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venerdì 28 marzo 2014

Al posto del pap-test


Si chiama test Hpv e promette di ridurre del 60-70% il rischio d'ammalarsi di tumore al collo dell'utero. L'hanno reso noto i tecnici della Food and Drug Administration americana, dopo avere visionato numerosi studi, fra cui quelli effettuati presso il Centro Prevenzione Oncologica delle Molinette di Torino. La malattia che provoca ogni anno mille vittime solo in Italia, viene di norma prevenuta con il pap-test, che verrà gradualmente sostituito dal nuovo trovato della medicina. Di cosa si tratta? E' un esame che mira a prelevare una piccola quantità di cellule dal collo dell'utero per poi verificare l'eventuale presenza di Dna del Papillomavirus, responsabile della patologia. Ci si avvale di sonde molecolari predisposte per evidenziare particolari infezioni cellulari, individuando le varianti del virus e la relativa pericolosità oncogena. Pochi minuti e il test è risolto, senza dover patire alcun dolore. «Fa piacere pensare che anche gli americani abbiano deciso di adottare una raccomandazione simile a quella italiana, che prevede l'esclusivo impiego del test Hpv, ricorrendo al tradizionale pap-test solo se si individua il virus», ci racconta Guglielmo Ronco, epidemiologo presso il Centro di Prevenzione Oncologica della Città della Salute e delle Scienze di Torino. «E ci rende ancora più orgogliosi sapere che, in Italia, queste indicazioni si stanno già mettendo in pratica in diverse regioni, come il Piemonte, dove entro quattro anni dovremmo riuscire a coinvolgere tutte le donne». La fine (e quindi l'inizio) di un'epoca? Forse, ma è più probabile che i due test si faranno compagnia per un po’, considerato che laddove non arriverà uno, potrà giungere l'altro (anche perché il pap-test può mettere in luce l'attività patogena di altri organismi, come i funghi, per cui l'avveniristico e super specializzato test non è tarato). Del resto è sempre stato così, tranne i rari casi in cui si è avuto a che fare con prodotti "farmaceutici" che poi la scienza ha giudicato assolutamente nocivi per la salute; come nel caso delle creme radioattive o bibite a base di soda atomica, che venivano somministrate come caramelle alle vitamine, procurando danni irreversibili. Diversa la situazione riguardante l'elettroshock, controversa pratica medica basata sull'applicazione a livello cerebrale di una corrente elettrica. Sperimentato per anni, a partire dagli anni Trenta, negli ultimi decenni è riservato solo ai casi più gravi di depressione, quando non si riescono a ottenere risultati apprezzabili con i farmaci tradizionali. Completamente abbandonata, invece, la lobotomia, con la recisione delle connessioni nervose situate nella corteccia prefrontale. Lo scopo era curare mali come la schizofrenia e il disturbo bipolare: gli ultimi interventi sono stati effettuati in Francia e Inghilterra a metà degli anni Ottanta. E' stata sostituita da tecniche molto meno invasive ed eticamente "corrette". Sul fronte farmaci hanno subito un grosso ridimensionamento i barbiturici, che possono provocare coma e perdita di coscienza a dosi vicine a quelle terapeutiche. Il loro posto è stato preso dalle benzodiazepine, molto più tollerabili. Si continuano, però, a eseguire i salassi, benché la loro inefficacia sia stata confermata su più fronti. Tuttavia patologie legate al sangue come l'emocromatosi o e la policitemia si avvalgono ancora di questa tecnica, così come veniva effettuata in passato per curare, per esempio, l'ipertensione (che oggi viene tranquillamente tenuta a bada da medicinali come i sartani o gli ace-inibitori). Con gli antibiotici, infine, è sparita completamente la proposta di curare molte malattie con la cosiddetta "terapia fagica". Consinteva nell'utilizzo di virus particolari in grado di attaccare e annullare l'azione batterica. Solo negli ultimi anni sta tornando alla ribalta delle cronache, per via dell'ipotesi di poterla riutilizzare nei casi sempre più frequenti di resistenza agli antibiotici. 

venerdì 6 agosto 2010

L'aria delle stalle fa bene alla salute

Allevare le mucche tiene lontano il rischio di ammalarsi di tumore ai polmoni. Lo annuncia Coldiretti, riferendosi a uno studio pubblicato sull’American Journal of Epidemiology e condotto in Italia da un gruppo di ricercatori internazionali guidati da Giuseppe Mastrangelo dell’Università di Padova. Gli esperti hanno evidenziato, su un campione di 2561 allevatori di bovini da latte in Veneto, seguito per un periodo compreso tra il 1970 e il 1998, che gli individui che hanno abbandonato il lavoro nelle stalle per dedicarsi ad altre occupazioni, sono stati maggiormente colpiti da tumore ai polmoni; da ciò gli studiosi hanno dunque dedotto che chi alleva bestiame rischia meno di ammalarsi della patologia polmonare, rispetto a chi presta servizio nell’industria o in altri settori. Si è inoltre potuto constatare che tanto maggiori sono i capi di allevamento in possesso di un determinato allevatore, e tanto minori sono per lui i pericoli di subire neoplasie all’apparato respiratorio. Ma quel è il segreto che consente agli allevatori di mantenersi immuni dal tumore ai polmoni? Per ora una risposta certa non c’è ma, asseriscono gli esperti, è probabile che la situazione possa dipendere dal fatto che nelle stalle vengono liberate massicce quantità di endotossine che in qualche modo hanno il potere di preservare gli organi respiratori. Secondo Coldiretti in Italia sono presenti circa 57mila allevamenti da latte, il 60% in meno delle imprese attive quindici anni fa, ma con un aumento della dimensione media delle stalle, che sostanzialmente ha consentito di mantenere invariata la produzione complessiva di latte.

sabato 19 giugno 2010

Tumore al seno: ko con una proteina

Un vaccino per prevenire il tumore al seno. Sta per essere messo a punto da un team di scienziati del Cleveland Clinic Learner Research Institute dell'Ohio (USA). Lo scopo è quello di vaccinare le donne prima dei 40 anni. Gli scienziati sono giunti a questo traguardo utilizzando una proteina chiamata alfa-lattoalbumina prodotta dalle cellule tumorali con un audiovante (sostanza che stimola la risposta immunitaria dell'organismo). Nei test condotti sui topi s'è visto che il preparato è effettivamente in grado di impedire la formazione di masse neoplastiche. “Forse riusciremo a sconfiggere il tumore al seno”, dice Vincet Tuohy, uno dei responsabili della ricerca. Ogni anno in Italia vengono diagnosticati 35mila nuovi casi di tumore al seno.

venerdì 28 maggio 2010

GENERAZIONE ZIRTEC (II)

Temperature e allergie

La causa delle allergie può risiedere anche nell'incremento medio delle temperature su scala mondiale. Sotto accusa, in questo caso, l'effetto serra. Secondo gli esperti il caldo eccessivo allunga la stagione dei pollini e, di conseguenza, la durata e l'intensità delle allergie. Stando ai dati diffusi dall'American Academy of Allergy, Asthma & Immunology di New Orleans, tra il 1981 e il 2007 c'è stato un anticipo dell'avvio della stagione dei pollini a livello mondiale. La stagione di impollinazione della parietaria giunge 80 giorni prima; 30 giorni prima per gli alberi di olivo; 40 giorni per la betulla; un paio di giorni per il nocciolo. "Negli ultimi 27 anni abbiamo osservato un costante aumento della percentuale di soggetti sensibili al polline di olivo, parietaria e cipressi", affermano i ricercatori americani, "mentre è rimasto invariato quello degli allergici alla polvere".

Rischio inquinamento

In certi casi, invece, l'allergia può essere una conseguenza dell'inquinamento: numerosi studi hanno messo in luce che la malattia colpisce più frequentemente i bambini che vivono nelle città, dove è particolarmente elevato lo smog. A impensierire mamme e papà sono soprattutto le famigerate particelle sottili (il famoso PM10). Gli esperti dell'Ospedale Macedonio Melloni di Milano, spiegano il fenomeno dicendo che le microparticelle inquinanti non vengono bloccate dall'azione di filtro nasale, per cui arrivano tranquillamente in sede bronchiale, dove possono accentuare o scatenare una crisi allergica o, in alternativa, provocare bronchiti e bronchioliti. A ciò va associato il fatto che i piccoli che vivono nelle metropoli mangiano meno frutta degli altri e quindi dispongono di minori quantitativi di vitamina C, ideali per contrastare le malattie respiratorie.

Fattore emotività

Altro fattore chiave nella genesi delle allergie potrebbe essere lo stress. Da tempo gli studiosi ritengono, infatti, l'ansia in grado di amplificare le allergie e in certi casi, addirittura, scatenarle. Uno studio proposto dagli esperti dell'Università dell'Ohio, presentato nel corso di un recente congresso dell'Associazione americana di Psicologia di Boston, dice che basta una piccola tensione a peggiorare drasticamente le condizioni respiratorie di un allergico. Secondo gli scienziati della Ifiaci, federazione italiana delle società immunoallergologiche, esiste dunque uno stretto legame fra le allergie e condizioni psichiche di un paziente. Tesi convalidata anche dai ricercatori dell'Helmholtz Center di Lipsia, in Germania, secondo i quali le manifestazioni allergiche possono essere la conseguenza di traumi psicologici vissuti nell'infanzia, per esempio separazioni drammatiche dai genitori, ma anche situazioni apparentemente banali come un trasloco. Gli scienziati hanno visto che i bimbi che avevano vissuto una situazione di stress mostravano concentrazioni maggiori di un particolare amminoacido, collegato al senso di frustrazione più elevato rispetto agli altri e alle allergie.

Soluzioni? Tutte buone ma nessuna veramente vincente

Cosa si può fare per sconfiggere un'allergia? In realtà l'allergia a un certo prodotto o a una particolare sostanza non si può guarire. Si può però tamponare efficacemente con farmaci e vaccini. Anche se sono pochi coloro che seguono adeguatamente la cura: nel 50% dei casi, soprattutto nei bambini, la terapia viene seguita in modo saltuario, a intermittenza. Una terapia di desensibilizzazione agli allergeni può essere compiuta tramite vaccino, favorendo la formazione di IgG (immunoglobuline G) che bloccano l'antigene prima dell'adesione alle IgE. In alternativa si possono utilizzare farmaci ad azione antinfiammatoria come il cortisone o medicinali che inibiscono i recettori H1 dell'istamina, antistaminici come la cetirizina e la loratadina: a base di cetirizina c'è, per esempio, il famoso Zirtec somministrato sia agli adulti che ai bambini. Zirtec fa parte degli antistaminici di nuova generazione che non producono effetti collaterali come sonnolenza e sedazione. Da un punto di vista chimico è un antagonista potente e selettivo a livello dei recettori H1 periferici per l'istamina. Alla dose di 10 mg una o due volte al giorno inibisce la fase tardiva di reclutamento delle cellule infiammatorie specialmente degli eosinofili. L'azione del farmaco si manifesta in media dopo 20 minuti dall'assunzione.

Il lato positivo delle allergie

Sembra incredibile ma le malattie allergiche, compresi asma e eczema, hanno però anche un risvolto positivo: chi ne soffre, infatti, correrebbe meno rischi di ammalarsi di tumore. Secondo Mariam El-Zein medico dell'INRS - Institut Armand-Frappier di Laval in Quebec (Canada) - un sistema immunitario iperattivo, tipico quindi di un paziente allergico, potrebbe paradossalmente migliorare le capacità dell'organismo di eliminare le cellule che si sviluppano incontrollatamente, favorendo lo sviluppo di neoplasie. La ricerca ha coinvolto per sette anni 3.300 pazienti vittime di tumore e un gruppo di controllo di 500 persone sane. "Dai nostri test è emerso che gli uomini con l'asma hanno più basse probabilità di ammalarsi di tumore allo stomaco, e quelli con eczema corrono meno rischi di venire colpiti da una neoplasia polmonare", dice Mariam El-Zein. "Non possiamo pienamente spiegare perché le condizioni allergiche possono ridurre il pericolo di andare incontro a questo tipo di malattie, ma questa ricerca è promettente".

L'ultima ricerca

Un'ulteriore prova a favore del legame fra allergie e protezione dai tumori arriva da uno studio diffuso in questi giorni dal Telegraph. In questo caso dei ricercatori texani hanno messo in luce che i bambini con allergie ai pollini presentano un 40% in meno di rischi di ammalarsi di tumori del sangue e un 30% in meno di venire colpiti da tumore all'ovario. Percentuali più basse anche per ciò che riguarda le neoplasie epidermiche, della gola e dell'intestino. "C'è ancora molto da studiare", dice Zuber Mulla, epidemiologa della Texas Tech University, "ma è un dato di fatto che le allergie rappresentano un fattore di protezione per le malattie tumorali". Mentre dalla rivista scientifica "Quarterly review of biology" emerge che "un'iperattivazione del sistema immunitario aiuta il corpo a difendersi meglio dai tumori, che insorgono proprio quando le difese immunitarie si abbassano".

Video:

mercoledì 14 ottobre 2009

Individuato fenomeno rarissimo: un tumore passa dalla madre al feto

Le cellule tumorali possono passare dalla madre al feto attraverso la placenta. È la prima volta che degli scienziati verificano un fatto del genere - definito in gergo medico 'passaggio transplacentare ' - dopo più di 100 anni di ricerche. Gli esperti inglesi dell'Institute of Cancer Research hanno evidenziato il fenomeno in 17 mamme, ma lo studio principale pubblicato sui prestigiosi PNAS, si è basato sull'esperienza di una donna giapponese, il cui bimbo - subito dopo la nascita - ha sviluppato la stessa forma di tumore della madre. Secondo gli esperti la trasmissione della malattia dalla madre al feto si verifica in seguito a un difetto del sistema immunitario del nascituro, incapace di riconoscere la nocività delle cellule materne malate. In pratica il piccolo si ammala di un tumore 'clone' di quello materno, con cui condivide le stesse mutazioni genetiche. Il fenomeno è rarissimo. In ogni caso i tumori del sangue e della pelle sembrerebbero essere quelli che, con più facilità, attraversano i vasi della placenta.

(Pubblicato su Libero il 14 ottobre 09)

venerdì 17 luglio 2009

Stop alla divisione cellulare con una proteina

Il ciclo cellulare non è irreversibile come ritenuto fino a oggi, ma può essere bloccato e addirittura ricondotto all’inizio del processo. Lo dice Gary Gorbsky della Oklahoma Medical Research Foundation in un recente articolo pubblicato su Nature. Grazie a questa scoperta sarà possibile riflettere sulla possibilità di individuare un farmaco che blocchi la proliferazione cellulare e quindi anche processi dannosi all’organismo come le metastasi. Gorbsky ha lavorato su colture cellulari, riuscendo a controllare la proteina responsabile della mitosi. Con mitosi ci si riferisce alla fase chiave del ciclo cellulare, quella in cui da una cellula madre si sviluppano due cellule figlie. È divisa in profase, metafase, anafase e telofase. Poco prima della divisione vera e propria che si ha alla fine della telofase avviene il processo noto come duplicazione del Dna: quando in pratica l’acido desossiribonucleico “raddoppia”, anticipando la migrazione dei cromosomi ai poli della cellula. Ed è qui che Gorbsky è intervenuto. Ha infatti impedito ai centromeri (cuore del cromosoma) di mettersi in moto per raggiungere i poli della cellula e quindi di concludere il tipico ciclo cellulare con la formazione delle due cellule figlie. I processi di divisione cellulare avvengono milioni di volte al giorno nell’organismo umano, e sono alla base della crescita e del funzionamento di tutti gli organi. A beneficiare della scoperta non saranno solo gli oncologi, ma anche chi lavora per risolvere le patologie genetiche più debilitanti.

lunedì 29 giugno 2009

Ex anoressiche rischiano meno di ammalarsi di tumore al seno

Chi ha sofferto di anoressia corre meno rischi di ammalarsi di tumore al seno. È la scoperta compiuta dai ricercatori dell’Harvard Medical School. Gli studiosi sostengono che la riduzione dell’introito calorico tipico della malattia, ha ripercussioni positive sullo sviluppo delle cellule del tessuto mammario e inoltre agisce efficacemente sull’azione degli ormoni estrogeni, spesso alla base del tumore. Krin Michels, a capo dello studio, interviene sulle pagine del Journal of the American Medical Association dicendo che nelle ex anoressiche, rispetto alle persone che non hanno mai avuto problemi di questo tipo, il rischio di ammalarsi di neoplasie alla mammella è in media inferiore del 53%. Nelle donne che hanno avuto figli la percentuale sale al 76%. Per giungere a simili risultati (che comunque non intendono in nessun modo ridimensionare la gravità della patologia alimentare) sono state prese in considerazione 7.300 donne svedesi, ricoverate per anoressia prima dei 40 anni.

domenica 21 giugno 2009

Contro i tumori una nuova terapia a base di erbe

Da Bristol arriva una nuova proposta per curare i tumori. È stata battezzata terapia “Carctol” e si basa sull’applicazione di un farmaco che, partendo dal presupposto che i tessuti malati sono caratterizzati da un’acidità eccessiva che facilita la diffusione delle masse tumorali, è in grado di ripristinare il Ph normale del corpo. Attualmente seguono questa procedura terapeutica circa 250 pazienti, sui quali le tradizionali terapie non hanno avuto effetto. I risultati migliori, stando alle parole di Rosy Daniel, ex direttrice medica del centro per la lotta al cancro di Bristol, riguardano soprattutto persone che presentano forme di tumori addominali, al pancreas, al fegato, allo stomaco e all’esofago: secondo Daniel ci sono addirittura ex pazienti malati di tumore che curati con questa tecnica oltre dieci anni fa stanno ancora bene. Il principio attivo su cui si basa il prodotto medicinale Carctol - da associare a una dieta particolarmente povera di grassi, e ottenuto da otto varietà di erbe provenienti dall’India - favorisce l’espulsione degli acidi dal corpo e migliora immediatamente le condizioni del malato. “La dieta Carctol – spiegano i ricercatori - è composta di otto erbe la cui azione, per molti versi, è ancora avvolta dal mistero. Quando un paziente assume le erbe riesce ad espellere gran parte dell’acidità prodotta dal tumore stesso. Il Ph del corpo ritorna alla normalità favorendo la guarigione”. Per ulteriori info: http://www.carctolhome.com/.

martedì 16 giugno 2009

Con il latte del seno cura il papà malato di tumore

Georgia Browne, 27enne inglese di Bristol, mamma da poco, cura il padre malato di tumore al colon e al fegato col latte del proprio seno. La donna ha deciso di agire in questo modo dopo aver visto un documentario nel quale si diceva che il latte materno ha il potere di ridurre le masse tumorali della prostata. Tim (67 anni), papà di Georgia, beve quindi ogni mattina una miscela ottenuta da latte di mucca e latte umano della figlia. Il suo tentativo di curare il padre malato è iniziato un mese fa. Attualmente la salute di Tim è migliorata, il tumore si è ridotto, e i dolori sono passati. “Ho una figlia straordinaria – ha detto Tim -. E adesso sento di avere con lei un rapporto ancora più profondo”. Secondo gli specialisti questo risultato può essere un buon punto di partenza per studi futuri.

(Pubblicato su Libero il 16 giugno 09)

mercoledì 10 giugno 2009

Tumore al pancreas curato in mezz'ora

Un tumore endocrino al pancreas è stato curato tramite una tecnica innovativa da un’equipe di medici del Policlinico San Matteo di Pavia. Gli specialisti sono intervenuti in tre sedute su un’anziana donna colpita dalla neoplasia dell’apparato digerente. È la prima volta che dei medici italiani giungono a un traguardo simile. L’anziana donna è stata sottoposta a una tecnica mini-invasiva basata sulla termoablazione a radiofrequenza, che consiste nell’inserimento attraverso la cute - per mezzo di una guida ecografica - della punta di un ago-elettrodo all’interno del nodulo tumorale. Questo nodulo tumorale, poi, è stato bruciato (necrotizzato) in tre sedute da 10 minuti ciascuna. Oggi la signora sta bene, i suoi valori sanguigni sono rientrati nella norma e può tornare a fare una vita normale. «L’abbiamo tenuta sotto osservazione per qualche giorno» spiega a Libero Sandro Rossi, direttore della Struttura di medicina VI e autore dell’intervento «perché era la prima volta che agivamo per via percutanea e per la sua età avanzata». Rossi ha sviluppato questa tecnica venti anni fa per la cura delle neoplasie epatiche. In seguito è stata impiegata anche per altri organi, per esempio il rene. Anche all’estero viene frequentemente utilizzata. La novità sta nel fatto che in questa occasione non si è proceduto come le altre volte tramite un taglio chirurgico per far strada all’ago-elettrodo, ma appunto per via percutanea: «È senza dubbio un aspetto rilevante dell’intervento perché consente un recupero più veloce del paziente e un minore dispendio economico» afferma Rossi. Va però sottolineato che questo era un tipo di tumore particolare a scarsa malignità, vale a dire poco incline a formare metastasi. Per gli altri tipi di tumore al pancreas è assolutamente necessario intervenire chirurgicamente: «Tengo a sottolineare questa cosa per non dare false illusioni» continua Rossi. «Trovandoci davanti a tumori gravi la termoablazione può essere sempre praticata, ma non come tecnica risolutiva».

La paziente operata da Rossi è stata trattata in questo modo anche perché aveva appena subìto un altro intervento. In pratica non sarebbe riuscita a sopportarne un secondo ravvicinato e quindi la termoablazione a radiofrequenza si è rivelata un’idea vincente. Con la termoablazione il paziente viene trattato in anestesia locale. Quando l’ago-elettrodo raggiunge la massa tumorale la brucia annullando la sua azione patologica. La procedura, che non lascia cicatrici, termina quando il volume di necrosi creato è grande come il tumore che si vuole distruggere. «Si tratta comunque di un intervento di chirurgia addominale complicato» spiega Rossi «soprattutto perché il pancreas è un organo localizzato profondamente nell’addome, su cui è difficile agire. Nel caso della paziente in questione, il tumore aveva raggiunto la dimensione di 2 centimetri e già nel corso della prima applicazione ne è stato distrutto il 90%». Unica accortezza: è necessario che il malato da operare rimanga a digiuno dalla sera precedente. Oltre al pancreas, al San Matteo (nella foto) vengono eseguiti anche trattamenti mini-invasivi dei tumori del polmone (oltre 100 pazienti trattati), del rene e del fegato. Inoltre, a scopo diagnostico la struttura effettua circa 800 biopsie ecoguidate l’anno, prevalentemente per lo studio di lesioni focali del fegato, ma anche di altri organi come pancreas, rene e milza.
(Pubblicato su Libero il 10 giugno 09)

sabato 6 giugno 2009

Tumori e infezioni: li terremo a bada con i virus

È migliaia di volte più piccolo di un capello. Ha una parte rappresentata da una capsula in oro massiccio; e un’altra, la “cabina di pilotaggio”, da un batteriofago, un virus. La sua funzione? Veicolare i farmaci in aree prestabilite dell’organismo, e “fotografare” aspetti della fisiopatologia umana come nessun altro strumento medico riuscirebbe a fare. Il riferimento è al cosiddetto Bio-nanoshuttle, un microscopico apparecchio inventato da ricercatori texani per fornire ai medici una arma in più per la cura di neoplasie e la diagnosi di parecchi altri mali. Pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), il lavoro di Renata Pasqualini e Wadih Arap, aspetta di essere testato per la prima volta sull’uomo, dopo una serie di test positivi compiuti in laboratorio. Secondo gli studiosi il batteriofago, ingegnerizzato grazie a tecniche biotecnologiche, è in grado di svolgere la sua azione in aree precise del corpo perché “contiene un codice di avviamento del tessuto di interesse”. Peraltro il rivestimento in oro esclude la possibilità di reazioni negative con l’organismo. A ciò gli scienziati sono giunti dopo aver evidenziato che il sistema circolatorio dell’uomo contiene specifici “indirizzi” molecolari che contraddistinguono la localizzazione di un organo o di un tessuto, e che i singoli vasi acquisiscono un indirizzo anomalo nei punti critici del corpo. I virus, comunque, non serviranno solo per combattere i tumori ma anche le infezioni, malattie come setticemia, polmonite, endocardite. Secondo gli studiosi i virus batteriofagi, messi a contatto con un batterio specifico da debellare, sono in grado di iniettare il loro Dna per riprodursi. Sfruttando i ribosomi dell’ospite, le cosiddette fabbriche delle proteine, danno vita alla progenie virale. Passo successivo: l’invasione. Usando il battere come una fabbrica, in una trentina di minuti i fagi producono centinaia di cloni identici. Infine, con centinaia di virus batteriofagi, il batterio si gonfia fino a esplodere, debellando l’infezione. Secondo Alexander Sulakvelidze dell’università del Maryland i virus fagi potranno addirittura sostituire gli attuali antibiotici. Tenendo anche conto del fatto che ogni anno in Usa le infezioni batteriche che presentano resistenza agli antibiotici aumentano i costi sanitari di quattro miliardi di dollari.

giovedì 4 giugno 2009

Dai telomeri una risposta all'invecchiamento cellulare e allo sviluppo dei tumori

Combattere i tumori studiando l’invecchiamento cellulare. È la scommessa di Fabrizio d’Adda di Fagnana, biologo presso l’Istituto milanese di Oncologia Molecolare (Ifom) della Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. Lo scienziato ritiene che sia possibile distinguere una cellula giovane da una vecchia analizzando lo stato di “usura” del DNA - in particolare delle regioni terminali dei cromosomi chiamate “telomeri” - fenomeno strettamente legato alla genesi neoplastica. I telomeri vanno progressivamente rimpicciolendosi con il passare del tempo e delle divisioni cellulari: una cellula è quindi tanto più giovane quanto più lunghi sono questi frammenti di DNA. Quando raggiungono un determinato limite di lunghezza, si innesca un complesso meccanismo biologico che impedisce alle cellule di dividersi ulteriormente: a questo punto il cromosoma (non più protetto) si danneggia, e la cellula muore. Accade invece il contrario nelle cellule tumorali. Qui infatti entra in gioco uno speciale enzima chiamato “telomerase”, il cui ruolo è quello di consentire alle cellule vecchie di continuare a dividersi, creando i presupposti per lo sviluppo di masse tumorali. Scopo della ricerca italiana, quindi, è riuscire a controllare lo sviluppo dei telomeri per poter arrestare la progressione delle neoplasie, e far vivere più a lungo le cellule sane.

sabato 4 aprile 2009

Scoperto in Italia il gene che blocca le metastasi

Un gene in grado di bloccare le metastasi e quindi impedire che il tumore si diffonda per tutto l’organismo. È la scoperta effettuata da un team di ricercatori italiano delle università di Padova e di Modena e Reggio Emilia, guidato da Stefano Piccolo, docente del Dipartimento di biotecnologie mediche dell’università di Padova pubblicato sulla prestigiosa rivista “Cell”. La ricerca - finanziata da AIRC e dalla Fondazione Cariparo di Padova – si basa sul presupposto che una massa tumorale dalla cosiddetta sede primaria, si può diffondere per l’organismo attraverso il sangue, interessando tutti i distretti del corpo: questo processo è noto col nome di metastasi. Le metastasi rappresentano il maggior pericolo per questo tipo di malattie, visto che nella maggioranza dei casi sono proprio questi processi a provocare la morte per tumore. Specificatamente gli scienziati hanno individuato un gruppo di geni in grado di difenderci dalle neoplasie, codificando particolari proteine. La proteina più importante è stata battezzata p63. Quest’ultima – in caso di neoplasie particolarmente aggressive – perde la sua capacità di difendere l’organismo: “Questo fenomeno si verifica quando alcuni geni vanno incontro a mutazioni durante la malattia – dice a Libero Michelangelo Cordenonsi, dell’Università di Padova –. Sulla base di questo dato, grazie a indagini di natura molecolare, i medici possono quindi capire se un tumore avrà maggiore o minore probabilità di sviluppare metastasi”. Dunque quali sono le prospettive per il futuro? Secondo gli scienziati questa scoperta potrà portare allo sviluppo di nuovi farmaci in grado di ostacolare la progressione delle neoplasie. Quando? “Difficile dirlo – spiega Cordenonsi -. Cure innovative basate su questa scoperta sono prospettabili per il futuro, ma non si può dire quando. Sono ancora necessari degli studi di approfondimento. Oggi, in ogni caso, sappiamo che ci sono dei geni che possiamo colpire per modificare la risposta ai tumori”. L’idea degli scienziati è dunque quella di riuscire presto a sviluppare farmaci che siano in grado di potenziare l’azione del gene selezionato e soprattutto della proteina che controlla le metastasi. Se così fosse sarebbe possibile bloccare il tumore nella sua area di origine, estirparlo tramite una semplice operazione chirurgica e infine guarire un paziente. Ma i vantaggi di questa scoperta non finiscono qui. L’identificazione del complesso di geni che regola la proteina p63 potrà anche aiutare i medici a comprendere il livello di letalità di un certo tumore. “Più vicina è infatti la possibilità di visualizzare quella che possiamo definire una ‘firma molecolare’ di benignità o malignità di un tumore – conclude Cordenonsi - utile per scegliere il trattamento più opportuno, più o meno aggressivo. Questo risultato permetterà ai medici di agire su ogni singolo malato con terapie più mirate ed efficaci”. Il lavoro condotto dall’equipe di Piccolo è frutto anche delle indagini di bioinformatica svolte da Silvio Bicciato dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Lo studioso, per primo, ha evidenziato che i geni esaminati regolano anche altre proteine coinvolte nel processo metastasico, quelle che ha poi definito ‘firme molecolari’. L’importante lavoro scientifico dedicato alla memoria del collega modenese prof. Stefani Ferrari, scomparso l'anno scorso.

(Pubblicato su Libero il 4 aprile 09)

mercoledì 3 dicembre 2008

Creata la superproteina che spegne i tumori

Una nuova speranza per la lotta contro i tumori giunge da uno studio italiano realizzato da esperti dell’Istituto di Biologia e patologia molecolari del Cnr in collaborazione con il gruppo di Gerard Evan, dell’Università californiana di San Francisco. Riguarda una super proteina in grado di ‘disarmare’ i tumori. Per ora i test sono stati condotti solo sui topi, ma la speranza è quella di poter entro breve condurre le stesse sperimentazioni anche sull’uomo. In particolare, nei roditori, la terapia ha determinato una regressione della massa neoplastica in animali colpiti da tumore al polmone. “Omomyc” è il nome della proteina selezionata dagli studiosi italiani e “Myc” la super-proteina bersaglio, fondamentale nello sviluppo delle masse neoplastiche. Prima d’ora si pensava che non fosse possibile annullare l’azione di “Myc” se non provocando gravi problemi all’organismo. Oggi, invece, ci si è resi conto del contrario: annullando la sua azione con la nuova proteina selezionata – appunto “Omomyc” - il tumore smette di crescere e non si ha alcun danno organico. I principali autori dello studio, Sergio Nasi e Laura Soucek, dicono che questa scoperta potrebbe rivoluzionare la lotta ai tumori, senza comunque lanciare false speranze: “È di sicuro una strada promettente, tuttavia non possiamo ancora dire quando e come potremo procedere sull’uomo – racconta a Libero Nasi -. Prima di arrivare a condurre test sui pazienti, sarà necessario portare a termine nuove sperimentazioni sugli animali, il cui scopo è quello di verificare se la terapia funziona anche con altri tipi di tumore che non sia solo quello al polmone. Contemporaneamente cercheremo risposte in laboratorio su cellule umane. In teoria la speranza per il futuro è quella di sviluppare vettori proteici o addirittura ‘pillole’ in grado di trasportare il principio attivo selezionato per poi bloccare la neoplasia. A oggi possiamo solo dire che con l’ingegneria genetica siamo riusciti a far regredire il male in topolini affetti da tumore polmonare”. Ma come agisce esattamente la nuova proteina selezionata? In realtà non agisce da sola ma con la proteina “Max”: insieme, le due molecole, regolano infatti l’attività di molti geni, compresi quelli legati alla crescita neoplastica. In particolare gli studiosi hanno impedito alla proteina “Myc” di lavorare in tandem con “Max”, isolando in seguito la nuova proteina “Omomyc”. In questo modo “Myc” da molecola che provoca il cancro si trasforma in una che lo sopprime. Lo studio pubblicato su Nature parla di un sistema che ha consentito ai ricercatori di spegnere e accendere a piacimento la produzione di “Omomyc” in topi sani e in altri malati di tumore. Il risultato non lascia dubbi. La molecola “Myc” viene inibita a tal punto da arrestare la crescita neoplastica. Oltretutto non ci sarebbero effetti collaterali. E con questo siamo al terzo successo in pochi giorni della medicina italiana in campo internazionale. Marco Ricci, recentemente, presso l’Università di Miami, ha consentito a una ragazza di sopravvivere per 118 giorni senza cuore; Paolo Macchiarini, a Barcellona, ha portato a temine il primo trapianto utilizzando cellule staminali.

martedì 13 maggio 2008

Negli ultimi 15 anni diminuiti nel mondo i decessi per tumore

Dagli anni Novanta a oggi i decessi per tumore sono drasticamente calati in tutto il mondo: nell’uomo si è avuto un calo del 18,4 percento, nelle donne del 10,5 percento. Con ciò si sono evitati almeno mezzo milione di morti (534.500 per l’esattezza). Sono i dati più interessanti emersi dall’ultimo lavoro compiuto dagli esperti dell’American Cancer Society. Al trend positivo registrato in Usa rispondono praticamente tutti i paesi occidentali, Italia compresa. Nel dettaglio scopriamo che il declino della mortalità per tumore è stato particolarmente spiccato nel biennio 2002-2004, per poi subire una piccola battuta di arresto nel 2005. Nel 2005 ci sono stati infatti 559.312 decessi per neoplasie contro i 553.888 del 2004. Nel 2008 si prevedono 1.437.189 nuovi casi di tumore e 565.650 morti. Ma ciò non significa che il decremento della mortalità per tumore si sia arrestato. Anzi. Secondo gli studiosi Usa il cammino verso la sconfitta di questa malattia è appena iniziato. “L’incremento del numero di morti nel 2005, dopo due anni di storico declino, non dovrebbe oscurare il fatto che, attualmente, il rischio di morire di tumore è sempre più basso, grazie agli enormi sforzi compiuti dalla medicina da una quindicina d’anni a questa parte – racconta John R. Seffrin, dell’American Cancer Society –. Gli importanti risultati ottenuti dal 1990 al 2004 hanno consentito di salvare mezzo milione di vite”. E in Italia qual è la situazione? “Il fenomeno evidenziato dagli americani è apprezzabile in tutti i paesi industrializzati – ci spiega Andrea Micheli, epidemiologo dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano – è iniziato in Canada, per poi arrivare in Usa e ora anche in Italia. Nel nostro paese ci sono stati 127mila decessi nel 1990, dato che si è mantenuto costante per circa una decina d’anni. Poi c’è stato un leggero incremento nel 2005 quando si è arrivati a quota129mila morti. Dunque in proiezione futura stimiamo che nel 2010 non ci saranno più di 122mila decessi per causa di neoplasie”. Per giungere a questi risultati gli studiosi hanno scandagliato i registri del Centers for Disease Control; è dal 1952 che annualmente l’American Cancer Society si occupa di far conoscere all’opinione pubblica il grado di incidenza e mortalità per tumore in Usa. Le statistiche da essi fornite sono molti utili e vengono periodicamente consultate da scienziati e medici di tutto il mondo. Ecco qualche dato interessate. Nell’uomo i tumori diagnosticati con maggiore frequenza sono quelli al polmone, alla prostata, ai bronchi e al colon-retto. Solo questi riguardano il 50 percento del totale dei casi. Il tumore alla prostata concerne il 25 percento dei casi. Nelle donne i tumori più comuni sono quelli al seno, ai polmoni, ai bronchi e al colon-retto. Solo il seno riguarda il 26 percento dei malati. Nel biennio 2002–2004 il decremento della mortalità è stato del 2,6 percento nell’uomo e dell’1,8 percento nella donna. Il rischio maschile di morire per uno dei quattro maggiori tumori è complessivamente in calo. Nelle donne l’unico dato leggermente in crescita concerne il tumore al polmone, con un aumento dello 0,2 percento all’anno. (A questo proposito si stima che il numero dei casi annuali di tumore al polmone è raddoppiato nell’arco di 30 anni, passando dai 600mila del 1975 a 1,4 milioni del 2002, la diffusione di questa neoplasia è scatenata soprattutto dal fumo di sigaretta). L’incidenza del tumore al colon-retto è diminuita dal 1998 al 2004 sia nei maschi che nelle femmine. Nelle donne il tumore al seno, dopo la grande crescita degli anni Ottanta, ha subito una flessione con un calo dell’incidenza fra il 2001 e il 2004 del 3,5 percento. Infine le neoplasie rappresentano la seconda causa di morte per i bambini da uno a 14 anni dopo gli incidenti. Tra il 1975 e il 1977 la percentuale di bimbi che sopravviveva dopo cinque anni dall’esordio della malattia era il 58 percento; dal 1996 al 2003 il dato è salito all’80 percento.