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sabato 19 marzo 2011

Il primo supermercato vegano

Eccolo: il primo supermecato d'Europa, interamente dedicato ai vegani. Banditi anche uova, latte e miele. Si trova a Dortmund, in Germania. Aperto da pochissimo (dal 26 febbraio), sta già riscuotendo un clamoroso successo. Chiarissimo il proprietario: "La mia scelta è del tutto etica, gli animali vanno lasciati vivere e riprodursi per i fatti loro, non vanno sfruttati". Qualche interessante proposta alimentare? Salame a base di tofu, glutine di frumento, riso e mandorle, ali di "pollo" di soia… Il numero di prodotti è molto ampio e in caso di difficoltà nel recuperare l'alimento più appropriato si può fare affidamento su un personale rappresentato da sedici dipendenti. Si è arrivati a questa soluzione sollecitati dai numerosi vegani presenti in città: si calcola che ce ne siano almeno 600mila, un vero squadrone, se rapportato al numero complessivo di abitanti. Prima la struttura funzionava solo come mercato online (www.vegan-wonder-land.de), poi la richiesta di prodotti vegani si è ampliata a tal punto da proporre l'apertura di un negozio a tutti gli effetti.

Una curiosità:

Secondo le statistiche statunitensi, l’americano medio, nel corso della sua vita, consuma: 21 mucche, 14 pecore, 12 maiali, 900 polli, 1000 libbre di altri volatili, ed animali marini. Una ricerca analoga condotta in Inghilterra ci parla invece di 36 maiali e 750 galline. In Italia non è ancora stata fatta una statistica precisa, sappiamo però che il consumo pro capite annuale di carne è di 82,30 chilogrammi (Istat 1989).

lunedì 8 novembre 2010

VEGETARIANI (DIS)INCANTATI

Jonathan Safran Foer
Safran Foer, col suo ultimo libro, Se niente importa, ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica, tanto che - c'è da immaginare - un certo numero di nuovi vegetariani potrebbe essere figlia (diretta o indiretta) del contenuto del suo testo. La prova potrebbe essere quella fornita da vari blog americani che affrontano quesiti stuzzichevoli tipo: "Cosa cucino ai miei amici non più carnivori per colpa di Jonathan Safran Foer?". In effetti, è stato molto bravo ad affrontare il problema, suscitando un grosso interesse in chiunque, e spingendo gran parte dei lettori a domandarsi se vale davvero la pena continuare a nutrirsi con la carne, e se non sarebbe invece più utile dar retta a chi - come un tal Veronesi (tanto per stare dalle nostre parti, ma potremmo citare anche Jovanotti) - da anni ha deciso di mangiare solo prodotti vegetali. Cosa dice Foer nel suo libro? Per esempio che mangiare animali comporta grandi sofferenze per le bestie, allevate quasi sempre in condizioni pietose, chiuse in gabbie minuscole, private della corretta aereazione, ingrassate fino a provocare un cedimento dello scheletro; un aspetto in netta contraddizione col fatto che, moltissimi abitanti dei paesi sviluppati, posseggono un cane o un gatto, che accudiscono amorevolmente, sottolineando - ipocritamente, direbbe Foer - il loro amore incondizionato per gli animali: solo in USA si arriva a spendere 34 miliardi di dollari per sfamare, lavare e "viziare" il proprio animale domestico. Ma questo è niente. I veri problemi, infatti, riguardano l'uomo. Da un punto di vista nutrizionale l'alimentazione carnivora comporta un'assunzione smodata di principi attivi che, a lungo andare, danneggiano l'organismo (per esempio i residui ormonali impiegati negli allevamenti), creando i presupposti per lo sviluppo di malattie cardiache e tumorali. Un dato su tutti: i tre milioni di danesi che furono obbligati dall'embargo del 1917 a una dieta di orzo e patate (al posto della tradizionale basata sull'assunzione costante di carne, latte e burro), videro ridotto il tasso di mortalità di quasi il 35%. In generale le carni sono alimenti iperproteici che possono compromettere il metabolismo, impoverendo le ossa di calcio e acidificando le cellule. La carne proveniente dagli allevamenti industriali, inoltre, conterrebbe sostanze chimiche che avrebbero il potere di annullare l'azione degli antibiotici. E poi c'è l'effetto serra, che - seppur stocasticamente - incide pesantemente sulla qualità della vita di ognuno di noi. Per produrre carne si è costretti a sfruttare in modo intensivo il territorio, causando una iperproduzione di anidride carbonica. "Per via dei gas originati da letame, flatulenza e disboscamento per la creazione di pascoli e dell'energia impiegata per l'allevamento, il bestiame produce il 18% dei gas serra che intrappolano il calore nell'atmosfera", dicono gli esperti della Food and Agricolture Organisation (FAO). Inoltre è responsabile del 40% delle emissioni di metano, del 65% delle emissioni di protossido di azoto, gas che produce un surriscaldamento trecento volte più potente rispetto a quello causato dall'anidride carbonica. Foer è dunque lapidario: "La carne solleva rilevanti questioni filosofiche ed è un'industria da più di centoquaranta miliardi di dollari l'anno, che occupa quasi un terzo delle terre emerse del pianeta". Peraltro Foer non è l'unico ad aver scardinato il luogo comune secondo il quale, un vero Homo sapiens sapiens, non può fare a meno della carne, essendo da sempre un onnivoro, ed essendo da sempre la sua storia legata alla caccia e al sostentamento fornito dai prodotti animali. Con lui c'è anche il signor Michael Pollan - naturalista e giornalista statunitense - che, col suo Dilemma dell'onnivoro, ribadisce i concetti espressi dal collega: "Tra l’imperativo capitalista della massima efficienza a ogni costo e quello morale, che storicamente ha fatto da contrappeso alla cecità etica del mercato, è sempre esistita una certa tensione. Questo è un altro esempio delle contraddizioni culturali del capitalismo, un sistema in cui, col tempo, l’impulso economicista tende a erodere i pilastri morali della società. La pietà nei confronti degli animali da noi allevati è una delle ultime vittime". Ebbene, perché abbiamo voluto ricordare tutto questo? Perché ancora una volta - come sempre succede quando viene mandata a gambe all'aria una verità assoluta (tra un po’ salta pure la teoria della relatività di Einstein) - le carte in tavola cambiano; in questo caso specifico in favore di una nuova entusiasmante teoria, che potremmo tranquillamente considerare una via di mezzo fra la tesi di Foer e quella del carnivoro più acceso. Il riferimento è al caporedattore del magazine ambientalista The Ecologist - Simon Fairlie - che è uscito con una affermazione a dir poco provocatoria: "La carne fa bene al pianeta". Ma come? Non è mica vero il contrario? Dipende. 

Allevamento intensivo di maiali
Dipende da quanta carne si mangia e dalla qualità della carne che assumiamo. Dalle pagine del Time (riprese in questi giorni anche da Repubblica) Fairlie fa sapere: "Non ho toccato carne dai 18 ai 24 anni, poi ho cominciato ad allevare capre. Ma dei maschi non sapevo che farne: non producevano latte, non facevano figli. Così ho cominciato a mangiarli". La sua rivoluzionaria tesi può essere approfondita nel libro che ha da poco dato alle stampe, col titolo fin troppo eloquente: Meat: A Benign Extravagance. Una sorta di contro risposta ai sermoni officiati da Foer e Pollan (cui si potrebbero aggiungere anche quelli di Jeremy Rifkin, noto per aver scritto "Ecocidio: ascesa e caduta della cultura della carne"). L'ecologista inglese dice che, per il bene del pianeta, non serve eliminare la carne, ma basterebbe mangiarne meno, un paio di volte la settimana. Se tutti si comportassero in questo modo - e non si arrivasse quindi a consumarne 36 chilogrammi all'anno cadauno - le cose quadrerebbero egregiamente. E addirittura, ne beneficerebbe anche l'ambiente. Come? Tenendo conto del fatto che l'agricoltura internazionale produce biomassa in sovrappiù che deve, in qualche modo, essere smaltita, e che senza problemi può finire negli abomasi dei bovidi: in questo modo si mette in moto un meccanismo controllato che consentirebbe, peraltro, ai terreni di pascolo di arricchirsi di concime naturale. Il caporedattore di The Ecologist è così convinto delle sue idee che ama definirsi "più ecologista di un vegano". E se qualcuno dovesse vedere in lui l'ennesima boutade di un fantasioso ambientalista, basterebbe redarguirlo con un servizio apparso sul prestigioso New Scientist, che in pratica perviene alle sue stesse conclusioni. Stando, infatti, ai dati raccolti dal giornale scientifico, senza allevamenti si avrebbe un deficit non indifferente per i tanti sottoprodotti di origine animale che contribuiscono alla nostra felice quotidianità. Per esempio si avrebbe una perdita di 11 milioni di tonnellate di cuoio e 2 milioni di tonnellate di lana. Peraltro senza il concime naturale offerto dagli animali, si avrebbe un utilizzo smodato di concimi chimici dannosi per l'ambiente. Alla luce di ciò, però, vanno fatte delle precisazioni. Fairlie in questo è categorico: non tutta la carne fa bene al pianeta. Fa bene solo quella derivante da allevamenti in linea con l'ambiente e con il rispetto degli animali. Va bene, per esempio, la carne di mucca, purché sia allevata nei prati. E va bene soprattutto quella di maiale. Parere condiviso anche da altri scienziati come Tara Garnett che dirige il Climate Research Network della University of Surrey a Guildford, in Gran Bretagna: "I maiali sono una vera pattumiera dell'uomo moderno. Noi diamo loro i nostri avanzi e loro ci restituiscono la carne. Un vantaggio che un mondo senza carne non avrebbe in alcun modo". Insomma, il dibattito è apertissimo, ma intanto, quel che è certo, è che il numero di vegetariani più o meno consapevoli è in costante aumento. Italia compresa. In Italia i vegetariani sono duplicati in pochi anni, passando dai 3 milioni del 2002 ai 6-7 milioni di oggi. Sono soprattutto le donne ad abbracciare la nuova filosofia alimentare; donne che abitano al nord, al centro, mediamente colte, con un buon titolo di studio. 600mila fanno parte dei vegani (detti anche vegetaliani) che evitano di nutrirsi con ogni tipo di alimento proveniente dal mondo animale, uova e latte compresi. (Ci sono anche i cosiddetti 'crudisti' che si nutrono solo di vegetali crudi, frutti o semi). Le statistiche dicono che il numero di vegetariani potrebbe incrementare ulteriormente, toccando i 30 milioni previsti nel 2050. Dati simili si riscontrano in tutti i paesi civilizzati. Secondo alcune statistiche condotte in USA alla domanda "sei vegetariano?", si è passati dall'1,2% di "sì" del 1977, al 6% del 2003, con punte del 10% in corrispondenza degli stati più progressisti. In generale è attendibile proferire che negli ultimi venti anni la crescita dei vegetariani è stata globalmente del 500%. Perché si diventa vegetariani? Per tanti motivi, compreso quello più banale di volere imitare la collega di lavoro "originale" o l'amico tornato "illuminato" da un viaggio in India. Di certo sono ben pochi i vegetariani "per forza", costretti in pratica a mangiare vegetali per motivi di salute. Di solito il discorso viene rapportato a una scelta filosofica-religiosa, tale per cui ogni forma di vita va onorata e rispettata. In parte molti sono diventati vegetariani anche in seguito al dilagare del morbo della mucca pazza: il timore di essere colpiti dall'encefalite spongiforme bovina (BSE) ha avuto il sopravvento anche su persone abituate a mangiar carne quasi tutti i giorni. Infine fra i vegetariani più convinti (di oggi e di ieri) vengono citati: Einstein, Platone, Rousseau, Voltaire, Byron, Wagner, Tolstoj, Paul Newman, Adriano Celentano, Franco Battiato, Bob Dylan, Michael Stipe. Ma sarà vero?

Michael Stipe, leader dei REM, vegetariano convinto

lunedì 27 settembre 2010

Generosi si nasce e... si diventa

La generosità è una bella prerogativa dell'essere umano, consolidata dopo millenni di evoluzione per uno scopo ben preciso: consentire il proseguo della specie. Se oggi gli uomini dominano il pianeta è anche perché nel corso della loro storia hanno imparato a "dare" senza necessariamente avere qualcosa in cambio. È vero che, con i tempi che corrono, una simile virtù del genere umano suona piuttosto strana, o perlomeno non fa notizia, tuttavia la generosità è insita in noi e - ci si può scommettere - proseguirà finché l'Homo sapiens sapiens andrà avanti nella sua corsa. Oggi si discute di generosità perfino riflettendo sulle dinamiche che ci consentiranno (?) di uscire dalla crisi. I giorni scorsi qualche giornale ha parlato di ritorno al "baratto", sistema verosimilmente basato sulla generosità, in grado di delegittimare il dio denaro, e suggerire quindi l'ipotesi che paradossalmente si possa progredire regredendo, almeno in termini materialistici. Si passa a nuove categorizzazioni sociali come quella dei Barter o degli Swap che, appunto, si affidano di giorno in giorno agli scambi a costo zero. Si chiama dunque Zero relativo la prima community del Belpaese che propone prestiti gratuiti e mercificazione di prodotti cercando di agevolare il più possibile chi ci circonda. L'Atelier del Riciclo organizza periodicamente i cosiddetti Swap Party, feste per barattare abiti, accessori, oggetti di design; l'Urban Swap Party avviene su un tram bianco. Ma il fenomeno è universale e non riguarda solo l'Italia. In Germania, a Dortmund, abbiamo, per esempio, Heidemarie Schwermer, che vive da sedici anni con meno di un dollaro al giorno. Non ha niente a che vedere con gli homeless. Vive di casa in casa, offrendo gratuitamente il suo aiuto in cambio di un tozzo di pane. Quando può, scrive, scrive delle sue avventure, dell'importanza delle relazioni sociali e della sua filosofia di vita, incentrata sul fatto che per essere sereni e felici, basta veramente poco, nessuna retorica, purché s'impari a comprendere il privilegio che ci è dato di poter offrire senza avere nulla in cambio. Appoggia questo tipo di vita low-cost il celebre antropologo Alberto Salza che si esprime dicendo che "si può vivere con meno di un dollaro al giorno a patto di essere lasciati in pace"; dunque, a patto che la generosità regni sovrana, attualmente una mera utopia. Il fenomeno è palese se si prende in considerazione il curioso studio "World living index", messo in campo dall'Istituto di ricerca Gallup, considerando tre parametri chiave: numero di donazioni per persona, tempo speso nel sociale, volontà di aiutare gli stranieri. Si scopre così che ogni paese è un mondo a sé, caratterizzato da uomini e donne che vivono la generosità differentemente. Non tutti sono generosi allo stesso modo: in cima alla classifica abbiamo gli australiani e i neozelandesi. A seguire gli irlandesi, i canadesi, gli svizzeri e gli americani. E gli italiani? Coi cuginetti francesi sono piuttosto indietro: Italia al 29esimo posto, Francia, addirittura al 91esimo posto. Ma la cosa che stupisce di più di questa classifica è che fra i popoli più generosi ci sono paesi poverissimi come il Laos e la Sierra Leone, entrambi all'undicesimo posto. Follia? Assolutamente no. Lo dicono anche i ricercatori dell'Università di Berkeley, verificando che spesso le campagne di beneficienza a enti no profit, vengono portate avanti proprio dalle nazioni meno abbienti. C'è comunque anche un retroscena psicologico. Secondo le pagine del Journal of Personality and Social Psychology chi ha poco da perdere (i poveri) si fida più del prossimo e di conseguenza è più magnanimo: fondamentalmente chi non ha, non teme di non avere, chi ha, invece, pecca in avarizia temendo di perdere tutto. Eppure basterebbe poco per diventare generosi: basterebbe, semplicemente, osservare chi è più generoso di noi. È la conclusione di una ricerca effettuata da scienziati dell'University of California a San Diego e da esperti di Harvard. Ebbene sì, si è visto che la generosità è addirittura contagiosa, come il riso o lo sbadiglio. C'è un impercettibile meccanismo comportamentale che viene messo in moto dal nostro cervello se vediamo qualcuno dare qualcosa gratuitamente. Uno degli esempi più eclatanti di questo fenomeno riguarda il terremoto di Haiti del 2010, quando si sono mobilitate persone che normalmente non regalerebbero al prossimo nemmeno un centesimo. La generosità può essere sollecitata anche da particolari bevande. Lo sostiene Lawrence Williams dell'University of Colorado. Lo scienziato dice che chi beve caffè o cioccolata calda ha più fiducia nel prossimo e quindi con maggiore facilità elargisce i suoi beni. Probabilmente prende forma un "subliminale" legame fra il calore fisico (della bevanda) e il calore psicologico di colui che la consuma. Ma cos'è veramente la generosità? Possiamo definirla un'attitudine umana, che molti pensatori ritengono fondamentale per la società di oggi e domani. Sofocle la definiva "l'opera umana più bella"; Marziale diceva che si ha "sempre quelle sole ricchezze donate"; Einstein (che ha praticamente una massima per ogni argomento) sosteneva che "il valore di un uomo dovrebbe essere misurato in base a quanto dà e non in base a quanto è in grado di ricevere". Oggi, in ogni caso, abbiamo imparato che la generosità è riconducibile ad aree ben precise del cervello, che sorgono in corrispondenza della corteccia prefrontale ventromediale e dello striato. Queste zone cerebrali sono anche quelle che entrano in gioco quando si è eccitati sessualmente o si è appagati da un cibo particolarmente gradito.

martedì 31 agosto 2010

Intervista a Michael Pollan


Michael Pollan, 55enne americano, è scrittore, giornalista, naturalista e professore di giornalismo alla University of California di Berkeley. È diventato celebre con “Il dilemma dell'onnivoro” (The Omnivore's Dilemma), libro dedicato ai tanti misteri che circondano l'industria alimentare, e giudicato dal New York Times fra i migliori cinque libri del 2006

Marzo 09, slowfood.com
L'AGRICOLTURA SOSTENIBILE È IN GRADO DI NUTRIRE IL MONDO?
In realtà non lo sappiamo perché non ci abbiamo ancora provato. In ogni caso, così come ci poniamo il problema di un futuro industriale con meno combustibili fossili, dovremmo anche iniziare a pensare al modo migliore per produrre cibo rispettando l'ambiente. Ci sono numerose indicazioni per farlo.
PER ESEMPIO?
Abbiamo analizzato l'attività di piccole fattorie che risultano più produttive delle grandi aziende. È stato possibile appurare che le poli-colture - che richiedono meno combustibile - possono produrre più cibo vero. Va tenuto presente che l’agricoltura commerciale non fornisce solo cibo vero: il 50% di ciò che coltiviamo è destinato agli animali e un altro 10% viene utilizzato come carburante per le nostre auto. Etanolo e biocarburanti sono materie prime industriali e non cibi da mangiare. Se coltivassimo solo cibo da mangiare, avremmo terra in abbondanza.
QUAL È IL PROBLEMA?
Così non nutriamo il mondo, ma animali e automobili e, con questo sistema, la gente muore di fame. L’idea di Slow Food di coltivare cibo vero, vicino ai luoghi in cui la gente lo consuma, ha un potenziale enorme, ma ci vorrà molto tempo e lavoro. Dovremo convogliare sull’agricoltura poli-colturale le ricerche e gli sviluppi che oggi dedichiamo al cibo industriale.

Novembre 08, The Progressive
LEI SOSTIENE CHE L'AGRICOLTURA INDUSTRIALE SIA IL RISULTATO DELL'IGNORANZA DEI CONSUMATORI...
In un certo senso sì: se le persone sapessero come viene prodotto il loro cibo, come vengono allevati e macellati gli animali, cambierebbero drasticamente il loro modo di mangiare.

Gennaio 08, cabaretbisanzio.com
NEL SUO ULTIMO LIBRO DICE CHE MOLTA CONFUSIONE VIENE CREATA DAI MEDIA, CHE FANNO, PER ESEMPIO, PASSARE PER SALUTARE UN CIBO ADDIZIONATO DI ANTIOSSIDANTI, INVECE DI SPINGERE LA GENTE A NUTRIRSI CON PRODOTTI NATURALI. CI RACCONTA LA STORIA DELLA MARGARINA?
L’esempio della margarina, il primo cibo sintetico prodotto nell’Ottocento, è un altro caso evidente di danno alimentare dovuto alla lavorazione industriale. Si scoprì che il metodo escogitato dagli scienziati per rendere solido l’olio vegetale (l’idrogenazione) produceva acidi trans, i quali, come ora sappiamo, sono più pericolosi dei grassi saturi che dovevano sostituire. D’altra parte il bello di un cibo artificiale è che può essere modificato all’infinito. Oggi i grassi trans sono scomparsi dalla margarina, la quale procede indisturbata la sua marcia: a quanto pare ha sette vite. Peccato non si possa dire lo stesso di un numero imprecisato di suoi consumatori.

Giugno 10, csmonitor.com
SU FACEBOOK LA INDICANO COME IL MINISTRO DELL'AGRICOLTURA IDEALE PER GLI USA. COSA NE PENSA?
La causa che sto portando avanti, in effetti, avrebbe bisogno di una leadership, tuttavia io non sono l'uomo giusto. Io non sono un politico. Non saprei negoziare con l'industria alimentare, né muovermi a livello legislativo. Ci vogliono persone che conoscano a dovere la politica di Washington. In ogni caso è per me una bella soddisfazione. Significa che la mia battaglia sta coinvolgendo sempre più persone.

Gennaio 2006, cittadiniecologisti.it
QUAL È IL RAPPORTO FRA MORALITA' E CAPITALISMO? E COSA C'ENTRANO IN TUTTO QUESTO GLI ANIMALI?
Tra l’imperativo capitalista della massima efficienza a ogni costo e quello morale, che storicamente ha fatto da contrappeso alla cecità etica del mercato, è sempre esistita una certa tensione. Questo è un altro esempio delle contraddizioni culturali del capitalismo, un sistema in cui, col tempo, l’impulso economicista tende a erodere i pilastri morali della società. La pietà nei confronti degli animali da noi allevati è una delle ultime vittime.

Marzo 07, ted.com
DA DOVE POTREMMO PARTIRE PER COMINCIARE A CAMBIARE LE COSE?
È necessario cambiare il nostro rapporto col mondo naturale e con le altre specie. L'egocentrismo umano può essere vinto cominciando a valutare noi stessi dal punto di vista degli esseri viventi che ci circondano: piante e animali.

(L'originale pubblicata su Newton)

lunedì 26 luglio 2010

La religiosità dei medici

Si è soliti pensare che gli scienziati non credano in Dio, e - in effetti - anche i più recenti studi dicono che la maggior parte di essi si professa atea o comunque agnostica. Fa dunque un certo scalpore sapere - grazie a uno studio condotto da esperti dell’Università di Chicago - che addirittura tre quarti dei medici si professano profondamente religiosi. In questo caso, però, i ricercatori statunitensi dicono che i medici non vanno considerati scienziati a tutti gli effetti, perché si cimentano in discipline dove il valore etico e morale è molto più sentito rispetto ad altre professioni: un "dottore" ha a che fare direttamente con la vita e la morte, con temi come l'eutanasia, l’aborto, la sessualità, che senza dubbio solleticano maggiormente la coscienza e quindi più facilmente coinvolgono l'argomento Dio. In sostanza i medici sarebbero sospinti più degli altri scienziati a trovare un significato in più a ciò che viene dettato dalla nuda e cruda analisi genetica, biologica, molecolare, e via dicendo. Lo studio ha specificatamente messo in luce che il 76% dei medici crede in Dio; il 90% partecipa a funzioni religiose qualche volta all’anno; il 55% afferma che la fede è addirittura in grado di influenzare la pratica medica. Secondo l'articolo pubblicato sulle pagine del Journal of General Internal Medicine, l’ateismo, tipico di studiosi come fisici, chimici, matematici, ma anche evoluzionisti, è un movimento di pensiero alla cui base vi è la negazione totale dell’esistenza di un essere soprannaturale. Lo racconta benissimo il celebre biologo Richard Dawkins (video sotto). Tra i non credenti, però, è possibile distinguere tra atei e agnostici, in realtà una classificazione di massima, che comprende al suo interno un'eterogeneità di "forme di (non) credo" molto più complessa. Tra atei e non credenti nel mondo vi sono più di un miliardo di persone, circa il 20% della popolazione totale. In Italia non credenti e atei sono circa il 15% della popolazione.

Il Dio castigamatti di Dawkins

domenica 7 febbraio 2010

Guarire i malanni dell'anima con la filosofia

Filosofia e felicità. Un binomio quanto mai azzeccato. Questo ciò che emerge da un fenomeno in costante crescita soprattutto in Usa: al posto dello psicologo, infatti, ci si rivolge sempre più spesso al filosofo per guarire i mali dell'anima. New York School of Practical Philosofy ne è l'esempio più eclatante, benché qualcuno si sia divertito a tirare in ballo il fantasma di Scientology. Niente di tutto ciò. Appena 90 dollari per ringiovanire 'cuore' e pensieri. Il corso introduttivo consta di dieci lezioni. Ogni seduta dura due ore e mezza. I corsi avvengono in base alle esigenze dei newyorkesi: si può, infatti, assistere alle lezioni in mattinata, ma anche durante il pomeriggio e la sera. Impossibile non fare caso al fenomeno. Mezza New York è tappezzata di manifesti pubblicitari che invitano a rivolgersi presso un bel palazzetto d'epoca Taft sulla 79esima strada nel ricco quartiere Upper East Manhattan. In media sono 400 le persone che s'iscrivono alla New York School of Practical Philosofy ogni sei mesi, individui di ogni tipo e genere, anziani canuti, giovani pimpanti, attrici di Broadway. Ma in cosa consistono le terapie a base di filosofia? Lo scopo dei filosofi è quello di dispensare un po’ di saggezza antica, buonsenso comune, armi indispensabili per affrontare - sempre e in ogni caso - serenamente il domani. Si suol dire 'prendere le cose con filosofia'… ecco, la NYSPP insegna propria questo. Se per esempio nella terapia cognitivo-comportamentale - che negli ultimi 15 anni ha avuto il sopravvento su numerose altre pratiche psicoterapeutiche - si cerca di individuare e limare quei tratti caratteriali che ci fanno stare male, con la cosiddetta 'Practical Philosophy' ci si 'rivolge' alle filosofie di pensiero di personaggi come Platone, Montaigne, Dalai Lama, per rimetterci in sesto. Il tutto partendo dal presupposto che le 'regole del buon vivere' esistono da sempre e da sempre contraddistinguono i popoli più lontani, dai cinesi agli svedesi, dai colombiani agli australiani. I corsi iniziano con sedute simili a quelle che si effettuano nei centri yoga. Vestiti comodamente ci si riunisce in una grande sala seguendo le istruzioni del personale esperto. Ci si rilassa, ci si concentra sulla respirazione, e infine si affrontano tematiche che consentono di diventare, in pratica, più saggi. In Italia il fenomeno è poco affermato, tuttavia c'è chi crede molto nella filosofia come metodologia per affrontare i disagi dell'anima. C'è per esempio Massimo Donà, docente di Filosofia Teoretica nella facoltà del San Raffaele di Milano. Lo studioso ha recentemente dichiarato al Mattino che la filosofia potrebbe essere la cura ideale per i 'mali oscuri' della società, in quanto "la materia era concepita fin dall'antichità come una cura, un esercizio spirituale che, correttamente praticato, ci fa sentire più saggi e perciò più sani".