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martedì 1 novembre 2016

Note e neuroni: ecco come il cervello si accende ascoltando una canzone


Tanzania, Gola di Olduvai, due milioni di anni fa. Vivevano diverse specie di ominidi che comunicavano fra loro emettendo urla e gemiti. Europa, 10mila anni fa. C'era solo l'Homo sapiens sapiens che cominciò a soffiare dentro un osso di orso delle caverne per cercare di richiamare animali da addomesticare. Sono due esempi che illustrano l'intrinseca volontà dell'uomo di cimentarsi con i suoni, e di conseguenza con ciò che ha a che vedere con il mondo della musica. Che potrebbe avere definitivamente preso piede con le prime "comunità", dove le mamme canticchiavano delle ninne nanne ai piccoli, e gli uomini modificavano con spirito critico un grido per interloquire con un proprio simile. Jaak Panksepp, neuropsicologo della Bowling Green State University, negli Stati Uniti, e padre della neuroscienza affettiva, parla di "orgasmo della pelle", per indicare il calore suscitato dall'ascolto di un suono gradito e dell'importanza che ha avuto a livello antropologico.

L'uomo nasce con la musica perché con essa ha potuto evolversi e conquistare importanti traguardi cognitivi ed emozionali. Ancora oggi, quando ascoltiamo una bella canzone, si accendono aree cerebrali che parafrasano l'azione neuronale dei nostri avi, quando un'inaspettata successione di note era capace di evocare un ricordo, un sentimento. Edward Large dell'University of Connecticut, in Usa, dice che la musica parla al cervello. E presso il Music Dynamics Lab ha potuto provarlo indagando il comportamento della mente con la risonanza magnetica. I partecipanti ai test sono stati invitati all'ascolto dello Studio Op. 10 n. 3 Tristezza di Fryderyk Chopin, pianista polacco, celebre per le sue opere romantiche e melodiche. Large ha visto che la musica eccita il cervello, coinvolgendo più aree; soprattutto quelle legate alle emozioni, alle capacità motorie e ai neuroni specchio.

L'emozione non è sempre la stessa. E può dipendere dal tempo musicale. Quando i tempi sono inferiori ai 60 battiti al minuto, la musica infonde tranquillità. Se scende a 30 o 40 può suscitare sentimenti malinconici. L'ideale è un tempo compreso fra i 60 e gli 80 battiti al secondo, che imita l'andamento medio del battito cardiaco; e ci riporta all'ascolto inconsapevole del cuore materno. Il coinvolgimento delle aree motorie cerebrali può essere facilmente perscrutabile osservando l'atteggiamento di un bambino alle prese con la musica; un'età inferiore ai tre anni e nessuna inibizione, e muoverà di sicuro anche e bacini. A differenza dell'adulto che, limitato dal pudore e dal timore di fare brutta figura, potrà al massimo tenere il tempo con un piede. Ma è grazie a questo innatismo comportamentale che sono nate le danze che ancora oggi rappresentano un aspetto preponderante della società. E la musica, infine, coinvolge i neuroni a specchio, fondamentali per metterci in relazione con gli altri: il bimbo impara così a sbadigliare e a sorridere; e dunque a interpretare il valore di un suono o di una melodia.

Su Nature si arriva a conclusioni simili chiamando in causa l'ippocampo, zona cerebrale legata alla memoria e al rafforzamento delle emozioni. E' una sorta di hard disk cerebrale che accumula esperienze e sensazioni; che possono essere riaccese ascoltando una determinata canzone. Esperti della California University, in Usa, hanno evidenziato in prossimità della corteccia mediale prefrontale, in corrispondenza della fronte, un complesso neuronale che mette in relazione l'ippocampo alla corteccia uditiva. Qui è incisa la colonna sonora della nostra vita. E' così che una vecchia canzone che credevamo dimenticata, riascoltandola, è capace di farci rivivere grandi emozioni, e compiere un viaggio nel tempo e nei ricordi. Come accade con i profumi che, annidandosi in recondite aree cerebrali, possono all'improvviso riportarci in un'epoca lontana della nostra esistenza.

Le ricerche sulla relazione musica-cervello permettono infine di fronteggiare da un nuovo punto di vista le malattie neurodegenerative. L'Alzheimer colpisce milioni di persone, provocando un declino cognitivo progressivo, si presume dovuto all'accumulo di particolari proteine, le beta amiloidi. Ma se è vero che alcune aree del cervello contenenti i ricordi, sono suscettibili all'ascolto della musica, si può presumere che una melodia possa davvero rintuzzare la memoria e migliorare le condizioni di un paziente colpito da demenza senile. E forse aiutare anche chi soffre di Parkinson, autismo o dislessia.

Del resto l'ascolto di un bel motivo musicale è indicato anche a chi non ha grossi problemi di salute, ma ha semplicemente voglia di concedersi a uno svago che da sempre accompagna il cammino dell'uomo. Doveva pensarla così William Shakespeare quando scrisse che «l'uomo che non ama la musica dentro di sé e non è commosso dall'accordo di dolci suoni, è incline ai tradimenti, agli stratagemmi e ai profitti; i moti del suo spirito sono tristi come la notte, e i suoi effetti bui come l'Erebo: non fidatevi di un uomo simile».

mercoledì 3 ottobre 2012

Le canzoni di oggi? Sempre più tristi


Le canzoni moderne sono più tristi di quelle del passato? Secondo numerosi studi parrebbe di sì. È necessario innanzitutto partire dal presupposto che l'allegria e la tristezza di un brano dipendono da due aspetti chiave: la tonalità, minore o maggiore, e il tempo, più o meno accelerato. Una canzone è, dunque, triste, tanto più il suo tempo è rallentato in tonalità minore. Sulla base di ciò gli studiosi hanno rivelato che negli ultimi cinquant'anni le canzoni sono divenute più malinconiche poiché questi parametri si sono riscontrati sempre più spesso. Basta dare un'occhiata all'immagine seguente. I pallini blu indicano le melodie in minore, quelli rossi, in maggiore. Come si può notare, col passare degli anni, i pallini blu aumentano, suggerendo che, sostanzialmente, le canzoni sono sempre più tristi. 


In generale s'è visto che nel periodo compreso fra il 1965 e il 1969 la tonalità maggiore era utilizzata nell'85% delle canzoni, con un tempo medio di 116,4 bpm (battiti per minuto). Oggi, invece, s'è visto che la tonalità maggiore è scivolata al 42,5%, con un rallentamento dei tempi, in media di 99,9 bpm. Un'altra curiosità riguarda gli interpreti delle canzoni. Cinquant'anni fa il 79% dei cantanti era di sesso maschile, a differenza del 61,7% della situazione attuale. Sicché, parlando di canzoni tristi, viene utile spolverare uno studio condotto dalla SIAE inglese – coinvolgendo quasi duemila persone - incentrato sulle canzoni più tristi di tutti i tempi. In testa ci sono i REM con “Everybody Hurts”, seguiti da Eric Clapton con “Tears In Heaven” di Eric Clapton e Leonard Cohen, con “Halleluja”. Sarebbe bello fare la stessa cosa per le canzoni italiane...

martedì 19 giugno 2012

Il destino della musica? È nelle mani di Darwin


E se le leggi darwiniane servissero anche a capire il destino della musica? Stando, infatti, a uno studio inglese, sarebbe possibile scrivere la perfetta canzone pop grazie a un sistema computeristico basato sulla selezione naturale di Darwin. Un mix fra scienza e arte, è la proposta del team del'Imperial College di Londra, basato sulla capacità di “intuire” il cammino della musica moderna; non in base allo studio dei principali compositori, bensì su quello degli ascoltatori. È l'ascoltatore, infatti, che seleziona le musiche a disposizione, decretandone i vincitori, proprio come accade nella competizione fra le specie naturali. Così sarebbe possibile risalire – attraverso l'evoluzione darwiniana – alla canzone pop ideale per la nostra società (e per i tempi che corrono). Armand Leroi, coautore della ricerca dell'Evolutionary Development Biology dice: «Noi sappiamo che ogni artista influenza un altro. È stato così per Bach, Beethoven, Brahms. È così per MacCartney e Gallaghers degli OASIS. Tuttavia ci si chiede: qual è il vero motore dell'evoluzione musicale?». È stato approntato un software noto come DarwinTunes. È un contenitore di “sezioni” di rumori e suoni votati da un campione di utenti (7mila persone). I pezzetti più votati – un centinaio - venivano “mischiati” fra loro, fino a creare nuove composizioni che venivano di nuovo votate. Così i brani più gettonati, in pratica, andavano avanti “riproducendosi”, mentre gli altri scomparivano (come accade nell'estinzione delle specie). Dopo circa 2500 trasformazioni – vale a dire generazioni di canzoni – si è arrivati all'elaborazione di veri e propri brani, plasmati secondo le esigenze moderne. E ricombinati proprio come accade a livello cromosomico. La ricerca offre, dunque, due spunti importanti. Dal primo si conferma il fatto che le teorie darwiniane possono essere messe in campo anche in ambiti lontani dalla biologia; dall'altro si può pensare di comprendere il motivo per cui alcuni generi musicali sopravvivono nel tempo a discapito di altri.

 

giovedì 24 maggio 2012

La musica dell'assenza: appuntamento a Mantova

Domani a Mantova presento il libro “La musica dell'assenza”, chi dovesse trovarsi da quelle parti... 


L'articolo uscito su La Provincia di Cremona: 

La ‘guerra’ della musica nel Novecento è stata vinta dal rock’n’roll che ha monopolizzato il pianeta a livello di contenuti e di vendite. Ma chi ha perso questa guerra? L’interessante, curioso e originale saggio scritto da Gianluca Grossi parte proprio da questo domanda per riscoprire e rivalutare i ‘perdenti’. Inizia così la ‘caccia’ a 31 generi dimenticati da pubblico e case discografiche che vengono inquadrati storicamente e musicalmente. E spunti e curiosità non mancano per sbalordire e coinvolgere il lettore. Dall’insubre (la canzone popolare lombarda) al raï algerino, dalla klapa croata al shamisen giapponese, dal bluegrass statunitense allo yodel svizzero. E dietro a ogni genere si nasconde la storia di un popolo, di una terra, di un’autenticità che si è conservata nel tempo e di un’evoluzione dettata dal cuore, dalla vita quotidiana e non dai ‘doveri’ economici. 

Il programma di domani: 

Venerdì 25 maggio 2012 

ore 11.00 Piotta incontra i “nativi digitali” delle scuole medie superiori di Mantova@Arci Tom Tommaso “Piotta” Zanello, cantante, musicista e produttore, incontrerà i ragazzi delle scuole medie superiori di Mantova. Partecipa Claudio Formisano, presidente di Disma Musica. > 14 - 17.00 riunione del Gruppo di Lavoro Nazionale sui “Diritti Culturali” e dei soci Arci della BJCEM. Partecipa Emiliano Paoletti, Segretario Generale della Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo. > ore 16.00 – 18.30 Workshop 1: La musica è sostenibile @ presso l'Associazione industriali in Piazza D'Arco In collaborazione con “Mantova Creativa” Ne parliamo con: Alessio Pascucci - Etruria Eco Festival, Pierpaolo Fortunelli - Eco Luce, Cesare Buffone – Punto 3 srl, Alberto Ravalli - architetto > ore 19.00 “Un libro per aperitivo” @ Libreria “Il pensatoio” Arci Book presenta il libro “La musica dell’assenza” di Gianluca Grossi – Edizioni Arcana Appuntamento nell’ambito del “Maggio dei Libri” promosso dal Centro per il Libro e la Lettura del MIBAC > ore 19.00 “Acoustic words” @Arci Tom Arci Real intervista “in acustico” le bands: Ila Rosso, Ettore Giuradei > ore 21.30 concerto (ingresso con tessera Arci e sottoscrizione di 5 euro) Didascaly – in collaborazione con la Ligue de l’Enseignement – Fal44/Nantes (Francia) Moseek – selezionati contest Suoni Reali in collaborazione con BJCEM/WEYA, MEI, Zimbalam, BedShow NADAR SOLO PERTURBAZIONE Piotta

lunedì 8 agosto 2011

27 anni da rockstar: un mito da sfatare


La triste e improvvisa dipartita della cantante Amy Winehouse porta di nuovo al famoso dibattito relativo al fatidico compimento del ventisettesimo anno di età: davvero questo traguardo è associabile statisticamente al maggior numero di morti fra le rockstar? A 27 anni sono, infatti, deceduti Brian Jones (Rolling Stones), Jim Morrison (The Doors), Jimi Hendrix, Janis Joplin e Kurt Cobain (io aggiungerei anche Robert Johnson)... Ora un sito inglese - http://www.crispian-jago.blogspot.com/ - cerca di svelare l'arcano mistero elencando 100 figure cult dell'universo rock e sviluppando un grafico (1) evidenziante l'età più critica per le rockstar. In effetti, dal consequenziale grafico 2, emerge che in corrispondenza del 27esimo anno il numero di decessi è superiore a quello di tutte le altre età: ce ne sono ben sei. A seguire con 4 dipartite cadauno le seguenti età: 26, 33, 36, 49, 50. In realtà, si evince dal sito, questo dato non prova statisticamente nulla, anzi: supponendo di aumentare il campione da cento a mille rockstar, probabilmente la linea dei ventisettenni sarebbe molto meno significativa. Il fenomeno è probabilmente dovuto al fatto che – in corrispondenza del 27esimo anno di età – dopo vari anni di vita all'insegna di sesso, droga e rock 'n' roll, un organismo è più facile che soccomba agli stravizi. Tutto qua. Alla luce di ciò è possibile affermare che non esistono prove “scientifiche” a favore della tesi “maledetta” del club 27, se non la voglia di rendere ulteriormente affascinante il mondo della musica leggera. 

Grafico 1

Grafico 2

venerdì 20 maggio 2011

SUONI FUTURISTI

Dalla chitarra senza corde, al “sequencer matematico”, passando per l'organo ad acqua e il piano virtuale. Sono parecchi i nuovi strumenti musicali proposti dal mercato, alcuni dei quali già sperimentati da artisti di successo. Ma la sfida non finisce qui. Il futuro potrebbe, infatti, riservare molte altre sorprese, grazie a due discipline sempre più legate alla musica: l'informatica e la fisica del suono

Kitara, la chitarra senza corde

Sostituire le corde, accordare, cercare plettri finiti chissà dove, verificare ossessivamente lo stato di usura dei tasti. Sono tutte azioni che chiunque strimpelli una chitarra sa bene cosa vogliono dire: una gran scocciatura. Ma fra non molto potrebbero diventare un lontano ricordo. Stando, infatti, al parere di esperti della lavorazione di strumenti musicali, le chitarre di domani, saranno molto diverse da quelle attuali: offriranno più chance di divertimento e azzereranno le noiose perdite di tempo legate alla manutenzione dello strumento. A un primo significativo risultato, in realtà, si è già giunti, con un prodotto diffuso da poco, lanciato da Misa Digital Instruments, global company australiana, con sedi sparse un po' in tutto il mondo, Europa compresa. Il riferimento è alla prima chitarra senza corde, la Kitara, basata sull'azione di un controller MIDI (acronimo di Musical Instrument Digital Interface). Con la mano sinistra si pigiano le note lungo il manico, proprio come se si stesse elaborando un accordo o un assolo su uno strumento tradizionale; con la destra, invece, si lavora su un touchscreen rettangolare, imitando un arpeggio o una pennata a seconda delle esigenze del pezzo che si sta eseguendo. Esistono due versioni: quella standard e la “Limited Edition”. Da un punto di vista estetico sono identiche, ma la seconda è realizzata con materiali più pregiati che le conferiscono maggiore resistenza e duttilità. Il loro peso si aggira intorno ai tre chilogrammi, il costo è di circa 650 euro.
Con lo stesso linguaggio MIDI prende vita The Samchillian, controller rappresentato da due serie di tasti: alla prima corrispondono le sette note del pentagramma, alla seconda operazioni algebriche. Se si suona un Do con la mano sinistra, con la destra si può calcolare di salire di due toni per ottenere un Mi e di altri due toni per arrivare al Sol#. In pratica si compiono mentalmente somme e sottrazioni, consci del fatto che fra ogni nota esiste lo spazio di un tono, tranne fra il Mi e il Fa e il Si e il Do, divisi appena da mezzo tono. Dal design avanguardistico, il prodotto è disponibile in una vasta gamma di colori. È inoltre molto comodo da maneggiare, con la sua impugnatore ergonomica, e la connettività wireless che permette il funzionamento di un piccolo visore centrale, sul quale seguire l'andamento delle operazioni matematiche e verificare l'attivazione della nota prescelta. Ai profani può sembrare assurdo uno strumento del genere, in realtà, chi lo ha già sperimentato, afferma che è molto utile per ottenere melodie e armonie assolutamente originali.
Un sequencer che permette, invece, di “toccare” i suoni con mano è il cosiddetto “beatbearing”, detto anche “sequencer con le palle”. È l'invenzione di un ricercatore di Belfast, Peter Bennett, del Sonic Arts Research Centre, presso la Queen University. Lo strumento può essere assimilato a una tavola imbandita, con recettori sviluppati su un'interfaccia leggibile da chiunque. Ci sono delle palline argentate che vanno posizionate in appositi incavi, per ottenere i suoni percussivi desiderati: cassa, rullante, charleston, campanacci... Si stabilisce una velocità in battiti per minuto (bpm) per ottenere, infine, qualunque tipo di accompagnamento. È lo stesso approccio adottato dal più famoso Tenori-On, un sequencer audio e video ideato dal performer giapponese Toshio Iwai, dipendente del Yamaha Center for Advanced Sound Technology. La sua prima presentazione risale al 2005, in occasione della conferenza Special Interest Group o Graphics and Interactive Yechniques (SIGGRAPH), che ogni anno si tiene a Los Angeles. Lo strumento, caratterizzato da una superficie quadrata trasparente, funziona tramite 256 tasti-led da cui è possibile ricavare suoni peculiari, contemporaneamente all'emissione di fasci di luce. Lo hanno già sperimentato molti musicisti dello star system fra cui Jean Michel Jarre e The Books.
Tra i nuovi strumenti musicali ci sono anche i prodotti Eigenharp, giudicati i più rivoluzionari degli ultimi sessant'anni. L'idea iniziale risale ai primi anni Novanta, il via ai lavori a una decina di anni fa. A capo dell'iniziativa c'è John Lambert, esperto di musica e software musicali, al soldo dell'Eigenlabs, compagnia con sede in Inghilterra. Tre le versioni in commercio: Alpha, Pico e Tau, tutte intorno ai 4500 euro. Sono il risultato dell'incontro fra un sintetizzatore avanzato e un beatbox. Pratici e versatili, rimandano a sonorità anni Ottanta, la forma a quella di un vecchio fagotto. Sono caratterizzati da 134 tasti, riconducibili a quelli di una tastiera, compatibili con Mac e Windows. Il lato destro permette di passare da uno strumento all'altro, quello sinistro di moderare intensità e intonazione di note e melodie. Si reggono comodamente in mano e si suonano stando seduti per calibrare meglio il peso. Su Youtube circolano numerosi video che ben rappresentano il sound ottenibile e le tecniche per suonarli con successo.
C'è poi il “Laser Virtual Piano”, una tastiera virtuale, composta a 25 tasti, proposta dalla giapponese DID. Funziona grazie a una scatoletta che, posta su un tavolo o su una superficie piana, è in grado di proiettare, tramite raggi laser, i tasti del pianoforte tradizionale. Si suona come un piano che, però, di fatto, non esiste. I suoni possono variare in base al programma selezionato, passando dal piano, all'organo, al clavicembalo.
Altrettanto avveniristico l'hidraulophone, detto anche “flauto ad acqua”. Il suo funzionamento è sbalorditivo: sfrutta il movimento dell'acqua per ottenere suoni. Con i piedi e con le mani si bloccano delle fessure poste su un tubo-tastiera, producendo note riconducibili a quelle emesse da uno strumento a fiato. Presentato per la prima volta lo scorso anno a San Francisco, è frutto dell'attività di Steve Mann, scienziato canadese, laureato al MIT di Boston. Ne esistono numerose versioni, pubbliche e “casalinghe”. Le prime, come quella presente presso il Centro Scientifico dell'Ontario, sono dotate di canne, tipo quelle degli organi suonati in chiesa; le altre sono più semplici, possono aver la forma di un grosso pesce ed essere attivate ai bordi di una vasca da bagno. L'idea non è nuovissima. Qualcosa del genere, infatti, è stato proposto sottoforma di organo idraulico da Ctesibo di Alessandria, più di duemila anni fa.
E il futuro degli strumenti musicali? Potrebbe basarsi sui progressi dell'informatica e dello studio della fisica del suono. Con l'informatica, già oggi, siamo in grado di creare melodie con semplicissimi strumenti che traducono in note input gestiti da software. Per certi versi anche un telefonino è già in grado di creare “canzoni”. ZooZBeat permette di cimentarsi con diversi strumenti agitando l'iPhone, parafrasando le operazioni di un sequencer. La scelta di strumenti è assai varia e comprende suoni di tastiera, basso e percussioni. Il tutto seguendo un tempo prestabilito. Ancora più affascinante la possibilità offerta dal mondo della fisica, che, però, per il momento, è a esclusivo appannaggio dei ricercatori. Ancora non si può palare, infatti, di veri strumenti musicali, ma di tentativi di ottenere suoni mai uditi prima, confrontandosi con applicazioni sperimentali difficili da comprendere se non si hanno delle solide basi scientifiche. A questo scopo gli studiosi impiegano i cosiddetti “sistemi dinamici caotici all'interno degli algoritmi di sintesi del suono”. Attualmente sono stati sviluppati, da scienziati dell'Università della Calabria, tre diversi oggetti musicali: il Chaotic Synth, il Timbralizer e il Chaotic Modulator. Sono tre prototipi elaborati valutando aspetti complessi della fisica del suono, inerenti proprietà standard delle onde sonore come frequenza, ampiezza e velocità.

sabato 14 maggio 2011

Il suono delle tre "J"

Monteleone (a destra) con un amico

Provengono da famiglie di origine napoletana e siciliana e grazie al loro ingenio rivoluzionano il mondo della liuteria americana: sono John D'Angelico, James D'Acquisto e John Monteleone. La loro produzione è oggi ambitissima soprattutto dai jazzisti. Ma le fanno la corte un po' tutti, da Paul Simon a Mark Knopfler, passando per George Benson e Steve Miller. Oggi vengono ufficialmente ricordati in una mostra aperta fino a luglio presso il Metropolitan Museum di New York.

Ai suoi clienti si presenta come una tipica macchietta italiana: con la canottiera unta, gli occhiali sulla punta del naso e un grembiule da macellaio. Tutti, però, sanno che dietro a quell'umile figura si cela uno dei più grandi liutai di tutti i tempi: John D'Angelico. Oggi le sue chitarre valgono una fortuna e qualunque chitarrista farebbe carte false per accaparrarsene una. Il motivo è presto spiegato; all'estrema originalità del design, D'Angelico affianca l'utilizzo di legni assai pregiati, in grado di conferire ai suoi prodotti un suono inimitabile: l'abete per top e catene, l'acero per fasce, fondo e manico, l'ebano per le tastiere. Lavora rigorosamente a mano, mettendo in pratica i trucchi imparati dal prozio Ciano, anche lui immigrato negli USA, da Napoli, in cerca di fortuna. Nato a New York nel 1905, nel 1923 D'Angelico si mette in proprio, prendendo come riferimento un modello preciso di chitarre: le cosiddette archtop con le buche a effe, fra le quali la famosa Gibson L5, la regina incontrastata di questo tipo di prodotti.
Fra il 1932 e il 1964, anno della sua morte, realizza 1164 chitarre, stabilendo una propria linea di modelli che ancora oggi fa scuola. Sono fondamentalmente chitarre acustiche, alle quali, dagli anni Cinquanta, vengono spesso aggiunti dei pickup per l'amplificazione. La Excel è uno dei modelli più gettonati della produzione D'Angelico. Caratterizzata da una cassa leggermente più larga della Gibson, intorno ai 43 centimetri, presenta intarsi in madreperla decorati da figure geometriche e il ponticello regolabile in ebano. Fra i suoi più celebri acquirenti c'è George Benson, gigante del jazz mondiale, che la utilizza per vari dischi negli anni Settanta. Oggi i lavori di D'Angelico possono essere visti da tutti, in occasione di una mostra intitolata “Guitar Heroes: Legendary Craftsmen from Italy to New York”, presso il Metropolitan Museum of Art di New York: la struttura, inaugurata nel 1872, ospita più di 5mila strumenti musicali provenienti da ogni angolo del pianeta, alcuni dei quali risalenti al 300 a.C.
L'appuntamento newyorkese offre, dunque, l'opportunità di soffermarsi su una realtà poco conosciuta del Novecento musicale statunitense: quella dei liutai italiani. New York, New Jersey, Long Island, Westchester County, sono i luoghi dove prendono dimora abilissimi artigiani della chitarra provenienti dal Belpaese, dando vita a una stagione produttiva di strumenti musicali irripetibile. Non è un caso: «Alla fine del Diciottesimo secolo, Napoli era diventata il principale centro italiano di strumenti a corda», racconta Jayson Kerr Dobney, curatore della mostra. «Anni dopo, molti di questi maestri liutai emigrarono in massa verso New York e negli anni a cavallo fra il 1890 e il 1920 godettero di estrema popolarità in America». La loro abilità consiste nel saper coniugare elementi della costruzione del violoni e dei mandolini con quelli della chitarra, per dare vita a strumenti con un suono più potente e originale. Fra questi non c'è solo D'Angelico, ma anche James D'Acquisto e John Monteleone, che nell'insieme vanno a costituire le cosiddette tre “J”.
D'Acquisto nasce a Brooklin nel 1935, da una famiglia di italiani originaria di Palermo. Da adolescente visita la bottega di D'Angelico e rimane stregato dai lavori del connazionale. Si propone come apprendista: a 17 anni comincia la sua esperienza lavorativa. Per dodici anni rimane al fianco del suo primo e unico datore di lavoro, in questo caso un vero e proprio maestro, dopodiché decide di continuare da solo la sua avventura di liutaio. Tenta di avviare un'attività senza fortuna a New York, ma poi si sposta a Long Island dove le cose cominciano a girare per il verso giusto. Il successo arriva a Greenport. I suoi primi lavori risentono enormemente dello stile D'Angelico, ma poi, pian piano, assumono una linea propria, gradita da sempre più chitarristi: Paul Simon, Chet Atkins, Mark Knopfler. Con Steve Miller, in particolare, stringe uno stretto rapporto di stima e amicizia. Segna la storia della produzione chitarristica degli anni Ottanta, e ancora oggi le sue chitarre sono molto ricercate. Un esempio? La Fender “D'Acquisto Elite”, un gioiello molto raro, risalente al 1984, in cui acero, abete ed ebano, concorrono per conferirle un suono inconfondibile, potente e brillante. È una delle preferite dai jazzisti di mezzo mondo.

Campagna pubblicitaria per le chitarre D'Angelico

La terza “J” è quella di John Monteleone, anche lui di New York, dove nasce nel 1947. Mamma e papà sono di origine palermitana. Il padre lavora per l'aviazione industriale: è lui ad avviarlo alla lavorazione dei primi modelli in legno, da cui prenderanno forma le sue eccezionali chitarre. Intanto impara a suonare: chitarra e violino. Parte con l'elaborazione artigianale del mandolino, forgiando strumenti mai visti sul mercato, che vengono apprezzati da tutti i più importanti musicisti statunitensi: in America il mandolino rappresenta lo strumento principe per diversi generi musicali fra cui bluegrass, country music e appalachian music. Lavora sulle forme, consentendo la produzione di oggetti musicali dai suoni innovativi. In seguito passa alle chitarre, giungendo anche in questo caso a risultati eccellenti. Nei suoi prodotti non rinuncia, peraltro, all'aspetto puramente artistico, soffermandosi perfino su tratti architettonici déco di New York, come il grattacielo Chrysler.
Il successo delle tre J non è comunque casuale, poiché l'Italia è da sempre all'avanguardia nel campo della liuteria. Gli sforzi principali sono stati compiuti durante il Rinascimento, dopodiché sono state apportate pochissime modifiche nelle tecniche necessarie alla costruzione degli strumenti musicali. La città simbolo della liuteria nazionale, contrariamente a quanto possa far sembrare l'apoteosi dei tre artisti italoamericani, è Cremona. Qui nacquero le botteghe di liuteria più importanti come quelle di Antonio Stradivari e Giuseppe Guarneri del Gesù, i due più grandi liutai di tutti i tempi. In città è stata anche fondata nel 1980 l'ALI, Associazione Lituaria Italiana, che riunisce alcuni fra i migliori liutai e archettai professionisti e liutologi del Paese. Contendono lo scettro di Cremona altre due città europee: Granada, in Spagna e Mirecort, in Francia.

mercoledì 13 aprile 2011

LE CANZONI CHE VERRANNO


La musica del futuro? Un mix fra scienza e fantascienza, il risultato dell'azione di software super-intelligenti e dell'applicazione di equazioni differenziali. Spigolature Scientifiche ha condotto un'indagine, interpellando i maggiori esponenti della realtà musicale italiana, scoprendo come nasceranno nuovi generi e suoni e come per tutti sarà possibile cimentarsi con uno strumento. Ma non saranno più gli USA a dominare il mercato discografico, bensì la Cina. Rispettando l'ambiente.

Pensare oggi a prodotti tecnologici in grado di produrre qualunque tipo di suono non desta più alcuno stupore. Ma immaginiamo cosa ne avrebbe pensato un abitante del Paleolitico: abituato a creare musica con pietre, conchiglie, ossa, corna, che reazioni avrebbe avuto davanti al suono di una tastiera super amplificata o al martellante incedere percussivo di una drum machine? Certo, non si sarebbe mai potuto immaginare che millenni dopo la sua esistenza sarebbero potute comparire “invenzioni” in grado di arrivare a tanto. E come lui, probabilmente, molti altri musicisti e musicologi che si sono succeduti nel tempo, con la loro fame di note e accordi, compresi i migliori autori della prima metà del Ventesimo secolo, già considerati ultramoderni. Ecco perché noi stessi, dinanzi al quesito “quale sarà la musica del futuro?” rimaniamo basiti, incapaci anche solo di provare ad azzardare un'ipotesi. Gli accademici e i professori universitari sono i meno disposti a lasciarsi andare. Al contrario osano di più i giovani – con una cultura musicale fittizia – o i responsabili di riviste musicali di tendenza.
“Quale sarà secondo voi la musica del futuro?”, è il quesito posto all'interno del forum di webdeejay.it, che rende bene l'idea della spontaneità e la fantasia di chi affronta la musica per istinto, passione pura, senza preconcetti o indottrinamenti particolari. Sono arrivate varie risposte. Albiz94 è convinto che la musica del futuro sarà figlia di produzioni dub-step; per AlexErre Dj ci sarà un ritorno prepotente della dance; Lukigno sponsorizza un'house con numero di bpm (battiti per minuto) inferiore ai brani odierni, ma anche un boom della world music, in virtù della globalizzazione; Davidz parla di fusione di generi per ottenere chimere musicali fantascientifiche come la folk-house. Girando per internet si scoprono altre avveniristiche ipotesi che auspicano il ritorno della musica hippy, assurdi incroci musicali fra ultranoise, neo kraut e post industrial, suoni “fisicamente” inspiegabili con la tecnologia attuale, software in grado di creare dal nulla canzoni nuove, digitando percentuali relative a singoli artisti, per ottenere ibridi eccellenti: 20% Rem, 40% Muse, 35% Radiohead, 5% Roberto Vecchioni!
«Credo che la musica del futuro viaggerà su due canali: quello tradizionale e quello futurista», ci spiega Franco Rossi, presidente dell'Accademia di Musica Moderna, che in tutt'Italia coinvolge circa 3mila ragazzi. «Da una parte si lavorerà per mantenere vivi i generi di sempre, dall'altra ci si evolverà musicalmente di pari passo con il perfezionamento delle tecnologie. Già oggi con software come Pro Tools ci possiamo fare i dischi in casa, un domani, con il raffinamento di questi strumenti, potremo arrivare a realizzare dischi con una facilità estrema e creare musica, o generi musicali completamente nuovi, sarà davvero alla portata di tutti». Più pragmatico Emanuele Senici, musicologo dell'Università La Sapienza di Roma: «Impossibile dire quel che sarà la musica del futuro se non avanzando tesi senza grande cognizione. Quel che posso affermare con relativa certezza, è che la musica del futuro dipenderà strettamente da due fenomeni: la digitalizzazione del suono - ormai affermata, ma ancora in evoluzione - e la globalizzazione».
La musica potrebbe, dunque, cambiare faccia in virtù di un'omogeneizzazione dei generi, sottoposti a continue modifiche, dettate da individui che ragioneranno sempre più con la stessa testa, con lo stesso imprinting sonoro. Ma ci sarà ancora chi detterà legge, come hanno fatto e stanno facendo gli USA e la Gran Bretagna dagli anni Cinquanta a oggi, come fecero gli europei e in particolare i viennesi, dal XVIII al XIX secolo, con Mozart, Beethoven, Schubert, Strauss, Brahms. «A questo proposito mi rendo conto che la Cina sta crescendo sempre più anche dal punto di vista musicale», rivela Senici, «con ciò non mi meraviglierebbe se la musica del futuro venisse proprio da lì».


Pechino è oggi interessata dai lavori di Wang Leehom, trentacinquenne con una proposta musicale intrigante: il suo stile è figlio di melodie tradizionali cinesi e suoni occidentali. Wang Leehom canta e suona di tutto: chitarra, violino, flauto cinese, batteria, pianoforte. Nella sua carriera ha già inciso tredici album, vendendo più di 15 milioni di dischi e vincendo numerosi premi. Sa Singding è stata, invece, definita la “Bjork cinese”; (la Bjork di Reykjavik non ha bisogno di presentazioni: già da tempo contribuisce all'evoluzione della musica moderna offrendo prodotti contaminati da ogni genere, dall'elettronica al trip-hop, dall'alternative rock all'ambient). Ha suonato anche a Milano lo scorso anno, all'Arena Civica. La sua musica è ancora più imprevedibile di quella di Wang Leehom. Alla sua voce coinvolgente, rispondono melodie inclassificabili, sonorità elettroniche, amplificate da giochi visivi sorprendenti e da un uso originale dei costumi sul palco. Anche i critici hanno difficoltà a parlare del suo mondo musicale, riferendosi genericamente a suoni ambient-elettro, con spettacolari successioni di note riconducibili alle progressioni musicali tipiche delle ballate popolari. Il debutto è avvenuto nel 2008 con l'album “Alive”, premiato con il prestigioso BBC World Music Award.
Più in là c'è il Giappone e anche qui le novità musicali avanguardistiche non mancano. In prima linea c'è il primo artista che ha saputo coniugare in modo assolutamente originale musica e scienza. È Keiichiro Shibuya che lavora in stretta collaborazione con Takashi Ikegami, professore di ricerca di sistemi complessi presso la Tokyo University. Difficilissimo dare un nome alla musica di Shibuya, «battiti minimali che sanno di techno, eruzioni vulcaniche fatte di bit 0 o 1, colate laviche composte da chip e circuiti, nebbie sulfuree programmatiche e programmate», secondo i critici di Onda rock. Si scomodano i generi più disparati senza arrivare da nessuna parte: glitch? noise? elettronica di stampo improv? «Qualcuno ha parlato della mia musica come di suono del caos», rivela lo stesso Shibuya, «io posso solo dire che dal punto di vista tecnico ho adoperato un attrattore di Lorenz (il primo esempio di un sistema di equazioni differenziali in grado di generare un comportamento “complesso”) per generare orbite sonore tridimensionali».
Ma non tutti gli addetti ai lavori credono in un futuro particolare per la musica. C'è anche chi sostiene che tutto quello che c'era da dire sia stato detto e che ciò che verrà sarà sono un “riciclo” di canzoni, musiche, e generi obsoleti.
«La parola futuro evoca, di solito, suggestioni positive e incoraggianti», dice Federico Guglielmi, giornalista di Mucchio Selvaggio, scrittore e critico musicale, ex direttore dell'etichetta indipendente High Rose. «In ambito musicale, però, nulla lascia supporre l’eventualità di chissà quali roboanti rivoluzioni prossime venture: agli occhi - cioè, alle orecchie - di un osservatore esperto, il futuro dell’espressione attraverso il suono sembra essere alle sue spalle, come dimostra il fatto che, da un paio di decenni, le novità consistono nel riciclaggio più o meno creativo di moduli preesistenti, nel copia e incolla da canzoni del passato, nella mescolanza di stili. Difficile che si inventino strumenti capaci di produrre sonorità mai udite, difficile che qualsiasi cosa si ascolterà non avrà almeno in buona parte il sapore del “già sentito”».


In ogni caso, un po' ovunque, si continua a produrre musica con passione, convinti della possibilità di ritrovarsi dall'oggi al domani con qualcosa che sconvolgerà completamente i paradigmi musicali attuali. Guardando all'Italia, non mancano i classici, ma nemmeno prodotti che strizzano l'occhio al futuro in modo più o meno convincente. «Da noi abbiamo varie proposte originali, che anziché sfidare le mode le impongono», racconta Antonio Cooper Cupertino, sound engineer delle Officine Meccaniche, studio cult milanese dove hanno registrato un po' tutti, dai Franz Ferdinand ai Muse, passando per Vibrazioni, Negramaro, Ligabue e Laura Pausini. «Personalmente ritengo che le proposte più accattivanti derivino dal mondo indie, da personaggi come Moltheni, Teatro degli Orrori, e soprattutto Verdena. Parte del loro penultimo disco lo abbiamo registrato qui». I Verdena provengono da Bergamo e hanno appena chiuso il nuovo disco “Wow” per la Universal. Il loro genere non è etichettabile. Per descriverli, i principali critici italiani, hanno scomodato nomi come Nirvana, Beach Boys, Flaming Lips, Air, Arcade Fire, Franco Battiato. Un mix di intenzioni e generi quantomeno originale (e futuristico).
La musica che verrà potrebbe anche andare a braccetto con l'idea di sostenibilità ambientale, e con la necessità quindi di fare musica e divulgarla senza provocare danni di natura ecologica. Anche in Italia ci sono gruppi che si stanno muovendo in questa direzione, come i JoyCut, di apertura alla superband degli Editors in Italia nel 2007. Rappresentano la band eco-wave per eccellenza: hanno registrato il loro ultimo disco a Londra nel primo studio europeo alimentato a energia solare e realizzato interamente con materiali eco-compatibili. Anche loro guardano al futuro con una marcia in più, convinti della necessità di rinnovarsi continuamente, secondo il mensile Blow Up «su quella linea di continuità che lega i Joy Division e i Cure agli Interpol», gruppi che hanno senz'altro saputo creare nuovi stili musicali. «Qualsiasi genere sarà preponderante nel futuro della musica tra 50-100 anni, ci auguriamo che ci siano più musicisti a sostegno dell'ecosistema che per fortuna in Italia stanno già emergendo», dichiarano i responsabili di Rockerilla, fra i magazine musicali del Belpaese più gettonati. «Auspichiamo anche un maggior numero di festival come il Play4Climate, il CO2 Neutral Music Festival di Copenhagen o il nostrano Play on plaid Festival, che i dischi vengano registrati esclusivamente in Solar Powerred Studio e gli strumenti musicali siano totalmente eco-friendly».
Un modo interessante, infine, per capire la direzione che sta prendendo la musica e ipotizzare i generi del domani è tenere conto dei gusti dei giovanissimi. È probabile che la musica dell'immediato futuro possa, infatti, essere figlia dei generi che in questo momento vengono maggiormente apprezzati. «I gusti dei ragazzi che oggi scelgono di frequentare una scuola musicale variano in base alla località geografica», ci spiega Franco Rossi. «Abbiamo notato che al nord i più giovani amano cimentarsi soprattutto con il rock e l'hard rock; in Toscana con il metal; in Sicilia con il pop e la canzone d'autore. Per ciò che riguarda, invece, i corsi più frequentati, al primo posto ci sono come sempre i corsi di canto; a seguire quelli di chitarra e batteria».

domenica 20 febbraio 2011

Tutte le strade portano a Trebisonda e a... Scarlett Johansoon

L'attrice Scarlett Johansoon
Il nonno paterno di Bob Dylan si chiamava Zigman Zimmerman e proveniva da Trebisonda (Turchia). Anche la nonna, Anna (cognome da ragazza: Kirghiz), era di origine turca: ha vissuto anche a Istanbul. I nonni materni, invece, provenivano dalla Lituania. Leonard Cohen aveva il papà di origine polacca e la mamma di origine lituana. Paul Simon - benché nato nel New Jersey - era discendente di ungheresi. Philip Roth di ebrei residenti a Newark (stessa città natia di Paul Simon). Albert Einstein nacque a Ulma - a pochi chilometri da Stoccarda (Germania) - da una famiglia semitica. Karl Marx era figlio del rabbino di Treviri (dove vide la luce nel 1782). Curioso, dunque, il fatto che le persone che hanno influenzato di più il mio pensiero (e il XX secolo?) siano tutte di origini ebrea… Altrettanto curioso scoprire che - a quanto sembra - gli ebrei avrebbero un QI più elevato della norma. COME MAI? Secondo John Entine (ebreo, autore del libro “I figli di Abramo: razza, identità e dna del popolo eletto”), il fenomeno è dovuto a mutazioni genetiche che avrebbero favorito la crescita delle cellule cerebrali dei rappresentanti di questo popolo. E queste mutazioni sarebbero, a loro volta, il risultato del rigore espresso dagli ebrei nei secoli, relativamente agli studi religiosi, o la conseguenza degli stratagemmi adottati per sopravvivere alle persecuzioni. Altri ebrei con cui non si può non fare i conti… Sigmund Freud, Woody Allen, Umberto Saba, Isaac Asimov, Scarlett Johansoon, i fratelli Coen… Un piccolo dato per concludere: un terzo di tutti i Premi Nobel per la scienza è ebreo. Complessivamente, su 740 Nobel assegnati, 164 sono ebrei.

martedì 14 settembre 2010

IL POTERE DELLE NINNE NANNE

Desiderate che i vostri figli da adulti diventino dei provetti ballerini? Allora fategli ascoltare più ninne nanne possibili. È il suggerimento di uno studio canadese condotto da esperti della McMaster University. Gli scienziati hanno evidenziato che le cantilene delle mamme indirizzate ai neonati hanno il potere di attivare e potenziare determinate aree cerebrali preposte alla percezione del ritmo, e quindi alla base della capacità di seguire una certa melodia senza andare fuori tempo. Gli esperti ritengono che con le ninne nanne sia possibile stimolare l’intelligenza musicale, che è la più precoce a svilupparsi e resta invariata per tutta la vita; melodie semplici, basate sul senso del ritmo e adatte al livello di sviluppo del bambino sono particolarmente adatte alla crescita, e in più hanno un fondamentale valore educativo poiché arricchiscono il vocabolario dei più piccoli. Gli studiosi hanno infine evidenziato che la persona che canta - la mamma, il papà, la tata - crea nei bambini i presupposti per lo sviluppo dell'area cerebrale preposta alla comunicazione. La funzione della ninna nanna è fare addormentare il bambino grazie a un ritmo ripetitivo, che produce una specie di effetto ipnotico. A questo contribuiscono sia la melodia sia le parole, che spesso si ripetono dando un senso di monotonia. Il ritmo è generalmente determinato dal movimento, cui viene sottoposto il bambino, tra le braccia della mamma o in una culla che viene mossa. Musicalmente c’è da osservare che l’estensione delle melodie è ristretta e le scale utilizzate spesso contano su un numero limitato di note. Il canto a bocca chiusa (humming) e la ripetizione, con lunghezza variabile di parole nonsense (simili anche in aree fra loro distanti), sono altre caratteristiche comuni delle ninne nanne.

mercoledì 1 settembre 2010

I neandertaliani? 'Rappavano' come Eminem

Anche agli uomini di Neandertal piaceva la musica e in particolare cantare. Ma se si dovesse fare un paragone con le hit parade odierne, in quale genere potrebbero essere catalogate le loro opere? La risposta arriva da Steven Mithen, docente dell’Università di Reading: i neandertaliani erano probabilmente cultori e interpreti eccellenti di quella che noi oggi definiamo musica rap. Essi si disponevano in cerchio intorno al fuoco e con l’accompagnamento di percussioni rudimentali, ricavate da bastoni di legno o gusci di conchiglie, “rappavano”, in una lingua non di certo evoluta come la nostra, le proprie storie e vicende. Mithen ha reso note le sue idee tramite un’intervista rilasciata alla BBC. “La gente spesso descrive gli uomini di Neandertal come stupidi o scontrosi - ha detto il ricercatore - ma avevano una grande sensibilità musicale. Credo che sarebbe loro piaciuta soprattutto la musica rap, perché ha quel tipo di effetto che gli uomini di Neanderthal avrebbero senz’altro apprezzato. Nella mia mente posso vederli ‘rappare’”. Secondo i paleoantropologi per gli uomini primitivi, sia neandertaliani che sapiens, la musica ha sempre avuto un’importanza notevole. Ed è pensabile che essa si sia sviluppata insieme con il linguaggio. Per amplificare la voce e mandare richiami a distanza, gli uomini primitivi si servivano di grandi conchiglie o di trombe fatte di scorza d’albero, i primi strumenti a fiato. Oppure battevano su tronchi cavi o su pelli tese sopra un recipiente vuoto, i primi strumenti a percussione. Quando si parla di musica, dicono gli esperti, si intende non solo l’emissione di suoni con la voce e gli strumenti, ma anche una qualche loro organizzazione. Può bastare un suono soltanto per avere della musica, ma ripetuto seguendo un “ritmo”. Più suoni, alti e bassi, emessi successivamente da uno strumento o dalla voce danno una “melodia”. Più suoni emessi simultaneamente creano un’“armonia”. Il lungo cammino della musica attraverso i millenni ha quindi visto uno sviluppo molto complesso di questi tre elementi: ritmo, melodia, armonia. Per quanto diversi siano i risultati presso i differenti popoli e le differenti culture, è certo che la musica ha accompagnato l’uomo in ogni tipo di società.

domenica 11 luglio 2010

La "sinfonia spaziale" di Saturno


Saturno è paragonabile a un grammofono in grado di emettere suoni e melodie. Lo dicono i ricercatori dell’Università dell’Iowa, USA. Gli esperti hanno rivelato tramite la sonda Cassini che il pianeta dà origine a onde radio e plasma: il fenomeno è stato analizzato a livello degli anelli del pianeta, dove è frequente l’incontro con corpi meteorici. Questi ultimi impattando sui componenti ghiacciati delle micro strutture celesti che vorticano intorno a Saturno, procurano un iniziale impulso energetico che in seguito si trasforma in suoni musicali. L’ipotesi formulata dai ricercatori dell’Iowa era stata a suo tempo accarezzata anche dagli studiosi impegnati nella rielaborazione dei dati forniti dalla sonda Voyager 2. In tale circostanza ci si rese per la prima volta conto del continuo e massiccio impatto di meteoriti (anche di piccolissime dimensioni) sugli anelli saturniani, ma di certo non si poté immaginare che ciò potesse addirittura tradursi in una ‘sinfonia spaziale’. Ma non è questa l’unica notizia che arriva dalla sonda Cassini. Ultimamente l’International Astronomical Union ha anche comunicato che grazie ad essa oggi siamo a conoscenza di nuove lune presenti intorno a Saturno la cui esistenza era sconosciuta, e abbiamo inoltre maggiori dettagli relativi alla composizione degli anelli. Larry Esposito dell’Università del Colorado afferma che tramite il funzionamento di un sofisticato spettrometro che lavora nella banda dell’ultravioletto è stato possibile verificare che gli anelli più esterni sono costituiti principalmente di acqua ghiacciata, mentre quelli più interni sono più ricchi di altri elementi.

giovedì 4 marzo 2010

Jimi Hendrix, svelato il mistero della sua genialità

Jimi Hendrix usava con la stessa disinvoltura la mano destra e la sinistra. E proprio questa capacità sarebbe stata alla base del suo genio musicale. È ciò che emerge da uno studio condotto da Stephen Christman dell'Università di Toledo, in Ohio (Usa). L'esperto dice che Hendrix suonava la chitarra al contrario, come fanno tutti i mancini, ma - a parte pettinarsi e fumare - compiva tutte le altre azioni con la mano destra. "Per esempio mangiava e impugnava il telefono come fanno abitualmente i destrorsi", racconta Christman. Era un classico ambidestro, un "mixed-right-hand", precisa l'autore americano. Lo scienziato statunitense spiega che la creatività risulta essere particolarmente spiccata nelle persone che usano disinvoltamente entrambi gli arti. Inoltre questi individui sono caratterizzati spesso da temperamenti mistici, estroversi e pragmatici, proprio come Hendrix. L'abilità con la sinistra consentiva al musicista di Seattle di pizzicare agilmente le corde e regolare al meglio i suoni del pickup; con la destra invece teneva bene schiacciate le corde e 'inventava' accordi su accordi con una classe e un'agilità ineguagliabili. In pratica Hendrix era in grado di integrare con grande efficacia le funzioni caratteristiche dell'emisfero destro con quelle dell'emisfero sinistro: il primo è legato alle capacità matematiche e alla melodia, il secondo alle abilità linguistiche e al ritmo. In parte le caratteristiche hendrixiane sono riscontrabili in molti altri chitarristi mancini di talento, da Mark Knopfler, ex leader dei Dire Straits, a Paul MacCartney, storico leader dei Beatles (che in realtà nasce bassista). "I grandi chitarristi sono quasi tutti ambidestri", concludono gli studiosi, "a differenza dei grandi pianisti che per esprimersi al meglio devono mantenere ben separate le attività dei due emisferi".

mercoledì 10 febbraio 2010

Supervista, grazie a Mozart

La vista migliora ascoltando Mozart. È quanto emerge da uno studio brasiliano condotto dalla ricercatrice di Sao Paulo, Vanessa Macero. La studiosa ha coinvolto 60 persone, suddividendole in due gruppi e sottoponendole a esami della vista tradizionali, prima e dopo aver ascoltato il musicista di Salisburgo. Alla fine ha verificato che il gruppo che aveva ascoltato Mozart per dieci minuti mostrava un'acuità visiva migliore rispetto al primo. Secondo Macero la scoperta potrà giovare agli oculisti di tutto il mondo, che la potranno sfruttare per dare vita a nuove terapie per combattere malattie come il glaucoma, patologia dovuta alla variazione della pressione interna nell’occhio che, se non curata, può portare a gravi casi di ipovisione. È la prima volta che degli scienziati mettono in evidenza la relazione tra musica e vista. In passato alcuni studiosi avevano constatato che, ascoltando la musica classica, è più facile apprendere la matematica. E che per i più piccoli è più semplice assimilare le basi del linguaggio. Ma mai si era sentito parlare di un legame tra attività retinica e cervello. Secondo gli studiosi, in questo caso, la musica va a stimolare aree cerebrali apparentemente indipendenti dalle altre funzioni del cervello. In particolare si sospetta che le note emesse da opere straordinarie come quelle di Mozart, possano potenziare (non si sa ancora come e perché), canali neuronali che collegano la corteccia cerebrale al nervo ottico. Secondo Vanessa Macero il cosiddetto “Effetto Mozart” sarebbe inoltre in grado di migliorare la concezione cerebrale dello spazio e del tempo. Vanessa Macero ha pubblicato le sue conclusioni sulla rivista Journal of Ophtalmology.

mercoledì 25 novembre 2009

La geometria non euclidea alla base dell'armonia musicale

L’armonia delle note obbedisce alle leggi della geometria non euclidea. Lo dicono esperti dell’Università statunitense di Princeton. Si sapeva da tempo che i numeri sono alla base della musica e che, per esempio, i differenti toni di una scala sono legati ai rapporti fra numeri interi: una corda dimezzata suona l’ottava superiore, ridotta ai suoi 3/4 la quarta, ridotta ai suoi 2/3 la quinta, e così via. Quello, però, che non si conosceva è che dietro a ogni armonia musicale – struttura di accordi che segue il principio della tonalità, del tempo, e della cadenza (“potere di attrazione del semitono") – si nascondono passaggi matematici peculiari riconducibili a geometrie posteuclidee, formulate tra gli altri da N.I. Lobacevskij e J.Bolyai. Questi scienziati regolamentarono a cavallo del XIX secolo nuove teorie geometriche. Inventarono per esempio il concetto di parabola, di geometria ellittica, di geometria differenziale. Dunque gli studiosi di Princeton hanno evidenziato che, personaggi del calibro di Bach e Mozart, non solo erano degli eccezionali musicisti, ma anche dei provetti matematici (anche se inconsapevoli). Nello specifico gli americani, guidati da Dmitri Tymoczko, compositore, teorico della musica e assistente dell’ateneo americano, hanno visto che gli accordi e le melodie possono essere assimilati a punti e linee di uno spazio matematico chiamato “orbifold”. I segmenti tracciati tra le note di accordi diversi rappresentano la cosiddetta mappatura. Secondo Tymoczko tali linee sono accettabili solo quando gli accordi risultano tra loro simmetrici per traslazione, riflessione o permutazione e gli accordi assonanti e dissonanti hanno simmetrie differenti. Da ciò si ricava infine che le regole alla base dell’armonicità degli accordi si possono rappresentare matematicamente pianificando le possibili connessioni nello spazio geometrico. Un traguardo che potrebbe aiutare a comprendere meglio i principi della musica occidentale e a inventare nuovi generi musicali.

Per info: www.music.princeton.edu

giovedì 29 ottobre 2009

IL CERVELLO VIEN SUONANDO

Chitarra, pianoforte, flauto. Non importa lo strumento che avete scelto per vostro figlio o che lui stesso ha scelto di suonare. Ciò che conta è che coltivi al meglio la passione per la musica, perché un domani, non solo sarà in grado di destreggiarsi con il pentagramma (cosa che non tutti sapranno fare), ma potrà anche godere di un quoziente intellettivo più elevato della norma. Non per niente molti componenti del Mensa (associazione internazionale di cui fanno parte solo persone con un QI superiore a 148), si sono dedicati (e spesso ancora si dedicano) alla musica. Sono queste, in sostanza, le conclusioni di uno studio condotto da scienziati dell’Università di Zurigo. Gli esperti hanno visto che il cervello di chi impara a suonare la chitarra o il pianoforte (ma anche tutti gli altri strumenti), subisce un cambiamento positivo dal punto di vista strutturale e cognitivo: rispetto a quello di chi non suona nulla, infatti, diviene più grande, più ricettivo, in pratica più efficiente. Dal punto di vista intellettuale è emerso che, in media, il quoziente intellettivo di chi pizzica le corde di una chitarra o soffia nelle meccaniche di una tromba, aumenta di 7 punti. Il fenomeno riguarda indistintamente grandi e piccini e provoca, inoltre, un miglioramento complessivo dell’attività cerebrale, che si ripercuote su una maggiore capacità di accumulare informazioni (non solo musicali) e di memorizzare fatti ed eventi.
Oltretutto, imparando la musica, si controllano meglio le emozioni. Lutz Jancke, psicologo dell’Università di Zurigo, dice che «imparare uno strumento porta a un incremento del QI intellettivo di bambini e adulti». Riguardo agli over 65, di solito poco propensi a cimentarsi in nuove attività, è emerso che basta suonare uno strumento per un’ora alla settimana per 4 o 5 mesi per modificare, in meglio, l’“architettura” del cervello. Coinvolte in questo cambiamento anche aree legate al coordinamento degli arti, spesso deficitarie in chi è più in là con gli anni. «Per quanto riguarda invece i bambini» continua Jancke «si è visto che chi si dedica allo studio del pianoforte è più disciplinato ed è in grado di organizzarsi e di concentrarsi meglio degli altri». In sostanza, precisa lo studioso, i piccoli che suonano qualche strumento, a lungo andare, diventano più brillanti e più svegli dei coetanei attratti da altre occupazioni. Ma l’importanza di imparare a suonare uno strumento non finisce qui. Lo studio svizzero ha messo in evidenza che questa attività facilita addirittura l’apprendimento delle lingue straniere, e il senso di empatia verso chi ci circonda: «Tutto parte dal presupposto che studiando accordi e tonalità diviene più semplice tenere a mente frasi e parole e quindi lingue straniere» spiega lo scienziato d’oltralpe. «Inoltre i piccoli che imparano a suonare uno strumento, riescono, ascoltando semplicemente il tono di voce di una persona, a inquadrarne lo stato d’animo e a intuirne, quindi, esigenze e pensieri». Risultati analoghi a quelli di Jancke sono stati ottenuti recentemente anche da Glenn Schnellenberg, psicologo dell’Università di Toronto. In questo caso lo scienziato ha sottoposto a una serie di test 144 bambini di 6 anni, suddividendoli in quattro gruppi. Alla fine si è visto che il QI migliorava soprattutto nel gruppo di bambini che aveva studiato musica. A questo punto secondo gli studiosi è necessario andare avanti con la ricerca per capire come e quando la musica può essere utilizzata anche in campo medico. Il passo successivo, quindi, sarà quello di affiancare lo studio di uno strumento musicale nelle terapie per la riabilitazione neurologica - legata, per esempio, a persone che hanno subìto ictus - o nella lotta all’Alzheimer.


(Pubblicato su Libero il 29 ottobre 09)

martedì 25 agosto 2009

Navigatori satellitari con la voce di Bob Dylan

Bob Dylan, the singer-songwriter who has taken his fans down Highway 61 by way of Lonely Avenue and Desolation Row, is in negotiations to voice a satellite navigation system. The music star claimed that he has been approached by more than one manufacturer keen to harness his unmistakeable, rasping tones - a voice which one critic memorably likened to sandpaper. He shared the news with listeners to his late-night radio show, Theme Time Radio Hour, which is broadcast on BBC Six Music. “You know I don’t usually like to tell people what I’m doing, but I’m talking to a couple of car companies about the possibility of being the voice of their GPS system,” he disclosed. Motorists who follow Dylan’s directions, however, may take some time to reach their destination. “I think it would be good if you are looking for directions and you heard my voice saying something like, ‘Left at the next street.... No, right... You know what? Just go straight." He added: "I probably shouldn’t do it because whichever way I go, I always end up at one place - Lonely Avenue.” Dylan, 66, would not be the first celebrity to lend his voice to a GPS system. TomTom, the sat-nav manufacturer, currently offers the voices of Homer Simpson and John Cleese, while Kim Cattrall, the Sex and the City actress, and The A Team actor Mr T are also popular among British motorists. Several websites offer impersonations of celebrity voices for download, with Sean Connery, Ozzy Osbourne and David Hasselhoff among the favourites for drivers who consider the computerised sat-nav tones to be on the boring side. Eddie Izzard, the comedian, offers his own set of directions, which include phrases such as: “For God’s sake, turn left!” and “Bear left, monkey right.” This would not be Dylan’s first foray into the commercial world. Earlier this year, he surprised many of his fans by allowing his music to be used in a television advert. Blowin’ In The Wind, his 1963 anthem, was featured in a commercial for the Co-operative Group. The singer, who has sold more than 70 million albums during his career, recently topped the UK chart with his latest album, Together Thru Life.

(The Telegraph)

mercoledì 1 luglio 2009

LA MUSICA CHE RINFRESCA

Una melodia di Mozart o Vivaldi. Ascoltarla o canticchiarla nella propria mente aiuta a distrarsi e incredibilmente a... rinfrescarsi. In alternativa si può immaginare di immergersi in un laghetto di montagna o passeggiare lungo un sentiero innevato. Il risultato, in ogni caso, è sempre lo stesso. Cambia il metabolismo e il nostro corpo, grazie appunto all’attività mentale legata a sensazioni di benessere di questo tipo, si dimentica del calore che lo circonda, riuscendo a superare il disagio dovuto alle alte temperature. Ne sono convinti numerosi esperti che in un articolo pubblicato ieri sul Daily Mail hanno compilato una lista di accorgimenti da seguire per far fronte ai picchi di caldo, le cosiddette “ondate di calore” (in inglese “heat-waves”) che possono procurare seri problemi soprattutto ad anziani, bambini e donne in gravidanza. Secondo gli scienziati è possibile tenere a debita distanza il gran caldo osservando comportamenti particolari, come quello di evitare di frequentare i luoghi più affollati. Bastano, infatti, 14 persone fra loro vicine per produrre un accumulo di calore assimilabile a una sorgente elettrica di 1000 watt. Importante è anche mantenere al fresco la testa tagliando il più possibile i capelli. Le folte chiome, infatti, impediscono una corretta traspirazione del cuoio capelluto, e trattengono il calore, come spiega Len Fisher, dell’Università di Bristol. In ogni caso, capelli lunghi o corti, nelle ore più calde, sotto il sole, è bene indossare un cappello. Molto si può dire anche di indumenti e vestiti che andrebbero utilizzati per difendersi dalle ondate di caldo. Alcuni, infatti, sembrano proteggere più di altri dai picchi di calore. Di notte, per esempio, in molti credono che la soluzione ideale per dormire sia coricarsi nudi o seminudi. In realtà i ricercatori dicono che si sta molto meglio se si indossa un pigiama di cotone, che isola di più. Per aiutare il sonno ci sono anche dei prodotti spray a base di talco che spruzzati sul lenzuolo permettono di abbandonarsi tra le braccia di Morfeo nel migliore dei modi. Quando si è per strada, invece, è necessario indossare abiti non solo leggeri, ma anche chiari: così si respingono più facilmente i raggi del sole. Per quanto riguarda il sesso, si dice che in estate le occasioni siano maggiori, tuttavia è bene sapere che con le ondate di caldo il nostro cuore è sottoposto a un’attività superiore alla norma. Pertanto i rapporti sessuali in queste condizioni andrebbero affrontati con minore trasporto (o consumati, per esempio, sotto la doccia). A tal proposito, Norbert Bachl, professore del Vienna Sport Medicine Institute afferma che gli attacchi di cuore legati ad esperienze sessuali aumentano notevolmente non appena la temperatura passa i 30 gradi. Lo stesso discorso vale per le attività fisiche che durante le ondate di calore andrebbero affrontate con grande attenzione (e/o moderazione). Da evitare in assoluto le ore più calde, comprese fra le 14.00 e le 18.00. E in ogni caso è fondamentale provvedere a un’adeguata idratazione del corpo. Altra considerazione riguarda la casa, dove spesso ci si rifugia in caso di calore eccessivo. Fra le mura della propria abitazione la prima cosa da fare è tenere chiuse le finestre nelle ore più calde della giornata ed evitare che i raggi solari filtrino attraverso i vetri. È consigliato invece lasciarle aperte durante la notte e nelle prime ore del mattino. Se si ha un ventilatore è importante sistemarlo in modo da arieggiare al meglio il locale che lo ospita. Infine, per evitare di patire oltremisura le ondate di calore, è importante bere e mangiare con criterio. L’acqua va sempre bene, così il tè o un bicchiere di acqua e menta. Altrettanto validi i succhi di origine vegetale: meglio quelli al gusto di pomodoro o pesca. Otto-dieci bicchieri di acqua o di altri liquidi ingeriti ogni giorno sono la cosa migliore. Per gli anziani è anche indicata l’acqua del rubinetto le cui caratteristiche chimico-fisiche consentono di sopperire alla perdita di elementi fondamentali con la sudorazione. No in assoluto agli alcolici che aumentano la sensazione di caldo e favoriscono la produzione di sudore. A tavola conviene aumentare leggermente l’apporto di sale, ed è sempre consigliato star leggeri; abbondare, invece, con particolari alimenti come il peperoncino, che sprona a bere e il crescione, contenente una sostanza che blocca la disidratazione.

(Pubblicato su Libero il 1 luglio 09)