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martedì 1 novembre 2016

Birra e chili di troppo. Un mito da sfatare


Bere birra non fa ingrassare. Lo dice un team di ricercatori britannici e della Repubblica Ceca che ha appena condotto uno studio su 891 uomini e 1.098 donne di età compresa tra i 25 e i 64 anni, tutti consumatori della bevanda a base di orzo. Secondo Martin Bobak, ricercatore inglese coinvolto nell’esperimento, è un luogo comune sostenere che la birra fa aumentare di peso, e che invece il vino o altri prodotti non fanno ingrassare.

Lo studioso ha messo in relazione gli indicatori di obesità, basati sulle misure come l’altezza, il peso, e l’indice di massa corporea, con il consumo di birra e ha scoperto che non hanno alcun legame con i chili di troppo.

Dall’esperimento è emerso che gli abitanti maschi della Repubblica Ceca sono tra i maggiori consumatori di birra. Gli uomini bevono in media 3,1 litri di birra alla settimana; le donne 0,3 litri. I bevitori pesanti sono il 3% della popolazione con 14 litri di birra alla settimana: praticamente alla media di due litri al giorno. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Clinical Nutrition. 

venerdì 11 gennaio 2013

Svelato il mistero delle abbuffate notturne


Scoperta la causa dell’impellente necessità di alzarsi nel cuore della notte per abbuffarsi, predisponendo a malattie croniche come diabete e obesità. Dipende tutto da una mutazione in un gruppo di geni, battezzati ‘geni orologio’, che regolano il ritmo del sonno e della veglia. Sono le conclusioni di ricercatori della Northwestern University in Illinois e dell’Howard Hughes Medical Institute. Affermano che chi soffre di questa mutazione nei ‘geni orologio’ subisce un rovesciamento delle abitudini di vita, per cui ha sonno di giorno, mentre di notte è colpito dai crampi della fame e dall'iperattività. Secondo gli studiosi in questo modo diventa molto più facile mettere su chili e annullare gli effetti di una dieta seguita a puntino, o di un allenamento fisico condotto scrupolosamente. In più si verifica un incremento nel sangue di sostanze che portano alla tipica sindrome metabolica di cui si sente sempre più spesso parlare, caratterizzata da livelli alti di grassi, e glucidi nel sangue, oltre a un innalzamento dei parametri pressori. I meccanismi di questa mutazione genetica non sono ancora chiari, ma quel che è certo è che consumare del cibo in un orario in cui il metabolismo non è pronto a smaltirlo, è assolutamente controproducente per un organismo: durante il sonno, infatti, i consumi si riducono e le calorie in più si trasformano facilmente in tessuto adiposo.

martedì 29 giugno 2010

Il simbolo della sperequazione ambientale e morale del mondo contemporaneo

Frank Fenner
L'altra sera alla Fata Verde si parlava di economia e delle difficoltà che si hanno a dare vita a una società equilibrata ed egualitaria. Molti sostengono che sia un'utopia, io invece continuo a essere convinto del contrario. Certo, sono necessari degli sforzi, partendo innanzitutto dal popolino, che critica ma non fa autocritica, consuma e non risparmia, insomma, predica bene ma razzola male. Così si crea un ulteriore divario fra la "metà degli obesi, e la metà degli affamati", che prima o poi (come dice in questi giorni il microbiologo Frank Fenner) ci si ritorcerà contro, portando l'uomo sull'orlo dell'estinzione. Domenica l'ennesima illuminazione: l'egregio articolo pubblicato sul Sole scritto da Stanley Ulijaszek, antropologo dell'Università di Oxford. Anche lui punta sulla necessità di una società più adulta e consapevole, che ragioni a 360 gradi, non guardando solo al proprio orticello di casa, l'unico modo per superare la crisi ed evitare i prossimi patatrac economici. Detto ciò in molti prevaricano il mio pensiero associandolo a quello di un politico esasperato, in realtà il mio approccio non è affatto politico, ma filosofico. Il discorso infatti è più ampio, e concerne anche l'innata aggressività umana associata alla giusta dose di competitività, argomenti appannaggio delle scienze umanistiche o semmai della biologia evoluzionistica: un tempo queste prerogative umane consentivano all'uomo di evolversi, permettendogli di avere la meglio sulle altre specie; se l'uomo non fosse stato adeguatamente aggressivo e competitivo oggi non ci sarebbe più. Paradossalmente però queste stesse prerogative sono quelle che stanno mandando a rotoli l'umanità, che portano l'uomo a sfruttare le risorse altrui e quelle del pianeta senza cognizione. (E l'Inter a vincere Champions, Scudetto, e Coppa Italia in un colpo solo!). Soluzioni? È la domanda che mi ha posto il mio amico Mauro, quando però era ormai troppo tardi per rispondere (e forse è stato meglio così): era già notte fonda e l'indomani tutti ci saremmo dovuti alzare presto per andare al lavoro. In ogni caso l'articolo di Ulijaszek può essere utile proprio a questo scopo. Lo riporto integralmente cogliendo l'occasione per inaugurare una nuova voce di Spigolature: filosofia (e scienza).


Poche statistiche condannano moralmente i sistemi politici ed economici del mondo come quelle che rivelano la coesistenza di fame e obesità mentre l'intera popolazione avrebbe abbastanza cibo se fosse equamente accessibile. Si può pronunciare una condanna morale simile nei confronti dei sistemi che mirano a controllare le risorse energetiche mondiali per alimentare una crescita economica insostenibile per l'ambiente. Entrambi i fenomeni sono collegati in maniera sistemica, in quanto squilibri nel flusso di energia. Al livello dell'individuo, produce malattie associate alla denutrizione e alla sovra-alimentazione; a quello dello stato-nazione, lo sfruttamento dell'ambiente porta a una ricchezza insostenibile. Entrambi i livelli sono importanti, ma qui vogliamo soffermarci sull'idea di omeostasi e di equilibrio energetico che sottende le diverse concezioni di salute nutrizionale e ne spiega la fisiologia. È insita nella scienza ormai secolare della bioenergetica.
L'alimentazione e l'attività fisica sono fortemente implicate nel regolare il peso corporeo, meccanismi fisiologici omeostatici ci difendono dai cambiamenti nell'equilibrio energetico che la nostra fisiologia raggiunge più facilmente in un mondo dove il cibo è meno accessibile. In questo caso, il deficit energetico porta all'inizio a una perdita di peso, ma l'equilibrio viene ricalibrato a livelli inferiori di entrate e di spese energetiche, attraverso una gamma di adattamenti fisiologici, comportamentali e nutrizionali che tutelano composizione e dimensioni corporee. Nel caso di cibo abbondante, esistono solo debolissimi meccanismi omeostatici per tornare all'equilibrio e di solito ne consegue un aumento sia di peso che di dimensioni. Nel corso dell'evoluzione, i periodi di carestia o di risorse adeguate saranno stati più frequenti di quelli dell'abbondanza e non sorprende che l'omeostasi - il mantenimento della stabilità delle condizioni biologiche interne - disponga di meccanismi meno potenti per affrontare l'eccesso. In natura, grossi predatori approfittavano della minor mobilità che deriva da un accumulo eccessivo di grassi. Perciò l'obesità è un fenomeno recente, specifico degli esseri umani - e dei loro animali domestici - da quando sono stanziali e in particolare da quando si avvalgono della produzione sempre meno costosa dell'agricoltura post-industriale, e della meccanizzazione recente della vita quotidiana.


C'è una discordanza tra le due teorie dell'obesità. Sarebbe dovuta, dice la teoria fisiologica prevalente, a uno sconvolgimento dell'omeostasi, mentre secondo la teoria evoluzionistica, sarebbe una resistenza all'entropia (la generazione di una massa maggiore con l'aumento dell'organizzazione e delle energia disponibile) in assenza di predatori che minaccino gli esseri umani. In medicina, il principio omeostatico è precedente alla filosofia socratica, infatti discende direttamente dalla dottrina dell'equilibrio tra proprietà opposte. La teoria degli umori, di elementi dissimili e opposti che si controbilanciano, deriva da Ippocrate ed è stata alla base della medicina occidentale fino all'Illuminismo. Nel Settecento l'anatomia e la fisiologia che avrebbero definito le strutture e le funzioni corporee normali nacquero dalla ragione scientifica e dall'osservazione diretta. Da quel momento la diagnostica si basò sempre di più sulla conoscenza della patologia e delle deviazioni dalla norma, eppure la nozione di equilibrio tra gli opposti non scomparve del tutto. È riemersa a proposito della prevenzione di malattie croniche, della gestione del diabete a insorgenza in età matura e della sindrome di Turner, e soprattutto dell'obesità: per evitarla, l'energia tratta dal cibo deve corrispondere a quella spesa per il mantenimento delle funzioni corporee, per la riproduzione e per l'attività fisica. Se l'omeostasi s'innesca facilmente in situazioni di carestia (come nel corso dell'evoluzione), in situazione d'abbondanza come quella recente, l'obesità risulta dallo squilibrio tra energia assunta e spesa, e anche tra il desiderio di consumare e il bisogno di controllare i consumi per evitare un eccesso di grasso. Quando il discorso sull'equilibrio energetico è inquadrato in questi termini di responsabilità individuale, è facile che emerga una cultura del biasimo e di stigmatizzazione.
L'obesità potrebbe dipendere dal fatto che una volta raggiunta la sicurezza alimentare, ci siamo messi a mangiare non per fame, ma per un piacere che è sia sociale e culturale che individuale e neuropsicologico. Se è così, l'appello a limitare l'energia in entrata e in uscita rischia di non essere ascoltato, perché intuitivamente non sembra buona biologia. È vero che facciamo molte cose biologicamente sbagliate, e il corpo percepisce facilmente un equilibrio in condizione di abbondanza. Durante l'evoluzione la strategia di massimizzare le entrate e minimizzare la spesa energetica ha favorito una complessità biologica crescente e il cervello, invece di attivarsi per controbilanciarle, è in combutta con il resto del corpo per accrescere massa e ordine, sia nell'individuo che nella popolazione. Oggi controlliamo la nostra riproduzione e trasferiamo il surplus energetico nei grassi del corpo invece che in un maggior numero di figli come avveniva nel mondo premoderno.
Il nostro corpo non è l'opera di un macchinario prevedibile che risponde automaticamente a una mente razionale al controllo di tutto, bensì un'opera in corso che emerge da processi continui, dinamici all'interno di particolari contesti sociali e ambientali. Un approccio dualistico, cartesiano, nel quale la funzione fisica prevale sui processi vivi dell'evoluzione non aiuta a capire il fenomeno dell'obesità perché gli manca l'anello teorico costituito dall'idea di energia, nel senso comune e scientifico del termine. Se consideriamo l'equilibrio energetico come una pratica quotidiana, e non solo come un costrutto intellettuale, possiamo esplorare le spinte culturali che stanno dietro ai comportamenti alimentari e all'attività fisica. Possono essere principalmente sensorie (lo scopo è di provare piacere), sociali (lo scopo è di essere accettato dal gruppo) o estetiche (un intervento per contrastare i cambiamenti nella forma corporea durante la vita). Contano i flussi energetici sia culturali che biochimici, ma si basano su esperienze e su principi diversi.
In un certo senso potremmo dire che la scienza della bioenergia sta entrando in un mondo post-illuminista che per alcuni aspetti assomiglia a quello pre-illuminista nella sua costruzione aristotelica del corpo. Gli assomiglia anche nella multidisciplinarietà degli addetti che cercano di risolvere complessi problemi di squilibrio energetico, come l'obesità e i cambiamenti climatici, ai quali aveva contribuito l'approccio cartesiano. Ma oggi i ricercatori dispongono di nuove tecnologie e del senno di poi.

Stanley Ulijaszek e Caroline Potter
Fonte: Sole 24 Ore

mercoledì 2 giugno 2010

L'ODISSEA DEI DRIVER FOOD

Li hanno battezzati driver food e rappresentano coloro che per recarsi al lavoro impiegano talmente tanto tempo da ritrovarsi costretti a mangiucchiare qualcosa lungo il tragitto. In questo modo tamponano la fame e ammazzano il tempo, ma contemporaneamente, senza accorgersi, compromettono la salute: il rischio è, infatti, quello di diventare obesi e soffrire di disturbi gastrointestinali, tra cui il bruciore di stomaco, in certi casi anticamera di malattie come la gastrite. È quanto afferma una ricerca condotta dalla rivista “Dimagrire”. Gli specialisti indicano nei driver food una nuova classe di pendolari che è in costante aumento e che coinvolge ogni tipo di passeggero, sia che viaggi in automobile, in treno, in pullman o sul metrò. Il 35% degli intervistati ha ammesso di “pasticciare” con leccornie di vario genere frequentemente; il 22% quasi tutti i giorni; il 15% tutti i giorni, e ritiene impensabile fare a meno di una simile opportunità. Tra gli alimenti maggiormente consumati durante il viaggio di andata o di ritorno dal lavoro ci sono le caramelle e i chewing-gum, nel 54% dei casi; a seguire ci sono le barrette di cioccolato (42%), e i dolci (35%). Il motivo che porta ad abbuffarsi mentre si è in viaggio? Nel 25% dei casi perché si è in qualche modo, specie per colpa della fretta di non volere far tardi al lavoro, costretti a saltare la colazione; in altri casi (22%) perché si arriva a casa per cena dopo le 22.00, orario che dovrebbe corrispondere a quello della digestione. Ma i problemi dei pendolari non finiscono qui. Secondo una ricerca effettuata in Gran Bretagna da alcuni studiosi, pubblicata sulla rivista National Academy of Sciences, il livello di stress, accumulato nell’organismo umano durante l’andai e rivieni dall’ufficio, è addirittura superiore a quello che un pilota di un caccia prova prima di un’azione di guerra. Questo significa che oltre a diventare obesi i pendolari rischiano anche di invecchiare prima: si è visto, infatti, che lo stress cui sono soggetti indebolisce il corpo e le difese immunitarie, rallenta l’attività del telomerase, un enzima che ha il compito di ricostruire i telomeri, che a loro volta servono a mantenere in buone condizioni i cromosomi.

mercoledì 21 aprile 2010

Il "giardino stellare" di Rosetta fotografato dal telescopio Herschel


A 5mila anni luce dalla Terra c'é un nido di stelle giganti: ognuna di esse ha una massa pari ad almeno 10 volte quella del sole. Le prime immagini spettacolari di questo "giardino stellare" sono state inviate a Terra dal telescopio spaziale Herschel, lanciato nel 2009 dall'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Le stelle in formazione si trovano nella nebulosa Rosetta, nella costellazione dell'Unicorno, un grande ammasso di polveri e gas sufficienti a formare almeno 10mila stelle simili al sole. La nebulosa misura approssimativamente 100anni luce, dimensioni riconducibili alla ben nota nebulosa di Orione (venti volte più vicina alla Terra).

Dilaga l'obesità in tutti i paesi industrializzati. Ma il fenomeno sembra riguardare soprattutto gli uomini. Stando, infatti, ai risultati di uno studio condotto dall'Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica, su oltre 5mila abitanti del Belpaese, il 57% è rappresentato da uomini oversize. Più bassa la percentuale di donne, ferma al 34%. In compenso l'insoddisfazione legata ai chili di troppo è una prerogativa del gentil sesso. Sono, infatti, scontente di sé e del proprio corpo il 69% delle donne in sovrappeso, contro il 61% degli uomini. Gli specialisti spiegano che gli uomini sono "molto più indulgenti verso se stessi". E per questo difficilmente fanno qualcosa di concreto per salvaguardare la linea.

Donne cieche dalla gelosia. Non è solo un detto. Stando, infatti, alle conclusioni di un team di studiosi americani dell'Università del Delaware, la gelosia è un sentimento che può davvero creare dei problemi alla vista. Secondo gli scienziati Usa le emozioni negative possono influenza la salute fisica delle persone e quindi anche l'attività visiva. Dai test s'è visto che le donne fortemente gelose riescono con maggiore difficoltà a risolvere problemi relativi alla corretta interpretazione di fotografie paesaggistiche.

Un ottimo sito internet dove poter ascoltare gratuitamente la propria musica preferita. Basta cliccare: www.musicovery.com e registrarsi. Si tratta di una web radio, semplicissima da utilizzare, con un database di 18 generi musicali. Ami Robin Williams? Non devi far altro che digitare il suo nome in un apposito spazio; in seguito la radio prepara per te una compilation a tema.


Perché le donne amano George Clooney? No, non è per la sua bellezza, ma per la sua parlata monotona e cadenzata. Questo tipo di parlata, infatti, rappresenta per le donne un messaggio forte: significa che l'uomo che hanno davanti è potente e sicuro di sé. Parola di scienziati dell'Università della California. Gli studiosi sono arrivati a questa conclusione dopo aver analizzato le voci di varie persone e averle messe a confronto con i rispettivi successi sessuali. "Le donne mirano a uomini di un certo livello sociale", dicono i ricercatori statunitensi, "e spesso questa prerogativa è in stretta sintonia con toni vocali misurati".

Il segreto per avere successo su social network come Facebook e Twitter non è postare link interessanti o di valore. L'importante è pubblicare ogni giorno qualcosa, indipendentemente dalla qualità del post inserito. In pratica basta aggiornare frequentemente il proprio sito per essere certi di poter piacere agli altri. A queste conclusioni sono giunti dei ricercatori dopo aver fatto giudicare a 75 persone degli internauti abituati a cliccare sul sito Livejournal.com. S'è visto che quelli che postano di più, anche se postano sciocchezze, vengono giudicati più attraenti e popolari di tutti gli altri. Soprattutto di chi propone qualcosa di molto interessante ma con minore frequenza. A quanto sembra nel mondo dei social network conta molto di più la quantità della qualità, in modo, forse, non diverso da ciò che accade anche in televisione. Anche in tv, infatti, i personaggi più amati sono di solito quelli che si vedono di più, anche se sono lì solo a fare le belle statuine.

giovedì 1 aprile 2010

Matematica al servizio della cardiologia

Una buona notizia dal mondo della cardiologia: a Milano la mortalità per infarto è scesa dall'8,9% del 2008 al 3,8% del 2010. Tutto merito di interventi sempre più rapidi e corretti e dei modelli matematici messi a punto dal Politecnico di Milano. "Due anni fa il laboratorio Mox del Politecnico milanese", dice Anna Panagoni, responsabile dello studio, "ha sviluppato modelli matematici per razionalizzare gli interventi di soccorso giungendo a sorprendenti risultati". Per esempio si è visto che - contrariamente a quanto si pensa - recarsi in ospedale per conto proprio al sopraggiungere dei primi sintomi della crisi coronarica "fa perdere molto tempo". "L'ideale è quindi chiamare sempre il 118 quando compaiono le prime avvisaglie di un attacco cardiaco", rivela la ricercatrice meneghina. Inoltre le stime matematiche hanno messo in luce che è molto utile adottare le unità mobili di elettrocardiogramma per la diagnosi immediata. Lo studio del Politecnico, comunque, non finisce qui. I dati raccolti fino a oggi, infatti, serviranno per il progetto "Imaste" in corso dal 2009. Scopo di questa iniziativa, finanziata dalla Regione Lombardia e dal Ministero della Salute, è migliorare i registri clinici e i database della Regione per avere un quadro superpreciso dell'andamento degli attacchi cardiaci in Lombardia. A livello nazionale le statistiche dicono che un paziente su due colpito da infarto decede prima di arrivare in ospedale. Ma una volta raggiunto il nosocomio, le probabilità di farcela sono molto alte: 9 volte su 10 il paziente viene infatti salvato. I medici dicono che le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte (44% di tutti i decessi). In media si registra un infarto ogni 6 minuti. Ogni anno sono colpite da infarto 200mila persone. Fra i principali fattori di rischio si ricordano la predisposizione genetica, l'abitudine al fumo, l'ipercolesterolemia e l'obesità.

lunedì 29 marzo 2010

La depressione? Un'invenzione della nostra economia

È uscito in Usa il libro: "Manufacturing depression, the secret history of a modern disease". Scritto dallo psicoterapeuta Gary Greenberg, dice che la depressione (che nel 2020 rappresenterà la seconda malattia più frequente dopo l'infarto) è un'invenzione della nostra economia. Dati attendibilissimi e sorprendenti risultati ottenuti con l'effetto placebo…

Bimbi più intelligenti se cominciamo a parlare con loro sin dalle prime fasi della loro vita. Ma usando tassativamente parole vere e non versi, insoliti suoni o gridolini come in molti sono soliti fare. Le parole hanno un maggior impatto sulla loro mente, di gran lunga più efficaci di altri suoni, musica compresa. A rivelarlo uno studio della Nortwestern University, nell'Illinois, che ha guadagnato le pagine della rivista 'Child Development'.

Sono più di una le aree cerebrali coinvolte nel cosiddetto “senso del divino”. Lo sostengono i ricercatori dell'Università di Montreal, in una ricerca pubblicata sulla rivista Neuroscience Letters. Servendosi della risonanza magnetica per immagini gli studiosi hanno esaminato le risposte cerebrali di 15 suore carmelitane a cui è stato chiesto di ricordare la più profonda esperienza mistica della vita. Gli scienziati hanno registrato un aumento di attività elettrica e dei livelli di ossigeno nel sangue in almeno dodici diverse regioni cerebrali. Questi dati contraddicono precedenti teorie che ipotizzavano che ci fosse una singola area del cervello ad essere stimolata dal “sentimento del divino”.

Il cibo-spazzatura ricco di calorie e zuccheri può creare dipendenza. Per i ricercatori che descrivono il fenomeno per la prima volta sulla rivista Nature Neuroscience è una forma di dipendenza del tutto confrontabile a quella da fumo e droga.

Una teoria davvero rivoluzionaria. Curare le allergie coi parassiti. Vari studi hanno, infatti, provato che chi ospita nel proprio corpo organismi come anchilostomi, trematodi, ossiuri, presentano percentuali più basse di problemi allergici. Un esempio specifico. Schistosoma, presente in fegato e reni, pare assai efficace contro l'eczema.

Si chiamano ‘super centenari’, sono persone che hanno superato i centodieci anni e sono più longeve dei semplici ‘ultra centenari’, che hanno solo fino a 105 compleanni. Per tutti questi specialissimi nonni, che spessissimo stanno bene in salute, l’attività fisica e un’alimentazione ricca di antiossidanti, tra cui anche un buon bicchiere di vino rosso, sono la chiave per mantenersi sani e attivi il più a lungo possibile. Lo assicurano gli specialisti del Dipartimento di Medicina interna università degli Studi di Catania.

Bastano 40 grammi di cioccolato fondente al giorno per due settimane per abbassare il livello di stress. Sono i risultati di uno studio svizzero condotto su 30 persone.

Attenzione alla vitamina C in eccesso. Può, infatti, portare alla cataratta. Sono i risultati di uno studio pubblicato sull''American Journal of Clinical Nutrition'. Gli esperti hanno coinvolto per otto anni 25mila svedesi, dimostrando che le donne che assumono un grammo di vitamina C al giorno, presentano un rischio di cataratta incrementato del 25%.

Mondo over50. Meglio abbondare col calcio. Uno studio danese ha, infatti, messo in luce che 10 microgrammi di calcio e vitamina D ogni giorno, portano a una riduzione del rischio fratture dell'8%, del 16% se si guarda solo al femore.

Il rischio ammalarsi di asma per un nascituro cala del 70% se la mamma durante la gestazione si è nutrita in abbondanza di trote e salmoni. È ciò che si evince da uno studio effettuato da Frank Gilliland dell’University of Southern California di Los Angeles e presentato nel corso dell’American Thoracic Society International Conference. Gli esperti hanno intervistato 691 mamme, metà delle quali con bambini che avevano sviluppato l’asma prima dell’età di cinque anni. È emerso che effettivamente il consumo settimanale di pesce fresco è un vero toccasana per i piccoli che vengono al mondo: in particolare si è visto che l’azione benefica dei prodotti ittici è conferita dagli acidi grassi omega–3 che hanno la capacità di prevenire le infiammazioni.

sabato 26 dicembre 2009

La dieta postnatalizia

Il solito 25 dicembre. Tutti chiusi in casa con amici e parenti a strafogarsi. Ma c'è anche il dopo 25 dicembre o, meglio, il dopo vacanze di Natale. E qui cominciano i problemi. Quando ci si rende conto che i 'pranzi di Natale', in realtà, sono stati ben più di uno, e quando, per caso, si finisce sulla bilancia scoprendo un quadro salutistico decisamente poco confortante: i chili sono drasticamente aumentanti, mandando in fumo ogni nostro buon proposito di mantenere la linea. Il rischio è dunque quello di ritrovarsi per il giorno della befana (con la fine delle feste) con un peso decisamente più alto del 'normale', e con qualche pericolo in più per la nostra salute. Ci sono dunque dei piccoli stratagemmi che si possono mettere in pratica per evitare questa spiacevole evenienza. Iniziamo col dire che da Natale al 6 gennaio l'ideale è sempre e comunque avvalersi di un'alimentazione sana, senza necessariamente dover fare a meno di panettoni, torroni e cioccolato: l'importante è consumare ogni cosa con moderazione. Con questo presupposto si può quindi (ed è giusto farlo) assaggiare un po’ di tutto. Al bando, però, le mega abbuffate e i cibi supercalorici. Il discorso vale soprattutto per chi ha già qualche problema: obesità, ipertensione, colesterolo alto, sindrome metabolica. Occhio, in ogni caso, agli zuccheri raffinati e ai grassi. Gli zuccheri - associati magari a qualche bicchiere di troppo - inducono il fegato a sovraprodurre colesterolo che, depositandosi sulle arterie, facilita i processi arteriosclerotici. Attenzione anche al sale, responsabile della restrizione dei vasi sanguigni. Alcuni cibi - ricchi di queste sostanze - andrebbero ridotti al minimo. Citiamo, per esempio, i cibi fritti e i dolci da forno. Da consumare con grande cautela anche la margarina e i grassi per pasticceria di origine vegetale: questi prodotti contengono, infatti, notevoli quantità di grassi parzialmente idrogenati, dannosi come i grassi saturi. D'altra parte, però, ci sono alimenti che invece possono essere consumati senza problemi e senza restrizioni. Il riferimento è per esempio a prodotti ricchi di fibra: avena, riso integrale, fagioli. In assoluto vale la pena abbondare di frutta e verdura, fino a 5-6 porzioni al giorno. Ottimi anche il pesce come il salmone e lo sgombro, caratterizzati da un alto contenuto di antiossidanti, ideali per contrastare i pericolosi radicali liberi. Come condimento si consiglia l'utilizzo di olio d'oliva, mentre viene suggerito l'impiego di aglio e cipolla per aumentare la quantità di colesterolo buono. A fine pasto la fatidica domanda: panettone o pandoro? Gli specialisti non hanno dubbi: meglio scegliere il panettone, di solito con una quantità di burro (con una media di 758 calorie per 100 grammi) inferiore. Altri piccoli accorgimenti per evitare di accumulare troppi chili durante le vacanze natalizie, concernano il comportamento da tenere a tavola e, in generale, durante le giornate festive. Si può per esempio evitare di ordinare dei bis. E si dovrebbe cercare di non sgranocchiare fuori pasto leccornie varie e frutta secca. Si può inoltre bere un brodino prima di pranzo o cena, così da riempire lo stomaco e non correre il rischio di abbuffarsi con le successive portate. Infine, se proprio non si riesce a far giudizio, la raccomandazione degli specialisti è quella almeno di non essere troppo sedentari. Dopo pranzo, quindi, se c'è il sole e non fa troppo freddo, conviene fare una bella passeggiata per riossigenare i tessuti e smaltire le troppe calorie accumulate.

giovedì 3 dicembre 2009

Rischio obesità per le famiglie più numerose

Avere troppi figli significa anche correre un rischio maggiore di ammalarsi di obesità. Lo dice una ricerca condotta da esperti della Duke University del North Carolina di Durham, in Usa. Lo studio ha messo in evidenza che - per ogni figlio in più - il rischio di obesità in una donna aumenta del 7%, nell’uomo del 4%. Per arrivare a ciò sono state prese in considerazione coppie sposate di età compresa tra i 40 e i 70 anni, tutte contraddistinte da un numero variabile di figli, da uno a 19: complessivamente sono state coinvolte nell’esperimento 9046 persone. La ricerca ha dimostrato che in effetti l’obesità è direttamente proporzionale al numero di bimbi che si mettono al mondo. Secondo gli esperti nelle famiglie più numerose è anche più difficile far da mangiare per tutti, e badare a quello che si cucina. È quindi più probabile, per chi ha tanti bimbi, ricorrere frequentemente ai prodotti dei fast food e ai cibi precotti, alimenti dannosi per la salute e alla base dell'obesità. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Journal of Women’s Health”.

lunedì 12 ottobre 2009

Italiani sempre più grassi

Sempre più grassi. Questa la fotografia degli italiani effettuata dall'Istituto Superiore di Sanità e diffusa da Coldiretti in occasione dell'Obesity day. L'obesità è un fenomeno distribuito in modo eterogeneo lungo lo Stivale. In meridione pare più spiccato. In particolare la regione con il più alto numero di persone sovrappeso è la Basilicata; seguono Sicilia e Calabria. In Basilicata ha un peso decisamente 'sopra la media' il 34% degli uomini e il 42% delle donne; in Sicilia il rapporto fra uomini e donne è analogo (31%), mentre in Calabria le percentuali sono rispettivamente del 24% e del 38%. Dove quindi si sta un po’ meglio sotto il profilo 'dei chili di troppo' è al nord. In Piemonte la percentuale di persone oversize è del 13% per gli uomini e 15% per le donne; simili i risultati per ciò che riguarda la Sardegna e le Marche. Gli esperti lanciano l'allarme anche perché il problema concerne sempre più spesso i giovanissimi. In particolare, pare che i piccoli italiani, siano fra i più 'ciccioni' d'Europa. Fra i 6 e gli 11 anni, un bimbo su 3 è oversize. E a Milano? Anche nella nostra città la situazione non è particolarmente rosea. Secondo il centro studi sull'obesità dell'Università di Milano sono almeno 4 su 10 i milanesi a dover fare i conti con le taglie forti. E di questi uno è patologicamente malato. In Lombardia circa 25 decessi ogni giorno sono dovuti alle conseguenze dei chili di troppo. È un problema di salute pubblica, ma anche economico. Il centro ricerche milanese fa, infatti, sapere che solo la regione Lombardia deve sostenere una spesa complessiva di oltre 20miliardi di euro ogni anno, per fronteggiare le numerose patologie direttamente o indirettamente legate all'obesità.

mercoledì 15 luglio 2009

Sperimentato sui topi un farmaco che dimezza il grasso in sette giorni

Un nuovo farmaco, per ora testato solo sui topi, promette di dimezzare il grasso corporeo di una persona in appena una settimana. Stando infatti agli scienziati dell’Università dell’Indiana che l’hanno approntato, a sette giorni dall’assunzione del nuovo farmaco, nei topi il peso si riduce di un quarto, e il grasso complessivo del 42%. Dopo un mese il calo del grasso corporeo è del 63%. Da un punto di vista chimico il nuovo farmaco selezionato corrisponde a un ormone in grado di regolare il metabolismo del glucosio. “È in pratica un ormone artificiale – rivela Richard Di Marchi sulla rivista Nature Chimical Biology -. Finora nessun farmaco è stato capace di ridurre il peso di un essere vivente più del 5-10%”. Fra una decina d’anni potrebbe entrare in commercio una nuova rivoluzionaria pillola contro l’obesità.

(Pubblicato su Libero il 15 luglio 09)

martedì 30 giugno 2009

"Bariatric Unit", per soccorrere i pazienti oversize

Autoambulanze extralarge per pazienti extralarge. Lo scopo? Andare incontro a tutti colori che pesano dai 200chilogrammi in su e che spesso, proprio a causa della loro eccezionale mole, non possono usufruire adeguatamente dei servizi ospedalieri. In questo momento, per salvaguardare la salute di queste persone, c’è solo la visita a domicilio, che però porta a un notevole dispendio economico. In Usa il fenomeno dell’obesità sta raggiungendo cifre straordinarie – si parla del 25% della popolazione – e c’è dunque chi ha pensato di attrezzare il Paese con mezzi di trasporto di nuova generazione adatti a soccorrere anche gli individui gravemente colpiti dall’obesità. In sei città statunitensi il via alla sperimentazione delle prime Bariatric Unit, autoambulanze dotate di attrezzature speciali, a partire da una rampa in grado di sostenere fino a 700chili di peso. Altra particolarità sono le speciali barelle rinforzate e allungabili adatte a ogni corporatura. Unico neo, il costo. Un’ambulanza costa, infatti, 250mila dollari, circa 200mila euro. Secondo gli scienziati è comunque questo un primo passo significativo verso coloro che soffrono di obesità. Ma c’è ancora molto da fare. L’obeso vive in uno stato di perenne isolamento dovuto all’impossibilità di compiere le più semplici azioni quotidiane, a causa della presenza indiscriminata di barriere architettoniche, funzionali e lavorative. Per queste persone può diventare un problema insormontabile anche salire le scale, passare da una porta, andare al cinema, pesarsi (visto che le pese sono tarate al massimo fino a 140chili).

sabato 27 giugno 2009

Chi ha qualche chilo di troppo vive un anno in più di chi è magro

Scienziati giapponesi hanno scoperto che le persone che vivono di più non sono quelle magre o normopeso, ma quelle leggermente sovrappeso. Il dato si scontra, in parte, con quello che si è sempre detto sui chili di troppo, ossia che fanno male alla salute e abbreviano l’esistenza incondizionatamente. In realtà ciò sarebbe vero solo per chi è obeso o gravemente obeso; in tutti gli altri casi è una garanzia di longevità. Secondo il ministero della sanità giapponese i magri e i normopoeso vivono meno dei cicciotelli, perché fumano di più e perché, essendo più gracili, sono più facilmente vittime di infezioni. Dalla ricerca è emerso che le persone con l’indice di massa corporea tra 25 e 30 (sovrappeso) campano circa un anno in più rispetto agli individui magri con indice di massa corporea compreso tra 18,5 e 25.

(Pubblicato su Libero il 27 giugno 09)

giovedì 4 giugno 2009

Due bicchieri di vino al giorno per tenere lontani obesità e malattie cardiovascolari

Se bevi tanto ingrassi, ma se limiti il consumo di alcool ottieni l’effetto opposto: tieni cioè lontano il rischio di aumentare di peso. È questo in sostanza il risultato ottenuto da scienziati statunitensi le cui ricerche sono state pubblicate sulla rivista Bmc Public Health. Gli esperti hanno indagato sulle abitudini di 8.236 non fumatori e hanno visto che pochi bicchieri di alcol la settimana riducono del 27% il rischio di diventare obesi. Al contrario chi abusa di alcolici, per esempio chi beve dai quattro bicchieri in su di vino al giorno, corre un pericolo di diventare obeso del 46% in più rispetto alla media. Secondo Ahmed Arif del Texas Tech University Health Sciences Center di Lubbock e James Roher della Mayo Clinic di Rochester, non si conoscono le cause di questo fenomeno. In ogni caso, lo studio, serve a smentire una volta per tutte le teorie secondo le quali il primo elemento da eliminare quando si vuole dimagrire è l’alcool: bere vino (o birra) moderatamente anziché far male, fa bene. Un goccetto al giorno tiene lontano l’obesità, ma non solo: allontana anche il rischio di malattie cardiovascolari. Da uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine emerge che è fondamentale bere poco, ma con regolarità. Due drink al giorno riducono del 20% il rischio di infarto e farebbero da scudo contro diabete, calcoli, pressione alta e impotenza sessuale. “Per essere certi che il vantaggio non si trasformi in danno non bisogna superare i 2-3 drink al giorno per gli uomini e 1-2 per le donne - dice Eric Rimm, del Dipartimento di Epidemiologia e nutrizione dell’università Usa di Harvard.

domenica 31 maggio 2009

Microchip adesivo sulla pelle per controllare l'aumento di peso

Una specie di cerotto da applicare sulla pelle in grado di indicare l’accumulo (e consumo) giornaliero di calorie e quindi contrastare i chili di troppo. È il risultato ottenuto dai tecnici dell’azienda Usa Philometron. Si tratta in realtà di un microchip adesivo che – oltre a segnalare la quantità di calorie consumate e accumulate – è capace di verificare molti altri parametri vitali come la temperatura corporea, il ritmo cardiaco, la conduttività della pelle, l’attività respiratoria. I dati registrati dal microchip vengono poi inviati al telefonino del paziente, accompagnati da un consiglio, del tipo: “Oggi hai esagerato con i dolci, dovresti correre per mezz’ora”. Il suo costo? 400 dollari.

About PhiloMetron (http://www.philometron.com/):

PhiloMetron™ is a healthcare company developing proprietary wireless diagnostic products and services, focused on improving the quality and lowering the cost of human health management.

(Pubblicato su Libero il 31 maggio 09)

mercoledì 27 maggio 2009

Lotta alle allergie e all'obesità: dal guscio dei gamberetti una nuova speranza

Combattere le allergie e il raffreddore da fieno con i gamberetti. È la proposta di un team di studiosi dell’università di Oxford in Inghilterra. I gamberetti contengono un polisaccaride, la chitina, che ha il potere di migliorare l’azione del sistema immunitario, consentendo all’organismo di rispondere con maggiore efficacia a pollini, polvere, peli del gatto. Gli esperimenti sono stati condotti sui topi, ma si prevede di intervenire al più presto anche sull’uomo, in primis sui bambini: i soggetti maggiormente predisposti alle allergie. Secondo gli scienziati si potrebbe dunque pensare alla realizzazione di uno spray a base di chitina da somministrare ogni volta che si presentano dei sintomi allergici. In realtà non è la prima volta che dai crostacei si ricavano sostanze utili all’uomo. Una variante chimica della chitina viene infatti già prodotta per combattere l’obesità. Dal polisaccaride, tramite un processo chimico chiamato “deacilazione”, si ottiene il chitosano, idrosolubile e capace di legarsi ai grassi alimentari: dalla loro unione si forma un complesso che rende i lipidi “innocui” e che consente infine di perdere peso. Il chitosano può giovare anche ai diabetici: in questo caso il suo compito è quello di rilasciare più lentamente l’insulina, e contrastare gli abbassamenti improvvisi di glucosio nel sangue. La chitina è un tipo di fibra che si trova nell’esoscheletro dei gamberetti, ma anche di molti altri vertebrati come insetti, granchi e aragoste.

lunedì 19 gennaio 2009

Perdere chili ridendo. La proposta di Helen Pilcher

Pochi mesi fa uno studio condotto in Florida da esperti dell’American College of Cardiology diceva che ridere fa bene al cuore. Secondo gli scienziati Usa, infatti, una sana risata ha il potere di stimolare l’espansione dell’endotelio - il rivestimento interno dei vasi sanguigni – presupposto chiave per mantenere giovane e in buona salute l’intero apparato cardiovascolare. È di oggi invece la scoperta che ridere non solo migliora le condizioni cardiache, ma aiuta anche a perdere i chili di troppo, e quindi a combattere l’obesità. In questo caso lo studio è stato effettuato dalla neuroscienziata inglese Helen Pilcher, la quale ha concluso che ridere è come sottoporsi a un ‘mini-allenamento aerobico’. La ricercatrice ha stimato che ridere per un’ora al giorno fa consumare le stesse calorie di mezz’ora di sollevamento pesi. E che ridere un’ora al giorno per 365 giorni di fila può far perdere fino a cinque chili in un anno, l’equivalente di una taglia. Con ciò suggerisce di trovare degli stratagemmi per ridere il più possibile come per esempio seguire in tv qualche trasmissione esilarante come The Office, una commedia ‘da morir dal ridere’, incentrata sulle vicende tragicomiche di un gruppo di persone che rischia di perdere il lavoro. In Italia, invece, il riferimento può essere a serie televisive come Friends. Paul Moreton, di UKTV Gold, che ha commissionato la ricerca dice che “ridere quotidianamente potrebbe rappresentare una divertente alternativa alla palestra o al jogging”. Mentre la coordinatrice dello studio afferma che “l’intenzione degli scienziati non è quella di indurre la gente a guardare per troppe ore la tv, ma solo individuare un sistema per ridere il più possibile per mantenersi in forma”. Una sana risata è dunque una vera e propria tempesta per l’organismo che viene messo positivamente sottosopra. Il muscolo cardiaco pompa il sangue per l’organismo con maggiore velocità, mentre i muscoli dell’addome si tonificano. La pressione cala e così i grassi nel sangue come il colesterolo. Anche i muscoli facciali ricavano beneficio da una sana risata. Sono almeno una quindicina quelli che si attivano ridendo. Infine ridere significa anche incrementare la produzione di endorfine, con riduzione dei sintomi legati allo stress e potenziamento del sistema immunitario. Peraltro gli studiosi della Loma Linda University, in California, ci fanno sapere che basta semplicemente la previsione di una situazione divertente a migliorare la nostra salute. Gli esperti in questo caso hanno visto che già l’attesa di una risata incrementa la produzione delle beta-endorfine e dell’ormone della crescita, sostanze in grado di elevare il tono dell’umore e di abbassare la pressione, interferendo con gli ormoni legati allo stress. A tal proposito gli studiosi hanno concluso dicendo che “è ora di cominciare a prescrivere il divertimento e la risata come farmaci a tutti gli effetti”.

mercoledì 28 maggio 2008

Donne, dieci anni della vita passati a rincorrere la dieta

In media una donna passa 10 anni della sua vita seguendo una dieta. La ricerca compiuta dall’azienda britannica LIPObind, specializzata in prodotti naturali contro l’obesità, dice che, una donna, fra i 18 e i 70 anni, affronta mediamente 104 diete. Considerando che, una dieta, in media dura 5 settimane, i conti sono presto fatti: la maggior parte delle donne passa una decade della vita calibrando più o meno attentamente ciò che mangia. Ci sono poi casi eccezionali in cui questo dato sale addirittura a 25, venticinque anni spesi a cercare di raggiungere una linea perfetta con insalatine e biscotti integrali. Secondo gli studiosi le donne – a differenza degli uomini - sono sempre alle prese con una dieta perché non sopportano l’idea di non poter indossare certi vestiti, o di doverli per forza indossare mostrando aree anatomiche vistosamente in abbondanza. La pensa così il 39 percento del campione intervistato (4mila donne). Il 41 percento delle donne ha invece l’impressione di essere sempre a dieta; il 44 percento dice di far fatica a perdere peso; il 59 percento è convinto che non raggiungerà mai il peso forma. “Lo studio sembra attendibile tuttavia quando si parla di dieta è necessario valutare con attenzione il tipo di dieta preso in esame – racconta Carla Favaro, nutrizionista dell’università Bicocca di Milano -. Va innanzitutto verificato se una dieta è davvero necessaria. Va poi stabilito se viene seguita in modo corretto. Infine va considerata la possibilità che una persona possa sottoporsi a una dieta prefissandosi obiettivi irraggiungibili, magari rapportandosi a modelle e indossatrici. Solo chiarendo questi aspetti è possibile ottenere dati statistici veramente validi”. In media nel corso di una dieta si perdono circa 3 chilogrammi. Il peso forma in ogni caso può essere difficile da raggiungere se non si ascoltano le raccomandazioni dei nutrizionisti e dei dietologi, considerando anche il fatto che nella vita il peso di una donna è assai altalenante, essendo influenzato da molteplici fattori, fra cui la nascita dei figli. Il 57 percento delle donne italiane fra i 15 e i 65 anni dichiara di vedersi troppo in carne. In media, in Italia il 30 percento delle donne in menopausa è obeso, il 40 percento è in soprappeso. La circonferenza della vita è in media pari a 90 centimetri e la circonferenza fianchi è di 105 centimetri. Negli ultimi cinque anni, indagini svolte in alcuni Paesi industrializzati hanno documentato un’elevata prevalenza di sovrappeso ed obesità nell’infanzia. Tutti dati facilmente rapportabili alle conclusioni degli esperti inglesi.

venerdì 9 maggio 2008

Una "gelatina" contro l'obesità

Una nuova proposta per combattere l’obesità: è una pastiglia che, ingerita poco prima dei pasti, dà l’impressione di aver già la pancia piena, spingendo quindi a mangiare meno. La stanno per sperimentare, su un campione di 100 persone, i medici del Policlinico Gemelli di Roma. Il medicinale è stato approntato dagli scienziati dell’Istituto per i Materiali Compositi e Biomedici del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli. Il riferimento, nello specifico, è a una capsula contenente una polverina che, a contatto con i liquidi del tratto digerente, si trasforma in una massa gelatinosa grande tanto quanto una pallina da tennis: “La capsula pesa un grammo – ci spiega Roberto Maria Tacchino, chirurgo dell’obesità presso il nosocomio romano – ma una volta ingerita, a contatto con l’acqua, si trasforma in un gel di cellulosa, occupante in media 100 cc. Da qui si può quindi pensare di somministrare anche 3 capsule per pasto (dipende dalle condizioni dell’obeso), così da occupare 300 cc dello stomaco di un paziente, che inevitabilmente si sentirà sazio senza aver ancora mandato giù niente”. Dunque il cammino della pastiglia antiobesità inizia con una semplice deglutizione. Nel giro di pochi minuti il farmaco entra in azione: assorbe acqua e si gonfia. In questo modo il paziente è pronto per sedersi a tavola, ma essendo il suo stomaco già “pieno”, non corre il rischio di abbuffarsi. La massa gelatinosa viene poi espulsa con le feci. Ma quali sono i pazienti adatti a questo tipo di intervento? “Per i test preliminari stiamo selezionando individui di età compresa tra i 18 e i 45 anni – continua Tacchino – è importante che nessuno di essi abbia avuto problemi gastrointestinali: per esempio i malati di ulcera non possono sottoporsi a questa terapia”. In particolare a beneficiare della proposta del Cnr napoletano saranno soprattutto le persone soprappeso, con un grado di obesità moderato: per i gravi obesi l’unica soluzione è di natura chirurgica. “Possiamo trattare persone fino al primo grado di obesità, con un indice di massa corporea 30 – sottolinea lo studioso del Policlinico -. Con ciò si indica per esempio una donna alta un metro e sessanta e pesante 80 chili”. Alla nuova pillola per favorire lo smaltimento dei chili di troppo sono giunti gli studiosi dell’Istituto per i Materiali Compositi e Biomedici del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli, guidati da Luigi Ambrosio. Lo scienziato e il suo collega Luigi Nicolais, oggi ministro per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione, hanno messo in pratica l’esperienza maturata insieme presso la Sca, un’azienda svedese di prodotti cartacei. Qui si sono chiesti per la prima volta se il composto a base di cellulosa poteva sortire un effetto analogo a quello del bendaggio gastrico. Per quanto riguarda i dati relativi alla diffusione dell’obesità, secondo il progetto MONICA (MONItoring of trends and determinants in Cardiovascular diseases study) realizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, essa ha registrato un aumento del 10-40 percento circa negli ultimi 10 anni, con oscillazioni tra il 10-20 percento per gli uomini e tra il 10-25 percento per le donne. L’incremento più allarmante è stato rilevato nel Regno Unito, dove quasi i due terzi degli uomini e oltre la metà delle donne sono in soprappeso o sono obesi.

sabato 3 maggio 2008

Malattie, hobby, carattere: siamo tutti modellati dalle città in cui viviamo

La forma del nostro fisico potrebbe dipendere dalla forma della città in cui viviamo. Sono le curiose conclusioni di uno studio effettuato da scienziati canadesi. Secondo gli esperti in pratica urbanizzazione e salute vanno a braccetto, benché nessuno fino ad ora ne abbia mai parlato. Ma vediamo da vicino ciò che dice Lawrence Frank, professore di Urbanistica alla University of British Columbia di Vancouver. Secondo lo scienziato esistono due tipi di città: quelle compatte e quelle non compatte. Le prime sono città nelle quali ci sono vaste aree pedonali e dove ristoranti, club, e discoteche sorgono vicini alle aree residenziali. Il secondo tipo di metropoli concerne invece abitati in cui i servizi commerciali sono assai distanti dalle abitazioni; in più non ci sono zone pedonali, l’uso delle automobili è esagerato, e c’è una bassa densità di edifici grandi in centro. Conclusione: lo scienziato ha osservato che gli abitanti delle città compatte sono meno in carne di quelli delle città non compatte. Il che si traduce in una salute migliore dei primi rispetto ai secondi. Statisticamente Frank ha fatto notare che in media i cittadini delle città appartenenti al primo gruppo pesano dai 4 ai 5 chili in meno rispetto agli abitanti delle città non compatte. Non solo. Dallo studio emerge anche un altro dato interessante. La scolarizzazione, l’abitudine a fare sport e a nutrirsi in un certo modo sono anch’essi strettamente legati al tipo di urbanizzazione. In particolare Frank in questo caso sottolinea che le città del secondo tipo sono occupate soprattutto da persone con uno scarso livello culturale, poco avvezze alla buona cucina, e indifferenti allo sport. La ricerca di Frank conferma altri due studi recenti effettuati rispettivamente a San Diego e ad Atlanta (quest’ultimo ha coinvolto più di 10mila persone). In entrambi i casi è emerso che l’obesità è inversamente proporzionale ai chilometri di strade ciclabili e pedonali. Tra i contrari alle conclusioni degli esperti canadesi c’è soprattutto l’economista Matthew Turner dell’università di Toronto. Lo scienziato ha condotto uno studio analogo a quello di Frank per sei anni su un campione di circa 5mila persone. Dalla ricerca emerge che la relazione tra modello urbanistico e peso corporeo non è così importante come si vuole far credere: “Tracciando i movimenti quotidiani e il peso corporeo del campione preso in esame – ammette Turner - abbiamo stimato che l’effetto sulla salute di un modello urbanistico riconducibile alle città non compatte è zero o molto vicino allo zero”.

(Pubblicato su Libero il 30 gennaio 07)