Visualizzazione post con etichetta Anatomia umana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Anatomia umana. Mostra tutti i post

venerdì 26 gennaio 2018

Clonazione: la prima volta di un primate


La prima esperienza fu nel 1996 con la nascita della pecora Dolly; animale identico a quello dal quale era stata prelevata la cellula poi fusa con quella di un altro individuo per dare origine a un organismo clonato. Da quella data sono stati fatti passi da gigante e ottenuti grandi risultati, che hanno portato alla clonazione di molti animali, fra cui cani, cavalli, topi, mufloni, stambecchi. Diciannove anni fa la nascita di Tetra, una scimmia macaco clonata con la tecnica “embrio-splitting”: si basa su una divisione artificiale delle cellule embrionali dopo appena quattro o cinque giorni dalla fecondazione; e sull’azione di cellule totipotenti, ancora in grado di formare qualunque tipo di tessuto, imitando l’evoluzione di embrioni destinati a dare alla luce gemelli omozigoti. Solo oggi, però, è stato raggiunto un traguardo sul quale si lavora da più di venti anni: la clonazione di un primate attraverso la stessa tecnica utilizzata per Dolly; procedura più complessa ed efficace dell’embrio-splitting, basata sulla possibilità di fare dialogare due cellule appartenenti a individui diversi. 

Anche in questo caso, infatti, si è partiti da una cellula somatica, tipica di ogni area anatomica, dalla quale differiscono quelle germinali (cellule uovo e spermatozoi), esplicitamente legate alla riproduzione. Nell’esperimento sono stati impiegati fibroplasti fetali, cellule caratteristiche del tessuto connettivo. Sono stati introdotti in cellule uovo denuclearizzate (private cioè del nucleo, dove risiede il DNA), per poi farle crescere in laboratorio, attraverso i tradizionali processi mitotici che consentono a uno zigote (cellula derivante dall’incontro fra uno spermatozoo e una cellula uovo) di trasformarsi in embrione e dunque in feto. Infine una madre surrogata - esemplare della stessa specie di quella da cui erano state prelevate le cellule somatiche - ha reso possibile la gestazione e la nascita delle scimmie clonate. Due: Zhong Zhong e Hua Hua. La notizia è stata divulgata alla prestigiosa rivista Cell e vede protagonisti gli scienziati dell’Accademia delle Scienze di Shanghai, in Cina. Perché nessuno era ancora riuscito a clonare una scimmia con la tecnica utilizzata per la pecora Dolly? 

Perché la clonazione rimane comunque un processo molto delicato e difficile da portare a termine. Tutti i traguardi fin qui raggiunti, infatti, hanno coinvolto moltissimi embrioni, pochissimi dei quali sono poi diventati esemplari adulti. Per i primati la situazione è ancora più complicata perché le loro caratteristiche genetiche sono più complesse di quelle di qualunque altro animale. Gli esperti in questo caso sono riusciti a manovrare con successo dei geni, per far sì che il processo di embriogenesi “artificiale” potesse avere luogo; le altre volte, invece, erano andate a vuoto, proprio perché dopo l’incontro fra la cellula somatica e quella uovo non si erano sviluppati embrioni da introdurre in un utero “preso in prestito”. Il futuro?

Per i più fantasiosi si potrà presto parlare di clonazione umana, visto che tassonomicamente, dopo la scimmia, c’è l’uomo. Ma i problemi non sono solo di natura etica: ci sono ancora aspetti da chiarire sulla clonazione, partendo dal fatto che nella cellula uovo denuclearizzata permane il DNA mitocondriale, che nulla a che vedere con quello proveniente dalla cellula ospite. Si potrà però lavorare per almeno due obiettivi: approfondire la possibilità di accendere e spegnere determinati geni, alla base di moltissime malattie; e fornire campioni di studio relativi alla risposta immunitaria delle scimmie clonate, gli animali in assoluto più simili all’uomo e per questo ideali da testare per poter progredire nella ricerca medica. 

L'intervista: 

All’indomani della clonazione delle due scimmie in Cina, siamo davvero a un passo dall’ipotesi di poter creare un uomo identico a un altro. Dunque, qual è lo stato della ricerca? “Oggi siamo già perfettamente in grado di clonare un uomo”, ci racconta Giovanni Perini, docente di genetica ed epigenetica presso l’Università di Bologna, “ma ci fermiamo prima: quando l’incontro fra la cellula somatica dell’individuo da clonare e l’ovocita è avvenuto con successo, dando vita ai primissimi stadi di sviluppo di un embrione”. Ci si blocca per una motivazione puramente etica: “È proprio così”, dice Perini, “è solo la questione morale a fermarci, altrimenti, da un punto di vista tecnico ci sarebbero già tutti i mezzi per avviare un test sull’uomo”. Peraltro gli scienziati di oggi, rispetto a quelli del 1996, anno in cui avvenne la clonazione del primo mammifero (la pecora Dolly), hanno compiuto grandi passi; potendo contare su procedure più affinate che potrebbero dare vita a un uomo clonato utilizzando molti meno ovociti di quelli impiegati per Dolly. “All’epoca si poteva arrivare all’utilizzo di 400 o 500 cellule uovo denuclearizzate per poter giungere allo sviluppo di un embrione in grado di generare un individuo completo”, precisa Perini. “Da pochi anni a questa parte, invece, il successo sarebbe assicurato coinvolgendo un numero limitato di ovociti, rendendo molto più agevole il reclutamento di donatori”. Non solo. 

Esistono nuove procedure collaudate, che presuppongono la capacità di intervenire sulla cromatina (materiale del nucleo che comprende Dna e proteine) accendendo o spegnendo determinati geni: “Quelli legati alla riprogrammazione delle divisioni cellulari”, spiega Perini. “In particolare nel caso delle scimmie è stato utilizzato un enzima (forma di proteina che catalizza i principali processi biologici) che è in grado di modificare la cromatina e migliorare la riprogrammazione del nucleo di una cellula adulta, così da indurlo a tornare allo stadio embrionale”. Presupposto necessario all’avvio di una clonazione effettiva, tenuto conto del fatto che le fasi iniziali di sviluppo di una nuova realtà biologica, hanno a che vedere con cellule indifferenziate, ossia potenzialmente capaci di trasformarsi in qualunque tipo di tessuto. In pratica facendo regredire la cellula dell’individuo da clonare, risulta molto più semplice “innestarla” nell’ovocita e far sì che il nuovo complesso citologico possa progredire fino a diventare una morula, primissimo stadio della evoluzione di un embrione. E il Dna mitocondriale? 

“È anch’esso tema di dibattito”, dice Perini, “considerato che c’è chi, al di là di ogni auspicabile successo in campo sperimentale, è convinto che la vera clonazione non esista”. Perché il Dna mitocondriale permane nell’ovocita denuclearizzato, finendo col “contaminare” la purezza della cellula ospite. Dunque, se nessuno intende clonare un uomo, quali saranno le implicazioni legate alla recente clonazione delle due scimmie cinesi? “Sicuramente ne beneficerà la ricerca”, chiude Perini. “Non dobbiamo infatti dimenticare che le scimmie hanno un corredo simile al nostro per il 98%. Studiare loro, è un po’ come studiare noi stessi”. 

venerdì 24 febbraio 2017

Il primo trapianto effettuato da un robot chirurgo


Sono fra gli organi più delicati del nostro corpo che, pur ammalandosi, spesso, non danno sintomi. Quando s'interviene, però, potrebbe essere troppo tardi e il rischio è quello di dover periodicamente purificare il sangue attraverso la dialisi. Il dolore, tuttavia, sa bene di averlo patito una 45enne torinese che, dopo avere subito un inutile intervento chirurgico, ha scelto la strada, anche per i medici, più adatta alla sua guarigione: l'espianto definitivo dell'organo. Solo così ha, infatti, potuto eliminare definitivamente il male. Un'operazione unica al mondo, perché per affrontarla gli specialisti hanno utilizzato un robot: «Non di quelli che siamo soliti immaginare, riproducenti le fattezze di un uomo», ci spiega Paolo Gontero, direttore dell'Urologia universitaria dell'Ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, «ma un macchinario altamente tecnologico che ci ha consentito di lavorare in un'area anatomica molto sensibile, che i chirurghi avrebbero fatto fatica a gestire da soli». Insomma, senza il robot non sarebbe stato possibile portare a termine il tradizionale intervento di nefrectomia.

E il motivo risiede nella particolare anatomia della signora: «I reni, infatti, risiedono nella zona lombare, in corrispondenza della fine delle vertebre della schiena», continua Gontero, «ma la paziente ne aveva uno dei due a ridosso dell'utero, in una posizione che le provocava gravi e continui dolori». Un rene "diverso" non solo per la posizione, ma anche per l'anatomia; presentava infatti tre arterie che lo irroravano, mentre è un solo vaso afferente a entrare normalmente in gioco nella zona glomerulare (la parte più importante del rene dove vengono filtrate le sostanze da scartare). Tecnicamente in questi casi si parla di rene ectopico pelvico. Ma la storia non finisce qui. Perché il destino del rene espiantato, che ha finalmente ridato serenità a una 45enne torinese, era quello di finire gettato, come accade con tutti gli altri materiali biologici provenienti dalle analisi mediche o dalle operazioni chirurgiche. 

E invece è stato riutilizzato per restituire la salute a un uomo di 51 anni, da tempo afflitto da una nefropatia che lo costringeva alla dialisi. Dalla donna, quindi, il rene è finito su un tavolo della sala ospedaliera dove - anche grazie alla collaborazione di Luigi Biancone, direttore del reparto di Nefrologia e Maurizio Merlo, chirurgo vascolare - è stata appurata la sua perfetta funzionalità: «Sono passati pochissimi istanti fra l'espianto e il trapianto», ci dice Gontero, «e il rene era in ottimo stato; abbiamo chiuso le tre arterie per poi procedere con il classico intervento di trapianto renale, con l'introduzione del nuovo organo nella fossa iliaca del nefropatico». 

E' la zona dell'addome nella quale, secondo la prassi, vengono inseriti i reni trapiantati, in una sede diversa da quella naturale, ma ideale per ridare la possibilità a un organismo di depurarsi. Poi sono intervenuti altri medici per assicurare al rene trapiantato il corretto "dialogo" con gli ureteri e la vescica. Il futuro? Il robot tornerà presto a fare parlare di sé, essendo in dote all'ospedale torinese da qualche anno, e impiegato regolarmente per interventi urologici di varia natura, coinvolgendo non solo i reni ma anche la vescica e la prostata. Battezzato non a caso Da Vinci (in onore del genio scientifico di Leonardo), continuerà a lavorare grazie ai suoi quattro bracci hitech, tre dei quali perfettamente tarati per maneggiare bisturi, forbici e strumenti elettrochirurgici. Intanto l'equipe medica di Gontero si gode l'eccezionale traguardo raggiunto: due pazienti di mezza età che stanno riprendendo a vivere grazie al perfetto connubio fra uomo e tecnologia. 

domenica 12 ottobre 2014

Uomini e donne coi piedi sempre più lunghi


Da anni si sente parlare dell'altezza media delle persone in costante aumento, in Italia e nel mondo: nel 1890 era, infatti, 164 centimetri, mentre oggi è salita a 175 centimetri. Ma l'altezza di un individuo è direttamente legata alla lunghezza del suo piede e, dunque, con l'innalzamento della statura si sta anche verificando un fenomeno su cui raramente soffermiamo le nostre attenzioni: l'allungamento medio del piede.  La conferma arriva da uno studio effettuato dagli esperti del College of Podiatry di Londra, dal quale si evince che dal 1970 a oggi il piede dell'uomo e della donna è "cresciuto" di almeno due taglie. I numeri parlano chiaro. Nell'uomo si è passati dal 42 al 44, e nella donna dal 36 al 38,5. Il piede di un adulto alto 175 cm misura oggi in media 28,5 centimetri, contro i 26,5 di chi, con la stessa statura, è vissuto poco più di quarant'anni fa. Lo stesso accade nella donna, con il piede che arriva in media a 25 centimetri, due in più rispetto alle stime del 1970. Ci sono, certo, le eccezioni, ma questi sono i numeri più frequenti che fanno da contraltare alle altezze medie degli uomini e delle donne dei paesi occidentali, il cui apice è raggiunto nei Paesi Bassi e nella ex Jugoslavia. Il motivo? Come per l'altezza, anche in questo caso, il riferimento è a un mutamento delle abitudini sociali e soprattutto alimentari, che ha influito sulle dinamiche dell'accrescimento e dello sviluppo. E sull'ormone della crescita. Oggi non stupisce più nessuno vedere un ragazzo delle medie che sfiora i 170 centimetri, ma un tempo era assai raro. Gli adolescenti in media hanno numeri di scarpa più alti dei coetanei vissuti decenni fa; in cinque anni la media è passata dal 41 al 42, in alcuni casi addirittura dal 45 al 47. Il fenomeno riguarda anche le ragazze che sempre più spesso acquistano numeri di scarpe che superano il 40; con casi eclatanti come quello di Emma Cahill, 19enne tedesca che presenta piedi lunghi 33 centimetri, i più grandi d'Europa. E i bambini, che non solo presentano piedi più lunghi di quelli di un tempo, ma anche più larghi. L'obesità ha, di fatto, la sua importanza, e anche il ricorso frequente al cosiddetto "cibo spazzatura", che favorisce l'accumulo di chili di troppo. «L'allungamento dei piedi, infatti, dipende anche dal peso e non solo dalla crescita in altezza», racconta Lorraine Jones, del College of Podology. «Occorre, pertanto, fare ancora più attenzione alle scarpe che si acquistano, valutando la diversa pressione che i piedi esercitano all'interno di una calzatura, la comodità e l'aderenza». Quel che però stupisce gli studiosi londinesi è che i problemi ai piedi rimangono sempre gli stessi. Il 29% delle donne lamenta disagi con le tante scarpe a disposizione; e anche l'uomo non è da meno e nel 18% dei casi ha problemi a deambulare agilmente. I maggiori fastidi derivano dall'ispessimento della cute, dall'insorgenza di calli e vesciche, e da dolori muscolari. In molti casi è la conseguenza dell'acquisto di scarpe troppo grandi o troppo strette. E il fenomeno è in aumento per via dell'acquisto via internet che spesso porta alla scelta di prodotti non idonei al proprio fisico.

sabato 28 dicembre 2013

Cura Google per il mal di schiena



Sarebbero 15 milioni gli italiani che convivono con il mal di schiena. Il problema è in gran parte dovuto alla cattiva postura che osserviamo stando seduti al pc (ma anche alla guida o a tavola), ma non solo; c'è in parte anche un retroscena di natura antropologica: non sappiamo, infatti, più misurarci correttamente con il nostro corpo, avendo dimenticato le basi del cosiddetto "portamento primitivo" che contraddistingueva i nostri avi, pressoché immuni dai dolori lombari. E' la teoria di una nuova luminare nel campo della lotta al mal di schiena, Esther Gokhale, alla quale gran parte dei dipendenti dei più grandi siti mondiali (Google, Facebook, Yahoo) si appellano per vincere le loro pene: con successo. La studiosa ha iniziato a occuparsi di schiena dopo un'operazione di ernia al disco non andata a buon fine. I continui dolori e pellegrinaggi da un esperto all'altro, senza risultato, l'hanno infine convinta a dedicarsi da sola al proprio corpo; studiando l'anatomia e la fisiologia umana, ma affidandosi anche a discipline giudicate spesso dall'intellighenzia medica borderline, come l'agopuntura. Con il suo lavoro non solo ha vinto i propri disagi, ma inventato un metodo per far guarire tutti dal mal di schiena, in particolar modo coloro che per lavoro rimangono piegati per ore davanti al monitor di un computer. In che modo Gokhale promette un simile risultato? Innanzitutto rispettando la "postura primitiva", quando si è seduti: spingere in avanti la parte alta del bacino, indietreggiare le spalle, cercando di distendere la colonna vertebrale e raddrizzare il collo. A questo punto si può cominciare ad approfondire il "metodo Gokhale", riportato anche in un testo che sta andando a ruba in mezzo mondo, "Otto passi per liberarsi dal mal di schiena".
Spesso sono sufficienti sei sedute con l'esperta americana, e non sono previste chissà quali rocambolesche pratiche mediche, né farmacologiche, ma solo una serie di "buoni consigli posturali" che nei millenni abbiamo completamente dimenticato. Con ciò Gokhale suggerisce e insegna come si dorme, si mangia, ci si alza o ci si siede. E come si cammina, "spremendo", per esempio, i glutei e rafforzando i muscoli del basso schiena, o riflettendo sul modo in cui muoviamo i piedi. Tanti piccoli accorgimenti che nell'insieme assicurano la vittoria sulle dorsopatie più comuni, riequilibrando la sinergia fra i vari comparti anatomici. A quanto pare in modo definitivo. «Molti di noi stanno seduti assumendo la tipica forma a "c", con la schiena piegata in avanti», spiega Gokhale, «ma è una posizione deleteria per la colonna vertebrale; simile il discorso per la postura a "s", con la zona lombare inarcata dovuta magari a tensione e nervosismo». Qual è, allora, l'alternativa?
Una postura che rispetta la naturale predisposizione della schiena a rimanere "dritta", ma allo stesso tempo rilassata, sviluppando il disegno di una "j": con la parte alta del bacino e quella dorsale attaccata allo schienale e quella intermedia dorsale staccata, senza dimenticare le gambe che devono cadere perpendicolarmente alla linea disegnata da una schiena bella dritta. Così facendo muscoli, nervi e scheletro sono perfettamente "in sintonia" fra loro, garantendo benessere e comodità.  

giovedì 27 giugno 2013

Si svegliano dal coma e parlano una lingua sconosciuta: il mistero di una sindrome che divide gli scienziati



Viene menzionata per la prima volta nel 1907 da un neurologo francese e indica il "risveglio" dopo uno stato di coma accompagnato dalla capacità di "borbottare" in una lingua sconosciuta o parlare con la propria lingua madre, ma con un accento completamente diverso. Oggi si contano una sessantina di casi relativi alla "Sindrome da accento straniero"; ultimo della serie, quello reso noto pochi giorni fa, relativo a una cittadina australiana che, dopo un periodo di incoscienza, ha mostrato di saper parlare con accento francese senza aver mai avuto a che fare con l'idioma parigino. Per i neurologi è la conseguenza di un danno cerebrale dovuto a un'emorragia, a un trauma cranico o, in rari casi, a forti emicranie. Spesso il disturbo è accompagnato da ansia e depressione. Studiosi di Oxford hanno individuato l'area precisa del cervello legata alle funzioni linguistiche che, se danneggiata, può causare difficoltà nell'uso della parola, compresa questa curiosa sindrome. Concerne, infatti, l'apprendimento del linguaggio, la capacità di emettere correttamente sillabe e vocali, l'intensità del suono, e l'assunzione di specifici accenti. Recentemente s'è parlato del cervelletto, che controlla le funzioni motorie, ma potrebbe essere legato anche a deficit linguistici. I pazienti sono consci di questa loro prerogativa e non sempre riescono ad accettarla; tuttavia gli scienziati ridimensionano "la magia" del fenomeno, sottolineando che talvolta sono i parenti e gli amici dei malati a enfatizzare il disturbo, supponendo che dal nulla, una persona qualunque, possa risvegliarsi dopo un incidente e parlare fluentemente il gotico antico. Niente di tutto ciò. Ma rimane comunque interessante citare i casi più eclatanti di "Sindrome da accento straniero", la cui comprensione potrebbe aiutare a far luce sui tanti misteri che ancora avvolgono lo studio del cervello umano.

1. Alun Morgan è un cittadino inglese del Somerset, di 81 anni. Lo scorso anno, in seguito a un ictus, va in coma per tre settimane. Al risveglio parla gallese. Prima dell'incidente conosceva solo qualche parola dell'idioma facente capo a Cardiff, imparato durante la Seconda guerra mondiale. Con la riabilitazione riacquista la capacità di esprimersi con la lingua madre, dimenticandosi la nuova.

Alun Morgan
2. Rosemary Dore, cittadina canadese, ha 52 anni, quando cinque anni fa, viene colpita da un'emorragia cerebrale. Dopo due settimane mostra buoni segni di ripresa; ha ancora qualche problema a muovere gambe e braccia, ma parla normalmente. C'è però un particolare: ha scordato la lingua madre e si esprime in un dialetto a lei sconosciuto. In seguito si scopre che utilizza espressioni tipiche della regione di Terranova, dove non è mai stata.

3. Dimitrij Mitrovic, un bimbo di tre anni, di origine serba, non è colpito da nessuna malattia organica, ma una mattina si sveglia e anziché esprimersi in lingua madre, sconvolge genitori e amici parlando inglese, senza averlo mai studiato prima. Per linguisti e psichiatri è un vero enigma. Oggi Dimitrij ha undici anni, ma gli esperti ritengono che la sua dizione sia pari se non migliore a quella degli insegnanti madrelingua e che possa, dunque, soffrire di una particolarissima forma di autismo.

4. Nel 1999 l'americana Judi Roberts ha 57 anni. Nata nell'Indiana, non si è quasi mai spostata da casa. All'improvviso accusa un forte mal di testa: è un ictus che in breve le fa perdere coscienza. Trasportata d'urgenza all'ospedale si riprende qualche giorno dopo l'incidente, ma parla come se fosse un inglese, benché non sia mai stata in Inghilterra. Per gli scienziati è un caso evidente di "Sindrome dell'accento straniero".

5. Dopo cinque anni di coma, Leanne Rowe, una donna australiana di Melbourne, riprende i sensi, ma parla con un accento tipicamente francese. Un tempo faceva la conducente di autobus e nel 2005 ebbe un grave incidente stradale: subì danni alla colonna vertebrale e alla mandibola. Oggi sta molto meglio, ma non riesce ad accettare il fatto di dover parlare con cadenze lessicali che non le appartengono.

6. Sarah Colwill ha sofferto per anni di emicrania emiplegica (rara forma di emicrania con aura). Nel 2010 dopo un forte mal di testa scopre di parlare con l'accento cinese, pur senza aver mai fatto visita a un paese dell'Estremo Oriente. All'inizio trova divertente la sua nuova capacità linguistica, ma oggi, a distanza di due anni, dice chiaramente di non poterne più: "E' diventato frustrante ascoltare il suono della mia voce".

Sarah Colwill
7. "Non si può mai sapere cosa accada nella mente umana quando si esce da uno stato di coma". Sono le parole rilasciate da Dujomir Marasovic, direttore dell'ospedale di Spalato all'indomani dal "risveglio" di una ragazzina di 13 anni, caduta in stato d'incoscienza dopo una forte febbre. I medici hanno confermato la sua capacità di esprimersi molto bene in tedesco, lingua che prima di stare male conosceva solo a livello scolastico.

8. Una 48enne scozzese, Debbie Mc Cann, nel 2010, ha un ictus, si risveglia e parla con l'accento italiano. "All'inizio in casa abbiamo riso", dichiara, "ma oggi è diventato un incubo". Ancora ha difficoltà a scrivere nella sua lingua madre, non essendo più in grado di elaborare la lettera "a", e le capita spesso di accentare parole inglesi, come se stesse parlando un cinese. E' costantemente in cura da un logopedista.

9. I ricercatori dell'Università di Newcastle confermano la "Sindrome dell'accento straniero" in Linda Walker, sessantenne inglese, colpita da ictus. Nel suo caso, addirittura, è stato possibile identificare almeno quattro nuove tendenze "dialettali": italiana, giamaicana, francocanadese e slovacca. E' anche lei in cura e nel 2006 ha partecipato a una trasmissione televisiva per rendere nota la sua odissea.

10. George Harris ha diciotto anni quando, nel 2009, subisce un'emorragia cerebrale. Sta facendo l'interrail con alcuni amici e si trova a Bratislava, in un ostello. Viene ricoverato d'urgenza e una settimana dopo comincia a parlare con accento russo. "Nella mia testa le parole erano normali, ma uscivano in modo diverso dal solito", spiega. Oggi sta molto meglio e l'accento russo si fa sentire solo in rari casi.  

George Harris

(Pubblicato su Il Giornale il 21 giugno 2013)

mercoledì 14 novembre 2012

Altezza... mezza ricchezza


Più si è alti e più si guadagna. Per ogni centimetro in più di altezza infatti lo stipendio aumenta di 310 dollari all’anno. È il parere di uno studio condotto negli Stati Uniti da scienziati dell’università della Florida e del North Carolina. Secondo gli esperti chi è alto, rispetto a un individuo di bassa statura, ha maggiore fortuna negli affari, è più scaltro e ha una presa migliore sulla gente. Lo studio è stato pubblicato sulle pagine del “Journal of Apllied Psychology”. Timothy Judge dell’università della Florida ha lavorato con Daniel Cable dell’università del North Carolina. Insieme hanno analizzato i dati ricavati da quattro studi condotti in parte negli Stati Uniti e in parte in Inghilterra. Nella ricerca oltre all’altezza sono stati messi in evidenza anche altri fattori come il sesso, il peso, l’età. Ma alla fine l’unico parametro che secondo gli scienziati ha veramente peso nella buona riuscita di una professione è appunto la statura. Il perché lo hanno spiegato rivelando che chi possiede dei centimetri in più rispetto alla media ha una maggiore autostima ed è quindi portato a interagire meglio con gli altri, guadagnandosi rispetto e fiducia. I due scienziati hanno verificato che se si escludono gli ambiti sportivi, in tutte le altre circostanze lavorative il fattore altezza contribuisce in modo determinante al successo delle persone. Ed è quindi un requisito indispensabile se si vuole fare carriera e si desidera diventare più ricchi. Il significato dell’essere alti è appannaggio del diretto interessato ma anche delle persone che con lui entrano in contatto. Secondo il team di studiosi americani, infatti, un acquirente compra di più se il negoziante o il rappresentante che si trova davanti possiede anche una buona statura. Ed è così che l’altezza e di conseguenza una migliore capacità di familiarizzare con un estraneo si traduce per il lavoratore in un maggiore successo professionale ed economico: la sicurezza interiore si riflette sull’acquirente che spende di più e volentieri riempiendo le tasche degli “stangoni”. 



lunedì 12 novembre 2012

La "genetica" del contorsionista


Come fa una persona a “raggomitolarsi” in una scatola di appena quarantacinque centimetri? È la domanda che tutti si pongono non appena vedono in azione, in tv o in qualche circo, un contorsionista. La risposta arriva ora da uno studio inglese pubblicato dal quotidiano britannico Times. Il segreto sta nelle caratteristiche genetiche del protagonista, dotato di legamenti più lunghi e più flessibili del normale. Al contrario di quanto ritenuto finora, che considerava invece i contorsionisti delle persone dotate di uno scheletro speciale predisposto ad assumere posizioni inimmaginabili. Ma la scoperta non finisce qui. Perché dallo studio è anche emerso un dato che spiega il motivo per cui sono principalmente le donne a svolgere questo mestiere, mentre l’uomo è in netta minoranza. Ebbene gli scienziati hanno evidenziato un nesso tra gli ormoni femminili, e il collagene che si trova diffuso in tutto il corpo e che costituisce i legamenti. In pratica le sostanze secrete dalle ghiandole delle donne interferiscono con maggiore efficacia con il collagene, rendendolo più flessibile e dilatabile. A questi risultati gli specialisti sono giunti dopo aver sottoposto una contorsionista alla risonanza magnetica. Se n’è occupato Richard Wiseman dell’università dello Hertfordshire che ha utilizzato le apparecchiature dell’ospedale St. Mary’s di Londra, conducendo gli esami prima su se stesso e poi sulla signorina Delia Du Sol. Così ha concluso che i legamenti della contorsionista erano molto più elastici dei suoi. E ha inoltre appurato che gli organi interni della Du Sol si spostano con maggiore facilità senza correre il rischio di rimanere schiacciati dalle vertebre. Lo studio, evidentemente, spiega anche l'agilità della “donna volante” che abbiamo visto spesso in giro per Milano negli ultimi tempi e di cui anche Spigolature s'è occupato: http://gianlucagrossi.blogspot.it/search?q=donna+volante+

martedì 4 settembre 2012

Uomini e donne vedono in modo diverso


Tante volte ci siamo domandati come vedono gli animali, per esempio il nostro cane, ma anche gli insetti che svolazzano intorno ai nostri roseti. In realtà, senza andare troppo lontani, l'originalità visiva, è un fattore intrinseco alla specie umana. Stando infatti a una serie di recenti ricerche uomini e donne vedono in maniera diversa, specialmente per ciò che riguarda i colori. Ecco un esempio pratico: osservando un'arancia, l'uomo la vedrà più rossa rispetto alla donna; analogamente a un esponente del sesso forte, una distesa erbosa apparirà più gialla, rispetto all'attitudine del gentil sesso. Forse è anche per questo che, secondo vari test condotti dall'Università di Rochester, gli uomini sono particolarmente attratti dalle donne che indossano un vestito di colore rosso. Tutto risiede nella diversa capacità del cervello di “selezionare” le tinte che ci circondano; differenze che sono emerse attraverso lampi di luce su prodotti colorati, coinvolgendo soggetti senza problemi visivi. Gli studiosi dell'University of New York hanno evidenziato molte altre differenze. Per esempio gli uomini fanno più fatica delle donne a distinguere le sottili diversità nelle tonalità di giallo, verde e blu. Ma le donne soffrono anche meno di daltonismo e questo può, in parte, spiegare la loro abilità visiva. «In generale le donne soffrono meno di anomalie nella visione del colore dato che hanno due cromosomi X, che sono quelli che portano queste “tare”. Se uno ne è affetto, la donna “usa” l’altro, mentre gli uomini che ne hanno uno non possono “scegliere”», si legge su Riflessioni Ottiche. «Una spiegazione più raffinata sono le ricerche che sembrano mostrare che alcune donne abbiano quattro tipi di coni, invece che tre come capita normalmente negli uomini (e nelle altre donne). Questo permetterebbe loro di riconoscere più colori». Da qui si ricava un importante risultato: nella scelta di alcuni prodotti, per esempio in ambito tessile, le donne risultano certamente più attendibili. Se per un maschio, infatti, due pantaloni appaiono di colore blu, per una donna uno potrebbe essere più o meno scuro dell'altro. E dunque gli uomini sarebbero i compagni meno idonei per fare shopping! In compenso gli uomini risultano maggiormente attenti ai dettagli, circostanza che potrebbe risalire agli albori dell'evoluzione umana, quando, durante la caccia, i piccoli particolari potevano essere molto più importanti della percezione di un grigio o di un bruno più o meno scuro. Ma da cosa è influenzato il cervello? Secondo gli scienziati USA svolgerebbe una parte fondamentale il testosterone, ormone maschile per antonomasia, che avrebbe il “potere” di interagire con le informazioni catturate dalla retina e in transito verso i meandri del cervello. «Il testosterone offre “connettività” neuronali fra maschi e femmine», rivelano i ricercatori di New York, «benché non sia stato ancora possibile stimare in che modo l'ormone interferisca con questa attività fisiologica». Non è, però, solo una questione di ormoni. Coinvolti, infatti, ci sono anche i geni. Uno studio dell'Arizona State University riferisce che la percezione dei colori è diversa a seconda delle differenze genetiche che presiedono la sintesi dell'opsina, elemento proteico legato alle sfumature dei colori. Da uno studio su 236 uomini s'è riscontrata una variante genetica in un gene specifico – l'OPN1LW – inerente una molecola fotorecettiva sensibile al verde. 


martedì 5 giugno 2012

La crisi del maschio e il sopravvento dei "mammi"


Basta andare indietro di pochi decenni - diciamo a prima degli anni 80 - per accorgerci che alcuni atteggiamenti tipicamente maschili sono venuti meno, in virtù di un cambiamento sociale che ancora oggi marcia di gran carriera. Cosa sta accadendo? Basta guardarci intorno. Vediamo, infatti, uomini che fanno da mangiare, spingono il passeggino, cambiano i pannolini, si prendono cura del proprio piccolo come se fossero delle vere mamme, oltre a palesare un'emotività difficilmente rapportabile al concetto di sesso forte, consolidatesi nel corso di secoli e secoli di evoluzione. Ecco perché si sente dire che il maschio è in crisi, sta perdendo l'identità e perché alcuni opinion leader della carta stampata arrivano addirittura a proporre il termine “mammo”, per sottolineare la tendenza maschile ad assolvere compiti “parentali” di solito appannaggio della donna. Al “mammo” si arriva ufficialmente dopo il boom del film Mrs Doubtfire, con uno spregiudicato Robin Williams nei panni di una governante che, per poter continuare a vedere i figli, inscena stratagemmi sempre più rocamboleschi. Non è un caso che il mutamento dei costumi sociali maschili abbia avuto il sopravvento proprio alla fine degli anni 70. È in questo periodo, infatti, che si innescano retroscena popolari in antitesi con l'input darwiniano, che da sempre si prodiga per mantenere su piani ben distinti i macrocosmi maschili e femminili. La rivoluzione comincia nella donna con l'assimilazione di comportamenti che parevano inauditi fino a pochi decenni fa: le donne moderne, di fatto, leggono, scrivono, vanno al lavoro, e sono sempre più indipendenti anche e soprattutto dal punto di vista economico. Sono le prerogative che alla fine hanno portato a un'assimilazione sempre più netta fra uomo e donna. Il fenomeno è stato studiato con particolare attenzione in Inghilterra dove i mammi, negli ultimi 15 anni, sono addirittura triplicati. Si parla di 62mila mammi inglesi, riferibili ai nostri 22.600 italiani. “Non ci sono più gli uomini di una volta”, asserirebbero in molti, non solo in ambito accademico. Non a torto. Un tempo, infatti, l'uomo dedicava tutto se stesso all'attività manuale, ai lavori più duri, che non potevano essere assolti dalla donna, per via di un fisico meno prestante e possente; rientrava dal lavoro e l'unico extra di cui si faceva carico era quello relativo al far quadrare i conti familiari. Nient'altro. Il resto – dalla cura dei bimbi, alle faccende domestiche – era compito femminile. Le mansioni erano così ben delineate che non c'erano rischi di incomprensione fra uomo e donna, anche se oggi siamo tutti ben consapevoli del fatto di avere vissuto fino a ieri in una società pragmaticamente maschilista. Non per niente piace molto oggi ai sociologi ricordare che “per anni l'uomo ha parlato della donna, senza mai parlare con lei”. Col tempo, però, le cose sono cambiate, più o meno con lo scoppio della rivoluzione industriale; e a seguire con l'avvento del boom economico e i movimenti per l'emancipazione femminile. Alla fine dell'Ottocento i due sessi rappresentavano pianeti lontani, ma nel giro di pochi anni si sono avvicinati a tal punto da fare perdere punti di riferimento importanti per chiunque intendesse affrontare il mito uomo-donna, così ben rappresentato dall'affascinante storia di Tiresia, figura decantata da Ovidio e Dante. A rimetterci, in ogni caso, non sono stati sia gli uomini che le donne, ma verosimilmente soltanto i secondi. Se la donna, infatti, ha acquistato potere, forza e consapevolezza delle sue doti, l'uomo, di pari passo, ha smarrito la sua posizione di padre-padrone, femminilizzandosi a favore di atteggiamenti che solo cento anni fa parevano inconcepibili. L'uomo si è, in sostanza, “ammorbidito”, in funzione di nuove esigenze familiari e pedagogiche che sembrerebbero più consone ai tempi moderni, e che invece non avrebbero avuto senso di esistere quando la peculiarità di un capo tribù era quella di primeggiare fisicamente su animali selvaggi e bruti. Con ciò, anche dal punto di vista “funzionale”, l'uomo, il maschio, non è più quello di un tempo, essendo drasticamente cambiato a livello anatomico, comportamentale e psicologico; motivo per cui oggi ci pare del tutto normale vedere un padre cambiare il pannolino a un bimbo, coccolarlo affettuosamente, prima di leggergli la favola della buonanotte, circostanze, un tempo, ascrivibili unicamente al mondo femminile. Dal punto di vista biologico, dunque, si è giunti a traguardi che, se da una parte parrebbero migliorare la crescita e l'educazione dei più piccoli, dall'altra dovrebbero indurre alla riflessione, suggerendoci l'ipotesi che, se la tendenza a questa omogeneizzazione dei sessi dovesse progredire ulteriormente, si arriverebbe a un possibile scontro fra uomo e donna, che all'improvviso si vedrebbero depauperati di ruoli che gli sono appartenuti per millenni. Qualcosa che, paradossalmente, sta già avendo luogo. Lo testimoniano i numerosi matrimoni che falliscono, le innumerevoli famiglie che gettano la spugna, incapaci di manovrare un'esistenza che si credeva molto più semplice, in virtù degli esempi ereditati dalle generazioni precedenti, dove un legame – nel bene e nel male – difficilmente veniva scardinato. Se da un lato, quindi, la “femminilizzazione” maschile sembrerebbe far bene ai nuovi venuti, d'altra parte parrebbe creare scompensi a livello di coppia, che ripercuoterebbero sui più piccoli. In pratica si guadagnerebbe da una parte, ma ci si perderebbe dall'altra, con padri sempre più mammi, ma anche figli sempre più soli perché privi di uno dei due genitori naturali. Ecco perché l'ortodossia in campo sociologico arriva addirittura a ipotizzare che, per il successo della famiglia a ogni livello, andrebbero mantenuti i paradigmi comportamentali di un tempo. Detto ciò, non tutto è perduto. Ce lo insegna la natura, offrendoci molti esempi in cui il ruolo di mammo è tutt'altro che superato e perfettamente in linea con le esigenze evolutive di una specie. Nei pinguini, per esempio, il maschio si prende spesso cura delle uova, alternandosi alla femmina. Nei pinguini Imperatore, addirittura, questa attitudine è gestita esclusivamente dai maschi. Anche molte altre specie osservano un comportamento simile, fra cui rane e struzzi. Mentre fra i mammiferi le cure parentali maschili sono una caratteristica dei licaoni.


Alla luce di queste considerazioni dovrebbe, dunque, suonare meno strano il fatto di trovarsi a tu per tu con un mammo che amorevolmente accudisce il nuovo venuto, prendendosi carico, se necessario, di tutto ciò che ne consegue, compresa la preparazione di pappette e il lavaggio di indumenti sporchi. Tuttavia ci si chiede se dal punto di vista antropologico e filosofico tutto ciò sia positivo. Il dubbio sorge considerando che l'evoluzione non lascia nulla al caso e che se ha portato al differenziamento dell'uomo dalla donna per ovvi motivi di sopravvivenza, seguendo verosimilmente un progetto selettivo diverso dalle specie citate poc'anzi, un motivo ci deve essere, e andrebbe seriamente preso in considerazione, anche se al termine rusticitas si continua logicamente a preferire civilitas. L'uomo è più forte, più aggressivo, e soprattutto meno sensibile della donna, perché il suo ruolo è sempre stato quello di proteggere fisicamente il clan di appartenenza, senza farsi sopraffare dalla paura, dalle emozioni, dalla fatica e dal dolore. D'altro canto la donna ha evoluto l'atteggiamento contrario, perché alla buona crescita di un figlio non è mai servita solo la forza fisica in grado di fronteggiare i pericoli, ma anche quella derivante dal sentimento e dal “cuore”: l'amorevolezza, l'affettuosità, la dolcezza, sono prerogative femminili fondamentali per la crescita di un piccolo, tanto quanto lo è il potere maschile di allontanare un potenziale predatore; anche se la donna paga a caro prezzo questa sensibilità, soccombendo più spesso alle malattie di natura psichica, come l'ansia e la depressione. Queste divergenze evolutive hanno fatto sì che per millenni la specie umana sia progredita, portandoci a credere che anche per le generazioni future sia utile proseguire in questo senso. Ma sappiamo che le cose stanno prendendo una piega diversa, pertanto ci si interroga sull'avvenire della specie umana, focalizzandosi innanzitutto sul maschio che sembrerebbe sempre più compromesso dal punto di vista biologico. Prima dicevamo che erano soprattutto le donne a soffrire i disagi psichici. Eppure, oggi, gli studi confermano che, fra le persone in cura per problemi “mentali”, l'uomo è sempre più frequente. È vero che un tempo il maschio tendeva a nascondere con abilità i suoi patemi d'animo, ma è altrettanto vero che un tempo nevrosi e distimie sembravano un'esclusiva del gentil sesso. Gli studiosi della Emory University, invece, ne sono certi: entro cento anni, uomini e donne soffriranno di depressione in egual misura. Oggi tre uomini su dieci sono depressi, contro il 60% delle donne; ma il dato nel corso del Ventunesimo secolo si assottiglierà al punto da rappresentare un'unica percentuale. Secondo gli studiosi americani, «gli uomini del futuro dovranno, dunque, affrontare gli stessi rischi di depressione che le donne hanno affrontato nel passato». E il caso più emblematico riguarda l'uomo che inizia a soffrire perfino di depressione post-partum. Un recente studio condotto in USA ha, infatti, appurato che sempre più spesso, nelle coppie che hanno un figlio, quello che deve essere aiutato non è la neo-mamma, ma il neo- papà. I dati arrivano da una ricerca condotta dagli esperti dell'Università del Michigan, secondo i quali molti padri che vanno in tilt dopo la venuta al mondo della propria creatura, mostrando una (lecita?) inettitudine al proprio ruolo genitoriale; non tanto perché non sono in grado di fare i papà, prendendosi carico della famiglia e dei doveri ad essa legati, ma quanto perché non sono in grado di comprendere dove finisca il ruolo di padre, e inizi quello di madre. Il fenomeno è tutt'altro che banale, riguardando già il 10% dei neo-genitori. Un papà su dieci diventa, dunque, genitore, ma perde la bussola, mettendo in atto comportamenti che nulla hanno a che vedere con un buon ruolo educativo, ripercuotendosi negativamente sui piccoli. Anche qui i dati sono allarmanti. La New York University School ha infatti evidenziato che il 6% dei bimbi con padre depresso sviluppa in seguito disturbi comportamentali. Ancora una volta, quindi, viene da chiedersi se ha davvero senso l'affermazione di figure come il mammo, se poi gli aspetti negativi in ambito pedagogico finiscono col superare quelli positivi. Ma le defaillance psichiche del maschio moderno sono solo uno fra i tanti problemi insorti nelle ultime generazioni. Il maschio non è più lo stesso di un tempo anche per altri motivi, compresi quelli di natura fisiologica. Il suo potere fecondativo, per esempio, è drammaticamente sceso rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto. Con meno frequenza, dunque, il maschio riesce a concepire, al di là della tendenza globale a mettere volontariamente al mondo meno figli. È, di fatto, un problema di natura biologica. Lo sperma degli uomini moderni è molto meno efficace di quelli di un tempo. Negli ultimi anni sono usciti vari studi che confermano questa tendenza. Una delle ricerche più interessanti viene da Barcellona, dove un team di scienziati ha provato che il 57,8% dei giovani possiede spermatozoi di qualità inferiore a quella che l'organizzazione mondiale della sanità considera normale. Su 1239 giovani fra i 18 e i 30 anni, più della metà, quindi, potrebbe rischiare di avere difficoltà di concepimento.


Anomalie si riscontrano anche dal punto di vista anatomico, tenuto conto di fattori come quello relativo al fatto che gli organi genitali maschili di oggi, sono dimensionalmente più piccoli di quelli del passato. Uno studio condotto in Italia, dal Servizio per la Patologia della Riproduzione umana dell'Azienda ospedaliera universitaria di Padova, ha evidenziato che i giovani del terzo millennio presentano un organo copulatorio più piccolo di quasi un centimetro rispetto ai coetanei degli anni 50. I test hanno preso in esame giovani intorno ai vent'anni dimostrando che nel 1948, in media, il pene di un ragazzo era lungo 9,7 centimetri, contro gli 8,9 centimetri del 2012. Da una parte, quindi, si ha un ridimensionamento degli organi sessuali, dall'altra invece si assiste a un allungamento degli arti: il 36% dei ragazzi presi in esame ha, infatti, braccia più lunghe e il 47,7% gambe più lunghe. Ma le due cose coincidono perché il sistema scheletrico è governato dal sistema endocrino, in particolare dagli ormoni gonadici del testicolo. Con ciò è del tutto lecito supporre che la qualità spermatica e lo sviluppo genitale vadano di pari passo con alterazioni a livello scheletrico. Il problema potrebbe essere imputabile all'obesità e al sovrappeso. Oggi, in pratica, si mangia di più e male, e dunque questa prerogativa influenza in egual modo distretti periferici differenti del corpo umano. A proposito di ormoni, il maschio moderno soffre anche di un abbassamento dei livelli di testosterone nel sangue. Il testosterone è l'ormone maschile per antonomasia, un ormone steroideo prodotto perlopiù dalle cellule di Leydig presenti nei testicoli. La sua azione nell'uomo è fondamentale per la fertilità, e si riferisce a una produzione giornaliera di 5-7 milligrammi, dose che cala progressivamente dai 30 anni in poi. Il testosterone, alla base anche del desiderio sessuale, cala fisiologicamente quando un uomo sta per diventare papà. È l'ennesima trovata dell'evoluzione per cercare di salvaguardare al meglio la prole. Calando l'ormone, infatti, cambiano anche alcuni requisiti caratteriali del maschio, che diviene più docile, più servizievole e meno incline alle scappatelle, tutti atteggiamenti a favore della famiglia. Ma al di là di questo calo del tutto naturale, quel che non rientra nella norma sono i livelli di testosterone medi nella popolazione generale, assai più bassi di quelli di un tempo. E anche in questo caso si trova riscontro con quei parametri che tendono a essere inversamente proporzionali alla massa grassa di un organismo. Alla luce di questi dati è, dunque, del tutto verosimile supporre che si stia assistendo a un mutamento generale dei ruoli sessuali nella società, soprattutto a discapito del maschio. Ma non è, forse, corretto parlare di “maschio in crisi”, bensì di una diversa opportunità data alla nostra specie di progredire in funzione del proprio ingegno. Qualcosa che alcuni animali, evidentemente, hanno già capito.

venerdì 9 marzo 2012

Splatter medievali


Nel Medioevo, in Europa, lo studio degli organi interni del corpo umano era proibito e doveva quindi avvenire in segreto. La situazione portò al furto di cadaveri, e talvolta perfino all'omicidio, con l'obiettivo di procurare i corpi per le sedute di anatomia. Nel 1832 fu introdotto in Inghilterra l'Anatomy Act, per regolare la domanda di cadaveri per scopi scientifici, che prevedeva per esempio che i criminali condannati a morte potessero essere obbligati alla donazione del corpo, da sezionare in pubblico. Trenta cadaveri di ogni età furono sezionati, catalogati e disegnati anche da Leonardo da Vinci – si legge su Science Illustrated - dopo che lo studioso aveva ottenuto un permesso speciale intorno al 1500. Leonardo disegnò dettagli che nessuno aveva mai visto prima. Vari condannati a morte finirono, invece, sotto la lama del medico e anatomista fiammingo Andreas Vesalius, che nel 1539 ottenne da un giudice di Padova il permesso di sezionarne i corpi. Nella foto è riportata un'incisione in rame del 1751 di William Hogarth: descrive la dissezione del corpo di un condannato davanti a un pubblico di curiosi. 

martedì 25 ottobre 2011

BORN TO RUN

Homo abilis
È lo stesso titolo di uno dei migliori dischi di Bruce Springsteen, Born To Run. Un divertente excursus nel mondo del running per sottolineare una verità assoluta: l'uomo è nato per correre. Il riferimento è a un libro uscito in USA due anni fa, scritto da Christopher McDougall, giornalista corrispondente della Associated Press. L'autore si concentra su vari aspetti della corsa sentenziando un primo dogma che sconcerta: “the best shoes are the worst”, ossia “le scarpe migliori sono le peggiori”. Per arrivare a queste conclusioni McDougall si riferisce innanzitutto ai tarahumara, popolazione messicana del Chihuahua, per la quale la corsa rappresenta una realtà quotidiana come lo è per noi andare in ufficio in metrò. Oggi ne rimangono circa 50mla, dediti a uno stile di vita tradizionale, basato sulla coltivazione del mais e dei fagioli e sull'allevamento. Ma si sofferma anche sull'anatomia del piede, per spiegare che all'interno di una scarpa il piede soffre, essendo “nato” per tastare la terra, per appoggiare la pianta su un substrato terroso o erboso. Incapsulato anche nella migliore scarpa da ginnastica del mondo, rischia di compromettere l'attività del tallone e quella delle ginocchia; inoltre i tendini si irrigidiscono e perdono la loro autonomia, così indispensabile per una buona e corretta deambulazione. L'arco del piede è composto da 26 ossa, 33 articolazioni, 12 tendini elastici e 18 estendibili muscoli. Ritrovati geniali dell'evoluzione che se non possono svolgere i compiti per i quali sono stati predisposti, possono creare problemi fisici anche gravi. La tesi del “correre a piedi nudi” è sposata anche dagli scienziati dell'Harvard University che hanno condotto uno studio per dimostrare l'aspetto salutare del “running scalzo”: la scarpa impedisce il movimento naturale del piede e non consente le migliori performance podistiche. Irene Davis dell'American College of Sports Medicine è dello stesso avviso: poggiando il metatarso al suolo si fa meno forza, e si hanno, quindi, meno ripercussioni negative sull'intero organismo. Ne beneficia anche l'apparato respiratorio poiché s'è visto che chi corre a piedi nudi utilizza il 4% in meno di ossigeno, rispetto a chi si muove indossando un paio di scarpe. Con ogni tipo di calzatura immaginabile il piede si impigrisce, invecchia prima, si indebolisce; inevitabilmente aprendo le porte a un maggior numero di infortuni. C'è poi una buona componente psicologica, se si tiene conto del fatto che per molti corridori la corsa a piedi scalzi è, in pratica, come un ritorno alle origini dell'evoluzione umana, considerando che i nostri progenitori non sapevano neanche cosa fosse una calzatura. «In quanto corridori ci muoviamo in stretta connessione con la catena infinita della storia», dice Jim Fixx nel suo Complete Book of Running. «Apprendiamo cosa avremmo provato se fossimo vissuti diecimila anni fa e avessimo mantenuto in buono stato cuore, polmoni e muscoli. Ci accertiamo della nostra parentela con gli uomini primitivi, una cosa che raramente riesce all'uomo moderno». 

L'evoluzione scheletrica

Ma quando e come l'uomo ha iniziato a correre a piedi scalzi? Per rispondere a questa domanda è necessario compiere un viaggio indietro di qualche milione di anni, con il consolidamento delle prime forme australopitecine, i diretti antenati dell'uomo, già ben diversificati dall'universo primate delle scimmie. Siamo fra i tre e i sei milioni di anni fa, in un periodo compreso fra il tardo miocene e il pliocene medio. In questo contesto si sviluppano forme arcaiche di Australopithecus che già possiedono caratteristiche legate all'andatura bipede. Più avanti compaiono l'Ardipithecus ramidus e l'Australopithecus anamensis con un foramen magnun (foro occipitale) decisamente più avanzato delle antropomorfe – prerogativa fondamentale per poter camminare dritti - e una tibia esplicitamente predisposta al bipedismo. Ma gli antropologi sono convinti che non sia stata l'affermazione dell'andatura bipede a consentire all'uomo lo sprint evolutivo all'uomo, bensì la corsa: la corsa, appunto, a piedi nudi. Per arrivare a ciò sono, però, stati necessari cambiamenti anatomici fondamentali, compresi una progressiva riduzione del prognatismo e della lunghezza degli avambracci, e il passaggio dell'alluce da un'azione prensile a una funzione di propulsione: «Importantissimi sono gli adattamenti a livello del piede», rivela Niccolò Mazzucco del magazine Anthropos, «che per sopportare l'impatto e i traumi sollecitati dalla deambulazione e dalla corsa deve presentare una struttura robusta e allo stesso tempo elastica». Il passaggio cruciale dalla camminata alla corsa avviene in corrispondenza del graduale passaggio da una dieta tipicamente vegetale a quella animale. Le piante, per natura, non si muovono, non serve rincorrerle per procacciarle, gli animali, al contrario, si spostano più o meno velocemente ed è quindi necessario adottare delle tecniche maggiormente raffinate per poterli catturare. Da un punto di vista energetico passare dalla dieta vegetariana a quella carnivora è senz'altro vantaggioso, tuttavia è maggiore anche l'impegno richiesto per supportare questo stile di vita. «Gli animali da preda sono mobili, circospetti, si mimetizzano, mordono e scalciano», prosegue Mazzucco. «Ma l'uomo, alla fine, si adatta a questo nuovo tipo di alimentazione». Con ciò impara a costruire trappole e armi, incrementando l'attività cerebrale e dunque le dimensioni del cervello stesso. L'acquisizione definitiva di una dieta carnivora – confermata anche da un intestino più breve, tipico dei carnivori - e quindi della capacità di correre, si ha con l'Home ergaster. È un ominide vissuto probabilmente fra un milione e due milioni di anni fa, con un alto livello cognitivo e un cervello che sfiorava i 900 cc. I principali resti fossili provengono dal Kenya e sono stati individuati fra il 1975 e il 1984. In seguito la corsa si consolida, divenendo una prerogativa fondamentale dell'attività umana, passando dall'Homo erectus all'Homo rhodesiensis, per arrivare ai neandertaliani e all'Homo sapiens. «Ecco perché la corsa è inculcata nella nostra memoria collettiva», afferma l'antropologo sudafricano Louis Liebenberg. «Correre è il superpotere che ci rende umani». Mentre Bernd Heinrich della Vermont University sostiene che «continuiamo a essere corridori, perché nasciamo corridori». Oggi l'uomo s'è effettivamente trasformato in una macchina da corsa, grazie all'acquisizione di strutture anatomiche ultra efficienti, a partire dai tendini, vera e propria centrale energetica di riserva del corridore. Secondo gli specialisti ogni volta che si poggia il piede per terra, il tendine di Achille assorbe il 40% dell'energia che altrimenti andrebbe persa e la sprigiona nel passo successivo. Fondamentale anche la presenza di glutei molto potenti, in risposta all'equilibrio fornito dalla coda in molti animali. Il gluteo umano è rappresentato da tre muscoli, piccolo, medio e grande gluteo. Tutti e tre originano dall'anca e si inseriscono nella parte prossimale del femore. La predisposizione alla corsa, infine, è giustificata dall'efficienza dei muscoli del polpaccio, in particolare il soleo, determinante per la resistenza.
Prospettive future

martedì 15 marzo 2011

Homo Jason Holley

Anelli di ossa... umane

Volete davvero dimostrare il vostro amore al partner? E allora regalategli una parte di voi stessi: per esempio un anello ricavato da un vostro osso. È la proposta ai limiti della fantascienza diffusa in Inghilterra dall’Evening Standard. L’idea è di Nikki Stott e Tobie Kerridge, ricercatori del Royal College of Art di Londra. C’è già chi si è messo in fila per poter convolare a nozze con fedi di osso umano, anziché in oro zecchino. Ma come è possibile ricavare un anello di osso umano da scambiare al momento clou della celebrazione matrimoniale? Tramite il dentista. I due fantasiosi studiosi hanno, infatti, visto che, durante l’asportazione del dente del giudizio, è possibile prelevare delle scaglie ossee che, “assemblate” tra loro in una coltura apposita, possono essere lavorate in modo da ottenere un anello. Il via alla sperimentazione è avvenuta da poco, in concomitanza all’autorizzazione ottenuta dai due scienziati di prelevare i primi campioni di osso umano da quattro coppie che si devono sottoporre ad interventi per la rimozione dei denti del giudizio. L’autorizzazione è arrivata direttamente dal governo inglese che intende sovvenzionare questo tipo di interventi per promuovere la consapevolezza sul tema dell’ingegneria dei tessuti. La bio-gioielleria ha infatti il merito di mostrare al pubblico gli sviluppi più recenti della bioingegneria in maniera originale e sfiziosa. In particolare lo studio di Stott e Kerridge mette in luce come tessuti ossei creati in laboratorio da cellule umane possono essere impiegati come base di partenza per creare oggetti di design.

martedì 1 marzo 2011

L(U)OGHI VAGINALI


Una scultura gigante, composta da dieci pannelli realizzati con i calchi dei genitali di 400 donne. È l'opera dell'inglese Jamie McCartney. Coinvolte modelle di ogni età: mamme, figlie, gemelle, transessuali. La scultura, battezzata “Great Wall of Vagina”, ha richiesto cinque anni di lavoro e verrà presentata ufficialmente dal 6 al 31 maggio presso il Brighton Festival Fringe.

Il video:


The Great Wall of Vagina : Trailer from James Lane on Vimeo.