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venerdì 2 marzo 2018

Guerra nucleare: il futuro della Terra


Einstein diceva di non sapere come l'uomo avrebbe combattuto la terza guerra mondiale, ma di intuire come sarebbe avvenuta la quarta: con clave e bastoni. Alludeva all'uso indiscriminato dell'energia nucleare che all'indomani delle due guerre mondiali avrebbe determinato la scomparsa del genere umano, e forse dell'intera vita sul pianeta; costringendo l'evoluzione a iniziare daccapo. Oggi gli attriti fra Stati Uniti e Corea del Nord ripropongono il tema, e alcuni scienziati, capeggiati dal climatologo Alan Robock, della Rutgers University, in Usa, hanno davvero immaginato quel che potrebbe accadere se scoppiasse un conflitto nucleare nei prossimi anni; supponendo l'utilizzo di cento bombe nucleari, a fronte delle migliaia protette negli arsenali di mezzo mondo. La Terra è sconvolta da un'azione antropica devastante e dopo una settimana cinque megatoni di "black carbon" (carbone elementare, o polvere nera) deturpano l'atmosfera; è un composto altamente nocivo, inquinante e soprattutto in grado di alterare velocemente la qualità del clima. La fuliggine, infatti, impedisce al calore del sole di raggiungere la superficie del pianeta, provocando un repentino abbassamento delle temperature, con oscuramento del cielo.

Trascorse due settimane il Pianeta azzurro è completamente trasformato e il buio avvolge ogni suo angolo. Alcune faglie tornate attive causano terremoti e smottamenti. Lo strato di ozono che riveste l'atmosfera è seriamente compromesso. E il suo compito di difenderci dai raggi ultravioletti che provengono dal sole e hanno il potere di danneggiare il Dna, viene meno. Si assiste a un incremento dell'80-120% delle radiazioni ultraviolette, al quale scampano solo poche piante dotate della capacità di produrre enzimi che assorbono e annullano gli effetti radiativi. La mancanza di luce e di calore provoca dopo due mesi un abbassamento delle temperature di circa 25 gradi: il pianeta si raffredda a ogni latitudine e in una città come Milano si avrebbero mediamente -30 gradi in inverno e un paio di gradi sopra lo zero in estate. L'inverno nucleare diviene realtà; con gli unici animali capaci di contrastare efficacemente il cataclisma: scarafaggi, blatte, moscerini, topi e scorpioni. Gli insetti, in particolare, fanno tesoro di milioni di anni di selezione naturale, ormai abituati a superare le condizioni climatiche più estreme. 

Il crollo delle temperature va di pari passo con una diminuzione delle precipitazioni: fiumi e laghi rinsecchiscono fino a scomparire. Per gli organismi abituati a vivere in stretto rapporto con il mondo acquatico è la fine. Molte specie di pesci e di anfibi si estinguono e le piante smettono di crescere. Le catene alimentari perdono tasselli importanti, compromettendo anche l'esistenza di specie che possono resistere per lunghi periodi senza liquidi immediatamente disponibili. Il Dna dei vegetali subisce importanti mutazioni, disturbando la regolare crescita delle foglie e delle radici. Se gli errori di codifica genetica riguardano l'apice meristematico (dove le cellule si riproducono velocemente consentendo lo sviluppo della pianta), degenerano i tessuti, i fusti e i rami crescono in modo irregolare dando luogo a "mostruosità vegetali". Dopo due anni è l'uomo ad accusare il colpo peggiore. Per due miliardi di persone la mancanza di organismi autotrofi è l'anticamera di gravi carestie: grano e riso non crescono più e per chi si ciba di questi alimenti non può esserci futuro. Peraltro gran parte del pianeta è invivibile a causa delle bassissime temperature e non c'è modo di potersi spostare verso aree geografiche dove l'alimentazione è assicurata. 

A cinque anni dalla guerra nucleare lo strato di ozono ridotto del 25% provoca un aumento esponenziale di tumori epidermici. E già da tempo sono tornate a farsi strada malattie causate dall'assunzione di cibo di scarsa qualità. Le acque contaminate non consentono di abbeverarsi con sicurezza e le epidemie dilagano. La fisiologia cellulare è alterata da un'impennata dei radicali liberi (suscettibili alle radiazioni nucleari), molecole alla base di moltissime patologie. Occorrono venti anni per tornare a livelli accettabili, con un timido riscaldamento che coinvolge un pianeta ancora stretto nella morsa del gelo. Trent'anni dopo la guerra nucleare torna a piovere con maggiore intensità, favorendo la ripresa definitiva di angiosperme e gimnosperme (le piante più evolute); che di nuovo colorano il pianeta regalando al cielo l'ossigeno, anche se molte zone rimangono fortemente contaminate dalle radiazioni che impediscono uno sviluppo "sano". 

Difficile dire a questo punto se e come l'uomo se la sarà cavata, e per quanti decenni ancora il pianeta dovrà fare i conti con la più grande tragedia climatica della storia; tuttavia, Robock è convinto che non ci sia nessuna ragione per mettere in atto un programma nucleare, nemmeno quello accarezzato dalla Nasa di provocare timide esplosioni per contrastare l'effetto serra. Questo è, infatti, quello che accadrebbe se l'uomo facesse scoppiare dall'oggi al domani cento bombe nucleari. Ma nessuno vuole immaginare (forse nemmeno Einstein se fosse ancora vivo) cosa succederebbe se fossero molte di più, anche solo una piccola parte delle 16mila sparse qua e là.    

venerdì 26 gennaio 2018

Le foreste del Polo Sud


L'Antartide come non ce lo immagineremmo mai. Coperto di piante lussureggianti. E' esattamente quel che accadde 260 milioni di anni fa. Oggi, infatti, giunge notizia della scoperta al Polo Sud delle tracce di un'antichissima foresta, capace di sopravvivere in condizioni estreme; con lunghi periodi di buio, alternati ad altri di chiaro. E' il risultato della missione condotta da scienziati dell'University of Wisconsin-Milwaukee, in Usa. Gli esperti dicono che potrebbe essere sopravvissuta alla grande estinzione di massa del Permiano Triassico; quella che anticipò la più famosa e che sancì l'epilogo della storia dei dinosauri, 250 milioni di anni fa. La Terra non era certamente quella che tutti conosciamo. 

A partire proprio dall'Antartide che si trovava in una posizione molto diversa da quella attuale, appiccicata all'Australia e all'India. E con un clima molto più caldo. Fu il risultato del movimento espresso dalle zolle continentali, che dopo la frammentazione del supercontinente Rodinia portò a una nuova realtà geologica, la Pangea; che successivamente si frantumò a sua volta generando i continenti che ci sono familiari. Erik Gulbranson, a capo dello studio, ha indagato la tipologia di rocce sedimentarie accumulatesi nei milioni di anni in corrispondenza dei monti transatartici; geograficamente collocati fra la terra di Vittoria e la Terra di Coats. E oggi ricordati per le scarsissime precipitazioni che li contraddistinguono. 

La roccia sedimentaria è tipicamente caratterizzata da resti fossili che testimoniano un passato in grado di farci comprendere come si è evoluto il mondo e che strada prenderà. Tredici i reperti portati alla luce dagli scienziati; fra i migliori mai scoperti; la cui chimica è ora sotto le lenti dei ricercatori, insieme a organismi simbionti - batteri e alghe - che potranno mostrare per la prima volta la variabilità del mondo che anticipò la straordinaria epoca dei grandi rettili

martedì 25 ottobre 2016

Effetto serra: i record del 2015


Un record di cui non andare fieri: il superamento della soglia di 400 parti per milione di CO2 nell'atmosfera. E' stato registrato nel 2015. Mai si era arrivati a tanto e ci vorranno generazioni prima che si ristabiliscano i livelli precedenti. «E' una nuova realtà climatica», dicono gli esperti dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Ed è l'ultimo dato diffuso dall'Onu (che parafrasa il libro che Edinat ha appena terminato di scrivere per il Touring Club, a proposito del surriscaldamento globale). Cosa cambia rispetto agli anni precedenti?

I 400 ppm di CO2 erano stati già raggiunti in epoche passate, per alcuni mesi e in precisi punti del globo; ma mai si era giunti a questa cifra riferita a una media costante a livello globale. Significa che la concentrazione di anidride carbonica nell'aria su tutto il pianeta ha ormai superato una soglia giudicata critica, che non subirà ridimensionamenti negli anni a venire. Complice la corrente oceanica El Nino che come è noto giustifica le bizzarrie del clima a livello mondiale ogni volta che si instaura.

Il flusso correntizio si verifica fra le coste del Sudamerica e quelle australiane: l'upwelling, la risalita di acqua fredda dai fondali oceanici, si interrompe, determinando un innalzamento delle temperature marine superficiali che si ripercuotono in ogni regione. Ma le brutte notizie non finiscono qui. Stando infatti alle ultime analisi diffuse dall'Onu, l'ultimo anno è stato il più caldo della storia. La temperatura media è risultata più elevata di 0,89°C rispetto alla media del Novecento.

Il futuro non incoraggia, anche perché tutti i tentativi per ridimensionare il livello di diossido di carbonio nell'aria non sono andati a buon fine. Ma la questione è aperta. C'è infatti chi dice che l'uomo non c'entri nulla. E che periodicamente la temperatura cresce causando l'innalzamento del livello marino e lo scioglimento dei ghiacci. Ai posteri l'ardua sentenza.

martedì 9 febbraio 2016

LA SESTA ESTINZIONE DI MASSA



Con il termine estinzione di massa si intende la scomparsa in un breve periodo di tempo di un numero eccezionale di specie animali e vegetali. Studiando la storia geologica e biologica della Terra sappiamo che dalla nascita del primo organismo vivente si sono avute complessivamente cinque estinzioni di massa, dette famigliarmente dai ricercatori "big five". L'ultima è quella che quasi tutti noi conosciamo e si riferisce alla fine del Cretaceo, con la sparizione repentina del 76% delle specie viventi, fra cui i famosi dinosauri. Avvenne circa 64 milioni di anni fa. Alla luce di ciò preoccupa notevolmente uno studio pubblicato di recente su Nature che indica la possibilità di una sesta estinzione di massa entro il 2200. La causa? L'uomo. Sotto accusa c'è infatti l'uso indiscriminato del territorio, l'inquinamento, la pesca selvaggia, il cambiamento climatico dovuto alla presenza eccessiva di gas serra nell'atmosfera, frutto di operazioni industriali sconsiderate. Nature non parla a caso e fornisce dati concreti. L'attività antropica incide sulla biodiversità con un impatto mille volte superiore a quello riconducibile alle grandi estinzioni di massa. In grave pericolo gli anfibi, destinati a sparire in gran numero entro il 2200: del 41% rimarrà solo un ricordo. Il 25% dei mammiferi e il 13% degli uccelli potrebbero seguire la stessa sorte. Attualmente si stimano quasi 2mila specie di anfibi sull'orlo dell'estinzione, 993 insetti, 1.199 mammiferi, 1.373 uccelli. Per alcune specie può essere questione di anni, per non dire mesi. Esempi eclatanti si riferiscono al leopardo dell'Amur, detto anche leopardo della Manciuria. Abita le regioni nord orientali della Cina e alcune aree della penisola coreana. E' fra i mammiferi più a rischio, essendone rimasti solo trentaquattro esemplari allo stato selvatico. L'axolotl, detta anche salamandra messicana, è in pericolo dal 1800, da quando l'uomo ha iniziato pesantemente a usurpare il suo habitat. E' molto interessante dal punto di vista biologico, perché compie l'intero ciclo vitale allo stadio larvale. A febbraio di quest'anno la National Autonomous University ha lanciato l'allarme, sostenendo che l'animale è sparito quasi ovunque. Discorso simile per il lupo rosso, fra i pochi mammiferi sopravissuti alla glaciazione wurmiana: allo stato brado resistono solo cento esemplari reintrodotti in America negli anni Ottanta, quando il canide era stato definito ufficialmente estinto. Per quanto riguarda l'Italia si teme il destino di animali come la lontra, già sparita dalle regioni centrali del Belpaese e il capovaccaio, piccolo avvoltoio dell'Europa meridionale, ridotto sul nostro territorio a una decina di coppie. E si potrebbe andare avanti all'infinito. Nature punta dunque il dito sulla nostra specie che per i propri interessi "violenta" ampie aree naturali appannaggio di specie in condizioni già critiche: «La biodiversità a livello globale sta drasticamente peggiorando», racconta Derek Tittensor, ecologista marino del United Nations Enviroment Programme World Conservation Monitoring Centre di Cambridge. Soluzioni? Avanti di questo passo non ce ne sono. E' infatti necessaria una forte presa di posizioni da parte di enti governativi, sociali e ambientali, che si prodighino concretamente per la salvaguardia delle specie a rischio. Le politiche di conservazione potrebbero arginare i rischi, ma non risolverli del tutto. C'è altresì la possibilità che l'uomo abbia raggiunto una sorta di punto di non ritorno, tale per cui si può migliorare qualcosa, ma non risolvere completamente i tanti problemi legati all'ambiente e a quella che si prospetta, appunto, la sesta estinzione di massa. Attualmente il tasso annuale di estinzione delle specie viventi è compreso fra lo 0,01% e lo 0,7% . Un numero, purtroppo, ancora troppo alto. Che desta ancora più preoccupazione se si pensa che negli ultimi 35 anni la popolazione mondiale è raddoppiata. A discapito di molte specie di invertebrati (farfalle, ragni, vermi), calati complessivamente del 45% e vertebrati che, dal 1500 a oggi, sono rappresentati da 320 specie in meno. 

sabato 28 dicembre 2013

Italia, futuro deserto


L’Italia si trasformerà in un deserto e le sue coste finiranno inghiottite dal mare. Sono le ipotesi catastrofiche che si evincono dalle ultime ricerche condotte da Vincenzo Ferrara, climatologo dell’Enea. Le sue conclusioni sono state commentate alla tavola rotonda “L’alba del giorno dopo” organizzata da Modus Vivendi. Secondo l’esperto entro il 2090 il Mediterraneo salirà di 18 – 30 centimetri (con picchi di 70 cm nell’Alto Adriatico), e 4.500 chilometri quadrati di aree costiere verranno letteralmente spazzate via dalle acque. Contemporaneamente l’innalzamento delle temperature e l’inaridimento del clima porteranno alla desertificazione di mezza Italia: da vent’anni a questa parte il fenomeno è addirittura triplicato e ora è il 27% del territorio nazionale a correre seri rischi in tal senso. I dati relativi ai cambiamenti climatici in atto sostengono che negli ultimi 100 anni la temperatura nel Bel Paese è mediamente salita di 0,6 – 0,8 gradi centigradi. Mentre la piovosità da cinquant’anni a questa parte si è ridotta del 14%.
Il pericolo per le coste italiane e per le zone dove il deserto avanza inesorabile riguarda differentemente specifiche aree regionali, ed è il risultato di ciò che Ferrara ha definito il “momento ballerino dell’Italia che sprofonda al nord e si solleva al sud”. Il 62,6% delle terre del meridione, dal Golfo di Manfredonia alle zone del Golfo di Taranto, il 25,4% di quelle del nord Italia, soprattutto dell’Alto Adriatico, il 6,6% di quelle sarde e il 5,4 % di quelle del centro Italia, stanno perdendo di giorno in giorno porzioni di roccia e sabbia. In alcuni casi il fenomeno è addirittura ulteriormente amplificato per l’azione naturale di eventi geologici come la subsidenza: un processo che porta all’abbassamento del suolo e che prelude a movimenti di natura orogenetica. L’“assottigliamento” progressivo dei litorali non coinvolgerebbe quindi solo l’area veneziana, ma anche tutta la costa del nord Adriatico da Monfalcone a Rimini. Stesso problema riguarderebbe anche le zone di foce di fiumi come l’Arno, il Tevere e il Volturno; zone lagunari come l’Orbetello; i laghi costieri di Varano e Lesina.
Infine c’è il discorso della desertificazione. Secondo lo scienziato infatti il caldo porterà a una migrazione degli ecosistemi da sud a nord, e dalle valli all’alta montagna: le caratteristiche ambientali legate ai regimi pluviometrici, alle temperature, e all’umidità, subirebbero quindi una traslazione di 150 chilometri verso settentrione e di 150 metri dalle zone più basse a quelle più elevate. Del resto è un fenomeno che è già evidente anche oggi: basti pensare a ciò che rimane dei ghiacciai alpini di cento anni fa, e alle palme che ora vengono coltivate anche oltre gli 800 metri. La Puglia è la regione più colpita dalla desertificazione: il fenomeno riguarda il 60% del suo territorio. A seguire ci sono la Basilicata con il 54% e la Sicilia con il 47%. Fulco Pratesi, presidente del WWF, conclude dicendo che dietro a tali ipotesi funeste c’è anche la mano dell’uomo, e che in particolare va tenuto conto di due fattori come l’alto consumo idrico destinato all’agricoltura, e la cementificazione che annualmente mangia 40 – 50 ettari di territorio. 

mercoledì 9 gennaio 2013

L'estate (torrida) che verrà


Lo dice Met Office: sarà un'estate molto calda. Possibile? Difficile dirlo, in realtà, con sei mesi di anticipo; tuttavia da vent'anni a questa parte la temperatura su scala mondiale va crescendo sempre più. Ecco le previsioni per l'estate del 2013 e gli anni che verranno: Clima, un 2013 caldissimo 

Pubblicato su Lettera43: 

«Sarà un’estate caldissima, fra le più calde in assoluto da dieci anni a questa parte». Met Office, massima autorità in Inghilterra nel campo delle previsioni meteorologiche, ha promulgato la sua sentenza. Ora seguirà il solito elenco di commenti approssimativi, che – a seconda del parametro climatologico osservato – appoggerà o meno la dichiarazione dell’organo inglese. Va, comunque, precisato che - benché le previsioni a lunghissimo termine possano rivelarsi dei clamorosi fiaschi – l’ufficio meteorologico del Regno Unito difficilmente sbaglia. Nel 2008, a marzo, disse che ci sarebbe stata un’estate decisamente calda e secca, ed ebbe ragione. A settembre uno studio italiano del CNR di Bologna, stabilì che fu una delle estati più calde dal 1800, posizionabile all’ottavo posto fra le più bollenti degli ultimi duecento anni, con un notevole incremento medio delle temperature su scala globale.
Stime analoghe sono state fatte da esponenti del NASA Goddard Institute of Space Studies e della US National Oceanic and Atmospheric Administration. Ma non tutti sono d’accordo. «Non sappiamo ancora come andrà a finire l’inverno, figuriamoci se è possibile prevedere che estate avremo», spiega a Lettera43 Alessio Grossi, meteorologo di Meteolive. «A parte qualche caso sporadico, tipo 2002, non ricordo estati senza caldo, anche senza scomodare anni “storici” come il 2003 (con la fusione fra l’anticiclone delle Azzorre e l’anticiclone tropicale africano). Pensiamo piuttosto alla possibile neve di metà gennaio al nord: quella non è affatto da escludere».
Cosa dice esattamente il Met Office? Il primo dato preoccupante riguarda la temperatura che secondo gli esperti anglosassoni aumenterà di 0,57 gradi rispetto ai 14 gradi standard del pianeta, riferibili alle registrazioni del trentennio che va dal 1961 al 1990. Le variazioni della colonnina di mercurio non saranno uguali in ogni parte del mondo: farà generalmente più caldo su tutta la superficie del pianeta, ma non è escluso che in rari angoli della Terra potrà addirittura fare più freddo. In ogni caso le oscillazioni della temperatura rifletteranno il range compreso fra 0,43 e 0,71 gradi. È un dato tutt’altro che trascurabile, considerato che, dal 1850 a oggi, c’è stato un aumento medio di mezzo grado e che anche una minima variazione di temperatura, è in grado di creare gravi scombussolamenti climatici su larga scala. Con le alte temperature avremo anche precipitazioni al minimo, con sporadici e violentissimi acquazzoni.
Perché farà così caldo? Ancora una volta gli scienziati puntano il dito sull’effetto serra, ossia l’incremento costante di anidride carbonica nel pianeta, a causa dell’attività antropica, comprendente l’utilizzo di combustibili fossili, la deforestazione tropicale, l’impatto industriale. Ne è convinto Dave Britton del Met Office, pur ammettendo che la CO2 non sia l’unico elemento in grado di spiegare l’aumento progressivo delle temperature. Recenti studi avrebbero addirittura affermato che non è poi così marcata la relazione fra anidride carbonica nell’aria ed effetto serra. Lo proverebbe il fatto che, nel corso delle varie ere geologiche, si sono avute percentuali di biossido di carbonio più elevate di quelle attuali, in concomitanza con fasi glaciali. Nel tardo Ordoviciano, per esempio, circa 440 milioni di anni fa, i valori della CO2 hanno raggiunto picchi elevatissimi, pur senza contemplare un aumento parossistico delle temperature.
Che sia dunque l’uomo o la natura a causare l’effetto serra, è certo che le previsioni del Met Office non fanno che confermare una tesi corroborata da tempo: la Terra si sta scaldando sempre più. Dal 1750 al 2000 la temperatura dell’emisfero boreale è aumentata di 1,1 gradi, con un’impennata dagli anni Novanta in poi. Si prevede un ulteriore aumento entro il 2040, arrivando a un grado in più rispetto al momento in cui l’uomo è stato in grado di “auscultare” i capricci del clima. Ed entro il 2100 si teme un incremento di altri 1,5 gradi. Se anche l’effetto serra dovesse placarsi entro la fine del secolo, c’è il rischio che i mari e gli oceani del pianeta possano crescere fra 0,5 e 4 metri. Un’ipotesi eclatante se si pensa che trenta delle più grandi città del mondo sorgono praticamente a livello del mare. Le alte temperature saranno la norma, così come l’incidenza di fenomeni estremi, come gli uragani e le alluvioni.

giovedì 3 gennaio 2013

Tempeste solari, spauracchio 2013

Finito il timore della fine del mondo programmato per il 2012, si riaffaccia lo spauracchio dell'apocalisse per il 2013. Più serio questa volta, poiché è coinvolta anche la NASA. Ma attenzione a non fare confusione. Vediamo esattamente cosa sta succedendo... Tempeste solari, spauracchio 2013



Pubblicato su Lettera43: 

Non si è ancora placato il rumore provocato dal vaticinio Maya, che già si torna a parlare di fine del mondo. Se poi è un organo come la NASA a prendere la parola, le antenne dell’immaginario collettivo non possono fare a meno di tornare a vibrare con intensità. Cosa sta succedendo di nuovo? Questa volta le attenzioni sono rivolte al Sole che, come è noto, con periodicità undecennale, cambia la sua attività: lo prova la ciclicità delle cosiddette macchie solari - luoghi di intensa attività magnetica - che appaiono e scompaiono sulla superficie della stella, confermando dinamiche fisiche non ancora del tutto chiare, che l’uomo tiene sotto controllo dal 1750. Ebbene, secondo gli esperti dell’ente americano, nel corso della primavera del 2013, il cuore pulsante del Sistema solare raggiungerà il suo picco di attività, interferendo con le numerose apparecchiature tecnologiche che caratterizzano il genere umano, e delle quali, ormai, non si può più fare a meno. Rischiano gli astronauti in orbita, i satelliti, i sistemi GPS, le centrali idroelettriche, le apparecchiature che consentono l’estrazione del petrolio...
A dire il vero s’è già sentito parlare di tempeste magnetiche in grado di provocare danni al pianeta: basta ricordare l’evento del 1989, in Quebec, Canada, che provocò l’annientamento dei trasformatori energetici, con gravi ripercussioni su tutto il territorio; e la gigantesca aurora boreale del 1859 che, in piena notte, rischiarò gran parte dei territori americani compresi fra il Polo Nord e la Florida, mandando in crisi i sistemi telegrafici di Europa e Nord America. Un altro evento eccezionale si verificò nel 774, e causò un aumento sproporzionale di C14 nell’atmosfera. Ma a quei tempi, soprattutto nel Diciannovesimo secolo e prima dell’anno Mille, non eravamo così interconnessi e dipendenti dalle varie forme di energia: oggi il sistema uomo-ambiente è molto più delicato e suscettibile alle bizzarrie della natura.
La tempesta prevista per quest’anno sta suscitando un clamore più acceso del solito, anche perché si sono messi in gioco professori di livello come Daniel Baker, dell’Università del Colorado e Mike Hapgood, studioso di Oxford e consulente del governo sulla meteorologia spaziale; e perché vari media, all’indomani della pubblicazione di uno studio sul New Scientist, hanno calcato la mano con titolazioni eloquenti del tipo, “potente tempesta solare spegnerà gli USA per mesi”. Cosa c’è di vero in tutto ciò?
Il rischio viene ricondotto a gigantesche emissioni di gas ionizzato che verrebbero espulse ad alta velocità dalla corona solare: attraversando 150 milioni di chilometri in due o tre giorni. Queste particelle – perlopiù costituite da raggi x e onde radio – potrebbero, in effetti, mandare in tilt i chip di computer e satelliti e a mo’ di una radiazione nucleare a bassa energia provocare danni alla salute dell’uomo. “Il fenomeno potrebbe peraltro interferire con i fili di alluminio e rame che determinano il regolare funzionamento della rete elettrica”, dice Hapgood. “A livello atmosferico ci possono essere complicazioni legate ai segnali radio e i sistemi GPS potrebbero andare fuori uso per un paio di giorni”.
Tuttavia va considerato che l’uomo, grazie a strumenti hitech che orbitano intorno alla Terra (come GOES e POES) e aerei specializzati è costantemente aggiornato sulle condizioni solari. Si avrebbe, perciò, la possibilità di correre ai ripari prima che sia troppo tardi. I più pessimisti pensano che durante la primavera del 2013 la Terra sprofonderà in un nuovo Medioevo, ma non ci sono reali presupposti per pensare che questo dato sia attendibile. Meglio attenersi alle voci degli esperti, tenendo a bada la fantasia e le manie catastrofistiche. Hapgood dice che una forte tempesta solare potrebbe creare diffusi blackout e che è giusto considerare il pericolo, ma non allarmarsi in modo esagerato. “Non occorre sollevare il panico, ma le analisi fatte finora sono corrette ed equilibrate”, ha rivelato recentemente a un tabloid britannico. “Continuerò a studiare il Sole per capire come si comporterà nei prossimi mesi, considerando che le tempeste solari sono fenomeni naturali che potrebbero avere enormi ripercussioni sul PIL di una nazione”.

giovedì 13 dicembre 2012

La Terra dall'infinito

Una Terra così non si era mai vista. Tutto merito di un satellite lanciato dagli USA l'anno scorso. L'alta definizione servirà a comprendere meglio i misteri del clima e delle tempeste tropicali. Il mio articolo su Lettera43: Terra by night




Pubblicato su Lettera43: 

Si chiama Suomi National Polar-orbiting Partnership Satellite (Suomi NPP), il satellite che pochi giorni fa ha spedito sulla Terra la più bella immagine mai fatta della superficie terrestre durante la notte. Per arrivare a questo risultato il mezzo della NASA-NOAA lanciato nel 2011, ha compiuto 312 giri intorno al pianeta e raccolto 2,5 terabyte di dati, necessari a garantire una nitidezza fotografica senza precedenti. Fondamentale l'azione dell'Imaging Radiometer Suite (VIRS) che ha consentito di indagare le lunghezze d'onda della luce, dalla banda del visibile all'infrarosso. La fotografia ad alta definizione è stata presentata per la prima volta nel corso dell'American Geophysical Union meeting, tenutosi a San Francisco.
Al di là dell'aspetto spettacolare dell'immagine della Terra by night, gli scienziati affermano che grazie a questa avveniristica operazione sarà possibile studiare con maggiore efficacia le caratteristiche della circolazione atmosferica e dell'attività delle correnti marine. Perché se è vero che abbiamo a disposizione numerosi dati in grado di spiegare molti fenomeni meteorologici e oceanici che si verificano durante il giorno, altrettanto non si può dire delle ore notturne. "Per la stessa ragione per cui abbiamo bisogno di vedere la Terra di giorno, è necessario osservarla di notte", afferma Steve Miller, un ricercatore del NOAA's Colorado State University Cooperative Institute for Research in the Atmosphere. "Con questa immagine possiamo dichiarare che l'uomo non dorme mai". Di fatto, molte dinamiche climatiche dipendono proprio dal sopraggiungere delle tenebre: per esempio, molte nubi condensano proprio con l'oscurità, così come eventi estremi come gli uragani possono innescarsi al termine dell'imbrunire. In pratica grazie al Suomi NPP potremo indagare meglio le variazioni climatiche e monitorare con maggiore precisione la genesi delle tempeste.
La fotografia mostra isole urbanizzate che paiono del tutto indifferenti al sopraggiungere delle ore più buie. Si verifica soprattutto in corrispondenza delle grandi città e dei grandi poli industriali, a latitudini temperate; per cui gli unici posti del pianeta dove la notte domina incontrastata si riscontrano in prossimità delle aree più fredde, Polo Nord e Polo Sud. Il silenzio della notte incombe anche in gran parte dell'Africa, dove non sussiste un sistema d'illuminazione artificiale adeguato, così come in gran parte dell'America del Sud. Diversa la situazione in India, dove nonostante la povertà, l'alto tasso demografico assicura un'illuminazione pressoché costante del Paese. Per il resto, il pianeta è totalmente rischiarato dall'energia elettrica. Le aree in assoluto più luminose sono, in Europa, la pianura padana, l'Inghilterra del sud, l'Olanda e la Germania occidentale; a est brillano soprattutto le luci del Giappone, della costa orientale cinese e delle isole del sud est asiatico, Indonesia in primis; dall'altro capo del mondo, l'illuminazione è capillarmente distribuita negli Stati Uniti occidentali e in corrispondenza delle più grandi metropoli sudamericane come Rio de Janeiro e Buenos Aires.
Alla luce di questi ultimi dati si può, infine, intuire come l'azione del satellite americano potrà contribuire anche a contrastare l'inquinamento luminoso, problema che, dalla metà del Novecento in poi, sta avendo gravi ripercussioni a livello ecologico. Basti pensare ai molti animali costretti a cambiare le proprie abitudini naturali, in funzione di habitat storditi dalle luci dell'uomo. Eloquente un recente studio diffuso da Current Biology secondo il quale l'eccessiva luminosità di alcuni luoghi della Terra influenza negativamente l'attività riproduttiva di varie specie ornitologiche. Gli uccelli, in pratica, non riescono più distinguere il giorno dalla notte, cantano in orari sfasati, compromettendo il regolare rapporto fra individui di sesso opposto.   

martedì 28 agosto 2012

Petrolio segreto


Intervista a Fatih Biro, economista, capo della IEA 

Marzo 2012, corrieredellasera.it
In un mondo preoccupato per le emissioni di gas serra, portare l'energia a tutti non farebbe che aggravare la situazione?
È un falso problema. Non si tratta di portare di colpo queste popolazioni a uno stile di vita occidentale, ma di consentire un livello minimo di energia tale da farle uscire dall'indigenza: dato che i loro consumi sarebbero bassissimi, le emissioni globali aumenterebbero soltanto dello 0,6%»

Giugno 1999, Reuters
Cosa ci possiamo aspettare dall'innalzamento dei prezzi del petrolio?
I prezzi alti del petrolio hanno due conseguenze: da un lato incentivano gli investimenti verso le tecnologie alternative e in generale verso le rinnovabili. Cosa che spiega come di fronte a prezzi così bassi come quelli attuali il mercato delle rinnovabili sia in crisi. Dall'altro però se i prezzi sono troppo alti frenano la crescita e disincentivano o rendono impossibili gli investimenti.

Aprile 2011, Catalyst
Cosa sta accadendo nel mercato del petrolio mondiale?
L'era dei bassi prezzi del petrolio ormai è terminata e dobbiamo prepararci a prezzi più alti. Temo però che i governi non siano ancora pronti a fronteggiare tutti i problemi che questo comporterà. Inoltre bisogna fare in modo che il settore dei trasporti si ri-orienti virando verso l'elettrico interrompendo la sua centenaria dipendenza dal petrolio.

Luglio 2007, blogosfere.it
Gli unici Paesi che possono cambiare il corso degli eventi?
Iraq e l'Arabia Saudita.
C'è un enorme punto interrogativo.
Non conosciamo le reali riserve. Il governo saudita parla di di 230 miliardi di barili. Io non ho ragioni per dubitare di queste cifre. Ma in realtà, l'Arabia Saudita deve essere più trasparente in proposito. Il petrolio è critico per tutti noi, è nostro diritto sapere quanto ne è rimasto.

Luglio 2007, Le Monde
Cosa succede alle grandi compagnie petrolifere private in questo nuovo scenario che, secondo voi, sarà dominato sempre più dalla fiducia nei paesi produttori?
Majors” come Exxon, Rafter-Texaco, Shell, e Total LP saranno in difficoltà. Devono ridefinire le loro strategie, altrimenti se continuano a concentrarsi sul petrolio, dovranno accontentarsi di mercati di nicchia.

Agienergia.it
In un’intervista a Le Monde del 2007 lei avvertì che stavamo per “sbattere contro un muro” a causa del blocco della produzione di greggio iracheno legato alla guerra. Oggi possiamo avere fiducia nella stabilizzazione del paese?
Nell’Outlook 2012 ci concentreremo sull’Iraq come abbiamo fatto quest’anno con la Russia. I segnali che arrivano da Baghdad sono buoni ma non ancora molto chiari.

lunedì 7 maggio 2012

Rimpiccioliti dall'effetto serra



Ci sono stati tempi in cui le specie animali e vegetali erano molto più grandi di quelle attuali. Basta pensare ai dinosauri o alle felci e agli equiseti giganti. Oggi, però, a causa dell'effetto serra sembrerebbe che le dimensioni delle specie naturali stiano rimpicciolendosi sempre più. È questo il succo di uno studio condotto da Jennifer Sheridan e David Bickf dell'Università di Singapore. Gli scienziati hanno appurato che, a ogni grado in più del nostro clima, la taglia degli invertebrati marini (stelle di mare, ricci di mare e spugne) si riduce dal 0,5 al 4%. Nei pesci va ancora peggio con riduzioni comprese fra i 6 e il 22%. Secondo i ricercatori americani la colpa è dell'effetto serra e dell'eccessiva quantità di anidride carbonica presente nell'aria e nelle acque. Un fenomeno analogo sarebbe avvenuto oltre cinquanta milioni di anni fa, con animali come api, vespe e formiche che ridussero le loro dimensioni fra il 50 e il 75%. Toccò anche a specie evolute come i mammiferi che videro ridimensionati i loro corpi del 40%. La ricerca evidenzia che duranti le fasi climatiche più calde animali e piante si rimpiccioliscono; diventano, invece, più grandi nel corso delle fasi fredde.

domenica 12 febbraio 2012

Cinque minuti all'Apocalisse


Creato dagli studiosi del Bulletin of the Atomic Scientist della Chicago University al termine della Seconda guerra mondiale, "l'orologio dell'Apocalisse" segnala la distanza che ci separa da un conflitto nucleare che potrebbe provocare la fine del mondo. Se le lancette si spostano verso la mezzanotte, la catastrofe si avvicina, se retrocedono, significa che il pericolo sta diminuendo. Nei giorni scorsi il cosiddetto Doomsday Clock è stato spostato un minuto in avanti e ora segna le 23.55, a causa della scarsa adeguatezza delle decisioni politiche a problemi come la proliferazione nucleare e i cambiamenti climatici. Insomma, secondo questo parametro (cambiato in tutto venti volte), la fine si avvicina, e gli esperti spiegano il motivo di ciò: "In molti casi le promesse dei leader politici sono state disattese. Messi di fronte ai pericoli di proliferazione nucleare e dei cambiamenti climatici, oltre che al bisogno di trovare fonti di energia sicure e sostenibili, i leader mondiali hanno come al solito fallito nel cambiare politica". L'orologio della fine dei tempi ha raggiunto la sua massima distanza dalla mezzanotte nel 1991, in seguito alla fine della guerra fredda, con le lancette posizionate sulle 23.43; il punto più critico, invece, è stato registrato nel 1953, arrivando a segnare le 23.58: in quell'occasione gli USA avevano espresso il sì definitivo relativo alla decisione di continuare nelle ricerche per lo sviluppo della bomba all'idrogeno.

mercoledì 18 gennaio 2012

CHIMICHE NEVOSE

Neve chimica in "azione" al Parco di Monza
È un fenomeno che stiamo osservando in questi giorni: la neve chimica. Ma di cosa si tratta esattamente? È un processo meteorologico che avviene in concomitanza con due fattori: freddo intenso e inquinamento. Sicché niente brina o galaverna, ma, appunto, chimica, chimica industriale, fiocchi di neve gelati e... smog. "La neve chimica”, spiega il meteorologo Antonino Sanò, del portale IlMeteo.it, “è un fenomeno raro, tipico delle aree industriali padane. Si intende una precipitazione di fatto nevosa che si origina esclusivamente dalla nebbia in condizioni di temperature negative, ed è permessa grazie alla presenza di nuclei di condensazione, ovvero sali e polveri e altre sostanze prodotte dalle attività antropiche, industriali ed urbane tipiche delle città del nord. Negli ultimi giorni il fenomeno ha colpito parte del Piemonte e della Lombardia, e in particolare il novarese e il milanese. La neve chimica può produrre anche qualche centimetro di manto ghiacciato". Il fenomeno predispone a un ulteriore calo della colonnina di mercurio e ciò spiega il motivo per cui queste mattine registriamo temperature intorno ai -6°C. Coinvolti, dunque, principi attivi tipici della produzione industriale; Vincenzo Levizzani dell'Isaac, l'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Cnr, dice che alla base della neve chimica ci sono delle sostanze prodotte dall'inquinamento industriale come il solfuro di rame, l'ossido di rame, gli ioduri di mercurio, di piombo o di cadmio e i silicati. “Queste particelle hanno una struttura simile a quella dei cristalli di ghiaccio esagonali e quindi funzionano bene da inneschi dei fiocchi di neve”. Ma in parte il problema è ascrivibile anche alla galaverna, tipico deposito di ghiaccio a forma di aghi, scaglie o superficie continua ghiacciata su oggetti esterni, che può prodursi in presenza di nebbia quando la temperatura dell'aria è inferiore a 0°C. La galaverna è costituita da un rivestimento cristallino, opaco e bianco intorno alle superfici solide. Si forma quando le goccioline d'acqua in sospensione nell'atmosfera possono rimanere liquide anche sotto zero (stato di sopraffusione). Questo stato è instabile e non appena le gocce toccano una superficie solida come il suolo o la vegetazione si trasformano in galaverna: si tratta quindi di solidificazione, ovvero passaggio dallo stato liquido a quello solido. Previsioni per i prossimi giorni? “Dopo una pausa giovedì”, chiude Levizzani, “ci sarà una ripresa del freddo con dei picchi sulle Alpi e lungo le vallate degli Appennini che sfioreranno anche i meno 10 e meno 15 gradi centigradi. Il fine settimana, dunque, sarà di nuovo sotto il segno di un freddo inverno”. 

"Fiocchi" di galaverna

venerdì 2 dicembre 2011

Alla conquista del Polo Nord

Lo scioglimento dell'Artico
Fino a oggi non è mai interessato stabilire i confini geografico-amministrativi dell'Artico per un semplice motivo: la perenne coltre ghiacciata che riveste il punto più a nord del pianeta, e le proibitive condizioni atmosferiche lo caratterizzano per gran parte dell'anno, non consentono alcun tipo di attività. Ma le cose stanno cambiando rapidamente, in seguito al progressivo innalzamento della temperatura a livello globale. Lo scioglimento dei ghiacci induce pertanto a pensare che, fra non molto, il Polo Nord rappresenterà un'entità fisica tipicamente invernale: con il calore dell'estate sparirà completamente, rivoluzionando le rotte marittime e predisponendo le basi per l'attecchimento di nuove e interessanti dinamiche geopolitiche. I numeri, d'altro canto, parlano chiaro: la calotta polare artica negli ultimi trent’anni si è ridotta quasi del 50%, il suo spessore medio è calato da sette a tre metri, ed entro il 2100 è previsto un aumento delle temperature artiche di 5-7 gradi. Oggi per passare da un capo all'altro dell'emisfero boreale ci sono due chance: il passaggio a nord-est e quello a nord-ovest. Il primo è stato “inaugurato” nel 1879 da Adolf Erik Nordenskjold, esploratore svedese a capo della nave Vega: costeggia la Siberia e attraverso lo Stretto di Bering, giunge nell'oceano Pacifico. Il secondo, vinto dal norvegese Roald Amundsen, a bordo del Gjoa nel 1906, mette in comunicazione Pacifico e Atlantico attraverso la striscia di acqua che si materializza con la bella stagione lungo i confini settentrionali del Canada e dell'Alaska. Non rappresentano, però, le tratte abituali dei pescherecci che normalmente circumnavigano il globo sfruttando consolidati passaggi creati artificialmente dall'uomo, come lo Stretto di Panama e di Suez. Peraltro è solo a partire dal 2008 che s'è potuto constatare l'assenza totale di ghiacci lungo entrambi i percorsi, prima di allora percorribili solo con navi rompighiaccio; in realtà il passaggio a nord-est è praticabile solo per il 90% della sua tratta, per la restante piccola parte, i ghiacci la fanno ancora da padrone, opponendosi al via vai delle navi. Ma i passaggi a nord sarebbero, comunque, assai vantaggiosi, in termini di risparmio di tempo e carburante. «Lo Stretto di Bering, che separa per 85 chilometri la Russia dall'Alaska», afferma David Titley, oceanografo e ammiraglio della Marina statunitense, «assumerà un'importanza strategica simile a quella dello Stretto di Hormuz» che divide la penisola arabica dalle coste iraniane, consentendo il “dialogo” marittimo fra Golfo di Oman e Golfo Persico. In particolare, il passaggio che si verrebbe a creare entro il 2050, con il definitivo addio alla superficie artica, porterebbe a un'autentico scombussolamento dei commerci marittimi: la cosiddetta “rotta centrale” permetterebbe di risparmiare, rispetto alle vie classiche, qualcosa come 7mila chilometri. E un tragitto come quello che separa Londra da Tokyo, oggi risolvibile in 35 giorni e 11mila miglia marittime, potrà essere coperto in soli 22 giorni. Per tutta questa serie di considerazioni, relative alle potenziali ripercussioni economiche che potrebbero esserci a livello mondiale, non stupisce sapere che fra le varie nazioni che si affacciano sull'Artico si siano già creati attriti. Anche perché non è facile stabilire i confini ideali a queste latitudini, considerato che le dorsali oceaniche non sono così facili da associare alle corrispondenti scarpate continentali. Per esempio la dorsale sottomarina Lomosonov è quella alla quale si appellano i russi per dimostrare che un bel pezzo dell'Artico è geologicamente di loro appartenenza. Ma allo stesso tempo è la medesima presa in considerazione dai canadesi per rivendicare il proprio diritto a mettere mano sul Polo Nord. Problemi analoghi si riscontrano con la dorsale di Gakkel, che separa la placca nordamericana da quella euroasiatica. Sicché la frontiera fra Russia e Norvegia nel mare di Barents aspetta ancora di essere disegnata; così quella fra Alaska e Canada, in prossimità del mare di Beaufort; e si attende di sapere chi, fra Groenlandia (sotto l'egemonia danese) e Canada, governerà l'isolotto di Hans. L'unica disputa definitivamente risolta è quella relativa alla delimitazione della frontiera fra Alaska e Russia nel mare di Bering, formalizzata con un trattato nel 1990. 

Passaggio a Nord-Est e a Nord-Ovest
Le discordie geopolitiche vedono coinvolti in prima linea USA e Canada, da anni in contrasto per via del fantomatico passaggio a nord-ovest: secondo gli americani la rotta è appannaggio delle acque internazionali, per i canadesi invece è di loro proprietà. Implicati in questa sorta di Risiko internazionale anche Norvegia, Russia e Danimarca. «Paesi che sfruttano il nazionalismo de l'“Artico è cosa nostra” sul palcoscenico della politica interna», dice Michael Byers, professore di diritto internazionale presso la Columbia University. In particolare Russia e Norvegia si stanno fronteggiando per ciò che riguarda le potenziali risorse petrolifere che potranno liberarsi con lo scioglimento dei ghiacci. Le stime dicono che addirittura un quarto di tutto il petrolio conservato nei giacimenti terrestri è riferibile alle profondità artiche, fino a oggi inespugnabili. I tecnici dello United States Geological Survey parlano di un bacino di 90 miliardi di barili di petrolio, 47mila miliardi di metri cubi di gas e grandi giacimenti di gas liquefatto. Sono numeri che fanno gola a molti, specialmente ad aziende top come Shell, ExxonMobil, Rosneft e ConocoPhillips. Anche gli USA, quindi, si stanno dando da fare per conquistare un posticino dove andare posizione le proprie trivelle. La Shell, soprattutto, è già attiva da tempo nei mari alaskani, benché i russi siano in vantaggio per via del più alto numero di rompighiaccio impiegate nei mari del nord. Peraltro la Russia conduce con successo una battaglia di tipo “propagandistico”, con mosse sensazionalistiche come quella avvenuta nel 2007, in cui un sottomarino della Federazione piantò una bandiera sul fondale del Polo Nord. La necessità di risolvere il contenzioso fra le varie nazioni che lambiscono i ghiacci dell'estremo nord, trova conferma nell'incontro che si è avuto a maggio fra i ministri degli Esteri di USA, Russia, Canada e di tutti gli altri Stati che abbracciano l'Artico (in tutto sono sette), preceduto da un documento chiarificatore: «L'Artico sta subendo un cambiamento significativo. Negli anni a venire, questi cambiamenti saranno di fronte agli stakeholders dell'Artico con una linea di nuove sfide, così come di opportunità, dato che la regione comincia gradualmente ad aprirsi come risultato del cambiamento climatico». A Nuuk, in Groenlandia, alcuni fra i massimi esponenti politici a livello mondiale hanno anche parlato degli eschimesi che, a causa del surriscaldamento globale, rischiano di vedere scomparire per sempre il loro territorio. Stesso destino tocca a molte specie animali. Recentemente ha fatto il giro del mondo la notizia di orsi bianchi che, non trovando più cibo per il proprio sostentamento, si sono trasformati in cannibali. Le prove arrivano dal fotografo Iain D. Williams che ha immortalato il raccapricciante attimo in cui un esemplare adulto stringe fra le fauci un piccolo della stessa specie. 

I paesi coinvolti nel Risiko dell'Artico
Gli animali marini rappresentano, invece, l'ennesimo presupposto per rivendicare il proprio dominio delle acque artiche. In questo caso il fenomeno riguarda lo spostamento continuo di specie ittiche da sud a nord. Il clima sempre più caldo, infatti, sta avendo ripercussioni notevoli anche sulle correnti oceaniche, che se in alcuni casi perdono intensità, in altri acquisiscono forza, con costanti variazioni dei gradienti di temperatura, salinità, e pH. Con queste gravi alterazione macro-climatiche i pesci e molti altre categorie animali comprendenti anche creature minuscole come il plancton, stanno perdendo i propri riferimenti di sempre, e istintivamente vanno a coprire aree geografiche dove fino a poco tempo fa non esistevano. Il problema è, dunque, doppio: da una parte si hanno gravi interferenze nella catena alimentare, e quindi ripercussioni significative a livello biologico; dall'altra si stanno creando i presupposti per uno spostamento del baricentro della pesca internazionale, sempre più confinato verso le regioni oceaniche settentrionali. Cosicché gli “Stati Artici” si trovano spesso in combutta fra loro, per sancire il proprio dominio in corrispondenza delle aree geografiche dove la fauna ittica prospera come non è mai avvenuto in passato. Ma c'è chi butta acqua sul fuoco, smorzando i toni, e parlando invece di una sincera e democratica cooperazione fra i rappresentanti dei vari governi. La pensa così Byers, riferendosi in particolare ai russi che, al di là di alcune discutibili prese di posizioni (come quella di far pagare dazio alle navi che transitano al largo della Siberia), sarebbero i più disponibili a «collaborare con il resto del mondo». Di sicuro la questione non potrà essere risolta oggi, né nell'immediato futuro. Se ne riparlerà fra qualche decina d'anni, quando, perlomeno, saranno stati stabiliti i nuovi confini nazionali e probabilmente anche la superpotenza cinese si sarà fatta avanti per reclamare la sua fetta di torta.

martedì 3 maggio 2011

La legge del dottor Hansen


James Hansen è professore di Scienze della Terra e dell’ambiente presso la Columbia University di New York e direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA. Autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche, si è distinto per aver partecipato a numerose iniziative davanti al Congresso degli Stati Uniti in qualità di esperto sui cambiamenti climatici.

Febbraio 09, manifestazione ambientalista Washington
È UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CLIMATOLOGI DEL MONDO. COME CONCILIA LA SUA PRESENZA QUI CON IL SUO RUOLO DI SCIENZIATO?
Vorrei che le persone capissero qual è il rapporto fra scienza e politica. Qualcuno deve pur farlo.

Gennaio 11, pontiniaecologia.blogspot.com
LA TEMPERATURA MEDIA DEL 2010 È STATA DI 14,65 GRADI, 0,74°C IN PIÙ RISPETTO ALLA MEDIA OTTENUTA FRA IL 1951 E IL 1980 E SI STA ATTUALMENTE INNALZANDO A UNA VELOCITÀ DI CIRCA UN QUINTO DI GRADO CENTIGRADO OGNI DIECI ANNI.
Se le condizioni attuali continueranno a rimanere tali, ossia se non si diminuirà l'immissione di anidride carbonica nell'atmosfera, il 2010 conserverà per ben poco tempo il record acquisito.

Dicembre 09, blogs.chron.com
QUAL È IL MESSAGGIO PIÙ IMPORTANTE CHE HA VOLUTO TRASMETTERE NEL LIBRO “TEMPESTE”?
Voglio far capire che i veri responsabili dell'effetto serra sono i nostri governi. Con ciò è da essi che devono partire iniziative concrete a favore della salvaguardia dell'ambiente. Tutto ciò che s'è fatto fino a oggi (compresi i raduni come quello di Copenaghen) sono del tutto inefficaci.
OBAMA PROPONE LA RIDUZIONE DEL 17% DEI LIVELLI DI EMISSIONE DI CO2 ENTRO IL 2020.
Obama è una persona intelligente, ma ragiona avanzando ipotesi di compromesso fra poteri forti e le reali necessità del pianeta. È un comportamento analogo a quello tenuto da Abramo Lincoln nei confronti della schiavitù o di Winston Churchill per ciò che riguarda il nazismo. Qui non si può dire “riduciamo il numero degli schiavi del 50%” o cose del genere.
ASPETTATIVE?
È molto difficile per noi essere umani giocare a fare Dio. La natura è estremamente complessa. Quel che noi abbiamo il dovere di ottenere è un pianeta uguale a quello che abbiamo ereditato dai nostri genitori.

Dicembre 10, climamonitor.it
AVANTI DI QUESTO PASSO BRUCEREMO TUTTI I COMBUSTIBILI FOSSILI CHE ABBIAMO A DISPOSIZIONE. POI COSA ACCADRÀ?
Le calotte glaciali si fonderanno completamente, con un innalzamento finale del livello del mare di 75 metri.
QUANTO TEMPO CI VORRÀ?
Gran parte di questo processo si svolgerà nell’arco di qualche secolo.

Dicembre 10, Greenews.info
NEL SUO LIBRO PARLA DI “RESISTENZA CIVILE”. COSA DEVE FARE UN CITTADINO PER CONTRIBUIRE A RISOLVERE IL PROBLEMA DEL CLIMA?
Ci sono le azioni individuali, ma queste hanno un risultato solo se rientrano nel contesto di una politica globale. Se gli individui riducono il loro consumo di combustibili fossili, l’effetto è di ridurre la domanda, che fa abbassare i prezzi, e qualcun altro consumerà il loro carburante.
SENZA UNA POLITICA GLOBALE NON SI PUÒ RISOLVERE IL PROBLEMA.
Infatti le emissioni stanno aumentando globalmente ogni anno. Come parte della policy, certo, le azioni individuali sono importanti. Ma occorre fare pressioni sui governi, che attualmente non fanno niente di consistente per il clima. Altrimenti i nostri nipoti si troveranno a vivere in un mondo completamente diverso da quello di oggi.

giovedì 20 gennaio 2011

Il 2010? L'anno più caldo della storia

È il risultato di uno studio condotto dai tecnici della NASA. Gli esperti rivelano che la temperatura terrestre si innalza di un quinto di grado ogni decennio e che il processo di surriscaldamento procede inesorabile. Prima il record di anno più torrido apparteneva al 2005 e al 1998. Piccola la differenza rispetto al 2005, ma tangibile: si parla di appena 0,01 gradi di differenza. La temperatura del 2010 è risultata di 0,74°C superiore alla media ottenuta fra il 1951 e il 1980. Gli scienziati si dicono preoccupati e ancora una volta sottolineano la necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica: "Se le condizioni attuali continueranno di questo passo, il 2010 conserverà per ben poco tempo il record acquisito". Piccola precisazione: gli inverni rigidi che hanno contraddistinto l'emisfero boreale gli ultimi due anni non devono trarre in inganno. Anzi: è un ulteriore prova dell'effetto serra. Secondo gli esperti gli eventi meteorologici estremi - alluvioni, uragani e punte di freddo intenso -saranno sempre più frequenti.

sabato 4 dicembre 2010

Harry Potter, l'ultima sfida di Jairam Ramesh

JAIRAM RAMESH è ministro dell'Ambiente indiano dal 2009 e membro del National Advisory Council. Nato nel 1954 a Chikmagalur, ha iniziato la carriera come assistente dell'economista Lovraj Kumar al Bureau of Industrial Costs and Prices. Ha lavorato anche come editorialista per Times of India, India Today, e The Telegraph. È sposato con K. R. Jayashree dal 1981.
Luglio 09, hindu.com
«PENSARE A LIVELLO LOCALE, AGIRE LOCALMENTE». È IN QUESTA DIREZIONE CHE INTENDE MUOVERSI PER SALVAGUARDARE L'AMBIENTE?
Certamente. L'India ha già iniziato a sentire gli effetti dei cambiamenti climatici. È giunto il momento di smettere di guardare al surriscaldamento globale come a una questione internazionale. Va osservata la situazione locale, prendendo atto delle risorse idriche, di quelle agricole, e del consumo di energia di ogni singolo Paese.
Settembre 10, greenreport.it
HA RECENTEMENTE TRACCIATO UN QUADRO PESSIMISTICO DEL VERTICE ONU SUL CAMBIAMENTO CLIMATICO CHE SI TERRA' A CANCUN, IN MESSICO.
Penso francamente che Cancun non vada da nessuna parte: gli impegni finanziari assunti a Copenaghen dai Paesi sviluppati non sono ancora stati soddisfatti e non sembrano poter essere soddisfatti a breve.
L'ACCORDO DI COPENAGHEN PREVEDEVA UN 'FAST START' PER 30 MILIARDI DI DOLLARI DA STANZIARE FRA IL 2010 E IL 2012 PER L'ASSISTENZA AI PAESI IN VIA DI SVILUPPO PER AFFRONTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI, MA A QUANTO PARE LA 'PARTENZA RAPIDA' PROCEDE COME UNA LUMACA.
Per questo motivo le aspettative per Cancun dovrebbero essere molto, molto modeste. La situazione politica ed economica USA è critica: gli Stati Uniti non sono in grado di svolgere un ruolo di leadership nella lotta ai cambiamenti climatici.
E GLI EUROPEI?
Gli europei non faranno nulla fino a quando gli americani non faranno qualcosa. Gli americani non faranno nulla fino a quando i cinesi non faranno qualcosa. E noi facciamo un giro di giostra.
Ottobre 10, timesindia.com
L'INDIA AVRA' ENTRO IL 2015 UN LABORATORIO DI FISICA NUCLEARE SOTTERRANEO PER STUDIARE I NEUTRINI.
Quando sarà completato ospiterà il più grande magnete del mondo e darà al Paese un forte impulso per lo studio delle leggi della natura.
Ottobre 10, dnaindia.com
IL 23 SETTEMBRE SETTE ELEFANTI SONO STATI UCCISI DAL PASSAGGIO DI UN TRENO.
Per questo nei prossimi giorni incontrerò Mamata Banerjee con la quale discuterò dell'idea di ridurre di 20-25 chilometri all'ora il limite di velocità dei treni, in corrispondenza dei cosiddetti 'corridoi degli elefanti'.
Novembre 10, ahmedabadmirror.com
INCOLPA HARRY POTTER PER IL PERICOLO ESTINZIONE DI ANIMALI NOTTURNI COME LE CIVETTE E I GUFI. COME MAI?
E un fenomeno riguardante le classi medie del paese, abituate a regalare ai propri piccoli un rapace. Così facendo soddisfano il loro desiderio di assomigliare al maghetto inglese, diventato famoso anche per il suo rapporto “intimo” con una civetta (Edvige, avuta in regalo da Hagrid, ndr.), ma compromettono il futuro di specie ornitologiche importanti.
Agosto 10, salvaleforeste.it
HA BLOCCATO IL CONTROVERSO PROGETTO DELLA VEDANTA RESOURCERS VOLTO ALL'ESPANSIONE DELLA MINIERA DI BAUXITE SULLE COLLINE SACRE ALLA TRIBU' DEI DONGRIA KONDH.
La Vedanta Resources ha violato la legge sulla protezione ambientale e sulla protezione delle foreste. Per questo motivo il cosiddetto progetto Niyamgiri Hills non può andare avanti.
IN PARTICOLARE È STATA BLOCCATA LA FASE II DEL PROGETTO.
Esattamente, quella concernente l'abbattimento vero e proprio degli alberi. La fase II è stata ufficialmente respinta e, pertanto, l'autorizzazione ambientale per la miniera è inutilizzabile.

sabato 27 novembre 2010

FOTOSINTESI ALIENA

Fior di Loto (Nelumbo nucifera)

Ha foglie grandi e cerose, impermeabili all'acqua; i fiori rosa, appariscenti, con un ricettacolo centrale rigonfio e spugnoso. Molte civiltà del passato lo ritenevano un fiore sacro, simbolo di purezza. In India rappresenta ancora oggi i centri energetici del corpo umano, i chakra. In generale, però, ha perso il suo alone "spirituale", benché continui ad affascinare chiunque per le sue caratteristiche uniche. Il riferimento è a una delle più belle piante acquatiche italiane: il fiore di loto (Nelumbo nucifera). Il vegetale cresce soprattutto fra le acque del Mincio, fiume settentrionale del Belpaese che, in corrispondenza di Mantova, forma tre piccoli laghi: Superiore, di Mezzo, Inferiore. Presente in Italia da nemmeno cento anni (è stato introdotto nel lago Superiore nel 1921 da una giovane studentessa di scienze naturali, Maria Pellegreffi), la specie proviene dal sud-est asiatico e dall'Australia, dove è coltivata da millenni. Viene dunque detta alloctona (o aliena), per differenziarla dalle piante autoctone che crescono nelle nostre regioni da sempre. Altre specie che arrivano da lontano sono per esempio il pino strobo (Pinus strobus), introdotto in Italia dal Nord America nei primi anni dell'Ottocento; il gelso di carta (Broussonetia papyrifera), arrivato in Italia dall'Asia verso la fine del Settecento; il platano comune (Platanus hispanica), osservato per la prima volta in Spagna nel XVII secolo. Ma sono solo una minuscola parte delle tante specie che stanno ormai colonizzando il nostro territorio.

Ailanto (Ailanthus altissima)

Come arrivano da noi le specie aliene? Molte vengono deliberatamente introdotte sul territorio, coltivate nei giardini o negli orti botanici. Poi inselvatichiscono. Altre arrivano accidentalmente, in seguito agli scambi commerciali. L'ailanto (Ailanthus altissima) – un albero di 25 metri di altezza, con radici lunghe più di 30 metri - è giunto in Italia dalla Cina per nutrire i bachi da seta. La robinia (Robinia pseudoacacia) – che caratterizza soprattutto le aree verdi settentrionali (i boschi di robinia in Piemonte coprono una superficie pari a 85mila ettari) - è approdata in Italia dagli USA, per consolidare i terreni e prevenire frane e smottamenti; in pochi anni s'è diffusa ovunque, offrendo grandi quantità di legna da ardere, ma favorendo anche lo sviluppo di roveti che creano barriere naturali all'uomo e agli animali. La caulerpa (Caulerpa taxifolia) - un'alga che ha invaso tutto il Mediterraneo con stoloni lunghi quasi tre metri - è arrivata in Italia perché utilizzata come decorazione per gli acquari; ma il vegetale è compreso nell'elenco delle 100 specie aliene più dannose del mondo. Altrettanto dannose sono l'ambrosia (Ambrosia artemisiifolia) che provoca pesanti allergie e crisi d'asma, e le varietà inselvatichite di riso coltivato (Oryza sativa) che arrecano seri danni alle risaie con grandi ripercussioni economiche. Tutte le specie aliene, comunque, compromettono l'esistenza di quelle autoctone. Il rapporto annuale pubblicato da Diversity and distribution nel 2009 sottolinea il grave danno arrecato da piante come la yucca comune (Yucca gloriosa) originaria del Messico, Caraibi e California, e lo zenzero (Zingiber officinale), proveniente dal Nepal e dall'India. La prima appartiene alla famiglia delle agavacee ed è una delle piante di appartamento più conosciute, rappresentata da vegetali con le foglie appuntite prive di spine, di colore verde lucido; la seconda fa parte delle zingiberacee ed è tipicamente rappresentata da specie erbacee provviste di un rizoma carnoso e da foglie lanceolate. Il rapporto analizza 52mila località urbane e agricole in Europa. Risultato: in Italia ci sono circa mille nuove specie, il 10% del totale, provenienti da un paese lontano, un esercito di nuove erbe, arbusti e alberi d'alto fusto, pronto a invadere ogni nicchia ecologica. La regione con il maggior numero di piante esotiche è la Lombardia. Ce ne sono più di 600: il Museo di Milano ne ha contate esattamente 619, 250 solo a Milano. Alcune sono qui da molti anni. La robinia e l'uva turca (Phytolaca amaerican) vengono citate anche da Alessandro Manzoni: a Brusuglio, l'autore dei Promessi Sposi, amava dedicarsi al giardinaggio, e probabilmente contribuì attivamente alla diffusione della cosiddetta gaggia. Alla luce di ciò si comprende il motivo per cui gli esperti dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (UICN) lanciano l'allarme: circa 2300 specie vegetali locali sono a rischio di estinzione. 64 sono già scomparse. Sulle Alpi l'invasione di specie aliene è ancora più severa, poiché l'habitat montano è molto suscettibile ai cambiamenti climatici. A livello mondiale sono circa mille le specie esotiche che hanno conquistato le alte quote. Secondo uno studio condotto da CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) il 45% delle specie montane è a rischio e potrebbe scomparire entro il 2100. «Le piante di montagna sono strette da due fuochi» rivelano i botanici del CIPRA «da una parte sono in fuga verso altitudini maggiori, dall'altra queste piante vedono il loro ecosistema invaso da specie provenienti dalle quote più basse». 

Ginestra (Ginestra scoparius)

La conquista degli habitat italiani da parte di specie vegetali alloctone inizia nel Neolitico, ultimo periodo dell'età della Pietra: le cosiddette “archeofite” giungono nelle nostre regioni in un periodo compreso fra 10mila anni fa e la scoperta dell'America; le “neofite” arrivano dal 1492 in poi (e sono la stragrande maggioranza). Il sopraggiungere di nuovi vegetali in Italia è favorito dai cambiamenti sociali, come la nascita dell'agricoltura e lo sviluppo dei primi insediamenti fissi. L’esportazione di frumento e orzo dalla Mezzaluna fertile trascina con sé numerose specie “opportuniste”, alcune delle quali estremamente dannose: è il caso di fiordaliso (Cyanus segetum), papavero (Papaver rhoeas), camomilla (Matricaria chamomilla) e zizzania (Lolium temulentum), tutte di probabile, antichissima origine anatolica. «Da allora ha preso l'avvio un fenomeno esponenziale, che ai nostri giorni ha raggiunto livelli inimmaginabili, creando grossi problemi», raccontano gli esperti del Museo di Storia Naturale di Milano. Queste specie, infatti, stanno progressivamente alterando gli ecosistemi italiani, interferendo con i delicati equilibri ecologici coinvolgenti tutte le specie viventi, diffondendosi a grande velocità e dando vita ad ecosistemi atipici: «A un'avanguardia di vegetazione autoctona ormai disorganizzata, indebolita e compromessa, le aliene rispondono espandendosi e conquistando passo a passo il territorio», precisano i botanici milanesi. A questo punto, però, sorge un interrogativo: così come molte specie invadono l'Italia, è possibile che anche alcune delle nostre piante finiscano per “contaminare” altri territori? Assolutamente sì. «Si tratta, infatti, di un fenomeno reciproco, analogo a quello della globalizzazione in ambito culturale», spiegano i ricercatori del Museo di Storia Naturale di Milano. «Sono numerose le piante italiane che creano problemi, anche economici, in altre parti del mondo». Per esempio ci sono il finocchio (Foeniculum vulgare), la salcerella (Lythrum salicaria), i cappellini comuni (Agrostis stolonifera) e le ginestre (Cytisus scoparius e Spartium junceum); quest'ultima, in particolare, è fortemente invasiva sulle Ande, dove colonizza "a tappeto" tutti i bordi stradali superando i 3mila metri di altitudine. Ma non tutte le specie italiane riescono ad avere successo “all'estero”. Dipende dalla natura dei semi, e dalle differenze climatiche che caratterizzano i vari habitat terrestri. In Italia giungono semi di numerosissime specie, ma soltanto pochi riescono a germinare, e ancora meno sono quelli che riescono ad “ambientarsi”. «La loro strada sulla via dell'integrazione e della "scalata sociale" è in salita», dicono i ricercatori milanesi, «come nel caso degli immigrati, e per giungere sino all'ultimo gradino (invasività) devono superare ben sei barriere ecologiche, da quella geografica a quelle climatica, riproduttiva e ambientale; fortunatamente, la maggior parte dei nuovi arrivati è destinata a non avere successo. Ovviamente il limite climatico è fondamentale: piante originarie di paesi nordici o tropicali, come il baobab, non si ambienteranno mai in Italia, a meno di profondi cambiamenti climatici; quelle nordamericane o cinesi, invece, sono numerosissime». Spesso la conquista vegetale di nuovi areali avviene in compagnia di animali, anch'essi responsabili di gravi problemi ambientali. Sono numerosi gli insetti che giungono sul nostro territorio assieme alle piante. Emblematici i casi della farfallina dei gerani coltivati (Pelargonium spp.), Cacyreus marshallii, che crea infestazioni nelle serre o sui balconi, o i temibilissimi punteruolo rosso (Rhynchophorus ferrugineus) e tarlo asiatico (Anoplophora chinensis), che, rispettivamente, stanno minacciando e distruggendo quasi tutte le palme delle nostre coste e i boschi e parchi della Lombardia nordoccidentale.