature orripilanti con le quali non avere nulla a che fare. Li riteniamo, in più, insetti potenzialmente nocivi per l'uomo, perché quasi sempre presenti in luoghi poco puliti. Eppure, dalle ricerche condotte da Naveed Khan e Simon Lee, dell'University of Nottingham, proprio di essi potremmo aver bisogno per fronteggiare malattie provocate da batteri come lo Staphylococcus aureus, che prolifera anche nei reparti di terapia intensiva, resistendo agli antibiotici. Gli esperti hanno individuato nei tessuti nervosi degli scarafaggi diverse proteine che li difendono da questo tipo di microrganismi. È emerso che l'applicazione di un estratto proteico dal cervello delle blatte è in grado di uccidere il 90% dei batteri presenti in apposite colture di laboratorio. Da qui il passo potrebbe essere breve per giungere all'ottenimento di farmaci di nuova generazione basati proprio sulle proprietà “terapeutiche” di origine insettivora. Le blatte caratterizzano un ordine – i blattoidei – comprendente 4mila specie, divisi in sei famiglie. Si trovano ovunque fino ai 2mila metri di quota. I più antichi resti fossili risalgono a Carbonifero, fra i 354 e i 295 milioni di anni fa.

mercoledì 9 marzo 2011

200 volte più "potente" dello zucchero


L'aspartame è un dolcificante artificiale impiegato nell'industria alimentare. Lo troviamo nelle bibite gassate, nei chewing-gum, nelle gelatine, nei dessert, nelle caramelle. È molto utilizzato anche nei prodotti dietetici: nonostante le sue caratteristiche dolcificanti, infatti, non fornisce calorie. La sua scoperta avviene in modo del tutto casuale, un classico caso di serendipity (neologismo indicante la sensazione percepita quando si scopre qualcosa di bello, cercando tutt'altro). Protagonista della scoperta il chimico James M. Schlatter, al lavoro presso la ditta G.D. Searle & Company, in Illinois, attiva dal 1885. Corre l'anno 1965. Schlatter passa ore e ore in laboratorio alla ricerca di un farmaco che possa guarire o migliorare l'ulcera, malattia che colpisce le mucose del tratto digerente esposte all'azione dei succhi gastrici. Lavora con due aminoacidi: acido aspartico e fenilalanina. Il primo è un amminoacido polare che nel cervello dei mammiferi si comporta come un neurotrasmettitore eccitante: è stato isolato dall'asparago, ortaggio dalle particolari proprietà diuretiche. La fenilalanina è un amminoacido aromatico, contenuto nella maggior parte delle proteine animali e vegetali: fra i suoi ruoli c'è quello di governare il rilascio di importanti ormoni intestinali e di regolare la biosintesi degli ormoni tiroidei. In un test arriva ad ottenere una sostanza cristallina che si prende la briga di assaggiare. È dolce: di una dolcezza duecento volte superiore allo zucchero tradizionale. Nasce così l'aspartame. La scoperta viene subito considerata di grande importanza dall'azienda americana, tanto che i responsabili si muovono immediatamente per chiedere l'autorizzazione a commerciarlo. La Food and Drug Administration (FDA), l'ente americano che governa il mercato di farmaci e alimenti, autorizza per la prima volta la produzione di aspartame il 26 giugno 1974. Ma sono pochi i prodotti che possono contenerlo: alcuni studi hanno, infatti, messo in evidenza che la sostanza isolata da Schlatter, potrebbe essere pericolosa per la salute umana. Test condotti su giovani scimmie da Harold Waisman, biochimico dell'Università del Wisconsin, provano che l'aspartame assunto per lungo tempo provoca problemi allo sviluppo. Studi analoghi effettuati sui topi mettono in relazione il dolcificante artificiale con gravi patologie cerebrali. Preoccupa la tossicità del metanolo, che viene liberato nell'intestino quando il gruppo metilico dell'aspartame incontra l'enzima chimotripsina. Ancora oggi l'aspartame non ha vita facile. L'Istituto Ramazzini di Bologna ha recentemente condotto uno studio sui topi rilevando il legame fra l'insorgenza di certi tipi di tumore e il consumo di aspartame. Ma ci sono molte ricerche che affermano esattamente il contrario e che, cioè, la sostanza di Schlatter è assolutamente innocua: in questi casi si fa spesso riferimento a test giudicati inattendibili, perché effettuati somministrando dosi inappropriate alle cavie animali. In ogni caso è dal 1996 che la FDA ha approvato l'utilizzo dell'aspartame per ogni tipo di prodotto alimentare.

venerdì 18 febbraio 2011

Coca Cola's Magic Mystery

Sulla ricetta che consente alla Coca Cola di produrre una bevanda unica e inimitabile nel mondo regna da sempre il segreto più assoluto. Si dice infatti che la ricetta originale sia sorvegliata 24 ore su 24 in un posto segreto di una banca americana di Atlanta: solo due persone ne conoscono il reale contenuto. Ma in questi giorni molti organi di stampa hanno diffuso la notizia che la famosa ricetta è oggi stata resa pubblica dal sito americano Thisamericanlife: il sito avrebbe spulciato un vecchio articolo di giornale (di 32 anni fa) riportante la lista degli ingredienti e le dosi da selezionare per preparare una Coca Cola doc. I seguenti: fluido estratto da 3 dramme di Coca dei farmacisti americani; 3 once di acido citrico; 1 oncia di caffeina; 30 di zucchero (dal testo non è chiaro quale sia la quantità richiesta); 2,5 galloni di acqua; 2 pinte e un quarto di succo di lime; 1 oncia di vaniglia; 1,5 once (o di più) di caramello come colorante; aromi 7X (utilizzare 2 once di aromi ogni 5 galloni di sciroppo); 8 once di alcol; 20 gocce di olio d'arancia; 30 gocce di olio di limone; 10 gocce di olio di noce moscata; 5 gocce di coriandolo; 10 gocce di neroli; 10 gocce di cannella. In realtà vanno fatte delle precisazioni di dovere. La ricetta è sì quella giusta, ma c'è un piccolo quanto mai fondamentale parametro che non coincide con la ricetta del 1979 ed è proprio questo a tenere in piedi l'intera “formula magica”. Il riferimento è a 7X, un insieme di oli essenziali, fondamentale per conferire il tipico aroma alla Coca Cola, che in quest'ultima “versione” è quattro volte superiore a quella resa nota 32 anni fa. L'impressione è quindi che si debba rifare tutto daccapo e che ogni scusa sia buona per pubblicizzare ulteriormente uno dei marchi più storici dell'umanità. La ricetta originale risale al 1886. Protagonista dell'invenzione della Coca Cola, John Pemberton, un farmacista di Atlanta. Inizialmente venne pensata come rimedio per il mal di testa: l'idea arriva da una miscela di vino e foglie di coca molto utilizzata in Europa. In Italia la Coca Cola arriva nel 1927. La prima lattina è del 1960. Il famoso logo nasce in concomitanza con l'invenzione della Coca Cola: viene ideato da Frank Mason Robinson, contabile dell'azienda produttrice della bevanda. Da tempo si discute sugli effetti della Coca Cola sulla salute. Sotto accusa soprattutto caffeina e zucchero, responsabili dell'alto grado di calorie fornite e dell'eccitazione che provoca. La Coca Cola inoltre contiene acido fosforico, in una concentrazione di 325 mg/l che le conferisce la caratteristica corrosività, ancora oggetto di accesi dibattiti fra nutrizionisti: il suo pH è circa 2,4. In un articolo del Guardian si fa riferimento, invece, alle presunte elevate quantità di bromato di potassio, altamente nocivo. Qui però il discorso riguarderebbe solo le Coca Cola del Regno Unito, che deriverebbero dalle acque del Tamigi, tramite un processo di osmosi inversa. Sul discorso non è ancora stata fatta chiarezza. Probabilmente l'argomento va preso con le pinze, quel che però si può dire per certo è che anche con l'assunzione di Coca Cola è meglio non esagerare. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Practice, consumare cronicamente la bevanda USA può causare seria ipopotassemia, con conseguente paralisi degli arti. Ma si tratta di bere da due a dieci litri di Coca Cola al giorno... non una cosa di tutti i giorni.

venerdì 11 febbraio 2011

Quando l'eroina curava la tosse


L'eroina è riconosciuta oggi come una fra le droghe più pericolose e devastanti. Ma non sempre è stato così. Un tempo, infatti, l'eroina veniva somministrata per curare comuni malattie come la tosse. Il prodotto viene sintetizzato per la prima volta nel 1874 dal ricercatore inglese Alder Wright, presso l'ospedale Saint Mary di Londra. Cade nel dimenticatoio, ma viene ripresa da Felix Hoffman nel 1897, un chimico tedesco che lavora al soldo della Bayer, già scopritore dell'aspirina. Cominciano i primi test sui dipendenti della stessa Bayer. La medicina fa sentire “eroici”. Dal 1899 viene utilizzata regolarmente per curare patologie neurologiche, ginecologiche, o semplici dolori. Si utilizza anche contro la polmonite e la tubercolosi: rallentando la respirazione consente ai pazienti di dormire sonni tranquilli. L'idea dell'assuefazione è ancora lontana. Dopo pochi anni l'eroina diviene uno dei farmaci più utilizzati in assoluto. Nel 1899 la Bayer produce una tonnellata all'anno di eroina e la esporta in 23 paesi sotto forma di caramelle e sciroppi. Nel 1905 solo a New York si consumano circa due tonnellate di eroina all'anno. In Egitto nel 1930 vi sono 500mila eroinomani, su una popolazione complessiva di 14 milioni di abitanti. Il resto è storia recente. Il bando si ha negli anni Trenta quando ormai, però, il prodotto s'è diffuso in ogni angolo del pianeta. Tra il 1965 e il 1970, durante la guerra del Vietnam, molti soldati statunitensi vengono in contatto con il prodotto di Hoffman. Nel 1971 un militare su dieci dipende morbosamente dall'eroina. Tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta l’eroina iniettata si diffonde enormemente anche in Italia, creando gravi problemi soprattutto nella popolazione giovane. Oggi il consumo di eroina è in risalita, dopo anni di calo dovuto al sopraggiungere di nuove droghe, ecstasy in primis. L'Osservatorio europeo delle droghe e delle dipendenze stima che nell'Unione Europea vi siano da 1,2 a 1,5 milioni di consumatori “problematici di oppiacei”, la maggioranza dei quali è costituita da consumatori di eroina. Dal 1977 l’eroina è presente nella tabella delle sostanze cosiddette "pesanti". I principali paesi produttori e rifornitori del mercato illegale dell’eroina sono nel Sud Est e Ovest Asiatico: il Triangolo d'oro (Laos, ex Birmania, Tailandia) e la Mezzaluna d'oro (Iran, Pakistan, Afghanistan).


giovedì 9 settembre 2010

Il primo antibiotico? Risale a duemila anni fa

Si è soliti pensare alla penicillina come al primo antibiotico comparso nella storia della medicina. In realtà, stando alle ricerche di George Armelagos, della Emory University, le prime tracce di un antibiotico risalirebbero a circa 2mila anni fa. Si tratterebbe della tetraciclina, sostanza che veniva prodotta dai Nubiani – una popolazione che viveva in corrispondenza dell'odierno Sudan – durante la fermentazione della birra. Lo scienziato statunitense ha trovato le tracce dell'antico antibiotico nei reperti ossei di alcuni Nubiani, vissuti fra il 350 e il 500 dopo Cristo. «Le ossa esaminate erano sature di tetraciclina», afferma il chimico Mark Nelson, sulle pagine dell'American Journal of Physical Anthropology. «Il fatto che notevoli quantità di antibiotico siano state trovate anche in un bimbo di 4 anni, dimostra che la sostanza gli era stata somministrata a scopo terapeutico». Allo stesso scopo venivano somministrate anche muffe e piante particolari, benché non si sapesse dell'esistenza di sostanze specifiche in grado di debellare le infezioni. Ufficialmente il primo antibiotico compare nel 1928 con la scoperta casuale della penicillina da parte di Alexander Fleming. Oggi le tetracicline vengono utilizzate soprattutto nel trattamento delle infezioni del tratto respiratorio, dell'apparato genitale, e per combattere l'acne.

giovedì 15 luglio 2010

SALVIAMO L'ULTIMA TIGRE


100mila. Tanti erano gli esemplari di tigre, liberi di scorrazzare per il continente asiatico fino ai primi del Novecento: dalla Turchia all'Estremo oriente. Poi l'uomo ha cominciato un'assurda guerra contro questo animale, fino a portarlo sull'orlo dell'estinzione: oggi, infatti, ne rimangono allo stato brado solo 3mila esemplari. Eppure - nonostante gli sbagli compiuti negli anni - le tigri continuano a essere cacciate e uccise per i motivi più diversi, nonostante il recente allarme lanciato in Qatar, alla Conferenza internazionale sul traffico delle specie protette, e l'imminente summit in Russia (a settembre), voluto da Putin in persona, per dire definitivamente stop all'azione dei bracconieri. Il punto è che - come per il maiale - della tigre non si butta via niente. Ogni parte del suo corpo è utile all'industria per ottenere prodotti che poi andranno sicuramente a ruba, alimentando l'economia (in nero) e giovando alle tasche d'impresari senza troppi scrupoli: una tigre morta vale 25mila dollari. Il mercato illegale riguardante questi felini corrisponde a un giro di affari superiore ai 20 miliardi di dollari l'anno (13,5 miliardi di euro). Le ossa della tigre sono eccellenti per soddisfare le esigenze delle industrie farmaceutiche meno ortodosse. Quelle delle zampe anteriori dell'animale sminuzzate e messe a mollo nell'acqua fredda, servono a produrre medicinali efficaci contro il mal di testa. L'omero di una tigre costa 3.200 dollari al chilogrammo, e serve a combattere l'ulcera e/o i reumatismi. Addirittura le ossa della tigre vengono sbriciolate per la vendemmia: da esse, infatti, si ricava un vino pregiatissimo, da 200 dollari a bottiglia (un po’ meno se non è invecchiato). La coda del felino asiatico viene usata per curare malattie della pelle, dermatiti e psoriasi. Il pene sarebbe un formidabile tonico per la sessualità: una tazza di zuppa di pene di tigre, a Taiwan, costa fino a 320 dollari. E non è finita qui. Della tigre si utilizzano anche i baffi, gli occhi e gli artigli. I baffi - che in termine scientifico vengono detti 'vibrisse' - sembrerebbero ideali per vincere il mal di denti. In alcune località asiatiche vengono invece venduti come amuleti caccia sfortuna. Gli occhi curano l'epilessia (un paio di bulbi oculari costano 170 dollari); gli artigli - specialmente a Sumatra - vengono trasformati in gioielli elegantissimi e preziosissimi, per la gioia delle ricche signore dell'Estremo oriente, ma anche dei tanti turisti che si avventurano in questi angoli del pianeta e desiderano portare a casa un cimelio assai originale. C'è poi la pelle delle tigri che viene utilizzata per alimentare l'industria del tappeto: dall'epidermide del felino si ottengono pregiati drappi di tessuto per abbellire le case, ma anche amuleti sciamanici per scacciare gli spiriti maligni e pellami per abiti cerimoniali. La pelle della tigre può essere valutata fino a 20mila dollari. Non sono, comunque, solo i cacciatori ad accanirsi su questi animali, recuperando parti anatomiche "sensibili" al commercio clandestino. Spesso il mercato nero è alimentato anche dai custodi dei parchi zoologici dell'Asia. Presso lo zoo di Guilin, in Cina, si assiste quotidianamente a uno spettacolo increscioso. Le tigri moribonde vengono, infatti, riunite tutte in un piccolo spazio, e obbligate a sbranarsi fra loro per la gioia di quanti potranno l'indomani beneficare di una loro tibia o perone. Oggi le poche tigri rimaste allo stato selvatico sono rappresentate da cinque sottospecie: la tigre siberiana o dell'Amur, la tigre cinese o della Manciuria, la tigre indocinese, la tigre di Sumatra e la tigre del Bengala. Tre sottospecie (Bali, Giava, del Caspio) sono scomparse negli ultimi cinquant'anni. Il rischio estinzione per le tigri non è dovuto solo ad azioni violente dell'uomo, ma anche al progressivo restringimento del loro habitat naturale, ridotto del 40% negli ultimi 10 anni. Nella peggiore delle ipotesi le tigri potrebbero scomparire dalla faccia della Terra nel giro di una ventina d'anni. Questo il parere degli esperti di Save The Tiger, associazione americana con sede a Washington. Intanto - in occasione dell'anno della tigre che cade proprio nel 2010 - si stanno moltiplicando gli sforzi per cercare di arginare il problema. In prima linea gli uomini della Global Tiger Initiative, in collaborazione con la Banca Mondiale. L'ente vuole strappare dal rischio estinzione la tigre entro il 2020.

giovedì 8 luglio 2010

Estate 2010: occhio allo stress e agli attacchi di panico


Estate tempo di vacanze, ma per qualcuno può anche trasformarsi in uno dei periodi più stressanti dell’anno. Lo dicono numerosi studi internazionali e recentemente se n'è parlato anche a Roma nel corso di un incontro con esponenti dell’Università La Sapienza e dell’Università di Pavia. Il problema principale è rappresentato dagli attacchi di panico: gli esperti dicono che sono circa due milioni gli italiani con già le valigie in mano che vengono improvvisamente assaliti da una paura terrificante che li immobilizza, e che in certi casi può portarli addirittura a rinunciare al viaggio. Molte volte il fenomeno può essere legato al timore di volare, ma più spesso riguarda esclusivamente lo stress derivante da tutto ciò che precede la partenza. Secondo gli scienziati è comunque possibile usufruire di medicinali che sono in grado di azzerare l’ansia generata dall’attacco di panico, e quindi di ripristinare la serenità e il buonumore necessari ad affrontare una vacanza attesa magari da parecchio tempo; in alternativa, ma in questi casi c’è da pensarci con calma quando le vacanze sono finite, c’è la cosiddetta terapia cognitivo-comportamentale, che in pratica istruisce il paziente a domare la propria angoscia. Il disturbo da attacco di panico (DAP) riguarda circa il 3% della popolazione, ma la percentuale sale al 30–35% considerando anche i casi più lievi. Più colpite le donne, specialmente le giovani di età compresa tra i 20 e i 35 anni. Ma cosa succede quando un individuo viene colto da un attacco di panico? I sintomi psichici, che poi si ripercuotono anche sul piano fisico in diverso modo, sono rappresentati da un'improvvisa paura o terrore, da una sensazione di morte improvvisa o di perdita del controllo delle proprie idee e azioni. A livello generale si associano sintomi che contribuiscono ad allarmare il soggetto, in particolare tachicardia, dispnea, vertigini, vampate di calore, brividi di freddo, tremori, sudorazione. Negli attacchi più gravi il soggetto può perfino perdere il contatto con la realtà, fenomeno indicato con il termine scientifico di derealizzazione, con la sensazione di vivere in una realtà nuova o la sensazione di essere una persona diversa, di non riconoscersi più. A terrorizzare di più è soprattutto la fase acuta che può durare da 15 a 30 minuti. In seguito, lentamente si ritorna alla normalità, ma l’attacco di panico lascia sfinito e prostrato colui che l’ha subito, ed è quindi quando si verificano queste situazioni che alcune persone possono arrivare anche a scelte estreme come quella appunto di rinunciare a prendere l’aereo (ma anche il treno o la macchina) con già i biglietti in mano. Il pericolo maggiore degli attacchi di panico è che col tempo, se non vengono curati, possono trasformarsi in vere e proprie fobie, per cui i soggetti colpiti si isolano sempre di più, e in breve non riescono più ad avere una vita sociale. Secondo Rosario Sorrentino, responsabile dell’Unità Italiana per gli Attacchi di Panico (UIAP) della Clinica Paideia a Roma, sono parecchie le circostanze in grado di far scattare la paura parossistica. Lo studioso ne ha classificate 12: al primo posto c’è la metropolitana e a seguire il ristorante, il pub, la discoteca, il cinema, il teatro, la sala di concerto, la manifestazione stanziale in piazza (concerto, comizio politico), lo stadio, l’ascensore, l’aeroplano, i mezzi di trasporto vari, dall’autobus alla macchina (in quanto potrebbero rimanere intrappolati nel traffico). Alcuni studiosi ritengono che in certi casi, in particolare nei luoghi superaffollati, come lo sono buona parte di quelli elencati da Sorrentino, l’attacco di panico possa essere determinato da una eccessiva presenza di anidride carbonica: esiste un test di scatenamento messo appunto negli anni ‘80, che utilizza una miscela di ossigeno al 95% e di anidride carbonica al 5% che viene fatta respirare per circa 20 minuti nelle persone sensibili all’anidride carbonica, scatenando crisi di panico simili a quelle spontanee.

sabato 19 giugno 2010

Tumore al seno: ko con una proteina

Un vaccino per prevenire il tumore al seno. Sta per essere messo a punto da un team di scienziati del Cleveland Clinic Learner Research Institute dell'Ohio (USA). Lo scopo è quello di vaccinare le donne prima dei 40 anni. Gli scienziati sono giunti a questo traguardo utilizzando una proteina chiamata alfa-lattoalbumina prodotta dalle cellule tumorali con un audiovante (sostanza che stimola la risposta immunitaria dell'organismo). Nei test condotti sui topi s'è visto che il preparato è effettivamente in grado di impedire la formazione di masse neoplastiche. “Forse riusciremo a sconfiggere il tumore al seno”, dice Vincet Tuohy, uno dei responsabili della ricerca. Ogni anno in Italia vengono diagnosticati 35mila nuovi casi di tumore al seno.

giovedì 10 giugno 2010

"Da bambina e da ragazza ero come Speedy Gonzales": la mia intervista a Rita Dalla Chiesa

Prima troppo, poi troppo poco. È così che ha funzionato per anni la mia tiroide. Da bambina e da ragazza ero come Speedy Gonzales, mangiavo tantissimo, ma non mettevo mai su un etto. Ero un'ipertiroidea. Poi, con l'età adulta, dopo un provvidenziale intervento alla ghiandola, cominciai a soffrire del problema opposto, ossia d'ipotiroidismo. In questo caso bastava anche solo uno sguardo, magari a una pizza, per ingrassare! I miei problemi di tiroide sono cominciati a 13 anni. Ero una bambina normalissima, mi piaceva giocare, studiare, stare all'aria aperta. E mangiare: nutella, cioccolato, panna montata. I miei genitori giustificavano la mia magrezza con il fatto che non stavo mai ferma. Saltavo come un grillo e non perdevo occasione per far baldoria. In realtà era il mio metabolismo che andava a mille all'ora. Mi abbuffavo, ma non mettevo mai su chili. Ogni tanto, però, sentivo il cuore battere forte e sudavo freddo. Comparvero le prime palpitazioni. Quando questi sintomi divennero più frequenti, mio papà (che nel '60 era colonnello in Sicilia) decise che forse era meglio sottopormi a una visita specialistica. E fu così che scoprii ufficialmente la mia malattia: l'ipertiroidismo. Andai avanti a sottopormi a visite periodiche dall'endocrinologo che mi tenne in cura per anni. Mi sposai che pesavo appena 46 chilogrammi. La mia tiroide continuava a funzionare più del normale, ma non mi dava particolari problemi. Riuscivo tranquillamente a condurre una vita serena. A gestire il mio lavoro, la famiglia, e frequentare gli amici. Non soffrivo, peraltro, di esoftalmia, una fra le più frequenti e imbarazzanti manifestazioni dell'ipertiroidismo, in cui si ha una sporgenza anomala dei bulbi oculari. In ogni caso sentivo dire in giro che quasi tutti avevano qualche problema alla tiroide, compresa mia sorella. Un giorno, però, tramite un controllo, venni a sapere che s'era sviluppato un nodulo. Era da un po’, in effetti, che non riposavo più bene e che la tachicardia aveva ripreso a darmi fastidio. La preoccupazione crebbe. Avevo solo trent'anni. Papà era ancora al mio fianco. Così cominciai una lunga trafila di visite prima di approdare a un luminare endocrinologo del Policlinico Gemelli, che decise di operarmi: si trattava di un nodulo iperattivo. Se non mi fossi operata, col tempo, avrebbe provocato seri problemi anche al cuore. Fino a quel momento non mi ero mai preoccupata di prevenzione, ma dall'intervento in poi le cose cambiarono e divenni più sensibile agli screening. L'operazione durò quattro ore, e si svolse, per fortuna, senza complicanze. Mi privarono di metà tiroide. Risultato: guarii dall'ipertiroidismo, ma mi ammalai subito dopo d'ipotiroidismo. La mia tiroide cominciò quindi a funzionare meno del normale, il mio metabolismo rallentò di colpo, ed io presi a ingrassare come non era mai accaduto prima. I primi tempi non ne volli sapere delle medicine, poi, però, fui costretta ad assumere quotidianamente un farmaco (Eutirox): era l'unico modo per equilibrare una secrezione ormonale tiroidea ormai deficitaria. Oggi posso, dunque, dire di stare bene e di aver imparato a convivere senza problemi con la mia tiroide ballerina, anche se periodicamente sono costretta a sottopormi a visite di controllo e a scoprire, quasi sempre, dei noduli che vanno e che vengono.

(Pubblicato sull'ultimo numero di OkSalute)

lunedì 7 giugno 2010

Gli antibiotici? Spesso non servono a nulla

Gli antibiotici sono utili per combattere gravi malattie infettive, ma servono a poco o a nulla per sconfiggere patologie lievi come le bronchiti o le faringiti. Lo dicono dei ricercatori dell’Università di Southampton, in Inghilterra. Gli studiosi hanno verificato che - su un campione di 807 individui - le persone che vengono curate con gli antibiotici per una patologia giudicata non grave, guariscono come chi non li assume. Lo studio divulgato sulle pagine della rivista Journal of the American Medical Association è stata effettuata considerando il fatto che - secondo varie organizzazioni sanitarie - sono troppi i soldi spesi ogni anno per l’acquisto di antibiotici: le stime parlano di oltre 700 milioni di dollari all’anno. Non tutti però sono d’accordo con gi scienziati inglesi. C’è infatti chi dice che gli antibiotici fanno sempre e in ogni caso bene ai pazienti colpiti da malattie infettive, compresi coloro che soffrono di disturbi leggeri. La notizia potrebbe destare particolare interesse in Italia, dove gli antibiotici vengono somministrati in grande quantità, talvolta addirittura in caso di malattie virali, su cui gli antibiotici non hanno alcun potere. Stando ai dati diffusi dal rapporto Osmed - realizzato dall'Agenzia italiana del Farmaco - l'Italia è la terzo posto in Europa per consumo di antibiotici, preceduta solo da Francia e Cipro. Nel 2008 il 53% di bimbi e il 50% degli anziani hanno fatto uso di qualche antibiotico. Tra i più "gettonati" possiamo ricordare le penicilline, i macrolidi e le cefalosporine.

sabato 29 maggio 2010

Api, vespe, calabroni. Come difendersi dalle loro punture

Con il loro pungiglione possono anche condurre alla morte, ma per fortuna oggi sono numerosi gli interventi possibili per contenere l’azione d'insetti tipici della stagione estiva come api, vespe e calabroni. Le stime parlano di circa cinque milioni di italiani che annualmente vengono punti da un imenottero: nell’80% dei casi si percepisce semplicemente un dolore acuto al momento della puntura, mentre per due persone su dieci il problema si fa più serio: al dolore, che perdura per parecchie ore, subentra anche un notevole gonfiore della parte colpita. L’1% è addirittura allergico al veleno di api e simili, e in questo caso il rischio si chiama shock anafilattico, fenomeno che se non viene opportunamente trattato può provocare il decesso: nonostante i progressi della medicina, e le numerose strategie per tenere lontane le punture di insetto, sono ancora oggi una decina le persone che in media in Italia perdono la vita per il veleno di un imenottero. Ma cosa si può fare per evitare di andare incontro a uno shock anafilattico? I consigli sono principalmente due: sottoporsi a vaccino o premunirsi di un kit per auto iniezioni di adrenalina. Nel primo caso si tratta di affrontare una cura quinquennale a base di piccole iniezioni tale da rendere l’organismo totalmente immune dalle punture di api, vespe e calabroni. Nel secondo il riferimento è invece a un kit formato da una fiala di adrenalina con autoiniettore (versione per adulti e per bambini) che consente al paziente di autosomministrarsi il farmaco, generalmente sul lato esterno della coscia; anche i cortisonici per via intramuscolare possono essere considerati farmaci di primo soccorso in caso di rischio di crisi allergica maggiore. Al contrario, dicono i tossicologi, gli antistaminici in crema non servono: il loro presunto effetto anestetico locale non è dimostrato e non esistono a tutt’oggi prove convincenti della loro utilità. Infine, in caso di puntura, è importante conoscere i sintomi premonitori per poter intervenire tempestivamente e raggiungere il più vicino posto di pronto soccorso. I sintomi iniziali di uno shock anafilattico sono vampate di calore, prurito, difficoltà a respirare (broncospasmo), vertigini, senso di svenimento, pallore, gonfiore (edema) che interessa il volto, gli occhi, la lingua e le vie respiratorie e può presentare gradi variabili di gravità con diversa combinazione dei sintomi. In particolare edemi e prurito sono sintomi importanti perché possono presentarsi precocemente (dopo 10-20 minuti dalla puntura) e segnalare l’imminente comparsa di una crisi.

venerdì 28 maggio 2010

GENERAZIONE ZIRTEC (II)

Temperature e allergie

La causa delle allergie può risiedere anche nell'incremento medio delle temperature su scala mondiale. Sotto accusa, in questo caso, l'effetto serra. Secondo gli esperti il caldo eccessivo allunga la stagione dei pollini e, di conseguenza, la durata e l'intensità delle allergie. Stando ai dati diffusi dall'American Academy of Allergy, Asthma & Immunology di New Orleans, tra il 1981 e il 2007 c'è stato un anticipo dell'avvio della stagione dei pollini a livello mondiale. La stagione di impollinazione della parietaria giunge 80 giorni prima; 30 giorni prima per gli alberi di olivo; 40 giorni per la betulla; un paio di giorni per il nocciolo. "Negli ultimi 27 anni abbiamo osservato un costante aumento della percentuale di soggetti sensibili al polline di olivo, parietaria e cipressi", affermano i ricercatori americani, "mentre è rimasto invariato quello degli allergici alla polvere".

Rischio inquinamento

In certi casi, invece, l'allergia può essere una conseguenza dell'inquinamento: numerosi studi hanno messo in luce che la malattia colpisce più frequentemente i bambini che vivono nelle città, dove è particolarmente elevato lo smog. A impensierire mamme e papà sono soprattutto le famigerate particelle sottili (il famoso PM10). Gli esperti dell'Ospedale Macedonio Melloni di Milano, spiegano il fenomeno dicendo che le microparticelle inquinanti non vengono bloccate dall'azione di filtro nasale, per cui arrivano tranquillamente in sede bronchiale, dove possono accentuare o scatenare una crisi allergica o, in alternativa, provocare bronchiti e bronchioliti. A ciò va associato il fatto che i piccoli che vivono nelle metropoli mangiano meno frutta degli altri e quindi dispongono di minori quantitativi di vitamina C, ideali per contrastare le malattie respiratorie.

Fattore emotività

Altro fattore chiave nella genesi delle allergie potrebbe essere lo stress. Da tempo gli studiosi ritengono, infatti, l'ansia in grado di amplificare le allergie e in certi casi, addirittura, scatenarle. Uno studio proposto dagli esperti dell'Università dell'Ohio, presentato nel corso di un recente congresso dell'Associazione americana di Psicologia di Boston, dice che basta una piccola tensione a peggiorare drasticamente le condizioni respiratorie di un allergico. Secondo gli scienziati della Ifiaci, federazione italiana delle società immunoallergologiche, esiste dunque uno stretto legame fra le allergie e condizioni psichiche di un paziente. Tesi convalidata anche dai ricercatori dell'Helmholtz Center di Lipsia, in Germania, secondo i quali le manifestazioni allergiche possono essere la conseguenza di traumi psicologici vissuti nell'infanzia, per esempio separazioni drammatiche dai genitori, ma anche situazioni apparentemente banali come un trasloco. Gli scienziati hanno visto che i bimbi che avevano vissuto una situazione di stress mostravano concentrazioni maggiori di un particolare amminoacido, collegato al senso di frustrazione più elevato rispetto agli altri e alle allergie.

Soluzioni? Tutte buone ma nessuna veramente vincente

Cosa si può fare per sconfiggere un'allergia? In realtà l'allergia a un certo prodotto o a una particolare sostanza non si può guarire. Si può però tamponare efficacemente con farmaci e vaccini. Anche se sono pochi coloro che seguono adeguatamente la cura: nel 50% dei casi, soprattutto nei bambini, la terapia viene seguita in modo saltuario, a intermittenza. Una terapia di desensibilizzazione agli allergeni può essere compiuta tramite vaccino, favorendo la formazione di IgG (immunoglobuline G) che bloccano l'antigene prima dell'adesione alle IgE. In alternativa si possono utilizzare farmaci ad azione antinfiammatoria come il cortisone o medicinali che inibiscono i recettori H1 dell'istamina, antistaminici come la cetirizina e la loratadina: a base di cetirizina c'è, per esempio, il famoso Zirtec somministrato sia agli adulti che ai bambini. Zirtec fa parte degli antistaminici di nuova generazione che non producono effetti collaterali come sonnolenza e sedazione. Da un punto di vista chimico è un antagonista potente e selettivo a livello dei recettori H1 periferici per l'istamina. Alla dose di 10 mg una o due volte al giorno inibisce la fase tardiva di reclutamento delle cellule infiammatorie specialmente degli eosinofili. L'azione del farmaco si manifesta in media dopo 20 minuti dall'assunzione.

Il lato positivo delle allergie

Sembra incredibile ma le malattie allergiche, compresi asma e eczema, hanno però anche un risvolto positivo: chi ne soffre, infatti, correrebbe meno rischi di ammalarsi di tumore. Secondo Mariam El-Zein medico dell'INRS - Institut Armand-Frappier di Laval in Quebec (Canada) - un sistema immunitario iperattivo, tipico quindi di un paziente allergico, potrebbe paradossalmente migliorare le capacità dell'organismo di eliminare le cellule che si sviluppano incontrollatamente, favorendo lo sviluppo di neoplasie. La ricerca ha coinvolto per sette anni 3.300 pazienti vittime di tumore e un gruppo di controllo di 500 persone sane. "Dai nostri test è emerso che gli uomini con l'asma hanno più basse probabilità di ammalarsi di tumore allo stomaco, e quelli con eczema corrono meno rischi di venire colpiti da una neoplasia polmonare", dice Mariam El-Zein. "Non possiamo pienamente spiegare perché le condizioni allergiche possono ridurre il pericolo di andare incontro a questo tipo di malattie, ma questa ricerca è promettente".

L'ultima ricerca

Un'ulteriore prova a favore del legame fra allergie e protezione dai tumori arriva da uno studio diffuso in questi giorni dal Telegraph. In questo caso dei ricercatori texani hanno messo in luce che i bambini con allergie ai pollini presentano un 40% in meno di rischi di ammalarsi di tumori del sangue e un 30% in meno di venire colpiti da tumore all'ovario. Percentuali più basse anche per ciò che riguarda le neoplasie epidermiche, della gola e dell'intestino. "C'è ancora molto da studiare", dice Zuber Mulla, epidemiologa della Texas Tech University, "ma è un dato di fatto che le allergie rappresentano un fattore di protezione per le malattie tumorali". Mentre dalla rivista scientifica "Quarterly review of biology" emerge che "un'iperattivazione del sistema immunitario aiuta il corpo a difendersi meglio dai tumori, che insorgono proprio quando le difese immunitarie si abbassano".

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giovedì 27 maggio 2010

GENERAZIONE ZIRTEC (I)

In una scuola palermitana gli studenti allergici alla parietaria sono aumentati in due anni del 63%. Nelle scuole superiori romane il 18% dei ragazzi presenta problemi cronici di rinite e ostruzione nasale. In Lombardia i bambini asmatici sono oltre 130mila: la sola provincia di Milano ne conta 53mila, di cui 2.500 gravi. Complessivamente, in Italia, il 10% dei bimbi sotto i 14 anni soffre di asma bronchiale, nell'80% dei casi provocata da allergia; il 20% di rinite allergica; il 10% di dermatite atopica. Sono i dati raccolti da una serie di studi recentemente condotti in Italia, riguardo una malattia che - nonostante i progressi della medicina e della scienza - continua a colpire sempre più persone, specialmente in giovane età: l'allergia.

I numeri di una malattia sociale

Le malattie allergiche sono in costante aumento in Italia e nel mondo e occupano il sesto posto fra le patologie croniche più frequenti. Nel Belpaese, dal 1950 a oggi, gli allergici sono passati dal 10% al 30%. Tendenza riscontrabile in tutta Europa dove i malati rappresentano il 26% della popolazione, vale a dire più di una persona su quattro. Alla luce di ciò si prevede che, in tutti i paesi industrializzati, nel 2020, un bambino su due sarà vittima di una o più forme allergiche. Il 50% degli allergici è colpito anche da asma bronchiale: dal 1980 al 1994 la mortalità per attacco d'asma è cresciuta del 30%. L'allergia viene dunque considerata una malattia sociale a tutti gli effetti, con ripercussioni sempre più gravi anche sul mondo del lavoro: una ricerca americana ha dimostrato che le assenze lavorative e la riduzione della produttività negli ultimi tempi, dovute alla sola rinite allergica (il famoso raffreddore da fieno), sono costate alla comunità circa 250 milioni di dollari.

Quando il sistema immunitario va in tilt

Ma cos'è l'allergia? È una malattia del sistema immunitario caratterizzata da una iperproduzione di anticorpi IgE (immunoglobuline E), che si verifica in seguito al contatto con sostanze assolutamente innocue - come per esempio i pollini - giudicate, però, pericolose dall'organismo. Le immunoglobuline E sono sintetizzate dai linfociti B, e più precisamente dalle plasmacellule, cellule specifiche del sistema immunitario. Il vero compito delle IgE è quello di proteggere l'organismo dalle infezioni da parte di parassiti come gli elminti, metazoi vermiformi tassonomicamente riconducibili a organismi come i trematodi e i cestodi, che compiono il loro ciclo vitale all'interno di un ospite specifico (a differenza di altri parassiti come i pidocchi che lo compiono all'esterno). Le cosiddette IgE totali sono, peraltro, uno degli indici più utilizzati per valutare la gravità di un'allergia, tramite un banale esame del sangue. Per un adulto il numero di IgE non dovrebbe superare il numero di 100-200 KU/l. Ma nelle allergie gravi si può arrivare anche a concentrazioni 10 volte più elevate. Il temine allergia viene introdotto per la prima volta nel 1906 dai pediatri viennesi Clemens von Pirquet e Béla Schick, dopo aver notato l'ipersensibilità di alcuni pazienti verso particolari sostanze.

Starnuti, prurito e dispnea

Tra i sintomi tipici della malattia ci sono per esempio il naso che cola (rinorrea), gli occhi arrossati, la pelle che pizzica. Nei casi più gravi si hanno veri e propri attacchi di asma, con dispnea e tosse. In generale i malati di allergia possono essere classificati in due famiglie: "sneezer and runner" e "blocker". I primi presentano sintomi facilmente riconducibili alla rinite allergica, come starnuti, rinorrea, prurito, congiuntivite; possono, inoltre, comparire le occhiaie, tipiche della congestione venosa nella zona oculare, e il cosiddetto "saluto allergico", relativo alla frequenza con cui ci si gratta il naso a causa del prurito. I secondi sono invece caratterizzati esclusivamente da ostruzione nasale e catarro. Per scatenare una crisi allergica bastano pochi granuli di polline di dimensioni molto piccole, fra i 17 e i 40 unimicron. È sufficiente, pertanto, il contatto con soli 50 pollini per metro cubo d'aria per mandare in tilt un organismo ipersensibile. I vegetali producono grandi quantità di polline: una spiga sola di segale distribuisce in una stagione più di 4 milioni di granuli di polline; un platano (albero che raggiunge tranquillamente i 30metri di altezza) produce mediamente 15-20 miliardi di granuli pollinici in un anno.

Il peso dell'ereditarietà

La malattia allergica è in gran parte dovuta alla genetica o, meglio, all'ereditarietà: ci sono specifici geni legati alla malattia che si tramandano di generazione in generazione. Per questo motivo più individui di una stessa famiglia tendono a soffrire l'azione di allergeni comuni (agenti che causano le allergie). Gli studiosi hanno verificato che un bambino nato da una coppia di genitori allergici ha l'80% di possibilità di ereditare gli stessi problemi di mamma e papà. Il fattore ereditario, però, cala progressivamente se c'è un solo genitore malato, fino ad arrivare a una percentuale di rischio del 10% nel caso in cui nessuno dei familiari è soggetto alla malattia. Alcuni esperti dell'Università di Edimburgo hanno, inoltre, identificato un gene difettoso che aumenterebbe significativamente il pericolo di sviluppare patologie allergiche. Il riferimento è alla cosiddetta filaggrina, proteina che - prodotta dal gene FLG - ha il compito di unire i filamenti di cheratina (sostanza presente nello strato corneo della pelle), contribuendo all'efficienza della barriera epidermica. Dai dati accumulati in 24 studi è emerso che chi presenta questo gene mutato corre molti più rischi degli altri di ammalarsi di rinite, asma ed eczema. Una curiosità riguarda il fatto che in una famiglia numerosa sono soprattutto i primogeniti a soffrire di allergia, mentre i fratelli e le sorelle più piccoli risulterebbero meno vulnerabili a questa tara del sistema immunitario. Secondo gli studiosi dell'Università del South Carolina, guidati da Wilfred Karmaus, rispetto alla prima gravidanza, la placenta delle successive funziona meglio, facilitando la dotazione di autodifesa nel nuovo embrione che va formandosi.

Colpa della troppa igiene?

Il problema allergico potrebbe essere imputabile all'eccessiva igiene, che caratterizza case, scuole, e ambienti di lavoro dell'uomo moderno: i bimbi di oggi, in particolare, fra i più sensibili alle allergie, crescerebbero in contesti ambientali fin troppo puliti, quasi sterilizzati, tali per cui, il loro di sistema immunitario in via di formazione, non impara a differenziare le sostanze innocue da quelle nocive. "La causa dell'aumento delle allergie nei bambini dei paesi ricchi è dovuta proprio alla diminuzione del carico microbico ambientale", rivelano gli esperti del Dipartimento di Medicina pediatrica dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma. "I batteri sono importanti perché inibiscono le reazioni allergiche". La conferma arriva da studi condotti in aree geografiche o contesti ambientali dove l'igiene è un optional. In Africa si è visto che le allergie sono molto meno frequenti rispetto all'Europa. Fra i rom rappresentano una rarità. In Thailandia sono immuni dalle allergie solo coloro che vivono in ambienti malsani, circondati da scarti e rifiuti. "Le regioni della Terra in cui le condizioni sanitarie sono rimaste stabili nel tempo, hanno mantenuto anche un livello costante di casi di allergia e malattie infiammatorie", dice Guy Delespesse, professore dell'Università di Montreal. "Più sterile è l'ambiente in cui vive un bimbo, più alto è il rischio che possa sviluppare allergie o altri disturbi autoimmuni nel corso dell'esistenza".

mercoledì 26 maggio 2010

Pipì a letto? Un disturbo per un bimbo su cinque

L’enuresi notturna? È un disturbo molto più comune di quanto non si pensi. Ne soffre un piccolo di cinque anni su cinque, e in certi casi coinvolge addirittura l’adolescente, con ripercussioni di natura psicologica. È ciò che emerge da un articolo pubblicato su OkSalute (Rcs editore). L’enuresi consiste nella perdita involontaria e completa di urina durante il sonno, in un’età in cui la maggior parte dei bambini ha ormai acquisito il controllo degli sfinteri. Secondo alcuni esperti per diagnosticare il disturbo è necessario un periodo di osservazione di almeno due settimane durante le quali il bimbo deve bagnare il letto per almeno tre volte a settimana; per altri, invece, l’osservazione va protratta per tre mesi con almeno due notti bagnate in sette giorni. Le cause? Un ritardo di maturazione della vescica: in particolare il riferimento è alla ritardata maturazione dello sfintere vescicale, un piccolo muscolo che funziona da valvola della vescica e che impedisce alla pipì di fuoriuscire verso l’esterno. Il problema può anche essere dovuto a un insufficiente controllo ormonale. Nel cervello esiste una ghiandola, l’ipofisi, che produce diversi ormoni: uno di questi è l’ADH, che agisce facendo sì che la notte venga prodotta circa la metà della quantità di urina che viene prodotta di giorno. Si è visto che alcuni bambini enuretici hanno inizialmente bassi livelli di questo ormone, che tendono a normalizzarsi in ritardo rispetto agli altri piccoli. Terapie? Considerando che il più delle volte la guarigione si verifica in maniera del tutto spontanea si può ricorrere alla desmopressina (DDAVP, una sostanza simile all’ormone antidiuretico naturale, ADH), che può essere somministrata sotto forma di spray nasale prima che il bambino vada a letto. Oppure possono essere utili i farmaci anticolinergici che aumentano la capacità di contenere l’urina nella vescica.

lunedì 17 maggio 2010

L'elisir di lunga vita in una pillola in commercio dal 2012

Farmaci in grado di farci vivere fino a cent'anni. Cominceranno ad essere ufficialmente testati sull'uomo dal 2012. È ciò che emerge dal meeting annuale della Royal Society. Basterà ingerire una pillola al giorno per modificare alcune tare genetiche e contrastare malattie come il diabete e i tumori, patologie tipicamente legate all'invecchiamento. Gli scienziati dell'Albert Einstein College di New York focalizzano la loro attenzione su una particolare famiglia di proteine, le 'sirtuine', e su enzimi specifici come il Cetp, che influenzano i livelli di colesterolo buono e quindi la buona salute cardiovascolare. Gli specialisti dicono che la longevità dipende soprattutto dai geni (e poco o nulla dall'influenza dell'ambiente esterno). "Le persone che muoiono a 70, 80 anni, nella maggior parte dei casi trascorrono gli ultimi anni di vita malati", rivela Nil Barzilai, a capo dello studio. "Chi invece arriva ai 100 spesso resta sano fino alla fine: questo perché tutto dipende dai geni. Non da noi".

mercoledì 7 aprile 2010

LA DEPRESSIONE E' UN'INVENZIONE?

Era come se la mia testa non fosse mia, ma di qualcun altro, come se fossi continuamente altrove. Non ero soddisfatto della mia vita e del calcio, cioè del mio lavoro. Mi tremavano le gambe all'improvviso. Un periodo davvero cupo". Gigi Buffon, numero uno della Juventus e della nazionale, racconta così l'esperienza della depressione. Non è solo, nella schiera dei vip che hanno conosciuto il 'male oscuro', il buio della vita, quel senso cupo di inadeguatezza: potrebbero dire la loro Raoul Bova, Elenoire Casalegno (nella foto), Aida Yespica… Ma oggi c'è chi solleva una voce contro. Straconvinto che il cosiddetto 'male oscuro', in realtà, altro non sia che un'invenzione. Una creazione dei media e delle case farmaceutiche. Chi la pensa così è Gary Greenberg, psicoterapeuta di 52 anni del Connecticut (Stati Uniti): ha dato alle stampe il libro "Manufacturing Depression. The secret history of a modern disease". In pratica per lo specialista americano la depressione non esiste. E quindi che senso hanno i farmaci per curarla, 10miliardi di dollari l'anno di fatturato solo negli Stati Uniti? Greenberg è approdato a queste conclusioni dopo aver curato per 26 anni pazienti caratterizzati da disordini mentali, aver sofferto lui stesso del 'male oscuro', ed essersi sottoposto in prima persona a test per accertare la validità di particolari farmaci. Lo scienziato accusa gli psichiatri dicendo che, da almeno cinquant'anni, vendono "menzogne". Come questa: "La depressione è una patologia causata da uno squilibrio biochimico del cervello trattabile efficacemente con farmaci come il Prozac". "Non è vero o, meglio, è vero solo in parte", sentenzia Greenberg. "In questo modo s'illudono le persone dell'esistenza di una pillola magica in grado di far sparire dolore e sofferenza, mentre tutti sappiamo che non è così". Lo psicoterapeuta del Connecticut non esclude che ci siano pazienti realmente vittime di squilibri biochimici, tuttavia è convinto che la maggior parte dei depressi, siano solo delle persone che "per colpa dell'azione dei media, si sentono infelici perché credono che esistano individui più felici di loro". I dati, in ogni caso, parlano chiaro. Negli ultimi decenni l'impiego di medicinali per combattere i disturbi dell'umore è cresciuto vertiginosamente. Nel 1987 quando il Prozac e altri SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) sono stati immessi sul mercato, 'solo' il 44,6% degli adulti trattati per depressione assumeva medicinali. Un decennio più tardi si è arrivati al 79,4%. Oggigiorno la percentuale rasenta il 100%, tanto che per molti specialisti moderni risulta impensabile curare la depressione senza 'pillole della felicità'. Per quanto riguarda l'Italia, il consumo di psicofarmaci ha subito un'impennata soprattutto negli anni Ottanta (+ 65,9% fra il '75 e il '91). Secondo Greenberg gli psicofarmaci si utilizzano a sproposito perché siamo abituati a male interpretare il significato della depressione. Quest'ultima viene, infatti, percepita come un 'male' a tutti gli effetti, da debellare, quindi, con delle medicine, come se fosse il diabete o il sintomo di un agente virale. Invece si dovrebbe cominciare a vederla come una specie di 'rinascita', necessaria per progredire e maturare a livello psicologico. "È sbagliato assimilare le persone a meri meccanismi biologici", sottolinea Greenberg. Bisognerebbe, aggiunge, ritornare a vivere la sofferenza umana come si faceva un tempo, quando la quotidianità, a causa dell'alta mortalità e della mancanza di agi, veniva accettata per quella che era, una 'valle di lacrime' a tutti gli effetti. D'accordo con la tesi di Greenberg è Elio Frattaroli, psichiatra della Pennsylvania e autore del libro "Healing the Soul in the Age of the Brain". "La nostra cultura ha un atteggiamento errato nei confronti dei disturbi dell'umore", rivela lo scienziato statunitense. "Dobbiamo iniziare a interpretare le emozioni dolorose come un processo di guarigione dell'anima". Un processo naturale, quindi, nel quale i farmaci non sono contemplati. Naturalmente non tutti la vedono così. Anzi. La maggior parte degli scienziati ritiene doveroso prendere con le pinze le affermazioni di Greenberg. Giovanni Battista Cassano dell'Università di Pisa, per esempio, è convinto del fatto che la depressione possa essere debellata efficacemente coi farmaci, ma anche con la psicoterapia: "Non c'è dubbio che in questi ultimi anni ci sia stata una prescrizione impropria ed eccessiva degli antidepressivi", spiega al nostro settimanale Cassano. "L'orientamento attuale, però, è quello di migliorare le prescrizioni senza crociate, né contro né a favore. Non tutte le forme depressive rispondono ai trattamenti farmacologici e il problema innanzitutto è quello della diagnosi. La depressione, come malattia del cervello, è una sofferenza e basta, e come altre malattie può essere curata con il farmaco e con la psicoterapia". Più radicale l'opinione di Peter Kramer, psichiatra di formazione freudiana, recentemente convertitosi alla terapia farmacologica, e autore del bestseller "Listening to Prozac". Lo studioso esalta le qualità degli psicofarmaci, partendo dal presupposto che la depressione è una malattia a tutti gli effetti che colpisce il cervello: "Certo, ci sono delle cause esterne che possono innescare la malattia, ma ci sono prove schiaccianti che la depressione ha una causa biochimica". Per capire infine la validità o meno degli psicofarmaci è utile considerare uno studio effettuato recentemente da Irving Kirsch della Hull University. Lo scienziato ha analizzato 47 trial clinici in cui l'effetto di medicinali come il Prozac veniva messo a confronto con 'innocue' pillole zuccherate. Alla fine si è visto che per i casi lievi di depressione l'effetto dei farmaci e del placebo sono pressoché identici, mentre i medicinali danno dei risultati solo nei casi più gravi. È la prova che oggi si tende a somministrare sempre e comunque psicofarmaci, quando in realtà in molti casi una passeggiata in campagna con un amico, potrebbe fare meglio di qualunque medicina. In ogni caso è bene che, i pazienti sottoposti (in questo momento) a trattamento farmacologico per disturbi della sfera affettiva, continuino a seguire le terapie assegnate dal proprio medico, indipendentemente da chi è contrario a questo tipo d'intervento.

Intervista a Marco Menchetti, professore di psichiatria dell'Università di Bologna

Come possiamo definire in due parole la depressione?
La depressione è una malattia caratterizzata dalla presenza di sintomi come umore depresso, diminuzione d'interesse verso tutte le attività, inappetenza, disturbi del sonno, mancanza di energie, sentimenti di colpa, diminuzione della capacità di pensare o concentrarsi, rallentamento psicomotorio.

Quanti di questi sintomi devono essere presenti per poter parlare di depressione?
Almeno cinque devono essere presenti in maniera continuativa, per almeno due settimane e causare una compromissione significativa del funzionamento sociale, lavorativo, scolastico o di altre aree importanti.

Esistono però varie forme di depressione…
Certamente. Nelle forme lievi di depressione il paziente presenta cinque o sei fra i sintomi citati e la qualità della vita è solo parzialmente compromessa. Nelle forme gravi, invece, il paziente presenta tutti i sintomi, e una compromissione importante del funzionamento sociale e lavorativo.

La depressione può essere confusa con la tristezza?
La depressione non deve essere confusa con sentimenti di tristezza legati naturalmente agli eventi "no" della vita. In questo caso, infatti, il disagio è spesso fluttuante o di breve durata e si risolve rapidamente qualora sia possibile rimuovere la situazione negativa.

Come possiamo, dunque, distinguere una forma depressiva da un periodo di tristezza 'fisiologico'?
La depressione colpisce, lo ribadiamo, con sintomi specifici, che spingono la persona a perdere interesse verso molte attività, a pensare o a concentrarsi con difficoltà… La qualità tutta della vita subisce un duro contraccolpo. La durata del disagio è maggiore rispetto a un 'normale' periodo di tristezza. E non si risolve facilmente, anche se l'evento stressante si esaurisce.

(Servizio pubblicato sul n°14 di OGGI)