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venerdì 14 marzo 2014

Bitcoin e altre "genialiate" avvolte dal mistero


La mente di un grande genio o il frutto della collaborazione di più figure all'interno d'organizzazioni scientifiche dai "confini" indefiniti? E' la domanda che in molti si pongono quando ci si trova dinanzi a invenzioni così straordinarie da mutare il corso degli eventi.  L'ultimo caso eclatante riguarda Bitcoin, la cosiddetta moneta del futuro, la criptomoneta, "sorta" dal nulla nel 2009 con l'intento di offrire un'alternativa alla tradizionale attività bancaria. Come? Fornendo ai suoi clienti la possibilità di compiere qualunque azione in modo semplice e diretto, più di quanto non accada, per esempio, con la carta di credito; svincolati da ogni governo o "sistema centrale". I bitcoins, in pratica, sono l'equivalente del contante in internet. Tutto è più facile, tutto è più veloce. Ma per arrivare a questo risultato c'è voluta una mente geniale. Perché il meccanismo di base del suo funzionamento non si può proprio dire alla portata di tutti. Si avvale, infatti, di un database che registra ogni transizione e di un sistema crittografico per controllare la creazione e il trasferimento di moneta. Ci si scambia il denaro usufruendo d'indirizzi anonimi contrassegnati da 33 caratteri. Difficilissimo per una sola persona mettere in piedi un castello di queste proporzioni. Eppure pare che dietro a questa incredibile invenzione ci sia un solo uomo: un fisico di 64 anni, con 6 figli, discendente di un samurai e residente nei dintorni di Los Angeles; colui che si celerebbe dietro al fantomatico pseudonimo di Satoshi Nakamoto, con il quale è stato depositato il brevetto di Bitcoin quasi sei anni fa. Parola di Newsweek che ha pubblicato in questi giorni una lunga inchiesta sull'ipotetico padre del nuovo sistema economico. C'è però un piccolo particolare: il diretto interessato smentisce. Come smentirono Michael Clear, dottore in crittografia al Trinity College di Dublino e Vili Lehdonvirta, economista finlandese, tartassati prima di lui. Impossibile, dunque, venirne a capo. Il mistero continua e non è detto che potrà essere davvero risolto nei prossimi tempi. E' dimostrato dal fatto che nel corso della storia altre sensazionali invenzioni furono caratterizzate da padri altrettanto misteriosi, rimasti tali fino a oggi. Antikythera è l'esempio più antico ed emblematico. Ancora oggi ci si chiede chi possa avere avuto la capacità di dare vita a un calcolatore meccanico cento anni prima della nascita di Cristo, in grado di prevedere il moto dei cinque pianeti conosciuti, segnalare gli equinozi, i giorni della settimana e le date dei giochi olimpici. Funzionava tramite una ventina di ruote dentate che s'incastravano fra loro alla perfezione, consentendo perfino la ricostruzione del moto della luna in rapporto al sole, un calcolo reso possibile solo dalla consapevolezza che il nostro satellite compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari. L'elenco di invenzioni più o meno antiche ancora avvolte nell'oblio è infinito e riguarda, per esempio, la torre di Wardenclyffe per la trasmissione senza fili, ideata da Tesla, ma mai utilizzata; la macchina della pioggia, di Luigi Ighina, pseudoscienziato del Novecento, strumento basato sull'azione di una gigantesca elica puntata verso il cielo e alimentata da polvere di alluminio; la famosa pistola Colt, simbolo dell'epopea western, ideata da un sardo nel 1833. Per restare, invece, al passo coi tempi, nebulosa rimane la nascita di internet che, certo, non può essere ricondotta a un solo genio, ma verosimilmente all'incontro di più menti avvenuta almeno cinquant'anni fa. Ne parlarono per la prima volta nel 1962 due ricercatori del MIT di Boston, benché qualcosa di concreto si vide solo nel 1969, con il progetto Arpanet, ideato per poter collegare fra loro quattro computer dislocati in zone diverse degli USA. Facebook è molto meno misterioso, poiché si sa bene il nome dell'unico inventore, il geniale Mark Zuckerberg, tuttavia anche qui non mancano le zone d'ombra. Secondo il social network cinese L99, infatti, l'informatico statunitense avrebbe copiato dal sito orientale la caratteristica timeline introdotta nel 2011, per rendere più accattivante la sua piattaforma. 

martedì 21 maggio 2013

Capire l'economia leggendo Playboy


Come ricostruire la storia economica degli Stati Uniti degli ultimi quarant'anni? Semplice, dando un’occhiata alle copertine della rivista Playboy, storico mensile per soli uomini made in Usa. Rispetto a un determinato arco temporale, infatti, se le ragazze di copertina posseggono un seno prosperoso, gli occhi piccoli, il naso a patata, la faccia stretta e la mascella accentuata significa che l’economia va male; al contrario, se sono rappresentate da occhi grandi, naso piccino, guance arrotondate vuol dire che il Paese sta bene e che l’economia è in crescita. È il resoconto di uno studio condotto da Terry F. Pettijohn II e da Brian Jungeberg del Mercyhurst College in Pennsylvania e comparso recentemente sulle pagine di Personality and Social Psychology Bulletin. I due autori si sono occupati dei contenuti della rivista vietata ai minori pubblicati tra il 1960 e il 2000. Hanno così potuto constatare che, per esempio, all’inizio degli anni Sessanta l’economia americana andava molto bene, mentre nel 1993 stava attraversando un momento di crisi. Le prove? Donna Michelle e Anne Nicole Smith. La prima, playmate di una cinquantina di chili, 18 anni appena compiuti, visino da cerbiatto, apparsa nel 1964 (il record di peso è comunque dell’anno prima, del 1963, quando comparve in un servizio fotografico June Cochran di appena 46kg); la seconda, giunonica creatura dalle ossa robuste e dallo sguardo rassicurante protagonista di un numero del 1993. Perché quindi alle donne più abbondanti corrispondono periodi, per così dire, di vacche magre, e viceversa a quelle più longilinee i periodi in cui l’economia è in netto sviluppo? C’è un risvolto psicologico a tutto questo, dicono i due scienziati, e il riferimento è in particolare alla cosiddetta teoria dell'“environmental security hypothesis”. Secondo tale principio psicoanalitico una persona che si trova a vivere in un contesto sociale precario ricerca conforto in sguardi, visi, e atteggiamenti che evocano serenità e protezione: e il riferimento sono quindi le playmate più robuste. Al contrario in un determinato paese dove il sentimento prevalente è già di per sé quello di benessere e ricchezza il desiderio è esclusivamente quello di pensare a divertirsi: e a questo scopo l’ideale è pertanto rivolgersi a un corpo mozzafiato da far invidia alla modella più quotata.

sabato 15 dicembre 2012

STRESS BANCARI


Andare in banca? È peggio che pagare le tasse e avere a che fare con la suocera. Lo dice uno studio realizzato attraverso quattro focus group, cui hanno partecipato ottanta titolari di almeno un conto corrente. Gli studiosi affermano che solo il 18% degli italiani ha un rapporto sereno con il proprio istituto bancario. Tutti gli altri risentono, infatti, di manifestazioni psichiche che vanno dal generico stress, nel 31% dei casi, a vere e proprie crisi di angoscia (19%), e di rabbia (17%), talvolta sfocianti addirittura in alterchi e litigi con i dipendenti dell’istituto di riferimento. Secondo il 27% degli italiani andare in banca è più stressante che pagare le tasse, e nel 21% dei casi è più fastidioso che ricevere all’improvviso in casa la suocera. Ma perché è così difficile recarsi in banca? Nel 75% dei casi perché c’è troppa burocrazia. A seguire, per colpa del linguaggio spesso incomprensibile utilizzato dagli operatori (69%), per la necessità di dover compilare pile di moduli anche per semplici operazioni bancarie (57%), per la rigidità dei contratti (51%). Interessante è anche il dato relativo al fatto che a causa di scandali come Parmalat e quello sui Bond Argentini, molti italiani temono di essere in qualche modo coinvolti in contratti sfavorevoli. Per di più si ha l’impressione che non sempre gli operatori facciano bene il loro mestiere e possano quindi commettere errori. Ma le paure non sono legate solo alla possibilità di perdere i propri risparmi: per molti abitanti del Bel Paese c’è anche il timore claustrofobico di rimanere bloccati dentro la bussola del metal detector (19%), di perdere il bancomat (17%), di scoprire all’improvviso di essere rimasti senza un soldo (13%), o di ritrovarsi nel bel mezzo di una rapina (7%). Peraltro, “l’orticaria” relativa alle faccende bancarie, non viene solo agli affiliati di un determinato istituto. Secondo uno studio condotto da Eta Meta Research, su un panel di novanta direttori e responsabili di filiali dei maggiori istituti di credito, colpisce soprattutto chi in banca è costretto a recarvisi per lavoro, e che giudica l’italiano medio come un incompetente, irascibile, arrogante e isterico. I dirigenti bancari contestano in particolare ai clienti di non rispettare la fila, di rivolgersi al primo impiegato che incontrano sulla loro strada, che di solito è sempre quello sbagliato, di dimenticarsi scadenze e documenti, di non rispettare regole e procedure e di non chiedere mai informazioni perché pensano di sapere tutto, di avere sempre ragione senza ascoltare quello che l’impiegato sta dicendo. Per il 23% dei dirigenti intervistati c’è troppa poca informazione sui ruoli e le attività di una banca. Per il 19% del panel è la situazione economica generale a portare i clienti a sfogare sull’impiegato tensioni dovute all’insicurezza del posto di lavoro e al diminuito potere d’acquisto degli stipendi. A quanto pare anche i mass media farebbero la loro parte. Per il 17% dei dirigenti bancari sono certe campagne informative e di comunicazione ad amplificare semplici disguidi. Una ricerca condotta dalla Fiba–Cisl, attraverso un questionario, cui hanno risposto oltre 10mila bancari dipendenti del gruppo Intesa, punta sulla cosiddetta “incentivazione esasperata”, tesa a vendere prodotti spesso “non adatti al cliente”, a volte definiti persino “scadenti”, la prima fonte di stress per un operatore bancario: ciò riguarda il 30% degli intervistati. A distanza seguono: il carico di lavoro (13%), la carenza di personale (8,3%), la mancanza di formazione (2,9%), la distanza casa-lavoro (2,8%) e l’ambiente di lavoro inadeguato (2,7%). 

mercoledì 14 novembre 2012

Altezza... mezza ricchezza


Più si è alti e più si guadagna. Per ogni centimetro in più di altezza infatti lo stipendio aumenta di 310 dollari all’anno. È il parere di uno studio condotto negli Stati Uniti da scienziati dell’università della Florida e del North Carolina. Secondo gli esperti chi è alto, rispetto a un individuo di bassa statura, ha maggiore fortuna negli affari, è più scaltro e ha una presa migliore sulla gente. Lo studio è stato pubblicato sulle pagine del “Journal of Apllied Psychology”. Timothy Judge dell’università della Florida ha lavorato con Daniel Cable dell’università del North Carolina. Insieme hanno analizzato i dati ricavati da quattro studi condotti in parte negli Stati Uniti e in parte in Inghilterra. Nella ricerca oltre all’altezza sono stati messi in evidenza anche altri fattori come il sesso, il peso, l’età. Ma alla fine l’unico parametro che secondo gli scienziati ha veramente peso nella buona riuscita di una professione è appunto la statura. Il perché lo hanno spiegato rivelando che chi possiede dei centimetri in più rispetto alla media ha una maggiore autostima ed è quindi portato a interagire meglio con gli altri, guadagnandosi rispetto e fiducia. I due scienziati hanno verificato che se si escludono gli ambiti sportivi, in tutte le altre circostanze lavorative il fattore altezza contribuisce in modo determinante al successo delle persone. Ed è quindi un requisito indispensabile se si vuole fare carriera e si desidera diventare più ricchi. Il significato dell’essere alti è appannaggio del diretto interessato ma anche delle persone che con lui entrano in contatto. Secondo il team di studiosi americani, infatti, un acquirente compra di più se il negoziante o il rappresentante che si trova davanti possiede anche una buona statura. Ed è così che l’altezza e di conseguenza una migliore capacità di familiarizzare con un estraneo si traduce per il lavoratore in un maggiore successo professionale ed economico: la sicurezza interiore si riflette sull’acquirente che spende di più e volentieri riempiendo le tasche degli “stangoni”. 



martedì 28 agosto 2012

Petrolio segreto


Intervista a Fatih Biro, economista, capo della IEA 

Marzo 2012, corrieredellasera.it
In un mondo preoccupato per le emissioni di gas serra, portare l'energia a tutti non farebbe che aggravare la situazione?
È un falso problema. Non si tratta di portare di colpo queste popolazioni a uno stile di vita occidentale, ma di consentire un livello minimo di energia tale da farle uscire dall'indigenza: dato che i loro consumi sarebbero bassissimi, le emissioni globali aumenterebbero soltanto dello 0,6%»

Giugno 1999, Reuters
Cosa ci possiamo aspettare dall'innalzamento dei prezzi del petrolio?
I prezzi alti del petrolio hanno due conseguenze: da un lato incentivano gli investimenti verso le tecnologie alternative e in generale verso le rinnovabili. Cosa che spiega come di fronte a prezzi così bassi come quelli attuali il mercato delle rinnovabili sia in crisi. Dall'altro però se i prezzi sono troppo alti frenano la crescita e disincentivano o rendono impossibili gli investimenti.

Aprile 2011, Catalyst
Cosa sta accadendo nel mercato del petrolio mondiale?
L'era dei bassi prezzi del petrolio ormai è terminata e dobbiamo prepararci a prezzi più alti. Temo però che i governi non siano ancora pronti a fronteggiare tutti i problemi che questo comporterà. Inoltre bisogna fare in modo che il settore dei trasporti si ri-orienti virando verso l'elettrico interrompendo la sua centenaria dipendenza dal petrolio.

Luglio 2007, blogosfere.it
Gli unici Paesi che possono cambiare il corso degli eventi?
Iraq e l'Arabia Saudita.
C'è un enorme punto interrogativo.
Non conosciamo le reali riserve. Il governo saudita parla di di 230 miliardi di barili. Io non ho ragioni per dubitare di queste cifre. Ma in realtà, l'Arabia Saudita deve essere più trasparente in proposito. Il petrolio è critico per tutti noi, è nostro diritto sapere quanto ne è rimasto.

Luglio 2007, Le Monde
Cosa succede alle grandi compagnie petrolifere private in questo nuovo scenario che, secondo voi, sarà dominato sempre più dalla fiducia nei paesi produttori?
Majors” come Exxon, Rafter-Texaco, Shell, e Total LP saranno in difficoltà. Devono ridefinire le loro strategie, altrimenti se continuano a concentrarsi sul petrolio, dovranno accontentarsi di mercati di nicchia.

Agienergia.it
In un’intervista a Le Monde del 2007 lei avvertì che stavamo per “sbattere contro un muro” a causa del blocco della produzione di greggio iracheno legato alla guerra. Oggi possiamo avere fiducia nella stabilizzazione del paese?
Nell’Outlook 2012 ci concentreremo sull’Iraq come abbiamo fatto quest’anno con la Russia. I segnali che arrivano da Baghdad sono buoni ma non ancora molto chiari.

lunedì 9 gennaio 2012

L'anno che verrà: le previsioni economiche


Previsioni di crescita del prodotto interno lordo mondiale nel 2012

Dati in percentuale: 

Nord America: +1,4
America Latina: +3,5
Europa occidentale: -0,2
Medio oriente/Nord Africa: +4,0
Africa Subsahariana: +5,0
Europa orientale: +3,4
Giappone +2,2
Asia: +6,5 

I 10 paesi che cersceranno di più nel 2012

Dati in percentuale: 

Macao: +15,0
Mongolia: +14,8
Libia: +13,6
Angola: +9,9
Niger: +8,5
Cina: +8,2
Etiopia: +8,0
Rwanda: +8,0
Laos: +7,9

Le stime sono state tratte da "The World in 2012", numero speciale dell'Economist. Le proiezioni del World Economic Outlook indicano una crescita globale moderata (4%), che diventa anemica (1,5-2%) se riferita alle sole economie avanzate.

giovedì 11 agosto 2011

Standard & Poor' declassa gli USA


Per la prima volta nella storia, gli USA sono stati declassati dalla Standard & Poor's, la principale agenzia di rating americana che valuta l'affidabilità finanziaria di Stati e aziende private. Da AAA, il voto più alto, quello delle economie più stabili (Canada, Germania, Francia), gli USA sono scesi a AA+. L'Italia vale A+, mentre l'unico paese giudicato con la lettera C (il voto più basso è la D) è la Grecia. Una decisione senza precedenti, che minaccia di destabilizzare ulteriormente i mercati, trasformando così la crisi del debito sovrano da crisi sinora solo europea in crisi globale. L'agenzia ha affermato che a suo giudizio «il piano di consolidamento fiscale del Congresso non contiene ciò che è necessario per contenere il debito a medio termine», lamentando «l'inefficienza delle istituzioni» di fronte alla crisi. Standard & Poor' s ha anche ammonito che «l'outlook è negativo», cioè che le prospettive economico-finanziarie americane rimangono inquietanti, e non ha escluso un altro declassamento tra 12-18 mesi «in mancanza di correzioni solide». Lo shock ha coinvolto mezzo mondo. Fra i paesi più contrariati dal declassamento USA c'è la Cina, vera nuova potenza economica mondiale: «Al di fuori degli Stati Uniti molti ritengono che il taglio di rating sia un conto da tempo atteso che l’America deve pagare per la crescita del debito e per le miopi dispute politiche a Washington», commenta in una nota il Governo cinese, che tra l’altro è tra i maggiori creditori di quello statunitense e per la svalutazione del dollaro subirebbe ingenti perdite.

sabato 13 novembre 2010

L'economia "virale" di Gladwell


MALCOLM GLADWELL (1963) lavora per il New Yorker ed è l'autore di best-seller come “Il punto critico. I grandi effetti dei piccoli cambiamenti” (2000) e “Fuoriclasse. Storia naturale del successo” (2008). Nel 2005 è stato incluso dal Time nell'elenco dei 100 personaggi più influenti. Nel 2007 ha vinto l'American Sociological Association's Award for Excellence in the Reporting of Social Issues.

Novembre 06, businessonline.it
LEI È STATO IL PRIMO A INDIVIDUARE NUOVI LEGAMI FRA MEDICINA ED ECONOMIA. MA QUALI SONO GLI ELEMENTI CHE LI ACCOMUNANO?
Il business e le malattie virali sono retti da regole simili, cioè capacità di contagio, esistenza di piccole cause che provocano grandi effetti e presenza di un punto a partire dal quale il fenomeno accelera e acquista valore.
UN ESEMPIO?
È quello delle scarpe Hush Puppies che all’inizio del 1994 vendevano solo 30mila paia l’anno e sembravano condannate a scomparire dal mercato. Fino all’arrivo dell’ondata virale, scatenata da un gruppo di ragazzi dell’East Village e di Soho, tra i pochi appassionati alle Hush Puppies.
COSA È SUCCESSO?
Nel ‘95 furono presi come modelli da due case di moda, scatenando la diffusione del marchio; in un anno furono vendute 430mila paia di scarpe. Cifra che quadruplicò nei dodici mesi successivi e che valse alla società il premio “Fashion Accessory of the Year” assegnato dal Council of Fashion Designers of America”.
COME SI POSSONO INDIVIDUARE IDEE E PRODOTTI IN GRADO DI DIFFONDERSI IN MANIERA VIRALE?
Per scoprire come un prodotto possa contagiare su scala massiva la gente è fondamentale investigare il pubblico al quale si mira e i suoi bisogni, anche inespressi. La semplicità è stata l’arma vincente su cui ha puntato Apple per scatenare la moda dell’iPod.

Febbraio 04, ted.com
UNO DEI TEMI CENTRALI DELLA TUA OPERA È CHE LA GENTE NON SA DAVVERO CIO' CHE VUOLE.
È così. Se chiedessi a un ampio campione di persone che tipo di caffè vuole, la risposta unanime sarà: “Forte, nero e denso”. Ma quanti lo apprezzeranno veramente così? Solo il 25-27%.

Gennaio 09, onetranslationperday.wordpress.com
IL MODO MIGLIORE PER RAGGIUNGERE LA NOTORIETA' INTERNAZIONALE È IMPIEGARE 10MILA ORE NELL'AFFINARE LE PROPRIE CAPACITA'.
Nessuno – né le rock star, né gli atleti professionisti, né i milionari informatici e nemmeno i geni – si fa da solo. La cosa veramente interessante di questa regola delle 10mila ore è che è applicabile ovunque. Non si può diventare un grande campione di scacchi, se non si ha giocato per almeno 10mila ore. Il ragazzo prodigio del tennis, come Boris Becker, che inizia a giocare a sei anni, raggiungerà il livello di Wimbledon a 16 o 17 anni. Il musicista classico che inizia a suonare a 4 anni, debutterà alla Carnegie Hall verso i 15 anni.

Gennaio 05, powells.com
COME PRENDONO FORMA I TUOI LIBRI?
Quando si scrive un libro è necessario avere in testa ben più di una storia: è indispensabile percepire una vera e propria spinta a raccontare qualcosa. E sentirsi completamente coinvolti.
MOLTA GENTE PENSA CHE TU SIA UNO SCRITTORE DI ECONOMIA. IN REALTA NEI TUOI LAVORI CI SONO SPUNTI DI OGNI GENERE. COME RIESCI A CONIUGUARE I NUMEROSI ARGOMENTI CHE CARATTERIZZANO I TUOI LIBRI?
In generale mi piace affrontare più argomenti contemporaneamente, senza perdere l'obiettivo di riuscire a soddisfare più persone possibili. Tratto sostanzialmente argomenti di massa. Non sono interessato alle nicchie. Dopo aver individuato i temi trovo degli spunti per metterli in relazione.

Novembre 08, macleans.ca
COME CI SI SENTE A ESSERE PARAGONATO A UN GURU?
Io non mi considero un guru.
PERO' VENDI MOLTISSIMI LIBRI, TI PAGANO PER PARLARE ALLA GENTE E HAI UN GRANDE SEGUITO.
È una sensazione molto piacevole sapere che le cose che scrivi sono prese sul serio. In ogni caso, quando scrivo, lo faccio “anonimamente”.
CHE RELAZIONE C'E' FRA QI E CAPACITA' PROFESSIONALI?
Tutti dicono che il QI non ha importanza, poi però gran parte delle persone finisce per prenderlo in considerazione, comprese le università per selezionare gli studenti. In realtà io continuo a credere che sia una sciocchezza.

giovedì 4 novembre 2010

La democrazia di Vandana Shiva

Attivista politica e ambientalista, Vandana Shiva (1952) è una delle scienziate più famose al mondo. Si è laureata in fisica alla University of Western Ontario, Canada, nel 1978, e ha ottenuto il Right Livelihhod Award nel 1993. Attualmente dirige il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy, da lei fondato nel 1982 ed è vicepresidente di Slow Food.
Settembre 03, pbs.org
COSA SI INTENDE PER GLOBALIZZAZIONE?
È un meccanismo che porta alla mercificazione di tutte le risorse necessarie per la sopravvivenza. Il sistema si basa su regole sleali, che non soddisfano i reali bisogni alimentari delle persone, tantomeno il benessere economico.
A RIMETTERCI È ANCHE LA DEMOCRAZIA.
Sicuramente. Tutte le democrazie del mondo sono a rischio. La globalizzazione, infatti, è agli antipodi della democrazia.
IN REALTA' MOLTI PENSANO CHE LA GLOBALIZZAZIONE FAVORISCA IL BENESSERE DELLE PERSONE.
Com'è intesa oggi non favorisce la ricchezza. Lo farebbe se fosse improntata su idee positive e sulla solidarietà fra le comunità, aspetti del tutto inesistenti. Troppe decisioni vengono prese al di fuori dei Paesi interessati da processi produttivi, partendo dai prezzi che vengono dati alle merci.
PERO' NON SI PUO' AFFERMARE CHE L'INTERO OCCIDENTE SIA RIPUGNANTE. LEI STESSA SI È LAUREATA IN CANADA.
Io infatti non considero ripugnante l'Occidente, ma alcune proposte legate alla colonizzazione occidentale, spesso poco trasparenti e condite di menzogne.
Dicembre 97, mcspotlight.org
COME HA INIZIATO A OCCUPARSI DI AMBIENTE E DELLA SALVAGUARDIA DEGLI ANIMALI DA ALLEVAMENTO?
Con l'avvento della globalizzazione gli ecosistemi hanno subito un grave contraccolpo, ripercuotendosi sulla sorte degli animali destinati alla produzione alimentare. In India – Paese caratterizzato da un forte senso di responsabilità nei confronti delle altre specie viventi – è stato più facile percepire questo grave fenomeno. La nostra accusa è rivolta soprattutto alle catene di fast-food.
A PROPOSITO DI FAST-FOOD, CREDE CHE LA DIFFUSIONE DI MCDONALD IN INDIA POSSA CREARE PROBLEMI DI SALUTE AI CITTADINI DELLO STATO?
Certamente, come sta già accadendo in altri Paesi: a Singapore, per esempio, sono sorte nuove cliniche per curare l'obesità, figlia di un'alimentazione sbagliata. Per noi indiani il problema è ancora più sentito, essendo abituati a seguire diete tipicamente vegetali.
Novembre 09, asia.it
PERCHÈ L'UOMO SCEGLIE IL POTERE DELLA TECNOLOGIA INVECE DI CONTINUARE A CONFIDARE NELLA PROPRIA TRADIZIONE?
Perché la tecnologia ha iniziato a dominare la nostra vita e ciò in cui crediamo. Intorno a essa è stata costruita un'ideologia. Nel medioevo tutte le persone credevano nella chiesa, perché la chiesa modellò il mondo dell'epoca in base alla propria posizione. Influenzava infatti ogni cosa: il sistema di tassazione, l'educazione, l'insegnamento. Lo stesso accade oggi con la tecnologia.
CI PUO' SPIEGARE IL SIGNIFICATO SI SHAKTI?
È l'energia che pervade tutto l'Universo. Nella nostra filosofia questa potenza ha assunto la forma femminile. Quella maschile è Shiva. Nel mondo reale, Shakti rappresenta le differenti forme dei campi, dei frutti, dei semi...
CI SONO VALORI SPIRITUALI CHE L'INDIA PUO' OFFRIRE ALL'OCCIDENTE?
Credo che il più importante valore riguarda il fatto che Dio non è un personaggio con la barba bianca seduto in mezzo al cielo: la divinità è dappertutto e deve essere considerata rispettando la natura in ogni sua sfaccettatura.
Giugno 07, navdanya.org
COSA SUCCEDE IN INDIA, RIGUARDO LA CRISI MONDIALE DELL'ACQUA E AGLI ASPETTI SPECULATIVI CHE NE DERIVANO?
L'India è ricchissima di acqua e per secoli gli indiani hanno saputo conservarne fino all'ultima goccia. La prova deriva dal fatto che l'agricoltura viene praticata senza problemi anche in aree desertiche. La Banca Mondiale sostiene la privatizzazione dell'acqua – portata avanti da cinque aziende principali - e io non posso che essere contraria.

lunedì 27 settembre 2010

Generosi si nasce e... si diventa

La generosità è una bella prerogativa dell'essere umano, consolidata dopo millenni di evoluzione per uno scopo ben preciso: consentire il proseguo della specie. Se oggi gli uomini dominano il pianeta è anche perché nel corso della loro storia hanno imparato a "dare" senza necessariamente avere qualcosa in cambio. È vero che, con i tempi che corrono, una simile virtù del genere umano suona piuttosto strana, o perlomeno non fa notizia, tuttavia la generosità è insita in noi e - ci si può scommettere - proseguirà finché l'Homo sapiens sapiens andrà avanti nella sua corsa. Oggi si discute di generosità perfino riflettendo sulle dinamiche che ci consentiranno (?) di uscire dalla crisi. I giorni scorsi qualche giornale ha parlato di ritorno al "baratto", sistema verosimilmente basato sulla generosità, in grado di delegittimare il dio denaro, e suggerire quindi l'ipotesi che paradossalmente si possa progredire regredendo, almeno in termini materialistici. Si passa a nuove categorizzazioni sociali come quella dei Barter o degli Swap che, appunto, si affidano di giorno in giorno agli scambi a costo zero. Si chiama dunque Zero relativo la prima community del Belpaese che propone prestiti gratuiti e mercificazione di prodotti cercando di agevolare il più possibile chi ci circonda. L'Atelier del Riciclo organizza periodicamente i cosiddetti Swap Party, feste per barattare abiti, accessori, oggetti di design; l'Urban Swap Party avviene su un tram bianco. Ma il fenomeno è universale e non riguarda solo l'Italia. In Germania, a Dortmund, abbiamo, per esempio, Heidemarie Schwermer, che vive da sedici anni con meno di un dollaro al giorno. Non ha niente a che vedere con gli homeless. Vive di casa in casa, offrendo gratuitamente il suo aiuto in cambio di un tozzo di pane. Quando può, scrive, scrive delle sue avventure, dell'importanza delle relazioni sociali e della sua filosofia di vita, incentrata sul fatto che per essere sereni e felici, basta veramente poco, nessuna retorica, purché s'impari a comprendere il privilegio che ci è dato di poter offrire senza avere nulla in cambio. Appoggia questo tipo di vita low-cost il celebre antropologo Alberto Salza che si esprime dicendo che "si può vivere con meno di un dollaro al giorno a patto di essere lasciati in pace"; dunque, a patto che la generosità regni sovrana, attualmente una mera utopia. Il fenomeno è palese se si prende in considerazione il curioso studio "World living index", messo in campo dall'Istituto di ricerca Gallup, considerando tre parametri chiave: numero di donazioni per persona, tempo speso nel sociale, volontà di aiutare gli stranieri. Si scopre così che ogni paese è un mondo a sé, caratterizzato da uomini e donne che vivono la generosità differentemente. Non tutti sono generosi allo stesso modo: in cima alla classifica abbiamo gli australiani e i neozelandesi. A seguire gli irlandesi, i canadesi, gli svizzeri e gli americani. E gli italiani? Coi cuginetti francesi sono piuttosto indietro: Italia al 29esimo posto, Francia, addirittura al 91esimo posto. Ma la cosa che stupisce di più di questa classifica è che fra i popoli più generosi ci sono paesi poverissimi come il Laos e la Sierra Leone, entrambi all'undicesimo posto. Follia? Assolutamente no. Lo dicono anche i ricercatori dell'Università di Berkeley, verificando che spesso le campagne di beneficienza a enti no profit, vengono portate avanti proprio dalle nazioni meno abbienti. C'è comunque anche un retroscena psicologico. Secondo le pagine del Journal of Personality and Social Psychology chi ha poco da perdere (i poveri) si fida più del prossimo e di conseguenza è più magnanimo: fondamentalmente chi non ha, non teme di non avere, chi ha, invece, pecca in avarizia temendo di perdere tutto. Eppure basterebbe poco per diventare generosi: basterebbe, semplicemente, osservare chi è più generoso di noi. È la conclusione di una ricerca effettuata da scienziati dell'University of California a San Diego e da esperti di Harvard. Ebbene sì, si è visto che la generosità è addirittura contagiosa, come il riso o lo sbadiglio. C'è un impercettibile meccanismo comportamentale che viene messo in moto dal nostro cervello se vediamo qualcuno dare qualcosa gratuitamente. Uno degli esempi più eclatanti di questo fenomeno riguarda il terremoto di Haiti del 2010, quando si sono mobilitate persone che normalmente non regalerebbero al prossimo nemmeno un centesimo. La generosità può essere sollecitata anche da particolari bevande. Lo sostiene Lawrence Williams dell'University of Colorado. Lo scienziato dice che chi beve caffè o cioccolata calda ha più fiducia nel prossimo e quindi con maggiore facilità elargisce i suoi beni. Probabilmente prende forma un "subliminale" legame fra il calore fisico (della bevanda) e il calore psicologico di colui che la consuma. Ma cos'è veramente la generosità? Possiamo definirla un'attitudine umana, che molti pensatori ritengono fondamentale per la società di oggi e domani. Sofocle la definiva "l'opera umana più bella"; Marziale diceva che si ha "sempre quelle sole ricchezze donate"; Einstein (che ha praticamente una massima per ogni argomento) sosteneva che "il valore di un uomo dovrebbe essere misurato in base a quanto dà e non in base a quanto è in grado di ricevere". Oggi, in ogni caso, abbiamo imparato che la generosità è riconducibile ad aree ben precise del cervello, che sorgono in corrispondenza della corteccia prefrontale ventromediale e dello striato. Queste zone cerebrali sono anche quelle che entrano in gioco quando si è eccitati sessualmente o si è appagati da un cibo particolarmente gradito.

sabato 24 luglio 2010

Un terzo delle donne guadagna più degli uomini

The Times They're a changin, cantava Bob Dylan nel 1963. I tempi stanno cambiando. E ancora oggi il titolo di questa canzone è quanto mai attuale. Uno degli aspetti più curiosi della società moderna è che ormai la disparità fra uomo e donna non esiste più: i movimenti femministi e le lotte per l'equiparazione dei sessi hanno avuto successo e ora il rapporto fra mamme e papà è fortemente mutato. Al di là delle dinamiche organizzative di una famiglia - i papà che portano a spasso i bebè, e cambiano i pannolini, le mamme che escono a bere con le amiche, e gestiscono gli affari famigliari - c'è un fenomeno di tutto riguardo che sta addirittura sovvertendo la tendenza di un tempo: oggi, sempre più spesso, le mogli guadagnano più dei mariti, mettendo sovente in soggezione l'uomo che perde definitivamente il suo ruolo cardine di capo famiglia. Uno studio pubblicato in questi giorni in Inghilterra dal titolo "The Woman and Work Survey 2010" dice che circa un terzo delle donne guadagna più dell'uomo e che le entrate femminili sono frequentemente le più importanti per il reddito famigliare. Il 30% delle donne britanniche guadagna più del partner, mentre si attesta al 19% la percentuale di esponenti femminili che guadagna tanto quanto il marito; un risultato - anche in questo caso - notevole, tenuto conto del fatto che le donne che lavorano a tempo pieno prendono, in media, a parità di professione, circa il 20% in meno degli uomini. È anche una questione di mentalità. Se così non fosse difficilmente si spiegherebbe l'alta percentuale di casi in cui, addirittura, il papà fa la parte della mamma, laddove il marito cura i bambini più della moglie, perché quest'ultima lavora a tempo pieno ed è sempre fuori casa. Eppure le donne sono felicissime di questa situazione. Raramente rinuncerebbero al loro posto di lavoro. Il 50% delle mamme intervistate dice che è molto felice di poter lavorare, anche a tempo pieno. Due terzi delle donne desidera conservare il lavoro anche dopo aver messo al mondo dei figli. Solo chi ha i bimbi molto piccoli opterebbe per un part-time. Secondo gli esperti questa tendenza non è negativa. Va però accettato serenamente il fatto che ormai i rapporti uomo-donna sono cambiati, focalizzando i giusti presupposti per un nuovo modo di vivere la convivenza, basata sulla condivisione dei tanti impegni che riguardano una famiglia. "Se in una coppia la donna guadagna di più e rimane più tempo fuori casa", spiegano i ricercatori, "è giusto che sia l'uomo a prendersi più cura dei figli, facendo in pratica ciò che tradizionalmente spetterebbe a una mamma". L'argomento è stato trattato poco tempo fa anche dai tecnici del National Equality Panel. In questo caso si parla di circa il 20% delle donne che guadagna più del marito, e del 25% che prende come il partner. In Italia i dati sono leggermente differenti: da noi come sempre le mode e le tendenze cominciano a farsi vedere/sentire 3-4 anni dopo gli USA e la Gran Bretagna. Secondo l'Istat le mogli che lavorano di più e guadagno più dei mariti sono, comunque, salite all'8,9%, contro il 7,1% del 2007. Però c'è chi avverte dicendo che questa tendenza non è solo frutto della società che cambia, ma anche della crisi che incombe: "Alcune mogli che incassano più dei mariti sono semplicemente le spose dei cassintegrati e dei precari", rivela Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell'Istat per le indagini sulle condizioni e la qualità della vita.

domenica 4 luglio 2010

Frutta e verdura: attento a quel che mangi

Belli, grossi, colorati, privi di ammaccature. Sono i frutti e gli ortaggi che siamo soliti acquistare al mercato o in qualche centro commerciale, dimenticando però un aspetto importate: la "bellezza" esteriore di frutta e verdura è quasi sempre inversamente proporzionale al loro livello nutrizionale. Degli scienziati dell’Università del Texas, ad Austin, hanno, infatti, analizzato i dati chimici raccolti dal 1950 al 1999, scoprendo che nella frutta e nella verdura in commercio si è avuto un calo del 6% del contenuto proteico, e addirittura del 38% di vitamina B12. Ortaggi come insalata, barbabietole, pomodori, melanzane, sono meno ricchi di calcio, fosforo, ferro, acido ascorbico. Nel frumento e nell'orzo la concentrazione di proteine è scesa del 30% fra il 1938 e il 1990. Mentre uno studio condotto su 45 varietà di mais fra il 1920 e il 2001, ha evidenziato un drastico calo della concentrazione di sostanze proteiche, olio, e amminoacidi. Rincara la dose una ricerca dell'US Department of Agriculture (USD) secondo la quale, nel 1950, la quantità di calcio presente nei broccoli corrispondeva in media a 12,9 milligrammi per grammo; nel 2003 questo dato è sceso a 4,4 milligrammi per grammo. Ma qual è il motivo di questo impoverimento chimico di ortaggi e frutti? Secondo gli esperti il problema va messo in relazione alle moderne tecniche di lavorazione e selezione, che permettono di ottenere frutti e ortaggi sempre più grandi, più resistenti alle malattie e a crescita più veloce, senza però rispettare le caratteristiche organolettiche delle specie coltivate. In più va tenuto conto del fatto che, per colpa dei pesticidi e delle colture intensive, i terreni si sono impoveriti e non sono più in grado di "alimentare" adeguatamente i vegetali. Le mele e l'uva sono le regine dei frutti più contaminati. Non sempre le analisi vengono fatte e così rischiamo di assumere veleni senza saperlo. Il dossier "Pesticidi nel piatto 2007" ha messo in luce che su 253 campioni di uva analizzati, ben 117 (pari al 46,2%) risultano contaminati da più di un residuo chimico: 53 sono caratterizzati da un unico principio attivo nocivo, 3 sono totalmente fuori legge. Per ciò che riguarda le mele solo il 39% è privo di pesticidi. Secondo uno studio diffuso in questi giorni da Legambiente, complessivamente, solo il 50% della frutta è "al naturale": in Friuli, nonostante la messa al bando del DDT risalente a 32 anni fa, ci sono ancora prodotti che ne contengono delle tracce. (La tesi però non è sostenuta da Coldiretti e dal Ministero della Salute: in questo caso, infatti, si dice che frutta e verdure prodotte in Italia sono regolari al 98,8%). Sotto accusa anche la ricerca genetica che consente l'ottenimento di prodotti sempre più ricchi di acqua e zucchero, ma più poveri di sali minerali e altri importanti nutrimenti. Soluzioni? Si potrebbe iniziare a verificare la realtà che ci circonda, individuando piccoli coltivatori o aziende bio, dove, di solito, le produzioni sono "più sane" di quelle derivanti dall'agricoltura intensiva. Anche il noto ambientalista Michael Pollan ha recentemente affermato che nelle piccole strutture agricole la produzione è senz'altro migliore rispetto a quella derivante dalle grosse aziende dove si bada soprattutto alla quantità e non alla qualità. Il consiglio, infine, per chi ha un pezzetto di terreno, è quello di lavorarlo con passione, così da ricavare ortaggi magari visivamente poco "attraenti", ma sicuramente più ricchi di sostanze nutritive.

martedì 29 giugno 2010

Il simbolo della sperequazione ambientale e morale del mondo contemporaneo

Frank Fenner
L'altra sera alla Fata Verde si parlava di economia e delle difficoltà che si hanno a dare vita a una società equilibrata ed egualitaria. Molti sostengono che sia un'utopia, io invece continuo a essere convinto del contrario. Certo, sono necessari degli sforzi, partendo innanzitutto dal popolino, che critica ma non fa autocritica, consuma e non risparmia, insomma, predica bene ma razzola male. Così si crea un ulteriore divario fra la "metà degli obesi, e la metà degli affamati", che prima o poi (come dice in questi giorni il microbiologo Frank Fenner) ci si ritorcerà contro, portando l'uomo sull'orlo dell'estinzione. Domenica l'ennesima illuminazione: l'egregio articolo pubblicato sul Sole scritto da Stanley Ulijaszek, antropologo dell'Università di Oxford. Anche lui punta sulla necessità di una società più adulta e consapevole, che ragioni a 360 gradi, non guardando solo al proprio orticello di casa, l'unico modo per superare la crisi ed evitare i prossimi patatrac economici. Detto ciò in molti prevaricano il mio pensiero associandolo a quello di un politico esasperato, in realtà il mio approccio non è affatto politico, ma filosofico. Il discorso infatti è più ampio, e concerne anche l'innata aggressività umana associata alla giusta dose di competitività, argomenti appannaggio delle scienze umanistiche o semmai della biologia evoluzionistica: un tempo queste prerogative umane consentivano all'uomo di evolversi, permettendogli di avere la meglio sulle altre specie; se l'uomo non fosse stato adeguatamente aggressivo e competitivo oggi non ci sarebbe più. Paradossalmente però queste stesse prerogative sono quelle che stanno mandando a rotoli l'umanità, che portano l'uomo a sfruttare le risorse altrui e quelle del pianeta senza cognizione. (E l'Inter a vincere Champions, Scudetto, e Coppa Italia in un colpo solo!). Soluzioni? È la domanda che mi ha posto il mio amico Mauro, quando però era ormai troppo tardi per rispondere (e forse è stato meglio così): era già notte fonda e l'indomani tutti ci saremmo dovuti alzare presto per andare al lavoro. In ogni caso l'articolo di Ulijaszek può essere utile proprio a questo scopo. Lo riporto integralmente cogliendo l'occasione per inaugurare una nuova voce di Spigolature: filosofia (e scienza).


Poche statistiche condannano moralmente i sistemi politici ed economici del mondo come quelle che rivelano la coesistenza di fame e obesità mentre l'intera popolazione avrebbe abbastanza cibo se fosse equamente accessibile. Si può pronunciare una condanna morale simile nei confronti dei sistemi che mirano a controllare le risorse energetiche mondiali per alimentare una crescita economica insostenibile per l'ambiente. Entrambi i fenomeni sono collegati in maniera sistemica, in quanto squilibri nel flusso di energia. Al livello dell'individuo, produce malattie associate alla denutrizione e alla sovra-alimentazione; a quello dello stato-nazione, lo sfruttamento dell'ambiente porta a una ricchezza insostenibile. Entrambi i livelli sono importanti, ma qui vogliamo soffermarci sull'idea di omeostasi e di equilibrio energetico che sottende le diverse concezioni di salute nutrizionale e ne spiega la fisiologia. È insita nella scienza ormai secolare della bioenergetica.
L'alimentazione e l'attività fisica sono fortemente implicate nel regolare il peso corporeo, meccanismi fisiologici omeostatici ci difendono dai cambiamenti nell'equilibrio energetico che la nostra fisiologia raggiunge più facilmente in un mondo dove il cibo è meno accessibile. In questo caso, il deficit energetico porta all'inizio a una perdita di peso, ma l'equilibrio viene ricalibrato a livelli inferiori di entrate e di spese energetiche, attraverso una gamma di adattamenti fisiologici, comportamentali e nutrizionali che tutelano composizione e dimensioni corporee. Nel caso di cibo abbondante, esistono solo debolissimi meccanismi omeostatici per tornare all'equilibrio e di solito ne consegue un aumento sia di peso che di dimensioni. Nel corso dell'evoluzione, i periodi di carestia o di risorse adeguate saranno stati più frequenti di quelli dell'abbondanza e non sorprende che l'omeostasi - il mantenimento della stabilità delle condizioni biologiche interne - disponga di meccanismi meno potenti per affrontare l'eccesso. In natura, grossi predatori approfittavano della minor mobilità che deriva da un accumulo eccessivo di grassi. Perciò l'obesità è un fenomeno recente, specifico degli esseri umani - e dei loro animali domestici - da quando sono stanziali e in particolare da quando si avvalgono della produzione sempre meno costosa dell'agricoltura post-industriale, e della meccanizzazione recente della vita quotidiana.


C'è una discordanza tra le due teorie dell'obesità. Sarebbe dovuta, dice la teoria fisiologica prevalente, a uno sconvolgimento dell'omeostasi, mentre secondo la teoria evoluzionistica, sarebbe una resistenza all'entropia (la generazione di una massa maggiore con l'aumento dell'organizzazione e delle energia disponibile) in assenza di predatori che minaccino gli esseri umani. In medicina, il principio omeostatico è precedente alla filosofia socratica, infatti discende direttamente dalla dottrina dell'equilibrio tra proprietà opposte. La teoria degli umori, di elementi dissimili e opposti che si controbilanciano, deriva da Ippocrate ed è stata alla base della medicina occidentale fino all'Illuminismo. Nel Settecento l'anatomia e la fisiologia che avrebbero definito le strutture e le funzioni corporee normali nacquero dalla ragione scientifica e dall'osservazione diretta. Da quel momento la diagnostica si basò sempre di più sulla conoscenza della patologia e delle deviazioni dalla norma, eppure la nozione di equilibrio tra gli opposti non scomparve del tutto. È riemersa a proposito della prevenzione di malattie croniche, della gestione del diabete a insorgenza in età matura e della sindrome di Turner, e soprattutto dell'obesità: per evitarla, l'energia tratta dal cibo deve corrispondere a quella spesa per il mantenimento delle funzioni corporee, per la riproduzione e per l'attività fisica. Se l'omeostasi s'innesca facilmente in situazioni di carestia (come nel corso dell'evoluzione), in situazione d'abbondanza come quella recente, l'obesità risulta dallo squilibrio tra energia assunta e spesa, e anche tra il desiderio di consumare e il bisogno di controllare i consumi per evitare un eccesso di grasso. Quando il discorso sull'equilibrio energetico è inquadrato in questi termini di responsabilità individuale, è facile che emerga una cultura del biasimo e di stigmatizzazione.
L'obesità potrebbe dipendere dal fatto che una volta raggiunta la sicurezza alimentare, ci siamo messi a mangiare non per fame, ma per un piacere che è sia sociale e culturale che individuale e neuropsicologico. Se è così, l'appello a limitare l'energia in entrata e in uscita rischia di non essere ascoltato, perché intuitivamente non sembra buona biologia. È vero che facciamo molte cose biologicamente sbagliate, e il corpo percepisce facilmente un equilibrio in condizione di abbondanza. Durante l'evoluzione la strategia di massimizzare le entrate e minimizzare la spesa energetica ha favorito una complessità biologica crescente e il cervello, invece di attivarsi per controbilanciarle, è in combutta con il resto del corpo per accrescere massa e ordine, sia nell'individuo che nella popolazione. Oggi controlliamo la nostra riproduzione e trasferiamo il surplus energetico nei grassi del corpo invece che in un maggior numero di figli come avveniva nel mondo premoderno.
Il nostro corpo non è l'opera di un macchinario prevedibile che risponde automaticamente a una mente razionale al controllo di tutto, bensì un'opera in corso che emerge da processi continui, dinamici all'interno di particolari contesti sociali e ambientali. Un approccio dualistico, cartesiano, nel quale la funzione fisica prevale sui processi vivi dell'evoluzione non aiuta a capire il fenomeno dell'obesità perché gli manca l'anello teorico costituito dall'idea di energia, nel senso comune e scientifico del termine. Se consideriamo l'equilibrio energetico come una pratica quotidiana, e non solo come un costrutto intellettuale, possiamo esplorare le spinte culturali che stanno dietro ai comportamenti alimentari e all'attività fisica. Possono essere principalmente sensorie (lo scopo è di provare piacere), sociali (lo scopo è di essere accettato dal gruppo) o estetiche (un intervento per contrastare i cambiamenti nella forma corporea durante la vita). Contano i flussi energetici sia culturali che biochimici, ma si basano su esperienze e su principi diversi.
In un certo senso potremmo dire che la scienza della bioenergia sta entrando in un mondo post-illuminista che per alcuni aspetti assomiglia a quello pre-illuminista nella sua costruzione aristotelica del corpo. Gli assomiglia anche nella multidisciplinarietà degli addetti che cercano di risolvere complessi problemi di squilibrio energetico, come l'obesità e i cambiamenti climatici, ai quali aveva contribuito l'approccio cartesiano. Ma oggi i ricercatori dispongono di nuove tecnologie e del senno di poi.

Stanley Ulijaszek e Caroline Potter
Fonte: Sole 24 Ore

mercoledì 9 giugno 2010

Contro la logica meccanicistica e riduzionistica della politica agricola

Oggi su Repubblica c'è un interessante confronto fra Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Jeremy Rifkin, economista e saggista statunitense. Petrini parla di una visione centralizzata dell'agricoltura fatta di monocolture e allevamenti intensivi altamente insostenibili, e del completo rifiuto - da parte dell'uomo moderno - della logica olistica. Rifkin ribatte dicendo che la base dell'economia è la fotosintesi, e che con l'energia solare si crea la vita. Ma la strada che stiamo percorrendo è sbagliata. "Esistiamo soltanto da 175mila anni e rappresentiamo solo lo 0,5% dell'intera biomassa vivente sul pianeta, ma stiamo usando il 24% di tutta l'energia generata dalla fotosintesi sulla Terra. Siamo mostri. Stiamo divorando il nostro pianeta. Continuando di questo passo nei prossimi 20 o 30 anni arriveremo a utilizzare la metà della fotosintesi del pianeta. Non ce la faremo". Spigolature ha affrontato l'argomento proprio pochi giorni fa, con l'articolo http://gianlucagrossi.blogspot.com/2010/06/le-ultime-sulla-crisi-sono-tuttaltro.html, e dunque ripropongo integralmente il video dell'intervista recuperato dall'Homepage del quotidiano...

domenica 6 giugno 2010

Taglio netto agli sprechi alimentari. Un modo per salvarci dalla crisi (quasi senza accorgerci)

Le ultime sulla crisi sono tutt'altro che ottimistiche. Fra gennaio e aprile - solo in Italia - hanno cessato l'attività 177.556 imprese, con un saldo fra avviate e chiuse negative di oltre 14mila imprese. Sono i risultati di uno studio condotto dalla Camera di commercio di Monza e Brianza. Il mondo del lavoro continua la sua agonia e a questo punto è la maggioranza a non credere più alle parole dei politici, convinti che presto ci lasceremo la Grande Crisi alle spalle. Il quadro, in effetti, è ben diverso: cresce il numero di cassintegrati e di disoccupati e tirare fine mese sta diventando sempre più difficile per un gran numero di famiglie italiane. In che modo, quindi, possiamo salvaguardare il nostro portafoglio e di conseguenza il Pil? Si dovrebbe iniziare risparmiando sulle cose di tutti i giorni, per esempio sul cibo. Parola di numerosi esperti americani che da quando s'è innescata la Grande Crisi, tengono gli occhi ben puntati su ogni nostra azione quotidiana: ché evidentemente il tracollo dell'economia mondiale non riguarda solo i sotterfugi dei banchieri ma anche il nostro "banale" vivere di tutti i giorni, stabilizzatosi su leitmotiv esistenziali in disaccordo con le risorse ambientali e i fabbisogni complessivi della società. Gli analisti parlano chiaro: se fossimo più accorti e sprecassimo meno quando mangiamo, si avrebbero risparmi enormi che potrebbero avere ripercussioni eccezionali - in positivo - sull'economia mondiale. Certo, detto così può significare tutto e niente, ci vogliono degli esempi. Eccone qualcuno. Il Prodotto interno lordo dipende al 73% dalla propensione alla spesa dei privati. Secondo Andrea Segré, preside della facoltà di Agraria dell'Università di Bologna e autore del progetto "Last Minute Market", ogni 24 ore gli statunitensi gettano nei rifiuti 12mila tonnellate di cibo ancora perfettamente utilizzabile. In Italia le tonnellate di alimenti sprecati sono almeno quattromila al giorno: quattro miliardi di euro è il valore dei beni alimentari che finiscono nei rifiuti di ogni anno nel Belpaese. Nei dettagli scopriamo che il 15% di pane e pasta vengono eliminati ogni giorno (a Milano ogni 24 ore finiscono nel cestino 180 quintali di pane); così il 18% della carne e il 12% di verdura e ortaggi. È come se ogni famiglia italiana buttasse annualmente 600 euro nella spazzatura, su una spesa mensile di 450 euro, circa l'11%. C'è poi l'aspetto umanitario, tenuto conto del fatto che sono circa 150milioni le persone del Terzo Mondo che potrebbero essere sfamate dal cibo che - prodotto dai paesi occidentali - finisce in spazzatura. Curando i destini del cibo sprecato si avrebbe anche un miglioramento delle condizioni climatiche, se si pensa che solo i latticini acquistati e non consumati producono ogni anno 640mila tonnellate di anidride carbonica, principale gas serra. E che - secondo i dati emersi dal Copenaghen Klimaforum 09, il Forum Globale della Società Civile sui cambiamenti climatici che si svolge parallelamente al Climate Change Summit delle Nazioni Unite - "il 10% delle emissioni di gas serra dei paesi sviluppati deriva dalla produzione di cibo che viene giornalmente gettato". Dunque cosa si può fare per venire a capo di questa assurda situazione? Il rimedio non è automatico, tuttavia qualcosa si sta facendo. A cominciare da ciò che accade fra le nostre quattro mura. C'è, infatti, chi ha iniziato a ragionare come i nostri nonni, che non sprecavano mai nulla: loro sì che sapevano cosa voleva dire la fame e quindi l'esigenza di non lasciare nemmeno una briciola nel piatto. "Ricordati che una volta Gesù è sceso da cavallo per raccogliere una briciola di pane caduta a terra", diceva qualche "grande vecchio". Sempre più famiglie stanno (re)imparando a fare più attenzione agli acquisti, comprando meno e più spesso, per essere certi di consumare tutto entro le fatidiche date di scadenza. Molti riutilizzano gli "scarti" per cucinare polpette, polpettoni, torte salate. Enìa, la multi-utility emiliana che si occupa di smaltimento dei rifiuti, pubblica un interessante "Ricettario degli avanzi" per preparare succulenti pranzetti utilizzando tutto ciò che è destinato al sacchetto dell"umido". Si stanno sviluppando iniziative come i mercati per il cibo all'ultimo minuto (www.lastminutemarket.org). Il principio del progetto "Last minute market" è quello di ottimizzare le eccedenze dei grossi supermercati e delle mense trasformando il "cibo in più" in risorsa. Come? Passando il surplus (cibi in scadenza o con qualche difetto estetico nelle confezioni) a particolari associazioni, attive sul territorio e attente al risparmio: la Ronda della Carità, la Piccola fraternità, Il Samaritano, gli Amici della comunità Papa Giovanni XXIII. Nel giro di tre anni di lavoro s'è arrivati ad accumulare più di trecento tonnellate di cibo cotto, e quantità altrettanto significative di alimenti freschi. Grande successo anche per "Orto in condotta" idea di Slow Food. Il suo ideatore, Carlin Petrini, dice che sta diffondendo una nuova idea di relazione con il cibo. Lo scopo principale dell'ente è educare i più piccoli a mangiare sano e bene nel rispetto dell'ambiente e del risparmio. Il progetto in Italia è partito nel 2003 basandosi sull'esperienza maturata dagli school gardens promossi da Slow Food USA. Al Congresso nazionale del 2006 di Slow Food Italia il progetto ha preso il nome di "Orto in condotta" e si è proposto l'obiettivo di creare una rete nazionale di 100 orti. Curiosa l'iniziativa di tre studenti del corso di laurea di Design industriale di Palermo, che durante un work-shop condotto dal designer Giulio Iacchetti, hanno ideato "Portateco". Si tratta di un "fagotto" per trasportare il cibo e una pratica confezione porta-bottiglia con chiusura per poterla tappare. Entrambe le confezioni possono essere riutilizzate più volte e mirano a invogliare le persone a portare via con sé quello che si avanza al ristorante senza così creare sprechi di cibo. In un ristorante americano, invece, chi avanza qualcosa da mangiare, paga più degli altri. Il riferimento è ai proprietari dell'Hayashi Ya - ristorante giapponese nell'Upper West Side della Grande Mela - che "puniscono" chi non pulisce il piatto con un sovrapprezzo del 3% sul conto: "Così eliminiamo gli avanzi e tagliamo i costi", dicono i proprietari della struttura newyorkese. Mentre Joel Berg, responsabile di un piano per la riduzione degli sprechi alimentari sotto l'amministrazione Clinton, afferma che "gli americani rimarrebbero scioccati se sapessero quanto cibo viene sprecato". E aggiunge: "Un newyorkese su sei non si può permettere il cibo di cui avrebbe bisogno, tuttavia abbiamo ristoranti che offrono porzioni abbondanti in modo quasi ridicolo". Buone nuove anche da Londra dove lo scorso 16 dicembre si è tenuto un pranzo gratuito per cinquemila persone a base di frutta e verdura fresche rispedite al mittente dalla grande distribuzione e destinate alle discariche. La proposta arriva dall'associazione "This is rubbish" che si occupa di sensibilizzare il Governo e gli inglesi, riguardo alla necessità di imparare a risparmiare sul cibo.

mercoledì 19 maggio 2010

Lotta al "cazzeggio" in ufficio

Ambiente di lavoro. All'improvviso internet inizia a battere in testa, i siti si aprono con difficoltà, la posta fa le bizze, il messaggio che stavamo spedendo s'impalla e dobbiamo rifare tutto daccapo. Cosa succede? Molto semplice: troppi dipendenti si stanno facendo gli affaracci propri, con Youtube, Facebook, Twitter e chi ne ha più ne metta. Stando infatti alle notizie diffuse da enti specializzati nello studio del traffico online, sempre più spesso negli uffici ci si diverte con i tanti servizi offerti dal web, dimenticandosi del lavoro da svolgere, e soprattutto mandando in crisi la Rete "locale" e i tanti dipendenti che di essa si servono per far girare gli affari. Con i social network va alla grande anche la posta tradizionale dei vari Libero, Alice, Virgilio, Tiscali... In Usa si è stimato che nel 2009 i dipendenti della aziende hanno impiegato in media il 40% della propria giornata lavorativa per inviare e ricevere circa duecento messaggi. Adesso però sempre più datori di lavoro stanno impostando dei filtri tali per cui i propri dipendenti non possono più "cazzeggiare" a loro piacimento. D'altronde i dati parlano chiaro: quasi tutti i lavoratori di una certa impresa che hanno a che fare col pc non riescono a resistere all'impulso di manovrare instant message e commentini vari. Gran parte di essi va letteralmente in tilt se non riesce a fare almeno una capatina sul proprio indirizzo preferito. Stando alle stime di InsightExpress circa il 70% degli internauti si sente frustrato dall'idea di non poter divertirsi online sul posto di lavoro. Secondo i tecnici di Ipanema Technologies, invece, le applicazioni aziendali gestionali come Sap, Oracle, Citrix, le telefonate via VoIP occupano solo il 3% della capacità della Rete; il 54% delle risorse web è dunque capitalizzato dai più noti social network e dalle attività di carico e scarico di file più o meno legali (posta compresa). Ma non tutti i magnati delle aziende del Belpaese (e in generale dei Paesi industrializzati) sono contenti di eliminare alcuni accessi offlimits al web. Stando alle ricerche di Trend Micro c'è, infatti, un bel 48% di capi azienda favorevoli all'incremento dei servizi online extra lavorativi. In questo caso i responsabili delle attività imprenditoriali pensano che simili diversivi siano in grado di migliorare l'umore dei lavoratori e lo stimolo a collaborare fra colleghi, parametri indispensabili per il buon rendimento di un'azienda. In generale gli italiani amano a dismisura internet e tutti i servizi offerti dal web. Sono 23,6milioni quelli navigano abitualmente: il 21% di essi legge costantemente blog e partecipa alle discussioni online lasciando commenti e opinioni.

mercoledì 28 aprile 2010

Nel 2013 il via ai lavori per la realizzazione della prima centrale nucleare italiana

Due giorni fa l'incontro ufficiale fra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. E la decisione del premier italiano: entro il 2013 partiranno i lavori in Italia per la prima centrale nucleare. La prossima mossa? Sensibilizzare l'opinione pubblica all'importanza delle centrali nucleari. Le statistiche, infatti, dicono che non tutti gli italiani sono a favore di questa forma di energia. Il 54% degli abitanti dello Stivale ritiene indispensabili le centrali, ma nessuno le vuole nella propria provincia. Le centrali nucleari fanno paura. Non tanto per il potenziale pericolo di incidenti con rilascio di immani quantità radioattive, bensì per la consapevolezza che le aree geografiche a ridosso dei reattori, sono quelle dove la percentuale di incidenza di determinate patologie è più alta che altrove. Lo attesterebbero alcuni studi condotti in Gran Bretagna negli ultimi anni. Mentre la rivista scientifica Environmental Heatlh, sulla base di uno studio condotto in Germania, dice che le bassissime dosi di radiazioni riscontrabili nei pressi di una centrale, potrebbero essere innocue per gli adulti, ma non per i neonati e per i feti in via di sviluppo nel grembo materno. Sotto la lente degli esperti l'ipotesi che i radionuclidi (gas nobili come kripton, argon, xeno) liberati nell'aria insieme al vapore acqueo dalle centrali, entrino a far parte della catena alimentare, contaminando tutto e tutti (per migliaia di anni). Anche fra i politici regna un certo disappunto. Pochi concordano con Berlusconi. Renata Polverini, per esempio, sostiene che il "nucleare nessuno lo vuole", alludendo a se stessa e a Roberto Formigoni. Totalmente contrari gli esponenti di centro-sinistra. In prima linea per il no al nucleare ci sono i presidenti della Puglia Nichi Vendola e della Sardegna Ugo Cappellacci. "In Sardegna non c'è spazio per le centrali nucleari", rivela Cappellacci. "Dovranno passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile". Si pensa, in ogni caso, alla realizzazione di quattro reattori nucleari che dovrebbero essere costruiti secondo gli accordi del vertice bilaterale dalla joint venture italo-francese. In ballo (inevitabilmente) cifre da capogiro. In 10-15 anni dovrebbero essere spesi 30miliardi di euro. I dati sono stati forniti da Confindustria. Ma dove potrebbero sorgere le nuove centrali nucleari? Ci sono vari comuni in lizza, che riceverebbero bonus economici ragguardevoli. In tutto ci sarebbero da smistare 10milioni di euro. Tra i centri potenzialmente interessati a ospitare una centrale sul proprio territorio ci sono Caorso, Trino Vercellese, Monfalcone, Chioggia, Mola di Bari, Termoli, Oristano, Borgo Sabotino, Garigliano, Palma e Scansano Jonico. L'idea è quella di privilegiare le zone marittime dove sarebbe più semplice sfruttare grosse quantità d'acqua per raffreddare i reattori. 2.596.792 sono i metri cubi di acqua che occorrono ogni giorno per raffreddare un reattore nucleare che produce 1000 MegaWatt. Secondo un'equazione elaborata dall'Union of Concerned Scientists degli Stati Uniti, si tratta di 30.05 metri cubi di acqua al secondo, corrispondenti a un terzo della portata del Po a Torino. Con ciò non stupisce sapere che in Francia il 40% di tutta l'acqua consumata viene utilizzata per il funzionamento delle centrali nucleari.

La storia del nucleare in Italia risale al dopoguerra, quando, nel 1955, all'indomani della conferenza "Atomi per la pace", venne dato il via alla realizzazione di tre impianti nucleari basati sull'azione dei reattori di tipo BWR e PWR di origine statunitense e di tipo Magnox di origine britannica. Il primo centro nucleare sorge a Latina nel 1963. Nel giro di due anni ne nascono altri due: Sessa Aurunca e Trino. Nel 1996 l'Italia è al terzo posto, dopo Usa e Gran Bretagna, fra i paesi in grado di ottenere il più alto quantitativo di energia elettrica da una fonte nucleare. Nel 1970 a Caorso viene inaugurata la quarta centrale nucleare. La situazione si mantiene stabile fino al 1986, anno in cui l'esplosione del reattore di Chernobyl manda in tilt ogni proposito di affidarsi all'energia nucleare. Con il referendum del 1987 viene dato l'addio alle centrali nucleari. Troppi rischi. L'opinione pubblica è in defaillance. Ufficializzano la chiusura delle centrali, tra il 1988 e il 1990, i Governi Goria, De Mita e Andreotti VI. Dagli anni Novanta la mancanza di energia prodotta dal nucleare viene, dunque, compensata dall'aumento dell'utilizzo dei combustibili fossili e dall'incremento delle importazioni di "energia" da altri paesi. Si ritorna a parlare di nucleare nel 2005.
La patata bollente viene affidata al ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, che propone di costruire dieci nuovi reattori, in modo da coprire il 25% del fabbisogno energetico del Belpaese. Secondo Scajola associando questo 25% al 25% verosimilmente ottenibile da altre fonti rinnovabili, si arriverebbe a fare a meno del 50% dell'energia ricavata dallo sfruttamento dei combustibili fossili che determinano gravi ripercussioni ambientali, sono esauribili, e predispongono ad attriti geopolitici fra le nazioni. Giustifica così la sua presa di posizione: "L'Italia è l'unico fra i paesi del G8 che non usa l'energia nucleare nella produzione di elettricità". E per ciò che riguarda le proteste degli ambientalisti dice che "questa forma di energia può considerarsi a giusto titolo parte integrante dell'economia verde, assicurando la riduzione delle emissioni di gas serra". In questo momento, nel mondo, lo sfruttamento dell'energia nucleare consta dell'attività costante di 436 reattori pari a 370,407 GW. Certo, molte cose sono cambiate rispetto al dopoguerra. Le centrali di oggi sono molto più efficienti e sicure delle prime. Oggi, in particolare, si sente sempre più spesso parlare di "nucleare di nuova generazione". A cosa si allude? A centrali nucleari che, in realtà, non vedranno la luce prima del 2030. Sono rappresentate da un gruppo di sei famiglie, che si differenziano dai vecchi reattori per i costi, le materie prime utilizzate per il loro funzionamento, la maggiore capacità di smaltimento delle scorie radioattive. Fra i cosiddetti reattori "Very-High Temperature Reactor (VHTR)" possiamo, per esempio, citare il rettore nucleare ad acqua supercritica (SCWR): viene detta "critica" la temperatura al di sopra della quale una sostanza non può esistere allo stato liquido. Opera a circa 374 gradi centigradi e a pressioni di 22,1 MPa. Tra i reattori "Veloci Autofertilizzanti (fast-breeders)" possiamo, invece, ricordare i Gas-Cooled Fast Reactor (GFR), reattori nucleari a neutroni veloci refrigerati a gas: il reattore è raffreddato a elio con una temperatura pari a 850 gradi centigradi. In tutti i casi, comunque, i reattori nucleari si basano sul cosiddetto processo della fissione nucleare. Con essa il nucleo di uranio 235, plutonio 239 (fra gli elementi più pesanti della tavola periodica) vengono bombardati con neutroni o altre particelle producendo energia. La prima rudimentale fissione nucleare risale al 22 ottobre 1934. Protagonisti furono gli italianissimi "ragazzi di via Panisperma", guidati da Enrico Fermi.

martedì 13 aprile 2010

Bronchiti, allergie, eczemi. Ko con le cure termali

Il potere e la magia delle terme. Ora trova conferma anche nella scienza. Fra non molto, proprio a Milano, sarà, infatti, attivato un master di medicina termale. Partirà nel dicembre 2010. Lo scopo è quello di formare figure professionali che potranno trovare sbocchi lavorativi presso centri termali, talassoterapici e di benessere, veri e propri presidi ospedalieri. Non per niente con circa 65mila addetti e un fatturato complessivo di oltre 3,5miliardi di euro, le aziende termali costituiscono un'importante risorsa dell'economia italiana. Non solo. L'aumento del fatturato delle cure termali - effettuabili in 380 stabilimenti del Belpaese - nel 2009 è stato del 2,5% pari a + 800milioni di euro. Ma perché piacciono così tanto le cure termali? Perché fanno bene. In tutti i sensi. Secondo uno studio francese appena pubblicato sulla rivista Complementary Therapies in Medicine, questo tipo di cura è ottima, per esempio, per gli stati ansiosi. Si è infatti visto che immergersi in bagni termali è addirittura più efficace dell'azione della paroxetina, farmaco che influenza i livelli di serotonina nel cervello, strettamente legati a condizioni di benessere psichico. Alle terme si va anche per migliorare le condizioni di salute concernenti l'apparato respiratorio, la pelle e la circolazione. Con adeguate inalazioni, aerosol, irrigazioni nasali è possibile contrastare efficacemente riniti e sinusiti. Stop anche alle bronchiti con acque sulfuree. A Sirmione è stato da poco inaugurato un centro per i più piccoli con difficoltà respiratorie e allergie. Ha inoltre preso il largo una nuova tecnica chiamata 'Politzer crenoterapico' (che funziona con una specie di oliva in vetro che viene introdotta nel naso per facilitare la respirazione). La pelle viene mantenuta giovane ed elastica grazie alle acque sulfuree o arsenicali ferruginose. Così si combattono molte patologie fra cui psoriasi, eczema, e dermatite seborroica. Per la circolazione, invece, le terme sono raccomandate perché bloccano l'insufficienza venosa, tramite acque carboniche o salsobromoiodiche. Secondo gli scienziati il benessere arrecato dalle terme non è solo salutare, ma anche economico. Gli specialisti hanno, infatti, verificato che chi frequenta i bagni termali spende molto meno in farmaci rispetto a chi evita questo tipo di cura. In questo momento vari centri europei stanno addirittura studiando la possibilità di tenere lontani i tumori grazie alle cure termali, basate sull'azione antibatterica e antinfiammatoria delle acque sulfuree. Altri studi invece stanno facendo luce sul potere terapeutico dei fanghi, per ciò che riguarda la protezione della cartilagine ossea dall'artrite.

lunedì 12 aprile 2010

Allarme rifiuti. Entro il 2030 rischiamo di essere sommersi dalla spazzatura hitech

I computer ci seppelliranno? L'immagine è metaforica, tuttavia da qui a una ventina d'anni verranno eliminati così tanti pc da rendere assai difficoltoso il loro corretto smaltimento. Secondo una ricerca condotta da esperti dell'Arizona State University entro il 2030 il numero di computer che ogni anno diverranno obsoleti, raggiungerà quota un miliardo, contro le 180mila unità dei nostri giorni. In questo momento molti scienziati stanno dunque pensando al modo più redditizio per recuperare materiali contenuti nei pc che non si utilizzano più. Anche in un normale computer sono, infatti, presenti importanti componenti che potrebbero essere riutilizzati, compresi frammenti di oro e rame. Il problema - come denuncia una recente indagine di Report - è che i computer vengono smaltiti anche quando sono ancora perfettamente funzionanti. In media il possessore di un pc cambia computer ogni tre anni. Molti di essi finiscono in discariche abusive inquinando pesantemente l'ambiente. Il problema riguarda soprattutto la Cina e altri Paesi in via di sviluppo. Secondo l'Unep, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, in Cina i rifiuti di vecchi computer aumenteranno del 400% rispetto al 2007, in India del 500%. In Cina si producono ogni anno 2,3milioni di tonnellate di spazzatura tecnologica. "Con la Cina anche l'India, il Brasile, il Messico e altri Paesi subiranno dei danni all'ambiente e alla salute della popolazione se il riciclaggio dei rifiuti tecnologici continuerà ad essere gestito in maniera dilettantantesca", ha rivelato Achim Steiner, direttore dell'Unep.