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venerdì 5 luglio 2019

Vespe, api e calabroni. Come difendersi dalle loro punture



Arriva l’estate e così gli strilli di donne (ma anche di molti uomini) che saltano per il volo ravvicinato di qualche “oggetto” non identificato, ascrivibile al vasto mondo degli esapodi. Ma non è sempre la stessa cosa e nella maggior parte dei casi basta stare immobili per evitare punture fastidiose. Ecco un vademecum per reagire garbatamente a ogni tu per tu con un imenottero (o un sirfide)…

I sirfidi, in realtà, non sono imenotteri, ma ditteri. Sono simili alle mosche e imitano i colori degli imenotteri per tenere lontani i predatori. Sono del tutto innocui.

Ci si spaventa per le api, ma sono insetti mansueti. Se non vengono provocate se ne stanno nel loro brodo. Si possono infatti osservare svolazzare di corolla in corolla senza correre alcun rischio. 

Simile il comportamento dei bombi, tassonomicamente riconducibili al mondo delle api. Si fanno i fatti loro, ma è meglio non molestarli: non hanno il pungiglione seghettato e se importunati possono pungere più volte.

Più delicato il mondo delle vespe. Che sono più aggressive delle api e si riconoscono per i colori più vivaci e l’addome sottile. In rari casi pungono anche per passatempo; da qui la necessità di tenerle a debita distanza. Amano tutto ciò che è dolce.

I calabroni sono delle vespe oversize. E un calabrone può fare davvero male. Incontrandolo è consigliato muoversi con cautela. Ucciderlo può essere controproducente: i suoi ferormoni, infatti, potrebbero attrarne altri. Occhio agli allergici.

La vespa vasaio terrorizza grandi e piccini, ma è più tranquilla degli altri vespidi. Si riconosce perché il suo addome è davvero filiforme. Ha comportamento più simile a quello delle api. Si chiama così perché realizza nidi che assomigliano a piccoli vasi.

Infine, l’ape legnaiola, meno comune degli altri insetti visti. Viene anche soprannominata “calabrone nero”. Ma non ha nulla del calabrone, e non è per niente aggressiva.

martedì 5 dicembre 2017

Un ragno di nome Leonardo Di Caprio


Fino a oggi si pensava che esistesse un solo ragno 'smiley'. Ma le analisi genetiche hanno detto il contrario e si riferiscono ad almeno altre quindici specie di questo tipo di aracnide. I ricercatori gli hanno affibbiato i nomi più particolari in onore di Michelle Obama, Bernie Sanders e Leonardo Di Caprio. Così, per citare l'ultimo esempio, potremo trovare il famoso Leo a Hollywood, ma anche su qualche isola caraibica; non proprio con il viso che manderebbe in solluchero qualunque donna, ma con otto zampette che ballonzolano qua e là. Protagonisti degli scienziati dell'Università del Vermont, in Usa, da sempre a caccia di nuove specie da catalogare; e con il bizzarro intento di tributare gli omaggi a personaggi pubblici che si battono per migliore le condizioni del pianeta. Il professor Ingi Agnarsson dice: «Nel dare il nome a questi nuovi artropodi, abbiamo voluto prendere in considerazione quelle persone che da tempo lottano per contrastare il surriscaldamento globale e per garantire a ogni uomo gli stessi diritti». 

Una doppia meraviglia, quindi; ché si pensava davvero non potessero esistere altri ragni dalla faccia sorridente, se non il Theridion grallato, endemico delle Hawaii, un ragnetto di appena cinque millimetri, tanto amato dagli studiosi di genetica mendeliana e di aracnologia. E invece la tassomonia indica altri artropodi molto simili che dimorano in Giamaica, a Cuba, nelle Piccole Antille e addirittura in Florida e in Costa Rica. E le nuove specie classificate potrebbero non essere le uniche: «Siamo, infatti, sicuri possano essercene ancora», dice Agnarsson. Il senatore del Vermont, Bernie Sanders, gode di molta stima fra gli scienziati. «Abbiamo un grande rispetto per questa persona», afferma Lily Sargeant, fra gli studenti coinvolti nella ricerca; «perché rappresenta una grande speranza per il nostro pianeta». Chloe Van Patton, una studentessa, ha invece dato il nome a un ragno ricordando l'amore platonico risalente ai tempi del liceo: Leonardo Di Caprio. 

«Ora che so quel che sta facendo per la Terra, lo amo ancor di più. E non nascondo la speranza che possa leggere questo nostro lavoro e invitarmi per una cena romantica!». Naturalmente ogni nome è stato "latinizzato", come accade in tutti gli "esercizi" di tassonomia, ispirandosi ai dettami dell'intramontabile Linneo. E così eccoci a S. michelleobamaee, S. barackomai, S. davidattenborough... Insomma, da oggi i ragni (una parte almeno), da sempre bistrattati dall'immaginario collettivo, non potranno che starci un po' più simpatici. 

sabato 5 novembre 2016

Orchidee ingannatrici


Le orchidee ingannano le vespe per agevolare i processi di impollinazione. È il risultato evolutivo ottenuto da un vegetale che cresce in Australia. Chiloglottis trapeziformis – questo il nome scientifico della specie esaminata - attira i maschi della Neozeleboria cryptoides con un profumo che è lo stesso utilizzato dalle femmine per conquistare i partner, e in questo modo si assicura la sopravvivenza della specie.

Utilizza in particolare dei ferormoni, composti chimici dei quali gli imenotteri si servono anche per comunicare, orientandosi verso una fonte di cibo, o imparando a distinguere una specie amica da una straniera. Gli scienziati hanno battezzato “chiloglottone” la sostanza chimica isolata.

L’orchidea, in pratica, inganna i maschi della vespa facendogli credere di essere il partner da fecondare. Solo i vegetali guadagnano qualcosa da questa singolare relazione, mentre per il maschio dell’insetto è solo un’inutile perdita di tempo e di energie. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Science e condotto da un team di ricercatori australiani e tedeschi. 

domenica 2 ottobre 2016

La vespa del Kent

Risultati immagini per wasp  kent new species

Una nuova specie di vespa è stata scoperta in Inghilterra, nel giardino di una scuola primaria del Kent. L'ha individuata Andrew Polaszek, entomologo del Natural History Museum di Londra. «Sono andato a prendere mio figlio Timothy e fra i rami di un acero colonizzato da minuscole mosche bianche, ho scorto un insetto che non avevo mai visto», dice il ricercatore. In laboratorio, dopo numerosi test, è stato possibile rivelare l'identità dell'esapode: un imenottero mai classificato prima d'ora, lungo meno di un millimetro, che vive parassitando altre piccole specie d'insetti; depone, infatti, le sue uova sulle larve di altri animali, che poi muoiono divorate dalle vespe appena nate. "Encarsia harrisoni" è il nome della nuova specie, un tributo al professor David Harrison, collega novantenne di Polaszek (al quale in passato avevano già dedicato esemplari appena scoperti). Accade frequentemente, nel mondo, che vengano individuate nuove specie animali, soprattutto in ambito entomologico e microbiologico, tuttavia è molto raro che il fenomeno possa verificarsi alle porte di una delle più grandi città del pianeta. 
«All'inizio, con le prime occhiate al microscopio, ho supposto che potesse essere una specie proveniente dal nord Europa», spiega Polaszek, «poi però sono rimasto davvero meravigliato nel verificare che era un insetto autoctono. Se mi fossi trovato in una foresta pluviale del Borneo, sarebbe stato diverso». "Encarsia harrisoni" si aggiunge, dunque, alla lista di nuove specie scoperte negli ultimi mesi; non solo piccoli esapodi come "la vespa del Kent", ma anche animali di grossa taglia come l'affascinante olinguito, una specie di procione rinvenuto in Sudamerica. 

venerdì 13 settembre 2013

Tachynes familiari


Ieri notte aggirandomi per la mia casa simil campestre, al posto delle solite scutigere, ho incontrato un nuovo amico sicuramente riconducibile agli ortotteri. Più difficile è stato stabilire la specie. Il corpo molliccio e le lunghissime antenne mi hanno indotto a pensare che potesse trattarsi di un rhaphidophoridae, ma sono ancora adesso indeciso fra il Tachynes asymorous e il Dolichopoda azami. Propenderei però più per il primo, considerato che il secondo si trova a suo agio soprattutto in ambienti cavernicoli. 

lunedì 26 agosto 2013

La dieta anti-zanzara


Da quando sono giunte in Italia e in Europa, una ventina di anni fa, le zanzare “esotiche”, in grado di pungere durante l’intera giornata (e non solo all’imbrunire come quelle “tradizionali”), è divenuta una sorta di ragione di vita individuare lo stratagemma ideale per cercare di tenerle lontane. Ai vari zampironi si affiancano, infatti, cedronelle, vasi di gerani, braccialetti antizanzara, prodotti chimici, e chi più ne ha, più ne metta. Eppure si trascura il fatto che, il primo passo da fare per cercare di contrastare la loro azione fastidiosa, non contempla ritrovati particolari dell’industria, bensì gli alimenti di cui ci nutriamo e le bevande che consumiamo. «Solo una persona su dieci, del resto, è particolarmente suscettibile all’azione delle zanzare», rivela Jerry Butler, dell’Università della Florida.
In base a ciò che ingeriamo, infatti, i ditteri trovano più o meno gradevole il nostro sangue. Un esempio. Gli alimenti caratterizzati da alte concentrazioni di vitamine del gruppo B (B1 e B6) e vitamina C hanno il potere di alterare la “qualità” del sudore, rendendoci “inappetibili” alle zanzare. Lo stesso accade con l’aglio o pietanze particolarmente ricche di spezie. In Messico sono convinti che chi si nutre abbondantemente di peperoncino piccante è praticamente immune dalle punture dei culicidi. È una credenza (che la scienza non smentisce) che risale all’epoca dei Maya, anche se ancora nessuno è in grado di stimare la quantità di cibo che andrebbe assunto per poter trascorrere serenamente una sera d’estate sulle rive del lago o del fiume preferito.
Di contro ci sono prodotti che attirano le zanzare, come la birra. Più studi hanno infatti messo in luce che chi beve molte “medie”, si difende con più difficoltà dalla punture di zanzare. «Sappiamo per certo che esiste una relazione fra le punture di zanzare e l’abitudine di bere molta birra», spiega Leslie Vosshall, ricercatrice americana della Rockfeller University di New York, «tuttavia non sappiamo bene perché ciò accada». La nuova tesi trova conferma in uno studio del Centro di Ricerca IRD di Montpellier, con il coinvolgimento di 25 volontari (invitati a bere un litro di birra) e 2.500 zanzare appartenenti alla specie Anopheles gambie. Gli esperti hanno capito che le zanzare non solo sono attratte dal sudore alterato dei bevitori, ma hanno anche imparato ad associare lo stato di ebbrezza a una maggiore “vulnerabilità” dell’uomo da punzecchiare. A loro modo sono tutt’altro che stupide, essendo in grado di muoversi abilmente verso la preda preferita anche in piena notte e giungendo da cinquanta metri di distanza, zigzagando, magari, fra altri mammiferi potenzialmente attaccabili.
Al di là di ciò che mangiamo e beviamo, gli scienziati hanno scoperto che c’è un altro parametro che le zanzare osservano prima di colpire: il sistema immunitario. Vosshall ha chiarito che le zanzare amano il “sangue cattivo” (altrochè quello dolce che, peraltro, dal punto di vista scientifico non significa nulla), quello cioè tipico di una persona con un sistema immunitario meno efficiente contro il potere anticoagulante del siero iniettato dagli insetti. Gli studiosi di New York hanno indirizzato sciami di zanzare contro alcuni volontari, evidenziando che i ditteri pungono un po’ tutti, prediligendo, però, coloro che erano caratterizzati da questa “firma” ematica. E sempre a proposito di sangue, si è visto che anche il gruppo sanguigno influenza la possibilità di essere presi o meno di mira dalle zanzare. Si è infatti visto che le persone caratterizzate dal gruppo sanguigno 0 vengono attaccate in una percentuale del 50% superiore a quella di chi ha un gruppo sanguigno A, mentre quelli appartenenti al gruppo B non interessano ai ditteri. Analogamente è stato possibile assimilare le persone preferite dai culicidi, agli individui con un’alta concentrazione di batteri a livello epidermico o con alti valori lipidici.

BOX

Peperoncino: secondo i Maya tiene lontano le zanzare. Gli scienziati non smentiscono, ma non esistono prove concrete del suo potere insetticida.

Aglio: vale lo stesso discorso del peperoncino. In questo caso, però, è stato scientificamente provato l’effetto repellente dell’allicina, già noto antibatterico.

Birra: chi ne beve troppa attira gli insetti, e in particolare le zanzare. Causa infatti una sudorazione peculiare, gradevole al “palato” dei ditteri; diminuisce la prontezza di riflessi, facilitando l’azione dei culicidi.  

Gruppo sanguigno 0: è il gruppo sanguigno preferito dalle zanzare. Al contrario gli insetti snobbano le persone con gruppo sanguigno B. Intermedio il gradimento legato ai portatori del gruppo A.  

Colesterolo alto: i culicidi sembrano gradire le persone oversize e chi presenta alte concentrazioni di grasso nel sangue. Amano anche alti livelli di acido lattico e urico. 

(Pubblicato su Il Giornale il 10 agosto 2013) 

giovedì 20 giugno 2013

I metodi migliori per difendersi dalle zanzare


Il caldo è finalmente arrivato e anche le zanzare hanno fatto la loro comparsa. Gli esperti, però, ritengono che quest'anno saranno più moleste del solito. Il motivo? Il freddo. Stando, infatti, alle conclusioni degli specialisti, quando l'inverno si prolunga più del normale (proprio come è accaduto nel 2013), le zanzare subiscono un indebolimento del sistema immunitario che le rende più fragili e pericolose. I ricercatori hanno evidenziato negli occhi dei ditteri "raffreddati" alcune proteine tipicamente legate a organismi deboli, suscettibili ad agenti patogeni che potrebbero causare seri problemi anche all'uomo, come la febbre del Nilo Occidentale e la Chikungunya. I rimedi però non mancano. Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista scientifica PLOS ONE, evidenzia gli stratagemmi migliori per contrastare le punture delle zanzare, sfatando luoghi comuni e sottolineando la reale validità dei tanti prodotti in commercio; tenendo presente che ogni anno, solo in Italia, almeno venti persone finiscono all'ospedale intossicati dai prodotti "antizanzara" e che gran parte di essi non serve a nulla. Ecco la lista dei prodotti analizzati e i voti espressi in base alla relazione fra l'efficacia dell'insetticida e i potenziali danni alla salute:

DEET (4)
E' la sostanza chimica più utilizzata per la lotta alle zanzare, sul mercato dagli anni Cinquanta. Il dietiltoluamide (questo il suo nome scientifico) è presente in una percentuale compresa fra il 7 e il 35% in prodotti "antizanzara" molto diffusi. Si spruzza sulla pelle, ma può creare problemi di salute: dall'epidermide può, infatti, arrivare al sangue e giungere al cervello, compromettendo l'attività del sistema nervoso. E' sconsigliato ai bimbi sotto i 12 anni.

PICARIDINA (5)
Riconducibile al Deet, è una molecola di nuova generazione; rappresenta il principio attivo di prodotti per la lotta alle zanzare molto comuni. I test rivelano che l'assorbimento epidermico è scarso e che può essere impiegato da tutti, compresi i bimbi con più di due anni. La percentuale di picaridina non deve essere superiore al 10-20%. In media, uno spruzzo, copre dalle punture di zanzara per 6-8 ore.  

OLIO DI CITRONELLA (7)
Si dice che faccia poco o nulla. In realtà è efficace per almeno un paio d'ore e non nuoce alla salute. Risultati analoghi sono ottenuti con l'olio di chiodi di garofano (che copre al 100% per almeno 4 ore) e l'olio di limone eucalipto (6 ore). Si "spalmano" sulla pelle, ma non sono privi di rischi. Occorre fare attenzione a non sfregarsi gli occhi e la bocca per non creare irritazioni. Uno studio condotto a Pisa rivela l'efficacia anche degli oli derivanti dal coriandolo e dalla ruta d'Aleppo.

ZAMPIRONI (6)
Sono composti da polvere di piretro pressata estratta da una varietà di crisantemo (Tanacetum cinerariifolium). Hanno quindi origine naturale. Posizionati all'aperto possono tenere lontane le zanzare, offrendo una copertura parziale. Del tutto sconsigliato il loro utilizzo nelle abitazioni o in locali chiusi: possono provocare problemi respiratori, soprattutto agli asmatici.

BRACCIALETTI ANTIZANZARE (5)
Servono poco e possono nuocere alla salute. Sono strisce di materiale gommoso impregnate di prodotti repellenti (la cui origine non è mai chiara). La loro azione riguarda solo il distretto anatomico che li ospita: un braccialetto al polso, di sicuro, non fa nulla per il volto o le caviglie. Vale lo stesso discorso per i cerotti contenenti microcapsule di citronella.

PIPISTRELLI (8)
Certo, non tutti possono pensare di vivere con un pipistrello in casa. Tuttavia un animale del genere è in grado di sterminare intere popolazioni di zanzare: gli studi affermano che un chirottero in una sola notte arriva a mangiare fino a 2mila zanzare. In realtà una mini colonia potrebbe essere allestita da chiunque su un terrazzo o in un giardinetto. E' sufficienza avvalersi di un bat box (oggi recuperabile in molti negozi di animali) e aspettare il calare delle tenebre per l'entrata in azione del mangia-zanzare per eccellenza.

ZANZARIERA (8)
Una barriera fisica contro le zanzare è sicuramente il metodo più efficace per tenere a bada gli insetti. Le zanzariere possono essere installate a finestre e porte impedendo l'entrata degli insetti e scongiurando le loro punture. Esistono anche prodotti "autoinstallanti", che costano poche decine di euro.

OLIO DI NEEN (7)
Si acquista in erboristeria, è in vendita a circa 10 euro. Può essere spruzzato sulle piante del balcone o spalmato sulla pelle. Ha un odore piuttosto sgradevole ma è sicuro e può essere impiegato anche per gli animali domestici. Serve inoltre a tenere a bada il prurito e l'irritazione. Neen è il nome della pianta da cui si ricava l'olio, soprannominata in India "farmacia del villaggio".

CANDELE ALLA CITRONELLA O INCENSO (5)
Non sono molto efficaci. Uno studio compiuto in diverse località geografiche ha dimostrato che le punture di zanzare in chi fa uso di questo tipo di prodotti sono di poco inferiori a chi non prende precauzioni contro gli insetti. Inoltre possono creare problemi agli asmatici e a chi soffre di malattie bronchiali.

PIANTE DI GERANIO (8)
Sono degli ottimi repellenti naturali. Le zanzare stanno lontane dai gerani per il tipico odore che emanano. E' importante scegliere il punto idoneo dove collocarli; inutile sistemarli lontano dai locali in cui si trascorre maggior tempo. Altre piante tengono lontane le zanzare come la calendula, la lavanda e la menta.

FORNELLETTI E DIFFUSORI (6)
Sono macchinette che bruciando il gas contenuto in minuscole bombole di butano riscaldano una piastrina che libera esbiotrina, sostanza poco gradita alle zanzare. In media una piastrina dura quattro ore e può essere utile anche in ambienti protetti come porticati e terrazzi, coprendo un'area di circa venti metri quadrati.

PESCI ROSSI (8)

Approntare nel proprio giardinetto un laghetto pieno di pesci rossi, promette di difenderci al meglio dalle zanzare, senza ricorrere a spray e zampironi. Esemplari comuni di carassius (ma vanno benissimo anche le carpe) si nutrono delle larve di zanzara e degli insetti adulti, ridimensionando drasticamente il loro numero. Pochi anni fa il comune di Vermio (Prato) ha suggerito ai suoi abitanti di adottare questo stratagemma per tenere a bada i ditteri. 

(Pubblicato su Il Giornale, lunedì 17 giugno 2013) 

lunedì 7 gennaio 2013

Amabili come i ragni


Saranno forse delle creature poco graziate e per questo non molto attraenti, eppure  i ragni possiedono delle caratteristiche comportamentali che sorprendentemente li avvicinano all’uomo, più di quanto non accada con altre specie a noi filogeneticamente più affini. È questo il resoconto di uno studio condotto da Eileen Hebets, scienziata presso la University of California Berkeley. La studiosa ha in particolare osservato il comportamento dei generi Lycosidae, Heterothele e Hysterocrates. Hebets ha scoperto che i primi, cacciatori per antonomasia e contraddistinti da un apparato visivo eccezionale, sono tendenzialmente monogami, e quindi inclini alla fedeltà nei riguardi del partner. Ciò è stato appurato dal fatto che le femmine scelgono di accoppiarsi sempre con gli stessi esemplari, con cui hanno già avuto esperienze. Mentre per quanto concerne gli altri due generi il riferimento è alle caratteristiche altruistiche e ‘affettive’ dei ragni. In questo caso Hebets ha potuto constatare che gli adulti, procurando il cibo necessario al loro sostentamento, badano innanzitutto che siano i ragni più giovani a sfamarsi, assecondando le proprie necessità. I Lycosidae, volgarmente chiamati ragni lupo, vivono in molte località del mondo, compresa l’Italia. Al gruppo tassonomico appartengono anche le famose tarantole.

lunedì 27 agosto 2012

Farfalle a rischio


LA LISTA ROSSA 

Effetto serra, inquinamento, speculazione edilizia, colture intensive. Sono solo alcuni fra i problemi che stanno attanagliando l'Europa e mettendo a serio repentaglio la biodiversità del continente. Molte specie animali e vegetali, infatti, stanno soccombendo alle attività antropiche e non sembrerebbero esserci validi presupposti per arginare il problema. Uno dei modi per “leggere” adeguatamente i cambiamenti in atto è indagare le condizioni biologiche delle farfalle, insetti particolarmente vulnerabili alle modificazioni degli habitat e quindi perfettamente in grado di indicare, seppur indirettamente, ciò che sta accadendo in un particolare ambiente. «In Europa gli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità sono già visibili», rivela Ladislav Miko, direttore per la biodiversità della Commissione europea; «la distribuzione delle specie, i periodi di fioritura e le migrazioni degli uccelli, ad esempio, stanno mutando». Miko e la sua equipe di studiosi hanno stilato una “lista rossa” delle specie animali e vegetali più a rischio, per cercare di comprendere il problema nella sua interezza e proporre qualche soluzione, benché sia evidente l'impossibilità di ripristinare determinati contesti ambientali, ormai completamente distrutti. Si è dunque indagato sullo stato di “salute” di anfibi, rettili, mammiferi marini, mammiferi terrestri, libellule, con un occhio di riguardo riservato, appunto, alle farfalle. «Le nostre ricerche evidenziano che il 9% delle farfalle europee è a rischio di scomparsa, mentre il 10% vive in una condizione critica», dice Miko. «Una condizione preoccupante che, però, si può pensare di arginare, tenuto conto del fatto che a fianco delle specie in grave pericolo, altre sono state salvate dalle azioni di conservazione». 

DAL BRUCO ALLA FARFALLA 

Le farfalle rappresentano un mondo biologico fra i più affascinanti. Appartengono al vasto raggruppamento tassonomico degli insetti, tuttavia, nell'immaginario collettivo, hanno sempre rappresentato un mondo a sé; un po' per i colori sgargianti che spesso caratterizzano le loro ali, un po' per il particolare ciclo biologico che le contraddistingue. Si è soliti, infatti, pensare che, nel mondo animale, l'unica differenza fra un essere adulto e un individuo appena nato, stia nelle dimensioni. In questo caso, invece, si parla di esemplari completamente diversi fra loro, con anatomie e fisiologie peculiari. Alla schiusa delle uova – di solito di piccolissime dimensioni – fuoriesce un bruco, una larva di tipo “polipode”, caratterizzata da una grande voracità e da un corpo affusolato, che rimanda alle fisionomie degli anellidi. La sua fame è eccezionale e gli consente di nutrirsi ininterrottamente fino a incrementare anche di mille volte il peso iniziale. La masticazione è facilitata da mandibole tozze e robuste e mascelle parzialmente fuse con il labbro inferiore. Cammina sfruttando delle pseudozampe e tre paia di arti toracici, perfettamente calibrati per muoversi agevolmente con qualunque pendenza. Per facilitare l'accrescimento il bruco si sottopone a continue mute, assumendo, di volta in volta, colorazioni e morfologie diverse. Raggiunte, infine, le sue massime dimensioni entra in una nuova fase evolutiva: la ninfosi. Qui il bruco si trasforma in crisalide. Per compiere adeguatamente questa tappa, l'animale individua un angolo protetto, spesso sul ramo di una pianta, al quale si ancora, iniziando a produrre grandi quantità di seta. L'equilibrio ormonale cambia, permettendo la produzione di chitina, un polisaccaride resistente che predispone all'ottenimento di un 'involucro' chiamato, appunto, crisalide. Avviene una vera e propria metamorfosi che porta all'insetto che tutti conosciamo: la farfalla. Il processo successivo è lo sfarfallamento: la farfalla lacera l'involucro che l'ha protetta fino a quel momento e comincia ad aspirare aria; si mette in moto la linfa, che vitalizza le ali, ancora piegate su se stesse: il dispiego avviene dopo circa venuti dalla rottura della crisalide. A questo punto, le sue caratteristiche morfologiche, sono profondamente diverse da quelle del bruco, essendo contraddistinta da antenne filiformi, spesso diversissime fra loro e un apparato boccale di tipo succhiatore, assimilabile a un tubicino che a riposo assume un andamento a spirale; le ali sono costituite da una doppia membrana sostenuta da strutture tubulari chiamate venulazioni. In poche ore la farfalla è dunque pronta a spiccare il primo volo. 

IL PIANO EUROPEO 

L'Europa è un continente assai ricco di lepidotteri. Si contano 482 specie, riconducibili a sei famiglie. La più abbondante è quella delle Nymphalidae. A seguire ci sono: Lycaenidae, Pieridae, Hesperiidae, Papilionidae e Riodinidae. Il maggior numero di endemismi è rappresentato dalla famiglia delle Nymphalidae. Gli studi condotti da Miko hanno messo in luce 142 specie endemiche, presenti, cioè, solo in questo punto del pianeta; 41 specie sono molto rare in Europa (ma diffuse in altri continenti); una è stata introdotta ufficialmente nel 1980 dai paesi tropicali. Fra i paesi europei, l'Italia è la nazione con il più alto tasso di biodiversità. Nel Belpaese si contano infatti 264 specie; a seguire ci sono la Francia con 244 specie e la Spagna con 243. Non tutti gli angoli europei sono però ricchi allo stesso modo. Si è infatti visto che le aree più abbondanti di specie di lepidotteri sono quelle che sorgono in corrispondenza delle aree alpine occidentali, dei Pirenei e dei Balcani. Nonostante ciò sono numerose le aree dove le popolazioni di lepidotteri stanno diminuendo sempre più. Le stime dicono che il 31% delle specie europee è in declino. Un esempio è quello fornito dalla Phengaris arion, una specie paleartica dalle tipiche ali azzurrognole, da poco reintrodotta in Inghilterra (da dove era scomparsa nel 1979): «La sua conservazione è molto importante in quanto si tratta di una specie prioritaria nell'ambito del UK Biodiversity Action Plan», rivela un team di ricercatori della Sheffield University. Questa farfalla ha, infatti, evoluto una strategia di sopravvivenza a dir poco geniale. La femmina adulta depone le uova sulle gemme di timo, consentendo alle larve, subito dopo la schiusa, di nutrirsi del vegetale. In seguito, queste ultime, cadono a terra dove vengono raccolte da una particolare specie di formica rossa – Myrmica saluleti – che, non essendo in grado di distinguerle dalle proprie, le conduce nel formicaio. Qui le larve – assumendo la loro vera natura – divorano le nidiate di imenotteri, continuando a godere dei servigi degli esemplari adulti. La Polissena, Zyrynthia polyxena, appartiene alla nota famiglia delle Papilionidae, rappresentata da nove specie, solo in Italia. Ha un'apertura alare di 60 millimetri e la tipica colorazione gialla che la contraddistingue, viene detta “aposematica” (ammonitrice): con questa livrea, infatti, comunica a eventuali predatori la sua tossicità, assunta durante lo stadio larvale, nutrendosi di “erbe matte”. Ad essa simile, ma endemica dell'Italia, è l'altrettanto rara Zerynthia cassandra, che abita le regioni centro meridionali dello Stivale. L'endemismo è anche una prerogativa della Papilio hospiton. È una farfalla endemica di Sardegna e Corsica. È facile confonderla con la ben più nota Papilio machaon, dalla quale si distingue per una coda delle ali posteriori più tozza e accorciata. Probabilmente derivano da un antenato comune segregatosi in seguito all'insularizzazione della microplacca sardo-corsa avvenuta all'inizio del Quaternario. 

VITTIME DELL'EFFETTO SERRA 

Ma quali sono i motivi che portano a questo depauperamento dei lepidotteri? Sono molteplici. Il primo a destare l'attenzione degli entomologi e degli zoologi è il cambiamento climatico in atto. Le farfalle sono molto suscettibili alle variazione di temperatura, e spesso, anziché adattarsi a nuove realtà ecosistemiche, soccombono. L'effetto serra, del resto, ha già provocato grossi danni a numerose nicchie ecologiche, snaturando i criteri di sussistenza animale, in relazione ai repentini cambiamenti della flora locale. Nelle aree meridionali sopravanza il deserto, nelle zone settentrionali, la linea delle caducifoglie cresce sempre più, e con lo scioglimento del permafrost si creano i presupposti per uno spostamento complessivo verso nord di specie vegetali che scombussolano il regime alimentare di specie autoctone, costrette ad abbandonare le terre natie. Ci sono, però, specie come le farfalle che non fanno in tempo a colonizzare nuove geografie e si estinguono. La lista rossa comprende, dunque, vari livelli di minaccia. Si va dall'estinzione totale, all'estinzione in ambiente selvaggio o regionale; si può poi passare da una situazione 'molto critica', a 'critica' e 'vulnerabile'. Legato all'effetto serra è anche un altro elemento che compromette pesantemente la biodiversità animale: l'incendio. Le alte temperature continuano, infatti, a provocare l'innesco di fenomeni combustivi, che si ripercuotono gravemente sulla flora e la fauna. Il fenomeno riguarda anche il territorio italiano: negli ultimi trent'anni è andato distrutto il 12% del patrimonio nazionale boschivo. Incendi di eccezionali proporzioni, prima assai rari, hanno contrassegnato vaste aree europee, specialmente in Grecia e in Russia. Altri problemi sono arrecati dall'agricoltura intensiva, che non solo crea delle frange ecosistemiche difficilmente idonee al fabbisogno di molti lepidotteri, ma porta anche a una diffusione di pesticidi e altri elementi chimici che letteralmente uccidono animali come le farfalle e le falene. Questi tipi di ambienti cancellano la proliferazione di specie vegetali comuni che vivono quasi in simbiosi con le farfalle, specie come il caglio, l'alliaria, il fiordaliso, la malva, la potentilla, e il ginestrino. D'altra parte queste specie con le quali le nostre farfalle sono abituate a vivere, vengono spesso sostituite da specie aliene con le quali non si trovano, e rischiano di perdere la loro variabilità. 

CACCE SELVAGGE 

Risultati analoghi a quelli espressi dagli studiosi inglesi sono giunti anche gli esperti del WWF. Qui le stime sono ancora più allarmanti, parlando di un 45% delle specie di farfalle europee che in qualche modo rischierebbero di sparire per sempre. E sottolineano un altro motivo di questa ecatombe: la caccia alle farfalle. Il dito viene, dunque, puntato ai tanti appassionati e collezionisti che muniti di retino si aggirano per le aree verdi dell'Europa per individuare l'esemplare più raro e poterlo aggiungere al proprio assortimento entomologico. Per questo motivo è stata di recente siglata una convenzione fra l'Istituto Nazionale di Economia Agraria e l'ente ambientalista per sviluppare una politica agricola consona al mantenimento della biodiversità. Un altro interessante risultato è stato ottenuto con il rapporto Dos and don'ts for butterflies of the Habitats Directive of the European Union elaborato dall'entomologo Chris van Swaay della Dutch Butterfly Conservation. In esso sono riportati i resoconti dettagliati di ciascuna specie europea, riflettendo sugli habitat, le esigenze alimentari dei lepidotteri e le relazioni con le zone agresti. 

(Pubblicato sulla rivista Newton) 

lunedì 7 maggio 2012

Rimpiccioliti dall'effetto serra



Ci sono stati tempi in cui le specie animali e vegetali erano molto più grandi di quelle attuali. Basta pensare ai dinosauri o alle felci e agli equiseti giganti. Oggi, però, a causa dell'effetto serra sembrerebbe che le dimensioni delle specie naturali stiano rimpicciolendosi sempre più. È questo il succo di uno studio condotto da Jennifer Sheridan e David Bickf dell'Università di Singapore. Gli scienziati hanno appurato che, a ogni grado in più del nostro clima, la taglia degli invertebrati marini (stelle di mare, ricci di mare e spugne) si riduce dal 0,5 al 4%. Nei pesci va ancora peggio con riduzioni comprese fra i 6 e il 22%. Secondo i ricercatori americani la colpa è dell'effetto serra e dell'eccessiva quantità di anidride carbonica presente nell'aria e nelle acque. Un fenomeno analogo sarebbe avvenuto oltre cinquanta milioni di anni fa, con animali come api, vespe e formiche che ridussero le loro dimensioni fra il 50 e il 75%. Toccò anche a specie evolute come i mammiferi che videro ridimensionati i loro corpi del 40%. La ricerca evidenzia che duranti le fasi climatiche più calde animali e piante si rimpiccioliscono; diventano, invece, più grandi nel corso delle fasi fredde.

lunedì 2 aprile 2012

Architetture animali


Barriera corallina
Quelli che chiamiamo comunemente coralli, rappresentano in realtà l'azione costruttrice di minuscoli animali chiamati antozoi, classe di animali appartenente al phylum degli cnidari. Sono piccoli polipi, simili ad anemoni marini, perfettamente a loro agio in colonie, la cui prerogativa è quella di produrre carbonato di calcio e vivere in simbiosi con alghe fotosintetizzanti. Al contrario di quanto si pensa, i coralli non crescono solo nei luoghi caldi, ma anche a latitudini elevate, in corrispondenza per esempio dei mari che circondano la Scandinavia e la Gran Bretagna. Le prime barriere coralline risalgono a 500milioni di anni fa.


Castoro
Sono animali semi-acquatici, esperti nella fabbricazione di dighe. Le edificano in prossimità delle tane in cui dimorano per incrementare la profondità dell'acqua, difendersi e creare micro-habitat ideali per la propria sussistenza. Le costruiscono servendosi di tronchi, rami, pietre e fango. Alcune possono raggiungere il metro e mezzo di altezza e i tre metri di larghezza. Il record spetta a una diga in Colorado lunga trecento metri. I castori appartengono al gruppo dei roditori: in media pesano 20 chili, per 75 centimetri di lunghezza e 30 centimetri di altezza. Presentano denti molto sviluppati con i quali riescono a lavorare abilmente il legno. Di solito puntano ad alberi aventi un diametro compreso fra 5 e 20 centimetri.


Vespa
Il nido di vespe si compone di celle realizzate con un materiale che ricorda il cartone. In effetti viene ottenuto dall'impasto di legno e saliva. Possono sorgere su rami, rocce, tetti, grondaie. Il numero di componenti di un nido è estremamente variabile e può andare da poche unità a più di 100mila individui, come accade in alcune specie tropicali. Le vespe appartengono agli imenotteri, raggruppamento tassonomico che comprende animali sociali come api e formiche. Dalla analisi svolte, però, sembrerebbero meno evolute dei cugini “apiformi”, con strutture sociali e abilità di fabbricazione di nidi ineguagliabili nell'ambito degli insetti.
 

Pendolino europeo 
Il pendolino europeo (Remiz pendulinus) è un piccolo uccello lungo 11 centimetri e pesante 10 grammi. Con la testa grigia, maschera nera e il groppone rossiccio, fabbrica grossi e confortevoli nidi, dove le femmine possono deporre le uova comodamente. Per costruirlo utilizzano fibre animali o vegetali, brandelli di ragnatele, semi piumati di piante. Il nido ha una tipica forma a fiasco pendente, con un'apertura rivolta verso il basso. L'animale nidifica soprattutto nelle regioni settentrionali dell'Eurasia, dove abbondano corsi d'acqua e ambienti lacustri come canneti e pioppeti. È presente anche in Italia dove viene spesso a svernare. 


Ragno costruttore 
I ragni sono noti per la capacità di costruire tele in grado di riprodurre bidimensionalmente anche le forme geometriche più complesse. Ma ci sono altresì specie di aracnidi che arrivano a edificare vere e proprie impalcature filiformi, strutture di notevole ampiezza, abitate da moltissimi esemplari. È il caso di un ragno che abita il Pakistan e che per sfuggire alle bizzarrie climatiche colonizza gli alberi dalle radici alle sommità, impedendo la fotosintesi clorofilliana e quindi provocandone la morte. Situazioni analoghe si sono verificate negli USA, dove – in vari punti geografici – dozzine di specie di aracnidi si sono organizzate in colonie, rivestendo con le loro tele intere aree boschive.


Caterpillar 
La processionaria dei pini (Traumatocampa pityocampa) è detta anche bruco del pino o “caterpillar”. È un lepidottero, in pratica una farfalla, le cui larve si sviluppano sul pino nero, pino silvestre, pino marittimo, larice e cedro. Le larve si nutrono delle foglie, creando gravi problemi alle piante. Durante lo sviluppo secernano un filo sericeo (analogo alla seta) con il quale costruiscono e allargano il nido in cui vivono. Spesso queste “strutture architettoniche” del regno animale, raggiungono dimensioni notevoli, assumendo forme varie e spettacolari. Lo stadio adulto vede lo sviluppo di farfalle da colore grigiastro, dal corpo tozzo e peloso, con un'apertura alare media di 40 centimetri. 


Tricottero 
I tricotteri sono insetti metamorfici appartenente alla sottoclasse pterygota. Da adulti sono caratterizzati da corpi di colore brunastro, lunghi fino a 25 millimetri. Le loro capacità architettoniche si identificano nella capacità di costruire – durante lo stadio larvale – astucci nei quali si rifugiano per far fronte ai numerosi predatori. Vengono anche detti portalegna o portasassi. Per fare ciò utilizzano qualsiasi materiale disponibile: sabbia, conchiglie, ramoscelli e rifiuti. A maturazione avvenuta, abbandonano le acque per svolazzare con ali fragili fra gli steli degli ambienti acquatici, ma il ridotto apparato boccale fa sì che la loro esistenza non si prolunghi per più di un mese. 


Tessitore beccogrosso 
Specie ornitologica (Albifrons amblyospiza) dell'Africa sub-sahariana, dal piumaggio scuro e dimensioni contenute. Utilizza per i suoi nidi strisce d'erba e foglie che compatta fino a creare delle masse rotondeggianti che si innestano con facilità lungo le canne vegetali che contornano fiumi e stagni. È soprattutto il maschio a occuparsi di questa attività, mentre la femmina incuba le uova e procura il cibo ai nuovi venuti. Per la realizzazione di un nido occorrono da due a dodici giorni. Si nutre di semi di girasole e frutti di bagolaro. Ma non disdegna formiche, termiti e piccoli coleotteri. 


Aquila di mare 
È un uccello predatore del NordAmerica, nonché simbolo degli USA dal 1782. Gli esemplari adulti sono caratterizzati da un corpo ricoperto da piumaggio marrone e da una coda e una testa bianche; l'apertura alare può raggiungere i tre metri di ampiezza. Si nutrono di salmoni e trote, ma anche cuccioli di lupo o renna. La femmina è più grossa del maschio, un tipico caso di dimorfismo sessuale. L'Haliaeetus leucocephalus, detta comunemente aquila di mare dalla testa bianca, costruisce nidi giganteschi, che di anno in anno si ingrandiscono sempre più, di solito in cima a qualche albero. Possono arrivare a costruire coni di 4 metri di altezza e 2,5 metri di diametro. All'interno di essi depongono le uova 1-3 volte all'anno. 


Il tessitore mascherato africano 
È una delle specie ornitologiche maggiormente esperte nell'arte di costruire nidi. Ploceus velatus presenta colorazioni vivaci, giallo verdi, e un robusto becco. I tessitori mascherati nascono con l'attitudine di elaborare nidi particolarmente sofisticati, ma crescendo affinano la loro tecnica fino a diventare veri e propri maestri nella costruzione di ripari per la deposizione delle uova e l'accudimento dei piccoli. Mostrano un'intelligenza particolarmente spiccata. Studiosi dell'Università di Edimburgo li hanno osservati da vicino verificando che ogni nido rappresenta una realtà “architettonica” a se stante, che varia anche in base alla collocazione geografica delle colonie. S'è visto che utilizzano prevalentemente steli d'erba, che “manipolano” da veri artigiani, muovendosi da destra a sinistra. L'intreccio che ne deriva assicura un confortevole e compatto nido nel quale vivere comodamente.

mercoledì 14 marzo 2012

Formiche all'attacco


Le formiche combattono le guerre tra colonie con strategie belliche simili a quelle degli esseri umani. In alcuni casi però possono andare addirittura oltre, con una corsa agli armamenti che può rispondere a stimoli ambientali. Per esempio – si legge sull'ultimo numero delle Science - otto specie di formiche del genere Pheidole su un totale di 1100 possono contare su supersoldati, cioè esemplari di dimensioni gigantesche. Ora uno studio pubblicato su Science da ricercatori della McGill Universuty ha dimostrato che potenzialmente ogni esemplare di qualsiasi specie di Pheidole potrebbe diventare un supersoldato, basta trattarlo con la molecola giusta. Gli scienziati hanno scoperto che l'apparato genetico per il fenotipo supersoldato si trova in tutte le specie di Pheidole e si è evoluto da un antenato comune del genere. Inoltre i ricercatori hanno indotto lo sviluppo di supersoldati in una specie di Pheidole in cui sono assenti trattando le larve con un ormone, la neotenina. Gli stimoli ambientali quindi possono guidare la corsa agli armamenti delle formiche.

martedì 6 marzo 2012

RAGNI SUBACQUEI


Un nuovo studio pubblicato dal Journal of Experimental Biology ha messo in luce che il ragno palombaro, che vive abitualmente sott'acqua, è in grado di restare immerso fino a 24 ore senza prendere aria dalla superficie. Questi aracnidi respirano ossigeno, che intrappolano in una bolla d'aria superficiale e che poi immagazzinano in una “campana di immersione” fatta di seta. Gli entomologi pensavano che il ragno fosse costretto a rifornirsi di aria pulita ogni mezz'ora, massimo 40 minuti. Ma ora un team di ricercatori tedeschi e australiani ha dimostrato che la loro resistenza è ben maggiore e che un solo ricambio di aria dura per 24 ore, praticamente un giorno intero. Secondo gli studiosi la struttura della bolla funziona come la branchia di un pesce, essendo in grado di ricaricarsi direttamente con l'ossigeno presente nell'acqua quando la quantità dell'elemento al suo interno è scarsa.

Il video: 

martedì 26 aprile 2011

Le api? Un'idea per tenere lontani gli elefanti dai campi coltivati


Ricercatori dell'Oxford University affermano che in Africa, gli elefanti, hanno imparato a temere le api e a starne quindi alla larga: gli insetti pungono i mammiferi in aree anatomiche precise come le orecchie e la proboscide provocando forti dolori. Da qui è giunta una proposta: tenere lontani i pachidermi dai campi coltivati impiegando gli imenotteri. Nel Continente Nero, infatti, i proboscidati – attratti dalle zone densamente popolate - distruggono i raccolti di mais prima della mietitura, costringendo i contadini alla fame. Gli studiosi sono giunti a questa soluzione tramite un banale esperimento raccontato sulla rivista Current Biology. Hanno posizionato degli altoparlanti tra le fronde di alberi dove gli elefanti sono soliti trascorrere parte del loro tempo; dei registratori emanavano due tipi di suoni: quello del ronzio delle api e quello di un normale fruscio. Nel primo test gli elefanti hanno abbandonato immediatamente gli alberi nel 94% dei casi, contro il 27% registrato nella seconda prova. “Le api potrebbero rappresentare un ottimo pretesto per tenere lontani gli elefanti", dice Lucy King, a capo dello studio. Mentre Ian Douglas-Hamilton, del centro ricerche Mpala, propone di posizionare alveari in prossimità dei campi coltivati. Test hanno, infatti, dimostrato che basta appendere le arnie agli alberi che sorgono intorno alle aree agricole, perché gli elefanti non facciano più danni.

mercoledì 23 marzo 2011

La terapia dello scarafaggio

Siamo soliti pensare agli scarafaggi come a creature orripilanti con le quali non avere nulla a che fare. Li riteniamo, in più, insetti potenzialmente nocivi per l'uomo, perché quasi sempre presenti in luoghi poco puliti. Eppure, dalle ricerche condotte da Naveed Khan e Simon Lee, dell'University of Nottingham, proprio di essi potremmo aver bisogno per fronteggiare malattie provocate da batteri come lo Staphylococcus aureus, che prolifera anche nei reparti di terapia intensiva, resistendo agli antibiotici. Gli esperti hanno individuato nei tessuti nervosi degli scarafaggi diverse proteine che li difendono da questo tipo di microrganismi. È emerso che l'applicazione di un estratto proteico dal cervello delle blatte è in grado di uccidere il 90% dei batteri presenti in apposite colture di laboratorio. Da qui il passo potrebbe essere breve per giungere all'ottenimento di farmaci di nuova generazione basati proprio sulle proprietà “terapeutiche” di origine insettivora. Le blatte caratterizzano un ordine – i blattoidei – comprendente 4mila specie, divisi in sei famiglie. Si trovano ovunque fino ai 2mila metri di quota. I più antichi resti fossili risalgono a Carbonifero, fra i 354 e i 295 milioni di anni fa.

giovedì 3 febbraio 2011

Marcel Dicke, il professore in difesa degli insetti

Da tabù a ultima spiaggia del cibo sostenibile. Nel 2020 gli insetti rappresenteranno il nostro pane quotidiano. Parola dell'ONU (e di Wired)

sabato 27 novembre 2010

FOTOSINTESI ALIENA

Fior di Loto (Nelumbo nucifera)

Ha foglie grandi e cerose, impermeabili all'acqua; i fiori rosa, appariscenti, con un ricettacolo centrale rigonfio e spugnoso. Molte civiltà del passato lo ritenevano un fiore sacro, simbolo di purezza. In India rappresenta ancora oggi i centri energetici del corpo umano, i chakra. In generale, però, ha perso il suo alone "spirituale", benché continui ad affascinare chiunque per le sue caratteristiche uniche. Il riferimento è a una delle più belle piante acquatiche italiane: il fiore di loto (Nelumbo nucifera). Il vegetale cresce soprattutto fra le acque del Mincio, fiume settentrionale del Belpaese che, in corrispondenza di Mantova, forma tre piccoli laghi: Superiore, di Mezzo, Inferiore. Presente in Italia da nemmeno cento anni (è stato introdotto nel lago Superiore nel 1921 da una giovane studentessa di scienze naturali, Maria Pellegreffi), la specie proviene dal sud-est asiatico e dall'Australia, dove è coltivata da millenni. Viene dunque detta alloctona (o aliena), per differenziarla dalle piante autoctone che crescono nelle nostre regioni da sempre. Altre specie che arrivano da lontano sono per esempio il pino strobo (Pinus strobus), introdotto in Italia dal Nord America nei primi anni dell'Ottocento; il gelso di carta (Broussonetia papyrifera), arrivato in Italia dall'Asia verso la fine del Settecento; il platano comune (Platanus hispanica), osservato per la prima volta in Spagna nel XVII secolo. Ma sono solo una minuscola parte delle tante specie che stanno ormai colonizzando il nostro territorio.

Ailanto (Ailanthus altissima)

Come arrivano da noi le specie aliene? Molte vengono deliberatamente introdotte sul territorio, coltivate nei giardini o negli orti botanici. Poi inselvatichiscono. Altre arrivano accidentalmente, in seguito agli scambi commerciali. L'ailanto (Ailanthus altissima) – un albero di 25 metri di altezza, con radici lunghe più di 30 metri - è giunto in Italia dalla Cina per nutrire i bachi da seta. La robinia (Robinia pseudoacacia) – che caratterizza soprattutto le aree verdi settentrionali (i boschi di robinia in Piemonte coprono una superficie pari a 85mila ettari) - è approdata in Italia dagli USA, per consolidare i terreni e prevenire frane e smottamenti; in pochi anni s'è diffusa ovunque, offrendo grandi quantità di legna da ardere, ma favorendo anche lo sviluppo di roveti che creano barriere naturali all'uomo e agli animali. La caulerpa (Caulerpa taxifolia) - un'alga che ha invaso tutto il Mediterraneo con stoloni lunghi quasi tre metri - è arrivata in Italia perché utilizzata come decorazione per gli acquari; ma il vegetale è compreso nell'elenco delle 100 specie aliene più dannose del mondo. Altrettanto dannose sono l'ambrosia (Ambrosia artemisiifolia) che provoca pesanti allergie e crisi d'asma, e le varietà inselvatichite di riso coltivato (Oryza sativa) che arrecano seri danni alle risaie con grandi ripercussioni economiche. Tutte le specie aliene, comunque, compromettono l'esistenza di quelle autoctone. Il rapporto annuale pubblicato da Diversity and distribution nel 2009 sottolinea il grave danno arrecato da piante come la yucca comune (Yucca gloriosa) originaria del Messico, Caraibi e California, e lo zenzero (Zingiber officinale), proveniente dal Nepal e dall'India. La prima appartiene alla famiglia delle agavacee ed è una delle piante di appartamento più conosciute, rappresentata da vegetali con le foglie appuntite prive di spine, di colore verde lucido; la seconda fa parte delle zingiberacee ed è tipicamente rappresentata da specie erbacee provviste di un rizoma carnoso e da foglie lanceolate. Il rapporto analizza 52mila località urbane e agricole in Europa. Risultato: in Italia ci sono circa mille nuove specie, il 10% del totale, provenienti da un paese lontano, un esercito di nuove erbe, arbusti e alberi d'alto fusto, pronto a invadere ogni nicchia ecologica. La regione con il maggior numero di piante esotiche è la Lombardia. Ce ne sono più di 600: il Museo di Milano ne ha contate esattamente 619, 250 solo a Milano. Alcune sono qui da molti anni. La robinia e l'uva turca (Phytolaca amaerican) vengono citate anche da Alessandro Manzoni: a Brusuglio, l'autore dei Promessi Sposi, amava dedicarsi al giardinaggio, e probabilmente contribuì attivamente alla diffusione della cosiddetta gaggia. Alla luce di ciò si comprende il motivo per cui gli esperti dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (UICN) lanciano l'allarme: circa 2300 specie vegetali locali sono a rischio di estinzione. 64 sono già scomparse. Sulle Alpi l'invasione di specie aliene è ancora più severa, poiché l'habitat montano è molto suscettibile ai cambiamenti climatici. A livello mondiale sono circa mille le specie esotiche che hanno conquistato le alte quote. Secondo uno studio condotto da CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) il 45% delle specie montane è a rischio e potrebbe scomparire entro il 2100. «Le piante di montagna sono strette da due fuochi» rivelano i botanici del CIPRA «da una parte sono in fuga verso altitudini maggiori, dall'altra queste piante vedono il loro ecosistema invaso da specie provenienti dalle quote più basse». 

Ginestra (Ginestra scoparius)

La conquista degli habitat italiani da parte di specie vegetali alloctone inizia nel Neolitico, ultimo periodo dell'età della Pietra: le cosiddette “archeofite” giungono nelle nostre regioni in un periodo compreso fra 10mila anni fa e la scoperta dell'America; le “neofite” arrivano dal 1492 in poi (e sono la stragrande maggioranza). Il sopraggiungere di nuovi vegetali in Italia è favorito dai cambiamenti sociali, come la nascita dell'agricoltura e lo sviluppo dei primi insediamenti fissi. L’esportazione di frumento e orzo dalla Mezzaluna fertile trascina con sé numerose specie “opportuniste”, alcune delle quali estremamente dannose: è il caso di fiordaliso (Cyanus segetum), papavero (Papaver rhoeas), camomilla (Matricaria chamomilla) e zizzania (Lolium temulentum), tutte di probabile, antichissima origine anatolica. «Da allora ha preso l'avvio un fenomeno esponenziale, che ai nostri giorni ha raggiunto livelli inimmaginabili, creando grossi problemi», raccontano gli esperti del Museo di Storia Naturale di Milano. Queste specie, infatti, stanno progressivamente alterando gli ecosistemi italiani, interferendo con i delicati equilibri ecologici coinvolgenti tutte le specie viventi, diffondendosi a grande velocità e dando vita ad ecosistemi atipici: «A un'avanguardia di vegetazione autoctona ormai disorganizzata, indebolita e compromessa, le aliene rispondono espandendosi e conquistando passo a passo il territorio», precisano i botanici milanesi. A questo punto, però, sorge un interrogativo: così come molte specie invadono l'Italia, è possibile che anche alcune delle nostre piante finiscano per “contaminare” altri territori? Assolutamente sì. «Si tratta, infatti, di un fenomeno reciproco, analogo a quello della globalizzazione in ambito culturale», spiegano i ricercatori del Museo di Storia Naturale di Milano. «Sono numerose le piante italiane che creano problemi, anche economici, in altre parti del mondo». Per esempio ci sono il finocchio (Foeniculum vulgare), la salcerella (Lythrum salicaria), i cappellini comuni (Agrostis stolonifera) e le ginestre (Cytisus scoparius e Spartium junceum); quest'ultima, in particolare, è fortemente invasiva sulle Ande, dove colonizza "a tappeto" tutti i bordi stradali superando i 3mila metri di altitudine. Ma non tutte le specie italiane riescono ad avere successo “all'estero”. Dipende dalla natura dei semi, e dalle differenze climatiche che caratterizzano i vari habitat terrestri. In Italia giungono semi di numerosissime specie, ma soltanto pochi riescono a germinare, e ancora meno sono quelli che riescono ad “ambientarsi”. «La loro strada sulla via dell'integrazione e della "scalata sociale" è in salita», dicono i ricercatori milanesi, «come nel caso degli immigrati, e per giungere sino all'ultimo gradino (invasività) devono superare ben sei barriere ecologiche, da quella geografica a quelle climatica, riproduttiva e ambientale; fortunatamente, la maggior parte dei nuovi arrivati è destinata a non avere successo. Ovviamente il limite climatico è fondamentale: piante originarie di paesi nordici o tropicali, come il baobab, non si ambienteranno mai in Italia, a meno di profondi cambiamenti climatici; quelle nordamericane o cinesi, invece, sono numerosissime». Spesso la conquista vegetale di nuovi areali avviene in compagnia di animali, anch'essi responsabili di gravi problemi ambientali. Sono numerosi gli insetti che giungono sul nostro territorio assieme alle piante. Emblematici i casi della farfallina dei gerani coltivati (Pelargonium spp.), Cacyreus marshallii, che crea infestazioni nelle serre o sui balconi, o i temibilissimi punteruolo rosso (Rhynchophorus ferrugineus) e tarlo asiatico (Anoplophora chinensis), che, rispettivamente, stanno minacciando e distruggendo quasi tutte le palme delle nostre coste e i boschi e parchi della Lombardia nordoccidentale.

sabato 31 luglio 2010

L'invasione delle supermosche

La cantante Mollie King
Supermosche con un'attrazione particolare per il sangue umano. In estate aumentano, infatti, le persone che finiscono in ospedale (anche in gravi condizioni) a causa della puntura del Similium posticatum, minuscolo insetto che abita le regioni rurali dell'Inghilterra, ma che ora si sta progressivamente avvicinando alle città, colonizzando aree verdi e giardini. Vittime delle ultime ore anche alcuni vip, fra cui la giovane cantante, Mollie King e il celebre golfista, Ian Poulter. La creatura è davvero minuscola, massimo due o tre millimetri, ma procura punture assai dolorose, che possono infettarsi, tanto da dover recarsi spediti al pronto soccorso. L'aumento delle punture della Mosca Blandford (nome volgare dell'insetto), è da mettere in relazione alle particolari condizioni climatiche che stanno caratterizzando l'Europa negli ultimi giorni: il caldo e l'umidità rappresentano infatti il terreno ideale per lo sviluppo di questi ditteri. Con loro si è constatato anche un repentino aumento di punture di zanzare, mosche dei cavalli ed esemplari di Culicoides impunctatus. Questa la testimonianza dell'infermiera, Sara Nathan: "Due punturine di insetto alla caviglia. Mi alzo e mi ritrovo tutta la parte bassa della gamba arrossata. Dopo 48 ore il mio arto è come quello di un 'elephant man': non posso più camminare. All'ospedale i medici constatano l'infezione causata dalla puntura di un insetto, e mi sottopongono a flebo e a una potente cura antibiotica". Secondo gli entomologi, però, il problema non è legato solo all'aumento degli insetti, ma anche al cambiamento delle abitudini dell'uomo, in seguito all'incremento delle temperature su scala globale: si sta infatti fuori di più la sera, e più spesso nel cuore di giardini dove ci sono molte fonti d'acqua, territorio privilegiato per certi tipi di insetti. È anche una questione concernente il fatto che tutti incolpano sempre e solo le zanzare delle fastidiose punture estive, quando in realtà le specie che attaccano l'uomo sono molte di più: "Conosciamo soprattutto le zanzare", dice Stuart Hine, entomologo inglese, "ma vanno considerate anche le mosche nere che stanno invadendo le nostre città". In particolare le cosiddette "Blandford flies" sono identificabili per il loro colore nero e la forma ridotta. Sono molto attive da maggio ad agosto. Fanno parte della grande famiglia delle mosche nere: 1800 le specie conosciute, 11 delle quali estinte. Preferiscono il sangue umano a quello animale. Fra i loro obiettivi prediletti ci sono le caviglie e i piedi di uomini e donne. Mentre le zanzare e altri tipi di ditteri colpiscono soprattutto la sera, le "Blandford flies" vanno avanti tutto il giorno. Quando le loro punture vengono infettate dai batteri, possono subentrare complicazioni, comprese gravi reazioni allergiche, con difficoltà respiratorie. I batteri possono poi provocare (ma in rarissimi casi) la malattia di Lyme, un'infezione che può compromettere la salute del cuore. "Più persone sono state morse da questi insetti", racconta lo studioso inglese, "e in alcuni casi si sono avute reazioni estreme con gonfiori notevoli". L'aumento di casi di punture di insetti nocivi è verificabile un po’ ovunque: "Siamo letteralmente sommersi da pazienti colpiti da punture di insetto", dice Donna Laws-Chapman, manager al Timber Hill Health Centre di Norwich, "e molti 'morsi' erano infetti". Anche in Italia abbiamo i cosiddetti "insetti emergenti", specie che stanno trovando sempre più spazio nei nostri ambienti a causa della tropicalizzazione dei climi. La zanzara tigre può trasmettere la febbre del Nilo, la Dengue: nel 2007 in Romagna c'è stata un'epidemia di febbre da virus Chikungunya. Nei cani e in altri animali può causare la filarina canina e l'encefalite. I simulidi sono una famiglia d'insetti caratterizzati da femmine tipicamente ematofaghe. Da noi sono attivi soprattutto in Pianura Padana: possono provocare eritemi e orticaria. I pappataci, infine, sono minuscole zanzare riconoscibili dalle ali disposte verticalmente sopra il corpo in posizione di riposo. La loro puntura è simile a quella delle zanzare comuni, benché più persistente e pruriginosa.