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domenica 22 gennaio 2017

Ipossia e ipotermia: i rischi delle valanghe


La sopravvivenza sotto la neve? Dipende da molteplici fattori, uno su tutti: la fortuna. Che può essere strettamente legata al luogo in cui si è vittime di una valanga. In un ambiente riparato, come un'abitazione, i rischi sono minori: è facile rimanere imprigionati, ma con un minimo spazio vitale è altrettanto semplice resistere ai morsi dell'ipotermia e dell'asfissia. «E' quel che potrebbe essere accaduto nell'hotel Rigopiano», ci spiega Mario Milani, direttore della scuola medica del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) di Milano. «I superstiti hanno avuto la possibilità di respirare regolarmente e in più di scaldarsi, ciò che non potrebbe accadere se si è travolti da una valanga all'aperto». 

Sono eventi rari nel nostro Paese, ma non in altre realtà geografiche, dove l'ubicazione di strutture abitative in aree simili a quella dell'hotel Rigopiano è più frequente: per esempio in Austria, Nepal e Turchia. Nel tempo sono stati costruiti interi villaggi alle pendici di monti che, in particolari condizioni ambientali, possono scaricare potenti slavine. «La letteratura a riguardo ci indica incidenti come quello del centro Italia», continua Milani, «che in molti casi hanno avuto un lieto fine, con il recupero delle persone intrappolate nella abitazione». Ciò che non accade quando si è travolti da una valanga a cielo aperto, in cui bisogna fare di tutto per cercare di stare in superficie e non venire completamente sommersi dalla neve. 

«Occorre "nuotare", muovere braccia e gambe, e rimanere a "galla"», ci dice Milani. «La densità del corpo umano è più alta di quella nevosa, e pertanto una vittima di una valanga tende ad affondare». In casi come questo c'è una soluzione sola: scavare per crearsi un po' di spazio per respirare; e poi sperare di essere al più presto individuato con strumenti particolari (come la ricetrasmittente Artva) e disseppellito con una pala. Le chance di sopravvivenza, di fatto, dipendono dalla maggiore o miniore disponibilità di ossigeno. Si può sputare un po' di saliva per orientarsi, tenere un braccio alzato sperando che possa emergere in superficie, o urinare per attrarre il fiuto dei cani di soccorso. «Se si è travolti da una slavina si può resistere mediamente trenta minuti», dice Milani, «oltre questo arco temporale, se non c'è un ricambio d'aria, l'asfissia è inevitabile. Subentra l'ipossia (mancanza di ossigeno) e l'ipercapnia (aumento nel sangue della concentrazione di anidride carbonica)».

Lo scorso anno, per esempio, fece notizia la vicenda di un soldato indiano rimasto sotto la neve per otto giorni. «Ma evidentemente era collegato a una sacca d'aria esterna che gli consentiva di respirare regolarmente», precisa il medico milanese. Vinto il rischio di ipossia, però, incombe l'ipotermia. Un corpo, infatti, può anche disporre di una sacca d'aria abbondante, tuttavia non può resistere a una temperatura troppo rigida, per tante ore. «L'ipotermia rispetto all'ipossia offre più chance di sopravvivenza», racconta Milani, «ma già dopo un'ora le cose possono complicarsi». Se la temperatura corporea scende sotto i 32 gradi subentrano uno stato soporoso che progressivamente porta all'incoscienza; anticamera dell'assideramento, molto difficile da superare. 

giovedì 20 giugno 2013

I metodi migliori per difendersi dalle zanzare


Il caldo è finalmente arrivato e anche le zanzare hanno fatto la loro comparsa. Gli esperti, però, ritengono che quest'anno saranno più moleste del solito. Il motivo? Il freddo. Stando, infatti, alle conclusioni degli specialisti, quando l'inverno si prolunga più del normale (proprio come è accaduto nel 2013), le zanzare subiscono un indebolimento del sistema immunitario che le rende più fragili e pericolose. I ricercatori hanno evidenziato negli occhi dei ditteri "raffreddati" alcune proteine tipicamente legate a organismi deboli, suscettibili ad agenti patogeni che potrebbero causare seri problemi anche all'uomo, come la febbre del Nilo Occidentale e la Chikungunya. I rimedi però non mancano. Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista scientifica PLOS ONE, evidenzia gli stratagemmi migliori per contrastare le punture delle zanzare, sfatando luoghi comuni e sottolineando la reale validità dei tanti prodotti in commercio; tenendo presente che ogni anno, solo in Italia, almeno venti persone finiscono all'ospedale intossicati dai prodotti "antizanzara" e che gran parte di essi non serve a nulla. Ecco la lista dei prodotti analizzati e i voti espressi in base alla relazione fra l'efficacia dell'insetticida e i potenziali danni alla salute:

DEET (4)
E' la sostanza chimica più utilizzata per la lotta alle zanzare, sul mercato dagli anni Cinquanta. Il dietiltoluamide (questo il suo nome scientifico) è presente in una percentuale compresa fra il 7 e il 35% in prodotti "antizanzara" molto diffusi. Si spruzza sulla pelle, ma può creare problemi di salute: dall'epidermide può, infatti, arrivare al sangue e giungere al cervello, compromettendo l'attività del sistema nervoso. E' sconsigliato ai bimbi sotto i 12 anni.

PICARIDINA (5)
Riconducibile al Deet, è una molecola di nuova generazione; rappresenta il principio attivo di prodotti per la lotta alle zanzare molto comuni. I test rivelano che l'assorbimento epidermico è scarso e che può essere impiegato da tutti, compresi i bimbi con più di due anni. La percentuale di picaridina non deve essere superiore al 10-20%. In media, uno spruzzo, copre dalle punture di zanzara per 6-8 ore.  

OLIO DI CITRONELLA (7)
Si dice che faccia poco o nulla. In realtà è efficace per almeno un paio d'ore e non nuoce alla salute. Risultati analoghi sono ottenuti con l'olio di chiodi di garofano (che copre al 100% per almeno 4 ore) e l'olio di limone eucalipto (6 ore). Si "spalmano" sulla pelle, ma non sono privi di rischi. Occorre fare attenzione a non sfregarsi gli occhi e la bocca per non creare irritazioni. Uno studio condotto a Pisa rivela l'efficacia anche degli oli derivanti dal coriandolo e dalla ruta d'Aleppo.

ZAMPIRONI (6)
Sono composti da polvere di piretro pressata estratta da una varietà di crisantemo (Tanacetum cinerariifolium). Hanno quindi origine naturale. Posizionati all'aperto possono tenere lontane le zanzare, offrendo una copertura parziale. Del tutto sconsigliato il loro utilizzo nelle abitazioni o in locali chiusi: possono provocare problemi respiratori, soprattutto agli asmatici.

BRACCIALETTI ANTIZANZARE (5)
Servono poco e possono nuocere alla salute. Sono strisce di materiale gommoso impregnate di prodotti repellenti (la cui origine non è mai chiara). La loro azione riguarda solo il distretto anatomico che li ospita: un braccialetto al polso, di sicuro, non fa nulla per il volto o le caviglie. Vale lo stesso discorso per i cerotti contenenti microcapsule di citronella.

PIPISTRELLI (8)
Certo, non tutti possono pensare di vivere con un pipistrello in casa. Tuttavia un animale del genere è in grado di sterminare intere popolazioni di zanzare: gli studi affermano che un chirottero in una sola notte arriva a mangiare fino a 2mila zanzare. In realtà una mini colonia potrebbe essere allestita da chiunque su un terrazzo o in un giardinetto. E' sufficienza avvalersi di un bat box (oggi recuperabile in molti negozi di animali) e aspettare il calare delle tenebre per l'entrata in azione del mangia-zanzare per eccellenza.

ZANZARIERA (8)
Una barriera fisica contro le zanzare è sicuramente il metodo più efficace per tenere a bada gli insetti. Le zanzariere possono essere installate a finestre e porte impedendo l'entrata degli insetti e scongiurando le loro punture. Esistono anche prodotti "autoinstallanti", che costano poche decine di euro.

OLIO DI NEEN (7)
Si acquista in erboristeria, è in vendita a circa 10 euro. Può essere spruzzato sulle piante del balcone o spalmato sulla pelle. Ha un odore piuttosto sgradevole ma è sicuro e può essere impiegato anche per gli animali domestici. Serve inoltre a tenere a bada il prurito e l'irritazione. Neen è il nome della pianta da cui si ricava l'olio, soprannominata in India "farmacia del villaggio".

CANDELE ALLA CITRONELLA O INCENSO (5)
Non sono molto efficaci. Uno studio compiuto in diverse località geografiche ha dimostrato che le punture di zanzare in chi fa uso di questo tipo di prodotti sono di poco inferiori a chi non prende precauzioni contro gli insetti. Inoltre possono creare problemi agli asmatici e a chi soffre di malattie bronchiali.

PIANTE DI GERANIO (8)
Sono degli ottimi repellenti naturali. Le zanzare stanno lontane dai gerani per il tipico odore che emanano. E' importante scegliere il punto idoneo dove collocarli; inutile sistemarli lontano dai locali in cui si trascorre maggior tempo. Altre piante tengono lontane le zanzare come la calendula, la lavanda e la menta.

FORNELLETTI E DIFFUSORI (6)
Sono macchinette che bruciando il gas contenuto in minuscole bombole di butano riscaldano una piastrina che libera esbiotrina, sostanza poco gradita alle zanzare. In media una piastrina dura quattro ore e può essere utile anche in ambienti protetti come porticati e terrazzi, coprendo un'area di circa venti metri quadrati.

PESCI ROSSI (8)

Approntare nel proprio giardinetto un laghetto pieno di pesci rossi, promette di difenderci al meglio dalle zanzare, senza ricorrere a spray e zampironi. Esemplari comuni di carassius (ma vanno benissimo anche le carpe) si nutrono delle larve di zanzara e degli insetti adulti, ridimensionando drasticamente il loro numero. Pochi anni fa il comune di Vermio (Prato) ha suggerito ai suoi abitanti di adottare questo stratagemma per tenere a bada i ditteri. 

(Pubblicato su Il Giornale, lunedì 17 giugno 2013) 

lunedì 5 marzo 2012

Con la coscienza a posto


Stato di veglia e consapevolezza. È in questi termini che va affrontato il difficile compito di chiarire se un cervello sia o meno in stato vegetativo. Poiché un cervello può essere sveglio, ma non consapevole, così come sveglio e consapevole, oppure né sveglio e né consapevole. Parlare di semi-incoscienza rischia, dunque, di essere fuorviante, partendo dal presupposto che ancora oggi non si ha un quadro preciso del concetto di “coscienza”. Detto ciò si è visto che alcune persone definite in stato vegetativo – vale a dire sveglie ma non consapevoli - sono in realtà parzialmente consapevoli. È un dato di notevole importanza, tenuto conto del fatto che costoro hanno, almeno in teoria, molte più chance di ripresa rispetto agli altri. Oggi per verificare lo stato di coscienza di un individuo ci si avvale di due opportunità. La prima è quella di rivolgere banalmente al paziente traumatizzato delle domande: se il malato risponde è evidente che la sua coscienza è integra. In caso contrario è necessario approfondire la diagnosi usufruendo di un macchinario specifico: la risonanza magnetica. È uno strumento in grado di “fotografare” il cervello per capire se e come funziona. Il problema principale è riferito alla sua scarsa maneggevolezza e al suo alto costo. «Quasi tutti gli ospedali la posseggono», rivela Stefano Cappa, professore di neuropsicologia presso l'Università Vita Salute del San Raffaele di Milano, «ma il vero problema è riuscire a interpretare correttamente i dati provenienti dalle analisi. Sono tutt'altro che semplici da decifrare, necessitano di un'adeguata competenza, molto più approfondita di quella richiesta, per esempio, dallo studio di un ginocchio». Ora, però, si sta facendo largo un nuovo mezzo, molto semplice da utilizzare e potenzialmente in grado di dare buone risposte sull'attività cerebrale. È stato approntato dai tecnici del Coma Science Group dell'Università di Liegi, in collaborazione con i ricercatori della London University of Western Ontario e della Cambridge University; e si basa sul fatto che, se un paziente non risponde alle domande, potrebbe non essere per incoscienza, ma perché le lesioni subite non gli consentono di parlare o esprimersi gestualmente. «Nel nostro nuovo test, chiediamo ai pazienti di muovere la mano o il piede, ma non ci affidiamo più alla risposta muscolare», si legge sull'ultimo numero della rivista The Lancet, «misuriamo direttamente l'attività della corteccia motoria usando l'elettroencefalografia (EEG), un metodo più economico, utilizzabile in tutti i centri ospedalieri». 


Ma come si è arrivati a stabilire che alcune persone in stato vegetativo sono in realtà parzialmente coscienti? Uno degli studi più interessanti è stato da poco diffuso dalle pagine del New England Journal of Medicine. Si riferisce a una serie di test compiuti su 54 persone vittime di lesioni cerebrali traumatiche, meningiti, encefaliti o danni per per anossia, 23 in stato vegetativo e 31 in uno stato giudicato di “minima coscienza”. La risonanza magnetica ha consentito di scoprire che quattro pazienti in coma vegetativo erano in realtà parzialmente consapevoli. Un caso particolare ha destato l'attenzione dei medici: quello di un ragazzo di 22 anni che in seguito a un incidente era stato dichiarato in stato vegetativo. In realtà s'è visto che poteva confermare il nome del padre e rispondere a cinque domande corrette su sei. L'iter seguito, invece, dagli studiosi belgi e angloamericani per comprendere la potenzialità dell'elettroencefalografia, ha coinvolto sedici pazienti in coma vegetativo e dodici soggetti sani. È emerso che tre (il 19%) dei sedici ammalati presentava una risposta positiva al test, provando che lo stato mentale era diverso da quello sospettato e che il nuovo protocollo di intervento, quindi, poteva essere giudicato attendibile. «In molti casi lo stato vegetativo è mal diagnosticato», raccontano gli scienziati sulla prestigiosa rivista medica. «Con ciò proponiamo un innovativo mezzo che consenta di analizzare il vero stato mentale dei pazienti con gravi traumi cerebrali». Nonostante questo importante traguardo, però, gli scienziati invitano alla cautela. Non tutte le persone in coma vegetativo possono essere ritenute semi-consapevoli e alcune non lo diverranno mai. Ciò si verifica solo in una minima percentuale di casi, e più che altro si riferisce a chi ha subito lesioni cerebrali traumatiche. Lo stesso, pertanto, non accade in chi ha accusato stati di anossia. «Il problema è, dunque, quello di non alimentare false speranze nei pazienti giudicati in coma vegetativo», spiega Cappa. «Il traguardo ottenuto dai belgi e dagli angloamericani è sicuramente interessante, ma più che un punto di arrivo, intende essere un punto di partenza. Da qui, infatti, si potrà partire per capire al meglio la fisiologia di cervelli gravemente compromessi». Il risultato ottenuto riporta, in ogni caso, l'attenzione su uno dei misteri più grandi della neurologia umana: la coscienza.  Con lo stato vegetativo si parla, dunque, di incoscienza, ma di fatto, ancora nessuno è stato in grado di definire il vero significato di questo termine, né il punto in cui la coscienza possa trovarsi. Un piccolo aiuto, però, viene da una ricerca pubblicata recentemente sul New Scientist, dalla quale emerge che non esisterebbe un solo punto dell'area cerebrale preposto ad accoglierla, bensì l'intero cervello coopererebbe per conferirle un'identità. 


Il neuroscienziato Raphaël Gaillard dell'INSERM di Gif sur Yvette, in Francia, ha condotto i suoi studi su dieci pazienti malati di epilessia, resistenti ai farmaci, e per questo in trattamento con 176 elettrodi impiantati nel cervello. Con un monitor ha mostrato una serie di parole “mascherate” e non mascherate - emotivamente disturbanti come “uccidere” o neutre come “cugino” - misurando contemporaneamente i cambiamenti dell'attività cerebrale e il livello di consapevolezza della visione di tali lemmi. In questo modo è stato possibile risalire a quattro risposte elettrofisiologiche fra loro convergenti e complementari, innescatesi 300 millisecondi dopo la percezione dello stimolo. S'è, dunque, verificato che un'informazione proveniente dall'esterno diviene cosciente nel momento in cui entra in gioco un'intera area neuronale, riconducibile alla corteccia visiva primaria, e non un solo punto del cervello. Inoltre s'è riscontrata una spiccata reciprocità fra diversi angoli cerebrali: per esempio è emerso che l'attività del lobo occipitale può causare l'attività nel lobo frontale. «Questo lavoro suggerisce che una più matura concezione del processo di coscienza dovrebbe considerare, invece di un unico marcatore, uno schema di attivazione distribuito e coerente dell'attività cerebrale», spiega Lionel Naccache, neurofisiologo presso l'Hospital Pitié-Salpetriére. È il risultato che in molti si aspettavano, riflettendo sul fatto che la coscienza non può essere circoscritta a un ambito specifico della massa cerebrale, ma va colta in un contesto molto più ampio che abbraccia diversi distretti dell'organo cerebrale. La coscienza, pertanto, non ha una sede. «È più una questione di dinamica, per nulla assimilabile a un' attività locale», dice Gaillard, spalleggiato dal collega Barnard J. Baars dell'Istituto di Neuroscienze di San Diego, in California, che da sempre cavalca questa tesi. «Sono entusiasta di questi risultati», ha felicemente rivelato, «perché offrono la prima prova diretta di una teoria che considero da molti anni». In realtà questa opinione non è condivisa da tutti gli scienziati. Il biologo Christof Koch, del California Institute of Technology, per esempio, parla dell'“alta specificità di certe aree” cerebrali, riferendosi al fatto che, per esempio, in seguito a determinati traumi, alcune persone non sono più in grado di versarsi il tè, attraversare la strada, o dare un significato corretto agli oggetti distribuiti nello spazio. Ascrive, pertanto, la “sua” coscienza ad aree ben precise del cervello come corteccia e talamo. Benché, in ultima analisi, arrivi a sostenere che, per una completa funzionalità della stessa, si debba ricorrere a un'«integrazione delle regioni disseminate nel cervello». Sicché finisce col rimettersi in gioco e dare adito alla provocazione del traduttore Silvio Ferraresi che, presentando un libro di Koch, è arrivato a supporre che in fondo le due famiglie di pensiero, potrebbero essere molto più simili di quanto non si creda: partono da presupposti diversi, per giungere allo stesso risultato.

giovedì 17 marzo 2011

Analisi di laboratorio sprint... grazie ai detersivi

Sostanze impiegate per le pulizie domestiche potrebbero facilitare gli studi di genetica. E far risparmiare, a paesi come gli Stati Uniti, qualcosa come 37 milioni di dollari all’anno. È la scoperta effettuata da due ricercatori del John Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora, in USA. Gli esperti hanno verificato che, tra i comuni principi attivi utilizzati per produrre i detersivi, sussistono molecole che possono essere sfruttate efficacemente anche nel campo delle analisi del DNA. Un composto su tutti ha dimostrato la sua validità: il borato di sodio. Come avviene tutto ciò? Per le analisi del DNA ci si serve del fenomeno dell’elettroforesi. Con esso le particelle colloidali o gli ioni macromolecolari dotati di carica elettrica si muovono sotto l’influenza di un campo elettrico. La differenza tra la velocità di migrazione delle varie particelle fornisce ai ricercatori un metodo utile per l’analisi e la separazione di sostanze altrimenti difficilmente frazionabili. Oltre all’analisi del DNA si attuano i processi di elettroforesi per studiare le proteine del siero del sangue e i polisaccaridi. Attualmente la pratica di elettroforesi più diffusa è quella che si basa sulla cosiddetta “fase stabilizzata”: un procedimento che consiste nell’applicazione di membrane di acetato di cellulosa, coadiuvate da gel d’agar o gel d’amido. Ma il nuovo metodo americano risulta molto più redditizio, poiché si giunge prima al risultato: si hanno prima notizie sulle caratteristiche di un determinato acido nucleico. In particolare, se si utilizza il borato di sodio, la velocità di elettroforesi è cinque volte maggiore rispetto ai sistemi tradizionali.

domenica 10 ottobre 2010

MARIJUANA BOOM BOOM

Foglie di Cannabis
Sono sempre di più i giovani e giovanissimi ricoverati per guarire dalla dipendenza da cannabis e dai problemi mentali da essa provocati. È quanto emerge da uno studio diffuso ieri da vari giornali inglesi. Secondo gli esperti il numero di ragazzi bisognosi è cresciuto di un terzo nell'ultimo anno. In particolare i medici dell'NTA - National Treatment Agency for Substance Misuse - comunicano che sono stati ricoverati 4.400 giovani nel 2009, una decina circa al giorno: 3.700 quelli gravi, contro i 3.300 di quattro anni fa. In molti casi si tratta di diciottenni, diciannovenni. Ma l'età del "primo spinello" è sempre più bassa, e ora si è arrivati anche a giovanissimi di 11-12 anni. È il rovescio della medaglia dovuto al calo del consumo di altre droghe come l'eroina, la cocaina e il crack: la cocaina, in particolare, viene consumata meno, anche perché quella che si trova per strada - dove il più delle volte si va in cerca di sostanze stupefacenti - è di qualità sempre peggiore. Il 29% dei trattamenti psichiatrici legati all'assunzione di droga, riguarda individui dipendenti dalla cannabis. Era del 18% la percentuale fino a quattro anni fa. "I giovani fra i 18 e i 24 anni hanno meno problemi con le droghe storiche, ma ne hanno di più con i derivati della cannabis", racconta Paul Hayes dell'NTA."Questo studio intende, dunque, sollecitare i centri di assistenza medica che si occupano dei consumatori di sostanze stupefacenti, perché non si trovino impreparati di fronte al progressivo aumento di questo tipo di pazienti". Anche in Italia la cannabis sta vivendo un vero e proprio boom. Dal 2001 a oggi i fumatori di "maria" sono passati da 1 milione e 900mila a 3 milioni e 800mila. Secondo la rivista Geo l'incremento maggiore riguarda le donne di età compresa fra i 15 e i 24 anni (+9,3%). Mentre l'Istituto Superiore di Sanità all'Ipsad Italia fa sapere che 350mila individui fra i 15 e i 54 anni fanno un uso quotidiano della cannabis. Preoccupa soprattutto il consumo di cannabis skunk, varietà in grado di creare molti più problemi rispetto a quelle tradizionali: chi consuma questo tipo di droga, infatti, presenta attacchi psicotici e deliranti in una percentuale 18 volte maggiore rispetto alla norma. Secondo gli esperti del London Institute of Psychiatry il legame fra psicosi e cannabis è innegabile: "Almeno 25mila dei 250mila schizofrenici nel Regno Unito, pari a un decimo del totale, avrebbero evitato di ammalarsi se non avessero fatto uso di cannabis", dice Robin Murray, del centro inglese. La cosiddetta "Puzzola", dall'odore particolare, nasce negli anni Ottanta ibridando alcune varietà di cannabis già esistenti: la indica e la sativa. Vengono compiuti anche molti altri esperimenti con varietà provenienti dal Messico, dalla Colombia, e dall'Afghanistan. Leslie Iversen, farmacologo dell'Università di Oxford, ritiene che questa forma di cannabis sia più forte delle tradizionali del 10-12%. Il principio attivo del superspinello - il THC - arriva al 16%, contro il 3-5% della marijuana comune. Il suo effetto è dunque paragonabile a quello dell'LSD o di altri allucinogeni. Il fatto che la varietà skunk sia in costante espansione è anche provato dal fatto che rappresenta l'80% dei sequestri di droga effettuati dalla polizia.

Manifestazione pro-Cannabis
Presso il London Institute of Psychiatry sono in cura circa 200 ragazzi per dipendenza da cannabis e più della metà è trattata per psicosi, in cui allucinazioni e deliri impediscono di discernere correttamente la fantasia dalla realtà. Il consumo smodato di cannabis è peraltro alla base di gravi fatti di cronaca. Luke Mitchell è il sedicenne che nel 2003 uccide, in Scozia, la fidanzatina quattordicenne Jodi Jones, dopo averla denudata e legata: è stato condannato a 20 anni. L'accusa ha tirato in ballo due temi: la cannabis e Marilyn Manson. Manson, però, si è difeso dicendo che lui non c'entra niente con le azioni di chi ascolta i suoi pezzi, e che dunque è solo l'educazione di un genitore che incide sul futuro comportamentale di un figlio. È rimasta la cannabis che logicamente nessuno ha potuto discolpare. Analogo il caso di Lucy Braham, aggredita dal fidanzato ventitreenne William Jaggs, e finita con 66 coltellate. Responsabile? La malattia del giovane, schizofrenia, innescata presumibilmente dal consumo eccessivo di spinelli. In Italia non ci sono casi così macabri da rispolverare, tuttavia anche nel Belpaese si sono avuti sinistri legati all'uso improprio della cannabis (utilizziamo il termine 'improprio' perché ultimamente diversi studi scientifici propongono di impiegare i derivati dei cannabinoidi per curare varie malattie). L'ultimo risale a tre anni fa, quando l'autista di un pullman con una scolaresca a bordo, si ribaltò sulla bretella autostradale Casale-Santhià. All'indomani della condanna per omicidio plurimo - la vicenda costò la vita a due bambini - l'accusato rivelò di aver fumato cannabis la sera precedente. Non dovrebbe comunque stupire un fatto del genere se si considera che - secondo uno studio condotto dalla National Highway Traffics Safety Administration - basta una singola dose anche moderata di "paglia" per alterare le prestazioni alla guida di un automezzo. Con l'alcol, peraltro, le cose peggiorano ulteriormente e i riflessi vengono pesantemente compromessi. Nel 2004 David Blunkett, membro del Parlamento inglese, propose di riclassificare le droghe, passando la cannabis dalla classe B alla classe C, ossia dalle pericolose alle meno pericolose. Commise un errore, visto che nel 2008 su ordine del ministro Gordon Brown la cannabis tornò alla sua precedente posizione. Il punto è che non è facile stabilire la pesantezza e quindi la nocività di una droga. Molti esperti propongono di dimenticare la distinzione fra droghe "leggere e pesanti" e affidarsi al più attendibile "easy and not easy" (facili e non facili). Generalmente si considera la differenza fra droghe leggere e pesanti in base al livello di dipendenza e alla gravità dei danni prodotti all'organismo. Dunque lo "spinello", viene normalmente considerata una droga leggera, benché i danni prodotti al polmone siano equiparabili al fumo di 16 sigarette, e il rischio di tumore all'organo respiratorio aumenti di 500 volte rispetto ai fumatori di tabacco. Ripercussioni si hanno anche in ambito economico, tenuto conto del fatto che chi fuma marijuana perde più giorni di lavoro rispetto a chi fuma sigarette o non fuma, per via di malesseri di vario genere comprendenti tosse, catarro, malattie respiratorie acute. A scuola i ragazzi che si fanno troppi spinelli hanno un rendimento decisamente peggiore degli altri: le percentuali di giungere regolarmente al diploma sono ridimensionate per problemi riguardanti mancanza di attenzione, scarsa attività mnemonica e di apprendimento. Cosa fa la cannabis? A dosi elevate può determinare distorsioni nella percezione del tempo e dello spazio, nella percezione del corpo, allucinazioni visive e uditive e depersonalizzazione. Dosi elevate di THC abbassano momentaneamente i livelli di testosterone, tipico ormone maschile, e riduce la produzione di spermatozoi; nelle donne interferiscono con l'ovulazione. A livello cardiovascolare l'assunzione di cannabis provoca un aumento della frequenza cardiaca e un moderato incremento della pressione arteriosa; inoltre, il monossido di carbonio assunto con il fumo, impedisce il regolare transito dell'ossigeno per i vari distretti organici. Infine - come affermano gli studi inglesi - si possono avere gravi ripercussioni a livello psichico. La Commissione dei ministeri della Sanità e della Commissione del Parlamento canadese sono tutti concordi nel dire che la cannabis può far emergere problemi latenti; mentre la rivista Lancet dice che nelle persone predisposte a problemi mentali la marijuana può aumentarne l'insorgenza del 41%. D'altra parte però uno studio pubblicato dall'University of New York rivela che con la cannabis è possibile contrastare la depressione. Fisiologicamente i recettori dei cannabinoidi si trovano in corrispondenza dei gangli basali, associati al controllo dei movimenti; si trovano nel cervelletto, nell'ippocampo, e nel nucleo accumbes, considerato il centro del piacere dell'organo cerebrale. È qui che la droga concretizza la sua azione, creando un mondo illusorio, spesso però anticamera di un tunnel dal quale sarà poi sempre più difficile venir fuori.

sabato 31 luglio 2010

L'invasione delle supermosche

La cantante Mollie King
Supermosche con un'attrazione particolare per il sangue umano. In estate aumentano, infatti, le persone che finiscono in ospedale (anche in gravi condizioni) a causa della puntura del Similium posticatum, minuscolo insetto che abita le regioni rurali dell'Inghilterra, ma che ora si sta progressivamente avvicinando alle città, colonizzando aree verdi e giardini. Vittime delle ultime ore anche alcuni vip, fra cui la giovane cantante, Mollie King e il celebre golfista, Ian Poulter. La creatura è davvero minuscola, massimo due o tre millimetri, ma procura punture assai dolorose, che possono infettarsi, tanto da dover recarsi spediti al pronto soccorso. L'aumento delle punture della Mosca Blandford (nome volgare dell'insetto), è da mettere in relazione alle particolari condizioni climatiche che stanno caratterizzando l'Europa negli ultimi giorni: il caldo e l'umidità rappresentano infatti il terreno ideale per lo sviluppo di questi ditteri. Con loro si è constatato anche un repentino aumento di punture di zanzare, mosche dei cavalli ed esemplari di Culicoides impunctatus. Questa la testimonianza dell'infermiera, Sara Nathan: "Due punturine di insetto alla caviglia. Mi alzo e mi ritrovo tutta la parte bassa della gamba arrossata. Dopo 48 ore il mio arto è come quello di un 'elephant man': non posso più camminare. All'ospedale i medici constatano l'infezione causata dalla puntura di un insetto, e mi sottopongono a flebo e a una potente cura antibiotica". Secondo gli entomologi, però, il problema non è legato solo all'aumento degli insetti, ma anche al cambiamento delle abitudini dell'uomo, in seguito all'incremento delle temperature su scala globale: si sta infatti fuori di più la sera, e più spesso nel cuore di giardini dove ci sono molte fonti d'acqua, territorio privilegiato per certi tipi di insetti. È anche una questione concernente il fatto che tutti incolpano sempre e solo le zanzare delle fastidiose punture estive, quando in realtà le specie che attaccano l'uomo sono molte di più: "Conosciamo soprattutto le zanzare", dice Stuart Hine, entomologo inglese, "ma vanno considerate anche le mosche nere che stanno invadendo le nostre città". In particolare le cosiddette "Blandford flies" sono identificabili per il loro colore nero e la forma ridotta. Sono molto attive da maggio ad agosto. Fanno parte della grande famiglia delle mosche nere: 1800 le specie conosciute, 11 delle quali estinte. Preferiscono il sangue umano a quello animale. Fra i loro obiettivi prediletti ci sono le caviglie e i piedi di uomini e donne. Mentre le zanzare e altri tipi di ditteri colpiscono soprattutto la sera, le "Blandford flies" vanno avanti tutto il giorno. Quando le loro punture vengono infettate dai batteri, possono subentrare complicazioni, comprese gravi reazioni allergiche, con difficoltà respiratorie. I batteri possono poi provocare (ma in rarissimi casi) la malattia di Lyme, un'infezione che può compromettere la salute del cuore. "Più persone sono state morse da questi insetti", racconta lo studioso inglese, "e in alcuni casi si sono avute reazioni estreme con gonfiori notevoli". L'aumento di casi di punture di insetti nocivi è verificabile un po’ ovunque: "Siamo letteralmente sommersi da pazienti colpiti da punture di insetto", dice Donna Laws-Chapman, manager al Timber Hill Health Centre di Norwich, "e molti 'morsi' erano infetti". Anche in Italia abbiamo i cosiddetti "insetti emergenti", specie che stanno trovando sempre più spazio nei nostri ambienti a causa della tropicalizzazione dei climi. La zanzara tigre può trasmettere la febbre del Nilo, la Dengue: nel 2007 in Romagna c'è stata un'epidemia di febbre da virus Chikungunya. Nei cani e in altri animali può causare la filarina canina e l'encefalite. I simulidi sono una famiglia d'insetti caratterizzati da femmine tipicamente ematofaghe. Da noi sono attivi soprattutto in Pianura Padana: possono provocare eritemi e orticaria. I pappataci, infine, sono minuscole zanzare riconoscibili dalle ali disposte verticalmente sopra il corpo in posizione di riposo. La loro puntura è simile a quella delle zanzare comuni, benché più persistente e pruriginosa.

domenica 25 luglio 2010

LO STRESS DELLE VACANZE HITECH

Ieri parlavamo della società che cambia e del fatto che le donne - sempre più spesso - guadagnano più degli uomini. Oggi, dunque, ritorniamo sui mutamenti sociali in atto, affrontando il tema delle vacanze, che non sono più riconducibili a quelle di un tempo - momento di svago assoluto e rilassamento totale - essendosi trasformate in un aspetto del vivere moderno non sempre positivo. Il riferimento è al fatto che metà dei lavoratori torna a casa dalle vacanze più stanco e più stressato di prima. Il motivo? L'hitech. Una volta si andava al mare o in montagna e si staccava veramente da tutto e da tutti: al massimo ci si poteva distrarre con la tv e con qualche nastro musicale. Oggi invece le cose sono drasticamente cambiate: con la scusa dell'essere sempre e comunque "connessi" il nostro cervello non stacca mai, e si è sempre e costantemente stimolati da input esterni. Anche di natura lavorativa. Risultato: in spiaggia se non siamo al telefonino, stiamo ascoltando l'iPod, quando rientriamo in casa, se non ci attacchiamo al pc portatile, smanettiamo con la macchina fotografica digitale che ci consente di fare foto all'infinito, o chattiamo con qualche nuovo amico virtuale. "La tipica vacanza estiva annuale, che dovrebbe consentire di dire stop alla frenesia dei giorni lavorativi e rilassarsi, sta rapidamente scomparendo", rivelano gli esperti dell'Institute of Leadership & Management (ILM), autori di uno studio che ha coinvolto 2500 lavoratori. Molti professionisti in vacanza trascurano moglie e figli per controllare morbosamente le mail. (A questo proposito vi suggeriamo la lettura "La tirannia delle mail", di John Freeman, Codice Edizioni). Altri non possono fare a meno di collegarsi a Facebook per far sapere al mondo che il tempo è bellissimo e che in spiaggia si sta da dio. Penny de Valk, a capo della ricerca, dice che "la tecnologia aiuta molto in ambito lavorativo, poi però è anche difficile staccarsene". Qualche numero. L'80% dei vacanzieri risponde 'frequentemente' alle mail; il 50% a telefonate "lavorative"; il 10% compie addirittura una toccata e fuga dall'ufficio per sincerarsi del fatto che sia tutto in regola. Più di due terzi delle persone intervistate possiede un BlackBerry, da cui non può separarsi o un telefonino smart che controlla ossessivamente. E così la vacanza, da momento di relax, si trasforma in una performance professionale da "corrispondente". È del 40% la stima di lavoratori che rientra dalle ferie più stanca di prima. Non poco. Il fenomeno è figlio anche del fatto che si vive sempre sul chi va là. Gran parte di chi non riesce a "staccare" ha, infatti, un lavoro precario: molti pseudo-dipendenti temono di tornare dalle vacanze e ritrovarsi a spasso. Cary Cooper della Lancaster University Management School parla di "cultura del "presenteeism", l'esatto contrario dell'assenteismo: chi va in ferie rimane sempre collegato e così facendo fa sapere al diretto superiore che lui al lavoro ci tiene e che non può assolutamente lasciarlo a casa. "Un vero incubo per molti lavoratori", dice Cooper, che si domanda: "Se non si prende del tempo per stare con la propria famiglia in vacanza, quando lo si prende?". Il riferimento è peraltro a lavoratori che durante l'anno a casa non ci sono quasi mai. Persone che in media lavorano più di cinquanta ore la settimana (il 40% degli intervistati) o addirittura più di sessanta ore, il 10%. Per altri, invece, la costante reperibilità è lo stratagemma utilizzato per non trovarsi sommersi di lavoro al rientro. "Questo atteggiamento deriva dal fatto che, già dal primo giorno che si mette piede in spiaggia, prevediamo di tornare a casa e di avere moltissimo da fare", dice de Valk. Siamo presi dall'ansia ancora prima di fare il primo bagno, mentre sarebbe indispensabile staccare la spina, per la propria salute, fisica e mentale, per le persone con cui stiamo viaggiando, e non ultimo, per imparare a vedere il lavoro da un punto di vista più trasversale. "Tutti hanno bisogno di una pausa che poi finisce per ripercuotersi positivamente anche sulla propria professione", dice la scienziata. Alternative? Poche. Se proprio non si può fare a meno di rimanere "connessi", si può almeno cercare di farlo con una certa "distanza". È utile fissare dei paletti. Per esempio si può decidere di controllare le mail una sola volta al giorno, mentre si potrebbe tranquillamente fare a meno dei social network: se anche non ci facciamo sentire per un paio di settimane, non se ne accorge nessuno.

domenica 18 luglio 2010

ANIME BESTIALI

Uomini e donne in amore, come se fossero degli animali. Una follia? Forse. In ogni caso questo è ciò che propone una studiosa inglese convinta che in ogni persona risieda "l'anima" di un particolare animale in grado di comandare i nostri istinti e le nostre volontà. Sandra Scantling è una docente dell'Università del Connecticut. La scienziata ha osservato l'attività del talamo - regione del cervello legata alle relazioni affettive - e ha scoperto che il temperamento "amoroso" dell'uomo è assimilabile a quattro animali: leone, orso, ape, lontra. Vediamone uno a uno. Una persona è classificabile fra i leoni nel momento in cui - conoscendo un potenziale partner sessuale - si dimostra più cacciatore che preda; è un soggetto che ama di più corteggiare che essere corteggiato. I leoni in amore, dice Scantling, sono affascinanti, intraprendenti, ed egocentrici. Amano l’indipendenza e difficilmente sopportano le critiche. Hanno però un grosso punto debole: l’infedeltà. Chi è leone ha, infatti, poca pazienza, si stanca presto, e sovente quando il rapporto comincia ad accusare il peso della routine è facile che diriga il suo interesse da un’altra parte. Tipologia leonina per antonomasia è l’attrice statunitense Angelina Jolie, le cui vicende amorose sono arcinote. I partner ideali per il leone? La lontra e l’orso. Con la prima, in particolare, il feeling sessuale è eccellente. Chi ha un approccio sessuale assimilabile all'orso è un soggetto sostanzialmente tranquillo, pacato, perfino introverso, amante della bella vita, ma senza grossi scossoni. Presumibilmente non gli piace avere troppa gente per casa e anche i pettegolezzi lo stuzzicano solo fino a un certo punto. Talvolta ama anche starsene solo. Sessualmente può sembrare un po’ frenato o inibito: in realtà trova difficile soprattutto comunicare le proprie esigenze, e stimolare adeguatamente il partner. Per l’individuo orso il compagno ideale è la lontra che con i suoi guizzi spensierati è in grado di farlo rinsavire un po’ dallo stato di torpore che perennemente lo contraddistingue. Un riferimento tra i big? Probabilmente la suadente, ma altrettanto pigrissima Paris Hilton. L’ape è il terzo animale classificato da Scantling. Qui ci troviamo di fronte a una persona ligia al dovere, super precisa, meticolosa all’eccesso, e per questo pericolosamente noiosa. Il rischio di avere a che fare con un’ape, che si tratti di una romantica passeggiata lungo mare, o di un’avventura di natura sessuale, è quello di sentire presto il desiderio di cambiare aria per andare a divertirsi un po’. L’ape non osa mai e mai trova il coraggio di farsi avanti e di lasciarsi andare. Il rapporto peggiore immaginabile tra le specie considerate da Scantling è dunque quello tra un’ape e un orso. I due rischierebbero, infatti, di addormentarsi dopo un paio di minuti di conversazione. Per l’ape quindi il consiglio è quello di "fidanzarsi" con un focoso leone o con un'indomabile lontra, animali con i quali potrebbe sentirsi più desiderosa di uscire dai suoi rigidi schemi mentali. Tra gli uomini il riferimento è alla cantante Mariah Carey. In ultima analisi c'è la lontra. In questo caso all’animale fa riferimento un uomo o una donna in cui la fantasia e il desiderio di libertà non hanno freni. Personaggi riconducibili a questa sezione “tassonomica” sono soggetti gioiosi, giocosi, che non conoscono la timidezza, e anzi talvolta risultano perfino troppo furbi e arroganti. Come per il leone anche le lontre sono poco fedeli. Il loro difetto è soprattutto quello di non saper dir di no. Ogni occasione è pertanto buona per rimorchiare qualcuno indipendentemente dal fatto di essere coniugati o meno. Il compagno ideale è un leone: tra i due si instaura un giusto mix di fantasia ed energia. Una lontra doc? Jennifer Lopez.

sabato 29 maggio 2010

Api, vespe, calabroni. Come difendersi dalle loro punture

Con il loro pungiglione possono anche condurre alla morte, ma per fortuna oggi sono numerosi gli interventi possibili per contenere l’azione d'insetti tipici della stagione estiva come api, vespe e calabroni. Le stime parlano di circa cinque milioni di italiani che annualmente vengono punti da un imenottero: nell’80% dei casi si percepisce semplicemente un dolore acuto al momento della puntura, mentre per due persone su dieci il problema si fa più serio: al dolore, che perdura per parecchie ore, subentra anche un notevole gonfiore della parte colpita. L’1% è addirittura allergico al veleno di api e simili, e in questo caso il rischio si chiama shock anafilattico, fenomeno che se non viene opportunamente trattato può provocare il decesso: nonostante i progressi della medicina, e le numerose strategie per tenere lontane le punture di insetto, sono ancora oggi una decina le persone che in media in Italia perdono la vita per il veleno di un imenottero. Ma cosa si può fare per evitare di andare incontro a uno shock anafilattico? I consigli sono principalmente due: sottoporsi a vaccino o premunirsi di un kit per auto iniezioni di adrenalina. Nel primo caso si tratta di affrontare una cura quinquennale a base di piccole iniezioni tale da rendere l’organismo totalmente immune dalle punture di api, vespe e calabroni. Nel secondo il riferimento è invece a un kit formato da una fiala di adrenalina con autoiniettore (versione per adulti e per bambini) che consente al paziente di autosomministrarsi il farmaco, generalmente sul lato esterno della coscia; anche i cortisonici per via intramuscolare possono essere considerati farmaci di primo soccorso in caso di rischio di crisi allergica maggiore. Al contrario, dicono i tossicologi, gli antistaminici in crema non servono: il loro presunto effetto anestetico locale non è dimostrato e non esistono a tutt’oggi prove convincenti della loro utilità. Infine, in caso di puntura, è importante conoscere i sintomi premonitori per poter intervenire tempestivamente e raggiungere il più vicino posto di pronto soccorso. I sintomi iniziali di uno shock anafilattico sono vampate di calore, prurito, difficoltà a respirare (broncospasmo), vertigini, senso di svenimento, pallore, gonfiore (edema) che interessa il volto, gli occhi, la lingua e le vie respiratorie e può presentare gradi variabili di gravità con diversa combinazione dei sintomi. In particolare edemi e prurito sono sintomi importanti perché possono presentarsi precocemente (dopo 10-20 minuti dalla puntura) e segnalare l’imminente comparsa di una crisi.

giovedì 1 aprile 2010

Matematica al servizio della cardiologia

Una buona notizia dal mondo della cardiologia: a Milano la mortalità per infarto è scesa dall'8,9% del 2008 al 3,8% del 2010. Tutto merito di interventi sempre più rapidi e corretti e dei modelli matematici messi a punto dal Politecnico di Milano. "Due anni fa il laboratorio Mox del Politecnico milanese", dice Anna Panagoni, responsabile dello studio, "ha sviluppato modelli matematici per razionalizzare gli interventi di soccorso giungendo a sorprendenti risultati". Per esempio si è visto che - contrariamente a quanto si pensa - recarsi in ospedale per conto proprio al sopraggiungere dei primi sintomi della crisi coronarica "fa perdere molto tempo". "L'ideale è quindi chiamare sempre il 118 quando compaiono le prime avvisaglie di un attacco cardiaco", rivela la ricercatrice meneghina. Inoltre le stime matematiche hanno messo in luce che è molto utile adottare le unità mobili di elettrocardiogramma per la diagnosi immediata. Lo studio del Politecnico, comunque, non finisce qui. I dati raccolti fino a oggi, infatti, serviranno per il progetto "Imaste" in corso dal 2009. Scopo di questa iniziativa, finanziata dalla Regione Lombardia e dal Ministero della Salute, è migliorare i registri clinici e i database della Regione per avere un quadro superpreciso dell'andamento degli attacchi cardiaci in Lombardia. A livello nazionale le statistiche dicono che un paziente su due colpito da infarto decede prima di arrivare in ospedale. Ma una volta raggiunto il nosocomio, le probabilità di farcela sono molto alte: 9 volte su 10 il paziente viene infatti salvato. I medici dicono che le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte (44% di tutti i decessi). In media si registra un infarto ogni 6 minuti. Ogni anno sono colpite da infarto 200mila persone. Fra i principali fattori di rischio si ricordano la predisposizione genetica, l'abitudine al fumo, l'ipercolesterolemia e l'obesità.

lunedì 26 ottobre 2009

Influenza A: pronti a intervenire con il 'piano X'

E se non fossimo realmente in grado di contrastare l'influenza suina? Gli Usa propongono una soluzione shock: curare solo le persone sane e giovani, trascurando invece anziani, disabili e soggetti in dialisi. È quanto emerge dal New York Times. Secondo il prestigioso giornale americano in molti stati le autorità sanitarie si stanno preparando al peggio, e quindi cercando soluzioni estreme per cercare di salvare il salvabile. È uno scenario da brivido, ma secondo molti medici davanti a una pandemia come quella provocata dalla febbre Spagnola nel 1918, non ci sarebbero molte altre possibilità: meglio intervenire su chi ha qualche chance di farcela, rispetto a chi ha già grossi problemi di salute e dunque esigue possibilità di sopravvivere al virus H1N1. Nei dettagli la prima categoria che verrebbe abbandonata al suo destino è quella dei "Do Not Resuscitate", individui che nel testamento biologico hanno dichiarato di essere contrari ad ogni tipo di accanimento terapeutico. A seguire ci sono gli anziani, le persone colpite da insufficienza renale cronica e costrette alla dialisi, e infine i pazienti con gravissime malattie neurologiche. Oltre una certa soglia di guardia, quindi, potrebbe scattare il 'piano x': niente ricovero ospedaliero, né uso di respiratori artificiali, per chi - indipendentemente dall'influenza suina - rischia la vita. Fra gli stati che appoggiano questa (drastica) iniziativa c'è lo Utah, dove le disposizioni verranno applicate a partire dai centri per anziani, per poi giungere agli istituti per disabili e ai penitenziari. Per non calcare troppo la mano gli specialisti parlano di "smistamento". In realtà non è che una selezione darwinina imposta dall'uomo, in modo da salvaguardare i più forti, e abbandonare al loro destino i più deboli. C'è chi è contrario a queste disposizioni come Mary Buckley-Davis, specialista di rianimazione, che teme sommosse contro chi decide di staccare la spina a un determinato paziente. A favore invece c'è Ann Knebel del Department of Health la quale sostiene che "la prospettiva cambia se si comincia a pensare alla collettività e non ai singoli". Intanto il presidente americano Barack Obama ha decretato l'emergenza sanitaria nazionale. L'influenza A ha già coinvolto 46 stati americani, e contagiato milioni di statunitensi. Fino ad ora si parla di circa 20mila ricoveri e 1000 vittime (fra cui più di 100 bambini).

domenica 11 ottobre 2009

Virus N1H1: cominciata la corsa all'ospedale

A Milano i nosocomi cominciano a essere presi d'assalto. Il motivo? Il virus A. Ai primi segni d'influenza molti cittadini corrono, infatti, all'ospedale più vicino per essere rassicurati e sapere come comportarsi. In media si recano al pronto soccorso 80 persone al giorno; in questo periodo, invece, il numero è salito a 120. I medici sono dunque pronti con i cosiddetti 'piani di potenziamento', strutture predisposte per far fronte all'emergenza epidemia. "È necessario tenere separati i malati colpiti dalla nuova influenza dagli altri - spiegano gli studiosi del Fatebenefratelli. Nelle ultime due settimane i contagi sono raddoppiati. Colpiti anche i più piccoli. Tra il 28 settembre e il 4 ottobre si sono ammalati 4mila bambini. In questo momento i pazienti lombardi vittime del virus N1H1 sono in totale 11.500. Gli esperti sottolineano l'alta contagiosità del virus, ma dicono anche che non c'è motivo di preoccuparsi perché il suo grado di pericolosità è molto simile (per non dire inferiore) all'influenza stagionale. Nel frattempo ci fanno sapere che da lunedì cominceranno le vaccinazioni. Coinvolti in prima battuta 245mila lavoratori delle aziende sanitarie lombarde. Dopodiché sarà la volta delle forze dell'ordine e degli addetti ai servizi di pubblica utilità.

lunedì 13 luglio 2009

Boom di meduse nei mari del mondo. Sotto accusa concimi e pesca illegale

Andare al mare significherà sempre più spesso fare i conti con le meduse, animali che in alcuni casi possono addirittura provocare la morte di un uomo. È il parere di Jacqueline Goy dell’Istituto oceanografico di Parigi. Secondo Goy le acque di mari e oceani si stanno arricchendo a dismisura di questi scifozoi a causa dei concimi e della pesca indiscriminata. Nel primo caso il riferimento è a eccessive quantità di fertilizzanti che dai campi coltivati finiscono ai fiumi e dai fiumi al mare: le sostanze azotate che li compongono costituiscono l’alimento ideale per fitoplancton e zooplancton che, crescendo di numero, offrono a loro volta cibo in quantità alle meduse. Nel secondo si ha che fare con pescatori che, non autorizzati, sterminano intere colonie di pesci: in questo frangente le meduse si sviluppano oltremisura perché vengono a mancare i loro predatori naturali. Intanto, in Giappone, degli scienziati si sono riuniti a Tokyo per individuare stratagemmi utili nella lotta contro il fenomeno dell’invasione di meduse giganti. Questi scifozoi, lunghi fino a due metri di lunghezza e dal peso di oltre due quintali, hanno invaso le acque del Mar del Giappone, tra l’arcipelago e la penisola coreana. “Siamo in presenza di una vera invasione di ‘extraterrestri’ nelle acque marine. Le meduse giganti sono un ostacolo sempre più grave alla quotidiana attività di pesca - hanno spiegato i ricercatori. Le meduse di Nomura che affliggono il Sol Levante non sono comunque mortali come la Caravella portoghese o le meduse cubo.

sabato 23 maggio 2009

Faringiti, emorroidi, cefalee: le malattie curabili con l'automedicazione

Automedicazione. Un modo per curarsi senza dover necessariamente ricorrere al medico (e quindi alla ricetta). Il fenomeno coinvolge annualmente il 67% degli italiani. Ogni tre mesi si autocura più di un italiano su due e in un mese il 41% degli abitanti del Belpaese. Sono alcuni dei dati rilasciati da Anifa (Associazione nazionale dell’industria farmaceutica dell’automedicazione) in occasione della presentazione della campagna “Automedicazione: l’unica ricetta è l’attenzione”. “L’automedicazione è in grado di dare un supporto rilevante alla gestione della salute dei cittadini – spiega Enrico Allievi, direttore di Anifa -. Naturalmente tale pratica va esercitata in maniera responsabile, esclusivamente con i farmaci senza obbligo di ricetta e considerando alcune avvertenze”. Ma quali sono le malattie curabili con l’automedicazione? Per esempio si può combattere la faringite, infiammazione della gola di origine virale o batterica, spesso accompagnata dal raffreddore. Nelle forme più lievi la malattia si contrasta con sostanze ad azione antimicrobica per la disinfezione della bocca e della gola (cetilpiridinio cloruro, dequalinio cloruro). Si tratta di farmaci assumibili sottoforma di pastiglie da sciogliere in bocca o colluttori per sciacqui del cavo orale. Nei casi più seri si può ricorrere a medicinali a base di flurbiprofen o diclofenac. L’unica raccomandazione riguarda i bambini che è sempre meglio sottoporre al parere del medico: una faringo-tonsillite batterica, infatti, può essere debellata efficacemente solo con l’assunzione di antibiotici (che invece richiedono la ricetta). Altra malattia curabile con l’automedicazione è la rinite allergica. Riguarda un gran numero di italiani e insorge soprattutto nel periodo primaverile. I farmaci di automedicazione per il sollievo dei sintomi di questa patologia sono gli antistaminici (per esempio la clorfenamina), che bloccano gli effetti dell’istamina, responsabile del continuo gocciolamento del naso e degli starnuti. In certi casi si possono usare anche vasocostrittori che ostacolano la congestione nasale (a base di efedrina o norofedrina). La vaginite è un’infiammazione della mucosa della vagina. Può essere provocata da batteri, funghi o virus. In particolare le infezioni batteriche causano perdite abbondanti, grigiastre e maleodoranti. Per questo tipo di problema l’automedicazione si basa sull’utilizzo di creme anestetiche topiche che calmano immediatamente prurito e bruciore, sintomi tipici della malattia. In alternativa si può ricorrere a lavande che contengono antinfiammatori come l’ibuprofene. La cefalea – ossia il classico mal di testa – può essere tenuto a bada, invece, automedicandosi con farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) che, assunti appena si presenta il dolore, possono bloccarlo anche rapidamente. Fra questi possiamo citare l’acido acetilsalicilico (più noto come aspirina) e il paracetamolo (tachipirina). Con gli antinfiammatori non steroidei si curano anche i dolori articolari dovuti a traumi o a infiammazioni che colpiscono le articolazioni. In questo caso si possono citare anche altri farmaci fra cui il naproxene o il polideribotide. Ottimamente trattabili con l’automedicazione sono anche le emorroidi, dilatazioni varicose delle vene del retto e dell’ano, praticamente il disturbo più comune dell’ultimo tratto del canale intestinale. Alcuni farmaci di automedicazione applicati localmente sottoforma di pomata o di supposta permettono un sollievo sintomatico, grazie ai principi attivi in essi contenuti fra cui gli anestetici locali a base di pramocaina e i corticosteroidi (idrocortisone).

domenica 13 luglio 2008

Meduse, razze e pesci pietra. Le insidie nascoste sott'acqua

L’ennesimo fatto di cronaca relativo ai pericoli del mare risale all’altro ieri, quando due fidanzati, imbattendosi in un branco di meduse, al largo di Marina di Vecchiano (Pisa), hanno riportato abrasioni e ustioni in varie parti del corpo. Ogni anno è lungo l’elenco di persone che subiscono attacchi da animali marini, tuttavia molti inconvenienti potrebbero essere evitati se solo si conoscessero di più le caratteristiche delle specie acquatiche, e le modalità di intervento nei casi di infortunio. Ecco dunque - seguendo un servizio apparso sulla rivista Come Stai – quali sono gli animali marini più pericolosi e quali i suggerimenti da seguire per evitare brutte sorprese. Iniziamo dalle meduse, fra le specie più note e potenzialmente pericolose per l’uomo. Le due specie più insidiose del Mediterraneo sono l’Aurelia aurita e la Pelagia nocticula. Il contatto con i loro tentacoli può provocare spasmi muscolari, nausea, vomito, oltre alle caratteristiche lesioni epidermiche, molto simili alle ustioni. In caso di contatto non si deve sfregare (come spesso si fa) la parte lesa con gli asciugamani. Occorre invece rimuovere i frammenti dei tentacoli con pinzette o mani protette da guanti, trattare il punto colpito con aceto o ammoniaca e infine spalmare creme a base di cortisone. Le attinie (Anemonia solcata) – dette anche anemoni di mare – sono molto belle a vedersi, presentando tentacoli simili ai petali di un fiore. È necessario però starle alla larga: basta infatti sfiorarle per infortunarsi. In questi casi si interviene somministrando al bagnante ferito un antinfiammatorio (Voltaren) e un antistaminico (Polarim crema): così si impedisce la diffusione delle tossine velenose. I pesci pietra (Synanceia verrucosa) e i pesci leone (Pterois volitans) appartengono alla famiglia degli scorpioidi. La loro abilità è quella di sapersi mimetizzare molto bene nei fondali. Se disturbati si difendono con aculei connessi a ghiandole velenifere. Diversi i sintomi provocati da una puntura di scorpioide, fra cui dolori addominali e difficoltà respiratorie (in rari casi aritmie). Per risolvere il problema il consiglio è quello di immergere la parte colpita in acqua molto calda, azione che serve a inattivare il veleno. Poi conviene correre in ospedale, dove i medici potrebbero indicare una cura a base di antibiotici. Le razze (Taeniura lymma) possiedono quattro aculei velenosi sul dorso. Le loro punture causano arrossamento e gonfiore, qualche volta infezioni, o perdite cospicue di sangue. Il loro veleno è termolabile per cui – anche in questo caso - basta trattare la parte ferita con acqua calda per scongiurare danni peggiori. Fra gli animali marini ci sono anche i noti ricci (Paracentrotus lividus), appartenenti al raggruppamento tassonomico degli echinodermi. Abitano i fondali rocciosi ed è facile calpestarli. In caso di puntura è utile usare una pinzetta per togliere uno a uno gli aculei; se troppo profondi è meglio invece correre al pronto soccorso perché potrebbero subentrare delle infezioni. I serpenti di mare (come l’australiano Laticauda colubrina) sono di solito pacifici, ma se disturbati possono attaccare con denti cavi pieni di veleno. Anche qui, l’unica soluzione, è quella di correre al più presto al vicino ospedale, per evitare problemi seri come disturbi della parola e paralisi respiratorie. Infine ci sono le tracine (Trachinus draco), animali, come gli scorpioidi, abituati a vivere sul fondo marino. In caso di attacco la raccomandazione è quella di intervenire con una pinzetta per rimuovere gli aculei, e l’acqua calda per bloccare l’azione velenifera.

mercoledì 14 maggio 2008

Il figlio si fa male. Le otto regole per soccorrerlo

Circa il 60 percento dei genitori non sa come comportarsi quando un bimbo si fa male. Il dato è provato dal fatto che ogni anno in Inghilterra almeno un milione di giovanissimi under 15 finiscono all’ospedale per un infortunio. Ciò accade soprattutto durante i weekend e le festività. È quanto si evince da uno studio effettuato dalla Royal Society for the Prevention of Accidents. Ma ora in aiuto delle tante mamme e dei tanti papà che non sanno come comportarsi davanti agli incidenti dei figli giunge un prontuario fornito dagli esperti della Family Doctors’ Association in collaborazione con il St John Ambulance, i quali hanno preso in considerazione gli otto pericoli più ricorrenti tra le mura domestiche e le aree-giochi fornendo dettagli sui diversi tipi di soccorso possibili. Iniziamo con le bruciature. L’area interessata dall’infortunio va posta per almeno dieci minuti sotto un getto di acqua fredda. Questa azione serve a calmare il gonfiore. Non usare dentifricio, bicarbonato, oli vari. L’acqua fredda inibisce il rilascio di sostanze tossiche da parte delle cellule danneggiate dall’ustione, arrestando o rallentando il processo di morte cellulare. Infine si procede con una fasciatura stretta. In caso di sangue dal naso si fa sedere il bambino e gli si inclina leggermente in avanti la testa permettendo al sangue di fuoriuscire completamente. Poi gli si dice di tapparsi con un dito la narice sanguinante per dieci minuti. Finita l’emorragia si medica con una garza sterile l’area insanguinata. Il soffocamento è un pericolo in cui incorrono i bambini che hanno l’abitudine di mettere in bocca tutto quello che gli capita tra le mani. Il primo intervento da fare è far voltare la testa del piccolo da un lato e cercare di estrapolare il corpo estraneo con le dita. Se il tentativo fallisce, bisogna sedersi e prendere il bimbo a cavalcioni (se è molto piccolo, basta tenerlo in braccio con la testa verso il pavimento) ponendolo a pancia in giù con braccia e testa a penzoloni. Battere, poi, forte tra le scapole per cinque volte; e ripetere il tentativo finché non avviene l’espulsione del corpo estraneo. Per le slogature si interviene invece con la cosiddetta “Rice procedura”. R sta per “rest” e significa “calmarsi”, “fermarsi”. Si ordina al piccolo di non muoversi. In seguito si interviene con il ghiaccio (I da ice), con una fasciatura stretta (C da compress) e sollevando l’arto colpito dall’incidente, per alleggerire il dolore (E da elevation). In caso di caduta, se il bimbo perde coscienza o ha le pupille diseguali, è necessario coprirlo con una coperta e chiamare immediatamente il 118. Se invece è cosciente e pare non presentare gravi fratture craniche si interviene con impacchi di ghiaccio ogni dieci minuti. In caso di scossa elettrica bisogna allontanare al più presto il bambino dal luogo dell’incidente. Il consiglio è di togliere la corrente: se l’interruttore è lontano e per raggiungerlo ci vuole troppo tempo, conviene agire con qualcosa in legno (una sedia) o con un colpo secco. L’importante è non prendere in braccio la persona colpita dalla scossa: il soccorritore potrebbe infatti rischiare di infortunarsi. Successivamente si tratta la parte lesa con acqua fredda. Se il bimbo suda o ha il polso che batte forte, è invece necessario farlo sdraiare sollevandogli leggermente le gambe, e coprendolo con una coperta di lana. Per quanto riguarda l’avvelenamento è innanzitutto necessario sapere da cosa è stato provocato. L’avvelenamento caustico – da prodotti come benzina o trielina - è il più grave. In questi casi è indispensabile correre velocemente al Pronto Soccorso facendo in modo che il piccolo non vomiti perché le sostanze ingerite potrebbero danneggiare ulteriormente esofago e bocca. Utile somministrare del latte (per diluire sostanze quali acido muriatico e solforico) o acqua e limone (per candeggina e simili). Infine nello shock anafilattico occorre facilitare la respirazione del bimbo colpito per esempio da una puntura di vespa, allentando abiti e le cinture. Indicata, nei casi più gravi, la respirazione bocca a bocca e il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi.

mercoledì 7 maggio 2008

In Australia una medusa fa strage di bagnanti

Il governo australiano si sta dando da fare per arrestare il crescente numero di decessi dovuti all’attacco di meduse. Stando agli scienziati locali infatti negli ultimi anni c’è stato un drastico aumento di cubomeduse al largo delle coste del continente: queste ultime presentano un veleno assimilabile a quello dei serpenti Cobra e negli ultimi tempi hanno fatto molte più vittime degli squali e dei coccodrilli. Si parla di più di 70 vittime all’anno. Il perché di questo incremento repentino di celenterati è in parte un mistero, tuttavia c’è chi punta il dito sull’effetto serra: le alte temperature determinerebbero una maggiore disponibilità di cibo per le meduse, dovuta all’eccessiva presenza nelle acque di sostanze inquinanti. Gli studiosi australiani hanno in mente due stratagemmi per impedire il contatto tra i bagnanti e i pericolosi celenterati: il monitoraggio degli animali e le reti antimedusa. Nel primo caso lo scopo è quello di sapere come e quando i celenterati si affacciano ai litorali. Nel secondo è quello di cercare di impedire fisicamente alle meduse di raggiungere le aree occupate dai turisti. Per monitorare gli animali gli esperti hanno approntato dei minuscoli dispositivi a ultrasuoni che vengono applicati sull’‘ombrella’ degli cnidari (la parte superiore della medusa), tramite una colla superpotente atossica. In questo modo è possibile registrare le onde emesse dai celenterati marcati e prevedere i loro spostamenti: quando si preannuncia una invasione si potrà mettere in allerta tempestivamente la popolazione di bagnanti. “Le meduse hanno delle presenze cicliche nei mari e, di conseguenza, la densità della loro popolazione è molto fluttuante – ammettono i ricercatori. Le reti avrebbero invece la caratteristica di impedire in tutti i sensi il passaggio degli cnidari da una zona marina all’altra, così da non interferire con chi ha voglia di tuffarsi in mare. In particolare gli scienziati stanno tenendo d’occhio la cubomedusa Chironex flecheri. È il celenterato più velenoso di tutti e probabilmente l’animale in assoluto più velenoso della Terra. Può causare la morte per shock, dopo intensi spasmi muscolari, paralisi respiratoria e muscolare e arresto cardiaco.