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martedì 25 luglio 2017

Antartide: il distacco dell'iceberg gigante

La piattaforma di Larsen

Il più grande iceberg mai visto dell'uomo si è ufficialmente staccato pochi giorni fa dall'Antartide. E' avvenuto in corrispondenza della penisola antartica, dove finisce la porzione continentale e inizia la coltre di ghiaccio che poggia direttamente sul mare; è la piattaforma di Larsen, sorta alla fine dell'ultimo periodo glaciale, 12mila anni fa. Da mesi gli scienziati stavano tenendo d'occhio questa parte del Polo Sud, attraverso le rilevazioni satellitari. Si è così visto che la piccola fattura venutasi a creare nel 2011, si è progressivamente allungata fino a formare una spaccatura di 200 km. Dunque l'allontanamento dal Polo Sud è avvenuto, e si tratta di un blocco di ghiaccio grande tanto quanto la Liguria.

Ora ci cercherà di capire quale direzione intraprenderà. Il rischio, di fatto, è anche quello che, sciogliendosi repentinamente, possa provocare un innalzamento del livello dei mari. Circostanza che però gli scienziati cavalcano con molta prudenza; per non allarmare inutilmente e perché non è semplice capire quanto tempo impiegherà a sciogliersi completamente. Dipenderà dalla direzione presa, ma anche dal clima e dalle temperature. Intanto ci si domanda il motivo di questo eccezionale fenomeno. Istantaneamente verrebbe da pensare all'effetto serra; che in effetti potrebbe essere coinvolto. Tuttavia il vero problema risiede nella dinamica glaciale che porta la porzione continentale a spingere su quella marittima, determinando frizioni che a lungo andare creano forti disquilibri fra le masse.

In questo modo si creano dei crepacci che in particolari situazioni, evidentemente, possono percorrere traiettorie in grado di formare spaccature lunghe chilometri. L'effetto serra vale comunque la pena citarlo, perché da decenni, ormai, anche i ghiacci dell'Antartide sono soggetti a scioglimenti più rapidi e consistenti. E' un circolo vizioso. I mari si alzano di circa un millimetro all'anno e lambiscono le coste antartiche; così facendo, in concomitanza con l'aria sempre più tiepida, "erodono" i ghiacci trasformandoli in iceberg. E c'è il Nino, la famigerata e per certi versi ancora misteriosa corrente oceanica, che quando si instaura - per via di un decremento dell'azione degli alisei - provoca ripercussioni climatiche su ogni angolo del pianeta.

Le stime condotte dal British Antartic Survey non lasciano adito ai fraintendimenti: gli inverni antartici stanno diventando sempre più caldi e la temperatura media sta salendo; il riferimento è a un grado in più da 30 anni a questa parte. E ciò spiega la formazione sempre più frequente di iceberg che stanno frammentando le lingue glaciali più esposte del continente. Si parla di 720 miliardi di tonnellate alla deriva, pari a una superficie di 3.250 chilometri quadrati.

martedì 25 ottobre 2016

Effetto serra: i record del 2015


Un record di cui non andare fieri: il superamento della soglia di 400 parti per milione di CO2 nell'atmosfera. E' stato registrato nel 2015. Mai si era arrivati a tanto e ci vorranno generazioni prima che si ristabiliscano i livelli precedenti. «E' una nuova realtà climatica», dicono gli esperti dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Ed è l'ultimo dato diffuso dall'Onu (che parafrasa il libro che Edinat ha appena terminato di scrivere per il Touring Club, a proposito del surriscaldamento globale). Cosa cambia rispetto agli anni precedenti?

I 400 ppm di CO2 erano stati già raggiunti in epoche passate, per alcuni mesi e in precisi punti del globo; ma mai si era giunti a questa cifra riferita a una media costante a livello globale. Significa che la concentrazione di anidride carbonica nell'aria su tutto il pianeta ha ormai superato una soglia giudicata critica, che non subirà ridimensionamenti negli anni a venire. Complice la corrente oceanica El Nino che come è noto giustifica le bizzarrie del clima a livello mondiale ogni volta che si instaura.

Il flusso correntizio si verifica fra le coste del Sudamerica e quelle australiane: l'upwelling, la risalita di acqua fredda dai fondali oceanici, si interrompe, determinando un innalzamento delle temperature marine superficiali che si ripercuotono in ogni regione. Ma le brutte notizie non finiscono qui. Stando infatti alle ultime analisi diffuse dall'Onu, l'ultimo anno è stato il più caldo della storia. La temperatura media è risultata più elevata di 0,89°C rispetto alla media del Novecento.

Il futuro non incoraggia, anche perché tutti i tentativi per ridimensionare il livello di diossido di carbonio nell'aria non sono andati a buon fine. Ma la questione è aperta. C'è infatti chi dice che l'uomo non c'entri nulla. E che periodicamente la temperatura cresce causando l'innalzamento del livello marino e lo scioglimento dei ghiacci. Ai posteri l'ardua sentenza.

martedì 9 febbraio 2016

LA SESTA ESTINZIONE DI MASSA



Con il termine estinzione di massa si intende la scomparsa in un breve periodo di tempo di un numero eccezionale di specie animali e vegetali. Studiando la storia geologica e biologica della Terra sappiamo che dalla nascita del primo organismo vivente si sono avute complessivamente cinque estinzioni di massa, dette famigliarmente dai ricercatori "big five". L'ultima è quella che quasi tutti noi conosciamo e si riferisce alla fine del Cretaceo, con la sparizione repentina del 76% delle specie viventi, fra cui i famosi dinosauri. Avvenne circa 64 milioni di anni fa. Alla luce di ciò preoccupa notevolmente uno studio pubblicato di recente su Nature che indica la possibilità di una sesta estinzione di massa entro il 2200. La causa? L'uomo. Sotto accusa c'è infatti l'uso indiscriminato del territorio, l'inquinamento, la pesca selvaggia, il cambiamento climatico dovuto alla presenza eccessiva di gas serra nell'atmosfera, frutto di operazioni industriali sconsiderate. Nature non parla a caso e fornisce dati concreti. L'attività antropica incide sulla biodiversità con un impatto mille volte superiore a quello riconducibile alle grandi estinzioni di massa. In grave pericolo gli anfibi, destinati a sparire in gran numero entro il 2200: del 41% rimarrà solo un ricordo. Il 25% dei mammiferi e il 13% degli uccelli potrebbero seguire la stessa sorte. Attualmente si stimano quasi 2mila specie di anfibi sull'orlo dell'estinzione, 993 insetti, 1.199 mammiferi, 1.373 uccelli. Per alcune specie può essere questione di anni, per non dire mesi. Esempi eclatanti si riferiscono al leopardo dell'Amur, detto anche leopardo della Manciuria. Abita le regioni nord orientali della Cina e alcune aree della penisola coreana. E' fra i mammiferi più a rischio, essendone rimasti solo trentaquattro esemplari allo stato selvatico. L'axolotl, detta anche salamandra messicana, è in pericolo dal 1800, da quando l'uomo ha iniziato pesantemente a usurpare il suo habitat. E' molto interessante dal punto di vista biologico, perché compie l'intero ciclo vitale allo stadio larvale. A febbraio di quest'anno la National Autonomous University ha lanciato l'allarme, sostenendo che l'animale è sparito quasi ovunque. Discorso simile per il lupo rosso, fra i pochi mammiferi sopravissuti alla glaciazione wurmiana: allo stato brado resistono solo cento esemplari reintrodotti in America negli anni Ottanta, quando il canide era stato definito ufficialmente estinto. Per quanto riguarda l'Italia si teme il destino di animali come la lontra, già sparita dalle regioni centrali del Belpaese e il capovaccaio, piccolo avvoltoio dell'Europa meridionale, ridotto sul nostro territorio a una decina di coppie. E si potrebbe andare avanti all'infinito. Nature punta dunque il dito sulla nostra specie che per i propri interessi "violenta" ampie aree naturali appannaggio di specie in condizioni già critiche: «La biodiversità a livello globale sta drasticamente peggiorando», racconta Derek Tittensor, ecologista marino del United Nations Enviroment Programme World Conservation Monitoring Centre di Cambridge. Soluzioni? Avanti di questo passo non ce ne sono. E' infatti necessaria una forte presa di posizioni da parte di enti governativi, sociali e ambientali, che si prodighino concretamente per la salvaguardia delle specie a rischio. Le politiche di conservazione potrebbero arginare i rischi, ma non risolverli del tutto. C'è altresì la possibilità che l'uomo abbia raggiunto una sorta di punto di non ritorno, tale per cui si può migliorare qualcosa, ma non risolvere completamente i tanti problemi legati all'ambiente e a quella che si prospetta, appunto, la sesta estinzione di massa. Attualmente il tasso annuale di estinzione delle specie viventi è compreso fra lo 0,01% e lo 0,7% . Un numero, purtroppo, ancora troppo alto. Che desta ancora più preoccupazione se si pensa che negli ultimi 35 anni la popolazione mondiale è raddoppiata. A discapito di molte specie di invertebrati (farfalle, ragni, vermi), calati complessivamente del 45% e vertebrati che, dal 1500 a oggi, sono rappresentati da 320 specie in meno. 

martedì 11 marzo 2014

Un'isola chiamata Crimea


Russia e Ucraina si stanno scontrando per avere la meglio su un'area geografica ben nota all'immaginario storico, perché legata a numerosi conflitti fra popolazioni diverse. Del resto la penisola di Crimea sorge su un posto invidiabile, un ponte sul Mar Nero dal quale è possibile tenere d'occhio parte dei Balcani e del Caucaso, dove anche le materie prime non scarseggiano. E pensare che si sta parlando, in pratica, di un microcosmo ambientale legato alla giurisdizione di Kiev, da un briciolo di terra non più largo di otto chilometri, pieno di acquitrini e volatili in cerca di cibo, l'istmo di Perekop. Lo conferma l'azione svolta pochi giorni fa dalle unità del Berkut, le forze militari antisommossa della polizia che hanno assunto il controllo del perduto lembo terrestre per bloccare l'accesso alle forze armate ucraine. Fa, dunque, un certo effetto pensare che fra non molto di questo ponte naturale oggetto di discordie e azioni di guerriglia potrà rimanere un lontano ricordo. E' quanto emerge da uno studio effettuato da ricercatori ucraini del Centro idrometrico della Crimea. Non vanno tanto per il sottile: «Nel giro di pochi anni la Crimea potrà trasformarsi in un'isola a tutti gli effetti, rimanendo completamente isolata dal continente». Il motivo? Il clima, o meglio, l'effetto serra. E' ormai ben noto a tutti il progressivo incremento delle temperature su scala globale, ma non altrettanto il fatto che alcune terre potrebbero sparire dall'oggi al domani per le bizzarrie del mare, che, in gergo tecnico, "trasgredisce" rubando chilometri alle terre emerse. E' l'eterno moto di regressione e trasgressione che i mari affrontano quando il clima varia: gli episodi più significativi si sono avuti con l'alternanza delle fasi geologiche di gelo e disgelo, e non hanno risparmiato anche luoghi a noi molto vicini come la Sardegna o l'Isola d'Elba. La prima era collegata alla Corsica e la seconda alla terraferma. Basta osservare una mappa geologica del Quaternario per verificare che, a causa dell'abbassamento dei mari, molte terre oggi coperte dal Tirreno, erano un tempo abitate da uomini e animali; in Sicilia, per esempio, l'uomo arrivò 27mila anni fa grazie all'emersione della cosiddetta "sella sommersa dello Stretto di Messina". Ciò che è accaduto in Italia migliaia di anni fa, con la fine della glaciazione wurmiana, potrebbe oggi verificarsi in Crimea, dove negli ultimi anni il livello del Mar Nero è cresciuto per via dell'effetto serra. I dati parlano di quaranta centimetri in pochi anni. «Di questo passo basteranno altri cinquanta centimetri per separare completamente la Crimea dell'Ucraina». Nicolai Kulbida, capo del Centro sovvenzionato da Kiev, si riferisce in particolare alla zona del Sivas, nella parte orientale della penisola, un sistema di baie noto anche col nome di "mare marcio" (per via dello sgradevole odore emanato dai fondali durante la bella stagione). Meno precipitosi gli esperti dell'Accademia delle scienze di Crimea, che però non minimizzano il problema, sostenendo che il pericolo è reale e che si dovrebbe soprattutto valutare lo stato delle infrastrutture, strade e ferrovie. L'alternativa è la costruzione di nuovi ponti, come quello che potrà sorgere fra non molto sullo stretto di Kerc. L'ha confermato anche Dmitry Medvedev, due giorni fa. 

martedì 16 luglio 2013

Alaska, l'effetto serra contribuisce allo sviluppo dei terremoti


Il surriscaldamento globale può essere una delle cause dei terremoti. Lo affermano gli studiosi della Nasa e dell’Ordine dei geologi americani. Hanno, infatti, condotto delle ricerche tra i ghiacciai dell’Alaska concludendo che il repentino scioglimento dei ghiacci, (dovuto appunto all’aumento medio delle temperature), incide fortemente sugli strati litologici sottostanti: in particolare sostengono che la diminuzione del peso dei ghiacci in fase di ritiro fa sì che le placche tettoniche perdano progressivamente la loro stabilità e che si creino quindi i presupposti per l’attività tellurica. È un fenomeno che in parte gli scienziati hanno potuto constatare anche osservando le tracce del ritiro dei ghiacci risalenti all’ultima grande glaciazione conclusasi poco più di 10 mila anni fa. In tale frangente è stato infatti confermato che il Canada venne colpito da numerosi e forti terremoti, e che lo stesso fenomeno si è verificato in Scandinavia. Oggi invece tutto ciò avviene soprattutto nello stato più settentrionale del NordAmerica, dove dall’inizio del ‘900 le temperature medie sono cresciute più che in ogni altra parte del mondo (si pensa che entro 100 anni esse possano subire un ulteriore incremento di addirittura 7°C). Qui le placche tettoniche sono quanto mai instabili e ora il timore degli scienziati è che si possano verificare di nuovo episodi come quello del 1979, anno in cui il Paese subì un sisma di intensità pari a 7,2 della scala Richter. Tra le conseguenze del surriscaldamento del globo va altresì ricordato che, sempre in Alaska, la tundra, la tipica vegetazione delle latitudini più elevate, sta progressivamente scomparendo, per lasciare il posto a specie tipiche delle regioni più meridionali caratterizzate da foreste di conifere di tipo marittimo.

mercoledì 9 gennaio 2013

L'estate (torrida) che verrà


Lo dice Met Office: sarà un'estate molto calda. Possibile? Difficile dirlo, in realtà, con sei mesi di anticipo; tuttavia da vent'anni a questa parte la temperatura su scala mondiale va crescendo sempre più. Ecco le previsioni per l'estate del 2013 e gli anni che verranno: Clima, un 2013 caldissimo 

Pubblicato su Lettera43: 

«Sarà un’estate caldissima, fra le più calde in assoluto da dieci anni a questa parte». Met Office, massima autorità in Inghilterra nel campo delle previsioni meteorologiche, ha promulgato la sua sentenza. Ora seguirà il solito elenco di commenti approssimativi, che – a seconda del parametro climatologico osservato – appoggerà o meno la dichiarazione dell’organo inglese. Va, comunque, precisato che - benché le previsioni a lunghissimo termine possano rivelarsi dei clamorosi fiaschi – l’ufficio meteorologico del Regno Unito difficilmente sbaglia. Nel 2008, a marzo, disse che ci sarebbe stata un’estate decisamente calda e secca, ed ebbe ragione. A settembre uno studio italiano del CNR di Bologna, stabilì che fu una delle estati più calde dal 1800, posizionabile all’ottavo posto fra le più bollenti degli ultimi duecento anni, con un notevole incremento medio delle temperature su scala globale.
Stime analoghe sono state fatte da esponenti del NASA Goddard Institute of Space Studies e della US National Oceanic and Atmospheric Administration. Ma non tutti sono d’accordo. «Non sappiamo ancora come andrà a finire l’inverno, figuriamoci se è possibile prevedere che estate avremo», spiega a Lettera43 Alessio Grossi, meteorologo di Meteolive. «A parte qualche caso sporadico, tipo 2002, non ricordo estati senza caldo, anche senza scomodare anni “storici” come il 2003 (con la fusione fra l’anticiclone delle Azzorre e l’anticiclone tropicale africano). Pensiamo piuttosto alla possibile neve di metà gennaio al nord: quella non è affatto da escludere».
Cosa dice esattamente il Met Office? Il primo dato preoccupante riguarda la temperatura che secondo gli esperti anglosassoni aumenterà di 0,57 gradi rispetto ai 14 gradi standard del pianeta, riferibili alle registrazioni del trentennio che va dal 1961 al 1990. Le variazioni della colonnina di mercurio non saranno uguali in ogni parte del mondo: farà generalmente più caldo su tutta la superficie del pianeta, ma non è escluso che in rari angoli della Terra potrà addirittura fare più freddo. In ogni caso le oscillazioni della temperatura rifletteranno il range compreso fra 0,43 e 0,71 gradi. È un dato tutt’altro che trascurabile, considerato che, dal 1850 a oggi, c’è stato un aumento medio di mezzo grado e che anche una minima variazione di temperatura, è in grado di creare gravi scombussolamenti climatici su larga scala. Con le alte temperature avremo anche precipitazioni al minimo, con sporadici e violentissimi acquazzoni.
Perché farà così caldo? Ancora una volta gli scienziati puntano il dito sull’effetto serra, ossia l’incremento costante di anidride carbonica nel pianeta, a causa dell’attività antropica, comprendente l’utilizzo di combustibili fossili, la deforestazione tropicale, l’impatto industriale. Ne è convinto Dave Britton del Met Office, pur ammettendo che la CO2 non sia l’unico elemento in grado di spiegare l’aumento progressivo delle temperature. Recenti studi avrebbero addirittura affermato che non è poi così marcata la relazione fra anidride carbonica nell’aria ed effetto serra. Lo proverebbe il fatto che, nel corso delle varie ere geologiche, si sono avute percentuali di biossido di carbonio più elevate di quelle attuali, in concomitanza con fasi glaciali. Nel tardo Ordoviciano, per esempio, circa 440 milioni di anni fa, i valori della CO2 hanno raggiunto picchi elevatissimi, pur senza contemplare un aumento parossistico delle temperature.
Che sia dunque l’uomo o la natura a causare l’effetto serra, è certo che le previsioni del Met Office non fanno che confermare una tesi corroborata da tempo: la Terra si sta scaldando sempre più. Dal 1750 al 2000 la temperatura dell’emisfero boreale è aumentata di 1,1 gradi, con un’impennata dagli anni Novanta in poi. Si prevede un ulteriore aumento entro il 2040, arrivando a un grado in più rispetto al momento in cui l’uomo è stato in grado di “auscultare” i capricci del clima. Ed entro il 2100 si teme un incremento di altri 1,5 gradi. Se anche l’effetto serra dovesse placarsi entro la fine del secolo, c’è il rischio che i mari e gli oceani del pianeta possano crescere fra 0,5 e 4 metri. Un’ipotesi eclatante se si pensa che trenta delle più grandi città del mondo sorgono praticamente a livello del mare. Le alte temperature saranno la norma, così come l’incidenza di fenomeni estremi, come gli uragani e le alluvioni.

mercoledì 19 dicembre 2012

Nubi artificiali contro l'effetto serra

Parlo oggi su Lettera43 di un avveniristico progetto per vincere lo scioglimento dei ghiacci artici:  l'articolo originale




Pubblicato su Lettera43: 

Uno dei principali fenomeni provocati dall'effetto serra riguarda lo scioglimento dell'Artico. Alcuni geologi ambientali prevedono, entro pochi decenni, di poter attraversare in lungo e in largo il Polo Nord. Per prevenire la scomparsa definitiva delle distese glaciali c'è, dunque, chi propone ingegnose (e spesso bizzarre) opere che possano in qualche modo mantenere “refrigerato” il Polo, stabilizzando nel tempo la tenuta dei ghiacci. Una delle idee più interessanti è stata da poco avanzata da Stephen Salter, studioso dell'Università di Edimburgo, convinto di poter costruire sulle isole Faroe o su quelle che sorgono in prossimità dello stretto di Bering, delle gigantesche torri in grado di creare nuvole artificiali. Come? Utilizzando l'acqua del mare.
Salter si rifà all'architettura dei paesi delle basse latitudini, che contempla le tinte cromatiche più calde, bianco soprattutto, in virtù della loro capacità di respingere i raggi del sole. Allo stesso modo ritiene che si possa fare con le nuvole, offrendo delle superfici ideali per riflettere la luce solare e con essa il calore. Le torri, montate su un'apposita intelaiatura galleggiante, avrebbero il compito di assorbire l'acqua del mare per spruzzarla in punti precisi del cielo: le piccole goccioline d'acqua salata fungerebbero da nuclei di condensazione ideali per la genesi di nuovi corpi nuvolosi che determinerebbero un calo delle temperature e la salvaguardia dei ghiacci. «Si pensa alla progettazione di cinquanta piattaforme in grado di rilasciare trenta chilogrammi al secondo di acqua nebulizzata», dice Salter, «spendendo per ognuna, prevedibilmente, qualche milione di dollari. Lo scopo non sarebbe quello di abbassare la temperatura su scala globale, ma mantenere perlomeno quella attuale, già compromessa dall'attività umana».
Salter ha avanzato la sua proposta anche al Parlamento londinese, nella speranza che gli amministratori della metropoli possano favorire questa sua iniziativa da lui stesso definita “geo-ingegneristica”. Del resto il problema non riguarda solo lo scioglimento dei ghiacci ma anche i grossi rischi legati alle ingenti quantità di metano presente nel cuore dell'Artico; e che potrebbero danneggiare ulteriormente l'atmosfera e il clima a livello mondiale. Perdite di metano a causa del clima impazzito si stanno già registrando in molti punti del permafrost siberiano che, liberatosi dalla coltre glaciale, consente alla sostanza gassosa di raggiungere gli strati atmosferici: una ricerca da poco pubblicata su Science parla di otto milioni di tonnellate di molecole di metano che si liberano annualmente nell'aria in questo punto del pianeta. Lo stesso problema si sta verificando in Alaska, dove - secondo un articolo pubblicato su Nature Geoscience - il rilascio di gas serra parrebbe del 50% superiore alle stime fatte fino a oggi.  
Il metano ha un impatto ancor più devastante dell'anidride carbonica sull'andamento climatico, con un potenziale di riscaldamento globale venti volte superiore a quello del biossido di carbonio. Gli studi affermano che è responsabile del 18% dell'incremento dell'effetto serra. La sua alta capacità di trattenere calore dipende dalla struttura chimica che lo contraddistingue, una molecola asimmetrica dotata di un atomo di carbonio e quattro idrogeni, ottimale per immagazzinare le radiazioni infrarosse provenienti dalla superficie terrestre. Prerogativa condivisa, peraltro, con altri gas serra come l'ossido nitroso e gli idrofluorocarburi.
Non tutti i climatologi, però, condividono la proposta di Salter. Per alcuni, infatti, le opere di geo-ingegneria potrebbero avere gravi ripercussioni sul pianeta, partendo dal presupposto che nessuno può prevedere con certezza ciò che accadrebbe a livello meteorologico. Inoltre una soluzione del genere avrebbe solo una funzione palliativa: servirebbe a curare una situazione difficile, ma non a guarirla.  

lunedì 7 maggio 2012

Rimpiccioliti dall'effetto serra



Ci sono stati tempi in cui le specie animali e vegetali erano molto più grandi di quelle attuali. Basta pensare ai dinosauri o alle felci e agli equiseti giganti. Oggi, però, a causa dell'effetto serra sembrerebbe che le dimensioni delle specie naturali stiano rimpicciolendosi sempre più. È questo il succo di uno studio condotto da Jennifer Sheridan e David Bickf dell'Università di Singapore. Gli scienziati hanno appurato che, a ogni grado in più del nostro clima, la taglia degli invertebrati marini (stelle di mare, ricci di mare e spugne) si riduce dal 0,5 al 4%. Nei pesci va ancora peggio con riduzioni comprese fra i 6 e il 22%. Secondo i ricercatori americani la colpa è dell'effetto serra e dell'eccessiva quantità di anidride carbonica presente nell'aria e nelle acque. Un fenomeno analogo sarebbe avvenuto oltre cinquanta milioni di anni fa, con animali come api, vespe e formiche che ridussero le loro dimensioni fra il 50 e il 75%. Toccò anche a specie evolute come i mammiferi che videro ridimensionati i loro corpi del 40%. La ricerca evidenzia che duranti le fasi climatiche più calde animali e piante si rimpiccioliscono; diventano, invece, più grandi nel corso delle fasi fredde.

venerdì 20 gennaio 2012

Guariti dall'effetto serra


Fra il 1970 e il 2008 gli albatri dell'oceano Indiano meridionale sono ingrassati in media di un chilo e le loro uova producono pulcini nel 77% dei casi, contro il 66% dei decenni precedenti. Secondo un articolo apparso su Science il motivo risiede nel fatto che gli uccelli spendono meno tempo a pescare, sfruttando venti più forti alteratesi in seguito al surriscaldamento globale. In pratica il tempo risparmiato in volo viene dedicato alla cova, con tutte le conseguenze (positive) del caso: ingrassamento e pulcini più robusti. Il discorso incuriosisce perché di solito l'effetto serra è messo in relazione a ripercussioni negative sugli animali. In questo caso, evidentemente, vale il contrario. Gli albatri sono tra gli uccelli più grandi sulla Terra e, addirittura, l'albatro urlatore (Diomedea exulans) è il volatile con l'apertura alare più maggiore. Sono molto efficienti in aria, sfruttano le correnti aeree e sono in grado di percorrere grandi distanze con poco sforzo. Si nutrono di cibi grassi ed oleosi, fra cui seppie, pesci e krill. Spesso si cibano anche degli scarti rilasciati dalle navi specializzate nella lavorazione di prodotti derivati dalle balene. 19 delle 21 specie di albatri sono, però, considerate a rischio di estinzione da parte dell'IUCN, l'ente che si occupa di proteggere gli animali in pericolo. Oggi gli albatri sono anche minacciati dall'introduzione nel loro habitat di animali come ratti o gatti selvatici che attaccano uova, pulcini e giovani adulti.

lunedì 21 febbraio 2011

Lo scioglimento del permafrost influenza l'effetto serra

La quantità di carbonio che verrà liberata dal permafrost da qui al 2200
A causa dell'effetto serra si ha un costante scioglimento del permafrost, strato di ghiaccio che riveste il terreno alle alte latitudini, a sua volta responsabile di emissioni di anidride carbonica e metano. I dati, però, fin qui accumulati, sottostimerebbero il problema. Secondo i ricercatori del National Snow and Ice Data Center (NDSIC), in Colorado, entro il 2200 il permafrost perderà almeno due terzi della sua superficie, rilasciando nell'aria circa 190 miliardi di tonnellate di carbonio. Con ciò andrebbero rivisti i protocolli per la riduzione delle emissioni di CO2. Kevin Schaefer, a capo della ricerca, dice che alla base del fenomeno c'è il ritorno alla luce di quantità enormi di materiale organico immagazzinate da millenni (almeno 12mila anni): piante e animali del passato che, in seguito alla fermentazione e alla putrefazione, rilascerebbero nell'aria ingenti quantità di CO2. Risultati simili sono stati ottenuti anche dai ricercatori dell'Università della Florida. Ma non tutti convergono a queste conclusioni. Ci sono anche molti esperti convinti del fatto che la natura sarà in grado di autoregolarsi. In pratica la sovrabbondanza di carbonio nell'aria sarà compensata da una grande proliferazione vegetale, tale da riassorbire gran parte della CO2 dispersa nell'atmosfera. Ai posteri l'ardua sentenza.

martedì 8 febbraio 2011

Antartide sottovento


Da tempo si è a conoscenza del fatto che alcune zone dell'Antartico si stanno sciogliendo, ma non è ancora noto è il meccanismo alla base del fenomeno. Ora, però, una ricerca diffusa dalla NASA, incentrata su dati provenienti dall'indagine satellitare, svela che un ruolo chiave in questi processi glacio-dinamici è rappresentato dai venti. Le analisi satellitari hanno, infatti, messo in luce che lo scioglimento dei ghiacci dell'Antartide è direttamente proporzionale all'intensità dei venti circumpolari: tanto maggiore è la loro azione, tanto maggiore sarà la perdita glaciale. In particolare, quando i venti sono intensi e spirano dall'oceano meridionale, viene sollevata acqua calda sulla piattaforma continentale, favorendo lo scioglimento dei ghiacciai. «Abbiamo scoperto che le calotte glaciali sono influenzate dal comportamento dei venti», rivela Bob Bindschadler, glaciologo della NASA. «Più i venti circumpolari antartici continueranno ad aumentare, più le piattaforme di ghiaccio rischieranno lo scioglimento». E i venti circumpolari dipendono anch'essi dall'andamento climatico su scala globale. L'effetto serra, dunque, influisce anche in questo senso. Nuove importanti informazioni sull'argomento si potranno avere dalla missione ICESat-2 prevista per il 2016; intanto i satelliti ci danno prova dello scioglimento dell'Antartico per via del periodico distaccamento dal continente di blocchi di ghiaccio di eccezionali dimensioni. Recentemente gli esperti hanno dato notizia del distaccamento di un iceberg di 41 chilometri di lunghezza e 2,5 chilometri di larghezza (più o meno il doppio dell'Isola d'Elba). Il fenomeno è avvenuto in corrispondenza della banchisa di Wilkins Ice Shelf.

mercoledì 2 febbraio 2011

Catlin Arctic Survey: pronti alla partenza


Catlin Arctic Survey è un ente che si occupa di studiare l'acidificazione degli oceani. Quest'anno, a marzo, manderà quattro suoi uomini al Polo Nord, per verificare di persona i cambiamenti ambientali in atto, partendo dal presupposto che l'Artico può essere considerato un vero e proprio barometro del surriscaldamento globale. Gli uomini della Catlin Arctic Survey partiranno dal Polo Nord geografico e raggiungeranno dieci settimane dopo la Groenlandia. Analizzeranno lo strato sottile di acqua che si trova sotto il ghiaccio galleggiante, per capire se il flusso della Corrente del Golfo è variato, e potrà arrestarsi provocando temperature più basse in gran parte dell'Europa Nord Occidentale. Misure verranno prese anche per ciò che riguarda la temperatura dell'acqua, la salinità, e la velocità di scioglimento dei ghiacci. Il pericolo di una nuova “era glaciale” potrebbe essere, dunque, dietro l'angolo. Ne parla Gregory D. Foster, scienziato statunitense, sulle pagine del World Watch Institute Magazine. «I disastri ambientali provocati dai cambiamenti climatici minacciano il futuro dell'umanità in misura enormemente più grave rispetto al terrorismo», rivela Foster. Il vero rischio? «Un mondo futuro di Stati in guerra fra loro per la sopravvivenza». Un dato su tutti: dal 1968 a oggi il terrorismo ha ucciso 24mila persone, contro le 240mila sterminate ogni anno dalle catastrofi ambientali.

Il video:

giovedì 20 gennaio 2011

Il 2010? L'anno più caldo della storia

È il risultato di uno studio condotto dai tecnici della NASA. Gli esperti rivelano che la temperatura terrestre si innalza di un quinto di grado ogni decennio e che il processo di surriscaldamento procede inesorabile. Prima il record di anno più torrido apparteneva al 2005 e al 1998. Piccola la differenza rispetto al 2005, ma tangibile: si parla di appena 0,01 gradi di differenza. La temperatura del 2010 è risultata di 0,74°C superiore alla media ottenuta fra il 1951 e il 1980. Gli scienziati si dicono preoccupati e ancora una volta sottolineano la necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica: "Se le condizioni attuali continueranno di questo passo, il 2010 conserverà per ben poco tempo il record acquisito". Piccola precisazione: gli inverni rigidi che hanno contraddistinto l'emisfero boreale gli ultimi due anni non devono trarre in inganno. Anzi: è un ulteriore prova dell'effetto serra. Secondo gli esperti gli eventi meteorologici estremi - alluvioni, uragani e punte di freddo intenso -saranno sempre più frequenti.

sabato 4 dicembre 2010

Harry Potter, l'ultima sfida di Jairam Ramesh

JAIRAM RAMESH è ministro dell'Ambiente indiano dal 2009 e membro del National Advisory Council. Nato nel 1954 a Chikmagalur, ha iniziato la carriera come assistente dell'economista Lovraj Kumar al Bureau of Industrial Costs and Prices. Ha lavorato anche come editorialista per Times of India, India Today, e The Telegraph. È sposato con K. R. Jayashree dal 1981.
Luglio 09, hindu.com
«PENSARE A LIVELLO LOCALE, AGIRE LOCALMENTE». È IN QUESTA DIREZIONE CHE INTENDE MUOVERSI PER SALVAGUARDARE L'AMBIENTE?
Certamente. L'India ha già iniziato a sentire gli effetti dei cambiamenti climatici. È giunto il momento di smettere di guardare al surriscaldamento globale come a una questione internazionale. Va osservata la situazione locale, prendendo atto delle risorse idriche, di quelle agricole, e del consumo di energia di ogni singolo Paese.
Settembre 10, greenreport.it
HA RECENTEMENTE TRACCIATO UN QUADRO PESSIMISTICO DEL VERTICE ONU SUL CAMBIAMENTO CLIMATICO CHE SI TERRA' A CANCUN, IN MESSICO.
Penso francamente che Cancun non vada da nessuna parte: gli impegni finanziari assunti a Copenaghen dai Paesi sviluppati non sono ancora stati soddisfatti e non sembrano poter essere soddisfatti a breve.
L'ACCORDO DI COPENAGHEN PREVEDEVA UN 'FAST START' PER 30 MILIARDI DI DOLLARI DA STANZIARE FRA IL 2010 E IL 2012 PER L'ASSISTENZA AI PAESI IN VIA DI SVILUPPO PER AFFRONTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI, MA A QUANTO PARE LA 'PARTENZA RAPIDA' PROCEDE COME UNA LUMACA.
Per questo motivo le aspettative per Cancun dovrebbero essere molto, molto modeste. La situazione politica ed economica USA è critica: gli Stati Uniti non sono in grado di svolgere un ruolo di leadership nella lotta ai cambiamenti climatici.
E GLI EUROPEI?
Gli europei non faranno nulla fino a quando gli americani non faranno qualcosa. Gli americani non faranno nulla fino a quando i cinesi non faranno qualcosa. E noi facciamo un giro di giostra.
Ottobre 10, timesindia.com
L'INDIA AVRA' ENTRO IL 2015 UN LABORATORIO DI FISICA NUCLEARE SOTTERRANEO PER STUDIARE I NEUTRINI.
Quando sarà completato ospiterà il più grande magnete del mondo e darà al Paese un forte impulso per lo studio delle leggi della natura.
Ottobre 10, dnaindia.com
IL 23 SETTEMBRE SETTE ELEFANTI SONO STATI UCCISI DAL PASSAGGIO DI UN TRENO.
Per questo nei prossimi giorni incontrerò Mamata Banerjee con la quale discuterò dell'idea di ridurre di 20-25 chilometri all'ora il limite di velocità dei treni, in corrispondenza dei cosiddetti 'corridoi degli elefanti'.
Novembre 10, ahmedabadmirror.com
INCOLPA HARRY POTTER PER IL PERICOLO ESTINZIONE DI ANIMALI NOTTURNI COME LE CIVETTE E I GUFI. COME MAI?
E un fenomeno riguardante le classi medie del paese, abituate a regalare ai propri piccoli un rapace. Così facendo soddisfano il loro desiderio di assomigliare al maghetto inglese, diventato famoso anche per il suo rapporto “intimo” con una civetta (Edvige, avuta in regalo da Hagrid, ndr.), ma compromettono il futuro di specie ornitologiche importanti.
Agosto 10, salvaleforeste.it
HA BLOCCATO IL CONTROVERSO PROGETTO DELLA VEDANTA RESOURCERS VOLTO ALL'ESPANSIONE DELLA MINIERA DI BAUXITE SULLE COLLINE SACRE ALLA TRIBU' DEI DONGRIA KONDH.
La Vedanta Resources ha violato la legge sulla protezione ambientale e sulla protezione delle foreste. Per questo motivo il cosiddetto progetto Niyamgiri Hills non può andare avanti.
IN PARTICOLARE È STATA BLOCCATA LA FASE II DEL PROGETTO.
Esattamente, quella concernente l'abbattimento vero e proprio degli alberi. La fase II è stata ufficialmente respinta e, pertanto, l'autorizzazione ambientale per la miniera è inutilizzabile.

lunedì 6 settembre 2010

Oceani sempre più acidi per colpa dell'effetto serra

Gli oceani della Terra stanno diventando sempre più acidi e di questo passo potrebbero causare gravi problemi a numerose specie animali e vegetali alla base della catena alimentare. Gli esperti della Royal Society britannica affermano che il problema è dovuto alle emissioni di anidride carbonica dell’uomo, derivanti soprattutto dalla combustione dei carburanti fossili. Secondo i ricercatori gli oceani del pianeta hanno già assorbito circa la metà del biossido di carbonio prodotto dall’uomo negli ultimi 200 anni. Il fenomeno ha causato una riduzione del pH dell’acqua marina di 0,1 unità (su una scala da 1 a 14). E se le emissioni di CO2 continueranno a crescere come previsto, ci sarà un ulteriore calo di 0,5 unità entro il 2100, un livello che non veniva raggiunto dagli oceani da molti milioni di anni; in particolare durante l’epoca glaciale il pH medio dei mari era di 8,3, mentre oggi si è abbassato a 8,1, e si prevede che arriverà a 7,3 entro il 2300. A rischio sono soprattutto animali come i coralli e alcuni tipi di alghe che necessitano di una certa basicità per formare i propri esoscheletri, la struttura esterna che li riveste e che gli consente di difendersi dai predatori: l’anidride carbonica disciolta in acqua forma infatti l’acido carbonico che dissolvendo i loro gusci, non gli lascia scampo. “Il biossido di carbonio che si dissolve negli oceani non è un problema da poco – rivela John Raven della Royal Society - e gli effetti in alcune parti del globo saranno molto gravi. Forse non si tradurranno immediatamente in perdite economiche, ma avranno importanti conseguenze sul funzionamento del sistema Terra e sui suoi ecosistemi”.

sabato 31 luglio 2010

L'invasione delle supermosche

La cantante Mollie King
Supermosche con un'attrazione particolare per il sangue umano. In estate aumentano, infatti, le persone che finiscono in ospedale (anche in gravi condizioni) a causa della puntura del Similium posticatum, minuscolo insetto che abita le regioni rurali dell'Inghilterra, ma che ora si sta progressivamente avvicinando alle città, colonizzando aree verdi e giardini. Vittime delle ultime ore anche alcuni vip, fra cui la giovane cantante, Mollie King e il celebre golfista, Ian Poulter. La creatura è davvero minuscola, massimo due o tre millimetri, ma procura punture assai dolorose, che possono infettarsi, tanto da dover recarsi spediti al pronto soccorso. L'aumento delle punture della Mosca Blandford (nome volgare dell'insetto), è da mettere in relazione alle particolari condizioni climatiche che stanno caratterizzando l'Europa negli ultimi giorni: il caldo e l'umidità rappresentano infatti il terreno ideale per lo sviluppo di questi ditteri. Con loro si è constatato anche un repentino aumento di punture di zanzare, mosche dei cavalli ed esemplari di Culicoides impunctatus. Questa la testimonianza dell'infermiera, Sara Nathan: "Due punturine di insetto alla caviglia. Mi alzo e mi ritrovo tutta la parte bassa della gamba arrossata. Dopo 48 ore il mio arto è come quello di un 'elephant man': non posso più camminare. All'ospedale i medici constatano l'infezione causata dalla puntura di un insetto, e mi sottopongono a flebo e a una potente cura antibiotica". Secondo gli entomologi, però, il problema non è legato solo all'aumento degli insetti, ma anche al cambiamento delle abitudini dell'uomo, in seguito all'incremento delle temperature su scala globale: si sta infatti fuori di più la sera, e più spesso nel cuore di giardini dove ci sono molte fonti d'acqua, territorio privilegiato per certi tipi di insetti. È anche una questione concernente il fatto che tutti incolpano sempre e solo le zanzare delle fastidiose punture estive, quando in realtà le specie che attaccano l'uomo sono molte di più: "Conosciamo soprattutto le zanzare", dice Stuart Hine, entomologo inglese, "ma vanno considerate anche le mosche nere che stanno invadendo le nostre città". In particolare le cosiddette "Blandford flies" sono identificabili per il loro colore nero e la forma ridotta. Sono molto attive da maggio ad agosto. Fanno parte della grande famiglia delle mosche nere: 1800 le specie conosciute, 11 delle quali estinte. Preferiscono il sangue umano a quello animale. Fra i loro obiettivi prediletti ci sono le caviglie e i piedi di uomini e donne. Mentre le zanzare e altri tipi di ditteri colpiscono soprattutto la sera, le "Blandford flies" vanno avanti tutto il giorno. Quando le loro punture vengono infettate dai batteri, possono subentrare complicazioni, comprese gravi reazioni allergiche, con difficoltà respiratorie. I batteri possono poi provocare (ma in rarissimi casi) la malattia di Lyme, un'infezione che può compromettere la salute del cuore. "Più persone sono state morse da questi insetti", racconta lo studioso inglese, "e in alcuni casi si sono avute reazioni estreme con gonfiori notevoli". L'aumento di casi di punture di insetti nocivi è verificabile un po’ ovunque: "Siamo letteralmente sommersi da pazienti colpiti da punture di insetto", dice Donna Laws-Chapman, manager al Timber Hill Health Centre di Norwich, "e molti 'morsi' erano infetti". Anche in Italia abbiamo i cosiddetti "insetti emergenti", specie che stanno trovando sempre più spazio nei nostri ambienti a causa della tropicalizzazione dei climi. La zanzara tigre può trasmettere la febbre del Nilo, la Dengue: nel 2007 in Romagna c'è stata un'epidemia di febbre da virus Chikungunya. Nei cani e in altri animali può causare la filarina canina e l'encefalite. I simulidi sono una famiglia d'insetti caratterizzati da femmine tipicamente ematofaghe. Da noi sono attivi soprattutto in Pianura Padana: possono provocare eritemi e orticaria. I pappataci, infine, sono minuscole zanzare riconoscibili dalle ali disposte verticalmente sopra il corpo in posizione di riposo. La loro puntura è simile a quella delle zanzare comuni, benché più persistente e pruriginosa.

martedì 27 luglio 2010

Un milanese a spasso per le alte vie della Valtournanche

Un piccolo strappo alla regola. Oggi, anziché riportare qualche notizia, posto questo raccontino, uscito originariamente per Milanoweb. Prima di essere un giornalista scientifico, infatti, sono un naturalista, un puro e semplice contemplatore della flora e la fauna di ogni paese e città. In questi giorni sto peraltro leggendo "Le mappe dei miei sogni" (Mondadori), ritrovando - nel dodicenne protagonista - me stesso quand'ero piccino, sempre a caccia di nuove piante, insetti, o minerali da classificare...


Ho visto per la prima volta il Cervino sul finire degli anni '80: ero con i miei genitori, mio fratello e qualche amico di scuola. Fu il CAI (Club Alpino Italiano) del mio paese a organizzare l'escursione a Zermatt, località alle pendici della Grande Becca, sul versante Svizzero. La "piramide" del Cervino mi lasciò di stucco: non capivo come potesse essere così ben disegnata, e come dei temerari potessero addirittura aver raggiunto la sua cima. La mia seconda occasione l'ho avuta ieri, con mia moglie e le mie due piccole, in visita a Cervinia, per un week-end. E ancora una volta sono rimasto basito davanti alla sua maestosità. Domenica. Mattina presto. Mentre la mia "truppa" si gode ancora un buon sonno ristoratore, dopo una serata passata a far baldoria, io parto per il Colle del Breuil, cima di 3.325 metri, proprio sotto lo "sguardo" severo del Matterhorn: è un modo per riviverlo in prima persona (cosa che quand'ero piccino non ho potuto fare) e per dare un po’ sfogo alla mia passione per la natura alpestre. Il primo tratto è tranquillo. Supero una chiesetta e una seggiovia. Poi comincio a inerpicarmi per andare a vedere da vicino una cascata. Il cielo è blu, l'aria frizzante, brilla il sole. Mi soffermo sulla straordinaria varietà di specie vegetali. Perché da noi non è così? Riconosco i fiori di arnica, non ti scordar di me (in gran quantità), genzianella, campanula, achillea, silene, piantaggine. E la famosa Carlina delle Alpi. Spinosa come sempre, m'induce a riflettere sul significato evolutivo delle sue spine: a cosa le serviranno? A cosa possono servire delle spine a una pianta che cresce a quote dove praticamente non sussistono predatori? Ancora l'evoluzione darwiniana stuzzica il mio pensiero, mentre odo il fischio acuto delle marmotte. Qui, però, è tutto molto più chiaro. Solo in questo modo, infatti, simili animali riescono a comunicare fra loro in modo efficace, in un ambiente ostile come quello d'alta montagna. Mi sdraio per osservare le loro tane: sono molto profonde. Ho letto che possono avere vari ingressi e arrivare fino a 20 metri di lunghezza. Se così non fosse, difficilmente potrebbero superare i rigori invernali. Le marmotte vanno, infatti, in letargo. Con la cattiva stagione la loro temperatura corporea scende da 35 a 5 gradi centigradi, e il cuore rallenta da 130 a 15 battiti al minuto. Riprendo il cammino. Nel giro di un paio d'ore raggiungo il Rifugio Lo Riondet, ex Duca D'Abruzzi, a 2.802 metri. Nei paraggi non c'è nessuno. Il rifugio sembra disabitato. Le porte sono chiuse. Sbircio dalle finestre ma non vedo un'anima viva. Proseguo quindi nella mia escursione, seguendo il sentiero 35, prima di cominciare la salita vera e propria verso il Colle del Breuil. C'è un piccolo camminatoio che mal disegna il crinale di una collinetta morenica. Decido di seguirlo. Il vento prende a soffiare con insospettato vigore. In varie occasioni sbando e rischio di cadere. Supero i 3.000 metri di quota, ma dopo una mezz'oretta di pietraia, mi rendo conto di aver clamorosamente sbagliato strada. Come se non bastasse, non c'è in giro "mezzo" alpinista, e la temperatura sta drasticamente calando, rattrappendomi mani, guance e orecchie. In compenso, posso osservare da una posizione privilegiata la silhouette del Cervino: 4.478 metri di ortogneiss, roccia metamorfica, "figlia" di collisioni fra la placca europea e quella africana, avvenute 100 milioni di anni fa. È uno spettacolo. Prima di partire mi sono documentato. La montagna è stata "vinta" per la prima volta il 14 Luglio 1865, dalla spedizione di Edward Whymper. Altre ascensioni leggendarie sono state quella di Walter Bonatti (prima salita invernale della parete Nord, in solitaria) nel 1965, e quella di Hans Kammerlander (salita delle 4 creste del Cervino in 24 ore) nel 1992. Nonostante le condizioni atmosferiche avverse, insisto e raggiungo la cima della morena, dove il vento è paurosamente più forte (e freddo). Adesso, però, ho un quadro un po’ più preciso della mia marcia: tra me e il sentiero che dovrei prendere c'è un vallone di pietre raggiungibile solo attraverso un pendio ripidissimo. Ho 2 alternative: o torno indietro o rischio. Rischio, cercando si tenere la situazione, comunque, sotto controllo. Scendo così il pendio morenico praticamente col sedere, cercando di smuovere meno pietre possibili, e di non sbilanciarmi troppo. Alla fine l'ho vinta e riesco a riguadagnare la rotta maestra. Al Colle del Breuil mancano solo 150 metri di dislivello, ma mi rendo conto che ormai ho le "batterie" completamente scariche, i muscoli delle gambe a pezzi, è già mezzogiorno, i miei mi aspettano. In più, ci sarebbe un nevaio da attraversare e non ho l'attrezzatura idonea. A malincuore mi tocca fare dietrofront. Riprendo il sentiero 35 e comincio la discesa verso Plan Maison, rimirando con la Grande Becca, il Monte Dragone, il Corno del Teodulo e il Furggen. Lungo il rientro focalizzo la mia attenzione sulle nevi perenni: tutto qui? Con le incredibili precipitazioni che ci sono state fino a 2 mesi fa, mi sarei aspettato distese glaciali molto più ampie. E invece, ecco la prova che l'effetto serra sta realmente condizionando il clima globale: non basta infatti un inverno particolarmente freddo (come l'ultimo che abbiamo avuto) per dire che il surriscaldamento globale non esiste, occorrerebbero anche estati molto più fresche che - di fatto - da decenni non si hanno più. In un paio d'ore sono a "casa": su un plaid rosa, in mezzo a un prato, c'è una piccoletta di nemmeno 2 anni che batte le mani, felice di poter riabbracciare il suo papà.

mercoledì 21 luglio 2010

Boom di meduse nei mari italiani. Colpa dell'effetto serra

Caravella portoghese spiaggiata
In questi giorni non si fa che parlare del grande caldo che sta attanagliando l'Italia, ma che, comunque, nelle prossime ore dovrebbe rientrare. Ieri Repubblica in prima pagina incoronava (con poco entusiasmo) il 2010 come l'anno più caldo della storia. Pochi giorni fa i tecnici dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) - dopo aver tradotto i dati del satellite Envisat - dicevano che i gas serra rilasciati nell'atmosfera stanno aumentando costantemente: dal 2003 al 2009, la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera, è passata da circa 373 ppm a 386 ppm. Cosa sta succedendo? Domanda retorica, lo sanno anche i bambini: l'effetto serra continua imperterrito per la sua strada (alla faccia del protocollo di Kyoto) e avanti di questo passo il clima globale subirà un grande cambiamento, tale da compromettere gli ecosistemi e rivoluzionare l'alternarsi delle stagioni. In realtà tutto ciò sta già succedendo e molti fenomeni "insoliti" li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Uno dei più evidenti riguarda le meduse, animali marini che negli ultimi anni sono sensibilmente aumentati in tutto il Mediterraneo. Sotto accusa la tropicalizzazione dei mari e la sovra pesca. Col caldo le meduse dell'oceano Indiano - attraverso il Mar Rosso - giungono alle nostre latitudini; analoga la situazione delle meduse provenienti dall'Atlantico. La sovra pesca invece priva i nostri mari di pesci e libera nicchie ecologiche che le meduse - da valide predatrici - occupano con grande facilità. Tutti conosciamo le meduse e sappiamo della loro pericolosità: questi animali possono, infatti, provocare gravi ustioni e avvelenamenti. In Liguria e Toscana continuano gli avvistamenti di colonie di Velella e Pelagia. La prima detta anche "By the Wind Sailor", o "Barchetta di San Pietro", è una specie planctonica appartenente al phylum Cnidaria, caratterizzata da uno scheletro cartilagineo galleggiante a forma di disco oblungo; di solito non supera i 4 centimetri, ma ci possono anche essere esemplari lunghi fino a 7 centimetri. La Pelagia - detta comunemente "medusa luminosa" - è stata citata nelle cronache del 1992, 2003, 2005, per la sua abbondanza nei nostri mari. È riconoscibile per via di un ombrello marrone-rosato di circa 10 centimetri di diametro, composto da 16 lobi, da cui partono 8 lunghi tentacoli retrattili che possono provocare dolorose irritazioni. Al largo della Laguna di Orbetello abbondano gli esemplari di Mnemiopsis leidyi, ctenoforo dalla forma globosa, consistenza gelatinosa, originario delle coste atlantiche del continente americano: negli anni Ottanta arrivò nel Mar Nero per sbaglio, e da lì s'è diffusa un po’ ovunque. La sua prerogativa è quella di sapersi adattare a tutti gli ambienti, sopportando qualunque tipo di salinità e temperature da 4 a 32°C. È nociva per i pesci, ma non per l'uomo. Nell'Adriatico hanno fatto, invece, la loro comparsa le Aurelia. Una delle più note è la "medusa quadrifoglio". È facilmente riconoscibile dalla forma perfettamente sferica del suo ombrello, di un bianco diafano e trasparente. Possiede dei corti e sottili urticanti. Infine, dallo stretto di Gibilterra, è giunta nel Mediterraneo anche la Caravella portoghese, un sifonoforo della famiglia Physalidae. È rappresentata da una sacca lunga circa 15 centimetri, cui sono attaccati dei tentacoli lunghi fino a 30 metri e fortemente urticanti. Esemplari di questi animali sono stati avvistati anche nelle acqua al largo della Sicilia e della Sardegna.

giovedì 15 luglio 2010

Circolo Magnolia: un esempio di ecosostenibilità

Pannelli solari a Copenaghen
Ultimamente abbiamo parlato spesso di ecosostenibile, della necessità di ridurre gli sprechi e salvaguardare l'ambiente. Per questo motivo ci piace sapere che a Milano e nell'hinterland sono sempre più frequenti iniziative basate sullo sfruttamento di energie alternative o su stratagemmi comportamentali che consentono di acquistare beni di consumo con maggiore oculatezza. Uno degli ultimi esempi arriva dal circolo Magnolia di Segrate (di cui abbiamo intervistato il direttore qualche mese fa) dove a un anno di distanza dall'installazione dei pannelli fotovoltaici, si può fare un elenco dei successi ottenuti. I pannelli solari hanno, infatti, consentito il risparmio di 10mila chilogrammi di anidride carbonica e 3.500 chilogrammi di petrolio. Avanti di questo passo, dunque, si può prevedere che nei prossimi 10 anni sarà possibile evitare l'utilizzo di 43.656 chilogrammi di petrolio e ridurre l'emissione di CO2 di 127.171 chilogrammi. "Redigere un bilancio sociale non è obbligatorio per una realtà come il circolo Magnolia", ricorda Giuseppe Pedeliento, che ha sviluppato il documento, "ma l'hanno voluta fare per rendere conto ai soci". Il documento del bilancio sociale è scaricabile al seguente link: www.circolomagnolia.it/bilanciosociale. "In questo modo, con un clic, tutti possono sapere cosa abbiamo fatto in questi anni" dice Andrea Pontiroli, presidente Associazione Arci Magnolia. Un'altra notizia fresca riguardante Milano e il suo desiderio di trasformarsi al più presto in una metropoli ecosostenibile giunge da Palazzo Marino, dove l'assessorato all'ambiente comunica di voler puntare "a trasformare Milano nella capitale dell'auto elettrica". Entro il 2010 saranno 200 i punti di ricarica per le auto elettriche in città. "Come avevamo rassicurato nel novembre scorso", dice una nota diffusa dagli amministratori, "continueremo a sostenere tutte le aziende che producono e mettono in commercio auto a trazione elettrica". Nonostante altri risultati italiani analoghi a questi, il nostro Paese resta ben lontano da realtà urbanistiche europee molto più sensibili all'ecosostenibile. Le hanno chiamate "next city", le cosiddette città che aiutano il pianeta. Sono per esempio Linz, Copenaghen e Stoccolma. A Linz questo tipo di attitudine all'insegna dell'austerity s'è sviluppata una ventina d'anni fa, puntando su edifici in grado di minimizzare i consumi energetici ed esaltare la vivibilità degli spazi puntando su circolazione dell'aria e illuminazioni naturali. A Copenaghen c'è stata una riduzione delle emissioni di CO2 dal 1995 al 2005 del 20%: prossimo step, ridurle di un altro 20% entro il 2015. Qui ogni anno non si consumano più di 40 kWh per metro quadrato. Infine Stoccolma spicca per la banlieu di Jrra, un quartiere dove s'è passati da un consumo medio di 188 kWh/mq all'anno a 80 kWh/mq.

domenica 27 giugno 2010

Il matrimonio? Nuova arma contro l'effetto serra


Si relega spesso la questione "divorzio" alla politica, laddove la sinistra spalleggia da sempre la divisione definitiva fra coniugi che non ne vogliono più sapere del vecchio partner, mentre la destra - più legata ai concetti di famiglia, patria e religione - è più propensa a salvaguardare "la santità del matrimonio". In realtà scopriamo che, negli ultimi tempi, anche la sinistra si sta promuovendo per cercare in tutti i modi di declassare divisioni e divorzi. Il motivo? L'ambiente. Stando infatti alle statistiche di più gruppi di scienziati, il numero spropositato di coppie che si dice addio sta raggiungendo cifre più che ragguardevoli, andando a pesare gravemente sulle sorti del pianeta. Il motivo è semplice: le coppie che si sfasciano finiscono per consumare molto di più di quelle che decidono di rimanere sotto lo stesso tetto, e in questo modo - magari senza pensarci - adottano un sistema di vita tutt'altro che ecosostenibile. Veniamo al dunque. Negli USA i divorziati consumano 73 miliardi di kilowattora di elettricità e 627 miliardi di galloni d'acqua (un gallone corrisponde a circa 4 litri) che potrebbero essere risparmiati se si mantenesse integro il matrimonio. A causa delle separazioni vengono occupate 38 milioni di case in più con tutte le spese che ne derivano: illuminazione, riscaldamento, sistema idraulico. Come è noto un frigorifero consuma la stessa energia che sia utilizzato da una famiglia di cinque persone o da una sola. A fare esplodere la miccia è stato l'ambientalista per eccellenza Al Gore (nella foto), autore del celebre "Inconvenient Truth", che divorziando ha suscitato le ire di mezzo mondo. In prima linea c'è L'Huffington Post, blog progressista che per primo ha divulgato la notizia del crac fra Gore e la moglie Tippi. In ogni caso le soluzioni sono ben poche. Dicono infatti gli esperti che l'esempio di Al Gore verrà seguito da sempre più persone, in particolare dai cosiddetti baby-boomers, i figli del benessere post-bellico, ben poco attrezzati per far fronte ai disagi della vita a due: se le cose non vanno, anziché metterci delle toppe, meglio dargli un taglio. Questa la loro filosofia, che piaccia o meno, maturata dalle esperienze trasgressive ed edoniste dell'epoca del "sessantotto". Le statistiche d'altronde sono brutali ovunque. In Italia - considerando separazioni e divorzi si è poco oltre il 10% - ma in USA si è già arrivati al 50% delle coppie che si dicono ciao per sempre. Segue a ruota la Germania con il 35%. Eppure in USA erano il 5% durante gli anni Settanta. Un recente studio effettuato dagli esperti della Michigan State University rivela che nelle abitazioni dei divorziati o dei single la spesa pro-capite per l'energia è decisamente superiore alla media. Chi vive solo deve accollarsi infatti una spesa di 6,9 miliardi di dollari (4,7 miliardi di euro) per l'energia e 3,6 miliardi di dollari (2,45 miliardi di euro) per l'acqua. Da oggi dunque la lotta all'effetto serra non dovrebbe più riguardare solo l'impiego eccessivo di automobili, le emissioni industriali, i degassamenti naturali che avvengono in prossimità dei vulcani, lo scioglimento del permafrost, ma anche un aspetto molto più banale della nostra quotidianità: il rapporto con la nostra dolce metà.