Una buona notizia dal mondo della cardiologia: a Milano la mortalità per infarto è scesa dall'8,9% del 2008 al 3,8% del 2010. Tutto merito di interventi sempre più rapidi e corretti e dei modelli matematici messi a punto dal Politecnico di Milano. "Due anni fa il laboratorio Mox del Politecnico milanese", dice Anna Panagoni, responsabile dello studio, "ha sviluppato modelli matematici per razionalizzare gli interventi di soccorso giungendo a sorprendenti risultati". Per esempio si è visto che - contrariamente a quanto si pensa - recarsi in ospedale per conto proprio al sopraggiungere dei primi sintomi della crisi coronarica "fa perdere molto tempo". "L'ideale è quindi chiamare sempre il 118 quando compaiono le prime avvisaglie di un attacco cardiaco", rivela la ricercatrice meneghina. Inoltre le stime matematiche hanno messo in luce che è molto utile adottare le unità mobili di elettrocardiogramma per la diagnosi immediata. Lo studio del Politecnico, comunque, non finisce qui. I dati raccolti fino a oggi, infatti, serviranno per il progetto "Imaste" in corso dal 2009. Scopo di questa iniziativa, finanziata dalla Regione Lombardia e dal Ministero della Salute, è migliorare i registri clinici e i database della Regione per avere un quadro superpreciso dell'andamento degli attacchi cardiaci in Lombardia. A livello nazionale le statistiche dicono che un paziente su due colpito da infarto decede prima di arrivare in ospedale. Ma una volta raggiunto il nosocomio, le probabilità di farcela sono molto alte: 9 volte su 10 il paziente viene infatti salvato. I medici dicono che le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte (44% di tutti i decessi). In media si registra un infarto ogni 6 minuti. Ogni anno sono colpite da infarto 200mila persone. Fra i principali fattori di rischio si ricordano la predisposizione genetica, l'abitudine al fumo, l'ipercolesterolemia e l'obesità.
Visualizzazione post con etichetta Ospedali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ospedali. Mostra tutti i post
giovedì 1 aprile 2010
Matematica al servizio della cardiologia
Una buona notizia dal mondo della cardiologia: a Milano la mortalità per infarto è scesa dall'8,9% del 2008 al 3,8% del 2010. Tutto merito di interventi sempre più rapidi e corretti e dei modelli matematici messi a punto dal Politecnico di Milano. "Due anni fa il laboratorio Mox del Politecnico milanese", dice Anna Panagoni, responsabile dello studio, "ha sviluppato modelli matematici per razionalizzare gli interventi di soccorso giungendo a sorprendenti risultati". Per esempio si è visto che - contrariamente a quanto si pensa - recarsi in ospedale per conto proprio al sopraggiungere dei primi sintomi della crisi coronarica "fa perdere molto tempo". "L'ideale è quindi chiamare sempre il 118 quando compaiono le prime avvisaglie di un attacco cardiaco", rivela la ricercatrice meneghina. Inoltre le stime matematiche hanno messo in luce che è molto utile adottare le unità mobili di elettrocardiogramma per la diagnosi immediata. Lo studio del Politecnico, comunque, non finisce qui. I dati raccolti fino a oggi, infatti, serviranno per il progetto "Imaste" in corso dal 2009. Scopo di questa iniziativa, finanziata dalla Regione Lombardia e dal Ministero della Salute, è migliorare i registri clinici e i database della Regione per avere un quadro superpreciso dell'andamento degli attacchi cardiaci in Lombardia. A livello nazionale le statistiche dicono che un paziente su due colpito da infarto decede prima di arrivare in ospedale. Ma una volta raggiunto il nosocomio, le probabilità di farcela sono molto alte: 9 volte su 10 il paziente viene infatti salvato. I medici dicono che le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte (44% di tutti i decessi). In media si registra un infarto ogni 6 minuti. Ogni anno sono colpite da infarto 200mila persone. Fra i principali fattori di rischio si ricordano la predisposizione genetica, l'abitudine al fumo, l'ipercolesterolemia e l'obesità.
lunedì 18 gennaio 2010
Fiori in ospedale? Meglio evitare
Curiosa ricerca pubblicata sul British Medical Journal dice che è sconveniente portare fiori quando si fa visita a qualcuno in ospedale. Margherite, orchidee, violette, potrebbero infatti veicolare batteri pericolosi e 'rubare' ossigeno ai malati; inoltre l'eventuale caduta di un vaso potrebbe causare danni ai macchinari ospedalieri. Lo studio inglese è stato preso alla lettera, tanto che in alcuni nosocomi britannici è già stato vietato l'ingresso con mazzi di fiori e piante. Gli esperti italiani della Società d'igiene rivelano, però, che i batteri si trovano un po’ ovunque, e che quindi se si bandiscono piante e fiori, in teoria, bisognerebbe bandire anche tutto il resto: sicuramente i vegetali non vanno ammessi nei reparti di terapia intensiva o per trapianti, per il resto la loro presenza fa più bene che male.
mercoledì 2 settembre 2009
Ace-inibitori contro l'insufficienza renale
Una scoperta che potrà portare alla terapia definitiva in grado di contrastare l’insufficienza renale e quindi la necessità di ricorrere alla dialisi o al trapianto. Secondo gli specialisti del Mario Negri di Bergamo una nuova categoria di farmaci, gli Ace–inibitori, utilizzati di solito per combattere l’ipertensione, sarebbero infatti in grado di indurre il rene ad autorigenerarsi, facilitando la formazione ex-novo di arteriole (glomeruli) renali, fondamentali per filtrare il sangue. L’impiego di Ace-inibitori nell’uomo ha già dimostrato di essere in grado di arrestare o perlomeno rallentare il progressivo deterioramento della funzione renale, ma non si era ancora avuta la conferma relativa all’eventualità di far addirittura regredire il male. Lo studio è stato compiuto sui topi. I ricercatori del Mario Negri hanno trattato una parte dei roditori colpiti da patologie renali con Ace–inibitori e un’altra senza medicinali. Il risultato è stato sorprendente. Analizzati i topi del primo gruppo, si è visto che la malattia renale anziché progredire, regredisce. “Abbiamo osservato che, mentre nei ratti non sottoposti a trattamento farmacologico si evidenziavano gravi lesioni del rene – dicono gli studiosi - nel gruppo trattato con farmaci Ace era al contrario visibile una rigenerazione dei capillari nel tessuto renale malato”. Lo stesso quindi potrebbe (dovrebbe) accadere anche nell’uomo se si pensasse di sottoporlo a una cura della durata di almeno 8–10 anni. Obiettivi per il futuro? Arrivare alla completa autorigenerazione del rene malato, risparmiando ai pazienti il trapianto dell’organo o la dialisi. “Mentre fino ad ora si è solo cercato di rallentare la velocità di riduzione della funzione renale per allontanare nel tempo la necessità di ricorrere alla dialisi o al trapianto, oggi sembra possibile riuscire a fare regredire il danno renale al punto da recuperare la stessa funzione renale – hanno concluso i ricercatori. Lo studio, pubblicato sulla rivista Kidney International (organo ufficiale della Società Internazionale di Nefrologia), è stato coordinato dall’immunologo Giuseppe Remuzzi, dell’Istituto Mario Negri e direttore del dipartimento Trapianti dell’ospedale di Bergamo.
venerdì 22 maggio 2009
Quando l'età (in campo medico) fa la differenza
Quando si è ammalati è meglio affidarsi alle cure di un medico giovane o anziano? La risposta arriva da un team di ricercatori della Harvard Medical School: contrariamente a quanto si possa immaginare, il consiglio degli studiosi statunitensi è quello di rivolgesi a specialisti giovani, meglio ancora se neolaureati. Secondo gli scienziati, i giovani, oltre ad avere una mente più fresca e più ricettiva (e quindi più rapida nei ragionamenti e nelle decisioni da prendere), sono a anche più informati e preparati dei colleghi più in là con gli anni. I dati diffusi dai ricercatori di Harvard, relativi a uno studio condotto nel 2000 dall’American Board of Internal Medicine, dicono che trovarsi nella mani di un neolaureato aumenta del 10% le chance di sopravvivenza per chi ha subito un infarto rispetto a chi, nelle medesime condizioni, viene seguito da un cardiologo anziano. Gli esperti ritengono che, in pratica, l’agilità mentale e l’aggiornamento quotidiano relativo alle ultime scoperte in ambito medico, siano ben più importanti dell’esperienza. In particolare, Niteesh Choudhry, coordinatore dell’equipe di Harvard, afferma che “la filosofia della scienza medica è cambiata negli ultimi tre decenni: da una visione del medico che si fonda primariamente sulla propria esperienza per prendere una decisione, a un nuovo modello in cui i medici si basano sempre più sulla ricerca pubblicata sulle riviste specializzate”. Mentre Steven Weinberger, del College of Physicians, e Daniel Duffy e Christine Cassel del Board aggiungono che “l’esperienza da sola non basta, ma deve essere accompagnata da uno sforzo attivo per mantenere competenza e qualità”. Gli stessi medici anziani coinvolti nella ricerca hanno infine ammesso che spesso è complicato stare al passo con i tempi.
mercoledì 14 maggio 2008
Gli ospedali da Oscar
Sono sei gli ospedali più importanti e più qualificati del mondo. E uno di questi è l’italiano Ieo, Istituto europeo di oncologia, attivo a Milano dalla metà degli anni Novanta. Si sono aggiudicati l’“Hospital bench marking award”, una specie di premio Oscar rilasciato dagli esperti dell’università della Westfalia, in Germania. Gli scienziati tedeschi sono giunti a ciò dopo aver passato in rassegna centinaia di centri ospedalieri in ogni angolo del pianeta, un lavoro che è durato 10 anni. Alla fine si è giunti a selezionare 70 ospedali con caratteristiche di innovazione in campo medico sanitario, da cui sono stati evidenziati i sei migliori, i sei più meritevoli quindi di questa sorta di premio Oscar della Sanità. Gli specialisti non hanno valutato solo gli aspetti ‘tecnici’ degli ospedali presi in esame, parametri come le apparecchiature e gli strumenti all’avanguardia, la modernità delle sedi, l’adeguatezza dei protocolli diagnostici, ma sono stati presi in considerazione anche molti altri criteri di giudizio come la qualità dell’assistenza ai malati, l’approccio psicologico al paziente, l’eventualità di abbracciare una sorta di filosofia aziendale che considera tutto il personale (dai medici ai centralinisti) come un unico staff che si dà da fare per rispondere al meglio alle esigenze del malato. Ma vediamo uno a uno questi sei centri da Oscar, partendo, naturalmente, dall’unico centro italiano incluso nella lista: l’Ieo. Il centro è stato fondato nel 1994 da Umberto Veronesi. I direttori delle varie unità di medicina provengono da 8 diversi paesi europei. L’Istituto ha relazioni con tutte le principali organizzazioni internazionali di lotta contro i tumori. Altissima la qualità dei servizi basati su tecniche chirurgiche innovative e fondamentale il rapporto che viene a instaurarsi fra medici e pazienti: ogni medico si impegna non solo a curare il malato, ma anche a stabilire una buona “alleanza terapeutica”, in modo da conoscere perfettamente il suo punto di vista e soprattutto il suo stato d’animo. Nel 2006 l’Ieo ha ospitato 39mila nuovi malati. In Sudafrica abbiamo invece la Medi-clinic corporation. Non è un solo ospedale ma una rete di nosocomi privati presenti su tutto il territorio e attivi, con tre sedi, anche in Namibia. In tutto offrono 6400 letti. La struttura funziona da 25 anni ed è all’avanguardia nella lotta contro l’Aids. Della Medi-clinic corporation ha fatto parte anche Christian Barnard, il chirurgo che ha realizzato il primo trapianto di cuore. Due i centri americani premiati dall’“Hospital bench marking award”. Più che un centro, il primo, è rappresentato da una rete di medici, “Volunteers in medicine”, con sede nel Vermont e strutture sparse in tutti gli Usa. Medici che si adoperano per curare gratuitamente chi non può permettersi di accedere ai servizi sanitari, tenuto conto che in Usa l’assistenza sanitaria è privata. Ne fanno parte anche molti medici in pensione. A Phoenix, in Arizona, sorge invece il Barrow neurogical Institute, fondazione no profit dedicata all’ex pugile Cassius Clay, simbolo della lotta contro il morbo di Parkinson. Il centro è specializzato nella cura dei disturbi neurologici, e offre ottime possibilità di recupero a chi ha subito un ictus. Gli ultimi due della lista sono il giapponese Kameda medical center e il National healthcare group. Il primo è un ospedale privato di Kamogawa City caratterizzato da 31 dipartimenti e 862 posti letto. È stato soprannominato “l’ospedale senza carta e senza immagini”. È infatti l’ospedale numero uno per ciò che riguarda la tecnologia digitale innovativa. Presso questo centro i pazienti vengono trattati come se fossero in un albergo a 3 o 4 stelle. A loro disposizione c’è di tutto: internet, tv, la possibilità di incontrare amici e parenti 24 ore su 24. Infine il National healthcare group di Singapore è un gruppo ospedaliero pubblico che si è messo in evidenza per la grande capacità di soccorrere e curare vittime di disastri ambientali come lo tsunami del 26 dicembre del 2004 ed epidemie come la Sars. È inoltre all’avanguardia nella cura della malattie mentali. I servizi sono di altissimo livello e non riguardano solo il ricovero del malato, ma anche la prenotazione voli per raggiungere il centro medico, la richiesta di visti, l’assistenza pre e post ospedaliera, l’impiego di interpreti.
Iscriviti a:
Post (Atom)
-
Oggi praticamente ogni organo può essere trapiantato, consentendo la sopravvivenza (anche di molti anni) di individui altrimenti spacciati. ...
-
Adamo: 930 anni. Set: 912. Noè: 950 anni. Matusalemme: 969 anni... Sono gli anni che avevano alcuni dei più importanti personaggi della Bibb...
-
Incontro storico fra l'uomo più alto del mondo e quello più piccolo. È avvenuto in Turchia pochi giorni fa in occasione del Guinness Wor...