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mercoledì 14 maggio 2014

Il ritorno dell'Ebola


Si sa ancora poco del virus Ebola, ma il vero problema è che non possediamo un vaccino adatto per spegnere la sua azione. Per questo motivo qualche giorno fa l'Oms ha lanciato l'allarme, e sono stati messi in allerta gli aeroporti europei, dove avvengono i principali scali degli aerei provenienti dall'Africa: Parigi, Bruxelles, Madrid, Francoforte e Lisbona, sono sotto stretta sorveglianza e chi atterra viene visitato e tenuto sotto osservazione. Analogamente, nel Continente Nero, molte compagnie aeree richiedono il certificato medico prima di avviare l'imbarco dei passeggeri. Il codice rosso arriva dopo gli eventi delle ultime settimane in cui s'è visto un progressivo avanzamento della malattia dai villaggi africani alle grandi città, mentre di solito rimaneva circoscritto alle aree rurali. Dalle metropoli, dunque, potrebbe facilmente arrivare in altre parti del mondo. L'Oms dichiara che ci troviamo di fronte a un ceppo particolarmente aggressivo, letale nel 90% dei casi; più virulento, dunque, dei ceppi che lo hanno preceduto anni fa. Peraltro non esiste cura e in caso di infezione si può solo sperare nell'auto-guarigione.
«Un'esplosione virale fra le più difficili mai affrontate dall'uomo», dice Keiji Fukuda, vice-direttore generale dell'Oms, azzardando che l'epidemia potrebbe proseguire per quattro mesi. «Una situazione, in effetti, più pesante del solito», rivela Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università di Milano, «benché si conosca il virus dagli anni Settanta». I focolai originari sono stati individuati in Guinea e in Liberia, ma il virus è già stato identificato anche in aree urbane della Sierra Leone e del Senegal. Si sospettano attacchi anche in Mali e Ghana. Sono stati predisposti dei centri d'isolamento, per cercare di contenere la sua espansione, tuttavia in alcuni casi potrebbe già avere preso il largo. Ma gli esperti invitano alla calma, parlando di "prevenzione". «A oggi non c'è pericolo per Italia ed Europa», spiega Pregliasco, «tuttavia è necessario non abbassare la guardia». Fukuda ritiene che ci siano i presupposti per poter interrompere il contagio, partendo dalle più basilari misure igieniche, come lavarsi adeguatamente le mani. Di fatto, nessuno ha ancora parlato di "restrizioni ai viaggi o al commercio". Tutto prosegue regolarmente.
Ma preoccupano i dati. 167 casi in Guinea, con 107 morti, e 25 in Liberia, con undici vittime. E preoccupa l'agente patogeno, conclamato, lo Zaire ebolavirus, il più potente fra quelli riconducibili alla malattia, analizzato per la prima volta il 26 agosto 1976. E' molto contagioso e viene trasmesso tramite fluidi corporei, come muco o sangue, ma anche attraverso le lacrime, l'urina, la saliva e il latte materno. Più dibattuto, invece, il rischio che possa essere veicolato dall'aria: il fenomeno è stato descritto per ora solo nelle scimmie. Ma è in ogni caso agli animali che si guarda, poiché è da essi che proviene. Gli studi dimostrano, infatti, che il virus sopravvive da tempo immemore nelle volpi volanti, chirotteri di grosse dimensioni che potrebbero averlo trasmesso ai primati. All'uomo sarebbe giunto tramite il cosiddetto "bush-meat", vale a dire il consumo di carne proveniente da animali selvatici come gli scimpanzé e le antilopi. Non è detto che la malattia insorga rapidamente. In alcuni casi, infatti, i sintomi compaiono dopo venti giorni dall'infezione. E a volte viene scambiata per malaria, con inutili somministrazioni di farmaci. Diviene palese con le prime emorragie che caratterizzano la patologia, coinvolgendo tutte le aree dell'organismo. 

venerdì 28 marzo 2014

Al posto del pap-test


Si chiama test Hpv e promette di ridurre del 60-70% il rischio d'ammalarsi di tumore al collo dell'utero. L'hanno reso noto i tecnici della Food and Drug Administration americana, dopo avere visionato numerosi studi, fra cui quelli effettuati presso il Centro Prevenzione Oncologica delle Molinette di Torino. La malattia che provoca ogni anno mille vittime solo in Italia, viene di norma prevenuta con il pap-test, che verrà gradualmente sostituito dal nuovo trovato della medicina. Di cosa si tratta? E' un esame che mira a prelevare una piccola quantità di cellule dal collo dell'utero per poi verificare l'eventuale presenza di Dna del Papillomavirus, responsabile della patologia. Ci si avvale di sonde molecolari predisposte per evidenziare particolari infezioni cellulari, individuando le varianti del virus e la relativa pericolosità oncogena. Pochi minuti e il test è risolto, senza dover patire alcun dolore. «Fa piacere pensare che anche gli americani abbiano deciso di adottare una raccomandazione simile a quella italiana, che prevede l'esclusivo impiego del test Hpv, ricorrendo al tradizionale pap-test solo se si individua il virus», ci racconta Guglielmo Ronco, epidemiologo presso il Centro di Prevenzione Oncologica della Città della Salute e delle Scienze di Torino. «E ci rende ancora più orgogliosi sapere che, in Italia, queste indicazioni si stanno già mettendo in pratica in diverse regioni, come il Piemonte, dove entro quattro anni dovremmo riuscire a coinvolgere tutte le donne». La fine (e quindi l'inizio) di un'epoca? Forse, ma è più probabile che i due test si faranno compagnia per un po’, considerato che laddove non arriverà uno, potrà giungere l'altro (anche perché il pap-test può mettere in luce l'attività patogena di altri organismi, come i funghi, per cui l'avveniristico e super specializzato test non è tarato). Del resto è sempre stato così, tranne i rari casi in cui si è avuto a che fare con prodotti "farmaceutici" che poi la scienza ha giudicato assolutamente nocivi per la salute; come nel caso delle creme radioattive o bibite a base di soda atomica, che venivano somministrate come caramelle alle vitamine, procurando danni irreversibili. Diversa la situazione riguardante l'elettroshock, controversa pratica medica basata sull'applicazione a livello cerebrale di una corrente elettrica. Sperimentato per anni, a partire dagli anni Trenta, negli ultimi decenni è riservato solo ai casi più gravi di depressione, quando non si riescono a ottenere risultati apprezzabili con i farmaci tradizionali. Completamente abbandonata, invece, la lobotomia, con la recisione delle connessioni nervose situate nella corteccia prefrontale. Lo scopo era curare mali come la schizofrenia e il disturbo bipolare: gli ultimi interventi sono stati effettuati in Francia e Inghilterra a metà degli anni Ottanta. E' stata sostituita da tecniche molto meno invasive ed eticamente "corrette". Sul fronte farmaci hanno subito un grosso ridimensionamento i barbiturici, che possono provocare coma e perdita di coscienza a dosi vicine a quelle terapeutiche. Il loro posto è stato preso dalle benzodiazepine, molto più tollerabili. Si continuano, però, a eseguire i salassi, benché la loro inefficacia sia stata confermata su più fronti. Tuttavia patologie legate al sangue come l'emocromatosi o e la policitemia si avvalgono ancora di questa tecnica, così come veniva effettuata in passato per curare, per esempio, l'ipertensione (che oggi viene tranquillamente tenuta a bada da medicinali come i sartani o gli ace-inibitori). Con gli antibiotici, infine, è sparita completamente la proposta di curare molte malattie con la cosiddetta "terapia fagica". Consinteva nell'utilizzo di virus particolari in grado di attaccare e annullare l'azione batterica. Solo negli ultimi anni sta tornando alla ribalta delle cronache, per via dell'ipotesi di poterla riutilizzare nei casi sempre più frequenti di resistenza agli antibiotici. 

mercoledì 30 gennaio 2013

Influenzati da Twitter

Sarà che in questi giorni l'influenza imperversa anche fra le mura di casa mia… che c'è, dunque, di meglio di questo pezzo appena elaborato per Lettera43? Riguarda la possibilità di monitorare la diffusione di un virus tramite Twitter, uno dei più noti e importanti social network:  Twitter, cinguettii anti influenza


Siamo soliti considerare i social network interessanti realtà del web, ma non così indispensabili: moltissime persone, infatti, ne fanno a meno e vivono benissimo. Ora, però, il loro utilizzo potrebbe essere valutato da un nuovo punto di vista, giovando alla medicina e fornendoci, per esempio, i presupposti per fronteggiare al meglio una delle incombenze più tignose dell’inverno: l’influenza. Stando infatti a uno studio effettuato da esperti della John Hopkins University di Baltimora, con Twitter sarà possibile tenere sotto controllo l’epidemia influenzale, mettendo a fuoco i commenti dei numerosi utenti coinvolti dal sito e tracciando una mappa della diffusione del virus incriminato. Gli scienziati americani hanno analizzato cinquemila messaggi al minuto, scoprendo che la traccia riportata dai vari “cinguettii” è più attendibile delle schede che gli enti governativi impiegano per monitorare la diffusione dell’influenza stagionale; anche perché viene ponderata in tempo reale. Fondamentale è stato il collaudo di un sistema in grado di scremare i messaggi che alludono alla malattia, senza, però, riferirsi a vere infezioni. È il caso di frasi come “ho paura di prendere l’influenza”, che potrebbero dare falsi positivi, inducendo a credere che il morbo sia più aggressivo di quanto si pensi. In realtà non è un procedimento nuovissimo, essendo già stato testato un paio di anni fa dai ricercatori della Louisiana University, attraverso un monitoraggio durato otto mesi. Anche quest’anno, dunque, grazie alla contemplazione dei social network, possediamo un quadro più preciso dell’andamento virale della nuova ondata epidemica. Ma qual è la situazione attuale? Secondo i medici il picco dell’influenza 2013 arriverà per la fine di gennaio, benché molti italiani siano già stati colpiti dal virus nella primissima parte dell’anno: sono circa 600mila le persone ammalatesi nell’ultimo mese. Finora l’influenza ha costretto in casa soprattutto i più piccoli. L’Istituto Superiore della Sanità ha comunicato che nella fascia di età compresa fra 0 e 4 anni, l’incidenza del morbo ha toccato i 18,73 casi per mille individui. Il dato cala a 12,67 episodi su mille, nei più grandi di età compresa fra i 5 e i 14 anni. Considerando, infine, il campione adulto, il nuovo virus influenzale ha coinvolto 6,25 persone su mille. Nelle ultime ore, però, si sta assistendo a una rapida impennata degli ammalati, confermata dai medici di famiglia che hanno notato un raddoppiamento dei pazienti colpiti da febbre, tosse, raffreddore e dolori articolari. In questa fase sono soprattutto gli adulti a rivolgersi ai medici. “In particolare uomini e donne di mezza età, lavoratori che spesso trascorrono molto tempo in luoghi chiusi, dove il pericolo di contagio è più alto che altrove”, dice Giacomo Milillo, segretario della Federazione nazionale dei medici di medicina generale. Ma rientra, comunque, tutto nella norma, riflettendo una realtà che ogni anno si ripresenta, su per giù, con le stesse caratteristiche. Probabilmente, alla fine del periodo pandemico, si prospetta un numero di casi complessivo più alto degli altri anni, ma non per una maggiore virulenza del morbo, bensì per il minore ricorso che s’è fatto, su scala nazionale, al vaccino. Quasi insignificante, invece, l’azione del virus H1N1, che gli anni scorsi aveva provocato vere e proprio ondate di panico negli italiani. L’ultimo caso significativo risale a una ventina di giorni fa, a Castellammare di Stabia, con il ricovero urgente di una donna di 59 anni che “non ha retto alla difficoltà respiratoria”, trovandosi in una condizione generale già precaria (conseguenza di gravi problemi cardiaci). Il decesso della signora campana, seguiva il conclamato caso di sei persone contagiate dal virus della febbre suina in Sardegna, la settimana a cavallo fra dicembre e gennaio. Dal 2009 a oggi, solo in Italia, l’H1N1 ha provocato circa duecento vittime. Nel mondo la cifra ha toccato le 13mila unità. Ma in questa fase non c’è nulla da temere: "L'H1N1 è una forma influenzale che in questo momento non è epidemica", ha affermato chiaramente il direttore sanitario dell'ospedale San Leonardo, Ugo Esposito. 

lunedì 9 gennaio 2012

La parola al virologo



Intervista a Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Universitò di Milano: 

Novembre 11, alguer.it
PRONTI PER LA NUOVA ONDATA INFLUENZALE?
Per l'Italia è ancora presto. Finora, in Europa, ci sono stati solo isolamenti sporadici del virus nei Paesi settentrionali. Salvo crolli improvvisi delle temperature, l'epidemia dilagherà probabilmente dopo le feste natalizie. Ma è questo il momento giusto per proteggersi.
SI RIFERISCE AL VACCINO?
Certamente. Le campagne vaccinali sono partite ed è importante aderirvi. La vaccinazione è efficace e sicura. 
 
Novembre 09, virgilio.it
PERCHÈ È UTILE VACCINARSI?
La vaccinazione stagionale è da sempre un'opportunità per tutti, anche per i bambini dai 6 mesi in su, mentre diventa addirittura un salvavita per i soggetti più fragili. Per queste persone può essere indicato anche vaccinarsi contro lo Streptococcus pneumoniae, la causa principale della polmonite, che è la complicanza più pericolosa delle forme influenzali.
Ottobre 11, la provincia.it
COME SARÀ L'INFLUENZA DI QUEST'INVERNO?
Per la stagione 2011-2012 si prevede un'epidemia di lieve entità, ma l'influenza non va mai sottovalutata.
DA CHE TIPI DI VIRUS DOVREMO DIFENDERCI?
Circoleranno due virus australiani già noti e poi l'H1N1, divenuto celebre nel 2009, ma poi declassato a comune virus stagionale. Trattandosi di ceppi conosciuti, diverse persone potrebbero evitare il contagio.

Ottobre 07, ambulatorio.it
QUALI SONO I RISCHI DELL'INFLUENZA? LA MALATTIA PUÒ METTERE SERIAMENTE A REPENTAGLIO LA SALUTE?
Nonostante l’andamento sia di norma benigno, ogni inverno l’epidemia influenzale è responsabile di numerosi decessi: in USA dal 1957 al 1986 sono stati in media 10mila decessi all’anno con punte di 40mila morti; in Inghilterra nel 1989-90 si sono contati circa 26mila morti. In rapporto all’età, l’influenza è responsabile del 20% delle morti da 0 a 14 anni con rischio maggiore nel primo anno di vita.

Giugno 09, Spigolature Scientifiche
MA I VIRUS SONO TIPICI ANCHE DI ALTRE MALATTIE, COME LE INFEZIONI UROGENITALI E GASTROINTESTINALI, E RIGUARDANO SOPRATTUTTO LA STAGIONE ESTIVA.
In estate l’alimentazione cambia ed è più facile andare incontro a malattie a trasmissione feco-orale. Basta un inserviente che non si è lavato bene le mani. I vettori patogeni insidiano le pietanze a nostra insaputa provocando dissenteria, dolori allo stomaco, in casi estremi la salmonellosi.
PRINCIPALI RESPONSABILI DELLE INFEZIONI VIRALI SONO I CORONAVIRUS E GLI ADENOVIRUS.
Ogni estate abbiamo a che fare con 260 virus. È ovvio che ci siano dei rischi per la nostra salute. Ma bastano pochi accorgimenti e un regime di vita sano per tenere lontano il rischio di gravi malattie. 
 
Agosto 11, ilsussidiario.net
TORNA A FAR PAURA ANCHE IL VIRUS H5N1, SCOMPARSO DOPO IL PICCO DEL 2006.
L’H5N1 era ed è ancora oggi un problema a livello veterinario, che riguarda qualche specie di volatile. La “peste aviaria” era conosciuta anche dai contadini dell’Ottocento, nelle situazioni in cui si assisteva a morie di galline o di anatre.
L'H5N1 È STATO POI SOPPIANTATO MEDIATICAMENTE DAL PIÙ CATTIVO E INTRAPRENDENTE H1N1.
Ma è rimasto un problema di pandemia a livello animale, e sporadici casi di contagio umano sono avvenuti nelle zone del mondo dove la vicinanza uomo-animale è più comune.

mercoledì 23 novembre 2011

OCEANI INFETTI

Megavirus chilensisa individuato nelle acque cilene

Nel 1986 Lita Proctor è una studentessa della State University of New York. Da tempo si occupa di virus. È soprattutto interessata a far luce sulla realtà di quelli marini, di cui non si sa quasi nulla: si ritiene che, rispetto a quelli terrestri, siano molti di meno, e con una variabilità genetica per nulla significativa se paragonata ad altre creature. Comincia a viaggiare e a raccogliere campioni di acqua marina, facendo tappa nel Mar dei Sargassi e ai Caraibi. Tornata nei laboratori del Long Island, parte con le analisi microscopiche. Il risultato è incontrovertibile: il mondo marino pullula di virus, probabilmente ce ne sono più che in ogni altro habitat terrestre. Proctor prova ad azzardare dei numeri, ritenendo del tutto attendibile la presenza di 100 miliardi di virus in appena un litro di acqua marina. Ma per i virologi di mezzo mondo esagera, aggiungendo alle sue cifre degli zero a caso. Non è così. Passano pochi anni e nuovi studi confermano l'operato della scienziata newyorkese, arrivando a stimare il numero di virus che caratterizzerebbero gli oceani di tutto il pianeta: 1.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000. È un numero a dir poco esorbitante, imparagonabile a qualunque altra forma vivente. Immaginando di metterli tutti in fila si arriverebbe a ottenere una coda lunga 200 anni luce. Mettendoli, invece, su una bilancia arriverebbero a pesare l'equivalente di 75 milioni di balene blu. «Sono organismi che si adattano a ogni ambiente» spiega Roberto Danovaro, direttore del Dipartimento di scienze del mare presso l'Università della Marche, «li troviamo, infatti, in tutti gli oceani anche a profondità considerevoli, comprese le fosse oceaniche profonde 11mila metri. Non solo. Scavando per vari metri sotto i sedimenti, compaiono ancora forme di vita virale, dove nessun altro organismo potrebbe resistere ad eccezione dei procarioti da essi infettati». Alla luce di ciò viene facile pensare che i nostri mari possano essere infestati dai virus e che per il nostro benessere sia necessario starne alla larga il più possibile. In realtà non serve a nulla evitare di andare al mare e fare il bagno, poiché solo una minuscola frazione di virus marini è realmente in grado di infettare l'uomo. Gran parte della loro attività biologica, infatti, interferisce con i batteri e gli archea, organismi microscopici, diffusissimi ovunque. Gli studiosi hanno calcolato che in un secondo i virus sono in grado di infettare miliardi di volte un batterio, ogni giorno uccidendone circa la metà di tutti quelli che popolano gli oceani del pianeta. Negli oceani terrestri avvengono 1023 infezioni da virus al secondo. La scoperta dei primi batteriofagi – virus che infettano i batteri (e gli archea) – risale agli studi di Felix d'Herelle, celebre medico e batteriologo canadese che nella prima metà del Ventesimo secolo propose di curare l'uomo tramite la somministrazione di virus nell'organismo, al posto degli antibiotici. La sua proposta venne boicottata perché il giro industriale degli antibiotici era molto più proficuo, benché il medicinale avesse più controindicazioni dei farmaci virali. Nel 1917 scoprì la loro azione studiando i corpi feriti dei soldati francesi e per la prima volta fece luce su una realtà tassonomica estremamente eterogenea e diversificata. Gli studi di Proctor, dunque, confermano i suoi lavori e la sua lungimiranza perennemente osteggiata. 

Virus antartici
Il peso dei virus a livello biologico e ambientale è importantissimo. I fagi marini, in particolare, influenzano direttamente l'ecologia e le dinamiche biologiche della Terra. Tengono sotto controllo gli habitat e la proliferazione batterica e addirittura contribuiscono al benessere dell'uomo. È il caso del colera, malattia veicolata da batteri chiamati Vibrio che trovano la loro dimora ideale fra le acque terrestri. Il nome deriva da vibrioni, e si riferisce a batteri gram-positivi (che assumono una tinta violetto, dopo essere stati sottoposti alla colorazione di Gram, necessaria per studiarli meglio), in grado di respirare con o senza la presenza di ossigeno e di muoversi grazie all'azione di un flagello polare. I Vibrio cholerae (distinguibili dai Vibrio parahaemolyticus e dai Vibrio alginolyticus, responsabili di altre malattie) vengono normalmente parassitati dai fagi: il batteriofago attacca il batterio fissando le sue fibre su un punto preciso della superficie batterica, contraendosi e iniettando il suo acido nucleico. Con la fine del ciclo parassitario la popolazione di Vibrio esplode e si ha la classica epidemia di colera. I virus a questo punto si moltiplicano a grande velocità - superando quella dei batteri, che vengono così distrutti - debellando la pestilenza. Questo, in realtà, è solo uno fra i tanti meccanismi messi in atto dai virus, interagendo con l'attività batterica. In molti casi essi contribuiscono a regolare il clima. Molti cianobatteri e alghe microscopiche svolgono un'azione fotosintetizzante cospicua, fornendoci circa metà dell'ossigeno che respiriamo; alcuni organismi secernano quantità considerevoli di solfuro dimetile, molecola che, partecipando alla formazione delle nubi, facilita l'albedo (riflessione solare), contrastando il surriscaldamento globale; i microbi inoltre assorbono e rilasciano CO2, responsabile primario dei gas serra. Sicché, interferendo con essi, i fagi, indirettamente, regolano tutto ciò che su scala macroscopica avviene nell'atmosfera e nei fondali marini, dove il cibo è più scarso. Presi, invece singolarmente, l'attività di questi microrganismi, determina il rilascio annuale nella catena alimentare di una quantità di carbonio compresa fra 0,37 e 0,63 miliardi di tonnellate di carbonio, garantendo la sopravvivenza di numerose specie. «Sono dati preliminari che richiedono ulteriori ricerche», dice Danovano, «tuttavia è certo che l'attività dei virus può esser determinante per l'equilibrio climatico del pianeta». I virus marini stupiscono anche per la loro incredibile variabilità genetica. I geni di un uomo e quello di uno squalo sono relativamente simili e si possono fare senza problemi dei paragoni. Situazione che perde completamente di significato se rapportata alla realtà genetica dei virus. Uno studio condotto alle Bermuda ha, in particolare, messo in evidenza 1,8 milioni di geni virali, di cui solo il 10% assimilabili a quelli di piante e animali; il restante 90% è assolutamente nuovo per la scienza. In 200 litri di acqua marina gli scienziati ritengono di poter distinguere circa 5mila genotipi (assimilabili a 5mila specie) virus geneticamente diversi; in un chilogrammo di sedimento marino si arriva a un milione di tipi. Questa eccezionale ricchezza genotipica è dovuta alla loro attitudine di infettare organismi diversissimi fra loro, con caratteristiche evolutive profondamente diverse. Per compiere la loro azione parassitaria-predatoria si sono ultraspecializzati, diversificandosi notevolmente fra loro. 

venerdì 16 settembre 2011

GATTI TRANSGENICI


Un gene di medusa innestato in un gatto e ualà: ecco la discendenza del felino trasformarsi in un batuffolo fluorescente. Passatempi per scienziati frustrati? Niente affatto. Da qui si intende, infatti, partire per dare una mano alla ricerca sul virus HIV e moltissime altre malattie. Gli esperti della Mayo Clinic di Rochester dicono che uomini e gatti condividono circa 250 patologie, ed hanno un corredo genetico molto simile. Perciò pensano che sia possibile agire in modo analogo per debellare mali e infezioni. Si è avuta la prova proprio dalla colorazione dell'animale: l'attivazione del gene ha, infatti, permesso di verificare l'azione di un altro gene che, innestato nei macachi rhesus, rende gli animali resistenti al virus dell'Aids. Per la procedura sono stati utilizzati dei vettori virali, all'interno di ovociti felini, poi fecondati. Da qui sono nati tre gattini che godono di ottima salute e potranno fornire importanti informazioni sulla risposta biologica dei mammiferi all'HIV. Qualcosa di simile è accaduto anche con i cani. Si chiama, infatti, Tegon, un beagle creato in questi giorni nei laboratori dell'Università di Seul, il primo cane transgenico; il suo scopo sarà quello di facilitare lo studio di malattie degenerative come l'Alzheimer e il Parkinson. Ma insorgono gli animalisti. Ecco cosa dice Ilaria Ferri dell'ENPA: “Cani, gatti, topi, cavie e tutti gli altri esemplari reclusi nei laboratori sono condannati a vivere una condizione doppiamente innaturale. Infatti, oltre ad essere 'prodotti' artificialmente dall'uomo sono costretti a vivere la loro intera esistenza tra le quattro pareti di un laboratorio, sopportando atroci sofferenze. Ma il problema non è soltanto di ordine etico, è anche di natura scientifica. Sebbene le dichiarazioni dei padri del micio transgenico siano trionfalistiche, il vero punto debole della loro ricerca è la differenza sostanziale, e ineliminabile, tra il modello umano e quello animale”.

lunedì 18 ottobre 2010

Sesso, suffumigi, origano. Ecco come si tengono a bada i virus influenzali

Incombe l'autunno e con esso il timore di essere colpiti dall'influenza. Per il momento non ci sono i presupposti allarmistici dell'anno scorso, in seguito al dilagare del famigerato virus H1N1, tuttavia anche quest'anno c'è chi vorrebbe proprio evitare di ritrovarsi a letto con febbre, tosse e raffreddore. Per questo motivo è già cominciata la rincorsa ai vaccini, che dovrebbero tenere a bada la cosiddetta Australiana. I medici dicono che i primi casi d'influenza si registreranno dai primi di novembre e che complessivamente il virus costringerà sotto le coperte dai due ai cinque milioni di italiani. Il picco, guarda caso (succede sempre così), è previsto per le vacanze di Natale. Con l'influenza classica ci saranno anche le "sindromi cugine", malattie simil-influenzali che porteranno a 13 milioni il numero totale di italiani contagiati. Della nuova ondata influenzale ne danno notizia Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di Medicina generale e Fabrizio Pregliasco, noto virologo milanese. "Il virus proveniente dall'Australia non dovrebbe comunque causare danni consistenti", commenta Pregliasco. I sintomi dell'influenza 2010-2011? Analoghi alle altre classiche manifestazioni influenzali. Ci saranno, infatti, anche in questo caso, febbre alta, superiore ai 38°C, tosse, difficoltà respiratorie. Ma è sempre necessario vaccinarsi? I medici dicono di sì, nonostante la titubanza dell'opinione pubblica convinta che i vaccini siano solo un buon pretesto per arricchire le case farmaceutiche. Questa idea è favorita da alcuni studi. La rivista The Lancet, per esempio, ha messo in relazione il vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia con un'infezione intestinale sconosciuta che innescherebbe forme di autismo. Mentre un lavoro pubblicato sul New England Medical Journal suggerisce che proponendo la vaccinazione antinfluenzale a tutti i bambini italiani ci si può aspettare almeno 10-15 casi di sindrome di Guillaine-Barré (poliradicolonevrite): è una malattia che coinvolge le radici dei nervi, e può essere acuta e cronica. Ma la maggiore parte dei medici - come ricordiamo bene dall'anno scorso - sprona a vaccinarsi e a non badare a certe notizie allarmistiche che potrebbero compromettere la salute di molte persone: ogni anno per la classica influenza muoiono solo in Italia almeno 8mila persone e probabilmente sarebbero molte di più se tutti decidessero di non vaccinarsi. Gli esperti dell'ISS (Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute e Dipartimento di Biologia Cellulare e Neuroscienza) dicono chiaramente che il legame fra vaccini (contenenti mercurio?) e malattie come l'autismo è del tutto inconsistente. E che quindi è giusto continuare a vaccinarsi. Daniel Jacques Cristelli, presidente del Gruppo vaccini di Farmindustria (che MW ha intervistato questa settimana) rinforza la tesi dell'ISS, dicendo chiaramente che i vaccini "sono prodotti biologici studiati e messi a punto, dopo anni di ricerche e studi, per mantenerci sani". Ma alcuni dati sorprendono. Dal sito del medico chirurgo e fitoterapeuta Francesco Perugini Billi, scopriamo che nell'inverno 2004-2005 in Italia vengono vaccinate 6-7 milioni di persone: il preparato dovrebbe preservare dal virus influenzale il 70-80% dei consumatori, ma i risultati sono ben al di sotto delle aspettative. Nel 2003-2004 accade qualcosa di simile in USA, dove la copertura è solo del 14%. E c'è chi sostiene che i morti per influenza vengano "gonfiati" per rendere più plausibile il ricorso alla vaccinazione: in USA si parlò, un anno, di 36mila morti, ma il dato per altre fonti non era superiore a 753. Comunque sia c'è chi - al di là dei pareri dei medici e della stampa - non si è mai vaccinato e mai si vaccinerà, ricorrendo in alternativa ai cosiddetti "rimedi della nonna". A tal proposito ci illumina una ricerca condotta in questi giorni a Hong Kong. Dei ricercatori hanno evidenziato che il ricorso ai vaccini nel mondo è tutt'altro che standardizzato. Ci sono paesi convinti dell'importanza di vaccinarsi e altri molto meno. Al primo posto c'è il Canada, dove si vaccina il 93% della popolazione; all'ultimo la Nigeria, dove i vaccinati rappresentano appena il 31% degli abitanti. Ma chi non si vaccina come tiene a bada i rischi influenzali? Gli esperti dell'Hong Kong Polytechnic University hanno messo in luce che in ogni paese esistono pratiche mediche del tutto peculiari, riferibili perlopiù alla medicina tradizionale e pertanto poco considerate dalla sanità pubblica. In effetti, alcuni rimedi farebbero storcere il naso a chiunque. In Canada si compiono grandi abbuffate di aglio. In Grecia si mangia formaggio, yogurt e miele. Gli anziani in Turchia, Brasile e Nigeria bevono infusi a base di limone caldo e altre rutacee. L'uso delle pere cotte "vaporizzate" è appannaggio dei coreani del Sud. Mentre in Indonesia si pratica il "kerokan": si chiede a qualcuno di sfregare sulla nostra schiena una moneta, così da liberare particolari energie contenute nel nostro corpo che aiutano la circolazione, l'attività del sistema immunitario e a guarire le ferite. Ma senza andare tanto lontani anche in Italia sono vive certe pratiche tradizionali finalizzate a contrastare le malattie "del freddo". I nostri nonni, dunque, ci consigliano per esempio di combattere i primi sintomi influenzali con il vino cotto, al quale va aggiunto un pizzico di zucchero e uno di cannella. Per i più giovani si può utilizzare al posto del vino, latte o acqua e lo zucchero può essere sostituito dal miele. Gli alcolici favoriscono la traspirazione e la dispersione di calore; dolcificanti come il miele contengono principi attivi molto utili contro le infezioni. Questi preparati andrebbero assunti prima di andare a letto. Per chi ha problemi respiratori l'indicazione doc è il miele di eucalipto, associato a spicchi di mandarino; la sinusite si combatte con il mirto, la tracheite con l'origano. Sempre utili i suffumigi, per decongestionare le mucose nasali. Si respirano a fondo i vapori di una pentola contenente acqua bollente ed essenze vegetali balsamiche. Infine per la convalescenza è consigliato mangiare pomodori crudi molto maturi o berne il succo: questo ortaggio, infatti, è ricco di vitamina A (retinolo) e contiene discrete quantità di vitamine B1, B2 e C. Anche il sesso aiuta a tenere lontana l'influenza. È il succo di una ricerca condotta da scienziati della Wilkes University australiana. Gli esperti hanno analizzato i livelli di immunoglobulina A (IgA) di 100 studenti di vent'anni: l'immunoglobulina A rappresenta la prima barriera difensiva dagli attacchi di influenza e raffreddore ed è misurabile prelevando un campione di saliva. È stato chiesto ai ragazzi quante volte avessero fatto sesso nell'ultimo mese. Risultato: nei giovani che avevano fatto l'amore 2-3 volte in 30 giorni, il livello di questa sostanza era del 30% superiore a tutti gli altri che si erano astenuti dall'attività sessuale. Risultati analoghi sono stati ottenuti dai professori della London Endocrine Clinic. In questo caso è emerso che far sesso una o due volte alla settimana stimola la produzione di anticorpi in grado di proteggerci dai principali virus invernali.

domenica 23 maggio 2010

L'ESTATE DELLE ZANZARE TIGRI

Colpa delle abbondanti piogge succedutesi negli ultimi mesi, quest'anno le zanzare saranno più nocive del solito. Il clima umido ha, infatti, creato l'ambiente ideale per la loro riproduzione: un solo insetto è in grado di farne nascere altri mille nel giro di un mese. A impensierire di più saranno le zanzare tigri che, a differenza di quelle tipicamente notturne, caratteristiche delle nostre regioni, si riproducono ovunque, anche in minuscoli specchi d'acqua (vasi, sottovasi, grondaie), dove il numero di predatori è particolarmente basso. La loro attività dura l'intera giornata e si svolge in un raggio di azione inferiore ai 200 metri. Contrariamente a quanto si pensa non corrispondono a una mutazione genetica di quelle normali (Culex pipiens), ma sono il risultato della conquista di nuove nicchie ecologiche, dovuto agli spostamenti dell'uomo e al progressivo incremento delle temperature. Le zanzare tigri sono arrivate in Italia fra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta: le prime colonie sono state individuate a Genova e a Padova. In seguito hanno infestato tutta l'Italia e la Francia e nei prossimi anni è presumibile supporre che possano raggiungere tutti i paesi temperati dell'emisfero boreale. Entro la fine di giugno si arriverà alla terza generazione di zanzare e a quel punto sarà davvero difficile non fare caso alla loro presenza. Le zanzare andranno avanti a tormentarci fino all'autunno inoltrato. Non saranno solo i loro ronzii e le loro punture a darci fastidio, ma anche il rischio di andare incontro a qualche malattia particolarmente insidiosa e in parte sconosciuta come la febbre Dengue, trasmessa dalle zanzare Aedes albopictus (nome scientifico della zanzare tigre) e Aedes aegypti: la patologia dà luogo a febbre nell'arco di 5-6 giorni dalla puntura di zanzara, mal di testa acuti, nausea, irritazione della pelle; nei casi più gravi si possono verificare emorragie, in rari casi fatali. Aedes albopictus può trasmettere anche febbre del Nilo, febbre gialla, encefalite di St. Louis, e l'agente patogeno della dirofilariosi e chikungunya. Alle zanzare si affiancheranno anche le pulci provenienti dai paesi caldi, le zecche, gli acari, le mosche cavalline, i black fly, i pappataci. Insomma per l'estate 2010, è proprio il caso di dirlo, sul fronte insetti, c'è ben poco da stare allegri.

mercoledì 28 aprile 2010

I virus vegetali possono infettare l'uomo?

Fino a oggi s'è sempre pensato che i virus delle piante non potessero infettare l'uomo e gli animali. Recentemente, però, una ricerca condotta da esperti dell'University of the Mediterranean di Marsiglia ha rivelato che un virus presente nel peperone dolce, è attivo anche nel 7% delle persone (il test è stato condotto su 304 adulti). In particolare gli scienziati hanno evidenziato nell'uomo tracce dell'Rna del virus vegetale, la prima prova di un'infezione ad opera di una pianta. Le persone colpite dal virus erano più suscettibili a stati febbrili, dolori addominali e prurito. Non tutti però sono d'accordo con queste conclusioni. Per Robert Garry della Tulane Univertisy a New Orleans, in Louisiana, è molto difficile che il virus di una pianta possa 'riconoscere' una cellula animale.

venerdì 19 marzo 2010

Chirurgia plastica per le vittime dell'Hiv

Oggi grazie ai progressi della medicina, sieropositivi e malati di Aids vivono sempre più a lungo. Per questo tipo di pazienti, però, si sta facendo largo un nuovo problema: la sindrome lipodistrofica. È la conseguenza delle massicce cure necessarie per contrastare il virus Hiv. A lungo andare la pelle del viso ne risente. Con ciò, un malato di Aids, rischia di venire emarginato, messo da parte, anche se la malattia è tenuta assolutamente sotto controllo. Che fare dunque per evitare questa situazione? Secondo gli esperti dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma si può intervenire con la chirurgia plastica. In questo caso, però, non si usa il bisturi, ma semplici iniezioni di “filler”, sostanze riempitive che attenuano la magrezza e la rugosità del volto. Centinaia di persone sono già state trattate presso il centro romano e molte altre sono in lista. Ottimi i risultati, rarissimi i casi di (comunque leggeri) effetti collaterali. Ma in cosa consistono le iniezioni di filler? Si basano su due sostanze sintetiche, da utilizzarsi in relazione alle caratteristiche specifiche di ogni malato. La prima, Aquamid, è un gel poliacrilammidico che dura nel tempo e si trasforma in una parte morbida e stabile della pelle. La seconda, a base di acido polilattico, Sculptra, agisce invece stimolando la crescita dei tessuti: più che un filler viene classificato come un ricostituente del tessuto connettivo. L’acido polilattico è biodegradabile e viene riassorbito nel giro di 12-24 mesi. Il problema sono i costi. Ogni fiala iniettata costa, infatti, 200 euro, ed è necessario utilizzarne almeno una decina per ottenere dei validi risultati.

sabato 13 febbraio 2010

Raffreddore, mal di testa, crampi: colpiscono mediamente 6.284 volte in una vita

Malattie di poco conto che spesso guariscono anche senza terapie: raffreddori, mal di testa, epistassi nasali. Ora uno studio effettuato in Inghilterra ci dà qualche numero sfizioso. Secondo gli specialisti in un'intera vita una persona è colpita da fenomeni di questo tipo 6.284 volte. 80 volte ogni 365 giorni. In media siamo, dunque, colpiti annualmente da 16 mal di testa, 19 crampi, 14 dolori alla schiena. Conseguenza: 21 volte all'anno ci rechiamo dal farmacista per acquistare medicinali blandi, in grado di contrapporsi a dolori lievi, virus stagionali, contratture muscolari. A questi risultati gli esperti di www.activequote.com sono giunti coinvolgendo 3mila adulti.

mercoledì 20 gennaio 2010

Il 'the day after' delle pornoattrici

L'argomento è poco trattato e poco conosciuto, ma sta comunque avendo una certa risonanza in questi ultimi tempi grazie a "Empire of illusion: the end of literacy and the triumph of spectacle" (Nation Books, 24,95 dollari), libro scritto dal premio Pulitzer, Chris Hedges. Per la prima volta si parla dei traumi fisici e psicologici delle attrici hard, dimostrando che - quando una pornostar smette di esercitare - accusa gli stessi identici problemi che caratterizzano i reduci del Vietnam. A queste conclusioni è giunto Hedges dopo aver intervistato ex attrici XXX rated ed ex veterani. Scientificamente il riferimento è al cosiddetto "Post Traumatic Stress Disorder", patologia psichiatrica concernente molti disturbi fra cui depressione e ansia. In America si sta dunque formando una coscienza sociale relativa al problema, e con essa stanno nascendo associazioni per dare supporto medico e psicologico alle pornostar. Fra queste si possono menzionare l'associazione The Pink Cross e l'Adult Industry Medical Healthcare. Secondo Hedges i problemi per le attrici hard sono cominciati negli anni Ottanta, quando l'industria del porno ha iniziato a puntare sulla violenza e sullo svilimento delle donne. Al di là dell'aspetto psicologico, Hedges parla dunque di vere e proprie 'torture' subite dalle protagoniste di pellicole hard, per rispondere (purtroppo) a una domanda sempre più incalzante. Il riferimento è per esempio a gravi emorragie, lacerazioni di organi genitali (che richiedono l'intervento del chirurgo), malattie gastriche. A ciò vanno poi affiancati i numerosi problemi provocati dalle malattie trasmissibili sessualmente. Ecco qualche percentuale. Il 66% delle pornoattrici soffre di herpes genitale; il 70% delle malattie sessuali riguarda le appartenenti al gentil sesso; dal 75% al 90% le attrici hard sono anche prostitute; malattie come clamidia, sifilide, e gonoreea, fra le attrici hard, sono decisamente più frequenti rispetto alla popolazione media. Fece scalpore qualche mese fa la notizia dello sciopero di alcune pornostar in California. La bomba esplose dopo aver saputo che ben 16 attrici porno erano state contagiate dal virus dell'Hiv. Di conseguenza la San Francisco Valley, culla del cinema a luci rosse, dove si girano 4mila film hard all'anno, non poté far altro che chiudere temporaneamente i battenti. Mai era capitato prima che un numero così elevato di attrici porno risultasse positivo al test dell'Hiv. Forse Hedges non ha tutti i torti.

domenica 15 novembre 2009

Acquasantiere hitech contro l'influenza A

Notizie (scientifiche?) dalla Brianza. Arriva l'acquasantiera anti influenza. È l'idea di un barista brianzolo, Luciano Marabese. L'audace inventore ha messo a punto un dispositivo in grado di erogare acqua (santa) , semplicemente posizionando le mani di fronte a una fotocellula (azionata da una comune batteria). In questo modo si evita il contatto con acque o superfici contaminate dal virus A. Il meccanismo che consente il funzionamento dell'acquasantiera è del tutto simile a quello di wc e lavandini presenti nei bar o negli autogrill. L'originale trovata di Marabese è ufficialmente entrata in funzione presso la chiesa dei Tre Fanciulli a Fornaci di Briosco, fra Giussano e Besana Brianza, in provincia di Milano. "I fedeli, all'inizio, erano disorientati", ha spiegato il parroco del paese, "poi, però, hanno accolto questa innovazione tecnologica con molto entusiasmo". Marabese ha pensato all'acquasantiera elettronica dopo aver notato che - durante le celebrazioni eucaristiche - sempre più persone avevano smesso di 'segnarsi' per paura di essere contagiate dal virus H1N1. L'inventore brianzolo ha ottenuto con la sua acquasantiera hitech un gran successo, tanto che gli stanno arrivando ordini anche dalla Spagna e dal Portogallo. In realtà tutti i guadagni finiranno in Africa, presso la missione di don Bruno (conoscente di Marabese), dove c'è bisogno di nuovi pozzi per estrarre l'acqua.

(Pubblicato su http://www.milanoweb.com/)

Il servizio del TG1:


lunedì 9 novembre 2009

Aids: nuove speranze dalle piante di tabacco

Per il momento ne hanno beneficiato solo alcune scimmie, ma presto potrà giovare anche all'uomo. Il riferimento è all’azione antivirale espressa da piante di tabacco (Nicotiana tabacum, nella foto) geneticamente modificate, nei confronti del virus Hiv. Studiosi inglesi del Kent hanno inoculato nella nota solanacea un batterio in grado di stimolare la pianta a produrre una proteina particolare, a sua volta capace di bloccare la diffusione nell’organismo del virus dell'Aids. Una scoperta sorprendente che potrebbe gettare le basi per lo sviluppo di una nuova rivoluzionaria terapia per sconfiggere la malattia. La proteina esaminata dagli studiosi è stata battezzata cyanovirin N. I test sono stati condotti per ora solo sulle scimmie. 18 primati ammalati di Aids sono stati sottoposti all’azione di un farmaco derivante dalle piante di tabacco ogm. Sorprendenti i risultati. In 15 scimmie il virus dell’Hiv ha terminato la sua corsa. Il futuro? Promettente, dicono gli anglosassoni. Per l’uomo stiamo già pensando a creme microbicide da applicare nelle zone genitali e permettere quindi di arginare la malattia sul nascere. Gli esperimenti vanno avanti celermente. Nei laboratori del Kent gli studiosi vogliono capire se è possibile produrre su larga scala la sostanza ricavata dalle piante del tabacco. A capo della ricerca c’è Julian Ma, studioso del Centre for Infection del St George’s Hospital di Londra il quale ritiene di poter giungere a un traguardo soddisfacente entro pochi anni. “La produzione su larga scala della proteina cyanovirin avrebbe un’eccezionale ripercussione sui malati – ha detto lo scienziato – abbiamo calcolato che 5 chili di cyanovirin potrebbero soddisfare 10milioni di persone”. Nel mondo ci sono circa 39,4 milioni di persone affette da Hiv. Di queste 610 mila vivono nell’Europa centrale e meridionale. 1 milione nel Nord America. 1,4 milioni nell’Europa dell’Est e nell’Asia centrale. 7,1 milioni nel Sud-est asiatico. L’area più drammaticamente colpita rimane l’Africa sub-sahariana con 25,4 milioni di malati.

giovedì 5 novembre 2009

Influenza A: colpiti anche i gatti

L'influenza A colpisce anche i gatti. È quanto dichiara Ann Garvey, dell'Iowa Department of Public Health. La veterinaria rende noto il caso di un gatto domestico risultato positivo al test dell'influenza suina nell'Iowa, Usa. Sarebbe il primo caso accertato dell'azione del virus H1N1 in un animale casalingo. L'animale, di 13 anni, immediatamente ricoverato dopo i primi sintomi di insufficienza respiratoria, avrebbe contratto la malattia da uno dei membri della famiglia che lo ospita. "Due dei tre membri della famiglia che possiede il gatto hanno sofferto di sintomi simil-influenzali prima che anche l'animale si ammalasse", ha spiegato Ann Garvey. "È però una cosa che non ci coglie del tutto impreparati, dato che in passato altri ceppi influenzali erano stati riscontrati nei felini". Secondo gli esperti l'influenza suina potrebbe colpire anche cani e cavalli, per questo motivo è stato creato un sito internet dedicato agli animali colpiti dal virus H1N1: www.avma.org/public_health/influenza/new_virus. "Gli animali domestici che vivono a stretto contatto con qualcuno che sia stato male sono a rischio ed è bene monitorare la loro salute per essere certi che non mostrino segni della malattia", ha aggiunto il dottor David Schmitt, veterinario dello stato dell'Iowa.

lunedì 2 novembre 2009

INFLUENZA A: LE COSE (NON) DETTE

"Servirebbe una maggiore trasparenza nelle informazioni e una minore sottovalutazione dei rischi", scrive Mario Pappagallo sul Corsera di ieri, riferendosi alla febbre suina. Ha ragione. L'impressione che si ha, infatti, è che ci sia troppa disinformazione a riguardo, e che anche i medici dicano solo una parte della verità (tenuto conto del fatto che forse nemmeno loro sanno bene cosa sia e cosa faccia di preciso il virus H1N1). Con ciò nessuno intende lanciare allarmismi, tuttavia sarebbe utile dire bene le cose come stanno senza banalizzare il tutto dicendo che "l'influenza suina non deve fare paura perché ha un tasso di mortalità più basso della stagionale". Questo lo si è capito ed è correttissimo. Ma c'è dell'altro, che non viene chiaramente detto e di cui l'opinione pubblica - sempre più in defaillance (anche se il 61,4% degli italiani dice di non aver paura) - non sa niente o quasi. L'occasione per affrontare questo argomento è il decesso, venerdì pomeriggio - presso l'ospedale pediatrico Santobono (Napoli) - di una bimba di 11 anni, Emiliana D'Auria, probabilmente già affetta da un problema cardiaco congenito. I casi più gravi, infatti, si stanno registrando fra i più giovani, di età compresa fra i 5 e i 14 anni, e in molte circostanze si tratta di individui sanissimi. In Usa i minori rappresentano l'8% dei decessi. In generale un terzo delle vittime dell'influenza suina ha un'età compresa fra 2 e 27 anni. L'1% di tutti i colpiti dal virus dell'influenza A viene ricoverato (e questo non succede con la stagionale). Molte persone ricoverate vengono poi trattate con macchinari speciali in grado di assicurare la respirazione (compromessa nei malati gravi), anche per 90 giorni di fila (e anche questo non accade nell'influenza stagionale). Molti altri aspetti sono sconosciuti o si conoscono frammentariamente. Per esempio in pochi sanno che non c'è solo la polmonite fra le eventuali complicazioni della suina: benché accada in una percentuale bassissima di casi, ci possono anche essere pericardite (infezione della pellicola che protegge il cuore), o miocardite (progressivo deterioramento del miocardio). In casi rarissimi si può anche andare incontro alla cosiddetta sindrome di Reye (con nausea, vomito e perdita della memoria). In Usa è già stato approntato un piano speciale nel caso in cui non si riuscisse più a gestire la situazione: verrebbero, dunque, vaccinate solo le persone che stanno bene, mentre tutte le altre - disabili, malati psichici, anziani - verrebbero lasciate al loro destino. In prima linea stati come lo Utah, pronti a partire coi cosiddetti "Do Not Resuscitate", individui che nel testamento biologico hanno dichiarato di essere contrari ad ogni tipo di accanimento terapeutico. Il virus fa più male alle persone nate dopo il 1976. Questo perché il virus H1N1 - contrariamente a quanto s'immagina - si è già visto, a metà anni Settanta,'caratterizzando' il sistema immunitario di individui che oggi sono sicuramente più protetti rispetto ai giovani. L'epidemia di suina di oltre 30 anni fa si fece sentire specialmente fra i soldati di Fort Dix, New Jersey (USA): ci furono 200 casi, 4 persone si ammalarono di polmonite, una persona morì. Nessuno, però, ha ancora capito come si diffuse il virus. Ancora. L'effetto panico registrato in molti nosocomi non è del tutto ingiustificato. A Niguarda (Milano), per esempio, il 15% dei pazienti che si son presentati con febbre, tosse e mal di gola, sono stati poi ricoverati, non una percentuale da poco. Il periodo di contagiosità, peraltro, non termina con la fine dei sintomi: il virus, infatti, è trasmissibile anche una settimana dopo la fine della malattia. E nei bambini rimane attivo anche per dieci giorni. Ci sono poi stati casi in cui la malattia si è rivelata talmente leggera (e addirittura asintomatica) che il malato non s'è nemmeno accorto di averla avuta e quindi di essere stato un potenziale 'untore'. Poche anche le notizie riguardanti uno studio condotto presso l'Università del Maryland (Stati Uniti), nel quale degli scienziati (che hanno pubblicato le loro conclusioni sulla rivista PLoS Currents) hanno verificato che non è corretto dire che la stagionale e la suina sono assimilabili, partendo dal presupposto che l'azione virale dei due morbi è diversa. Spiegano, infatti, che il virus della nuova influenza è in grado di penetrare in maniera più profonda nei tessuti polmonari rispetto a un normale virus influenzale. Dunque aggiungono che probabilmente la suina colpisce un numero di cellule polmonari più alto rispetto alla stagionale, che concentra la sua azione soprattutto sulle alte vie respiratorie, a partire da naso e gola. Incuriosisce poi il fatto che tutti i medici dicano di vaccinarsi, benché siano loro i primi a non farlo. Il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio non si vaccinerà; il farmacologo Silvio Garattini non si vaccinerà; Gianluigi Passerini, della Società europea di qualità in medicina generale, non si vaccinerà, spiegando che "non vuole dare messaggi allarmistici ai pazienti"; Richard Halvorsen, direttore medico di BabyJabs, non si vaccinerà; in questo momento, presso l'ospedale Sacco di Milano s'è vaccinato solo 1 medico su 20; (mistero anche per ciò che riguarda Sasha e Malia Obama, le figlie del presidente americano: secondo Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, le bimbe non si vaccineranno; secondo Katie McCormick Lelyveld, invece, portavoce di Michelle Obama, le piccole sono già state vaccinate). Il futuro, dunque, è facilmente prevedibile. Moltissimi (e comunissimi) medici di famiglia non si vaccineranno: in Italia, ma anche in Francia, in Gran Bretagna e Canada. Secondo la Federazione dei medici di medicina generale uno specialista su sei farà a meno del vaccino. Gli interessati dicono che il vaccino serve poco o a nulla per chi ha già compiuto i 65 anni d'età, tuttavia suona strano che più del 60% dei medici (compresi, quindi, moltissimi under 65) ne voglia fare a meno. A questo punto viene da chiedersi: cosa temono i medici? E anche qui si scoprono tante cose non dette o dette solo parzialmente. Per esempio non tutti hanno capito che questo tipo di vaccino è già stato approntato nel 1976, provocando casi di una grave malattia neurologica chiamata sindrome di Guillian-Barré. Assolutamente attendibile la fonte: l'epidemiologo Tom Jefferson della Cochrane Collaboration. Il vaccino contro la suina contiene poi l'immuno-coadiuvante MF59, sostanza conosciuta come 'squalene' e in grado di aumentare la risposta immunitaria di un organismo. In realtà, secondo Viera Scheibner, ricercatore scientifico del governo australiano, lo squalene è riconducibile anche alla "Gulf War Syndrome", vale a dire la nota 'Sindrome della Guerra del Golfo', che ha coinvolto vari soldati negli anni Novanta, con sintomi quali attacchi epilettici, problemi tiroidei, lupus eritematoso e molte altre patologie. Il sito "Stockolm News" fa invece sapere che, in questi giorni, ci potrebbero essere state due vittime - due anziane donne rispettivamente di 90 e 74 anni, già sofferenti di cuore - a causa della somministrazione del vaccino (che in Svezia ha, per ora, coinvolto 1 milione di persone): il dato, però, deve ancora essere confermato. Intanto, l'assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Luciano Bresciani, precisa che il vaccino non copre al 100% e che quindi, alcuni individui (sarebbe bello sapere quanti), nonostante l'assunzione del medicinale potrebbero non sviluppare gli anticorpi per fronteggiare la febbre suina. Lo affianca il noto virologo Fabrizio Pregliasco, dell'Università di Milano, il quale afferma che "il vaccino non è uno scudo impenetrabile". Le case farmaceutiche hanno inoltre fatto firmare dei documenti tali per cui - in caso di effetti collaterali nei pazienti trattati col vaccino - non sono perseguibili. Senza contare il fatto che le confezioni di vaccino multi-dose contengono Thiomersal, un sale mercurio che già nel 2000 la Food and Drug Administration (Fda) decise di togliere dal mercato perché potenzialmente tossico. Alla luce di queste considerazioni ci sono, quindi, due soli dati certi: il numero dei decessi imputabili alla influenza suina, 5.712 e il numero di persone contagiate dal virus H1N1, 441.661.

L'intervista rilasciata qualche tempo fa da Pregliasco ad Affari Italiani:


venerdì 30 ottobre 2009

Il virus A comincia a far paura

Virus A: l'epidemia ha ufficialmente preso il largo. Sono già 11 le vittime italiane della nuova influenza. Dieci malati, però, erano già considerati a rischio per altre malattie. Solo una vittima non aveva altri problemi: è la donna di Messina deceduta il 19 settembre. La Campagna è la regione più colpita con quattro vittime in tre giorni. Secondo il viceministro della Sanità Ferruccio Fazio "siamo il Paese più colpito dell'Unione Europea" (con la Spagna). Ma precisa, di nuovo, che "l'influenza A resta una malattia leggera". L'incidenza attuale parla di circa 380 malati ogni 100mila abitanti: 230mila gli abitanti del Belpaese colpiti dal virus. Molti gli under 14, con 600 casi ogni 100mila persone. In ogni caso gli esperti del centro nazionale di epidemiologia dell'Istituto superiore di sanità fanno sapere che il picco non è ancora stato raggiunto. "I mesi più difficili saranno novembre e dicembre". Alta l'incidenza del male (3-4 volte superiore all'influenza stagionale), ma bassa la mortalità. È il parere unanime degli specialisti. Intanto si procede con il piano vaccinazioni che dovrebbe coinvolgere 25milioni di italiani. Ma sono già scoppiate le polemiche. La consegna dei vaccini, infatti, starebbe avvenendo a rilento. A Napoli, per esempio, degli 800mila vaccini previsti ne sono arrivati 130mila. Simile la situazione a Bari e a Genova. Nel frattempo le scuole e gli asili si svuotano. In Lombardia il 30% degli studenti è a letto con l'influenza, mentre a Roma, in alcuni istituti le assenze toccano il 50%. Per il momento, comunque, nessun istituto è stato chiuso per il virus H1N1.

martedì 27 ottobre 2009

Encefaliti, micosi, tbc: malattie tropicali sempre più diffuse anche in Europa

Uno studio commissionato dal governo inglese mette in allarme l’Europa: sono sempre più diffuse le malattie tropicali. Peraltro si conoscono poco e non si è in grado, quindi, di diagnosticarle in tempo. A fare più paura sono le encefaliti virali di origine tropicale. Secondo le stime inglesi sono almeno una cinquantina le persone che, nel Regno Unito, soccombono annualmente a simili patologie. Dati analoghi in Usa. Solo a New York, nel 2000, sono morte almeno dieci persone per questo tipo di malattia. In prima linea c'è dunque la lotta contro le encefaliti da virus del Nilo occidentale e quelle provocate dal virus Tahnya. In entrambi i casi si ha a che fare con agenti virali difficilmente individuabili e trasmissibili da animali come le zanzare. “L’agente patogeno responsabile di questi morbi viene individuato solo nel 40% dei casi – spiega Ernie Gould, ricercatore presso l’ateneo di Oxford. Ma non sono solo le encefaliti a preoccupare. Negli ultimi quattro anni i casi di tubercolosi sono raddoppiati, così come le malattie della pelle causate da parassiti di aree calde, come la larva migrans, la tunga penetrans e le micosi profonde. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero complessivo di persone colpite ogni anno da malattie tropicali si aggira intorno ai 330milioni. 170milioni i casi di Trichomonas; 62milioni quelli dovuti a infezioni da gonococco; 89milioni gli individui vittime di infezioni da Chlamydia; 12milioni quelli soggetti a sifilide. Un terzo dei nuovi casi (111milioni) riguarda, peraltro, giovani di età inferiore ai 25 anni. Ma da dove arrivano queste malattie e perché sono diventate così frequenti? Secondo gli studiosi britannici “molti di questi virus si nascondono nella popolazione animale più comune: insetti, conigli e uccelli”. Qui passano un lungo periodo di incubazione prima di colpire l'uomo. I motivi del fenomeno, invece, risiedono soprattutto nel continuo movimento di turisti e nell'immigrazione. Le statistiche dicono che ogni anno nel mondo oltre 1miliardo e 200milioni di persone attraversano i confini del proprio stato, temporaneamente o per sempre. Si calcola che nel mondo gli immigrati siano oltre 175milioni, dei quali 23milioni vivono in Europa. In Italia gli stranieri regolari rappresentano il 4,6% della popolazione residente. Provengono da oltre 156 Paesi di Africa, Asia, America Latina ed Europa dell’Est.

lunedì 26 ottobre 2009

Influenza A: pronti a intervenire con il 'piano X'

E se non fossimo realmente in grado di contrastare l'influenza suina? Gli Usa propongono una soluzione shock: curare solo le persone sane e giovani, trascurando invece anziani, disabili e soggetti in dialisi. È quanto emerge dal New York Times. Secondo il prestigioso giornale americano in molti stati le autorità sanitarie si stanno preparando al peggio, e quindi cercando soluzioni estreme per cercare di salvare il salvabile. È uno scenario da brivido, ma secondo molti medici davanti a una pandemia come quella provocata dalla febbre Spagnola nel 1918, non ci sarebbero molte altre possibilità: meglio intervenire su chi ha qualche chance di farcela, rispetto a chi ha già grossi problemi di salute e dunque esigue possibilità di sopravvivere al virus H1N1. Nei dettagli la prima categoria che verrebbe abbandonata al suo destino è quella dei "Do Not Resuscitate", individui che nel testamento biologico hanno dichiarato di essere contrari ad ogni tipo di accanimento terapeutico. A seguire ci sono gli anziani, le persone colpite da insufficienza renale cronica e costrette alla dialisi, e infine i pazienti con gravissime malattie neurologiche. Oltre una certa soglia di guardia, quindi, potrebbe scattare il 'piano x': niente ricovero ospedaliero, né uso di respiratori artificiali, per chi - indipendentemente dall'influenza suina - rischia la vita. Fra gli stati che appoggiano questa (drastica) iniziativa c'è lo Utah, dove le disposizioni verranno applicate a partire dai centri per anziani, per poi giungere agli istituti per disabili e ai penitenziari. Per non calcare troppo la mano gli specialisti parlano di "smistamento". In realtà non è che una selezione darwinina imposta dall'uomo, in modo da salvaguardare i più forti, e abbandonare al loro destino i più deboli. C'è chi è contrario a queste disposizioni come Mary Buckley-Davis, specialista di rianimazione, che teme sommosse contro chi decide di staccare la spina a un determinato paziente. A favore invece c'è Ann Knebel del Department of Health la quale sostiene che "la prospettiva cambia se si comincia a pensare alla collettività e non ai singoli". Intanto il presidente americano Barack Obama ha decretato l'emergenza sanitaria nazionale. L'influenza A ha già coinvolto 46 stati americani, e contagiato milioni di statunitensi. Fino ad ora si parla di circa 20mila ricoveri e 1000 vittime (fra cui più di 100 bambini).

venerdì 16 ottobre 2009

Perchè è importante lavarsi le mani dopo essere andati in bagno

Solo un terzo degli uomini si lava le mani dopo aver fatto pipì. Molto più alta invece la percentuale delle donne, circa il 70%. Sono i risultati di uno studio condotto da esperti della London School of Hygiene & Tropical Medicine, tramite una serie di strumenti elettronici posti nei bagni pubblici. Altre percentuali, invece, parlano di circa 3,2 milioni di batteri per 2,5 centimetri quadrati presenti sull'asse del wc e 6.267 batteri per 2,5 centimetri quadrati che bivaccano felicemente sulla maniglia del gabinetto. Ma il dato più significativo è senz'altro quello riguardante il fatto che sulle mani del 28% delle persone è riscontrabile la presenza di batteri fecali. Secondo gli esperti non sono numeri da sottovalutare, perché questi germi possono veicolare molte malattie, da banali influenze a patologie più serie come la toxoplasmosi, e l'epatite A. Gli scienziati hanno visto che è, in ogni caso, possibile influenzare il comportamento di chi si reca alla toilette con semplici messaggi posti sui prodotti igienici del tipo "il sapone uccide i microbi". Fanno poi sapere che non tutti i detergenti sono validi allo stesso modo. I migliori sono quelli privi di sostanze alcaline con ph 5,5; bocciate invece le tradizionali saponette, spesso terreno di coltura ideale per i germi. Quando si esce dal bagno il consiglio degli igienisti è dunque quello di strofinare le mani per 30 secondi (mentre la maggior parte di noi le strofina dai 7 ai 10 se­condi), con acqua tiepida, tenendole rivolte verso il basso per evitare che i germi raggiungano i polsi. L'importanza di lavarsi periodicamente le mani è, del resto, provata anche da numerosi altri studi. Per esempio si è visto che, educando i bimbi degli asili a compiere questa azione igienica, si riduce l'incidenza delle malattie respiratorie del 14% in Canada, del 12% in Australia e del 32% in America. In generale è emerso che indurre i più piccoli a lavarsi le mani almeno 5 volte al giorno riduce le visite pediatriche per infezioni polmonari e delle alte vie respiratorie del 45%. In Paesi sottosviluppati come il Pakistan porta, invece, a un decremento del 50% dell'incidenza della polmonite e della gastroenterite. L'Unicef rende, infine, noto che sono 1,5 milioni i bambini sotto i cinque anni che vengono uccisi dalla diarrea. Eppure basterebbe insegnare loro a lavarsi le mani dopo aver usato i servizi igienici e prima di toccare gli alimenti per ridurre del 40% la percentuale di persone colpite da questa malattia. In ultima analisi è giusto sottolineare l'importanza di lavarsi le mani - specialmente in momenti critici come questi in cui imperversa il problema della febbre suina - tuttavia non bisogna farne un'ossessione. Ci sono individui che, anche senza reali necessità, compiono ripetutamente quest'azione; non per una questione igienica, ma per scaricare l'ansia. In questi casi si parla di disturbo ossessivo-compulsivo e il medico di riferimento è lo psichiatra.