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mercoledì 12 dicembre 2012

Capre a noleggio

Capre in affitto? Un'idea per tagliare il prato risparmiando, senza inquinare. Sta prendendo sempre più piede in USA, con qualche timido accenno anche in Italia... Ne parlo oggi su Lettera43:  capre a noleggio




Pubblicato su Lettera43: 

Per quanto originale possa sembrare, basta semplicemente scrivere una mail per avere tutte le informazioni che si vogliono e procedere, quindi, con "l'affitto" di un gregge più o meno nutrito di capre, per poi "rasare a zero" il prato di qualunque giardino, parco o ranch. Un'idea perfettamente in linea con i migliori dettami ecosostenibili che sta prendendo sempre più piede in USA, Canada e Australia per svariati motivi: le capre assolvono perfettamente il compito di tosaerba, non inquinano e permettono di risparmiare. E' sufficiente segnalare ai tecnici dell'impresa selezionata alcuni dettagli - come la grandezza del campo che s'intende far lavorare ai caprini e il tipo di vegetazione che contraddistingue l'area interessata dall'intervento - e il gioco è fatto. In ventiquattro ore i responsabili della ragione sociale intervengono per risolvere ogni richiesta. Perfino Google s'è affidato a duecento capre per falciare il prato che circonda il campus di Moutain View, in California, minacciato dagli incendi.
In Italia il noleggio delle capre è poco noto, ma esistono realtà come l'Azienda Agricola La Penisola, nei dintorni di Siena, che già da un paio di anni offre questa alternativa all'utilizzo dei tagliaerba tradizionali. Qui il servizio è rivolto anche a piccoli privati ed è addirittura possibile noleggiare una sola capra. "Negli ultimi anni siamo riusciti a creare una rete di squadre di capre addestrate che lavorano presso altre aziende, nei boschi, sugli argini dei fiumi e sui terreni incolti", dice Nora Kravis, responsabile dell'azienda senese. "Ma non è tutto rosa e fiori. Dobbiamo, infatti, fare i conti con il problema del lupo, che assale i nostri animali, anche in presenza di cani pastori, e l'indifferenza degli enti pubblici". Concettualmente simile l'operazione svoltasi a Torino, nel 2008, con l'"assunzione" da parte dell'Amministrazione di settecento pecore per ripulire i parchi di mezza città.
Rent-A-Ruminant nasce, invece, dalla lungimiranza di Tammy Dunakin, ingegnoso statunitense di Vashon Island, sobborgo di Seattle, nello Stato di Washington; che attraverso il suo sito (www.rentalruminant.com) si mette altresì a disposizione di chi desidera avere qualche ragguaglio in più in merito ai primi passi da compiere per avviare un fidato "noleggio di capre". Dunakin ha iniziato nel 2004 con dieci pecore e un cane pastore. "Non è stato facile", rivela, "tenuto conto del fatto che sono dovuto partire completamente da zero, spesso rischiando di compiere dei passi falsi". Oggi la sua proposta ha, però, ottenuto un grande successo. Sono specialmente i campus universitari, particolarmente attenti al fattore ambientale, a ingaggiarlo: Dunakin dispone un centinaio di animali, seguiti quotidianamente da veterinari esperti. La sua "casa" contribuisce, inoltre, alla salvaguardia delle specie domestiche: è, infatti, aperta anche alle capre che - destinate all'abbattimento, perché non più in grado di pascolare regolarmente - finiscono per iniziare una seconda vita fra i giardini delle università e delle famiglie americane. Ma com'è assolto concretamente il servizio?
"Nel momento in cui stabiliamo la proprietà sulla quale intervenire, compiamo un primo sopralluogo per indagare la qualità delle piante presenti, per non correre il rischio di avere a che fare con specie tossiche", dice Dunakin. "Poi cintiamo l'area, per evitare il contatto con altri animali e per impedire alle capre di uscire dal 'seminato'. Infine liberiamo i caprini, che portano a compimento il lavoro". Sessanta capre sono in grado di tagliare circa 10mila metri quadrati di terreno in tre, cinque giorni. I costi? Sicuramente più bassi di quelli necessari a sostenere operazioni simili, seguendo le procedure standard, che non concernano solo il taglio dell'erba, ma anche lo smaltimento del fieno, la compilazione di determinati permessi, e varie operazioni manuali. In media, per un trattamento "classico", con un coinvolgimento di cento capi, si spendono 170 euro al giorno.  


lunedì 17 ottobre 2011

ATTENTI AL LUPO


Ha fatto clamore poche settimane fa il documento della commissione Agricoltura della Camera che, se diventasse legge, consentirebbe l'abbattimento dei lupi «per prevenire danni importanti al bestiame». Luglio, in effetti, è stato un mese davvero molto difficile per i pastori piemontesi: 82 ovicaprini sono stati predati e uccisi dai canidi, alimentando un fenomeno che «peggiora di anno in anno, mettendo in ginocchio l'interno ecosistema». Il problema, in realtà, è doppio: da una parte c'è la grave perdita in termini produttivi, dall'altra la difficoltà relativa al recupero e allo smaltimento delle carcasse degli animali soccombiti agli attacchi canini. «Riusciremo a trovare quello che rimane solo fra qualche giorno guidati dalla puzza della decomposizione», rivela sconsolato l'allevatore Piervalter Osella. L'episodio più cruento si è verificato la notte fra lunedì 11 e martedì 12 luglio presso il comune di Sant'Anna di Bellino; in totale sono morte 59 pecore. Altrettanto inquietante quello di pochi giorni prima in valle Po nel comune di Oncino: un gregge di 44 capre è stato attaccato da un branco di lupi che ha provocato la morte di 16 animali. Il fenomeno non riguarda solo il nord, ma anche regioni centromeridionali, dove, in particolare, vengono presi di mira i bovini. Vari allevatori abruzzesi si son visti depauperare di decine di capi nel giro di pochi mesi. Nel 2010 un allevatore di bovidi di razza marchigiana ha perso 26 animali. «Nessun paese al mondo consente ai lupi di esercitare una pressione predatoria così forte come in Italia», dice Michele Corti, ruralista e docente di Sistemi Zootecnici e pastorali montani, presso l'Università di Milano. «Il tutto nell'indifferenza generale e senza che le associazioni allevatori prendano fermamente posizione a favore dei loro soci presi di mira». Ma perché i lupi che fino a una decina d'anni fa non si sentivano mai, ora fanno così paura? Il discorso è molto semplice: negli ultimi anni il numero di questi canidi è notevolmente aumentato, senza, però che siano emerse le condizioni ideali per creare la giusta sinergia fra i lupi e gli animali di allevamento. Le stime del WWF dicono che la popolazione dei lupo (Canis lupus) negli ultimi venti anni ha subito notevoli cambiamenti sia nel numero che nella distribuzione. Si pensa che negli anni Settanta non ci fossero in Italia più di cento esemplari, oggi invece si è passati a 600-800 lupi. Se prima rappresentavano famiglie isolate di animali, oggi occupano un vasto areale che percorre l'intera catena appenninica e parte di quella alpina. Le ultime notizie parlano di avvistamenti anche presso le Alpi franco-italiane e sul versante italo svizzero. L'aspetto curioso riguarda il fatto che si è arrivati a questa situazione senza interventi di reintroduzione, con ripopolamento di lupi in ambiente selvatico, come è spesso avvenuto, per esempio, in NordAmerica. È come se la natura da sola si stesse riprendendo ciò che le spetta: «Il recente processo di espansione della specie in Italia è il risultato di una serie di fattori di natura storica, ecologica e ambientale», spiegano gli esperti dell'Università di Parma. La situazione va presa con le pinze. Difficile, in ogni caso, assecondare l'iniziativa della commissione Agricoltura. Prima di tutto perché non si è ancora capito a fondo lo spessore del problema. Giuseppe Canavese, vicedirettore del Parco Alpi Marittime, è il primo a dichiararsi in favore dei lupi, suggerendo che la causa della morte di ovini, caprini e bovini, potrebbe non essere sempre riconducibile a essi. Di fatto, dopo alcuni raid nelle aree a rischio, è stato possibile assimilare la morte violenta di alcuni capi di allevamento ad azioni di cani randagi o a incidenti in montagna. «Il lupo è un animale protetto dalla convenzione di Berna», dice Canavese, «spetta quindi all'Unione Europea rilasciare un eventuale nulla osta. In ogni caso, per procedere all'uccisione o alla cattura dei lupi, è importante che la popolazione abbia già raggiunto un minimo vitale. Proprio per evitare l'estinzione della specie sul territorio. E in Piemonte, nell'arco alpino, questo minimo vitale è ancora lontano». L'abbattimento dei lupi auspicato da Sacchetto sarebbe quindi ammissibile solo se questi predatori avessero raggiunto un livello di popolazione tale da non correre più il rischio di sparire dal territorio. E invece non è così. Nonostante questa crescita demografica il lupo resta una specie minacciata. E la verità è che molti esemplari vengono abbattuti illegalmente (o spesso avvelenati): il fenomeno riguarda circa il 20% della popolazione totale. Inoltre l'habitat che lo ospita è giudicato dagli ambientalisti troppo frammentato per dargli degna ospitalità. Anche gli esperti della facoltà di medicina e veterinaria dei Parma, sono convinti che la popolazione di lupi non appaia ancora al di sopra di una soglia di sicurezza che ne garantisca la sopravvivenza sul lungo periodo. Relativamente al caso piemontese, affrontano l'argomento parlando di “conflitto con la zootecnia”, avanzando proposte concrete. Quali, dunque, le soluzioni per consentire al lupo di vivere senza problemi e agli allevatori di condurre i loro lavori tranquillamente? «Ci sono varie possibilità», dicono gli studiosi, partendo dall'incentivazione all'adozione di misure di prevenzione dei danni che possono, per esempio, puntare sull'impiego di cani pastore di razza maremmana abruzzese, addestrati a contrastare gli attacchi dei lupi. Si possono prendere provvedimenti perché il bestiame non rimanga incustodito, promuovere l'uso di recinzioni e far sì che i parti avvengano rigorosamente nelle stalle. «Oggi è più che mai necessaria la sfida per fermare il bracconaggio e consentire al lupo di riconquistare quegli spazi e territori che un tempo lo vedevano presente, come l’intero arco alpino», conclude Massimiliano Rocco, responsabile specie WWF Italia. «Si gioca, dunque, sullo sviluppo di quelle attività di prevenzione che possano favorire la convivenza con l’uomo e su una politica di relazioni con il mondo degli allevatori, che vada oltre il mero assistenzialismo con il semplice rimborso dei danni, ma promuova forme di compensazione innovative e che premino chi sia capace di integrarsi in un territorio da condividere con i grandi predatori».

domenica 29 maggio 2011

Gli avvocati dei lupi


Negli anni Settanta il lupo era in via di estinzione: si contavano al massimo un centinaio di esemplari. Oggi, invece, stiamo assistendo, grazie a oculati criteri di conservazione e ai parchi naturali, a una seconda rinascita di questi canidi: le ultime stime parlano di un numero compreso tra 500 e mille esemplari. I lupi hanno praticamente colonizzato l’intera penisola: se ne trovano infatti in Aspromonte, lungo la catena appenninica e nelle Alpi occidentali. Tuttavia c’è chi mostra il suo disappunto, soprattutto fra gli allevatori, che si vedono annualmente privare di 2000-2500 pecore, fra le prede preferite dal lupo. Per ovviare a questa impellenza, in molti casi si ricorre al bracconaggio. Ecco perché gli studiosi dell’Università La Sapienza di Roma propongono una nuova figura “istituzionale”: l’avvocato dei lupi. Una figura, un referente, che sappia dove andare a parare ogni volta che un contadino o un ambientalista si lamenta, rendendo nota l’ennesima uccisione di un lupo. Se n'è parlato di recente a Roma nel corso dei tradizionali incontri organizzati dal Museo Civico di Zoologia. “In effetti si è persa la capacità di coesistenza con il lupo – dichiara Luigi Boitani dell’Università romana – evidentemente non bastano più le leggi nazionali e le aree protette”.

sabato 19 marzo 2011

Il primo supermercato vegano

Eccolo: il primo supermecato d'Europa, interamente dedicato ai vegani. Banditi anche uova, latte e miele. Si trova a Dortmund, in Germania. Aperto da pochissimo (dal 26 febbraio), sta già riscuotendo un clamoroso successo. Chiarissimo il proprietario: "La mia scelta è del tutto etica, gli animali vanno lasciati vivere e riprodursi per i fatti loro, non vanno sfruttati". Qualche interessante proposta alimentare? Salame a base di tofu, glutine di frumento, riso e mandorle, ali di "pollo" di soia… Il numero di prodotti è molto ampio e in caso di difficoltà nel recuperare l'alimento più appropriato si può fare affidamento su un personale rappresentato da sedici dipendenti. Si è arrivati a questa soluzione sollecitati dai numerosi vegani presenti in città: si calcola che ce ne siano almeno 600mila, un vero squadrone, se rapportato al numero complessivo di abitanti. Prima la struttura funzionava solo come mercato online (www.vegan-wonder-land.de), poi la richiesta di prodotti vegani si è ampliata a tal punto da proporre l'apertura di un negozio a tutti gli effetti.

Una curiosità:

Secondo le statistiche statunitensi, l’americano medio, nel corso della sua vita, consuma: 21 mucche, 14 pecore, 12 maiali, 900 polli, 1000 libbre di altri volatili, ed animali marini. Una ricerca analoga condotta in Inghilterra ci parla invece di 36 maiali e 750 galline. In Italia non è ancora stata fatta una statistica precisa, sappiamo però che il consumo pro capite annuale di carne è di 82,30 chilogrammi (Istat 1989).

lunedì 8 novembre 2010

VEGETARIANI (DIS)INCANTATI

Jonathan Safran Foer
Safran Foer, col suo ultimo libro, Se niente importa, ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica, tanto che - c'è da immaginare - un certo numero di nuovi vegetariani potrebbe essere figlia (diretta o indiretta) del contenuto del suo testo. La prova potrebbe essere quella fornita da vari blog americani che affrontano quesiti stuzzichevoli tipo: "Cosa cucino ai miei amici non più carnivori per colpa di Jonathan Safran Foer?". In effetti, è stato molto bravo ad affrontare il problema, suscitando un grosso interesse in chiunque, e spingendo gran parte dei lettori a domandarsi se vale davvero la pena continuare a nutrirsi con la carne, e se non sarebbe invece più utile dar retta a chi - come un tal Veronesi (tanto per stare dalle nostre parti, ma potremmo citare anche Jovanotti) - da anni ha deciso di mangiare solo prodotti vegetali. Cosa dice Foer nel suo libro? Per esempio che mangiare animali comporta grandi sofferenze per le bestie, allevate quasi sempre in condizioni pietose, chiuse in gabbie minuscole, private della corretta aereazione, ingrassate fino a provocare un cedimento dello scheletro; un aspetto in netta contraddizione col fatto che, moltissimi abitanti dei paesi sviluppati, posseggono un cane o un gatto, che accudiscono amorevolmente, sottolineando - ipocritamente, direbbe Foer - il loro amore incondizionato per gli animali: solo in USA si arriva a spendere 34 miliardi di dollari per sfamare, lavare e "viziare" il proprio animale domestico. Ma questo è niente. I veri problemi, infatti, riguardano l'uomo. Da un punto di vista nutrizionale l'alimentazione carnivora comporta un'assunzione smodata di principi attivi che, a lungo andare, danneggiano l'organismo (per esempio i residui ormonali impiegati negli allevamenti), creando i presupposti per lo sviluppo di malattie cardiache e tumorali. Un dato su tutti: i tre milioni di danesi che furono obbligati dall'embargo del 1917 a una dieta di orzo e patate (al posto della tradizionale basata sull'assunzione costante di carne, latte e burro), videro ridotto il tasso di mortalità di quasi il 35%. In generale le carni sono alimenti iperproteici che possono compromettere il metabolismo, impoverendo le ossa di calcio e acidificando le cellule. La carne proveniente dagli allevamenti industriali, inoltre, conterrebbe sostanze chimiche che avrebbero il potere di annullare l'azione degli antibiotici. E poi c'è l'effetto serra, che - seppur stocasticamente - incide pesantemente sulla qualità della vita di ognuno di noi. Per produrre carne si è costretti a sfruttare in modo intensivo il territorio, causando una iperproduzione di anidride carbonica. "Per via dei gas originati da letame, flatulenza e disboscamento per la creazione di pascoli e dell'energia impiegata per l'allevamento, il bestiame produce il 18% dei gas serra che intrappolano il calore nell'atmosfera", dicono gli esperti della Food and Agricolture Organisation (FAO). Inoltre è responsabile del 40% delle emissioni di metano, del 65% delle emissioni di protossido di azoto, gas che produce un surriscaldamento trecento volte più potente rispetto a quello causato dall'anidride carbonica. Foer è dunque lapidario: "La carne solleva rilevanti questioni filosofiche ed è un'industria da più di centoquaranta miliardi di dollari l'anno, che occupa quasi un terzo delle terre emerse del pianeta". Peraltro Foer non è l'unico ad aver scardinato il luogo comune secondo il quale, un vero Homo sapiens sapiens, non può fare a meno della carne, essendo da sempre un onnivoro, ed essendo da sempre la sua storia legata alla caccia e al sostentamento fornito dai prodotti animali. Con lui c'è anche il signor Michael Pollan - naturalista e giornalista statunitense - che, col suo Dilemma dell'onnivoro, ribadisce i concetti espressi dal collega: "Tra l’imperativo capitalista della massima efficienza a ogni costo e quello morale, che storicamente ha fatto da contrappeso alla cecità etica del mercato, è sempre esistita una certa tensione. Questo è un altro esempio delle contraddizioni culturali del capitalismo, un sistema in cui, col tempo, l’impulso economicista tende a erodere i pilastri morali della società. La pietà nei confronti degli animali da noi allevati è una delle ultime vittime". Ebbene, perché abbiamo voluto ricordare tutto questo? Perché ancora una volta - come sempre succede quando viene mandata a gambe all'aria una verità assoluta (tra un po’ salta pure la teoria della relatività di Einstein) - le carte in tavola cambiano; in questo caso specifico in favore di una nuova entusiasmante teoria, che potremmo tranquillamente considerare una via di mezzo fra la tesi di Foer e quella del carnivoro più acceso. Il riferimento è al caporedattore del magazine ambientalista The Ecologist - Simon Fairlie - che è uscito con una affermazione a dir poco provocatoria: "La carne fa bene al pianeta". Ma come? Non è mica vero il contrario? Dipende. 

Allevamento intensivo di maiali
Dipende da quanta carne si mangia e dalla qualità della carne che assumiamo. Dalle pagine del Time (riprese in questi giorni anche da Repubblica) Fairlie fa sapere: "Non ho toccato carne dai 18 ai 24 anni, poi ho cominciato ad allevare capre. Ma dei maschi non sapevo che farne: non producevano latte, non facevano figli. Così ho cominciato a mangiarli". La sua rivoluzionaria tesi può essere approfondita nel libro che ha da poco dato alle stampe, col titolo fin troppo eloquente: Meat: A Benign Extravagance. Una sorta di contro risposta ai sermoni officiati da Foer e Pollan (cui si potrebbero aggiungere anche quelli di Jeremy Rifkin, noto per aver scritto "Ecocidio: ascesa e caduta della cultura della carne"). L'ecologista inglese dice che, per il bene del pianeta, non serve eliminare la carne, ma basterebbe mangiarne meno, un paio di volte la settimana. Se tutti si comportassero in questo modo - e non si arrivasse quindi a consumarne 36 chilogrammi all'anno cadauno - le cose quadrerebbero egregiamente. E addirittura, ne beneficerebbe anche l'ambiente. Come? Tenendo conto del fatto che l'agricoltura internazionale produce biomassa in sovrappiù che deve, in qualche modo, essere smaltita, e che senza problemi può finire negli abomasi dei bovidi: in questo modo si mette in moto un meccanismo controllato che consentirebbe, peraltro, ai terreni di pascolo di arricchirsi di concime naturale. Il caporedattore di The Ecologist è così convinto delle sue idee che ama definirsi "più ecologista di un vegano". E se qualcuno dovesse vedere in lui l'ennesima boutade di un fantasioso ambientalista, basterebbe redarguirlo con un servizio apparso sul prestigioso New Scientist, che in pratica perviene alle sue stesse conclusioni. Stando, infatti, ai dati raccolti dal giornale scientifico, senza allevamenti si avrebbe un deficit non indifferente per i tanti sottoprodotti di origine animale che contribuiscono alla nostra felice quotidianità. Per esempio si avrebbe una perdita di 11 milioni di tonnellate di cuoio e 2 milioni di tonnellate di lana. Peraltro senza il concime naturale offerto dagli animali, si avrebbe un utilizzo smodato di concimi chimici dannosi per l'ambiente. Alla luce di ciò, però, vanno fatte delle precisazioni. Fairlie in questo è categorico: non tutta la carne fa bene al pianeta. Fa bene solo quella derivante da allevamenti in linea con l'ambiente e con il rispetto degli animali. Va bene, per esempio, la carne di mucca, purché sia allevata nei prati. E va bene soprattutto quella di maiale. Parere condiviso anche da altri scienziati come Tara Garnett che dirige il Climate Research Network della University of Surrey a Guildford, in Gran Bretagna: "I maiali sono una vera pattumiera dell'uomo moderno. Noi diamo loro i nostri avanzi e loro ci restituiscono la carne. Un vantaggio che un mondo senza carne non avrebbe in alcun modo". Insomma, il dibattito è apertissimo, ma intanto, quel che è certo, è che il numero di vegetariani più o meno consapevoli è in costante aumento. Italia compresa. In Italia i vegetariani sono duplicati in pochi anni, passando dai 3 milioni del 2002 ai 6-7 milioni di oggi. Sono soprattutto le donne ad abbracciare la nuova filosofia alimentare; donne che abitano al nord, al centro, mediamente colte, con un buon titolo di studio. 600mila fanno parte dei vegani (detti anche vegetaliani) che evitano di nutrirsi con ogni tipo di alimento proveniente dal mondo animale, uova e latte compresi. (Ci sono anche i cosiddetti 'crudisti' che si nutrono solo di vegetali crudi, frutti o semi). Le statistiche dicono che il numero di vegetariani potrebbe incrementare ulteriormente, toccando i 30 milioni previsti nel 2050. Dati simili si riscontrano in tutti i paesi civilizzati. Secondo alcune statistiche condotte in USA alla domanda "sei vegetariano?", si è passati dall'1,2% di "sì" del 1977, al 6% del 2003, con punte del 10% in corrispondenza degli stati più progressisti. In generale è attendibile proferire che negli ultimi venti anni la crescita dei vegetariani è stata globalmente del 500%. Perché si diventa vegetariani? Per tanti motivi, compreso quello più banale di volere imitare la collega di lavoro "originale" o l'amico tornato "illuminato" da un viaggio in India. Di certo sono ben pochi i vegetariani "per forza", costretti in pratica a mangiare vegetali per motivi di salute. Di solito il discorso viene rapportato a una scelta filosofica-religiosa, tale per cui ogni forma di vita va onorata e rispettata. In parte molti sono diventati vegetariani anche in seguito al dilagare del morbo della mucca pazza: il timore di essere colpiti dall'encefalite spongiforme bovina (BSE) ha avuto il sopravvento anche su persone abituate a mangiar carne quasi tutti i giorni. Infine fra i vegetariani più convinti (di oggi e di ieri) vengono citati: Einstein, Platone, Rousseau, Voltaire, Byron, Wagner, Tolstoj, Paul Newman, Adriano Celentano, Franco Battiato, Bob Dylan, Michael Stipe. Ma sarà vero?

Michael Stipe, leader dei REM, vegetariano convinto

giovedì 4 novembre 2010

La democrazia di Vandana Shiva

Attivista politica e ambientalista, Vandana Shiva (1952) è una delle scienziate più famose al mondo. Si è laureata in fisica alla University of Western Ontario, Canada, nel 1978, e ha ottenuto il Right Livelihhod Award nel 1993. Attualmente dirige il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy, da lei fondato nel 1982 ed è vicepresidente di Slow Food.
Settembre 03, pbs.org
COSA SI INTENDE PER GLOBALIZZAZIONE?
È un meccanismo che porta alla mercificazione di tutte le risorse necessarie per la sopravvivenza. Il sistema si basa su regole sleali, che non soddisfano i reali bisogni alimentari delle persone, tantomeno il benessere economico.
A RIMETTERCI È ANCHE LA DEMOCRAZIA.
Sicuramente. Tutte le democrazie del mondo sono a rischio. La globalizzazione, infatti, è agli antipodi della democrazia.
IN REALTA' MOLTI PENSANO CHE LA GLOBALIZZAZIONE FAVORISCA IL BENESSERE DELLE PERSONE.
Com'è intesa oggi non favorisce la ricchezza. Lo farebbe se fosse improntata su idee positive e sulla solidarietà fra le comunità, aspetti del tutto inesistenti. Troppe decisioni vengono prese al di fuori dei Paesi interessati da processi produttivi, partendo dai prezzi che vengono dati alle merci.
PERO' NON SI PUO' AFFERMARE CHE L'INTERO OCCIDENTE SIA RIPUGNANTE. LEI STESSA SI È LAUREATA IN CANADA.
Io infatti non considero ripugnante l'Occidente, ma alcune proposte legate alla colonizzazione occidentale, spesso poco trasparenti e condite di menzogne.
Dicembre 97, mcspotlight.org
COME HA INIZIATO A OCCUPARSI DI AMBIENTE E DELLA SALVAGUARDIA DEGLI ANIMALI DA ALLEVAMENTO?
Con l'avvento della globalizzazione gli ecosistemi hanno subito un grave contraccolpo, ripercuotendosi sulla sorte degli animali destinati alla produzione alimentare. In India – Paese caratterizzato da un forte senso di responsabilità nei confronti delle altre specie viventi – è stato più facile percepire questo grave fenomeno. La nostra accusa è rivolta soprattutto alle catene di fast-food.
A PROPOSITO DI FAST-FOOD, CREDE CHE LA DIFFUSIONE DI MCDONALD IN INDIA POSSA CREARE PROBLEMI DI SALUTE AI CITTADINI DELLO STATO?
Certamente, come sta già accadendo in altri Paesi: a Singapore, per esempio, sono sorte nuove cliniche per curare l'obesità, figlia di un'alimentazione sbagliata. Per noi indiani il problema è ancora più sentito, essendo abituati a seguire diete tipicamente vegetali.
Novembre 09, asia.it
PERCHÈ L'UOMO SCEGLIE IL POTERE DELLA TECNOLOGIA INVECE DI CONTINUARE A CONFIDARE NELLA PROPRIA TRADIZIONE?
Perché la tecnologia ha iniziato a dominare la nostra vita e ciò in cui crediamo. Intorno a essa è stata costruita un'ideologia. Nel medioevo tutte le persone credevano nella chiesa, perché la chiesa modellò il mondo dell'epoca in base alla propria posizione. Influenzava infatti ogni cosa: il sistema di tassazione, l'educazione, l'insegnamento. Lo stesso accade oggi con la tecnologia.
CI PUO' SPIEGARE IL SIGNIFICATO SI SHAKTI?
È l'energia che pervade tutto l'Universo. Nella nostra filosofia questa potenza ha assunto la forma femminile. Quella maschile è Shiva. Nel mondo reale, Shakti rappresenta le differenti forme dei campi, dei frutti, dei semi...
CI SONO VALORI SPIRITUALI CHE L'INDIA PUO' OFFRIRE ALL'OCCIDENTE?
Credo che il più importante valore riguarda il fatto che Dio non è un personaggio con la barba bianca seduto in mezzo al cielo: la divinità è dappertutto e deve essere considerata rispettando la natura in ogni sua sfaccettatura.
Giugno 07, navdanya.org
COSA SUCCEDE IN INDIA, RIGUARDO LA CRISI MONDIALE DELL'ACQUA E AGLI ASPETTI SPECULATIVI CHE NE DERIVANO?
L'India è ricchissima di acqua e per secoli gli indiani hanno saputo conservarne fino all'ultima goccia. La prova deriva dal fatto che l'agricoltura viene praticata senza problemi anche in aree desertiche. La Banca Mondiale sostiene la privatizzazione dell'acqua – portata avanti da cinque aziende principali - e io non posso che essere contraria.

venerdì 6 agosto 2010

L'aria delle stalle fa bene alla salute

Allevare le mucche tiene lontano il rischio di ammalarsi di tumore ai polmoni. Lo annuncia Coldiretti, riferendosi a uno studio pubblicato sull’American Journal of Epidemiology e condotto in Italia da un gruppo di ricercatori internazionali guidati da Giuseppe Mastrangelo dell’Università di Padova. Gli esperti hanno evidenziato, su un campione di 2561 allevatori di bovini da latte in Veneto, seguito per un periodo compreso tra il 1970 e il 1998, che gli individui che hanno abbandonato il lavoro nelle stalle per dedicarsi ad altre occupazioni, sono stati maggiormente colpiti da tumore ai polmoni; da ciò gli studiosi hanno dunque dedotto che chi alleva bestiame rischia meno di ammalarsi della patologia polmonare, rispetto a chi presta servizio nell’industria o in altri settori. Si è inoltre potuto constatare che tanto maggiori sono i capi di allevamento in possesso di un determinato allevatore, e tanto minori sono per lui i pericoli di subire neoplasie all’apparato respiratorio. Ma quel è il segreto che consente agli allevatori di mantenersi immuni dal tumore ai polmoni? Per ora una risposta certa non c’è ma, asseriscono gli esperti, è probabile che la situazione possa dipendere dal fatto che nelle stalle vengono liberate massicce quantità di endotossine che in qualche modo hanno il potere di preservare gli organi respiratori. Secondo Coldiretti in Italia sono presenti circa 57mila allevamenti da latte, il 60% in meno delle imprese attive quindici anni fa, ma con un aumento della dimensione media delle stalle, che sostanzialmente ha consentito di mantenere invariata la produzione complessiva di latte.

venerdì 23 luglio 2010

Anche gli animali simulano l'orgasmo

Si è soliti pensare che siano solo le donne a simulare l’orgasmo ma non è così. È vero per quanto riguarda la specie umana, ma non si può dire altrettanto per gli animali, dove spesso è anche il maschio a far finta di provare piacere durante un "incontro amoroso". La conferma arriva da un interessante studio effettuato da Tommaso Pizzari, ricercatore presso l'Università di Leeds, in Inghilterra, il quale ha scoperto che nei volatili, in particolare fra le galline, è il maschio a fingere l'orgasmo. È uno stratagemma evolutivo che gli consente di non sprecare lo sperma e tenere lontani eventuali rivali. Pizzari ritiene che i galli, soprattutto quelli più possessivi, fingono di fecondare le galline montandole, ma in realtà evitano di deporre il proprio seme all’interno della cloaca femminile: così facendo privano le galline dalla volontà di volersi accoppiare con altri partner, mantenendo la loro supremazia nel pollaio. Per arrivare a questo risultato lo studioso inglese ha applicato un’imbracatura a undici galline, in modo da consentire l'accoppiamento, ma non la fecondazione. In seguito ha visto che, sia le galline fecondate, che quelle che si erano solo accoppiate, erano meno propense a nuovi "incontri": è la prova che l’inseminazione non distoglie l’attenzione delle femmine dai maschi, basta la semplice azione dell’accoppiamento. Ritornando alla nostra specie, molti uomini temono che la loro compagna simuli l'orgasmo. Non a torto. Stando, infatti, a un’indagine di Shere Hite sulla sessualità femminile, più del 50% delle donne simula abitualmente il piacere derivante dall'orgasmo. Talvolta lo fanno per insicurezza, perché hanno paura di essere giudicate frigide, o addirittura di essere abbandonate. Alcune, invece, simulano per non ferire l'orgoglio del partner: in questo caso è evidente che il problema da risolvere è innanzitutto la mancanza di comunicazione nella coppia. Il lavoro di Pizzari, infine, si va ad aggiungere ad altri numerosi studi da lui condotti sull'etologia dei volatili e aiuta a spiegare il motivo per cui - tra le molte specie di animali esistenti, dagli insetti, ai mammiferi, fino agli uccelli - è così diffuso il sesso senza trasferimento di sperma.

martedì 20 aprile 2010

In Inghilterra la pecora che si fa l'auto-tosatura

Arriva dall'Inghilterra la prima pecora 'auto-tosante'. È un animale che, con la primavera, perde naturalmente il suo cappotto di lana invernale, risparmiando all'uomo l'attività di tosatura. La razza battezzata "Exlana" è stata ottenuta da un allevatore inglese, Peter Barber, tramite una serie d'incroci (circa una decina), dopo aver notato una specie ovina brasiliana che perde il pelo col sopraggiungere della bella stagione. "Un tempo perdevamo parecchio tempo a tosare le pecore", racconta Berber al giornale inglese Daily Mail, "ma con la svalutazione della lana tutto il processo ci creava problemi economici oltre a essere una grande scocciatura. Adesso ho migliaia di pecore auto-tosanti nella mia fattoria". La razza "Exlana" deriva dalla pecora "Pancianera" delle Barbados e dalla "St Croix" delle Isole Vergini". L'animale consentirà grossi risparmi agli allevatori (circa 8 sterline a pecora). "Nelle zone del sud del pianeta sono molto diffuse pecore prive naturalmente della lana", ci spiega Alessio Zanon, medico veterinario di Parma, esperto di biodiversità animale. "Il lavoro compiuto dall'allevatore inglese è dunque perfettamente comprensibile da un punto di vista scientifico. In pratica, tramite una serie di incroci, non ha fatto altro che ripristinare una prerogativa ovina delle prime forme di pecora evolutesi dal muflone, animale che annualmente perde la sua copertura lanosa". In Italia per il momento non esistono pecore 'auto-tosanti', ma sono presenti razze naturalmente prive del vello. Il riferimento è per esempio alla pecora del Camerun, arrivata in Italia a scopo ornamentale per zoo e parchi faunistici e poi adottata anche dagli allevatori amatoriali.

(Pubblicato sul Corriere della Sera del 20 aprile 2010)

mercoledì 7 aprile 2010

Discovery raggiunge la Stazione spaziale internazionale

Missione compiuta. Lo shuttle Discovery ha agganciato la Stazione spaziale internazionale (Iss), 344 chilometri al di sopra dei Caraibi. Il contatto è avvenuto alle 3.44 del mattino, le 9.44 in Italia. Lo ha annunciato poco fa la Nasa. La missione denominata STS-131 durerà 13 giorni e consentirà la consegna di 8 tonnellate di approvvigionamenti e materiali. Inoltre sono previste tre passeggiate spaziali (di oltre sei ore) per una serie di operazioni di manutenzione della Iss. Si tratta di una delle ultime missioni dello shuttle (è il quartultimo lancio) che entro fine anno andrà in pensione. Poi si continuerà a 'navigare' nel cosmo tramite le capsule russe Soyuz, e forse alcune compagnie statunitensi private. In attesa che la Casa Bianca s'inventi qualcosa di nuovo per l'esplorazione spaziale. Il Discovery era partito due giorni fa con 7 astronauti, fra cui 3 donne, dal Kennedy Space Center. Al comando Alan Poindexter. In questo momento nello spazio ci sono ben tredici esseri umani.

Gatti & allergie

Non sono solo gli uomini a essere allergici ai gatti. È vero anche il contrario. I ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno, infatti, dimostrato che in presenza di esseri umani, alcuni gatti cominciano a starnutire. Secondo gli esperti le principali cause delle reazioni allergiche dei felini che vivono in stretto contatto con l'uomo, sono il fumo di sigarette, la forfora, la polvere domestica. Le stime dicono che soffre d’asma un micio su duecento, con percentuali più alte tra le razze orientali come i siamesi. È stato infine dimostrato che la riduzione del 50% del diametro dei bronchi in un gatto affetto da asma, può ridurre di 16volte il passaggio dell’aria. In questo momento, Nicki Reed, a capo della ricerca, sta studiando una terapia per alleviare i disturbi dei felini. La notizia torna utile anche agli italiani: nel nostro Paese, secondo le stime dell'Eurispes, ci sono circa 8milioni di gatti domestici.

Pasqua finita, tutti a dieta

Finite le vacanze pasquali gli italiani si mettono a dieta. Ogni italiano ha, infatti, messo su almeno un chilo in questi giorni. Secondo Coldiretti gli abitanti del Belpaese hanno consumato 6milioni di chili di colombe artigianali, 40milioni di uova di cioccolato, 10milioni di chili di carne di agnello e 400milioni di uova di gallina. Spesa complessiva stimata: 1,3miliardi di euro solo per il pranzo pasquale.

venerdì 27 novembre 2009

Addio a Lucky, la pecora più vecchia del mondo: aveva 23 anni

Se n'è andata alla veneranda età di 23 anni la pecora più vecchia del mondo. Si chiamava Lucky (nella foto) e viveva a Lake Bolac, un piccolo centro australiano di 300 anime, a ovest di Melbourne. Da tempo l'animale non stava bene e accusava disturbi di ogni genere, soprattutto di natura artritica. Inoltre aveva perso tutti i denti. Secondo gli esperti è molto raro che un ovino possa raggiungere l'età di Lucky: di solito le pecore, infatti, vivono fino a 15-16 anni. L'animale è stato sepolto sotto il suo albero preferito, un nocepesco nei pressi dell'allevamento in cui viveva. Notizie relative ad animali ultralongevi stanno diventando piuttosto frequenti negli ultimi tempi, grazie al miglioramento delle tecniche di allevamento e all'alimentazione sempre più consona alle esigenze delle specie zootecniche. Fra gli animali domestici più longevi ci sono i cani e i gatti, le cui condizioni generali sono nettamente migliorate da qualche decennio a questa parte. In particolare i veterinari sostengono che Fido e Micio vivono in media 2 anni in più (equivalenti a 10 umani) rispetto a 20 anni fa. Oggi, quindi, un quattrozampe casalingo, campa circa 13 anni, contro gli 11 degli animali domestici degli anni Ottanta. Secondo l'Aidaa (Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente) Parma è la città dove cani e gatti vivono meglio. A seguire ci sono Milano, Lucca e Firenze. Fanalino di coda vari centri meridionali dove il randagismo continua ad essere molto diffuso.

giovedì 1 ottobre 2009

Si chiama Poe il cavallo più alto del mondo

In piedi, misurato all’altezza della spalla, è alto 2,08 metri e pesa 1.260 chilogrammi. Si chiama Poe – nome preso dal noto scrittore noir di Baltimora - ed è il cavallo più alto della Terra. Lo rende noto la sua proprietaria Shereen Thompson, che possiede un allevamento a Tupperville, in Ontario (Canada). L’animale che - considerando la testa arriva a 3 metri di altezza – mangia tantissimo: ogni giorno consuma, infatti, due balle di fieno, quasi 5 chilogrammi di grano e più di 100 litri di acqua. Prima di Poe aveva fatto notizia un paio d’anni fa Tina, una cavalla del Tennessee alta 2 metri e pesante 725 chilogrammi. Di contro il cavallo più piccolo del pianeta è un pony di nome di nome Lucy: ha quattro anni, ed è alto 19,5 pollici, circa 50centimetri.

(Pubblicato su Libero il 1 ottobre 09)

domenica 20 settembre 2009

Figli dell'inseminazione artificiale: Lou Sheng e i suoi due piccoli

I suoi begli occhioni neri, circondati dal caratteristico disegno scuro della pelliccia, sono costantemente puntati sulle due piccole creature che ha partorito il 18 agosto, un maschio e una femmina, benché le capiti spesso di sentirsi affaticata e bisognosa di riposo. Li segue in ogni loro passo, gioca con loro e li coccola. Lou Sheng è una mamma di panda gigante molto particolare: è infatti uno dei primi animali di questa specie (forse il primo in assoluto) venuto alla luce con l’inseminazione artificiale. A sua volta, quindi, ha procreato grazie all’intervento dell’uomo e allo sperma di due maschi adulti, Sansan e Xiaoming. Oggi, quindi, i due piccoli, che hanno appena festeggiato il mese di vita, stanno bene e vivono con mamma Lou presso il Shaanxi Rare Wildlife Breeding and Research Centre di Zhouzhi County, nel nord est della Cina. I panda, eletti a simbolo per antonomasia nella lotta per la salvaguardia delle specie animali in via di estinzione, fanno molta fatica a riprodursi: ciò è vero soprattutto in cattività. Per questo motivo l’uomo interviene con l’inseminazione artificiale, non sempre con successo. Questa volta però possono esultare doppiamente, perché appunto, da una mamma nata con questa tecnica (sempre più raffinata) son venuti al mondo altri due piccoli: praticamente un caso unico. La fecondazione artificiale, in realtà, non è una prerogativa delle specie a rischio. Questo tipo di procedimento, infatti, sta coinvolgendo sempre più spesso anche animali comuni, come il cane: “In questi casi lo si fa per mantenere il più possibile ‘pura’ una certa razza – racconta Antonino Ruggeri, dell’Ospedale Veterinario Gregorio VII di Roma -. Succede nel 10% dei quattrozampe con pedigree”. Dove invece l’inseminazione artificiale è un procedimento standard è negli allevamenti di cavalli e bovidi: “Qui si arriva anche al 90% - precisa Ruggeri. In ogni caso la fecondazione assistita non è l’unica tecnica adottata dagli scienziati per aiutare i panda a procreare. Recentemente, presso il Breeding and Research Center di Chengdu, sono stati addirittura proiettati dei filmini a “luci rosse” - aventi come protagonisti panda impegnati in amplessi sessuali - per sollecitare, appunto, gli animali all’accoppiamento.