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mercoledì 9 giugno 2021

Una (gustosa) birra di 5mila anni fa


Biotecnologia è un termine relativamente moderno, legato alla capacità dell’uomo di modificare le caratteristiche degli esseri viventi. Azzardando, però, potremmo dire che la pratica è insita nella natura stessa, dalla notte dei tempi. Madre natura, di fatto, possiede le chiavi per modificare una realtà biologica e ottenerne un’altra, senza certo dover entrare in un laboratorio. Il crossing over - l’operazione che durante la divisione cellulare (meiosi) consente al cromosoma maschile di intrecciarsi con quello femminile - è il miglior esempio; le mutazioni, care agli evoluzionisti, un’altra prova della versatilità della sposa di Padre Tempo. L’uomo, invece, non può prescindere da becher e provette, e dunque tenta di imitare - seppur goffamente e non sempre obbedendo all’etica più appropriata – i tatticismi di Madre natura. Primo Mendel, con i suoi piselli, e la fecondazione artificiale. I padrini della genetica moderna. Poi,  noi, oggi, in grado di agire direttamente sul DNA di un individuo, accendendo o spegnendo determinati geni; con la speranza, un giorno, di poter far sparire per sempre le malattie più pericolose. L’argomento sposa la recente scoperta effettuata da un team di scienziati dell’Università Ebraica di Gerusalemme: una birra risalente a 5mila anni fa. La birra non nasce con l’uomo, ma molto prima. Per effetto di funghi particolari, i lieviti. Organismi primitivi, differenziati, unicellulari e perfettamente abili ad alterare le chimiche di chi li circonda. Gli stessi dei quali ancora oggi ci serviamo per ottenere le bevande alcoliche, ma anche il pane. Gli zuccheri contenuti nei vegetali vanno incontro a un processo di degradazione (la glicolisi), che anticipa la respirazione vera e propria delle cellule (il ciclo di Krebs e la fosforilazione ossidativa). Ma se manca l’ossigeno si innesca un processo collaterale: la fermentazione. È un fenomeno che avviene abitualmente in natura. Da sempre. E produce alcol, una molecola più piccola dello zucchero contenuto nei vegetali, e in grado di sollecitare particolari centri nervosi, mandandoci in tilt. Il processo, fra boschi e radure, è sempre lo stesso. La frutta cade e, in ambiente asfittico, fermenta, offrendo al passante di turno alcol gratuito in grande quantità. A beneficiarne sono soprattutto gli animali. Superiori, come le scimmie e gli elefanti, che si ubriacano senza rendersene conto. Ma anche insetti, come le falene e altri tipi di farfalle, che mostrano di avere un debole conclamato per la birra; non si sbronzano, ma rafforzano gli spermatozoi. Questo approccio casuale all’alcol, è lo stesso che interessò qualche nostro antenato, che per primo pensò di riprodurre in casa quello che normalmente avviene ai piedi di alberi contornati da frutta marcescente. Così nacquero vino e birra. Quando? Difficile dirlo, ma si possono fare ipotesi partendo dal presupposto che il mondo cambiò radicalmente e repentinamente 12mila anni fa. La glaciazione wurmiana lasciò spazio all’interglaciale di cui ancora oggi godiamo, modificando in modo straordinariamente efficace le abitudini dell’uomo. Che da cacciatore e raccoglitore del Pleistocene, diviene agricoltore e allevatore dell’Olocene. E se coltiva inizia ad avere un certo feeling con quei prodotti della terra che lo alimentano quotidianamente: se non la vite, di certo l’orzo e il frumento. È in questa fase che compaiono le prime piantagioni dalle quali presumibilmente sorse anche il primo bicchiere di birra (e di vino). Le ricerche archeologiche indicano una data e un Paese: 7mila anni fa, Iran. Qui sono state rinvenute delle brocche caratterizzate da tracce riportanti gli ingredienti contenuti nella birra. Non lieviti, ma molecole, ci siamo comunque. Il test ufficiale risale all’epoca mesopotamica: una tavoletta sumerica che anticipa una poesia composta in onore di questa preziosa bevanda, descrivendo perfino i passaggi per ottenerla di ottima qualità.Cinquemila anni fa è la volta degli egizi che non possono prescindere dal sapore del malto. Ne bevevano a litri. Poteva essere più “pulita” dell’acqua, ed era determinante per ogni rito religioso. E per ogni buon svezzamento che si rispetti. Anche ai più piccoli, infatti, veniva somministrata birra in aggiunta di acqua, miele e farina d’orzo. Leggende narrano che il faraone Ramsete III regalò migliaia di vasi di birra alla divinità Ishtar, dea della fertilità e dell’amore. E i sacerdoti non si tirarono certo indietro. Ecco perché non è stato difficile per gli scienziati israeliani analizzare vasi e cocci vecchi di millenni, alla ricerca di tracce che potessero attestare questa attitudine umana all’alcol. E alla biotecnologia più spiccia. Dopo avere riportato alla luce i lieviti sopravvissuti nei minuscoli pori del vasellame, gli studiosi hanno provato a rimetterli in “funzione”. Il risultato: una birra originale risalente a cinquemila anni fa, pronta per essere lanciata sul mercato. Sapore intenso e aromatico, sei gradi, per un atipico viaggio nel tempo, a beneficio del nostro palato. 

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Polmoni hitech 

Organi prestampati per sopperire a malattie croniche che possono essere risolte solo con il trapianto. È questo l’obiettivo di studiosi della Rice University, negli Stati Uniti. I ricercatori hanno messo a punto la tecnica Slate, da “apparato stereolitografico per la costruzione di tessuti”. Si basa sull’azione di sostanze particolari, biocompatibili, che assumono forma tridimensionale, imitando le funzioni assolte dagli organi umani. È stato approntato un sacco ad aria assimilabile all’azione polmonare, incentrata sulla necessità di captare l’ossigeno a livello emoglobinico, per poi essere distribuito ovunque. Il futuro? Organi biostampati derivanti da cellule del paziente stesso. In questo modo si eviterebbero i gravi problemi di rigetto. 

La tecnologia del DNA ricombinante 

Il futuro della biotecnologia è scritto anche e soprattutto nei batteri; che vengono abitualmente utilizzati in laboratorio per procedure di ogni genere. In particolare a essi ci si affida per quel che riguarda la cosiddetta “tecnologia del DNA ricombinante”. Significa offrire la possibilità, letterale, di ricombinare il DNA, creando individui chimera; costituiti dal proprio corredo genetico, più parte di quello proveniente da un altro organismo. I batteri possiedono due tipi di DNA. Il “plasmide” è circolare, semplificato, e può essere prelevato e rielaborato in laboratorio. Seguendo questa procedura, già in voga da anni, si sono per esempio creati animali in grado di produrre sostanze umane. Vedi, l’insulina. Non ci sono più problemi di rigetto e in questo modo è stato (ed è) possibile curare con successo milioni di malati. 

Potere alla clonazione 

Per quel che riguarda la clonazione, invece, il discorso è un po’ più delicato. Sappiamo infatti che, dalla pecora Dolly clonata nel 1996, siamo oggi in grado di clonare qualunque tipo di animale. Riserve enormi di natura etica concernano l’uomo, mai clonato. È vietato. Si è arrivati a ottenere degli embrioni clonati, ma non di più. La clonazione è una procedura biotecnologica basata sulla possibilità di far incontrare una cellula femminile denuclearizzata (priva di nucleo) con una maschile, somatica (non legata alla riproduzione). È quest’ultima che rappresenta l’individuo da clonare. L’embrione comincia a svilupparsi in laboratorio, poi – raggiunto un numero specifico di cellule – viene impiantato in una madre surrogata. A seconda della specie coinvolta e del suo periodo di gestazione, dopo qualche tempo nasce un individuo identico al donatore della cellula somatica. 

lunedì 28 novembre 2016

La dieta primitiva


Allergie e intolleranze alimentari. Se si guarda alle nuove generazioni, sembrerebbero i (veri) mali del secolo. Prima della rivoluzione industriale c'erano pochissime persone colpite da queste malattie; oggi, invece, quasi tutti gli abitanti dei paesi occidentali vanno incontro, nel corso della loro vita, a qualche problema legato all'alimentazione. Perché? Di sicuro c'entra l'inquinamento, lo smog, i cambiamenti climatici, i pesticidi, ma più di ogni altra cosa il fenomeno ha a che vedere con le condizioni nutrizionali dell'uomo moderno che sono cambiate repentinamente, cogliendo impreparato l'organismo che, in un certo senso, non è in più in grado di differenziare ciò che è bene da quel che provoca problemi. Il caso più eclatante riguarda il latte. L'intolleranza al lattosio è un problema che riguarda il 50% degli italiani, cifra che sfiora il 100% nei paesi asiatici. Ma il problema è facilmente spiegabile: l'uomo non è "tarato" per assimilare il principale zucchero del latte, per cui, dopo lo svezzamento, sempre più persone cadono vittime di questo disagio alimentare alla base di disturbi come nausea, dissenteria, crampi allo stomaco. 

Oggi il latte, durante l'età adulta, dovrebbe essere a esclusivo appannaggio di soggetti che possiedono una particolare mutazione, avvenuta durante le prime fasi storiche dell'allevamento, in contemporanea con lo sviluppo dell'agricoltura. I popoli che vivevano a stretto contatto con bovini e caprini, hanno elaborato la capacità di assimilare il latte, ma tutti gli altri (e sono la maggior parte) non la possiedono. Le percentuali più alte si trovano in Scandinavia, dove le etnie locali si sono evolute in stretta sinergia con i produttori animali, poiché alle alte latitudini è stato necessario trovare uno stratagemma diverso per ottenere la vitamina D, scarsa dove l'irraggiamento è debole, ma abbondante nel latte. E' solo un esempio. L'intera storia del genere umano, infatti, riflette un tipo di alimentazione del tutto diversa da quella che osserviamo oggi, tenendo conto di parametri antropologici e sociali che nulla hanno a che vedere con quelli instauratesi dopo l'epopea della Mezzaluna fertile. 

Di fatto si può dire che l'uomo si sia alimentato sempre nello stesso modo, per circa due milioni di anni, a partire dalle prime forme riconducibili al genere Homo; e solo negli ultimi 10mila anni ha cambiato le sue abitudini alimentari, compromettendo in alcuni casi il normale metabolismo. La dieta seguita dal cosiddetto "uomo primitivo" (compresi i parenti più vicini all'uomo moderno, come il Neanderthal e il Denisova) viene detta "dieta paleolitica". Torna in auge per via dei tentativi di alcuni nutrizionisti di allontanarci da un'alimentazione "inconsapevole" e nociva, per ricondurci ai paradigmi alimentari che per migliaia e migliaia di anni hanno consentito il nostro sviluppo. Di cosa si tratta esattamente? La dieta paleolitica si basa sostanzialmente sui prodotti offerti dalle due tradizionali attività dell'uomo di un tempo: la caccia e la raccolta. Pertanto concerne alimenti come i semi, le bacche, il miele, le radici, qualunque tipo di frutta; ma anche prodotti di origine animale ottenuti da vermi, lumache, insetti, crostacei e naturalmente mammiferi. 

Secondo alcuni nutrizionisti questo tipo di alimentazione consentirebbe non solo di riavvicinarci alle abitudini dei nostri antenati, ma anche di contrastare i chili di troppo. E lo confermano i numerosi seguaci della dieta paleolitica, fra cui celebrità come Megan Fox e Matthew McConaughey. Alcune ricerche dicono che faccia bene anche alla salute cardiovascolare, consentendo di mantenere sotto controllo i livelli pressori; riduce inoltre le infiammazioni e migliora le funzionalità dell'epidermide. Restano tuttavia molti dubbi; di fatto i popoli più longevi della Terra, fra cui gli italiani, sono quelli che si nutrono soprattutto di prodotti cerealicoli, del tutto esclusi dalla dieta paleolitica. 

martedì 1 novembre 2016

Birra e chili di troppo. Un mito da sfatare


Bere birra non fa ingrassare. Lo dice un team di ricercatori britannici e della Repubblica Ceca che ha appena condotto uno studio su 891 uomini e 1.098 donne di età compresa tra i 25 e i 64 anni, tutti consumatori della bevanda a base di orzo. Secondo Martin Bobak, ricercatore inglese coinvolto nell’esperimento, è un luogo comune sostenere che la birra fa aumentare di peso, e che invece il vino o altri prodotti non fanno ingrassare.

Lo studioso ha messo in relazione gli indicatori di obesità, basati sulle misure come l’altezza, il peso, e l’indice di massa corporea, con il consumo di birra e ha scoperto che non hanno alcun legame con i chili di troppo.

Dall’esperimento è emerso che gli abitanti maschi della Repubblica Ceca sono tra i maggiori consumatori di birra. Gli uomini bevono in media 3,1 litri di birra alla settimana; le donne 0,3 litri. I bevitori pesanti sono il 3% della popolazione con 14 litri di birra alla settimana: praticamente alla media di due litri al giorno. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Clinical Nutrition. 

lunedì 25 agosto 2014

Calorie italiane


Da tempo non se ne parla più come di una semplice malattia, ma di una epidemia a tutti gli effetti. L’obesità, infatti, rappresenta percentuali tanto grandi da essere paragonata ai peggiori flagelli dell’umanità. L’Oms prevede che, per il 2030, gli obesi in Italia saranno il 70% della popolazione; con picchi del 90% in Irlanda e dell’80% in Spagna. In realtà l’obesità è in gran parte dovuta ad abitudini quotidiane che potrebbero essere facilmente contrastate, se solo si facesse un po’ più di attenzione, per esempio, a quello che si mangia. Com’è noto, infatti, gran parte dei chili di troppo è la conseguenza di un accumulo spropositato di calorie. Lo si dice da sempre e oggi ne abbiamo un’ulteriore conferma, grazie a uno studio diffuso dal sito Evoke.ie. L’analisi mette in relazione la quantità di calorie consumate abitualmente da ogni persona nell’arco delle 24 ore, con il singolo paese di appartenenza. Si scopre così che gli Usa, emblema dell’obesità, (dove già oggi almeno un terzo della popolazione soffre di sovrappeso), sono anche i primi in classifica: ogni persona assume, infatti, 3.770 calorie al giorno. Al secondo posto, con 3.760 calorie, c’è l’Austria e al terzo, con 3.660 calorie, l’Italia. Seguono Israele, Irlanda e Gran Bretagna, e chiudono l’India con 2.300 calorie e la Repubblica Democratica del Congo, staccatissima, con 1.590 calorie (che probabilmente parafrasa un po’ tutta la realtà delle nazioni meno sviluppate). L’unico, paese, quest’ultimo, a rientrare nei parametri delineati dai medici di tutto il mondo, secondo i quali gli uomini non dovrebbero accumulare più 2.400 calorie al giorno, e le donne non dovrebbero andare oltre le 2mila calorie. Gli italiani pagano, probabilmente, l’abitudine a nutrirsi con alimenti come la pasta, la pizza e il pane; gli americani, il vizio di abbuffarsi di hamburger. E la famosa dieta mediterranea? Non sempre viene rispettata a dovere, per questo il conteggio delle calorie cresce. Si punta correttamente su pane e prodotti cerealicoli, ma spesso (per non dire sempre) si eccede. Il pane andrebbe consumato una o due volte al dì, mentre andrebbero aumentate le dosi di pesce, frutta, verdura, a discapito di carne e dolci; torte, brioche e merendine, non sono contemplati nella dieta mediterranea, se non sottoforma di crostate di frutta. Si esagera anche con birra, maionese, patatine, che mal s'accordano con il tradizionale cibo mediterraneo. Del resto non si è nemmeno consci del fatto che l’accumulo e il consumo di calorie rispetta un delicato equilibrio, derivante dall’alimentazione, ma anche dalla quantità e dalla tipologia di movimento affrontati ogni dì. Basterebbe poco, infatti, per bruciare calorie inopportunamente ingerite, come accade magari in ambito lavorativo, quando la fretta porta a cibarsi in modo sbrigativo e irragionevole (in posti dove spesso, rispetto ai piatti preparati in ambito casalingo, l’apporto calorico triplica). Duecento calorie, per esempio, si possono eliminare in fretta: ballando per 37minuti, giocando a golf per un’ora, lavorando in giardino o lavando la macchina per 40 minuti, o correndo su e giù per le scale per due minuti e mezzo. E non sempre è necessario compiere esercizi fisici tradizionali. Ogni azione, infatti, permette di bruciare calorie. Anche baciarsi. Se lo si fa per un minuto, se ne vanno un paio. Fondamentale, però, valutare quel che si mangia, sapendo che ogni alimento ha un contenuto calorico specifico, e che in risposta a singole porzioni esistono vere e proprie “bombe” che farebbero male a chiunque. Va considerato, dunque, il rapporto fra il peso dell’alimento consumato e le calorie che fornisce. 588 grammi di broccoli forniscono, per esempio, duecento calorie; ma lo stesso accade con appena 51 grammi di quelle caramelline morbide e colorate che se si inizia con una, non si finisce più. 740 grammi di peperoni danno lo stesso numero di calorie di un cheesburger, ma in proporzione l’apporto nutrizionale è maggiore. E così via. Ma se ci si applica un po’ i risultati non tardano a venire. E si possono già ottenere delle perfette silhouette togliendo dalla dieta tradizionale 400-600 calorie al giorno, vale a dire 3-4mila calorie alla settimana. Non sono solo i chili di troppo a diminuire, ma anche il rischio di ammalarsi di qualunque morbo, in particolare di natura cardiovascolare.

lunedì 14 luglio 2014

La frutta che fa male


La raccomandazione dei medici è sempre la stessa: soprattutto d'estate è meglio consumare più frutta e verdura possibile, per mantenere il corpo idratato e assimilare importanti sostanze nutritive. Quel che, però, anche gli addetti ai lavori considerano solo in parte, è che non tutti i vegetali offrono lo stesso apporto dietetico. E che, dunque, alcuni di essi fanno molto bene, altri benino, e alcuni, addirittura, potrebbero provocare qualche problema. L'argomento è stato affrontato in modo specifico dagli esperti della William Paterson University di Wayne, nel New Jersey, in Usa; che hanno stilato una vera e propria classifica dei vegetali più benefici per la nostra salute, in base a un punteggio di “densità nutritiva”, riferito a concentrazioni di proteine, fibre, calcio, ferro, potassio, zinco e vitamine. 47 gli alimenti presi in considerazione, 41 quelli finiti nella cosiddetta “Powerhouse Fruits and Vegetables”, convalidata dall'autorevole Centers for Disease Control and Prevention (CDC). “Uno studio in funzione dei consumatori che potranno conoscere meglio le proprietà nutrizionali dei vegetali consumati abitualmente”, racconta Jennifer Di Noia, la professoressa a capo della ricerca. Al primo posto risulta un alimento non proprio diffusissimo sulle nostre tavole: il crescione (punteggio pieno: 100). Delle sue eccellenti proprietà se ne parla fin dall'antichità, tanto da essere soprannominato “l'insalata che guarisce”. Appartiene a una delle famiglie botaniche più indicate per il benessere umano, quella delle brassicacee, comprendente anche numerose varietà di cavolo e cavolfiore. Posseggono proprietà antiemorragiche, antiossidanti, depurative; regolarizzano il ciclo mestruale, tengono lontane le malattie da raffreddamento e, per via dell'alta presenza di isotiocianati, combattono l'accumulo di sostanze cancerogene. Il crescione si consuma in insalata o nella minestra, affiancato spesso ad altre verdure (per contenere il suo forte sapore), e assicura un eccezionale apporto vitaminico e di sali minerali. Depura ed è afrodisiaco. Il cavolo cinese occupa il secondo posto (91,99). Detto anche “cavolo di Pechino”, è ricco di vitamina C ed A, acido folico e potassio. Il suo apporto calorico è bassissimo ed è quindi consigliato a chi vuole perdere peso. Nelle prime posizioni compaiono anche gli spinaci (86,43), la cicoria 73,36), il prezzemolo (65,59), la lattuga (63,48), e la senape (61,39). Più in fondo nella classifica ci sono, invece, alimenti come la fragola (17,59), la zucca (33,82) e il pompelmo (11,64). Quest'ultimo può essere controindicato per chi assume farmaci anticoncezionali o per tenere a bada l'accumulo di grassi nel sangue. I suoi principi attivi, infatti, interferiscono con quelli contenuti nei medicinali, annullando l'azione benefica della sostanza farmaceutica. La zucca, invece, può creare problemi ai bimbi allergici. Simile il discorso per le fragole, prodotto sconsigliato anche a chi è soggetto a ulcere, gastriti e coliti. Rimangono fuori dalla super-lista alimenti insospettabili come il mirtillo, il mandarino e perfino l'aglio e la cipolla, notoriamente legati al concetto di “buona alimentazione”. In realtà non significa che facciano male, ma semplicemente che la loro densità nutritiva - vale a dire il giusto equilibrio fra vitamine, minerali, e altri principi attivi essenziali – non è pari a quella di altri prodotti vegetali; e che quindi hanno uno spettro di azione benefico meno ampio. Tuttavia possono essere caratterizzati da sostanze particolari che altri alimenti non hanno, ed essere pertanto indicati per contrastare malattie specifiche. È il caso del mirtillo nero che indubbiamente fa molto bene a chi soffre di problemi di natura venosa. Grazie ai tannini e ai glucosidi antocianici che hanno il potere di rafforzare il tessuto connettivo che sostiene i vasi sanguigni. Questo tipo di frutta è importante anche per prevenire disturbi renali e l'accumulo dei pericolosi radicali liberi, derivanti dalle principali attività metaboliche dell'organismo.

lunedì 6 gennaio 2014

Dimmi cosa bevi e ti dirò per chi... voterai


Vodka, whisky, vino. Ogni persona, in fatto di bere, ha i suoi gusti. Ma in pochi sanno che il bicchiere preferito è anche in grado di suggerire l’inclinazione politica del bevitore. È questo il succo di un nuovo studio condotto negli Stati Uniti da GfK-MRI, con il coinvolgimento di circa 50mila persone. I dati rivelano che i bevitori di whisky, di bourbon e di altri liquori di colore scuro, appartengono soprattutto alla schiera dei repubblicani; al contrario, i consumatori di alcolici dalle tinte chiare, come il gin, il cognac, o la vodka, sono assimilabili ai democratici. Anche spumante e champagne – con cui tipicamente si saluta l’arrivo del nuovo anno – risponderebbero meglio alle esigenze di questa fila politica.
Differenze anche per ciò che riguarda la scelta del vino. I repubblicani optano per il Robert Mondavi, della Napa Valley, simbolo universale del vino e del cibo degli statunitensi; i democratici, per prelibatezze come il Chateu Ste, vino rosso della Columbia Valley. Un altro dato interessante indica che gli elettori democratici consumano più varietà di alcolici, ma solo i repubblicani prediligono quelli “più forti”; mentre chi non si fa troppi scrupoli a disertare le urne, a un classico bicchiere di vino, preferisce qualcosa di più “spinto”, come una tequila o un amaro. Ci sono anche prodotti bipartisan, come alcuni tipi di rum o bevande alcoliche a base di cocco. Ma la storia non va di pari passo con i risultati della ricerca.
Harry Truman, 33esimo presidente degli USA, per esempio, beveva bourbon con grande spigliatezza, benché fosse democratico. Idem il discorso per figure come il presidente americano George W Bush che beveva soprattutto vodka e martini, tipicamente riconducibili all’elettorato oggi presieduto da Barack Obama. D’altra parte non ci sono dubbi relativamente alle preferenze alcoliche di qualunque figura di spicco della politica russa, debitrici in tutto e per tutto del più famoso distillato di patate. Pare, dunque, che non ci sia una precisa corrispondenza fra la ricerca americana e la realtà, tuttavia uno studio analogo condotto in Inghilterra, rivela che le bevande alcoliche preferite possono verosimilmente essere messe in relazione a tipologie caratteriali specifiche.
Si è infatti visto che gli amanti del buon vino rispecchiano nella maggior parte dei casi persone mature e affidabili; mentre la birra o il rum, individui molto più estroversi, ma anche più incoerenti. Vino bianco e vodka riflettono figure dotate di grande intraprendenza e autorevolezza; tequila e gin uomini e donne tranquilli e in pace con se stessi. Difficile, insomma, arrivare a una conclusione definitiva, ma suona interessante ricordare una massima di Charles Baudelaire, secondo il quale “chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”: alla stessa stregua è lecito supporre che chi si dà al vino e agli alcolici, abbia segreti che non teme di svelare proprio grazie a ciò che sceglie di bere. 

lunedì 30 dicembre 2013

I segreti dell'emodieta


Lo scrittore nipponico che si firma con lo pseudonimo Jamais Jamais ritiene che ogni gruppo sanguigno sia riconducibile a un certo di tipo di carattere; e che quindi in base alla firma ematica che differenzia ognuno di noi sia possibile stabilire con chi andremmo più d'accordo. Una guida sull'argomento è letteralmente andata a ruba. In Italia siamo lontani da questo tipo di "teorie", tuttavia anche da noi sta facendosi largo l'affascinante ipotesi che il gruppo sanguigno possa suggerire il tipo di dieta più idonea per il nostro benessere e la nostra salute. Seguendola potremmo tenere a bada obesità, allergie e sindromi metaboliche. Solo per citare alcune delle tante disfunzioni legate all'alimentazione. Si chiama "emodieta" e, piano piano, contemporaneamente al diniego di molti specialisti, sta coinvolgendo sempre più italiani. Di che cosa si tratta?
Il riferimento è a una serie di alimenti altamente consigliati (o sconsigliati) per specifici gruppi sanguigni e a un particolare gruppo di proteine, le lectine, che reagirebbero con il sangue in modo diverso provocando, per esempio, incompatibilità alimentari. Peter J. D'Adamo, il naturopata americano che per primo ha sviluppato l'emodieta dice che ogni gruppo sanguigno è relazionabile a un preciso status sociale che rimanda alla preistoria. Il gruppo zero, il più antico, discenderebbe dai primi uomini che vivevano di caccia e raccolta; il gruppo A dai primi agricoltori che cambiarono anche stile di vita divenendo sedentari; il gruppo B sarebbe rappresentato dal DNA tipico dei pastori asiatici e si sarebbe differenziato circa 10mila anni fa, fra le popolazioni mongole e caucasiche; il gruppo AB, infine, sarebbe il più recente, il più diversificato e includerebbe un po’ delle caratteristiche di tutti gli altri. Sulla base, dunque, di un preciso gruppo sanguigno sarebbe possibile formulare diete peculiari, rimandando a usi e costumi nutrizionali che affondano le loro radici agli albori della civiltà.
Gli appartenenti al gruppo zero, per via dell'attitudine a correre e a cacciare dei propri avi, possiedono un metabolismo veloce, figlio di progenitori che si nutrivano di carne e vegetali spontanei. Oggi dovrebbero stare lontani dai cereali, "sconosciuti" ai loro stomaci, e fare qualcosa per migliorare il proprio sistema immunitario, più fragile e delicato rispetto agli altri. Gli individui del gruppo A sono predisposti per consumare abbondantemente alimenti vegetali, come accadeva ai propri antenati, dediti esclusivamente all'attività agricola. Gli appartenenti al gruppo B, i nomadi, avevano una dieta diversificata; mangiavano un po’ di tutto, con una predilezione particolare per carne e latticini. L'AB è il più complesso e recente, riguarda una piccola fetta dell'umanità, compresa fra il 2 e il 5%; si sarebbe formato dalla "fusione" fra il gruppo A e B ed è riconducibile a individui che possono nutrirsi un po’ di tutto, ma con moderazione.
Nonostante la curiosità suscitata in molti italiani dall'emodieta (anche grazie a figure come il dottor Piero Mozzi, autore di vari libri sull'alimentazione), l'intellighenzia scientifica insorge, ritenendola poco attendibile per non dire del tutto sconclusionata. Seguendola, infatti, ci sarebbe il rischio di nutrirsi malamente, finendo per andare incontro a patologie anche serie. Gli appartenenti al gruppo 0, per esempio, potrebbero accusare problemi articolari; quelli del gruppo A, ammalarsi di anemia e disturbi epatici; il gruppo B potrebbe essere suscettibile al diabete e l'AB a disfunzioni cardiache. Spara a zero sull'emodieta anche l'American Journal of Clinical Nutrition, prestigiosa rivista statunitense, secondo la quale non esiste prova scientifica in grado di avvalorare la sua attendibilità.  

lunedì 26 agosto 2013

La dieta anti-zanzara


Da quando sono giunte in Italia e in Europa, una ventina di anni fa, le zanzare “esotiche”, in grado di pungere durante l’intera giornata (e non solo all’imbrunire come quelle “tradizionali”), è divenuta una sorta di ragione di vita individuare lo stratagemma ideale per cercare di tenerle lontane. Ai vari zampironi si affiancano, infatti, cedronelle, vasi di gerani, braccialetti antizanzara, prodotti chimici, e chi più ne ha, più ne metta. Eppure si trascura il fatto che, il primo passo da fare per cercare di contrastare la loro azione fastidiosa, non contempla ritrovati particolari dell’industria, bensì gli alimenti di cui ci nutriamo e le bevande che consumiamo. «Solo una persona su dieci, del resto, è particolarmente suscettibile all’azione delle zanzare», rivela Jerry Butler, dell’Università della Florida.
In base a ciò che ingeriamo, infatti, i ditteri trovano più o meno gradevole il nostro sangue. Un esempio. Gli alimenti caratterizzati da alte concentrazioni di vitamine del gruppo B (B1 e B6) e vitamina C hanno il potere di alterare la “qualità” del sudore, rendendoci “inappetibili” alle zanzare. Lo stesso accade con l’aglio o pietanze particolarmente ricche di spezie. In Messico sono convinti che chi si nutre abbondantemente di peperoncino piccante è praticamente immune dalle punture dei culicidi. È una credenza (che la scienza non smentisce) che risale all’epoca dei Maya, anche se ancora nessuno è in grado di stimare la quantità di cibo che andrebbe assunto per poter trascorrere serenamente una sera d’estate sulle rive del lago o del fiume preferito.
Di contro ci sono prodotti che attirano le zanzare, come la birra. Più studi hanno infatti messo in luce che chi beve molte “medie”, si difende con più difficoltà dalla punture di zanzare. «Sappiamo per certo che esiste una relazione fra le punture di zanzare e l’abitudine di bere molta birra», spiega Leslie Vosshall, ricercatrice americana della Rockfeller University di New York, «tuttavia non sappiamo bene perché ciò accada». La nuova tesi trova conferma in uno studio del Centro di Ricerca IRD di Montpellier, con il coinvolgimento di 25 volontari (invitati a bere un litro di birra) e 2.500 zanzare appartenenti alla specie Anopheles gambie. Gli esperti hanno capito che le zanzare non solo sono attratte dal sudore alterato dei bevitori, ma hanno anche imparato ad associare lo stato di ebbrezza a una maggiore “vulnerabilità” dell’uomo da punzecchiare. A loro modo sono tutt’altro che stupide, essendo in grado di muoversi abilmente verso la preda preferita anche in piena notte e giungendo da cinquanta metri di distanza, zigzagando, magari, fra altri mammiferi potenzialmente attaccabili.
Al di là di ciò che mangiamo e beviamo, gli scienziati hanno scoperto che c’è un altro parametro che le zanzare osservano prima di colpire: il sistema immunitario. Vosshall ha chiarito che le zanzare amano il “sangue cattivo” (altrochè quello dolce che, peraltro, dal punto di vista scientifico non significa nulla), quello cioè tipico di una persona con un sistema immunitario meno efficiente contro il potere anticoagulante del siero iniettato dagli insetti. Gli studiosi di New York hanno indirizzato sciami di zanzare contro alcuni volontari, evidenziando che i ditteri pungono un po’ tutti, prediligendo, però, coloro che erano caratterizzati da questa “firma” ematica. E sempre a proposito di sangue, si è visto che anche il gruppo sanguigno influenza la possibilità di essere presi o meno di mira dalle zanzare. Si è infatti visto che le persone caratterizzate dal gruppo sanguigno 0 vengono attaccate in una percentuale del 50% superiore a quella di chi ha un gruppo sanguigno A, mentre quelli appartenenti al gruppo B non interessano ai ditteri. Analogamente è stato possibile assimilare le persone preferite dai culicidi, agli individui con un’alta concentrazione di batteri a livello epidermico o con alti valori lipidici.

BOX

Peperoncino: secondo i Maya tiene lontano le zanzare. Gli scienziati non smentiscono, ma non esistono prove concrete del suo potere insetticida.

Aglio: vale lo stesso discorso del peperoncino. In questo caso, però, è stato scientificamente provato l’effetto repellente dell’allicina, già noto antibatterico.

Birra: chi ne beve troppa attira gli insetti, e in particolare le zanzare. Causa infatti una sudorazione peculiare, gradevole al “palato” dei ditteri; diminuisce la prontezza di riflessi, facilitando l’azione dei culicidi.  

Gruppo sanguigno 0: è il gruppo sanguigno preferito dalle zanzare. Al contrario gli insetti snobbano le persone con gruppo sanguigno B. Intermedio il gradimento legato ai portatori del gruppo A.  

Colesterolo alto: i culicidi sembrano gradire le persone oversize e chi presenta alte concentrazioni di grasso nel sangue. Amano anche alti livelli di acido lattico e urico. 

(Pubblicato su Il Giornale il 10 agosto 2013) 

mercoledì 20 febbraio 2013

Cioccolata o spaghetti? Dipende dall'umore


Quando la donna è giù di corda si abbuffa di gelati e torte superfarcite; quando l’uomo è contento si butta su spaghetti, pizza e bistecche. Che vuol dire tutto ciò? Secondo gli scienziati è la prova che esiste uno stretto legame tra le emozioni provate e la necessità di consumare voracemente del cibo, ma mentre nelle donne il fenomeno si verifica durante le fasi down, per l’uomo accade quando è su di giri. Sono le conclusioni di uno studio diffuso sulla rivista Physiology & Behavior grazie ad un’indagine effettuata via internet su 227 individui da psicologi della Cornell University di New York e della McGill University in Canada. Dalla ricerca è emerso che non è un caso che le donne mangino dolci quando sono affrante, e gli uomini prodotti come la pasta quando sono contenti: si è visto infatti che i cibi molto grassi e pieni di zuccheri sono efficaci nell’alleviare stati d’animo negativi, cibi più salutari e poveri di calorie sono invece l’ideale per potenziare le emozioni positive. Secondo Jordan LeBel più la donna è attenta a tenere a bada il proprio peso, maggiore è il peccato di gola che commette quando lo sconforto la assale, perché la tendenza è quella di concedersi i “cibi proibiti” normalmente. D’altra parte si è invece visto che gli anziani sono coloro che riportano emozioni più marcatamente positive dopo aver “esagerato” con il loro cibo di conforto preferito. È inoltre emerso che tra le ragazze nere, ancor più di quelle bianche, gli episodi di fame emotiva portano all’assunzione di cibi contenenti saccarosio. Un’altra ricerca ha invece rilevato che l’euforia induce a consumare cioccolato e a valutarlo come particolarmente gustoso e stimolante, mentre la tristezza sembra diminuire l’appetito per il noto e apprezzato alimento. La fame emotiva infine può essere scatenata da una o più emozioni. E può protrarsi per un periodo di tempo di lunghezza variabile, da alcuni minuti, ad alcune ore, dopo l’insorgere del particolare stato emozionale. Può suscitare la voglia di un alimento specifico, o il desiderio generico dell’atto di cibarsi in sé. Al termine dell’episodio di fame emotiva, i vissuti più frequenti sono: il sentirsi soprappeso, anche se, nella maggior parte dei casi, non lo si è, la rabbia nei propri confronti, la stanchezza, il senso di colpa. Tuttavia l’abbuffata permette di raggiungere, in modo più o meno consapevole, un obiettivo: distrarsi dalle proprie emozioni negative e quindi eliminare l’ansia.

mercoledì 6 febbraio 2013

venerdì 11 gennaio 2013

Svelato il mistero delle abbuffate notturne


Scoperta la causa dell’impellente necessità di alzarsi nel cuore della notte per abbuffarsi, predisponendo a malattie croniche come diabete e obesità. Dipende tutto da una mutazione in un gruppo di geni, battezzati ‘geni orologio’, che regolano il ritmo del sonno e della veglia. Sono le conclusioni di ricercatori della Northwestern University in Illinois e dell’Howard Hughes Medical Institute. Affermano che chi soffre di questa mutazione nei ‘geni orologio’ subisce un rovesciamento delle abitudini di vita, per cui ha sonno di giorno, mentre di notte è colpito dai crampi della fame e dall'iperattività. Secondo gli studiosi in questo modo diventa molto più facile mettere su chili e annullare gli effetti di una dieta seguita a puntino, o di un allenamento fisico condotto scrupolosamente. In più si verifica un incremento nel sangue di sostanze che portano alla tipica sindrome metabolica di cui si sente sempre più spesso parlare, caratterizzata da livelli alti di grassi, e glucidi nel sangue, oltre a un innalzamento dei parametri pressori. I meccanismi di questa mutazione genetica non sono ancora chiari, ma quel che è certo è che consumare del cibo in un orario in cui il metabolismo non è pronto a smaltirlo, è assolutamente controproducente per un organismo: durante il sonno, infatti, i consumi si riducono e le calorie in più si trasformano facilmente in tessuto adiposo.

martedì 9 ottobre 2012

Intelligenza carnivora

La Gola di Olduvai, Tanzania

Il mistero dell'intelligenza affascina da sempre l'uomo, tuttavia non è mai stato chiarito in che modo e perché questa prerogativa del sistema nervoso abbia cominciato a progredire proprio nella nostra specie. Ora tentano di dare una spiegazione esaustiva degli studiosi sulla rivista PLOS ONE. Si riferisce alla scoperta di un frammento di teschio rinvenuto in Tanzania e risalente a 1,5 milioni di anni fa. Secondo gli studi emersi da questa ricerca le dimensioni del cervello – e quindi l'incremento intellettivo – sarebbero andati di pari passo con l'acquisizione della dieta carnivora. Il reperto riportato alla luce appartiene a un bimbo di due anni e mostra chiari segni di iperostosi porotica, associata ad anemia, condizioni assimilabili a carenze nutrizionali e in particolare alla privazione di carne. Probabilmente il bimbo dopo lo svezzamento avrebbe patito la carenza di vitamina B12 e B9 (presenti in abbondanza nei prodotti di origine animale). Secondo gli scienziati, la necessità di cacciare carne, avrebbe favorito l'ingegno e quindi l'ingrandimento del cervello, con tutte le sue conseguenze. «Mangiare carne è sempre stata considerata una delle cosa che ci ha resi umani, grazie alle proteine che contribuiscono allo sviluppo del nostro cervello», rivela Charles Musiba, dell'Università del Colorado. «Il nostro lavoro di ricerca mostra che 1,5 milioni di anni fa non eravamo dei carnivori opportunisti: ci siamo dedicati attivamente alla caccia per mangiare carne». Una prova è fornita dal fatto che agli scimpanzé, a noi fileticamente simili, manca il nostro livello di intelligenza proprio perché la loro dieta non è mai cambiata. «Questo ci distingue dai nostri lontani cugini», prosegue Muisba. «Il punto è: che cosa ha innescato il nostro consumo di carne? Un cambiamento ambientale? L'espansione del cervello stesso? In realtà, non lo sappiamo». Su PLOS ONE si legge che la necessità di cacciare prede di grosse dimensioni stimolò l'aggregazione tra famiglie ed individui diversi, lo sviluppo di strumenti complessi e di tattiche (e metodi di comunicazione) sofisticati. Tutti gli elementi che porteranno poi alla nascita della società in senso moderno. Ora però le cose sembrerebbero cambiate. L'uomo ha evoluto anche una coscienza e sentimenti di natura etica. Ad essi si appellano soprattutto i vegetariani, convinti che la dieta carnivora non sia una prerogativa umana. Secondo varie ricerche - compresa una recente effettuata dagli esperti della Majo Foundation For Medical Education and Research, Minnesota, USA - gli alimenti carnei sono ricchi di fenilalanina e di tirosina e stimolano due neurotrasmettitori, la dopamina e la norepinefrina; entrambi provocherebbero il comportamento aggressivo e violento e la propensione alla lotta, tipico degli animali predatori. D'altra parte, invece, i vegetali possiedono grandi quantità di amido e fibra che influenzano la concentrazione di triptofano nel cervello, aumentandone la disponibilità ad essere trasformato in serotonina, che ingenera nel comportamento umano tendenza alla serenità, alla socialità, al gioco. È il caso di tornare alle usanze dei nostri antichi predecessori? 

Il reperto proveniente dalla Gola di Olduvai
 

venerdì 20 luglio 2012

Popcorn che bontà


Si dice che siano soprattutto frutta e verdura a fare bene alla salute, per via dell'alto contenuto di antiossidanti. Oggi, però, si scopre che questa caratteristica è riscontrabile anche in un cibo che l'immaginario collettivo (ma anche le campagne mediche) difficilmente assimilano a una dieta salutare: i popcorn. Gli studiosi della Scranton University in Pennsylvania hanno infatti riferito che, il prodotto per antonomasia di feste popolari e sale cinematografiche, contiene grandi quantità di polifenoli, principi attivi dal conclamato potere antiossidante; sotto questa categoria rientrano tutte quelle sostanze in grado di contrastare i radicali liberi, molecole alla base dell'invecchiamento e dell'insorgenza di molte patologie. La ricerca, presentata nel corso del 243esimo meeting dell'American Chemical Society (Acs), a San Diego, ha preso in considerazione la quantità di polifenoli presenti in frutta, verdura, popcorn e vari altri alimenti. S'è, dunque, visto che i polifenoli sono concentrati soprattutto nei popcorn, mentre negli altri cibi, compresi frutta e verdura, risultano troppo diluiti e, quindi, meno efficaci: l'acqua rappresenta solo il 4% del peso dei popcorn, contro il 90% del peso riscontrabile in un frutto. «Ciò non significa che il popcorn può rimpiazzare la frutta, considerata una fonte di vitamine e di minerali insostituibili», dice Joe Vinson, a capo dello studio, «ma può essere un modo piacevole per assumere sostanze preziose per l'organismo». Vinson rivela che la concentrazione di antiossidanti nei popcorn è analoga a quella delle noci, ed è fino a 15 volte superiore a quella presente nelle tortillas integrali. È stato inoltre calcolato che il contenuto totale di polifenoli in una porzione di popcorn può raggiungere i 300 mg, rispetto ai 160 mg di una porzione di frutta e ai 114 mg di una di mais dolce; quantità pari a circa il 13% delle dose giornaliera raccomandata dagli specialisti. Secondo gli studiosi la concentrazione di polifenoli non è equamente distribuita nel prodotto nutrizionale, ma risulta maggiore nella parte dura dell'alimento, quella che (tanto per intenderci) con maggiore facilità finisce per incastrarsi fra i denti. Joe Vinson, alla luce di questi risultati, spezza definitivamente una lancia in favore di un alimento troppo spesso bistrattato e conclude dicendo che i popcorn «meritano più rispetto perché sono l'equivalente nutrizionale delle pepite d'oro». Rappresentano, quindi, una merenda ideale, essendo l’unico snack costituito al 100% da cereale integrale. «Tutti gli altri cereali, anche quando li chiamano integrali, sono in realtà lavorati e amalgamati con altri ingredienti», spiega Vinson; «il termine 'integrale' significa soltanto che una percentuale superiore al 51% del prodotto è il cereale intero». Un occhio di riguardo va, infine, alla tecnica di preparazione dell'alimento. L'ideale, infatti, è cuocere i popcorn ad aria calda senza l'aggiunta di burro e olio, né di sale e zucchero. «Altrimenti», conclude il ricercatore, «possono diventare un incubo nutrizionale carico di grasso e calorie».

martedì 20 marzo 2012

Lunga vita all'American cheese


È disponibile a fette, in cubetti, e addirittura in forma liquida o in bombolette spray. L'american cheese – un formaggio fuso a base di cheddar – ha una grande varietà di aspetti, ma è quasi sempre arancione. E deve gran parte delle sue caratteristiche all'Inghilterra, nome compreso. A metà Ottocento la popolazione britannica era in grande espansione. E poiché era abituata al cheddar dal colore intenso, gli esportatori americani decisero di tingere il loro formaggio bianco con l'annatto, un colorante estratto dai semi della pianta Bixa orellana. Nel 1863 – si legge sull'ultimo numero di National Geographic - gli inglesi acquistarono ben 22,6 milioni di chili del cheddar colorato e lo battezzarono “american cheese”. Il nomignolo prese piede e, con l'incremento della popolazione statunitense, i consumi del formaggio raggiunsero  livelli mai visti prima. Durante la Prima guerra mondiale James L. Kraft inventò nuove versioni del prodotto, sempre a base di cheddar, sempre arancioni, che andarono a finire persino nelle razioni dei soldati americani, stimolando una richiesta di mercato, che perdura ancora oggi, di alimenti dal colore a dir poco intenso. Il sapore del cheddar? È dolce quando è giovane, e piccante con sentori di nocciola e di tostatura quando è stagionato, e la sua forma è cilindrica o a parallelepipedo di dimensioni variabili (dai 4,5 ai 30kg). 

Tipici formaggi italiani... 


giovedì 8 settembre 2011

Ibrido come una biricoccola

Strasberry a volontà...

Frutti strani, assurdi, mai sentiti. Mix originali per soddisfare il palato di tutti, bambini che con la frutta vanno spesso poco d'accordo e anziani dai gusti sofisticati. Così si sta facendo sempre più strada la voglia di distribuire sul mercato prodotti 'meticci', figli dell'ibridazione fra frutti ormai presenti su ogni tavola. Ecco qualche nome interessante. Il boysenberry deriva dall'incrocio fra il lampone e la mora del Pacifico; il tayberry, fra il lampone e la mora selvatica. Troppo esotici? Nessun problema, eccone altri più “caserecci”. C'è per esempio la cilegugna, incrocio fra ciliegia e prugna, la biricoccola, mix fra albicocca e susina, la jostaberry, derivante dall'ibridismo fra ribes nero e uva spina. Per il consumatore americano, sempre alla ricerca di nuovi sapori e sensazioni, è una vera manna. Spiega David Karp, critico della rivista «Gourmet magazine», bibbia dei buongustai USA: “Un tempo i fruttivendoli offrivano tre o quattro varietà di mele, mentre oggi ne hanno almeno venti”. Non sempre, però, i nuovi ibridi sono azzeccati” dice Karp. “Per alcuni è come incrociare un alce a un formichiere. Ti fanno rimpiangere la frutta semplice e buona che mangiavi da bambino”. Qualcuno storce il naso, intravedendo pratiche terrificanti di ingegneria genetica, appannaggio di sedicenti frutticoltori, seguiti da fantomatici scienziati. E invece è tutto assolutamente regolare, benché gran parte di questi frutti siano oggi disponibili in USA e non ancora in Italia. Derivano da scientificissimi incroci fra specie diverse, seguendo processi di impollinazione assai complessi, che nelle stragrande maggioranza dei casi non portano ad alcun risultato: per ogni frutto come la pescarina (incrocio fra pesca tradizionale e pesca noce) che riesca a farsi spazio nel mercato, ci sono mediamente 999 tentativi falliti. Come dire... Quel che conta è la purezza di intenti. “Tutto quello che facciamo noi è assecondare Madre Natura, aiutarla a fare ancora meglio quello che ha sempre fatto”, dice Leith Gardner, che lavora presso la Zaiger Genetics. Certo, se poi viene il successo commerciale non lo si butta via. In California una sola società specializzata genera 20mila varietà di frutti ibridi, con investimenti di 700mila dollari all'anno per ogni neo-frutto che giunge sul mercato. Per ottenere questo tipo di prodotti si procede specificatamente con l'impollinazione artificiale, consistente nel trasferimento manuale del polline per mezzo di appositi pennelli o strofinando i fiori maschili sugli stigmi dei fiori femminili. L'alternativa è l'impollinazione incrociata, basata sul trasporto del polline dallo stame di un fiore al pistillo del fiore di un individuo differente della stessa specie. Infine si può giocare la carta dell'innesto a gemma: le gemme della varietà del frutto desiderato sono raccolte da un albero e innestate nei rami di un altro vegetale. Con questi sistemi, peraltro, si protegge l'ambiente, facilitando il cosiddetto commercio a “chilometro zero”. In pratica si annulla la produzione di CO2 derivante dal trasporto della frutta, che viene, in questi casi, prodotta da rivenditori attivi nella propria zona. Tutti convinti?

martedì 19 aprile 2011

Hamburger alle meduse: la nuova frontiera del fastfood?


Un hamburger farcito di meduse? Stomachevole è dire poco, ma potrebbe essere ciò che accadrà fra non molto se andremo avanti a pescare nei mari e negli oceani del pianeta come stiamo facendo, senza creanza. Jennifer Jacquet, dell'University of British Columbia, è fin troppo chiara (seppur con una certa dose di sarcasmo): «Sembra assurdo pensarci, ma la pesca forsennata porterà presto alla nascita dei primi jellyfish burger». Il problema è che verranno a mancare i naturali predatori delle meduse; ci sarà, dunque, un boom di questi celenterati a scapito dei pesci. Per far comprendere meglio all'opinione pubblica il problema, Jacquet s'è avvalsa dell'aiuto di Dave beck, un digital artist col quale ha sviluppato questa immagine, che s'è aggiudicata una menzione speciale alla International Science and Engineering Visualization Challenge.

sabato 19 marzo 2011

Il primo supermercato vegano

Eccolo: il primo supermecato d'Europa, interamente dedicato ai vegani. Banditi anche uova, latte e miele. Si trova a Dortmund, in Germania. Aperto da pochissimo (dal 26 febbraio), sta già riscuotendo un clamoroso successo. Chiarissimo il proprietario: "La mia scelta è del tutto etica, gli animali vanno lasciati vivere e riprodursi per i fatti loro, non vanno sfruttati". Qualche interessante proposta alimentare? Salame a base di tofu, glutine di frumento, riso e mandorle, ali di "pollo" di soia… Il numero di prodotti è molto ampio e in caso di difficoltà nel recuperare l'alimento più appropriato si può fare affidamento su un personale rappresentato da sedici dipendenti. Si è arrivati a questa soluzione sollecitati dai numerosi vegani presenti in città: si calcola che ce ne siano almeno 600mila, un vero squadrone, se rapportato al numero complessivo di abitanti. Prima la struttura funzionava solo come mercato online (www.vegan-wonder-land.de), poi la richiesta di prodotti vegani si è ampliata a tal punto da proporre l'apertura di un negozio a tutti gli effetti.

Una curiosità:

Secondo le statistiche statunitensi, l’americano medio, nel corso della sua vita, consuma: 21 mucche, 14 pecore, 12 maiali, 900 polli, 1000 libbre di altri volatili, ed animali marini. Una ricerca analoga condotta in Inghilterra ci parla invece di 36 maiali e 750 galline. In Italia non è ancora stata fatta una statistica precisa, sappiamo però che il consumo pro capite annuale di carne è di 82,30 chilogrammi (Istat 1989).

mercoledì 9 marzo 2011

200 volte più "potente" dello zucchero


L'aspartame è un dolcificante artificiale impiegato nell'industria alimentare. Lo troviamo nelle bibite gassate, nei chewing-gum, nelle gelatine, nei dessert, nelle caramelle. È molto utilizzato anche nei prodotti dietetici: nonostante le sue caratteristiche dolcificanti, infatti, non fornisce calorie. La sua scoperta avviene in modo del tutto casuale, un classico caso di serendipity (neologismo indicante la sensazione percepita quando si scopre qualcosa di bello, cercando tutt'altro). Protagonista della scoperta il chimico James M. Schlatter, al lavoro presso la ditta G.D. Searle & Company, in Illinois, attiva dal 1885. Corre l'anno 1965. Schlatter passa ore e ore in laboratorio alla ricerca di un farmaco che possa guarire o migliorare l'ulcera, malattia che colpisce le mucose del tratto digerente esposte all'azione dei succhi gastrici. Lavora con due aminoacidi: acido aspartico e fenilalanina. Il primo è un amminoacido polare che nel cervello dei mammiferi si comporta come un neurotrasmettitore eccitante: è stato isolato dall'asparago, ortaggio dalle particolari proprietà diuretiche. La fenilalanina è un amminoacido aromatico, contenuto nella maggior parte delle proteine animali e vegetali: fra i suoi ruoli c'è quello di governare il rilascio di importanti ormoni intestinali e di regolare la biosintesi degli ormoni tiroidei. In un test arriva ad ottenere una sostanza cristallina che si prende la briga di assaggiare. È dolce: di una dolcezza duecento volte superiore allo zucchero tradizionale. Nasce così l'aspartame. La scoperta viene subito considerata di grande importanza dall'azienda americana, tanto che i responsabili si muovono immediatamente per chiedere l'autorizzazione a commerciarlo. La Food and Drug Administration (FDA), l'ente americano che governa il mercato di farmaci e alimenti, autorizza per la prima volta la produzione di aspartame il 26 giugno 1974. Ma sono pochi i prodotti che possono contenerlo: alcuni studi hanno, infatti, messo in evidenza che la sostanza isolata da Schlatter, potrebbe essere pericolosa per la salute umana. Test condotti su giovani scimmie da Harold Waisman, biochimico dell'Università del Wisconsin, provano che l'aspartame assunto per lungo tempo provoca problemi allo sviluppo. Studi analoghi effettuati sui topi mettono in relazione il dolcificante artificiale con gravi patologie cerebrali. Preoccupa la tossicità del metanolo, che viene liberato nell'intestino quando il gruppo metilico dell'aspartame incontra l'enzima chimotripsina. Ancora oggi l'aspartame non ha vita facile. L'Istituto Ramazzini di Bologna ha recentemente condotto uno studio sui topi rilevando il legame fra l'insorgenza di certi tipi di tumore e il consumo di aspartame. Ma ci sono molte ricerche che affermano esattamente il contrario e che, cioè, la sostanza di Schlatter è assolutamente innocua: in questi casi si fa spesso riferimento a test giudicati inattendibili, perché effettuati somministrando dosi inappropriate alle cavie animali. In ogni caso è dal 1996 che la FDA ha approvato l'utilizzo dell'aspartame per ogni tipo di prodotto alimentare.

venerdì 4 marzo 2011

Alcol mon amour


Il paese dove si beve di più? È la Moldava. Qui, in media, fra birra, vino e superalcolici, ogni abitante consuma all'anno 18,2 litri di alcol puro. La birra si beve soprattutto sull'isola di Palau, nell'Oceano Pacifico, il vino in Lussemburgo; chi beve più superalcolici sono, invece, i sudcoreani. Sono i dati diffusi dal Rapporto 2011 dell'OMS, relativi alla diffusione e ai rischi di un'abitudine che ogni anno miete nel mondo 2,5 milioni di vittime.

martedì 22 febbraio 2011

I SETTE CIBI PIU' DISGUSTOSI


1. Uova di gallina fecondate e bollite poco prima della schiusa (Cambogia e Filippine). Solo così si otterrebbero ossa tenere e prelibate.

2. Uova di formiche giganti (Messico). Come mangiare la ricotta.

3. Formaggio marcio (Sardegna, Italia). Ottenuto dall'azione della Phiophila casei, mosca casearia.

4. Baccalà vichingo (Norvegia). Pesce lasciato per giorni a macerare nella soda caustica.


5. Topi sotto spirito (Corea). Viene considerato un tonico per l'organismo.


6. Testa di pecora (Iraq). Conterrebbe enzimi che fanno molto bene al metabolismo.